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	<title>Premio Calvino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La caduta dei Lammatari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Zerbib]]></category>
		<category><![CDATA[La caduta dei Lammatari]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Joe Zerbib </strong> <br /> Erano forse in mille sul terrazzo di copertura: i Lammatari al gran completo, compresi dignitari e sgherri di numerose famiglie alleate. Si celebrava il genetliaco del padrone. Gigino Teratornis, detto «il Condor», indiscusso sovrano del Rione Sanità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>[<em>La caduta dei Lammatari</em> è un romanzo inedito di Joe Zerbib, francese trapiantato a Napoli; è stato segnalato all&#8217;ultimo premio Calvino “per la narrazione frizzante e grottesca della caduta di un clan camorristico, in un tripudio di prostitute, teste mozzate e kitsch che ammicca con intelligenza alla sceneggiata napoletana”. Ne pubblico il primo capitolo. <em>ot</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-105484 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari.png" alt="" width="642" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari.png 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-300x221.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-768x565.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-150x110.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-696x512.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-571x420.png 571w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Lammatari-80x60.png 80w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Joe Zerbib</strong></p>
<p>Erano forse in mille sul terrazzo di copertura: i Lammatari al gran completo, compresi dignitari e sgherri di numerose famiglie alleate.</p>
<p>Si celebrava il genetliaco del padrone. Gigino Teratornis, detto «il Condor», indiscusso sovrano del Rione Sanità, forse l’uomo più temuto di tutta Napoli. Avrebbe compiuto quarantasette anni a mezzanotte. Però da lontano il suo <em>party</em> sembrava un compleanno da seconda elementare. Contro il parere di tutti, aveva costellato il terrazzo di addobbi di cartapesta: stelle filanti, ghirlande e lanterne in tutte le sfumature dell’arcobaleno.</p>
<p>Una selezione musicale di cattivo gusto assordava gli ospiti. La maggior parte si stava radunando sull’ala nord del terrazzo, il più lontano possibile dal sound system. Lì, dovettero affrontare un’altra fonte di inquinamento sonoro. Una gang di gabbiani occupava il tetto del monastero contiguo. Le loro risate rimbombavano così forte da rendere penosa ogni conversazione. Un invitato, particolarmente sensibile al rumore, tirò fuori una pistola e si impegnò a risolvere il problema, non prima di aver avvitato il silenziatore.</p>
<p>Per coronare il tutto, numerosi Airbus A300 si libravano poco sopra le teste dei convitati come uccelli di paradiso nella canopia amazzonica. Su questo c’era poco da fare, a meno di sollecitare una potenza di fuoco maggiore (il Condor disponeva di vari tipi di lanciarazzi). Sembrava un po’ esagerato.</p>
<p>Il porto di Napoli brontolava in lontananza. Era appena arrivata una portacontainer da Tangeri, le cui mercanzie di ogni sorta sarebbero finite, per metà almeno, negli affari dei Lammatari.</p>
<p>Ci fu un tuono particolarmente forte che molti scambiarono per un inizio di temporale. Ma di temporali, non se ne parlava più. Dopo settimane di strenue intemperie, il sole splendeva di nuovo su tutto il golfo. Non ci fu un abitante, in quel radioso sei maggio, che non avesse lodato il cielo con un «assa fa&#8217; &#8216;a Maronn» o simili invocazioni alla Santa Trinità.</p>
<p>A parere di tutti, questo immacolato cielo azzurro era di buon augurio per il Condor e la sua fiorente tribù.</p>
<p>Dopo i primi saluti di benvenuto, che durarono ben due ore, Gigino Teratornis decise di avviare la visita guidata degli appartamenti. Iniziò a vagare da un ospite all’altro, con il suo barboncino nano sotto l’ascella, nell’intento di raggruppare tutti verso la scala principale. Molti erano appena arrivati e volevano godersi un attimo la vista e il buffet.</p>
<p>Sull’ala est del terrazzo, tre calabresi incappucciati osservavano il sontuoso vulcano, che per la prima volta si offriva a loro da così vicino. Aspettavano un carico di esplosivi dall&#8217;ex-Jugoslavia in vista di un attentato a Torino. Gigino aveva fatto da tramite per l’affare e da allora li teneva in simpatia.</p>
<p>«<em>Agiallu va duve truva granu!</em>» disse loro Gigino con un pessimo accento calabrese. Il Condor era un grande amante di proverbi, ma raramente si preoccupava di capirne il senso.</p>
<p>Seduti ad un tavolo di PVC bianco, i coniugi Qingzhao sgusciavano arachidi. Primi importatori di selfie sticks d’Europa, i Lammatari facevano ottimi affari con loro. Oltre alle famose aste telescopiche, la coppia cinese importava tutta la paccottiglia da svendere sui marciapiedi del centro storico.</p>
<p>«<em>Konishiwa</em>!» esclamò Gigino passando accanto a loro. «A breve iniziamo la visita! Su!»</p>
<p>I Qingzhao non si offesero di essere scambiati per giapponesi. Sapevano che Gigino in quelle occasioni amava ingoiare pasticche e perdeva un po’ delle sue capacità cognitive. Aveva in effetti le pupille molto dilatate e la voce più acuta del solito.</p>
<p>Il boss passò poi in mezzo a due gruppi di africani che si scrutavano con ostilità. Da un lato i gambiani, che avevano conquistato il monopolio dello spaccio di piazza Bellini (con l’avallo del Condor), dall’altro i senegalesi, un po’ meno azzimati, che controllavano (sempre con l’avallo del Condor), il contrabbando di borsette griffate. Fra le due schiere c’era un’isola di bellezza adocchiata da tutti: una donna color cannella, seduta su una sedia, che aggiustava le sue trecce. Era Zuleica, la capoverdiana, che aveva già respinto vari tentativi di approdo.</p>
