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	<title>Profit Motive and the Whispering Wind &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sua gattità John Gianvito</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 09:48:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[John Gianvito]]></category>
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					<description><![CDATA[di Rinaldo Censi Ciò che colpisce a prima vista, ciò che emerge dai film di John Gianvito, prende piede quasi inconsciamente: possiede qualcosa di anodino e insieme cruciale. Si tratta di una certa &#8220;gattità&#8221;. Numerosi i gatti all&#8217;interno dei suoi film. Tanto che ci chiediamo se non ci sia qualcosa di felino nel suo fare [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p>Ciò che colpisce a prima vista, ciò che emerge dai film di John Gianvito, prende piede quasi inconsciamente: possiede qualcosa di anodino e insieme cruciale. Si tratta di una certa &#8220;gattità&#8221;. Numerosi i gatti all&#8217;interno dei suoi film. Tanto che ci chiediamo se non ci sia qualcosa di felino nel suo fare cinema. Un gatto alla finestra, un gatto che buca l&#8217;inquadratura con il suo passo sonnolento ma preciso, un gatto che inaspettatamente balza, scatta preciso. C&#8217;è un gatto in noi? Gianvito burroughsiano? Potremmo fare sua questa riflessione che riprendiamo dal libricino aureo scritto da zio Bill: «Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l&#8217;amore con niente. Come tutte le creature pure, i gatti sono pratici. Per capire una questione antica, bisogna riportarla al presente». (W. Burroughs, <em>Il gatto in noi</em>, Adelphi, Milano, 1994, p. 18) Alcune di queste righe si addicono al nostro cineasta americano.<span id="more-16128"></span></p>
<p>Rieccoci dunque a John Gianvito, Come avevamo anticipato giorni fa, da una Trieste soleggiata e scossa dalla Bora. <em>I mille occhi</em>, Festival del cinema che a Trieste si è appena concluso, consegnano il quinto Premio Anno uno a John Gianvito, appunto. Bostoniano cinefago, critico cinematografico, John Gianvito insegna oggi presso il Dipartimento di Arti Visive e dei Media presso l&#8217;Emerson College di Boston. Questo un estratto della motivazione: «Il quinto Premio Anno uno  va a John Gianvito per <em>Profit Motive and the Whispering Wind</em>, un&#8217;opera che per noi incarna come nessun&#8217;altra al giorno d&#8217;oggi l&#8217;essenza del neorealismo (&#8230;); una costante accentuazione della fragilità rispetto alla solidità, della possibilità piuttosto che della sicurezza; l&#8217;idea dell&#8217;individuo sempre all&#8217;interno della comunità; la concezione della vita in quanto avventura come missione. E, a parte questo, sentivamo da tempo in modo impellente la necessità di un&#8217;opera che evocasse le tradizioni delle lotte progressiste e liberasse così le forze della resistenza».</p>
<p>In questa motivazione sono racchiuse le qualità, i punti di incandescenza che circoscrivono i film realizzati da questo timido cineasta nato a Staten Island. La fragilità dei mezzi, del supporto e di se stessi, la possibilità che un certa idea di cinema possa esistere, l&#8217;apertura dell&#8217;individuo verso la comunità, un ideale di resistenza (ai luoghi comuni, al cinema stereotipato, alla stupidità imperante): il tragitto, il percorso della carriera di John Gianvito poggia su queste qualità enunciate. A volte il percorso è davvero doloroso. E se c&#8217;è qualcosa che calza alla perfezione col suo cinema, questo è il titolo scelto per la retrospettiva triestina, curata da Olaf Möller: <em>John Gianvito, The Perfect Light</em> (come il titolo del  suo film primo film del 1978, disperso, svanito). E&#8217; la luce la prima costante che emerge dalla visione dei suoi film. Filmare la luce, mostrarne la mutevolezza, il movimento incessante, anche se i mezzi a disposizione sono minimi, poveri: è la luce che cade su oggetti, corpi indifesi; quella che illumina paesaggi, materializza la polvere scossa dal vento. Una dimensione qualitativa della luce. Ma per far emergere