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	<title>premio John fante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Calafiore &#8211; Arturo Belluardo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/16/calafiore-arturo-belluardo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class=" wp-image-78737 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Belluardo_Calafiore_low-191x300.jpg" alt="" width="265" height="402" /></strong></p>
<p class="primariga"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad alzare una mano per passarmela sul viso, ma le mani non ne vogliono sapere di muoversi, quasi fossero tenute ferme dietro la schiena da una morsa di ferro. Anche i piedi sono bloccati e il culo, il mio enorme culo roseo, non riesce a spostarsi da questa sedia. Ne sento il metallo attraverso la ridicola djellaba che Mauro mi ha costretto a indossare.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro, quel finocchietto bastardo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro: ma è stato lui a portarmi qui?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mi sento stringere la pancia in rotoli, come quando provo a farmi entrare a forza i pantaloni della stagione precedente.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Non posso muovermi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">E sono sveglio, sono sveglio, non è un incubo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Grido, ma riesco solo a proiettare un rantolo impastato, zucchero filato dalla paura, terrore distillato in purezza.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Tremo, scuoto i miei muscoli, il mio grasso, cercando di liberarmi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi sento di nuovo feto nel ventre, minacciato dalla madre che contrae la placenta per schiacciarmi, per espellermi da sé, per condannarmi alla luce.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Voglio piangere, per oppormi di nuovo alla nascita.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Invece rantolo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Poi, d’improvviso. Poi, daccapo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: -.05pt">La bocca e gli occhi mi si spalancano, accecati da un neon verdastro. E uno schiaffo, che mi fa colare saliva e sudore.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Dove sono? Dove sei? Mamma?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Adesso statti muto, se non ne vuoi un altro”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La voce è femminile, giovane, quasi affettuosa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Non distinguo le figure, la luce è violenta, non mi accoglie.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Apri la boccuccia, da bravo”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Un batuffolo di ovatta mi danza davanti, giro la faccia di scatto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E su, non fare i capricci”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza cerca di artigliarmi le guance, ma il sudore le impedisce la presa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ma come?”, con il tono stucchevole di chi si rivolge a un neonato. “Ti sei mangiato tutti quei tramezzini e fai tante storie per un po’ di cotone? E no, no, no, non si fa così”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi chiude il naso con le dita e mi costringe ad aprire la bocca.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il cotone idrofilo mi arriva quasi in gola e le labbra mi vengono incollate con il nastro adesivo marrone da imballaggi. Come quando chiudevo gli scatoloni di pratiche estinte da mandare all’archivio remoto di Anticoli Corrado. Dieci anni, poi il macero.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Respiro rumorosamente dal naso, mi cola muco grigioverde, mi sembra che il cervello mi stia uscendo dalle frogie, gocciolando dai peli sporchi di caccole.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Lo sguardo mi si va schiarendo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .1pt">Sono in un deposito per mobili, enorme, la saracinesca chiusa, un telo impermeabile sotto la sedia a cui sono legato. Cavi elettrici dall’anima di rame mi insaccano davanti e dietro, dall’alto in basso, torno torno la mia pancia, mi chiudono in un viluppo agganciato a un anello di ferro del pavimento.