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	<title>prosa in prosa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Si&#8221;#2 Lettura a più voci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2024 05:43:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Renata Morresi</strong> <br /> Un'altra voce, un'altra lettura del lavoro di Alessandro Broggi, a partire da "Sì"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Sì (seguito da Altri segni, Tertium quid, Ultimo esempio)</em> è un libro di <strong>Alessandro Broggi</strong>, uscito per Tic edizioni, nel giugno del 2024. Come <em>Noi</em>, uscito per lo stesso editore nel 2021, si presenta come un libro in prosa, abbastanza breve, difficilmente classificabile. Ho chiesto ad amici e amiche autrici, di scrivere qualcosa su questo oggetto letterario non ben identificato, senza per forza la pretesa di prenderne tutte le giuste distanze critiche. Di un libro del genere, mi sembra importante già darne conto attraverso una pluralità di “esperienze” di lettura. Abbiamo cominciato con le voci di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/10/09/si-1/">Andrea Accardi e Leonardo Canella</a>, e continuiamo oggi con <strong>Renata Morresi</strong> e la sua apertura di campo anche sul recentissimo titolo <em>Idillio</em>. a. i.]</p>
<p>Di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p>Lunedì scorso partecipo a un seminario sulla narrazione illustrata. Sarà una cosa breve, un paio d’ore, e senza teoria. Sarà illuminante più della teoria, dovrò riconoscere. Sono scettica all’inizio. Siediti con la schiena dritta, mi fa la voce dellə graphic novelist che è lì a guidarci. È canadese, l’inglese arriva morbido, affabile. Parti dal centro del foglio, disegna una spirale che cresce lentamente. Più lenta, più aderente che puoi. Mentre sto disegnando, mi rilasso e vado col pensiero al pezzo che sto scrivendo su Alessandro Broggi. Quando si è dominati da un’idea, quell’idea sembra abitare tutto, tornare rilevante in ogni circostanza. E ogni minimo fatto offre una nuova sfumatura all’idea, la riscalda. In questo momento in cui disegno la spirale torno all’idea che <em>Sì</em>, come il precedente <em>Noi</em>, come il recentissimo <em>Idillio</em>, &#8211; la trilogia <em>costruttiva </em>di Broggi &#8211; siano animati da un andamento circolare che in modi diversi li distingue e modella.</p>
<p>Non importa finire la spirale, quel che importa è disegnare una linea molto intima a se stessa, e procedere il più lenta che posso. <em>Idillio </em>è il libro di Broggi appena uscito nella mia collana per Arcipelago Itaca. Sono molto orgogliosa, naturalmente, ché da tanto vagheggiavo di pubblicare un testo di Alessandro, e appena avevo visto <em>Idillio</em>, mi ero entusiasmata. Dico ‘visto’ perché <em>Idillio </em>è in effetti sì un lavoro da leggere &#8211; e da leggere in modo accurato, al modo dei detective &#8211; ma pure un’opera installativa. Forse dovrei chiamarlo folioscopio, anche se in realtà non ha immagini. Forse è un testo processuale, ovvero si realizza in un processo di affioramento dal bianco, “in questa pagina in attesa di essere scritta”. Di certo esiste nel dispiegarsi, nel farsi della sua relazione speciale tra spazio e testo e chi la esplora. Il testo pre-esiste la sua messa in forma sulla carta? Il testo esisterà solo alla fine, nell’essersi offerto e di nuovo ritratto? Invita chi legge a tornare indietro, a rimetterne insieme la sintassi, o a seguire rapidi la sua figura “scalza”, “tra gli orti”, o a sostare su ogni ‘verso’ &#8211; non-verso, clausola, sintagma &#8211; come sospeso dal resto? “Chissà&#8230;”</p>
<p>Niente di questo che vado pensando è veramente esatto, come la mia spirale un po’ sbilenca, scusate. La mia guida dice che non importa, quello che importa è la linea. Non il risultato della linea ma l’esserne parte, della linea che dal centro della terra sale dal suolo attraversa il pavimento i miei piedi e le gambe e il braccio destro e la mano e la penna e l’inchiostro che tocca la carta e la traccia nella spirale che voglio. Insomma, non è tanto un esercizio sulla tecnica, ma una pratica che parte dal calibrare insieme corpo, desiderio e mente del mondo. Questa centratura immaginaria è molto importante in Broggi, che spesso dà le coordinate in cui potersi intuire in connessione, senza particolare interesse per le rispettive psicologie, nei propri limiti materiali e fisiologici, ma finalmente liberi dal fardello della personalità: “la superficie della Terra è uno spazio chiuso &#8211; non esistono due punti distanti tra loro più di ventiduemila chilometri &#8211; e non ha bordi, non c’è un luogo che rappresenti il confine del mondo: ovunque sei, sei al centro&#8230;” (58). Lì, dovunque sia, “qui, ora” (53), su di un piano che non è né astratto, né sensibile, né simbolico, “con piccoli orizzonti o immensi orizzonti, o niente orizzonti del tutto” (53), in un luogo discorsivo-spirituale che si presta al gioco dell’immaginazione senza doversi inventare una vicenda eroica, sul quadro di fenomeni in cui avveniamo all’incrocio di relazioni, non come prodotti del sè. In quanto tale è il luogo di una delicatissima affermazione politica. E “col piglio della parità con il mondo”, come il suo metodo di campionamento e prelievo da varie fonti, molte delle quali in traduzione, che compone una scrittura polifonica, accentata dalle molte lingue dei suoi testi di partenza, ospitale allo spaesamento e all’estraneo.</p>
<p>Dopotutto il libro da cui ho appena citato si chiama <em>Sì</em>. Che non va preso come ritrattazione della tonalità non-assertiva, semmai come sua ironica ripresa, per assumere la critica del linguaggio propria delle opere precedenti e condurla oltre. I libri della trilogia <em>distruttiva </em>di Broggi, <em>Coffee-table book</em>,<em> Avventure minime</em> e <em>Protocolli</em>, mostravano, con diafano distacco, le vischiose pretese di verità dei linguaggi funzionali, dal poetichese al comunicativo, sempre attraversati da automatismi economizzanti e da forze lugubri nella loro coazione a ripetersi/ripeterci. Quella lezione non viene accantonata nelle opere successive ma impiegata a loro fondamento. Riconoscere le trappole retoriche, le ideologie che ci parlano, i limiti del linguaggio tutto non significa dover cedere al disincanto, ma promettersi una nuova curiosità, un nuovo ascolto. Può capitare, così, di re-innamorarsi, persino di ciò che è già famigliare. I discorsi di sempre, le parole già dette, le solite domande, la letteratura. “Sai quello che stai dicendo, Maurizio? Puoi esprimerti in maniera da riuscire a comunicare ciò che intendi affermare? Hai detto qualcosa a lungo dimenticato, hai alterato le tue pulsazioni, la pressione sanguigna, trattieni il fiato o respiri normalmente? E lei che cos’ha risposto? Ti sei accorto che sorridi?” (66)</p>
<p>Lasciamo la spirale e prendiamo un nuovo foglio. Su questo foglio bianco faremo due linee diagonali che si intersecano, una grande X che marca lo spazio su cui scriveremo i nostri appunti, qualche schizzo, e quante risposte possiamo a una serie di domande sempre più specifiche, a costruire non solo una storiella in otto vignette, ma quanti più echi, ombre, odori, assenze e non-detti di questo piccolo mondo inesistente. Perché ci facciamo una X, chiede qualcuno. Per riconoscere che questo è uno spazio di lavoro, non stiamo facendo niente di sublime. Maurizio non è nessuno. O Maurizio è (come) Milena, Humbert, Louretta, Rhoda, Mavra, Eleonora, Norberto, Tania, “tutti i nomi vanno bene” (22), quasi <em>onde </em>come quelli di Virginia Woolf, con un Maurizio che già appariva in <em>Noi</em>, un personaggio più prossimo a una domanda che a un carattere. “Chi c’è con te ora, Maurizio? Cosa provi a essere qui?” È Benveniste a insegnare che “tu” è un commutatore proprio come “io”: in sé pronomi vuoti, senza un referente dato, ma ogni volta disposti ad accoglierne uno diverso, e a scambiarselo. Proprio grazie al non essere inscritti di una referenza univoca rendono possibile la soggettività e l’intersoggettività, due fenomeni complementari. Il pronome ‘noi’, invece? Non mera somma di vuoti, è forse il pronome più potente, e, diceva Barbara Johnson, il più pericoloso: può costruire nuovi soggetti, affermare sintesi, imporre universali, produrre nemici, proiettare futuri. <em>Noi </em>di Broggi lo assume facendosi carico della sua fisiologica ambivalenza e ne esplora la goffa inaffidabilità: “Parliamo, ci sorprendiamo, parliamo ancora, immaginiamo. Sembra sempre che ci stiamo dirigendo verso qualcosa ma ogni volta prima di raggiungerlo cambiamo direzione […] La natura delle nostre osservazioni ci sfugge.” (14)</p>
<p>Quindi le cose sono più complicate di quanto la grammatica sembri concedere: ‘noi’ impantanati in repertori e sistemi ricevuti, immersi in appartenenze che perlopiù non abbiamo scelto con piena volizione (generi sessuali, classi sociali, tradizioni religiose, territori fragili, accenti, e via dicendo), ‘noi’ più deboli e attraversati da poteri che ci precedono, a prescindere da come ci identifichiamo, ‘noi’ saturi di biografia che non importa. Le condizioni ci travalicano, spesso indistricabili dalle nostre azioni, e il tutto è assai più esposto alle pressioni, alle influenze, alle trasformazioni, anche aleatorie. Ma una volta che sappiamo di non avere accesso ad alcuna ‘libertà’ e di non essere tantomeno ‘insieme’, ‘noi’, in modi riconosciuti e riconoscibili, cosa cambia questo rispetto al desiderio di una buona vita? O almeno di una buona scrittura? Non fingeremo mica di <em>non </em>stare nell’incerto e nel provvisorio, nel fragile e nel caos, spero. Ammetteremo che essi sono costitutivi, no? “Raccontiamocelo ancora: stiamo stendendo il verbale dei nostri passi” (13).</p>
<p>Questa cosa che già fa <em>Noi</em>, tracciare una mappa impossibile, far girare i nostri intorno, ché tanto “abbiamo perso la direzione, potremmo essere ovunque” (19), torna in <em>Sì</em>, sotto altra forma. Che il libro si apra con la sezione “Scioglimento”, al capitolo 41, e metta il capitolo 1 a pagina 51, per farlo iniziare con “Allora ricominciamo”, genera una curva che rende disponibile l’andare indietro e avanti con ritorno “ovunque” che continua quel moto circolare, o forse lemniscato, ricorrente in Broggi. Ha un che di ipnotico questa figura, una volta immaginata non riesco più a non vederla.</p>
<p>Sono passata a disegnare le parti grafiche alternate coi testi verbali. È una pratica sobria, niente nuvolette: sopra il disegno e sotto le parole, o viceversa. Le parole dovrebbero dire quello che l’immagine non dice già. Sta lì il trucco. C’è l’interno della cornice, le forme che vado disegnando, a cui tendo e che mi superano, come le parole con cui quelle conversano; non sono davvero divise, le une suggeriscono alle altre cose che già non sanno. E c’è il sistema della cornice, il piano da cui avviene la consapevolezza (o il tentativo di), l’azione, il veder compiere il disegno. Non c’è niente di <em>strettamente </em>reale in tutto questo, se non il suo farsi. “Ti avvicini come fossero pozzi profondi: dove presumi di vedere attraverso l’ombra e la luce delle finestre ci sono specchi&#8230; Non c’è realtà al di là delle tue definizioni: ogni cosa del mondo fisico è uno specchio e devi sorridere per primo perché l’immagine sorrida di conseguenza. Ora sei fuori&#8230;” (53) Broggi mostra il continuo fluire tra molti piani <em>sopravvalutati </em>&#8211; i fatti, i ruoli, le psicologie, le esperienze, la logistica dei saperi, la stessa logica del ‘fuori e dentro’ &#8211; e lo supera. A tutti questi sistemi <em>fantasiosi </em>si può anche non dover credere poi così tanto, “ora rivolgiamoci a qualcos’altro” (52). Non è il cinismo del tutto è uguale, a cosa vale, ma la possibilità dell’immersione in uno spazio <em>concorde</em>, né razionale, né anarchico. Penso alle tele monocrome di Spalletti, dove anima e colore si corrispondono.</p>
<p>“Sei contento di non sapere dove ti trovi?” (25), si chiede il mio fumetto.</p>
<p>____________________</p>
<p>*le citazioni da <em>Idillio</em> sono senza riferimenti perché il libro non ha numeri di pagina. <em>Sì</em> e <em>Noi</em> sono entrambi usciti per Tic. Tutte le notizie sulle altre opere di Alessandro Broggi sono qui: https://biobibliografia.wordpress.com/</p>
