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	<title>privatizzazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni&#8221;. Introduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandra Caputi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alessandra Caputi e Anna Fava</strong> <br /> Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">[Per Castelvecchi è appena uscito <em>Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni </em>di Alessandra Caputi e Anna Fava, prefazione di Tomaso Montanari. Ne pubblico l&#8217;introduzione. <em>ot</em>]</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Alessandra Caputi</strong> e <strong>Anna Fava</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità. Una parte molto estesa del territorio è gravemente compromessa sotto il profilo ambientale, urbanistico e sanitario: le attività industriali hanno lasciato alle proprie spalle macerie e inquinamento. Circa un decimo dell’intero comune, che si estende su una superficie di 11.900 ettari, rientra tra i Siti di Interesse Nazionale (SIN) per le bonifiche. Le aree contaminate occupano complessivamente un’area di oltre 1.200 ettari: zone deindustrializzate mai risanate, discariche abbandonate al degrado ambientale, aree di sacrificio che languono nell’attesa di una nuova speculazione. Tutto ciò che non è funzionale al profitto resta immobile, recintato, si tramuta in rovine. Nel centro storico, invece, la recente accelerazione dell’industria turistica, avvenuta a seguito dell’avvento di piattaforme digitali per le case-vacanza come Airbnb e Booking, ha innescato un rapido processo di estrazione di valore economico. La persistenza di forme di vita tradizionali e l’assenza di marcati processi di gentrificazione hanno reso appetibili le case del centro, da sempre abitate da un mix sociale che comprende anche le fasce sociali economicamente più fragili; grazie ai prezzi più bassi rispetto ad altri quartieri della città, esse sono diventate l’infrastruttura chiave di una crescita turistica incentrata sulla ricerca di esperienze “autentiche”. Ciò ha innescato un incremento dei valori immobiliari, che, a sua volta, ha aumentato la rendita, attirando maggiori investimenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il patrimonio culturale della città, ormai associato «al disimpegno e al divertimento»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è considerato unicamente come strumento di marketing territoriale. Dalla concessione di piazza Plebiscito a Ferrero per la festa della Nutella, alla promozione pubblicitaria di un fantomatico “brand Napoli” per attirare flussi turistici, fino alla recente, pericolosa idea di affidare il patrimonio culturale alla gestione di una fondazione, il patrimonio è adoperato come attrattore turistico. Il binomio “cultura-turismo”, cioè “cultura-economia”, ha soppiantato quello “cultura-cittadinanza”, in un clima di accondiscendenza acritica, in cui chi osa contestare è tacciato di arretratezza e ostilità al progresso. In pochi continuano a ribadire la funzione civile e politica della cultura e la centralità del pubblico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Interrogarsi sullo stato del patrimonio e sulla sua funzione, sullo stato dell’ambiente, dei servizi pubblici, del verde, della città e dei suoi quartieri significa interrogarsi sullo stato della democrazia. È con questo spirito che qui cercheremo di tratteggiare le vicende di alcuni quartieri di Napoli e del suo patrimonio ambientale e culturale, con l’intento di fornire spunti utili per un’indagine ad ampio raggio che tocchi questioni relative a debito pubblico e dismissioni, scommesse finanziarie e commissariamenti, mancate bonifiche, turistificazione del centro cittadino e privatizzazione delle acque marine: processi accomunati da un’idea di spazio urbano come luogo chiave della produzione biopolitica del capitalismo contemporaneo. A questo modello, in cui a disegnare la forma delle nostre città è la mano invisibile del mercato, esiste un’alternativa. Negli ultimi anni, nella città di Napoli sono sorti nuovi movimenti di partecipazione civica legati al movimento per i beni comuni, iniziato a Roma con l’occupazione del Teatro Valle. Sulla scia dell’esperienza romana, i protagonisti di quella napoletana hanno rivendicato come bene comune, insieme all’acqua pubblica, anche una parte del patrimonio comunale dismesso o semiprivatizzato, creando spazi di mutualismo, condivisione