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Vicino alla parete, un ragazzo sta affilando un grosso coltello con una pietra rotonda e grigia, sembra pomice di Lipari. Le labbra increspate rivelano una fessura tra gli incisivi, zigomi e mento dolci, alla Kurt Cobain.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza mi guarda con un sorriso di scherno, la testa inclinata di lato, i ciuffi di capelli, azzurro improbabile, raccolti a ballonzolare, le orecchie curiose, quasi triangolari, da elfo. Sembra la fotocopia in piccolo di Cersei Lannister, una dea crudele nel corpo erotico di una nana. Mi sta riprendendo con un iPhone a pochi centimetri dal mio naso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non accendi il fuoco?”, le vocali dilatate e strascicate del ragazzo me ne fanno riconoscere l’origine. È siciliano come me. E questo mi aumenta la confusione, la paura.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“È presto ancora, vero tesoro?”, mi fa la ragazza puntandomi sulla pancia un piede rivestito da un calzino di spugna girocalcagno. Mi ha usato la gentilezza di togliersi l’anfibio bordeaux Dr. Martens. Ciononostante.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi piscio addosso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Le dita di Cersei stringono l’inquadratura sulla pozza gialla che si forma ai miei piedi, sulle gocce che si intersecano ai peli e alle varici dei polpacci.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Che cattivone. Alla tua età ancora non trattieni la pipì? Hai bisogno dei pannolini? Un omone così grande, immenso. Hai paura?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza piega la testa, scende con il suo sorriso alla mia bocca, i ciuffi di capelli che mi asciugano il sudore sulle sopracciglia. Faccio di sì con la testa, dilatando gli occhi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza scoppia a ridere, poi il sorriso si contrae in un ghigno, a lasciare scoperti canini di perla.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E fai bene”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il neon si riflette sulla lama che mi scorre sulla pancia aprendosi un varco sulla tunica di cotone grezzo, sui peli, sulla pelle. E l’iPhone a due centimetri dallo squarcio che riprende tutto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Alla prima riga di sangue, cerco di gridare, svengo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">E nel buio che mi risucchia all’indietro, dall’artiglio che mi trascina per la nuca, sento ripetere, soffice, il mio nome.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Calafiore. Calafiore…”.</span></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Arturo Belluardo</strong> è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe-Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succede oggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.</p>
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		<title>Ex ordres littéraires: Alberto Mossino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/06/ex-ordres-litteraires-alberto-mossino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 12:57:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alberto mossino]]></category>
		<category><![CDATA[premio John fante]]></category>
		<category><![CDATA[Quell'africana che non parla bene neanche l'italiano]]></category>
		<category><![CDATA[serge gainsbourg]]></category>
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					<description><![CDATA[da Quell&#8217;africana che non parla bene neanche l&#8217;italiano terrelibere.org edizioni, La domenica in Chiesa di Alberto Mossino (Vincitore Premio John Fante 2010: categoria Arturo Bandini opera prima) Domenica mattina, ore 11, davanti a Stazione Dora. Non è ancora arrivata, questa storia dell’African Time mi fa proprio incazzare, sempre in ritardo. Me ne sto lì ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Jb1ywVG2h6c?fs=1&amp;hl=it_IT"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p>da <a href="http://quellafricana.blogspot.com/">Quell&#8217;africana che non parla bene neanche l&#8217;italiano</a> terrelibere.org edizioni,</p>