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		<title>&#8220;Si&#8221; #1 Lettura a più voci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2024 06:18:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[andrea accardi]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Canella]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Accardi </strong> <br /> e di <strong>Leonardo Canella  </strong> <br /> leggono "Sì" di Alessandro Broggi. Un progetto di lettura a più voci e secondo approcci anche molto diversi di un libro difficilmente classificabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Sì (seguito da Altri segni, Tertium quid, Ultimo esempio)</em> è un libro di <strong>Alessandro Broggi</strong>, uscito per Tic edizioni, nel giugno del 2024. Come <em>Noi</em>, uscito per lo stesso editore nel 2021, si presenta come un libro in prosa, abbastanza breve, difficilmente classificabile. Ho chiesto ad amici e amiche autrici, di scrivere qualcosa su questo oggetto letterario non ben identificato, senza per forza la pretesa di prenderne tutte le giuste distanze critiche. Di un libro del genere, mi sembra importante già darne conto attraverso una pluralità di “esperienze” di lettura. Cominciamo con le voci di <strong>Andrea Accardi</strong> e <strong>Leonardo Canella</strong>. a. i.]</p>
<p><strong>“Musiche remote attraversano la città…”. Nota critica su <em>Sì </em>di Alessandro Broggi</strong></p>
<p>di <strong>Andrea Accardi</strong></p>
<p>Chi parla nell’ultimo libro di Alessandro Broggi? L’avvertenza tipografica iniziale ci informa che due diversi tipi di virgolette “individuano due differenti livelli enunciativi”, e in particolare le virgolette alte incorniciano un discorso al passato e alla terza persona, quelle a sergente un discorso al presente e alla prima persona, mentre la voce principale non racchiusa tra segni si rivolge a un “tu” da una posizione di sapere. Questa polifonia interna fa pensare al percorso di un’autocoscienza, a un Monsieur Teste che si racconta nei cedimenti del pensiero di fronte al molteplice e al provvisorio (<em>Que peut un homme? </em>era d’altronde la domanda decisiva nel testo di Valéry). Qui la voce non si reifica in un personaggio, compaiono invece alcuni nomi nella sezione <em>Comunicazione </em>ma come tracce diegetiche pretestuose, catturate in un processo di reimpiego e affastellamento di materiale verbale antecedente e composito (ricordano i viandanti ai margini della civiltà di <em>Noi</em>, il libro precedente dell’autore, basato comunque su un impianto romanzesco puntualmente disatteso), nella consuetudine avanguardista del <em>cut-up</em>, della citazionalità interna (una nota metaletteraria a piè di pagina rimanda a <em>Noi </em>come per escludere ogni vocazione propriamente illusionistica). Si aprono in effetti possibilità narrative piuttosto felici, linguisticamente rassicuranti (“Le case erano accese ma non ancora per la cena”, p. 81), prontamente interrotte o surclassate da altre a loro volta infeconde, troncate di netto. Ci troviamo insomma sul terreno di una prosa che non racconta se non per accenni, e di un lirismo che non confessa se non per improvvisi strapiombi. E siamo ancora dalle parti di quella prosa in prosa che lo stesso Broggi ha contribuito a fondare come un corpo estraneo dentro la nostra letteratura nazionale e che ancora produce effetti rilevanti, alcuni conclamati, altri per così dire di straforo, come un termine di paragone introiettato e contrastivo rispetto alle tentazioni sublimanti e patetiche, agli statuti veritativi della scrittura poetica. Ma dell’istanza prosinprosastica di partenza, quel grado zero non assertivo necessario da postulare ma forse impossibile da mantenere, qui non rimane più nulla, essendo fin dal titolo un libro giocato sull’assertività, su modalità quasi sapienziali, da oriente essenziale, che vanno prese sul serio come per l’appunto le torsioni e i dibattimenti di una coscienza in cerca di liberazione dai tormenti del transeunte: “La mia visione del mondo è in effetti l’ostacolo più grande al libero fluire dell’energia: quando considero come vera in sé una forma della mente si originano sofferenza e infelicità, perché la realtà, che è in perenne mutamento, sfugge al controllo delle forme”, p. 17; “…percepisci questa forma che si genera, arriva a un culmine e poi si disgrega”, p. 21; “Si chiama smettere di trattenere quello che vuole distanziarsi da te e di respingere ciò che vuole arrivare”, p. 51. Delle scritture di ricerca <em>Sì </em>conserva invece in tutto e per tutto l’insofferenza ai confini prestabiliti dei generi letterari, un’ostentata marginalità della forma, lo spaesamento dei referenti. Eppure la recente classifica di qualità dell’<em>Indiscreto </em>ha collocato questo libro al terzo posto per la categoria Poesia (e <em>Oggettistica </em>di Giovenale appena dopo), confermando che in fondo vale per la prosa in prosa ciò che già valeva per la poesia in prosa: accantonata ogni versificazione, per densità e verticalità figurale abbiamo ancora “un testo in prosa che viene ricevuto come poesia” (Zublena, <em>Poesia in prosa/ Prosa in prosa</em>, treccani.it), e che calza come un guanto per un certa esperienza del mondo che non è né lirica né romanzesca.</p>
<p>Ma Broggi va senz’altro considerato più poeta che narratore proprio nella misura in cui associa e giustappone con ampie escursioni dell’immaginario, costruisce un testo che ne contiene in potenza altri, e così facendo compromette l’istanza narrativa fondamentale, che è poi il racconto di una storia per volta e la rinuncia a tutte le altre. Nel capitolo trentuno della sezione <em>Attività </em>si avvicendano con brusca regolarità virtualità dell’essere, snodi del possibile: “Stai aspettando un bambino a seguito di un rapporto sessuale consumato in una missione in Somalia, hai smarrito in mare gli occhiali da sole, sei intrappolata in ascensore. All’asilo dove insegni stai proponendo un’attività con i gessetti colorati. Sei finito su una sedia a rotelle…”, p. 31. Questa carica aggressiva verso l’illusione romanzesca monodiegetica contiene al suo interno anche qualcosa di dolente, una protesta contro la legge di realtà e la finitezza dell’esperienza, di cui il romanzo tradizionale in qualche modo si fa portato. Strano ma vero, c’è talvolta nelle forme brevi e proteiformi un desiderio di infinità che gareggia con quello delle opere massimaliste, e questo libro ne rivendica perlomeno una qualche clausola psichica: “È possibile solo dire sì, il no non è più concepibile: tutto ciò che non accolgo provoca divisioni e qualsiasi separatezza genera di per sé conflitto”, p. 59. La tensione fra il trattenere ogni cosa e ogni cosa lasciare andare produce la respirazione profonda di questo libro, così come le scorribande di una sintassi che per avvolgere tutto deve infine sorvolare. Sotto l’avviso del chi si sofferma è perduto, anche la soggettività è trattata da costruzione fragile, pretestuosa, tralasciabile: “tutto ciò che sei ora diverrà un sogno domani”, p. 22; “Vivo in un mondo forgiato dalle mie convinzioni, nulla ha di per sé alcun significato e il modo in cui trasformo la realtà è cambiando me stesso”, p. 55; “Se tolgo la mia biografia, il personaggio, questa storiella della mia identità…”, p. 79, dove non tiene più nulla, neppure l’età o il genere (si alternano così nel testo maschile e femminile), e ci si può riconoscere soltanto agli angoli della prosa, nei sogni dell’analogia: “a diuturno contatto con lo straripare dello spazio attorno da numerosi, infiniti accessi punteggiata di luce siderale nel momento più alto del volo puoi semplicemente essere te stessa… di nuovo una bimba che gioca sulla battigia e raccoglie conchiglie senza alcuno scopo”, p. 24. Va poi da sé che un io che invoca a gran voce la propria esautorazione è un io ancora forte, radicato, forse invincibile. Ma il tormento per ciò che dilegua, e la ricerca di una forma che lo racconti, che lo contrasti e infine lo assecondi, per la molteplicità delle cose che sfuggono anche alle maglie del tessuto poetico (e a maggior ragione a quelle di un racconto incapace di moltiplicarsi, di uscire dai cardini del narrativo), si avvera una volta di più nel finale, su uno sfondo che appare con spalancata evidenza come provvisorio: “Musiche remote attraversano la città velata dalla notte: di chi sono questi suoni? Sono i suoni degli uomini, come se niente fosse mai esistito, o saputo, o capito se non questo trasalimento…”, p. 116.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La vita è un ‘sì’ che vive sempre, il <em>Sì</em> di Alessandro Broggi</strong></p>
<p>di<strong> Leonardo Canella</strong></p>
<ol>
<li></li>
</ol>
<p>Polly ti vedo le tette e sono felice. E vivo. Però se PENSO che ti vedo le tette sono felice ma forse meno vivo. E se SCRIVO che ti vedo le tette sono già morto, Polly. E penso che vorrei allora non scriverlo che ti vedo le tette. E non pensarlo. E VIVERE le tue tette così, vivo prima ancora di vederle seduto in poltrona col telecomando. Mentre tu tagli l&#8217;insalata.</p>
<p>1.</p>
<p><em>Si</em> di Alessandro Broggi è il mio sì alla vita quando<em> vivovedo</em> le tue tette prima ancora di pensarle o di scriverne, Polly. Leggo Broggi e sento il &#8216;sì&#8217; di vita che è in me prima che il pensiero lo ingabbi nelle parole (scritte o pensate). E il mio &#8216;sì&#8217; è identico al suo, al tuo. È il sì di tutti NOI. Pensare-percepire-scrivere è già uccidere la vita che vive. Leggi e senti allora che Broggi usa la parola scritta per farti rivivere quel &#8216;sì&#8217; primigenio, prima che i tuoi pensieri-desideri lo ingabbino. Sono io che vivo le tette della Polly prima di vederle pensarle scriverne. Mentre lei taglia l&#8217;insalata. È la poesia, e così non si muore mai secondo me.</p>
<ol start="2">
<li></li>
</ol>
<p>Cinquantatré capitoletti in 92 pagine divisi in quattro sezioni: (Scioglimento) 41-53, (Attività) 31-40, (Riavvio) 1-13, (Comunicazione) 14-30. Ma il libro ha 120 pagine: devi aggiungere le prose Altri segni, Tertium quid e Ultimo esempio. FONDAMENTALE è la nota di p.119, qui l&#8217;autore ti dice come ha cucinato i suoi ingredienti e tu lo devi sapere. L&#8217;editore è Tic, Roma.</p>
<ol start="3">
<li></li>
</ol>
<p>COSA. Non lasciarti stupire da COSA c&#8217;è in questo libro perché ci trovi ingredienti di tanta filosofia degli ultimi settanta anni. Ma leggendo avrai anche l&#8217;illusione che Broggi sia riuscito &#8211; che bello è illudersi! &#8211; a portare quei traguardi un po&#8217; più in là. Ed è bravo lui a fartelo credere. La poesia è bugiarda (e vera). Così mentre leggevo mi sono illuso di <em>vederevivere</em> le tue tette, Polly. Prima di pensarle, prima di farle morire in definizioni pensieri parole. Io seduto in poltrona, tu che tagliavi l’insalata. E mi sono sentito più vivo quando Alessandro ha scritto proprio per me “La mia visione del mondo è in effetti l&#8217;ostacolo più grande al libero fluire dell’esistenza” (p.17).</p>
<p>4.</p>
<p>COME. Scaglie che brillano sul bianco. <em>Sì</em> è fatto di scaglie spesso prelevate tali e quali (libri, media…). È il paguro che entra nella conchiglia non sua su cui si sono incollate scintille di pixel colorati. Ne nascono poemetti di frasi accostate dal sapore concettuale (20-40 righe). Ogni frase lancia bagliori di senso alle sue vicine e ne riceve. Leggi e senti piccole scosse di piacere, è la vita che vibra in te, quella che è prima dei pensieri delle definizioni delle percezioni. È il Sì. In questa arte dell&#8217;accostare scaglie Broggi è bravissimo. È SUPER.<em> Ti voglio offrire un caffè</em>!, penso mentre leggo. Io, Alessandro e Borroughs al Caffè Stella. Quando un autore è bravo gli dico dai che ti porto al Bar Stella.</p>
<p>5.</p>
<p>PIACERE. Leggi e provi un piacere sottile per la bravura dello scrittore. Lo stile. Eccone un esempio: “Ambiti e sortite, vicissitudini, riverberi, germinazioni, tropismi e pasture, giaciture; farragini, incagli, languori e disinganni&#8230;” (p.46). Nuclei di parole &#8211; ne trovi molti &#8211; che fanno vibrare l&#8217;impianto concettuale di <em>Sì </em>grazie a increspature di piacere sottile. È la mia generazione, quella dei nati intorno al 1970, sbocciata nei tepori azzurrini del postmoderno. Leggi e senti piccole scosse di vita, di ‘sì’ (cfr. supra). Talvolta fioriscono sulla pagina anche corolle di pixel fosforescenti, delicati: “La luce dorata del tramonto discendeva la città dentro le sue proporzioni…” (p.13), “Il portamento dei pioppi, del sole primaverile, il rapido addensarsi dell&#8217;oscurità in un cielo estivo…” (questa frase me la sono appuntata su una bustina di zucchero senza segnare la pagina, trovala tu). E non ti fare ingannare dalla virgolette caporali o inglesi fra cui trovi queste parole, è Broggi.</p>
<ol start="6">
<li></li>
</ol>
<p>LA TUA VOCE. Ho letto <em>Sì</em> ed ho la tua voce nella testa, Alessandro. Ho la voce di Alessandro nella testa. Quando l’ho incontrato, lui aveva i bottoni del cappotto che gli stringevano troppo il torace, 2022 Milano Assab ONE. Guarda che hai i bottoni del cappotto che ti stringono troppo il torace, gli volevo dire. Alessandro ha ascoltato le Nughette, rideva (forte). Era febbraio, c&#8217;era freddo e la porta del bagno era blu. In quel momento ho sentito che gli volevo bene. E anche adesso sento la sua voce che mi dice: “La mia visione del mondo è in effetti l&#8217;ostacolo più grande al libero fluire dell&#8217;esistenza”. E la Polly taglia l’insalata.</p>