<p>Gli ucraini avevano preso in mano la situazione barbecue, assistiti da un florilegio di donne da marciapiede. Gigino aveva un debole per il fenotipo e l’indole di questi paesi post-sovietici. Non tanto per le ragazze, troppo bionde a parer suo, ma per i maschi che possedevano un certo <em>sex appeal</em>. Uno di loro faceva roteare un matusalemme di vodka in equilibrio sull’indice. Di tanto in tanto ne versava un po’ sulle salsicce.</p>
<p>«<em>Ï</em><em>ak dila Valerian</em>?» gli chiese il Condor.</p>
<p>«<em>Douje dobre. A ou vas</em>?» rispose lui.</p>
<p>«Tutto bene. Iniziamo la visita degli appartamenti. Mi metti una salsiccia da parte per Agostino?»</p>
<p>«Waf, waf!» fece il barboncino che Gigino teneva ancora sotto l’ascella.</p>
<p>Un filosofo francese, camicia bianca e capelli grigi, tallonava Gigino. Aveva palesemente qualcosa di urgente da dire al camorrista. Riuscì finalmente ad attirare la sua attenzione.</p>
<p>«<em>Monsieur Teratornis</em>?» disse il filosofo con la massima educazione.</p>
<p>«<em>I don’t speak franswua</em>. <em>Sorry.</em>»</p>
<p>E Gigino contornò il filosofo con una specie di <em>roulette</em> alla Zidane. Il Condor odiava i francesi e i pensatori.</p>
<p>Appartato in un angolo, un discendente dei Sanfelice guardava il vulcano, tamburellando con le dita sul parapetto. Aveva bisogno di un prestito di qualche milione per rimettere in sesto il suo <em>h</em><em>ô</em><em>tel particulier</em>. Gigino evitò anche lui.</p>
<p>Un ex-calciatore slovacco aspettava il suo elicottero chiacchierando con il sindaco. Un vescovo, un questurino in borghese e un webmaster comunista commentavano la vista.</p>
<p>«Attenti tutti. La visita sta per iniziare!» gridò Gigino più volte.</p>
<p>Il boss attraversò numerosi gruppi, uno più variegato dell’altro, tanto che c’era da chiedersi come mai il suo clan avesse acquistato una sì ampia presa sulla società napoletana.</p>
<p>Sette videomaker e dodici fotografi erano stati ingaggiati per seguire tutta la festa. Era difficile per ognuno di loro non comparire sullo schermo di un collega. Si riunivano spesso al centro del terrazzo per riconsiderare il loro piazzamento. Avevano anche una postazione in un angolo dalla quale alimentavano in diretta i numerosi profili di Gigino Teratornis. Ne possedeva una cinquantina.</p>
<p>Il boss arrivò a pochi passi dalla moglie.</p>
<p>«Tesoro gioia, siamo pronti per la visita» disse lui.</p>
<p>La moglie stava narrando il suo ultimo soggiorno a Monte Carlo davanti a tre coetanee che annuivano di concerto ogni secondo. Maddalena Galasso, riconoscibile dalla sua leonina criniera, era di un’importante casata ischitana, strategica per gli affari dei Lammatari nel mediterraneo.</p>
<p>Prima di sposare Gigino Teratornis, Maddalena era stata la sua cognata, ovvero la moglie di suo fratello. Il Condor l’amava come amava la sua Ford Mustang: era soddisfatto di possederla, ma non la sapeva guidare. Il boss nutriva però un desiderio malsano quanto irrefrenabile per la figlia di Maddalena: Carmela, sua nipote, diciassettenne di letale fascino.</p>
<p>Oggi era l’unica che mancava. L’avrebbe voluta al suo fianco, o per lo meno a portata di mano. Ma questa palesemente boicottava la festa. Gigino si appoggiò al parapetto e iniziò a frugare l’orizzonte con due occhi strizzati. A qualche blocco da lì c’era l’appartamento di Carmela. E sul tetto di quello, un corpicino volteggiava. Sembrava un pezzo di tessuto intrappolato nel vento. Era lei. Carmela. Ancora lì, su quel terrazzo rosso non calpestabile, da sola, a ballare per i gabbiani…</p>
<p>Gigino provò a distinguere meglio il corpo della ragazza, che sembrava nuda. Troppo miope per vederla con gli occhi, il Condor la ricreava mentalmente. Immaginava le gocce di sudore che scivolavano sulla pelle plastilinosa della sua pancia. La schiena scolpita, la nuca dritta e forte, il suo mappamondo a paniere… tutta Carmela si offriva a lui, nuda, immobile e sedata, in una luce arancione.</p>
<p>«Un giorno farò fuori tua madre» disse Gigino tra sé e sé, «e per te non sarò più né zio, né patrigno.»</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;orso di Calarsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/30/lorso-di-calarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 12:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[claudio conti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Conti</strong><br />
«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Conti</strong><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-91407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-768x513.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-696x464.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-629x420.jpeg 629w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4.jpeg 998w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».<br />
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino.<br />
«Fai sul serio?» gli chiede alla fine, assonnata.<br />
Adrian accende l’abat-jour e si tira su puntando i gomiti. «Non dormire», le dice mentre si sistema il cuscino dietro alla schiena, «devi ascoltare».<br />
Allunga una mano per prendere le sigarette dal comodino e si sofferma sul libro su cui era poggiato il pacchetto.<br />
Lara gli lancia un’occhiata. «Non vorrai fumare?»<br />
Adrian solleva il libro e se lo rigira tra le mani. Lei ruota il corpo verso di lui e il movimento troppo brusco manda all’aria la stanza, che inizia a girare.<br />
«Sono sottosopra», mugugna.<br />