<p><strong>La domenica in Chiesa</strong><br />
di<br />
<strong>Alberto Mossino</strong><br />
(<a href="http://www.johnfante.org/premio-john-fante-2010-i-finalisti-della-categoria-‘arturo-bandini-opera-prima’-494.html">Vincitore Premio John Fante 2010</a>: categoria Arturo Bandini opera prima)</p>
<p><em>Domenica mattina, ore 11, davanti a Stazione Dora.</em><br />
Non è ancora arrivata, questa storia dell’African Time mi fa proprio incazzare, sempre in ritardo.<br />
Me ne sto lì ad aspettare, vicino ad una fermata del bus, sotto il cavalcavia, intorno a me alcuni palazzoni che avrebbero urgente bisogno di manutenzione, 5 o 6 Phone Center ed un via vai di stranieri, africani, arabi, peruviani, rumeni, ormai questa zona è quasi tutta abitata da loro.<br />
Franco, Franco…<br />
È lei, la vedo arrivare dall’altro lato della strada, cazzo, ma come è vestita?<br />
Indossa un abito lungo e coloratissimo, pieno di pizzi e ricami con un copricapo enorme ancora più colorato. A vederla così agghindata sembra quasi un’altra persona… però, è proprio bella.<br />
Con lei ci sono altre 3 amiche vestite in modo quasi uguale, sembrano pronte per andare ad una festa importante, c’è anche Blessing.<br />
<span id="more-36543"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cope_72dpi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cope_72dpi.jpg" alt="" title="cope_72dpi" width="147" height="220" class="alignleft size-full wp-image-36544" /></a><br />
Ciao Franco, non c’è tuo amico? Lui bravo, tu di lui di telefonarmi.<br />
Ciao Blessing, come va? A casa in Nigeria tutto bene? Come sta tua madre?<br />
Bene, grazie, tutto bene, perché mi chiedi?<br />
Eh, lo so io perché te lo chiedo…<br />
Jennifer si avvicina, mi bacia sulla guancia e mi presenta alle amiche: this is my oyibò.<br />
Faccio finta di niente, dove andiamo?<br />
In Chiesa, vengono anche le mie amiche.<br />
Ecco, mi sembrava strano che volesse uscire con me gratis solo per vedermi, ‘sta stronza, le serviva un passaggio e per di più mi tocca anche andare in Chiesa.<br />
Lo sapevo che c’era la fregatura.<br />
Controvoglia le faccio salire in macchina e noto con sorpresa che hanno tutte una Bibbia in mano, dov’è la Chiesa?<br />
Vai di là, via Aosta.<br />
Se mi dici come si chiama la Chiesa, io magari so l’indirizzo.<br />
Ma non è Chiesa italiana, is Nigerian Church, Pentecostal.<br />
Pente… che?<br />
Lo sapevo che c’era la fregatura.<br />
Arriviamo davanti ad un magazzino dismesso, c’è un folto gruppo di nigeriani, tutti tirati a festa, le donne con vestiti colorati come quello che indossa Jennifer, gli uomini invece in giacca, cravatta e scarpe bianche, rosse, blu, in finto pitone con la punta enorme.<br />
Scendiamo, le ragazze iniziano a salutare i presenti, parlano tutti in dialetto ed io non capisco niente, nessuno mi degna di uno sguardo. Vicino a me accosta una Ford Fiesta blu, scendono 3 ragazze nigeriane che si uniscono al gruppo. Guardo l’uomo al posto di guida, italiano, di mezza età, magari divorziato o padre di famiglia. Un altro cretino come me che si è fatto fregare.<br />
Sul portone del magazzino qualcuno ha messo uno striscione plastificato dai colori sgargianti, provo a tradurre dall’inglese quello che c’è scritto: “Chiesa dei Fiumi di Potenza”, non ci posso credere.<br />
Franco non vieni? Dai, entra.<br />
Sì, Jennifer arrivo.<br />
La Chiesa è in un vecchio magazzino, ci saranno un centinaio di sedie di plastica, nessun dipinto alle pareti, solo festoni colorati.<br />
Il prete, che tutti chiamano Pastor Luke, è un uomo sui quarant’anni, molto elegante, mi ricorda Eddie Murphy. Inizia a predicare con veemenza, microfono in mano, cammina per la sala alzando le mani al cielo, invocando Dio e lo Spirito Santo. Dice che la grazia di Dio può arrivare in ogni momento, che bisogna affidarsi a Dio per ricevere benessere, fortuna e prosperità economica. Intorno a me si alzano le mani dei presenti, in modo scoordinato ognuno grida Amen, Alleluja, Jesus. Alcune donne ciccione cariche di gioielli d’oro dondolano su se stesse come se fossero entrate in trance. Ogni tanto il Pastore tocca con forza le testa di qualcuno invocando lo Spirito Santo.<br />
Mi incuriosisce un modellino di aereo di plastica messo davanti all’altare.<br />
