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	<title>prosa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Semi di Cetriolo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/07/07/semi-di-cetriolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Bnei Menashe]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Teresa Rovitto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[semi di cetriolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Maria Teresa Rovitto </strong> <br />Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg" alt="" class="wp-image-114400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/a0f54c4a7873811ed2f2c35868fc3b39ea055b1c-630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>di <strong>Maria Teresa Rovitto</strong></p>



<p>Si fa dalla Giordania. C’è un passaggio controllato che permette alcuni scambi. Un mio amico ha dato i semi a un suo conoscente; quello a volte si avvicina al varco. Sarà lui a consegnarli a un palestinese che vive a al- Husayn e rifornisce la diaspora.</p>



<p><em>L’ultima volta che sono andata a Marrakech ho visitato la sinagoga. C’era una stanzetta che stonava con il contesto, allestita con foto di volti indiani. Ho scoperto che sono membri dei Bnei Menashe, tra i principali gruppi che oggi rivendicano una discendenza da una tribù israelita perduta nel mondo. A seguito della distruzione del&nbsp;Regno di Israele prima, e del&nbsp;Regno di Giuda&nbsp;poi, una parte della popolazione di religione ebraica di entrambi i regni fu deportata dai conquistatori.</em></p>



<p>Hanno la buccia più tenera. Devi assaggiarli.</p>



<p>Avrei dovuto riceverli e piantarli entro aprile. Dovresti assaggiarli.</p>



<p>Se incontreranno questa terra e la ameranno. Li assaggerai.</p>



<p>Il suo entusiasmo è protetto dal tempo futuro. Nel verbo gli pare che i semi non si disperdano. Non conosce la storia dei semi al varco. Lo dice come in una confessione, Non so che fine abbiano fatto. Lo so, qui la terra è diversa, ma i semi potrebbero amarla; la vita è una possibilità.</p>



<p><em>Nella stanza della sinagoga c’è la foto di una piccola bimba vestita di rosa che intreccia fiori; accanto a lei un bambino con la kippah. Penso subito che sia il fratello. Credono in un unico Dio. Per tutti gli altri abitanti della zona sarebbe insufficiente: i politeisti potrebbero tornare a essere presi sul serio come un tempo.</em></p>



<p>Gli piace raccontarmi della raccolta delle olive in Palestina, I più piccoli, dice, prendevano da terra quelle cadute fuori dai teli e le riponevano nelle scatolette di latta del tonno che poi svuotavano nelle cassette. Che divertimento era!</p>



<p>Una festa che ricorda con i gesti delle mani quando non vuole parlare della storia né raccontarmi di quando si è formata l’idea di persona destinata a durare nella sua mente.</p>



<p><em>Se l’abitato ha una forma geometrica esatta, troppo precisa, riconoscibile, allora è di recente costruzione. Come abbiamo imparato a scuola studiando le linee di confine delle spartizioni territoriali coloniali: lo spazio è sufficiente ma le linee o sono rette o sono frastagliate.</em></p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over. Voci del pianto in diretta. Si prende il pane in fila. Nessuno scriverebbe pane con lettere dorate. Pane è una parola semplice.</p>



<p>Grazie a un racconto di Mohannad Youniss capisco finalmente cosa sono. I sogni. Il protagonista vorrebbe disfarsene, allontanarli, come si fa con una mosca o con animali più minacciosi e così, chiuso al buio della sua casa, inizia a sparare cercando di ucciderli, senza troppo successo. Una mattina la parete della stanza crivellata dai colpi cede, crolla, entra la luce.</p>



<p><em>L’insediamento di Simone il Giusto accoglierà altre 200 abitazioni.</em></p>



<p>No, qui non usiamo mangiare le foglie di vite, non fanno più parte o non hanno mai fatto parte della nostra tradizione culinaria.</p>



<p>I suoi eccessi di curiosità finiscono tutti nell’aggettivo popolare che usa sempre per una domanda: è un romanzo popolare?, è un locale popolare?, è un detto popolare?</p>