Lui sfoglia pagine come schiaffi.<br />
«Fa’ attenzione con quello».<br />
«Sembra antico».<br />
«Lo è».<br />
«Cosa hai detto che studi?»<br />
«Non me l’hai chiesto. Storia dell’arte».<br />
Adrian si blocca e centra una pagina con l’indice. «Sono disegni arabi?»<br />
«Miniature. Cinesi, persiane e turche».<br />
Lui prende una sigaretta dal pacchetto usando i denti, senza distogliere lo sguardo dal libro. «<em>Miniature</em>?»<br />
Lara chiude gli occhi nel tentativo di rallentare la rotazione del letto. «Si chiamano così».<br />
«È curioso perché la storia che ti stavo raccontando», richiude il libro e lo lancia sul comodino, «parla proprio di turchi».<br />
Lara sobbalza per il rumore. Cerca con lo sguardo il libro, per metà oltre il bordo del mobile, quindi scivola su di lui, sul suo fisico curato, i pettorali, i tatuaggi. «E della Valacchia», aggiunge con un mezzo sorriso annoiato.<br />
«È il posto da cui vengo».<br />
Lara torna a rivolgergli la schiena, tirandosi il lenzuolo fin sopra la spalla. «Senti, per me vieni dal <em>Blu Line</em>», gli risponde sbadigliando, «può bastare?»<br />
«Tra poco me ne vado».<br />
«Non ho mica detto che devi andartene, sono solo stanca, e poi ho bevuto troppo».<br />
Adrian fa scattare l’accendino e fissa il cuore blu della fiamma fremere sulla brace dalla sigaretta.<br />
«Mi sei sembrata una che l’alcol lo regge bene».<br />
«Se sono qui con uno che in piena notte si mette a parlare dell’Impero ottomano», fa lei in mezzo a un altro sbadiglio, «direi che non lo reggo poi così bene».<br />
«Non ho neanche iniziato».<br />
«È una minaccia?»<br />
«Studi Storia dell’arte, il passato dovrebbe interessarti».<br />
«Sì», gli fa con un filo di voce, «ma il passato è lì, stanotte non andrà da nessuna parte».<br />
«Il passato si muove eccome», risponde lui con una sfumatura nervosa che la sorprende. «È un cacciatore instancabile», aggiunge soffiando fumo.<br />
«Ti avevo chiesto di non fumare».<br />
Adrian le sfiora il collo con l’indice e lei si ritrae come una chiocciola.<br />
«Facciamo così», gli propone, «racconta la tua storia, non badare a me», la voce sembra spegnersi, «ma se mi addormento non prendertela».<br />
Lui le scopre la schiena nuda e ne segue l’armonia della sinusoide. Lara si tira su il lenzuolo, con un gesto rapido. «Lo fai sempre?» Gli chiede quasi infastidita.<br />
Adrian tira dalla sigaretta e lancia il pacchetto verso il comodino, mancandolo.<br />
 «Faccio sempre cosa?»<br />
«Tormentare, lo fai con tutte?»<br />
«In effetti no».<br />
«È il mio giorno fortunato, allora».<br />
«È la storia di un destino. Un <em>deochi</em> vecchio di duecento anni», le dice poggiando la testa sul muro e osservando le decorazioni sul soffitto, «una condanna nata ai tempi degli orsi ballerini».<br />
Lara sbuffa divertita e scettica. «Gli orsi ballerini, ovvio, come ho fatto a non pensarci».<br />
«Erano Ursari», fa Adrian, serio. «Andavano avanti e indietro lungo la sponda del Danubio, nei pressi di Calarsi, di villaggio in villaggio. Gli orsi ballavano al ritmo del tamburello alzandosi sulle zampe posteriori, sai, acrobazie e giochi. I contadini, quei poveracci, ci andavano matti. Pensavano fosse magia».<br />
Lara sente un sapore terribile in bocca. «Mica volevo offenderti», gli fa infilando una mano sotto al cuscino per sorreggere meglio la testa.<br />
«Quella gente campava così, d’elemosina, accampandosi dove capitava, era una vita misera», si prende una pausa e tira dalla sigaretta.<br />
Lara ci pensa su. «Tu hai una vita misera, Adrian?»<br />
«Che vuoi dire?»<br />
«Non ho visto orsi al <em>Blue Line</em>, stasera. Ho visto un ragazzo ben vestito che striscia la sua carta».<br />
Adrian getta la cenere sul pavimento e si rivolge alla sua nuca. «E con questo?»<br />
Lara si aggiusta ancora il cuscino, il sonno sembra aver abbandonato la sua voce. «Il passato è morto. Muore ogni minuto».<br />
«Non dovresti fidarti delle apparenze».<br />
Lei sente salire un po’ di nausea. «L’apparenza è tutto quello che abbiamo».<br />
Adrian fissa i colori che animano gli inserti della porta di legno. «Le apparenze, già», ripete sovrappensiero. «Dalle apparenze direi che hai una bella casa».<br />
«È di mio padre», taglia corto lei.<br />
«Cioè tua», ribatte Adrian.<br />
Lara si gira lenta e incrocia il suo sguardo impassibile.<br />
«È meglio amministrare capitali che ammaestrare orsi», le fa.<br />
Lei sembra irrigidirsi, rimane a scrutarlo con una vaga sensazione di disagio che non sa interpretare.<br />
«E tu che ne sai di come campa mio padre?»<br />
Adrian accenna un sorriso. «Il tuo è un cognome noto in città», le risponde con ovvietà.<br />
Lara ha la testa pesante e crolla ancora sul cuscino. È stanca, non le piacciono le serate che si trascinano. Vorrebbe restare sola. «Be’, sappi che non ti sposerò», gli fa scherzando, cercando di spazzare via quella sensazione che le si è appiccicata addosso.<br />
«Il gruppo di Ursari venne sterminato durante la notte della mattanza turca», continua lui, «tutta la maledetta tribù».<br />
Lara si sistema con la schiena sul materasso e le mani sulle lenzuola, attenta a non scoprirsi il seno. Fa un paio di profondi respiri col naso. Le manca l’aria e c’è quel puzzo di fumo.<br />
«La mattanza turca?»<br />
Adrian sposta il peso su un gomito, inclinandosi verso di lei. Le sfiora un seno da sopra il lenzuolo indugiando sul capezzolo.<br />