Poi partono i canti, c’è una piccola orchestra sul palco che inizia a suonare in modo un po’ incerto, ma non importa, tutti cantano a gran voce, si alzano, ballano e le donne scuotono il culo, anche quelle più vecchie e grasse. Jennifer sembra immersa in questa follia collettiva, poi si volta a guardarmi, perché tu non balla?<br />
Mah, che devo fare, qui non si capisce se siamo in Chiesa o a Carnevale, vabbè, tanto vale ballare un po’. Inizio anch’io a danzare divertito, la musica ora ha un ritmo vagamente reggae, niente male.<br />
Davanti a me un ragazzo improvvisa passettini alla Michael Jackson.<br />
Vedo che ci sono anche un po’ di italiani, quasi tutti nelle prime file, probabilmente sono mariti o fidanzati di qualche nigeriana, alcuni indossano pure vestiti tradizionali africani, non sembrano molto a loro agio, non so se ridere o provare compassione.<br />
Dopo più di 2 ore di puro delirio, la funzione è finita, tutti si salutano, qualcuno inizia a discutere animatamente facendo un gran casino e gli uomini più giovani cercano di baccagliare le ragazze.<br />
Ti piace?<br />
La Chiesa? Sì, mi sono divertito, sembrava di essere ad una festa.<br />
Questa è Nigerian Church, noi balla e canta, tu vieni ancora domenica?<br />
Mah, non lo so, vediamo… (magari prima mi faccio un bel cannone d’erba, penso fra me e me).<br />
Senti Jennifer, ma perché c’era un piccolo aereo sull’altare?<br />
Pastor Luke viene da Nigeria, lui è pilot di aereo, lui mette aereo in Chiesa per avere protection da Dio.<br />
Ah, ecco…<br />
Adesso dove andiamo Jennifer?<br />
Io va a casa di mia amica a mangiare, tu vieni?<br />
Ci penso un attimo, non ne sono molto convinto.<br />
No, vado a casa, vengo un’altra volta.<br />
Mi dai passaggio?<br />
Dove vai?<br />
A casa di mia amica, vicino a Stazione Lingotto.<br />
Ma è dall’altra parte della città…<br />
Dai, dammi passaggio.<br />
Va bene, va…<br />
Blessing, Faith, Johnny, come, oyibò give us passaggio.<br />
Così mi è toccato attraversare tutta Torino per dare un passaggio a lei, alle sue amiche ed ad un ragazzone nero che fa un po’ troppo lo spavaldo.<br />
Ed io che mi immaginavo una giornata romantica in giro con Jennifer, magari andavamo alla Basilica di Superga a vedere Torino dall’alto, poi la portavo a casa mia, tranquilli…<br />
Invece mi ritrovo a passare la domenica in bianco… mi è toccato pure andare in Chiesa…<br />
Lo sapevo che c’era la fregatura.<br />
Guardo l’orologio, sono le 14,30, se mi sbrigo forse riesco ancora ad andare allo stadio e rimediare un biglietto per la partita. Il Toro gioca in casa.</p>
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		<title>Ex ordres littéraires: Paolo Piccirillo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 11:20:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni nutrimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Piccirillo]]></category>
		<category><![CDATA[philippe schlienger]]></category>
		<category><![CDATA[premio John fante]]></category>
		<category><![CDATA[zoo col semaforo]]></category>
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					<description><![CDATA[da Zoo col semaforo di Paolo Piccirillo, edizioni Nutrimenti (Premio John Fante 2010: finalista della categoria Arturo Bandini opera prima) Alle due di ogni pomeriggio della sua vita Carmine Salziello si ferma sul bordo della strada e prega. Due Ave Maria, un Padre Nostro e un Gloria al Padre. Carmine Salziello detto ’o Schiattamuort’ abita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_36531" aria-describedby="caption-attachment-36531" style="width: 211px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/coq1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/coq1-211x300.jpg" alt="" title="coq1" width="211" height="300" class="size-medium wp-image-36531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/coq1-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/coq1.jpg 330w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a><figcaption id="caption-attachment-36531" class="wp-caption-text">Immagine di Philippe Schlienger</figcaption></figure>
<p>da <em><a href="http://www.nutrimenti.net/Documents.asp?DocumentID=1075">Zoo col semaforo</a> di <strong>Paolo Piccirillo</strong>, edizioni Nutrimenti<br />