<p><em>La forma di prosternazione più praticata nella contemporaneità è il sujūd islamico, che viene eseguito milioni di volte al giorno durante la preghiera quotidiana. Secondo alcune ricerche porterebbe un beneficio inatteso, ovvero ad aumenti nell’attività delle onde cerebrali alfa nella corteccia parietale e occipitale.</em></p>



<p><em>C’è un obelisco nero dell’825 a.C. originariamente eretto nell’antica città assira di Nimrud, in cui il re di Israele Jehu si prostra al cospetto del re assiro Salmanassar III.</em></p>



<p>La vite non rientra tra le piante selvatiche e autoctone che è vietato raccogliere in Area C, piante che da secoli costituiscono la dieta locale dei palestinesi, come lo za’tar, il timo, mi spiega.</p>



<p>Mi chiedo se mi sono persa qualche passaggio dei suoi resoconti da quando lo conosco.</p>



<p><em>Negli ultimi anni la domanda più cercata sul web è “What to watch”; nel 2023 fu la prima domanda con 9.140.000 ricerche.</em></p>



<p>Non cerca conforto. Ha familiarità con la stranezza delle cose, ma vuole credere che io abbia la capacità di fare piccole rivelazioni.</p>



<p>Mi dice che in attesa dei semi non sa come comportarsi. L’idea dei semi inizia ad assumere gli stessi motivi di un isolamento. Ci spaventa.</p>



<p>Ma io continuo a chiedergli della terra, a farmi presente, anche se credo di capire cosa intende dire.</p>



<p>Io della Palestina vedo foto e video senza voice over, ma solo l’immagine di quei minuscoli semi di cetriolo che non arrivano mi toglie il sonno.</p>
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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #7</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/22/lettere-dallassenza-7/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[banchine]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[mariasoleariot]]></category>
		<category><![CDATA[pelle]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosapoetica]]></category>
		<category><![CDATA[risposte]]></category>
		<category><![CDATA[treni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> <br /> La soglia è un'incisione provvisoria, ci fende e non rinnova l'aperto all'universo: dichiarare che l'esistenza ha un nuovo nome, la stanza: sanguisuga di assoluti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="680" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-1024x680.jpg" alt="" class="wp-image-112315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-1024x680.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-696x462.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-1068x709.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280-632x420.jpg 632w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/woman-3478437_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Cara D.</p>



<p>i treni sono arrivati in anticipo: ho portato a casa i millenni che mi hai confessato, li ho inseriti in ampolle, me ne prendo cura come fossero ossa. Di nuovo tutto è chiaroscuro, le ombre si alzano poco prima di mezzanotte e fanno il verso delle cornacchie, mi traforano l’orecchio, poi si quietano poco prima del sonno, ma il sonno è un artificio.<br />Da quanto, D., hai detto all’alba: dormire non è il fondo del veleno. Ho risposto muovendo circolare il il mio bicchiere: non ho risposto.</p>



<p>[Distinguere i vermi dalle buche, lumache come giorni che si fingono colline.]</p>



<p>Ci sono i galli i ruscelli le api i greggi i pollai, ci sono cavalli mandrie le rocce le vallate i temporali, ci sono i corvi i topi molluschi meridiani, e non ci sono <em>io</em> e non ci sei <em>tu</em>: siamo cadute di fronte a cancellate, quando le guardie dicevano entrate o non uscirete, e noi ci siamo accasciate, una scusa per stare sulla soglia.<br /><br /><em>La soglia è un&#8217;incisione provvisoria, ci fende e non rinnova l&#8217;aperto all&#8217;universo: dichiarare che l&#8217;esistenza ha un nuovo nome, la stanza: sanguisuga di assoluti.</em></p>



