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	<title>prosa breve &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da &#8220;L&#8217;esercizio di Adam&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/30/da-lesercizio-di-adam/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 06:34:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa breve]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca letteraria]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca Garrapa</strong> <br /> Un giorno avevo forse venti anni e mio padre era morto il giorno prima per via di quel suo inguaribile raffreddore da naso che si curava con una polvere bianca che distribuiva sul tavolo in strisce bianche parallele...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p><em>Il portafiori</em></p>
<p>Dopo avermi pulito, la donna giovane mi ha riempito d’acqua per metà, e dopo aver reciso il gambo alle anemoni, gettato via le parti di gambo tagliate in un foglio di giornale, e lasciato andare il pedale della pattumiera, le ha sistemate, viola, bianche, azzurre, e mi ha riportato qui. Prima di me c’era un portafiori in vetro che la tenda ha spinto sul pavimento fracassandolo. Lo so perché ne parlavano loro. Pure io ero un vaso rotto, ma il maestro dell’Ospedale, così lo chiamano, mi ha riparato con polvere d’oro mescolata alla lacca urushi, ha detto che si chiama kintsugi, significa riparare con l’oro, è una pratica giapponese, ha spiegato agli occhi che lo osservavano ripararmi.</p>
<p>La stanza è illuminata dalla luce che sta sbocciando lì fuori e il silenzio è interrotto dai suoni intermittenti delle macchine che tengono in vita il corpo dell’uomo che dorme sempre. Lei, la donna giovane che ha cambiato l’acqua ai fiori, è rientrata dopo che un’altra meno giovane, accompagnata da due ragazzi, ha lasciato la stanza.</p>
<p>La donna meno giovane è stata per tutto il tempo a fissare il pavimento mentre il ragazzo più alto entrava e usciva richiamato dall’andirivieni delle notifiche del cellulare. L’altro ragazzo, invece, più basso, è rimasto seduto accanto alla donna con lo sguardo appiccicato allo smartphone.</p>
<p>La donna, di tanto in tanto, solleva il capo e con gli occhi rossi di pianto e stanchezza carezza il corpo dell’uomo. Con molta probabilità è il marito e ho l’impressione che non si sveglierà mai più.</p>
<p>«Non si sveglierà più» è il sussurro della donna che mi fissa, annuendo, «sì, non si sveglierà più.»</p>
<p>Il ragazzo, immagino sia il figlio, perché ha detto che se papà si sveglia starà rincoglionito a vita, e la donna, a questo punto è certo che sia la moglie, lo ha fulminato con lo sguardo: «Guarda che i morti sentono tutto.» E il ragazzo ha ridacchiato, «e ci credi? credi a quello che ti raccontava nonna? Quando uno è morto, è morto e basta» sogghigna il ragazzo strafottente delle entità astratte, «e poi» ha aggiunto, «papà è ancora vivo», amareggiato e allo stesso tempo desideroso di vederlo morto piuttosto che in quello stato di vegetale.</p>
<p>In quella si è aperta la porta: «Mamma, su, andiamo, non è più tempo di visite» ha fatto il ragazzo alto avvicinandosi al corpo del padre, accanto al fratello, e sostando per un attimo, come in preghiera, e il ragazzo basso è uscito dalla stanza, richiamato là fuori da una forza invisibile, seguito dal fratello, mentre la donna, afferrando il borsello, si è avvicinata al corpo del marito, gli ha stretto la mano al disopra del lenzuolo blu.</p>
<p>Le labbra della donna sulla fronte del marito sussurrano qualcosa.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗</strong></p>
<p><em>Il regno di Tanàsia</em></p>
<p><em>&nbsp;</em></p>
<p>Ciao a tutti mi chiamo Tanàsia e oggi vi racconto una storia. S’intitola <em>Il regno di Tanàsia</em>.</p>