e autogoverno aperti all’intera città, funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Una congiuntura politica favorevole ha consentito di istituzionalizzare questo processo in seno al pubblico, creando, negli interstizi di una macchina politica troppo spesso autoreferenziale e incapace di comprendere le energie vive della città, processi avanzati di «democrazia di prossimità»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>(face to face democracy, come la definisce Murray Bookchin). La nascita di beni comuni, consulte, assemblee pubbliche, osservatori civici ha irrorato il tessuto democratico di linfa vitale. Queste nuove istituzioni hanno segnato la riscoperta di un valore dell’urbano che si oppone al modello capitalistico del profitto e alla governance neoliberale fondata sull’individualismo competitivo<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Esse, al contrario, rappresentano una manifestazione concreta dell’idea di bene comune come fondamento della vita collettiva, della democrazia, dell’uguaglianza, della cultura, della libertà<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Un’idea che dovrebbe riprendere a guidarci e a illuminare le nostre città.</p>
<p>Note</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo, Einaudi, 2011, pp. 8-10.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Mauro Pinto, Luca Recano, Ugo Rossi, New institutions and the politics of the interstices. Experimenting with a face-to-face democracy in Naples, «Urban Studies», anteprima online sul sito journals.sagepub.com, 1° maggio 2022 (https://bit.ly/3IMGNNb).</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ugo Rossi, Il centro storico di Napoli e il valore urbano conteso: Turistificazione, beni comuni, innovazione, in Atti del XXXIII Congresso Geografico Italiano (Padova, settembre 2021), pp. 4-5.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-101765 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg" alt="" width="627" height="878" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg 1082w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-768x1075.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-300x420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-696x975.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-1068x1495.jpg 1068w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></p>
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		<title>Una battaglia contro la privatizzazione dell&#8217;acqua: lo scandalo dell&#8217;acquedotto pugliese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2013 05:54:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[acquedotto pugliese]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Delfino Pesce]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Nicola Fanizza</p>
<p align="center">
<p align="center">
<p>Sin dall’alba del nuovo secolo, Piero Delfino Pesce manifesta un sensibile interesse per la politica locale. Da qui la spinta a candidarsi nel 1905 alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio provinciale di Bari. Grazie al voto dei suoi concittadini viene eletto consigliere provinciale per il mandamento di Mola per il settennio 1905-1912. L’amministrazione provinciale della terra di Bari era guidata da oltre ventidue anni dal senatore Nicola Balenzano, il quale si era fatto promotore nel 1902 – in qualità di Ministro dei Lavori Pubblici – della legge che istituiva la costruzione dell’Acquedotto Pugliese.</p>
<p>Da alcuni anni, pertanto, la popolazione della Puglia sitibonda viveva in un’atmosfera di rinascita, di autentica svolta epocale: non poteva nutrire alcuna diffidenza nei confronti di quel dono dello Stato che ben presto avrebbe mostrato il suo aculeo velenoso. <i>Timeo Danaos et dona ferentes = </i>Temo i Greci <i>proprio perchè</i> portano i doni scriveva Virgilio nell’<i>Eneide</i>. D’altra parte il termine tedesco <i>gift</i> sta a indicare il dono e, insieme, il veleno!</p>
<p>Di fatto la legge Balenzano prevedeva che lo Stato si sarebbe fatto carico della costruzione dell’opera solo qualora la gara d’appalto per la costruzione dell’acquedotto fosse andata deserta. Viceversa, la legge prevedeva che la società privata che si fosse aggiudicata l’appalto della costruzione della rete idrica pugliese, facendosi carico di una parte dei costi dell’opera, avrebbe ottenuto la gestione novantennale dello stesso Acquedotto. Alla gara d’appalto si presentò una «sola» ditta – la ditta Antico &#8211; che ottenne la gestione dei lavori.</p>