(<a href="http://www.johnfante.org/premio-john-fante-2010-i-finalisti-della-categoria-‘arturo-bandini-opera-prima’-494.html">Premio John Fante 2010</a>: finalista della categoria Arturo Bandini opera prima)</em></p>
<p>Alle due di ogni pomeriggio della sua vita Carmine Salziello si ferma sul bordo della strada e prega. Due Ave Maria, un Padre Nostro e un Gloria al Padre.<br />
Carmine Salziello detto ’o Schiattamuort’ abita in una villetta di campagna. Una villetta isolata che non si trova in una zona residenziale insieme ad altre villette tutte uguali.<br />
Carmine vive lontano dal centro abitato, e c’è solo qualche metro di stradina sterrata a dividere la porta di casa sua dalla tangenziale Aversa-Napoli. Lì intorno non c’è niente di interessante, solo qualche acquitrino di inverno e la puzza di bufale tutto l’anno.<br />
Carmine esce dal cancello di casa e percorre lo sterrato, pochi passi nel fango duro, umido anche quando non ha piovuto. Sei metri in tutto. Se abitasse in una villetta accogliente e perfetta, questo sarebbe il suo vialetto di ghiaia, con i sette nani sorridenti a fare la guardia. Il suo sterrato invece neanche più le talpe lo sorvegliano, perché il terreno è troppo duro per qualsiasi forma di vita. È diventato cemento.<br />
<span id="more-36530"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/zoo_cover.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/zoo_cover-190x300.jpg" alt="" title="zoo_cover" width="190" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36532" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/zoo_cover-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/zoo_cover-650x1024.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/zoo_cover.jpg 1350w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a><br />
Appena dopo i sei metri Carmine si ritrova sulla tangenziale.<br />
Inizia a camminare sulla terra fangosa che sfiora la strada, rasente il guardrail e le macchine che gli sfrecciano accanto. Poche suonano il clacson. Corrono, e lungo quel tratto di tangenziale che porta al punto dove Carmine si ferma e prega, esattamente al chilometro ventitré della tangenziale Aversa-Napoli, c’è sempre una scia di animali morti investiti. Volpi, gatti, cani, ricci, piccioni, donnole; un giorno Carmine ci trovò persino un vitello.<br />
Mentre prega Carmine si appoggia alla pala, col mento pesante sulla mano destra, dove tiene la busta nera per gli animali.<br />
Oggi dal primo Ave Maria all’unico Gloria al Padre, che conclude il suo rosario, Carmine si bestemmia in testa tutto il tempo. Perché proprio davanti alla lapide del figlio c’è un gattino morto che puzza di fogna, copertoni bruciati e merda. Di morte.<br />
Carmine si fa la croce e dà un bacio alla foto sulla lapide.<br />
La foto ritrae un ragazzino sorridente. Ritrae una mano poggiata sulla sua spalla. La mano è di Carmine, ma si vede solo la mano e metà braccio. Nella foto Carmine non ha importanza, perché quella è la lapide di suo figlio, non la sua.<br />
Se aveva i capelli biondi o neri, il colore degli occhi, se era abbronzato o pallido non è possibile saperlo. La foto è in bianco e nero. Chi si trova a passare di lì con la macchina se avesse voglia di confrontare data di nascita e data di morte, saprebbe solo che Nicola Salziello è morto a dodici anni. Vent’anni fa.<br />
Ogni giorno tornando verso casa Carmine raccoglie gli animali morti investiti. Lo fa sempre. Quella strada la vuole pulita.<br />
Oggi è il giorno di due piccioni, un riccio e una volpe. Una volpe c’è sempre. E del gattino che puzza anche se è morto da poco.<br />
Gli animali Carmine li solleva con la pala e li mette nella busta dell’immondizia.<br />
Questo gattino però è completamente spiaccicato sull’asfalto arroventato.<br />
Carmine prova a sradicarlo con la pala, ma è quasi impossibile. Il gatto sembra incollato. Impiantato. Sembra sia stato asfaltato insieme alla strada.<br />
Sul piccolo corpo c’è la forma degli pneumatici.<br />
Con la pala Carmine prova ad alzargli la testa. Niente da fare, e se facesse più forza se ne verrebbe via solo quella. Ormai è quasi staccata dal corpo. Sanguina ancora, di sangue non più fresco, di liquidi bianchi e gialli, umidi.<br />
Lo lascia stare lì, bestemmia la Madonna e se ne va.</p>
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