<p>FINE</p>
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		<title>Nervino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/23/nervino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Apr 2021 05:00:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong> <br />Si apre nella stanza – la parvenza della luce che ha per occhio – una buca sul terreno della casa – le mani dolci come cialde – il delicato attendere una chiamata]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-89783" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2.jpg" alt="" width="1200" height="1600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-1152x1536.jpg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-1068x1424.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/acua2-315x420.jpg 315w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si apre nella stanza – la parvenza della luce che ha per occhio – una buca sul terreno della casa – le mani dolci come cialde – il delicato attendere una chiamata – la temperatura elevata al grado – più alto della durata dei quando – e dove sono se non ancora – qui – dove sento il rancore che ci porti – la maschera di un dio rimescolato con le alture – e quando vivo dentro – quanta vita dentro – questo affacciarsi alle finestre ad osservare – una ginestra rotta – il cumulo di torba sul campo delle feste – una tempesta di menzogne masticate – si apre come vento e come spera – un resto che recrude nelle parti – la troppe molte parti rannicchiate – un gesto di vendetta che ci spinge – a dirci le parole la lingua delle spore – si muove un vento che mi spinge, il gelo diradarsi delle acque – un ruscello che non parla dice muovi – il troppo movimento si fa piano – appena i primi passi nella casa – lo specchio che confonde il mio non dire – non dire quanto hai visto e quanto l’occhio – respinge il troppo accumulato sottoterra – la terra che mi premi nella gola</p>
<p>***</p>
<p>Si apre il tuo sudario a primavera – il vero ricomposto nel silenzio, quanto – ci siamo dati e riproposti – ma ancora cede il tempo al temporale – ancora mi scomponi per procura – la tana in cui cacciamo i nostri corpi – sepolti di sabbia che ho ingoiato – la guaina che copre quando i morti – non tremano se non per riposare e – dico guarda il vento – che tuona nelle ossa – l’assalto per ridirsi un po’ penosi – la noia di quest’epoca ammalata che richiama – mondare le giunture e le animelle – ho visto un albero non verde, la chioma – già ammalata la mia chioma – dirada sulla strada della testa – un guscio e non c’è spazio per chiamare – urlare il già sentito il troppo detto, la piana – di un ricordo che si accorda – e ho visto e detto troppo – se apre il tuo sudario nell’autunno – la stagione a ricompensa per l’estate – la foglia e la testuggine del mondo – dimentico la voce la tua casa – dimena fame a fame per un corpo – che sembra maledetto e non c’è verso – se verso è già restare</p>
<p>***</p>
<p>Si apre il mio ricorso – soccorrere un malato dai suoi nervi – nervino il nero la nostra ricompensa – essere i sapienti della notte – sapere che non sanno – chinarsi nel sentito – dire di macerie di rotture del candore – se i santi si scolorano nel nostro articolare – un vento l’eventuale discordare – l’umore i nostri amori dimezzati – se in mezzo c’è un dolore che fa spazio – al canto di topaia e di ranocchie – la rana che si gela solo fuori, che genera un polmone immacolato – ritorna quando sgela di sudore – riaccorda le sue parti come zampe di tensione – e nasce nasce ancora se non – dorme, se non – strilla – se non – passa la stellata nella testa – si muore solo un giorno e non c’è giorno che non cadi – si muore per un gioco e per un caso – il sacco in cui mi poni nella cinta – se fa male ammaliare il proprio porto – ho detto già l’opposto che mi cuci – la bocca quando grido – il lento diradarsi della pena – la piana è tutto quello che mi osservi</p>
<p>*fotografia Mariasole Ariot</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Favola della buonanotte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/02/09/favola-della-buonanotte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2021 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Felderer]]></category>
		<category><![CDATA[glitch]]></category>
		<category><![CDATA[Maruo Suehiro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulia Felderer “For bonny sweet Robin is all my joy” Mi piaci fin dal Paradiso Terrestre senza dubbio ti ricordi di: ma anche di: quella volta in cui: siamo stati benissimo abbiamo corso a perdifiato sotto la Luna ne abbiamo le foto e tutti se ne ricordano tutti non possono averle dimenticate in quanto: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87946 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Suehiro-Maruo-The-Camellia-Girl-1984-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />di <strong>Giulia Felderer</strong></p>
<p><em>“For bonny sweet Robin is all my joy”</em></p>
<p>Mi piaci fin dal Paradiso Terrestre senza dubbio ti ricordi di: ma anche di: quella volta in cui: siamo stati benissimo abbiamo corso a perdifiato sotto la Luna ne abbiamo le foto e tutti se ne ricordano tutti non possono averle dimenticate in quanto: le abbiamo postate su Instagram. Oppure si trattava di una pubblicità di biscotti fin dal Paradiso terrestre ma tutti e noi ce ne ricordiamo bene.</p>
<p>A volte ho l’impressione di avere un meccanismo di lame dentro al corpo fin dal Paradiso Terrestre e anche lì i dottori che erano gli angeli non sapevano bene come comportarsi. Di conseguenza si comportarono male. Sollevarono la cassa toracica e al posto degli organi erano ruote dentate e dissero: “uhm uhm”. Le ruote dentate sorrisero smaglianti alla vista dei bisturi e i bisturi ricambiarono il sorriso luccicando. Aprirono il cranio e vi trovarono soltanto una piccola lama che cantilenava avanti e indietro come un pendolo sopra il condannato disteso su di un panno rosso. Il condannato piangeva e cercava di modulare la propria voce sulla voce della lama pregandola di non avvicinarsi. La lama faceva finta di non capire ma si divertiva un mondo a scendere scendere scendere per fare il solletico sulla pancia del condannato. Gli angeli guardarono per un po’ e dissero ancora: “uhm uhm uhm”.</p>
<p>Infine diedero un’occhiatina all’utero, ma lo fecero, devo dire, con molta delicatezza e pudicizia; all’inizio fecero fatica ad afferrarlo perché l’utero saltava e rimbalzava a destra e a manca: era davvero un dispettoso ma anche bello e vanitoso perché era tutto trasparente.<span id="more-87939"></span> Gli angeli a quel punto si scomposero un po’ nel corrergli dietro, ed erano buffi a vedersi con le ampie vesti bianche che battevano senza posa sulle gambe pallide e tutte quelle ali svolazzare disordinate. Afferratolo lo incisero ma dentro c’erano soltanto cose davvero poco interessanti come conchiglie, denti da latte e qualche lametta da rasoio .</p>
<p>Gli angeli a questo punto non sapevano davvero più che fare o che farsene anche se erano creature veramente intelligenti ed esperte di matematica. A uno di loro, il più burlone della schiera, venne l’idea di prendere una grossa calamita e di farla penzolare un poco al di sopra degli ingranaggi e gli ingranaggi si misero sull’attenti e cominciarono a stridere così dolcemente che gli angeli ne furono estasiati e cominciarono a danzare più rapidi dei colpi di spada, cosa che di solito non fanno mai perché sono sempre molto tristi e composti. Solo il serafino che reggeva la calamita non poteva danzare e ad un certo punto si seccò e pretese che qualche altro angelo gli desse il cambio ma a nessuno andava di farlo: erano troppo impegnati a fare le giravolte. Così il serafino mise da parte la calamita e tutto finì: gli angeli tornarono meditabondi.</p>
<p>Da una parte avrebbero voluto tenere per sé quel così bravo carillon, dall’altra sapevano che il buon Dio non l’avrebbe mai permesso così come non aveva permesso loro di tenere gli specchi (gli angeli sono molto vanitosi) o le rose (gli angeli sanno essere più romantici dei poeti romantici). Al buon Dio infatti piace che le sue milizie angeliche siano massimamente serie e non si distraggano. Dopo una lunga discussione e un aggrottare di fronti pallide decisero di demandare la questione alla Terra, sulla quale non nutrivano opinioni positive, ma pazienza. Dopo aver sbrigato l’iniezione dell’anima e altre pratiche altrettanto noiose riposero il corpo in un astuccio di cellophane e lo espulsero tramite un particolare scivolo che conduceva in qualche angolo del pianeta strano. Da allora non ne hanno più avuto notizie, come del resto non ne hanno per tutti gli altri corpi che passano loro tra le ali.</p>
<p>A proposito degli angeli si raccontano molte e graziose storie di cui alcune false ed altre altrettanto.</p>
<p>Pare che un tempo ciascuno di loro possedesse una vasta collezione di bianchissime spade e che si divertissero a duellare nell’alto dei cieli, scatenando tremendi bagliori che gli uomini credevano stelle, ma che dopo un po’ questo gioco sia venuto loro a noia: gli angeli infatti non possono morire e meno che mai perdere un po’ di quel brillante liquido rosso che invece gli uomini posseggono in grande quantità. Si ferivano e dalle loro ferite non scaturiva altro che semplice pioggia che è una cosa noiosissima. Così, quando il buon Dio li inviò sulla Terra a fare un po’ di pulizia (che è un modo più informale per dire “giustizia”), si fecero prendere la mano e punzecchiarono parecchi ometti, donnine e molti bimbi finché il buon Dio non li richiamò all’ordine e ritirò loro le spade con la promessa di rendergliele soltanto nel sospirato Giorno del Giudizio Universale.</p>
<p>Da allora gli angeli da spadaccini sono divenuti scienziati e del resto le loro tuniche bianche si prestano singolarmente bene a questo scopo, ma questa è davvero una ben misera consolazione per loro: perciò dall’inizio dei tempi fanno il conto alla rovescia per il Giorno del Giudizio come noi lo facciamo per il Capodanno o per altre belle festività. Naturalmente il Giorno del Giudizio è a discrezione del buon Dio e chissà quando sarà: neppure gli angeli lo sanno ma è certo che sarà un tripudio e che nessuno troverà scampo: gli angeli aspettano da troppo. È probabile, comunque, che il canto del carillon abbia ricordato loro il sublime canto delle spade rutilanti nell’aria e che per questo sia stato rispedito sulla terra: gli angeli sono molto volubili e hanno desideri terribili, che non hanno nulla a che vedere con i nostri; una sola nota di più e avrebbero rovesciato il buon Dio e ricordato i nomi delle loro lame, che sarebbero accorse in gran fretta: a quest’ora non troveresti neanche un bruco sulla Terra.</p>
<p>Quando verranno io prego mi riconoscano e si ricordino del piccolo carillon che gli piacque tanto e che dal Paradiso terrestre non ha più suonato e forse non suonerà più: nell’attesa di loro ho scritto questa storia.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><small>Autobio: &#8220;Volatili che preferiscono rimanere anonimi riferiscono che Giulia Felderer è semplicemente una grande&#8221;.<br />
Un altro suo testo <a href="https://gammm.org/2020/04/02/please-help-me-im-burning-alive-giulia-felderer-2019/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.<br />