<p>Mi annodo le gambe, il mattino che prepara ad ogni possibilità –  e quante possibilità ci sono in un giorno, D.? Quanti miliardi di Storia sono racchiusi nelle possibilità di una notte? Anche adesso, mentre ti scrivo: non è forse ogni singola parola l’inizio di una direzione diversa, una possibile diramazione? Cancello, tolgo il<em> non</em> che ci nega e si apre un nuovo mondo, una nuova storia, l’ennesima narrazione.<br /><br />L’infinito mi angoscia le dita. Tu hai tagliato le tue.</p>



<p>L’hai fatto un mese di maggio e tu credevi fosse inverno. Salita sull’albero più grande. Lo chiamavamo i <em>centorami</em>, &nbsp;un macabro ricordo per le centomani che ti avevano presa. Sei salita, ti ho rincorso – ma due roditori non fanno una persona – e hai preso il taglierino: un’amputazione per poter dire &#8220;eccomi&#8221;.<br />Sento ancora la colla cadermi dagli occhi: scendere dai rami, scivolare sul terreno, riattaccare il riattaccabile.</p>



<p>[Dentro l&#8217;abbaglio esplodono stellate: il perdono è il germogliare degli appesi.] </p>



<p>La carrozza del ritorno si è fermata tre volte, gli inguini appiattiti sui finestrini, facce deformate dal vetro, premute contro il paesaggio del fuori. Ho guardato anch’io, non ho visto niente. Perché quando arrivano i morti, D.: <em>io non vedo niente</em>. Da cadavere guardo i cadaveri e provo solo un senso di comunanza. Lo stupore dell&#8217;altro mi frastorna le giunture, mi sgrana gli occhi: dove le pupille degli altri si dilatano davanti al morto, io divento una pupilla di morte, mi apro e mi faccio stretta come un gatto da buio a luce: e ricomincia la lingua accesa, le mille possibilità di un inciampo, uno sfregamento, una virgola che sposta la lancetta delle vite di secondo in secondo.</p>



<p>Ma io ora non ho più nessuno a cui parlare, D.&nbsp;Sono scesa, chinata sul corpo disteso. Dormiva, nessun arresto cardiaco. Le persone ora muovono&nbsp; e rimuovono avanti e indietro gli arti nei corridoi, i corridoi come uteri che inghiottono parole e le rimbombano:<em> la senti anche tu, tutta questa eco, D.?&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>[Ci brucano le stanze delle pietre: le mura non hanno una materia]</p>



<p>Posare un corpo sulla banchina, un bianco morso a pezzi per addormentarlo, per addomesticarlo come tu sai fare: addomestichi le scimmie, le vite, le pratiche di uscita, addomestichi i tramonti per poter dire &#8220;è tardi, levate le tende, è ora di andare&#8221;.<br />Me ne sono andata prima che potessi farlo.  Potrò mai – mi hai chiesto ridendo – costruire una pelle innaffiando le ossa? Le mie risposte non sono le tue: qui non piove, l’acqua sta finendo, le bocche spalancate non hanno più denti per mangiare. </p>



<p><em>Non rispondermi, non farlo ancora. Se puoi: non ascoltarmi nemmeno.</em></p>



<p>S.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il filo pericoloso delle cose</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/08/il-filo-pericoloso-delle-cose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Pio Ruggiero]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mariasoleariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giovanni Pio Ruggiero </strong> <br /> la punta di
una certezza ricavata in buchi di tarme nel mogano, anfratti di esperienze già vissute e dalla metà
di chi ti apparteneva mozzate perché un tronco]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Giovanni Pio Ruggiero </strong></p>