cosa? L&#8217;interno di un appartamento spoglio (molto francese nella disposizione &#8211; Eustache, Garrel), per esempio: ci riferiamo a <em>The Flower of Pain</em> (1983), primo film di Gianvito (in realtà preceduto da <em>The Direct Approach</em> &#8211; 1978, un lungo piano sequenza ravvicinato sul monologo di una ragazza, sorta di &#8220;saggio studentesco&#8221; realizzato presso il California Institute of the Arts). Due film in cui emerge centrale la figura della &#8220;relazione amorosa&#8221;, comprese le sue conseguenze laceranti. Ai suoi inizi, il cinema di Gianvito ruota soprattutto intorno a un universo autobiografico dissestato, da restaurare, curare. Per questo si tenta di tessere un rapporto con una serie di amici artisti, in modo da sentire meno la stretta della solitudine. E&#8217; l&#8217;idea di fare comunità. Nasce da questi presupposti <em>Address Unknown</em> (1986). Cinque lettere cinematografiche tra amici di corso, artisti, cineasti (in super 8, video, 16mm). La lettera di Gianvito colpisce per la vicinanza a certe cose realizzate da Robert Kramer (un&#8217;influenza diretta e molto sentita dal cineasta).</p>
<p>«<em>Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c&#8217;è un posto soltanto</em>.». Ancora Burroughs. E come dargli torto? Si tratta piuttosto di comprendere qual è il posto che ci spetta. Quello che spetta a Gianvito, per esempio. Non è difficile comprenderlo. E&#8217; il ruolo di un artista discreto, che ha combattuto la solitudine (viene in mente una frase che ritorna in alcuni film di Garrel: <em>solitude de la mise en scène, mise en scène de la solitude</em>) comprendendo la vocazione del proprio ruolo, aprendosi quindi verso gli altri, con «l&#8217;idea dell&#8217;individuo sempre all&#8217;interno della comunità». Basta osservare in sequenza i film che egli ha realizzato. Sono film differenti per scelte formali, per struttura e durata. E se la situazione personale pesa ancora, è ancora complessa e dolorosa in <em>What nobody Saw</em> (1990), dove un uomo una donna e un bambino vagano sul perimetro di un ospedale abbandonato, tra rovine e taccuini, elenchi con somministrazione di calmanti, antidepressivi, elenchi contenenti tentativi di suicidio dei pazienti, il successivo <em>The Mad Songs of Fernanda Hussein</em> (1990) segna una forte sterzata nella sua filmografia. E&#8217; un film sontuoso, pur nella sua fragilità produttiva; un film epico che incrocia tre storie: l&#8217;omicidio di due ragazzini (fratello e sorella), frutto di un matrimonio tra un padre egiziano lontano e una madre messicana, Fernanda Hussein, quella di un reduce messicano ritornato dalla guerra in Iraq, e quella di un adolescente che lascia la quiete della famiglia, frustrato e rabbioso per ciò che sta accadendo in Iraq e in America. Tra momenti di puro documentario e sterzate più controllate, strutturate in una sceneggiatura, il film scorre per quasi tre ore. Proiettato dopo che la Presidente della Provincia di Trieste aveva consegnato il premio Anno uno a Gianvito (uno splendido specchio convesso), il film ha affascinato la stessa Presidente. Non avevamo mai visto una figura istituzionale restare incollata alla sedia per l&#8217;intera durata di una proiezione (di solito va di moda il fuggi fuggi, certo per impegni improrogabili&#8230;). Aperto da una citazione dal Cesare Pavese poeta (il sangue&#8230; la terra), il film si chiude sulla più bella sequenza mai girata da Gianvito. Torsione a cerchio del film, che lo connette con l&#8217;esergo di Pavese. Si tratta di una lunga sequenza girata all&#8217;interno di una festa popolare, dove a notte ormai giunta viene bruciata un enorme figura di cartapesta.</p>