«Gli ottomani risalgono il Danubio, entrano dal Mar Nero con la loro flotta e invadono la Valacchia. Avanzano sulla terra con gli azab, i tagliatori di teste; sul fiume con le galee davanti al Mahmudiye, il più grande vascello turco, centoventisette cannoni puntati sulla costa, ottanta metri di legno, mille marinai d’equipaggio». Quasi bisbiglia, ora. «Sono spietati e sanguinari, i turchi, uccidono qualsiasi cosa abbia vita. Florina ne sente il puzzo e sbuca dalle tende quando è notte fonda. Sente il fiume ribollire, sente la loro musica: il ritmo ossessivo dei tamburi, il sibilo delle canne di ney e le armonie orientali dei tanbûr. Capisce che gli sono addosso».<br />
Lara sente lo stomaco indurirsi e chiudersi.<br />
«Florina era una tua…».<br />
Adrian si ritrae e si appoggia di nuovo sul cuscino.<br />
«La mia quadrisavola. Lei non dorme mai, lei è il loro angelo. Dalla riva, coi piedi dentro al fango, sente l’odore del sangue che scivola sopra al fiume; vede il cielo farsi porpora per gli incendi e capisce che non c’è tempo: prende suo figlio Victor, di dodici anni, e lo infila in un siluro». La fissa. «Nel Danubio ci sono pesci siluro lunghi fino a quindici metri».<br />
Lara cerca di sistemarsi meglio, ma si agita senza trovare la posizione. Sente che sta per vomitare. «Sei rumeno, quindi».<br />
Adrian fissa la sigaretta facendola ruotare tra pollice e indice.<br />
«Florina ne cattura uno e lo tramortisce con una delle sue misture calmanti per orsi; ci infila dentro il piccolo Victor, che respira grazie a una canna di bambù, e lo affida al Danubio. Quindi libera tutti gli orsi della tribù che si gettano nelle acque e seguono il siluro dritti fino all’isola degli orsi».<br />
Lara ha voglia di infilarsi la maglietta, la cerca, è in fondo al letto. «Devo andare in bagno».<br />
Fa per alzarsi ma Adrian la blocca afferrandole un braccio.<br />
Lara guarda quella mano, guarda lui, stupita.<br />
«Ho bisogno di vomitare».<br />
«Ho quasi finito», la rassicura allentando la presa.<br />
«Fai presto, allora», gli fa decisa, mentre posa lo sguardo sulla tenda tirata, sulla porta chiusa, sulle mutande sul pavimento, sul suo cellulare, che ha lasciato sul comò, dall’altra parte della stanza.<br />
«L’isola degli orsi è ancora lì, è un isolotto in mezzo al Danubio. Lì ha vissuto Victor con la sua comunità di orsi ammaestrati. Lì ha fatto scendere sulla mia famiglia il <em>deochi</em>».<br />
Strizza il filtro e spegne la sigaretta con tre colpi pieni di scintille sulla copertina del libro che si sbilancia e cade dal comodino.<br />
Lara spalanca gli occhi incredula. «Ma che cazzo fai».<br />
Adrian spegne l’abat-jour e scivola verso di lei.<br />
«Quando l’eco dei turchi si allontana», riprende con voce bassa, «Victor fa ritorno al campo e vede i suoi amici, i suoi genitori, Florina; tutti fatti a pezzi. Le teste infilzate sui ceppi, fisse in espressioni innaturali. I corpi bruciati e rattrappiti, lasciati ai ratti».<br />
Lara vede gli occhi di Adrian guizzare nel buio, piccoli e vuoti. Allunga un braccio verso il paralume ma Adrian le afferra ancora il polso. Tenta di divincolarsi, lui lo stringe con forza.<br />
«Lasciami».<br />
«Nella testa di Victor accade qualcosa di terribile. Il ragazzino perde la sua parte umana, diviene un mito. L’Orso di Calarsi, così lo chiameranno per il resto della sua vita. Tutta la stramaledetta Turchia aveva terrore dell’Orso di Calarsi. Dal più disperato dei contadini su fino al grande sultano. L’Orso di Calarsi addestra i suoi orsi ad uccidere; di più, gli insegna a sventrare e mangiare i nemici: gli ottomani prima e gli zaristi poi. E Victor uccide con loro, mangia i nemici con loro».<br />
«Mi stai spaventando».<br />
Adrian la fissa nel buio. «Ecco da dove vengo io. Ecco il mio deochi». La tira a sé. «Ecco <em>chi sono</em>», sibila.<br />
Lara fa una smorfia di dolore. Cerca di liberarsi usando l’altro braccio ma Adrian lo blocca.<br />
«Lasciami andare».<br />
Adrian risponde con una specie di risucchio, un verso di rifiuto sordo e osceno.<br />
Lara si sente debole. Non capisce cosa le sta succedendo. Lo fissa atterrita. È capace solo di un sommesso lamento.<br />
«Io e te siamo la nostra storia»<br />
«Cosa ne sai di chi sono?» gli chiede, quasi implorandolo.<br />
«Lo so da duecento anni chi sei, Lara».<br />
Adrian le sorride d’un sorriso freddo e impuro, la tira sotto di sé con forza, le incrocia le braccia e la schiaccia puntandole un ginocchio sulla pancia.<br />
Lara soffoca un urlo di dolore, non riesce a respirare e nel buio vede solo i suoi denti.</p>
<p>Claudio Conti è stato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XdIuS3SWJAw">finalista</a> al Premio Italo Calvino 2021.</p>
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		<title>L&#8217;unica lezione che la vita mi ha insegnato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/18/lunica-lezione-che-la-vita-mi-ha-insegnato/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2021 05:00:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Martino Costa]]></category>
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		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Martino Costa</strong><br />
Un estratto dal romanzo "Trash", Pessime idee edizioni 2021, finalista al Premio Calvino 2020]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Martino Costa</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>(Per gentile concessione dell&#8217;editore, pubblichiamo un estratto dal romanzo </em><strong><a href="https://www.pessimeidee.it/catalogo/trash/" target="_blank" rel="noopener">Trash</a></strong><em> di Martino Costa, Pessime idee edizioni 2021, finalista al Premio Calvino 2020).