Immagine: Giulia Felderer, &#8220;Glitch su una tavola di Maruo Suehiro&#8221;, 2016.</small></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prosa in prosa (Inglese, Zaffarano, Giovenale, Broggi)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/17/prosa-in-prosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; Le edizioni Tic hanno recentemente ripubblicato Prosa in prosa, originariamente uscito nel 2009 per la collana fuoriformato de Le Lettere. Ospito qui alcuni estratti di Andrea Inglese, Michele Zaffarano, Marco Giovenale e Alessandro Broggi, insieme alla bandella originale del libro, firmata da Andrea Cortellessa. &#160; &#160; ANDREA CORTELLESSA Bandella di Prosa in prosa (2009) &#160; L’abitudine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-87550" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.32.31.png" alt="" width="423" height="763" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Le edizioni Tic hanno recentemente ripubblicato <strong><em>Prosa in prosa</em></strong>, originariamente uscito nel 2009 per la collana <em>fuoriformato </em>de Le Lettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ospito qui alcuni estratti di <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Michele Zaffarano</strong>, <strong>Marco Giovenale </strong>e<strong> Alessandro Broggi</strong>, insieme alla bandella originale del libro, firmata da <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANDREA CORTELLESSA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bandella di <em>Prosa in prosa (2009)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L’abitudine che ci fa usare la dizione da manuale, <em>poesia in prosa</em>, può far dimenticare come essa, in realtà, segni un paradosso. Ma – ha spiegato il suo maggiore studioso italiano, Paolo Giovannetti – proprio tale «ambiguità esibita» è il suo «carattere fondante». Posizione ambigua, dunque, e anche scomoda: troppo «asciugata» dal poetico per i lettori di poesia (almeno per chi si riconosce nel poetese, più che nel poetico); troppo autoreferenziale e «lavorata» – troppo «poetica», insomma – per coloro che della prosa ammettono un’unica specializzazione merceologica, quella della narrazione (e diciamo, anzi, direttamente la <em>fiction</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la prosa come <em>forma del limite</em> è stata una delle poche vie di fuga che abbiano consentito alla nostra scrittura poetica, negli ultimi decenni, di non rinchiudersi nel repertorio di se stessa. Negli anni Settanta autori come Giampiero Neri, Cosimo Ortesta e Cesare Greppi hanno messo a frutto la lezione dei maestri francesi di un secolo prima; mentre è del 1989 un episodio isolato ma significativo come la silloge <em>Viceverso</em>, curata da Michelangelo Coviello. Né sorprende che oggi i trenta-quarantenni di <em>Prosa in prosa</em> guardino di nuovo Oltralpe (e Oltreoceano), mutuando il loro stesso titolo da Jean-Marie Gleize.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto meno subliminalmente, l’espressione <em>poesia in prosa</em> rinvia poi al concetto di <em>traduzione</em>: un «contenuto», in sé poetico, che verrebbe «trasposto» in prosa. Ma se il «contenuto» è <em>già prosastico</em>, qui, che cosa viene in effetti «tradotto»? La <em>prosa in prosa</em>, risponde Antonio Loreto, ha qualcosa del <em>ready-made</em>: senza sovraccaricare la scrittura di effetti speciali (la «prosa d’arte» dalla quale i Sei si guardano bene) è mediante il suo isolamento (in lasse, blocchi, serie variamente ordinate) che se ne muta sottilmente il senso. Basta incorniciare l’oggetto, come ha insegnato appunto D­uchamp, per fargli dire qualcosa di diverso – e inatteso. Qui piuttosto lo si «inquadra»: e non stupiranno, allora, i frequenti riferimenti all’universo dei media visivi, dalla fotografia allo schermo del computer.</p>
<p style="text-align: justify;">Così facendo si segnalano, nella prosa del mondo, una serie di <em>mutamenti inavvertiti</em>. Come in un certo gioco enigmistico, ci accorgiamo d’improvviso di dettagli incongrui, particolari inquietanti. E finiamo per capire, insomma, come qualcosa nelle nostre vite sia da tempo mutato: a un livello microscopico, magari, ma con conseguenze non meno che catastrofiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANDREA INGLESE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Prato n° 102 (collage e stucchi)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Praticello con pescheria (e dadi di tonno rosso mattone nella cunetta di ghiaccio, da cui affiora un orlo di prezzemolo), stivali di gomma blu, vasche di polistirolo, e pompa arrotolata (e mercato del pesce di Tokyo, tonni segati in due, sequenza a rallentatore di Bill Viola). Praticello con pulegge, stoviglie lavate, e orme fresche. Praticello tipo Sierra Nevada senza avvoltoi. Praticello in cui il bisogno di un padre buono, onnipotente e amoroso viene soddisfatto da una poltroncina mobile, elegante e dallo schienale ampiamente flessibile. Praticello con alcune bestie che parlano, non per esigenze spirituali ma a causa di impulsi elettrici (ed altre bestie mute, addestrate ad inviare impulsi, e addestratori umani incapaci di tutto, salvo di addestrare). Praticello con gradevole luce, su forcone appeso al muro, e colata di vernice. Praticello delle sei e mezza di pomeriggio (d’estate, e personaggi vari che a quell’ora provano angoscia immotivata). Praticello da cui uscire solo morti o amputati (infrequentabile). Praticello con uomo dai molteplici delitti, un cuore putrido, poteri paranormali, e una fortuna sfacciata alle corse dei cavalli. Praticello in cui mi ricordo di tutti i seni indovinati dietro una stoffa leggera, e dei piedi nudi femminili, nei periodi di riscaldamento climatico. Praticello in disuso, con grandi ammassi di pneumatici in fiamme, e materassi sventrati o fradici, e gatti finiti nelle tagliole, o in brodo. Praticello di poca luce, con fontana, e fagiani al suolo, immobili, probabilmente impalati. Praticello borghese, fine novecento, con tubuli, maschere, bombole, quadranti, per respirazioni prudenti, rarefatte, e bistecche al sangue, rognoni, roast beef, per masticazioni frenetiche, perenni. Praticello per allievi impudenti, studentesse feroci, giochi di mortificazione fisica e mentale. Praticello dei cannibali, tutti quanti essendolo diventati, dopo aver ognuno attraversato un certo numero di difficoltà alimentari. Praticello della musica, da fare all’improvviso quando ci si passa. Praticello in cui è impossibile masturbarsi, mancando foto, video, disegni, persino ogni materiale psichico (e sorgono ricordi invece d’equazioni, di sequenze numeriche, di documentari zoologici). Praticello in cui l’alcolismo è un metodo tra i migliori per rispondere all’assenza di un padre buono, onnipotente e amoroso. Praticello con ministro della pace, ufficiale delle <em>Schutz-Staffeln</em>, profeta, e lucido da scarpe (e un solo paio di stivali, un solo slogan per dirigere la gioventù, e meno di quattro capri espiatori disponibili). Praticello come vero, in cui si fa l’amore e si dorme, si beve e ci si carezza (e non mancano i viveri), e ci si muove con cautela, si parla a bassa voce, per non interrompere il sogno o modificarne l’intreccio. Praticello dove chi scrive, conosce bene le arti marziali del pensiero, e anche di tutti i cinque sensi, e delle zone erogene, e di ogni poro (e guarda a lungo la luce dentro un bicchiere d’acqua). Praticello ad alta tecnologia, ma pulita e produttiva, dove ogni pensiero del canguro, ed il suo fiato, e la pressione arteriosa, e i tic nervosi, e le unghie, il manto, i denti, sono assolutamente registrati, copiati, riprodotti, trasformati, resi utili, in tempo reale, a tutti i possibili clienti, anche nelle zone remote, dal clima difficile, e dalla politica energetica incerta. Praticello delle droghe belle, con un codazzo di dementi, che non sanno comporre una frase di commiato, e si intrappolano sempre più a vicenda, sempre più ridendo, assieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87546" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59.jpg" alt="" width="1726" height="812" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59.jpg 1726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-300x141.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-768x361.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-1024x482.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-250x118.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-200x94.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Screenshot-2020-12-15-at-01.11.59-160x75.jpg 160w" sizes="(max-width: 1726px) 100vw, 1726px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>MICHELE ZAFFARANO</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Venti &amp; ventinove</strong></p>
<p style="text-align: center;">da <em>Wunderkammer, ovvero Come ho imparato a leggere</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">20</p>
<p style="text-align: justify;">L’autentico. Oppure il libro che non sarebbe mai stato scritto se le parole non avessero assunto questa forma particolare di <em>bêtise</em>. Il lavoro, gli aneddoti raccontati. Nessun dubbio che ciò che viene letto possa finire per restare impresso. Nello stesso tempo, l’ascolto percorre i suoi sentieri, inganna chi resta all’interno dell’ambito. Se ancora, in casa, c’è un ambito, se ancora ci sono le categorie di interesse, i manichini non convenzionali, la possibilità di un racconto pensato per lamentarsi. Nel corso di queste righe, non c’è alcuna intenzione di rivelare fatti intimi, alcun desiderio di esibirsi in modo sconcertante. Di questo parleremo in seguito. Intanto: togliere di mezzo, ripulire con cura, non scrivere nulla per nulla, offrire le stesse astute <em>bêtises</em> del quotidiano, farle durare, sentirle esistere, resistere, e poi eliminarle, parlare, parlare. Spesso capita che dalla scrittura il dubbio su ciò che viene letto sia posto addirittura dagli invitati. Qualcosa di autentico avanza comunque, si rivela.</p>
<p>29</p>
<p style="text-align: justify;">Lentamente si modificano i campi visivi e comincio allora a tastare il terreno, a cavalcioni, o seduto di fianco, alla maniera delle donne. È piena di lordura la distanza più breve tra un punto e l’altro, ha inghiottito gli ostacoli. Non viaggio, descrivo linee a cerchio. Sta scritto: «ka multo vendarete kara questa fatiga et l’altre ke son per natura loro fatigate mollemente, et sunt gravate de infirmitate». Lentamente il tempo scivola e si scioglie e si dilata, profondamente solitario, installato in piena fantasmagoria e consonanza e clarità. L’altra è perduta, la mia è ferma e senza tempo, mi fugge sotto falsi nomi lungo la teoria dei meandri e contemplo allora spettacolo, mi sembra il cuore mi si spezzi, e il tempo e la speranza, la vita, i ritmi. Il fenomeno è volto a finalità immaginarie, <em>index sui et falsi</em>. Io sono l’immagine della pietra. È a cavallo che passo la vita, «en celo coronato cum la Vergene Maria». Desiderose, pendolari, alterne nei movimenti, le leggi della matematica razionale sono come una tempesta sul mare. Un grave percorre la sua orbita intorno al globo, era tutto un gridare di orbite intorno al globo, ma il movimento era fisso e teso, decelerato. I deliri sono provocati dalla sardonica integrità delle strade percorse, i sensi rispondono a chiunque entri, provocando uno stato speciale. «Tute quante lo sostengate», s’intenda: le cavalcature, ma anche: la quiete della morte, che sarà atto di giustizia. «In pace ka cascuna sarà regina». La strada da prendere è la stessa, l’uscita all’entrare, sempre addormentata. Qui mangio restando piegato sul collo degli alberi. Qui la voce che ho scritto fascia per un tempo troppo breve l’azione: gli adulti sono in fuga, la vita è altrove.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87547" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto.jpg" alt="" width="1816" height="1816" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto.jpg 1816w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/ZAFFARANO—Foto-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 1816px) 100vw, 1816px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>MARCO GIOVENALE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>2 da <em>corpus iuris</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">da <em>giornale del viaggio in italia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">I</p>
<p style="text-align: justify;">anche il cieco può adottare o essere adottato, poiché taluno fu istituito erede per l’intero, intanto non può attaccare d’inofficioso, perché ha la falcidia, ma se si ottenne la vittoria, quando il principio di questa legge parla d’universalità, poiché è assai più comodo astringere l’avversario a sobbarcarsi ai pesi propri di un attore, stando altri in possesso in nome altrui, che può tagliare la selva cedua, il salceto, i pali della selva, o del canneto, dell’alluvione, finché non si numeri il prezzo, la sentenza di giuliano è più umana, dopo perduto, se locò le opere sue, istituì un servo, togliendo tutto, indeterminatamente, il muro per sostenere il peso stia così, in perpetuo, alla stessa maniera, perché non gli si può concedere condurre l’acqua, frapponendosi il fiume pubblico, la servitù della via, o se si può passare a guazzo, od abbia un ponte, è diverso se sia passato su pontoni, così la va, se il fiume corre pel fondo di un solo, indi venga il fiume, ma vediamo se la disposizione sia la stessa, se fossero comuni le case, se comprerò da te il permesso di immettere lo stillicidio dalle mie case sulle tue, e poscia, a tua saputa, ve l’abbia immesso a titolo di compra, onde si tolga ciò che illegalmente fu fatto, poiché quel che il pupillo ha è quotidiano, se corse l’acqua, nella condizione in cui era, dell’impeto del fiume, e della ruina.</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">III</p>