<p>Il nero della notte, il rosso del fuoco, le scie &#8220;sperimentali&#8221; tracciate da fonti luminose e da una cinepresa scossa, mossa con ottiche da teleobiettivo: questa sequenza simile a un rituale impressiona e spiazza, inaspettata. Dove ci troviamo? Tra la luna e i falò? Questo è il luogo dove alcuni personaggi del film si trovano per la prima volta riuniti. E&#8217; il luogo, il punto in cui le cose prendono improvvisamente una prospettiva diversa, un&#8217;angolazione improvvisa. Questo luogo è il sito di una macchina mitologica ormai disseccata, che si rinnova girando a vuoto intorno al suo punto cieco, fino a diventare, appunto, festa popolare, dove un manichino di cartapesta brucia sulla terra. Ciò che per molti presenti si è perso, è ben chiaro a Gianvito. Questo fuoco, queste scintille possono essere una via d&#8217;uscita dal dolore e dal lutto. Un momento comunitario di rinnovamento e speranza. Speranza crollata l&#8217;11 settembre del 2001. Questo sentimento (la vendetta, la ferocia emotiva) sono tratteggiati in <em>Puncture Wounds (September 11)</em>, realizzato nel 2002, forse il suo film più sperimentale.</p>
<p>Eppure, dai film di Gianvito emerge palpabile un forte legame con la propria terra. Con chi vi ha combattuto e perso la vita. Chiariamo subito: non si tratta dell&#8217;America dei Bush e neppure di quella dei Clinton. E&#8217; l&#8217;America dei marginali, degli <em>outcast</em>, dei looser. L&#8217;america dei nativi, dei lavoratori, delle donne, di coloro che sono morti per i propri diritti. Dei Sacco e Vanzetti. E&#8217; l&#8217;America che Howard Zinn ha tratteggiato nel suo <em>Storia del popolo americano</em>. E proprio da questo mirabile saggio, Gianvito ha tratto il suo ultimo film: <em>Profit Motive and the Whispering Wind</em>. Un  lungo viaggio durato due anni attraverso gli Stati Uniti per ritrovare alcuni luoghi dimenticati, cancellati dalla memoria. Una <em>messa in sito</em> più che un film. La cinepresa di Gianvito riprende, circoscrive lapidi o monumenti alla memoria di anonimi lavoratori uccisi durante manifestazioni (richiesta di migliori trattamenti salariali o tutele sindacali: la polizia rimette ordine, a modo suo). Tombe di vecchi capi indiani. Oppure targhe in memoria di donne che si sono spese per i propri diritti. Targhe e monumenti ormai dissolti in un panorama urbano che spesso li inghiotte, rendendoli quasi invisibili tra lunghi camion che solcano le highways, o centri commerciali varcati con passi da sonnambulo (ci viene in mente <em>Éloge de l&#8217;amour</em> di Godard, con quella targa ormai dimenticata, posta sulla fontana di Saint Michel). E se parlavamo di <em>messa in sito</em> è per delineare una costante che avvicina il film a molti Huillet-Straub. La sequenza intorno a Place de la Bastille in <em>Trop tôt, trop tard</em> segnala che in generale ogni straubfilm contiene questo assunto: si filma un luogo che nasconde nei suoi strati geologici una storia ormai occultata, obliata, carica di passato (come le panoramiche sulla catena montuosa delle Apuane in <em>Fortini/Cani</em>, luogo e sito della resistenza). <em>Profit Motive and the Whispering Wind</em> intervalla queste inquadrature a momenti di pura contemplazione, dove è sempre la luce filmata a rivelare il movimento della natura: alberi scossi dal vento, un&#8217;improvvisa tempesta, un raggio di sole. Una sorta di sinfonia meteorologica. Nessuna voce fuori campo, nessun commento, se non il suono diretto del vento. E poi brevi flash quasi sperimentali (fotogrammi realizzati a rotoscopio con carboncino e fondo bianco: citazioni da <em>Greed</em> tra le altre).</p>
<p>Alla fine del film giunge un momento di emersione, inaspettato, di condivisione comunitaria: ci riferiamo alle immagini di manifestazioni pubbliche, spesso contro la guerra, dove una popolazione anonima sfila, danza, urla slogan. Tra questi cittadini sconosciuti potremmo imbatterci nell&#8217;adolescente rabbioso di <em>The Mad Songs of Fernanda Hussein</em>. Sono persone che marciano, a mani nude. Sono loro a connettersi con questa &#8220;tradizione&#8221; ormai cancellata. Dopotutto, come dicevamo: «per capire una questione antica, bisogna riportarla al presente» (ritorno a Burroughs e ai suoi gatti). Ed è questo ciò che fanno: John Gianvito si muove tra loro.</p>
<p><em><strong>[L&#8217;articolo è apparso su </strong></em><strong>Alias </strong><em><strong>il 1 novembre 200</strong><strong>8.</strong>]</em></p>
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