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	<title>prosa comoda &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il progetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Enzo sapeva benissimo di non avere le carte in regola, insomma non tutte, ma quel desiderio così forte sì, una spinta che sembrava non cessare mai, neppure durante le ore dedicate al sonno, insinuandosi persino nei sogni, e spingendo oltre pure loro, dall&#8217;interno, ampliando le situazioni, rendendole più terse, trasparenti, con panorami [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Enzo sapeva benissimo di non avere le carte in regola, insomma non tutte, ma quel desiderio così forte sì, una spinta che sembrava non cessare mai, neppure durante le ore dedicate al sonno, insinuandosi persino nei sogni, e spingendo oltre pure loro, dall&#8217;interno, ampliando le situazioni, rendendole più terse, trasparenti, con panorami ampi, discese, grandi specchi d&#8217;acqua dalle forme regolari. <span id="more-41859"></span>In virtù di quella stessa spinta, lui si presentava quasi ogni pomeriggio da quelli dell&#8217;associazione, giocava un po&#8217; a calcetto con i giovani che ne frequentavano i locali e poi andava da Anselmo o da Rita, o addirittura dal loro capo, e spiegava meglio del giorno precedente le sue idee, i nuovi accorgimenti che avrebbero facilitato il progetto. Sapeva che queste sue proposte arrivavano tardi, che il capo era occupato da faccende più gravi, da quando la sua foto compariva su molti giornali e gli avvocati gli stavano intorno come spasimanti, senza mai abbandonarlo con gli occhi. Ma per il capo Enzo era come una breve e serena parentesi, lo costringeva a non pensare a sé, a quali sarebbero state le mosse dei nemici, e così si rassegnava a sedersi e a fingere un ascolto accigliato, e qualche volta accadeva che decifrasse per davvero le frasi che uscivano dalla bocca di Enzo e intervenisse a tono, come di soprassalto, a disfarne il castello di carte, a mostrare senza sforzo e particolare perspicacia che i punti deboli erano tanti, che nulla davvero poteva tenere in quel discorso, che era una proposta irrealistica, un tentativo da abbandonare subito, per passare oltre, a cose vere, realizzabili, come succedeva a lui ogni giorno, scavalcando le leggi, schiacciando gli avversari dentro e fuori la propria associazione, come insomma succedeva a tutti, ovunque, quello era il rumore di fondo, non le parole veloci, smisurate di Enzo. Ma a sera tardi Enzo correva all&#8217;uno o all&#8217;altro bar, che costituivano il vestibolo ad un diverso tempo, il tempo puro della giornata, quello in cui ogni abbozzo o resto, ogni germe carbonizzato o ferita non rimarginata, tutto quanto era rimasto incompiuto, isolato o sospeso, veniva di colpo riagguantato, e spinto in un cerchio di concentrata esaltazione. Le miserie si riscattavano lì, con un amico, Santo, nel bar della zona Nord, o con l&#8217;altro amico, Emil, nel bar dei “ruffiani”, vicino al canale. Mai con i due amici assieme, in quanto questo avrebbe annoiato Enzo, anzi gli sarebbe apparso come un tentativo di fuga impossibile, e si sarebbe sentito come lo scorpione che, nel cerchio di fuoco, è costretto a inarcare la coda e a piantarsi nel dorso il proprio pungiglione. Alternando bar e amici, i discorsi ripetuti, sempre gli stessi, relativi al viaggio, a tutte le sue fasi preparatorie e a quelle successive, postume, tutte quelle precisazioni così simili, di sera in sera, e di bevuta in bevuta, apparivano negli anni, grazie a questi piccoli giochi d&#8217;inversione, a questa combinatoria minima, qualcosa di inaspettato, di tremendamente attuale, parole sputate fuori per cominciare qualcosa di diverso, di mai pensato, una vita priva delle vecchie immagini, tutta sollevata in un&#8217;altra luce.</p>
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		<title>La forza dei romanzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 11:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[prosa comoda]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Quando Anselmo leggeva romanzi, davvero immergendosi in essi, si rendeva conto che la sua vita acquistava slancio. Lui rimaneva fermo un paio d’ore a popolare la mente di ambienti, fatti e personaggi menzogneri, e intanto gli obiettivi remoti del suo vivere si facevano più vicini, come visti attraverso un’aria tersa, quasi ingranditi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p>Quando Anselmo leggeva romanzi, davvero immergendosi in essi, si rendeva conto che la sua vita acquistava slancio. Lui rimaneva fermo un paio d’ore a popolare la mente di ambienti, fatti e personaggi menzogneri, e intanto gli obiettivi remoti del suo vivere si facevano più vicini, come visti attraverso un’aria tersa, quasi ingranditi da una lente. Leggeva con foga storie di gangster, che sparavano a funerali, da finte cornamuse, che erano in realtà potenti mitra. C’erano anche le storie di adolescenti ubriachi, che si rotolavano su materassi a terra, e facevano l’amore con lo stile delle più abusate pornostar. <span id="more-41674"></span>Ad ogni romanzo, ci scappava un morto, ma a volte anche di più, e si facevano enormi fortune con sole quattro o cinque pagine d’intrighi. Ad Anselmo sembrava che, assorbendo in un mormorio appena allucinato quell’arazzo di parole, il suo corpo rinvigorisse, come dopo anni di palestra e acquagym. Tutto si depositava in una piccola zona della memoria e da lì s&#8217;irradiava con una grande energia nelle membra. E lui, come un eroe dai superpoteri, più leggeva più rovesciava con noncuranza gli ostacoli. Si sentiva in grado d&#8217;infilarsi in nuove situazioni, di abbordare la gente per strada, di mandare lettere al presidente della Repubblica, alle testate giornalistiche nazionali, e riusciva a fare cose che, in condizioni normali, di fruizione televisiva o di lettura di sole gazzette, non gli erano concesse. Cambiava bar da un giorno all’altro, scardinando vecchie abitudini: al posto del cappuccio ordinava una cioccolata, e la sera al martini sostituiva uno spumante. Andava a ritirare vecchie raccomandate con la ricevuta sgualcita, faceva il pieno anche in periodo di crisi, fissando con sguardo freddo la cifra esorbitante che il contaeuri della pompa gli segnalava. Si cucinava pazientemente, con gesti solenni da sacerdote, un paio di uova al burro, lasciandole friggere su una fiamma bassissima.</p>
<p>Ma quando finiva un romanzo, senza riuscire ad attaccarne un altro nell&#8217;entusiasmo, superando il muro delle prime trenta pagine con determinazione e astuzia, quando insomma esitava tra più romanzi, o s&#8217;impaludava intorno a pagina 23, allora perdeva velocemente le forze, aveva un calo di motivazioni, vedeva tutto nero, e scorgeva macchie misteriose in punti poco visibili del corpo. Alla fine, smetteva persino di uscire di casa, e se aveva un lavoro, anche buono e ben pagato, tendeva a farsi licenziare. Tornava a cenare con le fette di mortadella, estratte dalla busta di plastica e ficcate in bocca con le mani.</p>
<p>&nbsp;</p>
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