</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: left;">È una sensazione davvero strana e non sono sicuro che sia così per tutti, eppure credo non sia molto diverso, o no? La vita, dico. Non è così un po’ per ciascuno di noi, che ci sei tu e poi c’è la vita? E non è che sia la stessa cosa, proprio per niente. Quando mi iniettavo l’eroina per esempio, questo concetto era così chiaro che non c’era bisogno di alcuna spiegazione. È quando sono lucido che le cose si complicano, i contorni non sono più così netti, tutto si confonde e non capisco più nemmeno dove finisce il dolore degli altri e dove comincia il mio. Presto mi manca il respiro persino, come se l’aria dovessi litigarmela con tutto l’universo e non ce ne fosse abbastanza per tutti. Devo inspirare con urgenza, quasi con violenza, per non farmela strappare. Come nelle riunioni del sindacato. Sembra una cosa idiota, a dirla tutta. Siamo lì a tirare con forza per i nostri diritti, che in fondo sono come l’ossigeno, e dall’altra parte della fune c’è il resto del mondo. E mi chiedo ancora una volta: dove finisce il nostro dolore, e dove comincia quello degli altri? E so bene che la colpa è di quella cagna bastarda che mi accompagna da mattina a sera. È lei che mi tira fuori con foga da casa e mi fa andare a un passo molto più svelto di quel che vorrei. È lei che mi sprona ad alzarmi, a confrontarmi, che mi fa sbattere contro cose e persone. A me in fondo basterebbe così poco: quel tanto di ossigeno, di acqua e di calorie a tenermi in vita; una coperta per le notti gelide, i miei occhi per osservare e una buona droga a farmi compagnia. Sarebbe così semplice. Mica andavo in giro a disturbare nessuno, no no. E invece, sai come si dice: i fatti della vita, appunto. Che se uno si limita a farsi gli affari suoi tutto fila liscio come l’olio. È quando ti tirano in mezzo a mille cose che non avresti nemmeno voluto sentir nominare che tutto si mescola e si complica.</p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-90409 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/trash.jpg" alt="" width="397" height="595" /></p>
<p style="text-align: left;">Io alla fine, mi son ripulito. Adesso prendo cose legali: una ricetta medica, un salto in farmacia, e son tutti contenti. Però non è più come prima. Solo mi son detto: a far dentro e fuori dalla galera non mi va.</p>
<p style="text-align: left;">Dentro si sta uno schifo: prima ti arrivano le botte, poi ti arriva la rota e alla fine, quando credi che in fondo ci potresti pure vivere lì, ti risbattono fuori con un calcio nel culo. E di nuovo sei in strada, di nuovo a cercare chiarezza e semplicità. Ma niente, proprio niente è chiaro e semplice in questo mondo. Ecco forse questa è l’unica lezione che la vita mi ha insegnato. Sarà che ho la testa dura. In fondo deve essere per quello che mi scrivo le parole che non conosco su un taccuino. Così almeno apprendo ogni giorno qualche cosa di nuovo, e mi si aprono nuovi orizzonti. Faccio bene? Mah, non lo so. Ieri ho imparato la parola “vorace”. A quarantotto anni. Che miseria. La cosa buffa è che io non ho mai fame e mangio perché è ora, mica per altro, forse è per quello che non ne conoscevo il significato. Eppure non mi pare che a imparare cose nuove la vita si arricchisca, direi anzi il contrario: si restringe fino ad appiccicarmisi addosso come un goldone. Io do la colpa al Lexotan, che non è abbastanza forte. È una mezza sega di droga, a essere sinceri. Così alla sera non è più un cane cencioso che lascio fuori sullo zerbino, ma la mia stessa pelle, che appendo a un gancio e per qualche istante rimango a fissarla immobile, mentre ciondola lentamente e sgocciola. Ne provo ribrezzo. Rientro di fretta tra le mie quattro mura, accendo la televisione e un poco mi assopisco in quell’atteggiamento di ricezione passiva e indolore. Bevo il mio tè ed è un piacere sentire il calore scendere per la gola e depositarsi nello stomaco. Mi disturba solo il fatto di dover pisciare subito dopo. Avevo persino pensato a delle soluzioni da ottuagenario per evitarmi la scocciatura di alzarmi e raggiungere il gabinetto. Poi ho desistito perché trovavo la cosa indecorosa, il che mi ha stupito, e di nuovo ho dato la colpa al Lexotan, o meglio ai suoi deboli principi attivi.</p>
<p style="text-align: left;">Per il resto non posso lamentarmi troppo. Ho una casa di trenta metri quadri tutta per me, fin troppo. Ho uno stipendio che sarebbe da fame, se avessi qualcuno da mantenerci, oltre me.</p>
<p style="text-align: left;">Le mie esigenze sono contenute. Sono pelle e ossa, non bevo e non mi drogo più. Il Lexotan me lo passa lo Stato e io sto una bellezza. Mangio come un criceto, e mi compro magliette da mezzo euro al mercato dei sudamericani. Solo non riesco a far pace con la mia vita. Sta lì mi guarda, ammicca a volte e sembra portarmi per strade che mai avrei voluto percorrere, verso luoghi che mai avrei voluto visitare.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La Heimat è una cosa da matti? Intervista a Maddalena Fingerle</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/31/la-heimat-e-una-cosa-da-matti-intervista-a-maddalena-fingerle/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Accardo]]></category>
		<category><![CDATA[lingua madre]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanni Accardo</strong><br /> 