<p style="text-align: justify;">in riguardo agli animali irragionevoli, se mai per effervescenza, spavento, o per ferocia abbiano cagionato un danno, in nome di altri, ci si vieta avere il cane, il porco selvatico, il cignale, l’orso, il leone lì dove ordinariamente si passi, nei gradi delle cognizioni, ristretti in nostra custodia, con animo di profittarne, delle cose che sospette sieno, il fondo cogli attrezzi, la duplicazione elide le replicazioni, è grande poi la differenza delle cose, sono in luogo di naturali, questa si chiama volgare, perché si numerano i giorni continui</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87548" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_.jpg" alt="" width="711" height="612" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_-250x215.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_-200x172.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/splendide-forme-differx-2019_-160x138.jpg 160w" sizes="(max-width: 711px) 100vw, 711px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ALESSANDRO BROGGI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Daily Planet</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Nessuno ha mai avuto in mente la maggior parte di ciò che accade.</em><em><br />
John Cage</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per vendicarsi, una prostituta violentata da un gruppo di sbandati fa quasi massacrare l’unico che l’aveva difesa. Per poter vivere l’amore che provano l’uno per l’altra, Pedro e Cati dovrebbero superare il loro attaccamento morboso. Rapito dai ribelli del Blood Brotherhood, Orked è addestrato alla guerra, drogato, indottrinato e spinto a compiere crimini orribili. Durante la dittatura di Augusto Pinochet, un movimento indipendente di fotografi cileni documenta la repressione militare e la resistenza della popolazione fotografando quello che i media ufficiali nascondono. Da oltre vent’anni l’associazione Special Olympics lavora per integrare gli handicappati mentali nella società per mezzo dello sport. In Ghana esiste un fenomeno chiamato Ayan, o “drum poetry”, dove il tamburo parla ed è considerato un vero e proprio linguaggio. Batad è una località incantevole sulle montagne terrazzate delle Filippine, dichiarata luogo a rischio della terra dal World Heritage Committee. Theo vive con un unico sogno: diventare un modello di fama e affermarsi nella società del marketing e della pubblicità. Bunny chow è una specie di pane ripieno di carne e verdure che si mangia in compagnia. Dana vive con la nonna, la madre e il fratellino, il padre è partito in cerca di lavoro e non è più tornato. Autista e narratore di storie, Abdelrazzak trasporta le persone sul suo pullmino verso un luogo nel deserto dove officia una famosa guaritrice. Chen, killer professionista, riceve le sue commissioni via Internet. Sei ragazze di Porto Said condividono un appartamento al Cairo come studentesse. Christoph lascia la moglie, la famiglia e il lavoro di avvocato per vivere in modo solitario e anonimo in un quartiere popolare di Anversa. Il giorno del suo compleanno Jeanne scopre dalla madre di avere un padre indiano. Benicio si asciuga lo sperma prima di addormentarsi sul divano. Durante il battesimo, Edo vede gli arcangeli pulire il volto di Cristo dalle ferite della sofferenza umana. Stoffer si comporta normalmente. Le donne di Haenyo, Corea, per vivere si immergono 20 metri sotto il mare e trattengono il respiro per 2-3 minuti raccogliendo frutti di mare, alghe e altri prodotti marini. Per sfuggire alla miseria e soddisfare i bisogni famigliari Mocktar decide di lavorare in una miniera d’oro del Burkina Faso. William incontra Sara in un bar chiamato “Bitter End”. Sebbene divorziata da tempo, Carla litiga di continuo con l’ex marito sotto gli occhi dei figli. La relazione con Naima conduce Sydney da un una proposta di matrimonio a una situazione di estrema indigenza. Un giorno Rebecca viene avvicinata da un uomo che la segue e le offre un passaggio. Sergej scopre di avere un male terribile, che lo porta a fare i conti con se stesso. I Samburu sono un popolo pastorale semi-nomade, con una vibrante tradizione orale e una forma di costruzione della memoria associata a oggetti, addobbi fisici e canzoni. Una famiglia – padre, madre e tre figli – è riunita per la colazione. Camminando in alta montagna Arild incontra per caso il padre di un vecchio compagno di scuola che non vede da vent’anni. Samia chiede a un ragazzo di curare il figlio mentre va a fare una nuotata. Il giovane Wolfgang Amadeus a soli cinque anni ha già una forte passione per la composizione e una vivida immaginazione. Abner e Amira attraversano in auto la periferia di Riga. Seduto di fronte al medico Dragan Ledeux non ha più dubbi: non potrà avere figli. Marco è affascinato dal mito della vecchia mafia. Un battaglione di tiratori scelti giunge nel campo di transito di Verneuil-sur-Avre, dove li attende la smobilitazione. Quique attraversa il confine e arriva negli Stati Uniti. Il pittore Rembrandt accetta con riluttanza di dipingere la milizia civica di Amsterdam in un ritratto di gruppo. Cole è un giovane americano a Parigi che si guadagna da vivere come sosia di Michael Jackson. Il rito della riesumazione dei morti è diffuso in tutto il Madagascar. Noriko da piccola non ha mai capito perché tutti parlassero d’amore, ora lavora di notte come prostituta. Aya vanga un pezzo di terra negli aridi paesaggi del massiccio dell’Aures. George W. è alle prese con la calamità dell’uragano Katrina. Norma e Kika confessano la loro relazione in un diario a quattro mani. Jamie arriva a Vancouver per far visita a un’amica che però non riesce a rintracciare. Un centro commerciale di New York in rovina è sede di un mercato delle pulci. Lotte è stata licenziata dal delfinario. Wendo Kolosoy è una leggenda della rumba congolese. Un uomo e una donna vengono sottoposti a un esperimento terrificante.</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87593" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip.jpg" alt="" width="1600" height="1200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip.jpg 1600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/alessandro-broggi-foto-per-pip-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p style="text-align: center;">“… ma questo intreccio di percorsi ci preparerà, noi speriamo, a perderci tra la folla.”</p>
<p style="text-align: center;">(M. de Certeau)</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Intervista a Marco Giovenale su &#8220;Quasi tutti&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/08/24/intervista-a-marco-giovenale-su-quasi-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 05:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Quasi tutti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura non-narrativa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=86033</guid>

					<description><![CDATA[Intervista a cura di Gianluca Garrapa La presente versione di Quasi tutti (Miraggi ed., 2018), da considerare definitiva, emenda qualche ingenuità e refuso della prima edizione, e si presenta in alcuni punti riveduta, a livello macro- e microtestuale.   Gianluca Garrapa: ci racconti la genesi del testo? E dei microscopi e telescopi testuali come fanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-86037" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi-250x340.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi-200x272.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi-160x218.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/speculummundi.jpg 353w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />Intervista a cura di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p><em>La presente versione di </em>Quasi tutti (Miraggi ed., 2018)<em>, da considerare definitiva, emenda qualche ingenuità e refuso della prima edizione, e si presenta in alcuni punti riveduta, a livello macro- e microtestuale.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Gianluca Garrapa:</strong> ci racconti la genesi del testo? E dei microscopi e telescopi testuali come fanno direzionati per curarsi del reale e simbolizzarlo sulla pagina?<span id="more-86033"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marco Giovenale</strong>: Il libro cerca di mettere insieme molti materiali nati quasi essenzialmente per spazi web a partire dal 2005, grosso modo. L’intenzione era ed è quella di fissare su carta esperimenti di googlism, cut-up, eavesdropping (=ascolto e trascrizione di frammenti di conversazione altrui). <em> </em></p>
<p>Forse più che della composizione del libro può essere interessante parlare del click che scatta – sperabilmente – nella ricezione o manipolazione di materiali che poi entrano nel libro: si tratta sempre di qualcosa di indefinito e allo stesso tempo certissimo. Si ascolta qualcuno che sta organizzando banalmente il proprio discorso intorno a una routine quotidiana, per esempio, e non ci si riesce a staccare dall’esperienza di produzione di senso che contro tutte le aspettative quella banalità emette. Una simile esperienza percettiva, per niente dolorosa, e poi di alta o bassa manipolazione, e infine scrittura o semplice trascrizione, non è affatto lontana dalle esperienze e dal modo di operare del primissimo Joyce, quello delle <em>Epifanie</em>, brevi prose “drammatiche” o “narrative” (a seconda se formalmente strutturate come dialoghi o come frammenti di racconto) scritte nei primi anni del secolo scorso.</p>
<p>Quanto ho appena detto vale in particolare per l’eavesdropping. C’è poi ovviamente una diversa (più forte) intenzionalità o aggressività autoriale, verso il testo, nel manovrare googlism e cut-up, ma la sostanza non cambia: il testo stesso a un certo punto comunica di essere compiuto, e ci si ferma. Non è definibile, credo, come e perché, né quando (you know, “come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore”, <em>Prima lettera ai Tessalonicesi</em>, V, 2). (Una cosa simile, insomma).</p>
<p>Questi modi di scrittura (ma <em>Quasi tutti</em> ne contiene anche altri; e anche scrittura diretta, senza procedure, senza ‘macchine’) vengono talvolta scambiati per incongrui con la poesia, o la prosa, o la scrittura tout court. A me sembra semplicemente miope questa critica. (Per la poesia, passi: penso ci si trovi in tanti oramai, e gioenti, in un territorio post-poetico, e per me amen: bene così).</p>
<p>Però quel che voglio dire è che:</p>
<p>si tratta sempre e principalmente (se il lavoro è fatto con serietà) di dislocare il proprio inconscio, metterlo in un punto non (interamente) governabile e sovrascritto dal superIo, dall’ipoteticamente adamantino <em>Moi</em> lacaniano, o da quel che si vuole.</p>
<p>Si tratta cioè di tagliare il guinzaglio al soggetto dell’inconscio. Lasciarlo andare. A suo modo (un modo ancora altro) Carmelo Bene spiegava la ‘normalità’ (geniale) di constatare e mettere a valore e al lavoro un “linguaggio che si articola come un inconscio”.</p>
<p>Io dico che bisogna proprio dislocare l’inconscio, piazzarlo in un’altra scatola, far parlare l’Altro come altro. Per quanto possibile. Ovviamente la pesantezza della mano che poi agisce sul materiale che arriva, giocoforza, agisce e cambia il flusso e cristallizza frasi passaggi fraseggi e paraggi. Ma questa <em>inevitabilità</em> si applica a un materiale i cui vieti addentellati con l’ego sono smussati o proprio cancellati in incipit da quella dislocazione.</p>
<p>Delocalizzare l’inconscio. Sbatterlo con infame protervia in un quarto mondo a cucirsi il buio.</p>
<p>Poi, certo, in più, possono essere applicate slogature, fantascienze varie di movimentazione della pagina. Però se in partenza l’inconscio sta da un’altra parte, “io” credo, è meglio.</p>
<p>Nella ipercaverna di google, nella altrui chiacchiera da bar, in una pagina di giornale. Eccetera.</p>
<p>“Fons amoris.”</p>
<p><em>dentro hai molto ed i soldi sono essenzialmente il freddo.</em></p>
<p><em>stare fuori dai ratti. penso al bisogno delle cose, che tutti vogliono.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.G.:</strong> che rapporto c’è tra la tua pratica plurima e non narrativa e una visione politica anti-razzista? A proposito… per moltissimi aspetti il tuo è un poema che cerca oggetti narrativi non identificati, la natura aliena del reale, impossibile, è il filo, o meglio il nastro di Moebius della tua non narrazione: non v’è altro che soggetto che scrive intorno al non so cosa del non prestabilito. È quello che sento, ascoltando le tue forme narrative: un altro a proposito: che oralità ci si aspetta da tali strutture non letterarie?</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> Il rapporto è personale, probabilmente. Nel senso che negli anni Novanta ho svolto diversi lavori – diciamo così – “nel sociale”. E questo, oltre ad altre esperienze, ha inciso in modo netto sulla mia identità e sui suoi rami e rametti.</p>