<p>Un giorno avevo forse venti anni e mio padre era morto il giorno prima per via di quel suo inguaribile raffreddore da naso che si curava con una polvere bianca che distribuiva sul tavolo in strisce bianche parallele e poi arrotolava cinquanta euro come una cannuccia che invece nella bocca la infilava un foro nel naso e l’altro foro sulla striscia di rinazina e magicamente la polvere spariva papà diceva che usava i soldi perché l’effetto si <em>arricchiva</em>. Il giorno prima della sua morte papà aveva bevuto uno sciroppo insieme a dei suoi amici uno sciroppo che puzzava e se avvicinavi un fiammifero acceso prendeva fuoco e io ho fatto questo esperimento e lo sciroppo ha preso fuoco. Quella sera papà e i suoi amici avevano bevuto troppo sciroppo e si sono curati con tantissima rinazina e alla fine mi hanno chiesto di vestirmi da sposa per giocare insieme. Io l’ho fatto anche se non so perché a un certo punto eravamo tutti nudi. Però questo non mi va di raccontarvelo perché su quel gioco che facevo fin da quando ero piccola c’è un tappo1 insomma non è molto bello parlare dei cazzi propri figuriamoci dei cazzi degli altri quello di papà compreso che poi non erano come quelli che vedevo nei film. Insomma il giorno dopo papà ha preso talmente sciroppo e rinazina che è scoppiato di salute e alla fine è morto. Allora io non sapevo che fare. Ho chiamato mia mamma che mi ha risposto: e quindi?</p>
<p>Come e quindi? È morto tuo marito. Brutta stronza e tu mi dici e quindi?</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="109"></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><sup>1</sup> Taboo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Legal Alien, postcards #albania</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/28/legal-alien-postcards-albania/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 06:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[cartoline]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Zhara]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa breve]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Julian Zhara #covid #2020 Stanno morendo uno dopo l’altro; / buttare la terra sopra le bare / sta diventando un gesto abituale / come buttare il sale sul cibo in cottura. Prima strofa della poesia Si affrettano a morire, di Luljeta Lleshanaku. #albania #shqipëria Chiamare qualcosa è darle un posto nel mondo. Chiamare Albania [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Julian Zhara</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-87680" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-769x1024.jpeg" alt="" width="480" height="639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-769x1024.jpeg 769w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-768x1023.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-200x266.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24.jpeg 1201w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></strong></p>
<p><em>#covid #2020</em></p>
<p>Stanno morendo uno dopo l’altro; / buttare la terra sopra le bare / sta diventando un gesto abituale / come buttare il sale sul cibo in cottura. Prima strofa della poesia <em>Si affrettano a morire</em>, di Luljeta Lleshanaku.</p>
<p><em>#albania #shqipëria</em></p>
<p>Chiamare qualcosa è darle un posto nel mondo. Chiamare Albania uno stato che si definisce Shqipëria è provocarle una nevrosi: la percezione di sé &#8211; anche linguistica &#8211; vs. la percezione che il mondo ne ha. Nessun altro paese si riferisce all’Albania come l’Albania si riferisce a se stessa, col nome che evoca l’aquila &#8211; <em>shqipe </em>in albanese, significa proprio quello: aquila. Di mio, ammetto che non ho mai visto un’aquila in Albania. Forse perché, a pensarci adesso, mentre stendo queste righe, guardo poco il cielo. Il corpo si espone come cabaret dell’inconscio.</p>
<p><em>#paradiselost</em></p>