“Lingua madre” è il romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle. Proviamo a farci raccontare qualcosa in più da un'autrice che i lettori di Nazione Indiana conoscono: proprio qui ha pubblicato alcuni suoi racconti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Accardo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88880" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-192x300.jpg" alt="" width="350" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-768x1199.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-250x390.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-200x312.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni-160x250.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Fingerle_Lingua-madre_Italo-Svevo-Edizioni.jpg 1424w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>“<strong><a href="https://www.italosvevo.it/libri/lingua-madre/" target="_blank" rel="noopener">Lingua madre</a></strong>” è il romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle, bolzanina trapiantata a Monaco di Baviera, dove ha studiato germanistica e sta svolgendo un dottorato di ricerca in italianistica, pubblicato da Italo Svevo e con cui ha vinto l’ultima edizione del Premio Calvino, il più importante premio letterario italiano per esordienti. La vicenda è quasi interamente ambientata a Bolzano, con una parte a Berlino, e in qualche modo è una dissacrante riflessione su talune ossessioni che caratterizzano l’Alto Adige/Südtirol, soprattutto ossessioni linguistiche e identitarie. Un romanzo fortemente comico, specie nella prima metà, di grande maturità stilistica e di notevole freschezza.</p>
<p>Nell’intervista che segue proviamo a farci raccontare qualcosa in più dall’autrice, che i lettori di <em>Nazione Indiana</em> conoscono bene, visto che proprio qui ha pubblicato alcuni suoi racconti.</p>
<p><em>Paolo Prescher, anagramma di parole sporche, non sopporta le parole sporche, appunto, cioè quelle segnate dalla falsità, dall’ipocrisia. Ci fai qualche esempio?</em></p>
<p>Giuliana, la madre, utilizza espressioni politicamente corrette ma in maniera totalmente ipocrita, dice per esempio “sudtirolese di madrelingua tedesca” e “persona di colore”. Paolo odia la falsità con la quale lo dice e preferirebbe un atteggiamento sincero che per lui si rispecchia in espressioni come “tedesco” o “negro”.</p>
<p><em>Pur vivendo a Bolzano, anzi, forse proprio per questo, non crede nel bilinguismo. Perché?</em></p>
<p>Cresce in una famiglia italiana senza parlare il tedesco. Non crede nel bilinguismo altoatesino perché è qualcosa che sente nominare a livello politico ma di cui non trova riscontro nel quotidiano, tanto che il tedesco lo impara da solo con i libri e lo migliora poi a Berlino.</p>
<p><em>Il protagonista si accorge che non basta conoscere il tedesco per sentirsi davvero figlio della sua terra, l’Alto Adige/Südtirol, anche perché, ragiona, la vera lingua è il dialetto sudtirolese, inaccessibile agli italiani, che proprio di un dialetto sono orfani.</em></p>
<p>Per Paolo, ossessionato dalle parole, la mancanza di un dialetto è qualcosa di molto sofferto e che invidia, per esempio, all’amico napoletano che conosce a Berlino, ma in realtà anche a Jan, amico d’infanzia, che parla dialetto sudtirolese. Vorrebbe anche lui una lingua della famiglia, una parlata marcata, forte, decisa. Nei confronti del dialetto prova (in)sofferenza, legata all’essere cresciuto in un luogo di cui conosce una sola lingua. Personalmente non credo che il dialetto sia inaccessibile, penso però sia difficile da imparare in età adulta senza che faccia effetto scimmiottamento.</p>
<p><em>E ritiene la Heimat una cosa da matti.</em></p>
<p>La Heimat è una cosa da matti. Lo pensa da ragazzino, poi però rivaluta il concetto di Heimat una volta arrivato a Berlino, quando, solo, si accorge che una specie di Heimat, legata alla figura del padre, ce l’ha avuta e l’ha persa insieme a lui: “L’unica cosa brutta di Berlino è che mi sento un po’ solo perché non ho amici e non parlo praticamente con nessuno. Anche a Bolzano non avevo amici e non parlavo praticamente con nessuno, ma finché c’era papà io non mi sentivo così. Forse era quella la mia Heimat, non sentirmi solo.”</p>
<p><em>Per Maddalena Fingerle il rapporto con la sua terra d’origine può essere solo conflittuale? Dipende dall’essere italiani? Credi che per un tedesco, anzi un sudtirolese di madrelingua tedesca (sic!), sia diverso?</em></p>
<p>Sul piano della realtà non lo credo, no, penso però che ci sia ancora una forte divisione tra i mondi di madrelingua italiana e tedesca. E che ci siano molti pregiudizi. E diffidenza. A volte mi stupisco pensando che si possa vivere anni in un luogo senza conoscere una delle due lingue che lì vengono parlate. Mi sembra assurdo, possibile che non ci sia un minimo di curiosità, almeno? In linea generale è vero che le persone di madrelingua tedesca tendenzialmente sanno l’italiano, mentre le persone di madrelingua italiana raramente sanno il tedesco e, ancora più raramente, il dialetto; ma ci sono eccezioni, ovviamente. Il mondo sudtirolese di lingua tedesca l’ho conosciuto solo l’anno scorso, dopo il Calvino, quando sono stata accolta alla biblioteca Teßmann. Avevo paura di non capire e invece ho avuto una sensazione simile a quella che ho provato in Puglia al Festival Armonia: mi sono sentita a casa, che è molto raro, per me.</p>
<p><em>È solo trasferendosi a Berlino che Paolo finalmente scopre le parole pulite e trova un luogo dove si sente a casa. Pensi che per amare la propria terra sia necessario andar via, cioè prenderne le distanze?</em></p>
<p>Paolo si sente a casa soprattutto quando conosce Mira, di cui si innamora. Lei gli pulisce le parole ed è grazie a lei che Paolo riesce ad amare Bolzano, riscoprendola: ciò che prima gli faceva orrore, insieme a Mira diventa improvvisamente meraviglioso perché lo è per lei e lui lo guarda attraverso il suo sguardo. Paolo da piccolo odia così tanto la città che ha bisogno di allontanarsi per poterla poi amare. In generale, nella realtà, non lo so. Io, che vivo a Monaco e sto costruendo casa in Allgäu, sicuramente inizio a sentirne nostalgia. Ma è più per le persone e per la radio italiana in sottofondo, che per il luogo; forse dipende anche dal fatto che non ci si può spostare a causa della pandemia.</p>
<p><em>Vero protagonista del tuo romanzo è la lingua, anzi, le parole. Le cose non esistono, ci vuole dire Paolo Prescher, finché non le nominiamo, solo dopo acquistano la loro identità, evocano emozioni, hanno odori?</em></p>