<p>Se potessi uscire dalla nudità, case sul lago, granelli di sabbia incasellati, piede di donna nudo<br />seno, nudo corpo corpo nudo svestito corpo affranto legato al filo indissolubile corpo celeste colpo<br />liberato chiedente un nome svestito un come un come ti chiami perché si possa serbare ricordo<br />torre di inutile stanchezza di inutile vacanza di noia umbra grigia cascata di marmo dove si spegne<br />l’amore rugiada a piccole gocce sui seni grandi di chi danza, neve su Parigi, operette opere, esploso<br />il quadro d’arancio e infine. Infine resta, nell’immersione dei corpi ruvidi resta nella melma nel<br />piatto fangoso che ti porgo nella fanghiglia ostinata sulla tua purezza che smussa angoli ancora<br />intatti che spezza la pretesa addolcendo in linea curva. Infine una farfalla sbianca un panorama<br />che crei con le dita a piccoli passetti sui gradini di bianco salita la donna che desideri e manca, e<br />gioia, di sé gode e non d’altri costellazione che si apre al superfluo innecessario stupore della vita.<br />Controra sulle scarpe levate fenditura che consente il bacio in solitudine, in essa si danza, non in<br />altra, in altra stagione: finitudine nel tempo della stessa stagione consentita…<br />…quando i cari ridormono e non sanno, lontani crepuscoli solo altri attende e non te che hai<br />scoperto vera una ninnananna.</p>



<p><br />Sotto i piedi gli arbusti il pietrisco,<br />secche le foglie i rami il lombrico,<br />la conchiglia qualche pesca sbucciata<br />stesa al suolo stramazzata<br />l’orma si inclina e l’ombra si espande<br />su ciò che credevi toracico.<br />Sui sentieri incamminati di buio,<br />era certo sparire come sassi<br />nelle fontanelle di campagna,<br />era certo sostare sui muri<br />alla stregua dei gechi, camminare<br />ciechi, rimanere muti e comunque<br />cantare, sul cinguettio implume<br />dalla sedia offerta alla nascita,<br />e dunque imperitura:</p>



<p><br />                      su di essa<br />e non su altre hanno tutti<br />una base,<br />non sulle false pellicole di idee,<br />ma sui campi su cui il lago<br />si ritira, bruca una giumenta<br />passeggiano i villeggianti.<br />E nel ritorno alla campagna,<br />rappresentata, anticamera<br />come molte già sopite<br />e inutilmente traspirate<br />quelle cose che si inferriano  </p>



<p>sì tanto e paiono insormontabili,<br />vedi allora tramontare scoperte<br />friabili più della crusca che<br />ammanta nei forni, torni<br />a stendere i sorrisi<br />per una sola intuizione.<br />Tra due corpi fraudolenti<br />più non credi che l’altrove sia vero<br />quando un bianco senti<br />aprirsi nel buio un sentiero.<br />_<br />Occhi chiusi e sorrisi sedentari,<br />una luna non basta<br />luna che in frange si spezza<br />sulla prevedibile inservienza<br />di persona.</p>



<p><br />Cecità, nella laguna striata delle isole venete vediamo a che punto una festività diventa canto caro<br />a ogni individuo, quandanche mi sembri vero che tutto ha già ottenuto il fabbisogno, la punta di<br />una certezza ricavata in buchi di tarme nel mogano, anfratti di esperienze già vissute e dalla metà<br />di chi ti apparteneva mozzate perché un tronco</p>



<p></p>



<p>*immagine di copertina Torre di Buranaccio &#8211; Girolamo Cannatà </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Camminando nei notturni della testa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/03/camminando-nei-notturni-della-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bulbi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Mariasole Ariot </strong> <br />  Ancora ti risvegli tra la soglia e la tua strada, interstizi la tua calma, ricorda che è passato, che i morti : sono aghi senza cruna.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>



<p>Camminando nelle palpebre del tempo ci si affaccia ad un notturno, la gola che si secca di spazio e di pretese, le maglie troppo strette per sentire – è muovere il coraggio di afferrare per nascondere un già detto, le grondaie si tramutano in silenzi: bevi il resto del presente, nascondi la tua faccia dalle case e dalle cose, nascondi la tua faccia dalle troppe ricorrenze, i giorni di Natale e le scommesse dei più vecchi, nascondi la tua faccia e fanne un grido: è questo affacendarti che si dice troppo tardi. La nascita contraria : è un bulbo partorito senza gambe</p>