<p>Va da sé che i lavori procedevano con lentezza poiché la ditta appaltatrice era oltremodo interessata a procrastinare nel tempo il completamento dell’opera: il suo obiettivo era, infatti, quello di rallentare il più possibile i lavori per ottenere un vantaggio economico, derivante dalla variazione progressiva dei costi in corso d’opera.  E per di più Balenzano esercitava il ruolo ambiguo di Presidente del Consiglio Provinciale di Bari e, contemporaneamente, di consigliere di amministrazione della società appaltatrice dei lavori per l’acquedotto.</p>
<p>Preso atto di tale disegno e visti i legami inconfessabili fra la ditta appaltatrice e alcuni amministratori, Pesce si mise in gioco, ingaggiando dai banchi dell’opposizione una virulenta battaglia in seno al Consiglio Provinciale di Bari nei confronti della lentezza dei lavori, della gestione degli appalti e degli interessi privati, con l’obiettivo di rendere pubblica la gestione dell’Acquedotto stesso.</p>
<p>Vitantonio Barbanente ritiene che nel 1911 fu ottenuta una parziale vittoria: la legge Sacchi prevedeva che la Società costruttrice «non avrebbe più anticipato le somme (capitale più interesse del 5%) allo Stato per poi rivalersene con gli introiti dell’esercizio novantennale, ma trovava nello Stato stesso l’anticipatore di quelle somme, mantenendosi per altro immutata la concessione novantennale dell’esercizio. L’unico vantaggio, non certo compensatore del grosso sacrificio della pubblica amministrazione, l’abbreviazione di due anni del termine di consegna del primo <i>stato</i> dei lavori».</p>
<p>Per Pesce l’unica innovazione positiva era la clausola che prevedeva la presentazione di un programma di costruzione con una precisa scadenza poiché per il resto osservava: «Non si comprende quale utile abbia trovato lo Stato ad affidare ad una società di milionari all’uopo improvvisata la costruzione delle diversissime opere murarie. Se lo Stato avesse direttamente appaltato tali lavori a veri costruttori, avrebbe risparmiato la provvisione ultrausuraia ritenuta dalla ditta in questo giro di capitali, avrebbe scelto gli accollatari più adatti pagandoli meglio; avrebbe controllato direttamente la bontà delle costruzioni; avrebbe con le somme risparmiate dato un impulso maggiore ai lavori».</p>
<p>Emerge qui il <i>vizio d’origine</i> che ha avuto conseguenze esiziali sulla vita quasi secolare dell’Acquedotto Pugliese: proprio perché erano interessati a guadagnare il più possibile, i costruttori privati approntarono senza cura i canali e gli invasi e utilizzarono materiali scadenti per le opere murarie, determinando il progressivo decadimento della rete idrica che si trasformò ben presto in un colabrodo.</p>
<p>Contro il disegno di privatizzare la gestione dell’Acquedotto che avrebbe dato <i>più da mangiare</i> (ai gestori) <i>che da bere</i> (alla popolazione), Pesce continuò la sua battaglia, scrivendo nel 1912 anche un libello <i>L’Acquedotto Pugliese – Storia di un carrozzone</i>.</p>
<p>Nella denuncia dello scandalo, Pesce fu coadiuvato dal settimanale «La folla», diretto dal socialista libertario Paolo Valera. A partire dal marzo 1913, sulla rivista milanese, l’«amico di Vautrin» – pseudonimo che l’anarchico Mario Gioda utilizzava quando firmava i suoi articoli su «La folla» – scrisse alcuni articoli al fine di rendere pubblico lo scandalo inerente alla questione dell’Acquedotto Pugliese nella prospettiva di infrangere il «cerchio di silenzio» intorno alle accuse del suo amico Pesce.</p>
<p>Mario Gioda era già da un anno corrispondente da Torino per l’«Humanitas» – settimanale diretto da Pesce – e pertanto era in contatto epistolare con quest’ultimo, al quale, in data 13 marzo 1913, scrive: «Avrei intenzione di portare sulla <i>Folla </i>la questione Acquedotto Pugliese. Leggo avidamente i tuoi lucidissimi articoli. Però non sono nel cuore della questione. Non saprei su quali spunti particolarmente insistere e scuotere con violenza o su quali uomini politici concentrare lo scandalo. Mandami qualche nota sommaria. Segnami in margine al tuo opuscolo i punti più interessanti. Per intanto questa settimana con un articolo, in cui mi terrò sulle generali, inizierò follaiolmente il dibattito. E’ tempo di infrangere questo cerchio di silenzio intorno alle tue accuse. Ne hai diritto. E qui, credimi, non è l’<i>amico</i> che parla, ma il <i>collega</i>».</p>