<p>Assolutamente sì! La parola per Paolo è la cosa, ha un rapporto sinestetico e ossessivo con la lingua e con le letture e la ripetizione. Ci sono parole sporche e pulite, ma anche parole in grado di sfamarlo, parole (e voci) che lo spaventano e parole che lo tranquillizzano.</p>
<p><em>A partire dalla terza parte assistiamo a una progressiva normalizzazione dello stile e anche del protagonista, come mai?</em></p>
<p>Il linguaggio segue le fasi della vita di Paolo in una sorta di climax in tre atti. Nella prima parte, a Bolzano, la voce è quella di un ragazzino, è la sua naturale di quando è a casa ed è insofferente e addolorato; nella seconda parte, ambientata a Berlino, il linguaggio, attraverso l’innamoramento, diventa positivo e si calma, Paolo stesso è come anestetizzato, ciò che prima lo infastidiva ora lo riscopre grazie a Mira. Nella terza e ultima parte, in cui Paolo perde il contatto con il reale, le parole si svuotano invece di senso, il mondo si ovatta e si allontana, lasciando così spazio al delirio finale.</p>
<p><em>Le prime due parti, molto pirotecniche linguisticamente, sono fortemente dissacranti e derisorie, è la lingua più che la storia a decidere il registro di un romanzo?</em></p>
<p>Non credo che ci sia una divisione dicotomica tra lingua e storia che vanno invece di pari passo. L’esperimento linguistico è nella terza parte, dove italiano e tedesco si mescolano, le parti dissacranti sono legate al fastidio che prova Paolo nei confronti dell’ipocrisia bolzanina, nella parte e nell’ultima parte. È vero però che una storia priva di una voce adatta tendenzialmente non mi affascina e, quando leggo, cerco un registro che sia deciso, come Paolo con i dialetti.</p>
<p><em>Paolo ha un giudizio molto duro sui suoi insegnanti di Bolzano, dice che s’interessano solo di radici e territorio, di beghe sui monumenti e sui nomi delle vie, mentre sono disinteressati agli scrittori che arrivano da fuori. Condividi?</em></p>
<p>Non ha importanza se condivido o meno perché sono due piani differenti, questo è il filtro di Paolo, all’interno della finzione letteraria e non la realtà. Lui si innervosisce per il provincialismo e la megalomania dei suoi insegnanti che, se non organizzano loro gli incontri con gli scrittori, se ne disinteressano.</p>
<p><em>Come pensi che sarà accolto il tuo libro dai lettori di Bolzano e dell’Alto Adige? Come vorresti che fosse letto?</em></p>
<p>Vorrei che venisse letto come una storia di finizione che racconta di un giovane uomo ossessionato dalle parole e non solo come una storia su Bolzano. Certamente Paolo non avrebbe le ossessioni che ha se fosse cresciuto, per esempio, a Roma: ne avrebbe avute altre e la storia sarebbe stata diversa. Ma sono proprio le ossessioni che mi interessano. È il filtro di Paolo, il suo modo di vedere e sentire le parole è ciò che ho voluto raccontare, partendo dall’idea che fosse l’esasperazione di idiosincrasie che possiamo avere tutti, evitando di etichettare le sue stranezze come malattia mentale.</p>
<p><em>Possiamo rivelare un segreto ai lettori? Il tuo incontro con il premio Calvino risale al 2009, quando eri ancora una studentessa di liceo, ed è merito di Giorgio Vasta, la cui lingua, tra l’altro, è da te estremamente apprezzata.</em></p>
<p>Certo, e solo a pensarci mi emoziono perché quel ciclo di incontri, organizzato da te (sveliamone un altro di segreto!) me lo ricordo ancora. Mi ricordo soprattutto Giorgio Vasta che parlava del Calvino e delle schede di lettura e pensai per la prima volta: parla pulito. Per me quell’espressione designava una precisione di linguaggio, un rispetto e una correttezza che non avevo mai percepito così. Ritrovai tutto ciò nel romanzo <em>Il tempo materiale.</em></p>
<p><em>Un’ultima domanda sugli scrittori italiani che ti hanno formata e in un certo senso dato una lingua.</em></p>
<p>A nove anni mi coprivo di ridicolo vantandomi di aver letto <em>Il Gattopardo,</em> recitavo le battute di Angelica a memoria, probabilmente senza nemmeno capirle. Allo stesso modo leggevo la poesia italiana del Novecento, mi trascinavo quei volumi Einaudi ovunque e giocavo a cercare le ricorrenze. Quando leggevo Bernhard non avevo bisogno di mangiare perché mi sfamava e mi faceva ridere e mi faceva piangere. Ho pensato mi scoppiasse il cuore quando ho letto <em>Bassotuba non c’è </em>perché Nori è così bravo – mi dicevo, terrorizzata dalla velocità del battito – ma così bravo che sembra morto. L’<em>Adone </em>è il mio nuovo tormentone (da quattro anni, ormai), il modo in cui Marino riesce a giocare con i riferimenti intertestuali mi diverte e mi affascina così tanto che mi viene voglia di urlare. Bisognerebbe leggerlo a scuola! E non le parti noiose…</p>
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		<title>Il perturbante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Nov 2017 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Autori Riuniti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Imbrogno]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Di seguito, un estratto del romanzo &#8220;Il perturbante&#8221;, Autori riuniti 2017, finalista e menzione speciale al Premio Calvino 2016] di Giuseppe Imbrogno Da due giorni si sono abbassate le temperature. L’inverno è arrivato, ha messo fine a un lungo autunno, tra un mese scarso sarà già primavera. È ancora tempo di saldi, ogni volta durano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-70788" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/COPERTINA__Imbrogno_Il_Perturbante-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/COPERTINA__Imbrogno_Il_Perturbante-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/COPERTINA__Imbrogno_Il_Perturbante-768x1074.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/COPERTINA__Imbrogno_Il_Perturbante-732x1024.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/COPERTINA__Imbrogno_Il_Perturbante.jpg 1770w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" />[Di seguito, un estratto del romanzo &#8220;Il perturbante&#8221;, Autori riuniti 2017, finalista e menzione speciale al Premio Calvino 2016]</p>