<p>Poi dal punto di vista anche (volendo) teorico, e relativo alla plurivocità delle scritture, e alla loro non-narratività, bisogna dire due cose. Innanzitutto, che lo spostamento dell’inconscio nell’altrove, nell’Altro, volendo, è una buona ginnastica per la prassi dell’“imparare la lingua degli altri”, che (anche) è cosa che mi viene dai primissimi anni dell’università, dalle lezioni di Letterature comparate, dal lavoro redazionale per la rivista “Babele”, tra fine anni Ottanta e primi Novanta. In secondo luogo, la non-narratività è sempre relativa (e avversa) a quello che si può con una certa oggettività considerare il pensiero unico della letteratura, specie nella sua versione e pesantezza occidentale. Non dunque una narratività generica, ma quella delle marchese che escono alle cinque, e quella, in particolare, di un certo tipo cristallizzato di romanzo.</p>
<p>Il romanzo, lo ricordo sempre, è un predatore. Dove fa la sua comparsa (cito Franco Moretti) fa anche strage delle forme minori, delle leggende, delle fiabe, delle novelle, delle fantasie da tradizioni micronarrative, delle contraddizioni implicite nel racconto mitologico. Eccetera. Magari le ingloba, e così – coccodrillo che piange – assicura loro una ‘continuazione’. Ma a quale prezzo? La pulizia etnica è tecnicamente già avvenuta. (Moretti cita il caso dell’America del sud, del patrimonio di storie e tradizioni, orali o meno, che un intero continente vede erose o sommerse a favore dell’emergere e diffondersi virale del mostro romanzo).</p>
<p>Una opzione non-narrativa, antiromanzesca, può avere valore di alterità e spostamento (dagli andamenti suddetti del predatore) anche in aree, come quella europea, nelle quali la distruzione è avvenuta ormai da tempo, e la storia ha attraversato più innesti e mutazioni. (E il romanzo stesso si è adattato per farsi accettare. Ha messo la maschera della sperimentazione, dell’incongruo, del complesso. Il vile, il porco).</p>
<p>Sempre e in ogni caso, tipico della macchina romanzesca e anche di altre entità schiacciasassi, è il gesto divorante, a ganasce aperte, il flusso largo, la verbigerazione, l’andare avanti per paginate e paginate senza misericordia.</p>
<p>Seicento pagine. Seicentocinquanta. Prima di salire sul treno il viaggiatore si àncora a terra comprando in edicola l’ultimo o il primo foratino della nota saga. Settecento pagine, mille. Leggi, leggi: ti coinvolge nella riproduzione mondana, <em>speculum mundi</em>, e nell’immedesimazione. Sei suo dalla genesi.</p>
<p>Mentre al contrario è proprio svellendosi violentemente da sé, dallo schiacciamento del sogno e dal <em>Wille</em> del flusso, che ci si ricolloca e rimodula nell’Altro. (Anzi: si disloca l’inconscio, con tutti i suoi echi di empatia).</p>
<p>L’altro delle strutture ampie è, al contrario, il medesimo. Una calamita. Ore di viaggio che non sai di star facendo, cullato dai ritmi, dalle vicende, e già sei al delta, hai percorso tutta la stolidità del fiume, <em>ti sei letto</em> (in) <em>un romanzo</em>. Senza guadagnare altro che acqua, altra acqua, imbarcandone, affondando, affondandoci. Fidandoti.</p>
<p>Non si tratta della disindividuazione, si tratta semmai al contrario dell’esser colonizzato e mangiato. Usato come specchio altrui. Stai fermo, non muoverti, lasciati andare, facciamo tutto noi, le parole. Tante, troppe.</p>
<p>Leggiti questo romanzo, guardati questo bel film.</p>
<ul>
<li></li>
</ul>
<p>Sulla esecuzione dei testi di <em>Quasi tutti</em>: da qualche anno ho assunto una postura che sottolinea vocalmente alcuni passaggi, con inflessioni colori scivolature, perfino gesti. Ma devo asciugarla ulteriormente. Togliere orizzonte e dare orizzontalità. Sottrarre spazio alla tentazione dello spettacolo, senza per questo far morire di noia chi ascolta.</p>
<p><em>provo un’infinita malinconia e uno schietto desiderio di suicidio. e un ragionamento che ha portato i ricercatori ad una soluzione molto drastica.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> scrittura desiderante : scrittura immaginaria dell’io = non assertivo : assertivo? E quanto importa il desiderio nel soggettivo percorso? Inconscio dilatato, quasi la scrittura fosse una protesi o i tentacoli di una medusa che si allunga all’esterno per osmosi, per riempire, per poco, la realtà, attratta dal reale impossibile. Non ho ben capito quel che ho scritto ma sento che è questo quel che volevo dire: cosa è la volontà dell’io in una scrittura di genere Marco Giovenale?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> La proporzione mi garba abbastanza: la scrittura desiderante sta alla scrittura immaginaria del <em>Moi</em> come il non assertivo sta all’assertivo.</p>
<p>Cosa aggiungere?</p>
<p>Penso, certo, di aver parlato più di inconscio – e di soggetto dell’inconscio – che di Io o SuperIo. E non credo si possa fare altrimenti, lavorando con la parola scritta e parlata. Scritta ed eseguita. (E perseguita, e perseguitata).</p>
<p>Tutta la scrittura che non si rende conto di questo passaggio copernicano è, a mio avviso, tolemaica. Ma va bene (forse il mondo occidentale gira, e gira così, <em>precisamente</em> perché si fa centro: si punta il compasso addosso).</p>
<p>Cfr. <a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">https</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">://</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">slowforward</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">.</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">net</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">/2020/07/30/</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">copernico</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">&#8211;</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">vs</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">&#8211;</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">tolomeo</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">&#8211;</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">carmelo</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">&#8211;</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">bene</a><a href="https://slowforward.net/2020/07/30/copernico-vs-tolomeo-carmelo-bene/">/</a></p>
<p>Ossia tutta la scrittura di grande distribuzione e grande accoglimento è scrittura di genere. Alza il cartello “Qui poesia” come altre scritture alzano il cartello “Qui giallo” o “Qui fantascienza”. Fanno le mossette, i lettori le riconoscono, e si accodano al cartello.</p>
<p>Sulla scrittura di ricerca non ci sono scritte, perché tutti i tentativi più o meno abbozzati di darle una vestina per coprire le curve falliscono e in tanti lo ammettono. Quindi sono felice quando mi dicono “anatema! <em>scrittura di ricerca</em> no, <em>scrittura di ricerca</em> non significa una fava!”, oppure “<em>non-assertivo</em> no! ἀνάϑεμα <em>n’ata vòta</em>, categorizzatore esecrando! tutto è <em>assertivo</em>, come fai a non asserire?” (Eh. Pensa tu che allora uno non potrebbe nemmeno dire “incolore”, perché ovviamente per la <em>meninge di genere</em>, generosa, “tutto ha colore”). Che fioritura flarf! che rigoglio di contumelie. E io sono contento: soprattutto quando queste “critiche” vengono dall’interno più comico della sperimentazione. Proprio noi che sperimentiamo, hélas, <em>nescimus</em>?</p>
<p>Già già.</p>
<p>Benedetti, come pensate possa essere diversamente, se serissimi s’è nel ricercare?</p>
<p>E allora: nella <em>scrittura di genere</em> (all’ingrosso, spaccando tutte le formine della critica da spiaggia o da cattedra: fantascienza, poesia, giallo, fantasy) è del tutto evidente che l’io con la “i” maiuscola, l’Io, spanda e spalmi la propria volontà – e il proprio irraggiare istruzioni &amp; istituzioni su come debba il lettore specchiare l’auctor – nell’opera. Era un’opera. Fu. L’hanno or ora operata per piantarci dentro un ripetitore: un riferitore, un riproduttore, che al dicitore o scrivitore rimandi il suo medesimo detto e medesimo scritto. Mai il dire, mai lo scrivere, sempre il già stabilito, il detto, ri-detto, scritto, ri-scritto.</p>
<p><em>il governo sembra puntare sull’approva l’antimateria. il pacchetto arrivato alle camere ha risolto. prima di passare al senato. basta che tocchi la materia. fine dei problemi. che gli ci vuole al mediterraneo per rimarginare? da nizza alla dalmazia fai il giro o salti. e uguale. e l’uovo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.G.:</strong> è un estratto da «differx.it»: che rapporto hai con l’antimateria?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Ah, guardi, ognuno a casa sua.</p>
<p><em>La sera andavano in via Veneto. Lì un distributore di uranio aperto giorno e notte. Si diventava brillanti senza saperlo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>G.G.:</strong> <em>Quasi tutti: </em>con quale criterio hai suddiviso la tua raccolta? E perché non scrivi come tutte le persone normali, invece di usare prose che non sono prose e poesie che non sono poesie? Prima di congedarci… in che direzione sta proseguendo la tua scrittura?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>M.G.:</strong> La divisione interna, come spesso mi accade dando di lama ai libri, è istintuale e lascio un po’ fare alle insofferenze che saltano su mentre leggo o rileggo il dattiloscritto. A un certo punto metto punto. Segmento. Qui finisce pinco e inizia pallino. Cose così.</p>
<p>A posteriori, purtroppo, devo constatare che questo bassissimo grado di professionalità non è stato in grado di arrivare a rovinare veramente la partizione, rendendola aleatoria. Sembra infatti che ahimè la suddivisione interna della raccolta segua abbastanza fedelmente la divisione delle fonti: eavesdropping per cominciare, poi cut-up, materiali da film, eccetera. Per arrivare alla sezione grande (una specie di secondo tempo del libro) intitolata “differx.it”, che semplicemente mette insieme materiali scelti da un blog che avevo fino a non molti anni fa. C’è dunque una regola in tutto ciò, ho sbagliato anche stavolta.</p>
<p>Perché non scrivo come tutte le persone normali? Perché vivaddio tutte le persone normali, o <em>quasi tutte</em>, non sono normali. E se le lasciassero libere di sbattere in pagina quello che veramente le costruisce e le impalca tutti i giorni, non farebbero né il diarietto né l’instagram, bensì la prosa in prosa. Anzi già la fanno qualche volta, magari.</p>
<p>Dove vo? – domandi.</p>
<p>La mia scrittura prosegue grosso modo sui canali di <em>Quasi tutti</em>. Ma con una virata verso il sillogismo e la finta narrazione, sgretolata, che al momento sto concentrando in due o tre raccolte, di cui la più ampia è <em>Oggettistica</em>.</p>
<p><em> </em><em>È stato molto bello</em></p>
<p>____________________________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>M.G.:</strong> Il frontespizio dello <em>Speculum Mundi</em> (“Speculum Mundi or a Glasse Representing the Face of the World; Shewing Both that is Did Begin, and Must Also End: The Manner How, and Time When, Being Largely Examined. Wheretunto is Joyned an Hexameron, or a Serious Discourse of the Causes, Continuance, and Qualities of Things in Nature”) di John Swan, 1635, è immagine ripresa dal sito d’aste Bonhams: <a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">https</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">://</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">www</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">.</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">bonhams</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">.