<p>Un paradiso abitato da diavoli &#8211; una frase che mira a descrivere altro (chi vuole, può googlare per scoprirne l&#8217;origine) ma che può calzare perfettamente il rapporto paesaggio/uomo in Albania.<br />
I diavoli poi, come ben sappiamo, non sono entità inattive. Agiscono &#8211; e i diavoli albanesi, i <em>dreq</em>, gli <em>shejtàn</em>, traducono il paesaggio circostante, un testo in lingua originale, con un alfabeto di cemento e una lingua dove l&#8217;armonia, l&#8217;eleganza, non si trova a proprio agio. Il <em>mondotesto</em> originale, quel paesaggio albanese che senza nessuna remora iperbolica si può definire <em>paradiso</em>, riporta le pupille allo stato di Adamo. L’incanto è un aggiornamento dei filtri fotografici.</p>
<p><em>#selfie #selfportrait #unmesedopo</em></p>
<p>Un mese dopo: il mio albanese si è raffinato, inciampa meno &#8211; meno goffo di quando arrivato, zigzaga comunque per arrivare a dire. Nei discorsi con intellettuali e scrittori, discorsi eseguiti in albanese, discorsi che appartengono alla lingua letteraria, e che per me sono paesaggio linguistico italiano, cerco di orientarmi accendendo una luce tricolore dove il buio diventa rossonero. Come un atleta abituato alla maratona, devo reiventarmi nella corsa ad ostacoli, nelle continue barriere architettoniche: dall’atletica al parkour.</p>
<p><em>#passato #zana #nostalgia</em></p>
<p>Il passato torna a farmi visita spesso, senza avvisare. Apro e lo faccio sedere. Accompagnato dal bambino che ero. Vado in giro sempre con un grumo di caramelle Zana; se vedo il bambino che ero, gliene offro un paio. Sono ormai introvabili &#8211; ho scoperto solo un posto a Durazzo che le vende ancora. Quando ero piccolo le scartavamo, mangiavamo l’interno e usavamo la pellicola rossa come lente per guardare gli altri, o come segnalibri. A casa erano sempre nello scaffale più alto, così non le potevamo raggiungere. Quando bussa il passato, lo accolgo come si accoglievano un tempo gli ospiti: caramelle Zana e liquore di garofano. <em>Likër karafili</em>. Il raki artigianale lo lascio a quando il passato arriva con sconforto, nostalgia. La nostalgia è una forma di lotta &#8211; capisco; il rimpianto: un tribunale. Avvocato d’accusa, avvocato difensore, giudice: sempre un pronome, prima persona singolare: io (in minuscolo). Ovunque io vada, non sono altro che / un pezzo di paesaggio del posto a cui appartengo &#8211; scriveva Fatos Arapi in <em>Addio</em>.</p>
<p><em>#mercatodidurazzo #visitalbania</em></p>
<p>Il mercato di Durazzo è l&#8217;Oriente esotico che si sviluppa inaspettato, senza considerare l&#8217;occhio del turista. Non si piega alla standardizzazione &#8211; esiste nonostante. Fuori dall&#8217;immaginario da cartolina, pullula di vitalità &#8211; si può dire: esagerata, di urla da una parte all&#8217;altra della strada, battute, sorrisi, prezzi contrattati, slogan buffi per attirare la clientela. Visitato dalla gioia, è quanto immaginiamo dell&#8217;Oriente dei bazar (in albanese: <em>pazar</em>). Il mercato di Durazzo, quando sei triste, ti risveglia il buonumore, come un quadro di Pontormo dopo le nature morte di Morandi. Dio è il seme di papavero più piccolo al mondo / scoppia di grandezza, scriveva Zagajewski. E Dio qua lo si trova nelle mani di una signora che fila la lana, nel sorriso di un&#8217;anziana che vende pannocchie sul ciglio di una strada, nel ciuffo di <em>ҫaj mali</em> (thé di montagna albanese), nel pomodoro cuore di bue aperto a metà, nelle olive di Berat, formaggio di Argirocastro, generosità delle portate.</p>
<p><em>#italiano #anninovanta #letteraturaitaliana</em></p>