<p>di <strong>Giuseppe Imbrogno</strong></p>
<p>Da due giorni si sono abbassate le temperature. L’inverno è arrivato, ha messo fine a un lungo autunno, tra un mese scarso sarà già primavera. È ancora tempo di saldi, ogni volta durano qualche giorno di più. Detesto la primavera, detesto l’estate. Tra un numero sufficiente di anni potrò finalmente vivere una lunga, unica stagione autunnale di saldi perenni.</p>
<p>È giovedì sera, sono in Corso Buenos Aires, non ho niente da fare, niente da comprare. Cammino lentamente, guardo le vetrine, guardo le persone, camminano sul marciapiede, attraversano la strada, entrano ed escono dai bar, dagli store d’abbigliamento. C’è molta gente sul marciapiede, bisogna stare attenti per non urtare qualcuno, esserne urtati, i negozi sono semivuoti. Due orientali mangiano anelli di calamaro fritti seduti al tavolo esterno di un bar, esposte all’ingresso ci sono le fotografie retroilluminate di alcune pietanze. Pizza capricciosa, lasagne, cotoletta alla milanese, rucola e pomodorini.<span id="more-70786"></span> Un barbone è seduto per terra, la schiena appoggiata alla vetrina di un negozio di scarpe in svendita totale, <i>temporary shop </i>dice il grande adesivo sul vetro, il barbone tende una mano verso i passanti, l’altra è appoggiata al marciapiede, il polso che si ette a 90 gradi, l’avambraccio teso e percorso da un forte tremolio, potrei giurare che è una posa, una performance, non perdo tempo a leggere il cartello davanti a lui, il barbone recita a uso e consumo dei passanti. A pochi metri, tre neri alti e magri con le loro borse e cinture di non evidente contraffazione. Più avanti ancora, una libreria. In una delle tre vetrine che affacciano sul Corso, c’è la gigantografia in cartone di una ragazza, i capelli castani, carina, non bella, trecentomila copie vendute, il suo esordio, mi lascio alle spalle la libreria, continuo a camminare. Il negozio cinese per le unghie colorate. Un altro bar. Il negozio della Frette, lenzuola e altra biancheria con il 70% di sconto.</p>
<p>Poi, un piccolo locale, una sola vetrata, pochi metri quadrati, dove si può fare l’aperitivo con birre artigianali e vini organici. È abbastanza affollato, non tanto da impedire l’accesso. Entro. Trovo un po’ di spazio al bancone, il tizio ha un anello con un teschio in rilievo al medio della mano destra e un tatuaggio sull’avambraccio sinistro, snocciola nomi di birra che si suppone siano pregiate, io chiedo una chiara in bottiglia. In sequenza i clienti si avvicinano al bancone per ordinare i loro drink, mi premono sul fianco, sulla schiena, accetto la mia situazione, non ho un’alternativa, guardo il tatuato spillare due medie rosse, poi prendere una bottiglia dal frigo, la stappa, è la mia. È sufficientemente fredda senza essere ghiacciata. Decido di berla direttamente dalla bottiglia, come piace a me. Mi guardo intorno e apprezzo la scelta di illuminazione del locale con luci soffuse che consentono di distinguere corpi e fisionomie senza dare troppo nell’occhio. Tre uomini sui quarant’anni che cercano di dimostrarne qualcuno di meno. Una coppia che parla fitto. Due donne che sembrano appena uscite dall’ufficio, devono essere colleghe. Una delle due ha un volto familiare.</p>
<p>Giulia. Questa città non è sufficientemente grande per consentirti di evitare quelli che conosci. Questione di minuti e lei girerà di quarantacinque gradi la testa e mi vedrà, non posso impedirlo. Potrei bere la mia birra a veloci sorsate, accorciare il tempo della mia permanenza, sarei comunque costretto a passarle accanto per uscire dal locale e non ho voglia di sprecare così la mia birra. Guardo una per- sona che conosco da anni ed è la prima volta che posso osservarla senza che lei ne abbia consapevolezza. Sotto questa luce e a questa distanza risulta essere una donna di discreta avvenenza, non si notano le rughe e i piccoli difetti del viso che io so ormai a memoria. Giulia resta nel complesso una donna piacevole anche a una distanza ravvicinata. Non avendo mai avuto una relazione sentimentale o sica con lei, penso alla distanza minima che abbiamo raggiunto nel corso di questi anni, a quanti fossero i centimetri. Escludo i baci sulla guancia che ci scambiamo in segno di saluto. Escludo i periodi inferiori ai cinque secondi. <i>Ogni analisi deve avere i suoi parametri, i suoi confini, altrimenti si rischia di perdersi</i>, ci intimava Normann. Non trovo una risposta tra i miei ricordi. Penso a Federico e a come Giulia e Federico siano stati sicuramente e, a lungo, diverse volte, a nemmeno un millimetro l’una dall’altro. Penso a come la prossemica ci consenta una classificazione in fondo non scontata delle persone che conosciamo e delle relazioni che abbiamo con loro. Mi chiedo se la prossemica si possa applicare anche al social, in sostituzione di modalità di classificazione ormai esauste. Mi chiedo se ho mai desiderato accorciare quei centimetri tra me e Giulia, ritengo che lei in passato lo abbia desiderato, chissà adesso. Passo velocemente in rassegna quello che so di Giulia, quello che mi ha detto lei e quello che ho scoperto per conto mio, nelle mie ricerche. Penso a come sia una donna intelligente e attraente e gentile e a come sia del tutto priva di fascino.</p>
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