</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">com</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">/</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">auctions</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">/18847/</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">lot</a><a href="https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/">/137/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Storia con crocefissione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/12/24/storia-con-crocefissione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bellini]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa conemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Prima molta penombra, e un movimento di telecamera esitante, come a tastoni, tra sagome più nere e chiarori. Poi la lenta panoramica sul quadro illuminato da luce naturale –una delle crocefissioni di Bellini, la più nuda e atroce – perché è un documentario d’avventura, ma anche protestatario, e quindi la telecamera si muove ora secondo l’asse decumano con cautela, mentre la voce off procede nella concitata spiegazione, usando questi esatti termini: <span id="more-81940"></span>“È questo che vogliono, tenermi sotto, tenermi dentro a tutti i costi, con le elezioni, sparano enormi e lunghe campagne elettorali da ogni luogo, soprattutto dagli Stati Uniti, ma ci sono poi le commissioni europee, e molte campagne referendarie, nazionali e locali, queste vengono introdotte a dosi variabili, ma con rifornimenti costanti sulla lunga durata, poi le guerre, quelle di devastazione civile, ne preparano sempre di nuove, e le sparano dal Medio Oriente, come minimo, e poi ci sono le offerte giornaliere, perché da noi offrono quasi tutto, ma amicalmente stavolta, dal quartiere, dal lattaio, e soprattutto mi tengono dentro con le connessioni, che ogni giorno sono più facili e numerose, e vanno accudite, perché più le connessioni sono capillari, ma salde come gomene navali, più l’indignazione e l’allegria possono circolare, più la nausea e lo scherzetto vanno e vengono, esattamente come accade a tanta materia molecolare, che se ne va e se ne viene, e noi siamo tenuti a dirlo, quanto il mondo è sporco, o quanto un cespuglio è bello, siamo tutti responsabili, nel groviglio delle connessioni, nel fronteggiare il nuovo presidente statunitense, o il nuovo scandalo vaticano, o la nuova moda sessuale dei ceti medi, fronteggiamo responsabili, con indignazione o sorriso, e tutto deve andare dentro, nelle terminazioni confessionali, connettive, ogni cosa che sale o scende, nel nostro organismo, siamo in quest’amplificazione frastornante, sotto una valanga di elezioni, di democrazia da risanare, dentro una complicazione di umori, positivi e negativi, nell’arco di pochi secondi, e sono registrati, registrabili, duplicati, partiti per tornare, ce li ritroviamo addosso, ma io metto la testa fuori, per davvero, io metto la testa fuori grazie a Giovanni Bellini, ho anche le mie armi, faccio il mio terrorismo, se mi tenete sotto, alzo la testa a colpi di legno dipinto, fottetevi per bene, perché sarò io a fottervi stavolta, la testa completamente fuori, nel silenzio più assoluto e desolato, niente misticherie, solo un pezzo di legno con sopra il colore, siete patetici, con le vostre connessioni pulseggianti, ho il mio scudo, una crocefissione, usate la legislazione d’emergenza se ci riuscite.” Alla fine, quando il monologo si spegne, sembra una crocefissione lunare. Proprio nel momento del più completo e mortale silenzio, con appena percepibile un ronzio di vecchia bobina, la crocefissione non ha più niente di terrestre, come fosse ambientata non sul Golgota ma sui monti Leibniz, presso il polo sud della Luna, in una glaciale, polverosa, desolazione extraterrestre.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo racconto è uscito nell&#8217;ultimo numero di &#8220;Sud&#8221;]</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dalle terre di mezzo della prosa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/01/05/dalle-terre-di-mezzo-della-prosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Simonetti]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Marie Gleize]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo giovannetti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Presento qui parte di un intervento pubblicato nel n°69 di &#8220;Nuova Prosa&#8221;. Queste considerazioni generali su prosa &#38; dintorni sono seguite da brevi paragrafi che introducono dei testi inediti di Alessandro Broggi, Fiammetta Cirilli, Manuel Micaletto e un&#8217;intervista realizzata con Giuseppe Montesano. Per questi materiali e gli altri raccolti dal Cartello (Forlani, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-77338" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-1024x594.jpg" alt="" width="460" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-1024x594.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-300x174.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-768x445.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-250x145.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-200x116.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-160x93.jpg 160w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Presento qui parte di un intervento pubblicato nel n°69 di &#8220;Nuova Prosa&#8221;. Queste considerazioni generali su <strong>prosa &amp; dintorni</strong> sono seguite da brevi paragrafi che introducono dei testi inediti di Alessandro Broggi, Fiammetta Cirilli, Manuel Micaletto e un&#8217;intervista realizzata con Giuseppe Montesano. Per questi materiali e gli altri raccolti dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) si rimanda alla rivista.]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Vivere è incoerente. È frammentario. Ma è lecito che sia tale. Fa parte del disordine naturale dei giorni e degli anni; e vorrei che mi fosse concesso, innaturalmente, di godere di questa delizia: divagare.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giorgio Manganelli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Nel regno delle ombre</em></p>
<p>Magari non se ne è accorto nessuno, e parlo per gli specialisti della narrativa, e di quella nostrana ovviamente, ma sono successe cose strane e pertinenti nel mondo della prosa, almeno nel corso degli ultimi dieci, quindici anni.<span id="more-77331"></span> Ora non dico che gli specialisti della narrazione debbano per forza occuparsi di quella cosa anomala che è la prosa, dal momento che quest’ultima non è un genere, e soprattutto non è il romanzo. Perché sul romanzo (italiano) si può essere critici, anzi perfidi, disperati, sarcastici, ma gli si dedica tutta l’attenzione che esso editorialmente merita. Si piange spesso per la povertà del romanzo, tra gli specialisti di narrativa, ma non gli si tolgono mai gli occhi di dosso. Anche perché se ne sfornano quelle due o tre tonnellate, che rendono così festosi e labirintici i saloni del libro. Ma non si capisce poi perché io tiri in ballo gli specialisti di narrativa, volendo gravare di colpe ulteriori la famiglia dei critici letterari, che già scontano diverse nefandezze. Nella gara a chi è morto prima, non si sa mai se è schiattata la critica o il romanzo. La poesia diamola per morta, senza temere contraddittorio. La saggistica, mi diceva un amico filosofo, ha ridotto le vendite del 40% dopo la crisi del 2008. Quanto al racconto, esso non è semplicemente un genere vuoto come la poesia, un carapace senza polpa, ma è proprio un genere commercialmente vietato, e nel caso represso editorialmente. Sto divagando. Ma ho messo piede nel mondo della letteratura, ossia delle ombre. Chi conosce le autentiche, precise, inconfutabili cifre delle vendite? Sono documenti non ancora declassificati. Gli unici che a quanto pare tengono in attivo l’azienda, ossia quelli dei romanzi polizieschi, si lamentano però di essere maltrattati dalla critica. Manca ancora una coordinazione più affiatata nell’industria light editoriale. Infine vi è il lettore che, per vocazione, <em>non</em> vuole leggere. Soprattutto in Italia, è proprio recalcitrante a comprare libri, in quanto teme lo sforzo psichico, aborre le pretese stilistiche ed esige un chiaro succo, un utile semantico senza eccessivi tentennamenti. Così in ogni caso se lo immagina per lo più l’editoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Anomalie in prosa</em></p>
<p>In questo viaggio tra le ombre, però, ero partito dal più oscuro degli oggetti letterari, ossia la prosa, che vorrei considerare disinvoltamente come la terra di mezzo tra poesia e narrazione. Non azzardo qui definizioni, ma parto da questa constatazione: ad un certo punto alcuni poeti nel corso del primo decennio del secolo hanno cominciato a frequentare in modo <em>anomalo</em> la prosa. Dico in modo anomalo, perché vi è una nutrita tradizione moderna di poeti che scrivono in prosa, dal Baudelaire del <em>poème en prose </em>al filone più italiano, vivo soprattutto nel primo Novecento, della prosa lirica. Temi questi di predilezione accademica e su cui molto si è scritto. E si è anche lavorato abbastanza su quei poeti che, nel secondo Novecento, fino ad anni più recenti, hanno frequentato <em>anche</em> la prosa, da Gabriele Frasca a Valerio Magrelli, da Antonella Anedda a Eugenio De Signoribus, oltre al caso particolare di Giampiero Neri, poeta riconosciuto e prosatore esclusivo. Anche per questi autori la pratica della scrittura in prosa non sembra aver messo in crisi o ridefinito il loro statuto di poeti. Ognuno di loro percepirà diversamente la distanza che separa un testo in versi da uno in prosa, ma ciò avverrà nella forma della continuità (la prosa come poesia con altri mezzi) o nella forma dell’alternanza (o poesia o prosa). Bisogna però attendere il volume collettivo <em>Prosa in prosa</em>, pubblicato nel 2009, per vedere riuniti sei “poeti” che non solo raccolgono esclusivamente dei testi in prosa, ma anche assegnano a questa operazione una portata teorica, facendosi scortare da due critici come Paolo Giovannetti e Antonio Loreto. I sei autori sono Gherardo Bortolotti (scrive esclusivamente in prosa), Alessandro Broggi (scrive in versi e in prosa), Marco Giovenale (tende a scrivere libri solo in versi e libri solo in prosa, ma non sempre) Andrea Raos (scrive in versi e in prosa), Michele Zaffarano (solo in versi o solo in prosa ma non sempre) e il sottoscritto (idem). Questo libro, <em>Prosa in prosa</em>, quale che sia il suo effettivo valore letterario, per le scritture in esso raccolto, per gli intenti che si dava e per le prospettive che ha aperto nel mondo spettrale della poesia, ha segnato una discontinuità nei confronti di un più assodato rapporto tra il poeta e la scrittura in prosa. (Ne prende atto anche molto recentemente Gianluigi Simonetti, nella sua nitida cartografia <em>La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea</em>, il Mulino, 2018. Si veda specialmente il paragrafo <em>Esperimenti con la prosa</em>, pp. 213-219.) La “prosa in prosa” ha avuto la pretesa non solo di estendere e articolare la scrittura poetica, ma di mettere simultaneamente in crisi lo statuto della poesia, da un lato, e lo statuto della narrativa, dall’altro. La formula stessa, per la sua opacità, si è prestata a questa operazione, ma non dice granché di positivo. È stata presa in prestito dal critico e scrittore francese Jean-Marie Gleize, e in essa si ripercuotono anche suggestioni che vengono dal <em>language poetry </em>statunitense. In termini negativi, invece, funziona bene: né prosa lirica, né prosa saggistica, né prosa narrativa. Non si tratta, quindi, di propagandare una specifica poetica e neppure – dal mio punto di vista – di privilegiare certi procedimenti di scrittura rispetto ad altri. Si tratta di associare all’atto stesso dello scrivere un esercizio <em>critico</em> che riguarda ogni forma di codificazione letteraria, ma questo esercizio non si limita soltanto all’uso parodico dei generi, che le letture del post-moderno letterario ben conoscono, né alla semplice e neoavanguardistica produzione dell’anti-genere (anti-romanzo, anti-poesia, ecc.).</p>
<p>Tutto ciò, insomma, avrebbe dovuto interessare se non il neghittoso lettore italiano, almeno l’insoddisfatto critico letterario di narrativa, sempre alla prese con la monotona sovrapproduzione romanzesca. Egli avrebbe magari potuto individuare, se italianista, ipotetiche parentele tra anomalie narrative italiane ormai assodate (Arbasino, Agnetti, Bene, Manganelli) e queste più recenti provenienti dal mondo della poesia. Nel caso, poi, di un comparatista, altre sarebbero state le parentele riscontrabili nelle italiane prose in prose, come quelle con i romanzieri pochissimo conformi Robert Pinget, Maurice Roche, Hélène Bessette, tutti francesi, o i tedeschi Peter Handke e Botho Strauss (i primi libri), o l’irlandese e francofono Samuel Beckett, o ancora gli statunitensi Robert Coover e Ishmael Reed, tanto per cominciare. Con questo intendo dire che nelle periferie romanzesche come in quelle poetiche vi è una comune, feconda, difficilmente classificabile, terra di mezzo della prosa, che è stata variamente attraversata in una direzione e nell’altra, già nel corso del Novecento, e che continua ad essere aperta a ulteriori attraversamenti oggi.</p>