<p>Negli anni Novanta, l&#8217;Albania ha sognato un sogno collettivo, decifrato negli schermi (<em>ekrani</em>) televisivi che trasmettevano film in italiano, cartoni in italiano, programmi tv in italiano. Gli albanesi tifano anche per una squadra di calcio italiana. Chi ha più di trent&#8217;anni, l&#8217;italiano per lo meno lo capisce; di solito lo mastica &#8211; anche abbastanza bene. I primi insegnanti di italiano di chi ha oggi tra i trenta e i quarant&#8217;anni, sono stati piccoli problemi di cuore, Sailor Moon, Holly &amp; Benji, è quasi magia Johnny; Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Celentano accompagna, con le sue hit, ancora molti pranzi e quasi quotidianamente si sente da qualche parte che la felicità è un bicchiere di vino, con un panino &#8211; la felicità. Di contro, la letteratura italiana degli ultimi quarant&#8217;anni è quasi totalmente assente, nei suoi apici stilistici. Si traduce Moravia. Manganelli, Parise, Mari, Busi, Trevisan, Siti ecc: <em>lost in translation</em>. Dell&#8217;italiano, in Albania, sopravvive lo scarto televisivo, l&#8217;assenza della complessità dialettale; il passo, la marcia &#8211; non la danza.</p>
<p><em>#berat #visitalbania</em></p>
<p>Berat è un Argo dai mille occhi a forma di finestra. Patrimonio Unesco dal 2008 e città museo dal 1961. L’azione della storia, nella sua sedimentazione secolare, millenaria, provoca delle leggere vertigini al visitatore. Oggi conserva lo stesso fascino di un labirinto o del ritrovamento di un mammifero preistorico, che si pensava estinto. La strada per arrivare da Lushnje a Berat è una costellazione di ulivi e infinite sfumature di verde, che voglio immaginare &#8211; nel dialetto del posto &#8211; abbiano tutte un nome, come il bianco per gli eschimesi. Se le campagne circostanti rilassano gli occhi, l’arrivo in città è un sussulto. Non ci si aspetta tanta bellezza e quando la bellezza arriva così, all’improvviso, può sembrare arrogante. Parcheggio nella parte nuova e tornando a piedi, inizio a familiarizzare con questa creatura-città. Capisco che no, Berat non possiede una bellezza arrogante; semplicemente si è impreparati ad accoglierla. Dirompente sì, ma con grazia, ironia. Pare dirti: non pensavi esistessi, eh? E si gira. La si misura coi piedi, ci si inoltra per le viuzze, la sensazione più prossima che riconosco è la prima fase dell’ebbrezza allegra. Poi gioia. Berat si visita con gioia. Di Berat ci si innamora come un adolescente nelle prime vacanze da solo.</p>
<p><em>#berat #patrimoniounesco #igersberat #comevenezia            </em></p>
<p>Rispetto ad altri centri storici (Argirocastro, ad esempio) Berat si può fruire da più prospettive. Entrando nelle viuzze storiche, col lastricato di pietra, dove le finestre famose si vedono da vicino; dall’alto: la vista dalla collina o dal castello ti offre una panoramica più completa; lungo il fiume, che poi è quanto di Berat si vede di più in foto, google immagini, o cartoline, le due facciate con le famose mille finestre o finestre una sull’altra.</p>
<p>*</p>
<p>Come Venezia si può fruire perdendosi tra le calli o sedendosi alle zattere, alla Giudecca, in Riva degli Schiavoni, dove la scenografia dei palazzi di fronte o a lato &#8211; pare di essere in un teatro magico, irreale.</p>
<p><em>#berat #zhara</em></p>
<p>Mentre attraverso il ponte di Gorica, ripenso a un ragazzo, poco più che adolescente, figlio di un sarto e nipote di un prete ortodosso, che nel ’43 lascia questa cittadina e parte per le montagne, col sogno di liberare l’Albania dagli oppressori. In mezzo alle montagne conosce una ragazzina minuta, bellissima, castana e occhi azzurri, che dopo pochi anni sposa, e con cui fa cinque figli. Fine della guerra, la carriera militare, si stabilizza a Durazzo, conduce una vita felice, una morte serena, non senza essere diventato il campione di backgammon, tra i pensionati nel quartiere. Quel ragazzo è mio nonno, Vangjel (Evangelio) Zhara, partigiano, marito di una partigiana. Disfarsi del nome: accantonare Julian per Zhara.</p>
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