<p>Nondimeno dalla lettera inviata da Gioda, in data 4 aprile 1913, a Pesce si evince che l’«amico di Vautrin» non condivideva il modo in cui il suo direttore aveva condotto fino ad allora la campagna di denuncia nei confronti dello scandalo dell’Acquedotto Pugliese: «Ho notato che hai accennato alla pagina della <i>Folla</i> su l’A. P. Ti ringrazierò quando mi farai avere il materiale per proseguire perché così come mi trovo, povero di documenti e di conoscenza del problema, sarei e potrei essere facilmente distrutto. Vero è che all’uopo non mancheresti di intervenire. Valera anzi desidererebbe avere lo scandalo dell’A. P. riesumato da te stesso. E’ poi mia personale impressione che come pubblicista la campagna mossa contro i responsabili dell’immane carrozzone sia da te condotta troppo cavallerescamente, troppo – non so se riesco a spiegarmi – educatamente. Sei troppo generoso. In casi simili sono le pedate e le vociate che occorrono per affrettare l’interessamento pubblico. Con certa gente poi che ostenta un’insensibilità morale elefantesca, i riguardi e la cautela eccessiva non possono essere nella penna dell’epuratore».</p>
<p>Dopo il 31 agosto del 1914 – termine perentorio di scadenza assegnato dalla legge Sacchi alla consegna del primo lotto di lavori –, la vicenda dell’Acquedotto Pugliese comincia a muoversi nella prospettiva indicata da Pesce: le inadempienze della società appaltatrice spinsero tutte le amministrazioni provinciali della Puglia a chiedere al Governo di attivarsi per affidare allo Stato sia il compito di portare a termine i lavori inerenti alla rete idraulica sia la gestione dello stesso Acquedotto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>( Questo passo estratto da N. Fanizza, <strong>Piero Delfino Pesce e la rinascenza mediterranea nel centenario della rivista Humanitas (1911-1924)</strong>, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari, 2011 ci ricorda come le attuali lotte per difendere l’acqua pubblica abbiano dei precedenti storici.G.M.)</em></p>
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		<title>Campagna nazionale &#8220;SALVA L’ACQUA&#8221;. Il popolo dell&#8217;acqua a Roma il 12 novembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 12:10:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
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		<category><![CDATA[forum italiano dei movimenti per l'acqua]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Senato, il 04 Novembre, ha approvato l&#8217;Art.15 del DL 135/09 che sottrae ai cittadini l’acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso. Il decreto poi approderà alla Camera dei Deputati a partire da lunedì 09 Novembre (nella Commissione 1°) e verrà discusso dall&#8217;aula lunedì 16 Novembre. IL PARLAMENTO PRIVATIZZA L’ ACQUA e I BENI [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Senato, il 04 Novembre, ha approvato l&#8217;Art.15 del DL 135/09 che sottrae ai cittadini l’acqua potabile di rubinetto, il bene più prezioso.<br />
Il decreto poi approderà alla Camera dei Deputati a partire da lunedì 09 Novembre (nella Commissione 1°) e verrà discusso dall&#8217;aula lunedì 16 Novembre.</strong><br />
<span id="more-25772"></span><br />
<strong>IL PARLAMENTO PRIVATIZZA L’ ACQUA e I BENI COMUNI</p>
<p>IMPEDIAMOLO!</p>
<p>E&#8217; urgente e indispensabile una mobilitazione straordinaria!</p>
<p>in concomitanza con la discussione dell’<a href="http://www.acquabenecomune.org/spip.php?rubrique259">Art. 15 del decreto legge 135/09 </a>presso la Camera dei Deputati</p>
<p>Giovedì 12 Novembre ore 10.30<br />
Presidio al Parlamento (Piazza Montecitorio)</strong></p>
<p><strong>Il Forum Italiano dei Movimenti per l&#8217;Acqua invita la cittadinanza, il “popolo dell’acqua”, le realtà sociali e territoriali, le reti ambientaliste e per la tutela dei beni comuni, le organizzazioni sindacali e il movimento degli studenti, ad una mobilitazione straordinaria partecipando alla manifestazione davanti al Parlamento giovedì 12 Novembre ore 10.30 a Piazza Montecitorio.</p>
<p>Mobilitiamoci per impedire la conversione in legge del decreto legge 135/09!<br />
Partecipiamo tutte e tutti al presidio!</p>
<p>Seguite sul sito </strong><strong><a href="http://WWW.ACQUABENECOMUNE.ORG">www.acquabenecomune.org </a></strong>tutte le iniziative che metterà in campo il Forum Italiano dei Movimenti per l&#8217;Acqua.</p>
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