<p>In realtà, di questa eretica circolazione ne hanno cominciato a parlare in modo tempestivo e pertinente almeno due critici, Andrea Cortellessa e lo stesso Paolo Giovannetti. (Il secondo, dal versante della poesia verso la prosa; il primo, includendo – secondo me a ragion veduta – Bortolotti nell’antologia da lui curata <em>Narratori degli anni Zero</em>.) Non è un caso che entrambi continuino a esplorare entrambe le produzioni, quella narrativa e quella poetica, nonostante l’irrimediabile impopolarità di quest’ultima. Non solo, ma questa strabica curiosità fornisce loro anche strumenti di rivelazione più fini per leggere la narrativa e i suoi dintorni, rispetto a quelli impiegati dai loro colleghi dalla vocazione monistica. In ogni caso, questo collegamento tra esplorazione della narrativa attuale e anomalie in prosa è un discorso <em>eretico</em> in primo luogo per alcuni miei compagni di strada della “prosa in prosa” che, a seconda di come la si voglia vedere, o rimangono molto poeti-poeti o si proiettano – utilizzando ancora il Gleize teorico – in una post-poesia. E hanno buoni motivi per farlo, dovendo però liquidare il romanzo e i suoi dintorni, ossia il genere che, assieme alla poesia, ha conosciuto nel Novecento le sperimentazioni più radicali. La mia proposta è su questo punto diversa. M’interessa tracciare itinerari di lettura che: 1) vadano e vengano tra Novecento e nuovo secolo ogni volta che ciò è proficuo, e lo è molto spesso (“novecentesco” non è sempre sinonimo di “polveroso e stantio”); 2) esplorino le anomalie romanzesche e narrative novecentesche e non, per coglierne parentele con anomalie poetiche novecentesche e non, in prosa e non; 3) valutino le necessità conoscitive, concettuali e anche espressive degli usi di certe forme linguistiche (letterarie o meno), dentro contesti di comunicazione letteraria – perché in un certo libro, in una certa <em>performance</em>, in un intervento multimediale, un autore utilizza un tipo di prosa piuttosto che un altro, attraversando un genere piuttosto che un altro? Questo atteggiamento non è semplicemente critico-teorico ma è conseguenza di <em>un moto della prosa</em> che, a seconda dei suoi oggetti o procedimenti fondamentali, si muove traversando frontiere di genere diverse e in direzioni diverse. Non per forza nella direzione di una terra promessa extraletteraria, dove tutti i rischi connessi con la pratica letteraria moderna, tardo-moderna o oltre-moderna sarebbero elusi.</p>
<p>*</p>
<p>[Foto dell&#8217;autore, 2016]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il messaggio è democratico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/26/il-messaggio-e-democratico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 05:10:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-74646" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-300x271.jpg" alt="" width="300" height="271" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-300x271.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-768x693.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-250x226.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-200x181.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3-160x144.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/002-3.jpg 947w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />[Questo testo è apparso in una versione un po&#8217; differente sul n° 4 del 2017 della rivista &#8220;Trivio&#8221; (Oèdipus editore). L&#8217;intero numero, intitolato <em>Polesìa</em>, è stato curato da <strong>Ferdinando Tricarico</strong>, che partendo da questa crasi di Polis e Poiesis ha invitato un ampio numero di poeti (51) a scrivere sulla nozione di &#8220;democrazia&#8221;, lasciando massima libertà nelle forme e nella lunghezza. Il numero contiene anche interventi del curatore, del direttore Antonio Pietropaoli e due saggi (<em>Per una poesia democratica</em>, di Francesco Muzzioli e <em>Dopo la democrazia. La parole dei corpi ribelli </em>di Giso Amendola).]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In ogni suo punto il messaggio è complesso, stratificato, rilevante a perdita d’occhio, ma nel suo insieme è liscio, flessibile, omogeneo.<span id="more-74575"></span></p>
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<p>Altisonante, il messaggio risuona nella macchina simbolica dell’uomo, della donna, è irrilevante, per tutti ed ognuno, lascia spazio dentro, lascia il vuoto.</p>
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<p>Quando è al suo culmine, trasparente e leggero, il messaggio raggiunge il popolo, è DEMOCRATICO.</p>
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<p>Il messaggio quando è democratico non spaventa e non rintrona, il messaggio segue le sue conseguenze morbide, non contraria né oppone resistenza, viene divorato.</p>
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<p>Il messaggio anche se uguale, anche se vuoto e democratico, è materiale, d’onda, d’inchiostro, di qualcosa, di una mano che si agita.</p>
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<p>Il messaggio è per tutti, interamente informato e fatto di tutte le informazioni, è capito al volo, entra, si deposita, esce, non scalfisce, è vellutato, liquido, non lascia traccia.</p>
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<p>Chi si occupa del messaggio, il GRUPPO BUONO, lo prepara con seriosa artificiosità, attingendo da ogni tecnica e ogni paradigma, ma perché sia, alla fine, casuale, caduto, terrestre, chiaro, come fogliame o ruscello.</p>
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<p>Il messaggio dev’essere ETICO, il messaggio è sempre DEMOCRATICO, non contiene ombre, non provoca interferenze, giunge COMPIUTO, è sempre un messaggio saldo in sé, di CRESCITA, non disturba, non esclude, è interamente pensato per durare istantaneamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il GRUPPO BUONO lo costruisce con grandi investimenti, con grande spazio di caduta, con macchine giganti intrecciate nel globo, con bersagli sottili, misurati dalla scienza balistica e neuronale, il costo della costruzione è immenso, la circolazione del messaggio è totalmente gratuita, accede ovunque.</p>
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<p>La simmetria, nel messaggio, lo salva dagli echi e dai ritardi. Nella mente, esso cade senza sforzo come la neve, come i fiocchi di neve, silenziosamente.</p>
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<p>Il messaggio buono pietrifica per bene i lati del mondo, spunta come un fiore, scorre come un torrente, è una roccia sul sentiero, ma è continuamente malandato, l’uomo, la donna, nelle loro piccole vite, lo mettono in moto male, lo scassano.</p>
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<p>Il popolo argina il messaggio, il popolo si parla senza capirsi, l’uomo e la donna parlano in dormiveglia, con messaggi guasti, con la rete aggrovigliata di simboli fermi sulle bocche, che non parlano a nessuno, messaggi senza democrazia, perché il popolo non si sente, non si sente dire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il messaggio nel suo farsi è indecifrabile e sordo, viene ogni volta scomposto e parcellizzato, è trattato come una polvere incontrollabile, ma quando giunge è presente, la sua modalità è chiara, la sua forma sana, entra nel sistema senza scosse e commozioni. Ma non succede mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il GRUPPO BUONO diventa matto sulla ricezione, sull’emissione è un gruppo compatto, risoluto, tecnico, sulla ricezione democratica è incerto, difettivo, ma si riorganizza, ma ripete e aumenta, ripete, accelera, aumenta, la catena di simboli scatenata.</p>
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<p>Il messaggio è NUOVO, in continuazione, oltre la fase intrusiva, oltre l’assorbimento morale, connesso anticipatamente al futuro.</p>
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<p>Il messaggio non tollera discredito e ritardo: l’emissione è veloce, penetrante, senza possibile revoca.</p>
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<p>Tutti i simboli su tutto il globo, alla velocità delle onde, della luce, fermi dentro quattro o cinque frasi, dentro una sola frase, di un uomo simbolicamente morto, di una donna senza parole.</p>
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<p>Purtroppo, alle volte, c’è la difficoltà nel messaggio democratico. Ci sono tutte le vite intorno al messaggio, c’è il peso sfasciante delle vite.</p>
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<p>Il messaggio dice di sé e del mondo tutto quanto va detto, e tace quanto va taciuto, e attende con modestia che altri messaggi colmino quanto rimane da colmane, e che nuovi silenzi facciano il vuoto intorno, ma al suo interno il messaggio non indietreggia e non flette, non si ritrae o dispera, avanza con tutto il suo senno, la sua potenza di linguaggio e di cosa, e introduce il senso della morte e della vita, introduce questo senso ultimo e primo, affinché non ci sia ansia e attesa, almeno di fronte al cielo, di fronte al trascolorare delle nubi, viste nello schermo del salotto, nubi di Aleppo, forse, o di Washington.</p>
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<p>Il messaggio basta a se stesso, gira e rigira come animale sgozzato, salta sul posto, si accascia appena viene destinato.</p>
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<p>Il messaggio democratico non, pur essendo democratico, il messaggio non capisce.</p>
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<p>Il messaggio anche, sfugge dal popolo, sfugge dal GRUPPO BUONO, diventa rumoroso, cade nelle piccole vite, si organizza lì dentro, alla lentezza giusta, nei malintesi tra mano e bocca, tra piedi e occhi, disfa le catene di senso con i suoi simboli rotti, e respira, chi parla parla respirando, perfettamente in penombra, perfettamente incerto, a scatti, a soffi.</p>
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<p>Anche se miliardario e perfezionato, pensato per tutti e nessuno, non avendo niente da dire, né all’uomo né alla donna, ma semplicemente essendo novità da ricevere, bolla d’aria da respirare, il messaggio anche volutamente democratico non sa quello che fa, non sa quello che fanno, l’uomo, la donna, che lo coprono alla fine, lo ricevono e lo oscurano, lo caricano di tutti gli antichi, atavici, strangolamenti e disordini, di tutte le chimere, i gesti lasciati a se stessi, agitano imprevedibili le braccia, corrono, scalciano.</p>
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<p><em>[Immagine: collage dell&#8217;autore.]</em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Carlo ​Bordini al ​Teatroinscatola, ​per Nat​halie Quintane &#124;&#124; blitzvorlesungen / gammm</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/26/carlo-%e2%80%8bbordini-al-%e2%80%8bteatroinscatola-%e2%80%8bper-nat%e2%80%8bhalie-quintane-blitzvorlesungen-gammm/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 May 2016 12:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[benway series]]></category>
		<category><![CDATA[carlo bordini]]></category>
		<category><![CDATA[gammm]]></category>
		<category><![CDATA[Marie-Ève Venturino]]></category>
		<category><![CDATA[Nathalie Quintane]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[&#124;&#124; 2006—2016 &#124;&#124; BLITZVORLESUNGEN PER I PRIMI DIECI (e i prossimi cento) ANNI DI GAMMM BLITZVORLESUNGEN = letture lampo _ in un numero imprecisato di date SESTA DATA : sabato 28 maggio 2016, alle ore 18:00 (puntuali) Teatroinscatola Roma, Lungotevere degli Artigiani 12-14 (qui) Carlo Bordini presenta OSSERVAZIONI di Nathalie Quintane (Benway Series) Con la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">|| 2006—2016 || <a href="https://www.facebook.com/events/1200940016597462/">BLITZVORLESUNGEN</a></p>
<p style="text-align: center;">PER I PRIMI DIECI (e i prossimi cento) ANNI DI<br />
<a href="http://gammm.org">GAMMM</a></p>
<p style="text-align: center;">BLITZVORLESUNGEN = letture lampo _ in un numero imprecisato di date</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SESTA DATA :</strong><br />
<strong> sabato 28 maggio 2016, alle ore 18:00</strong> <strong>(puntuali)</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.teatroinscatola.it/">Teatroinscatola</a><br />
Roma, Lungotevere degli Artigiani 12-14 (<a href="https://www.google.com/maps/place/Lungotevere+degli+Artigiani,+12,+00153+Roma,+%E3%82%A4%E3%82%BF%E3%83%AA%E3%82%A2/@41.8743876,12.4676154,17z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x132f602663b0f4a9:0xccaf49b79ebeaf1b!8m2!3d41.8743876!4d12.4698041">qui</a>)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Carlo Bordini</strong><br />
presenta</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://benwayseries.wordpress.com/2015/04/27/nathalie-quintane-osservazioni-remarques-benway-series-8/">OSSERVAZIONI</a></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Nathalie Quintane</strong></p>
<p style="text-align: center;">(<a href="https://benwayseries.wordpress.com/2015/04/27/nathalie-quintane-osservazioni-remarques-benway-series-8/">Benway Series</a>)</p>
<p style="text-align: center;">Con la partecipazione di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marie-Ève Venturino</strong></p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-62067"></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.facebook.com/events/1200940016597462/">https://www.facebook.com/events/1200940016597462/</a></p>
<p style="text-align: center;">GAMMM è stato creato nel 2006 da Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Michele Zaffarano. I suoi redattori sono attualmente Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Andrea Raos, Michele Zaffarano.</p>
<p style="text-align: center;">GAMMM non è una rivista né un editore. Dà ospitalità alla ricerca, tutto qui.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
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