<p>***</p>



<p>Di nuovo si soccorre, l&#8217;accadere di posture senza senso che ci schiaccia nel terreno, dove mine che hai cercato di scansare sono mine che ti invitano a cadere: è l&#8217;esplosione dei corpi mai offuscati, un occhio che si stinge con un rivolo di sangue. &nbsp;<br />La corrente non fa fiume e non si pente: è ridere sul niente, intravedere le suture della mente e farne un gioco per la festa – il perdersi a calura di un mondo già invecchiato. Ricorda delle reti vuote, dei pesci senza testa che hai mangiato, ricorda delle case, delle porte senza chiave che urlavano i secondi: ricorda delle mani, delle dita premute alla memoria, dei futuri : che assomigliano ai ricordi.</p>



<p>***</p>



<p>Non fare la procura di una notte, quando vedi da vedetta che la furia delle ombre non si muove, quando il cielo è a un grado più alto del pensiero – e la Gradiva di notte ha il cranio perforato: è l&#8217;utero del mondo che hai pentito. Ci affonda una domanda più del tempo, riformula la luce del mattino, i reduci che dici di aver visto: deludi se prospetti e non percorri, deludi la tua forma e la specchiera, deludi quella fame nelle gambe, deludi quella porta che non chiude, deludi le materie le mancanze le memorie, deludi il già deluso, deludi le scapole le voglie le promesse. Ancora ti risvegli tra la soglia e la tua strada, interstizi la tua calma, ricorda che è passato, che i morti : sono aghi senza cruna.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Insetti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/11/27/insetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[insetti]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>  Bruno Barbera </strong> <br /> Mi stavo massaggiando la testa con lo shampoo quando ho sentito, in corrispondenza della tempia destra, un punto cedevole. Istintivamente ho fatto pressione con due dita e nel mio cranio si è formata un’apertura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Bruno Barbera</strong></p>



<p>La prima volta che ho incontrato gli insetti è stato mentre facevo la doccia. Mi stavo massaggiando la testa con lo shampoo quando ho sentito, in corrispondenza della tempia destra, un punto cedevole. Istintivamente ho fatto pressione con due dita e nel mio cranio si è formata un’apertura. Ben presto ne è fuoriuscito qualcosa che, non appena entrato nel mio campo visivo, si è rivelato essere un lungo centopiedi. Sono stato talmente colto di sorpresa che non sono riuscito nemmeno a chiedergli che cosa ci facesse là dentro. Ma forse lui avrebbe avuto la stessa domanda per me, che cosa ci fai là fuori. O magari mi avrebbe consigliato una marca di shampoo migliore. Invece siamo rimasti lì a fissarci per un po’. Era un reciproco annusamento, forse i prodromi, chissà, di un’amicizia.</p>



<p>Oggi gioco a biliardo con Domenico. Il biliardo è un gioco di precisione e di pazienza. Io non ho nessuna delle due. Più di tutto non ho il senso di aderenza alla realtà. Un dilettante dovrebbe colpire piano, limitarsi ad avvicinare le palle alle buche, sequenzialmente, per poi chiudere colpi facili. Io invece non ci sto. La drammatica realtà del panno verde non mi va giù. Sogno di essere un grande giocatore e così sparo a tutta forza dei tiri che inevitabilmente finiscono con le palle che saltano nella stratosfera, poi ricadono distruggendo oggetti e ferendo persone. Il proprietario del biliardo è contrariato. Io e Domenico beviamo birra per rinfrancarci, o meglio per rinfrancarmi, e conversiamo del più e del meno. Il più e il meno, questa è la ricca eredità di questi tempi, o forse di ogni tempo. O magari sono insofferente alle nostre leggi anche al di fuori del panno verde. Così mi si può vedere sorseggiare impassibile a labbra serrate, mentre al mio interno proiettano un documentario pieno di cascate e voragini. Vorrei dire o che mi venisse detto qualcosa che abbia un senso, ma le parole mi sembrano logore e svuotate come sacchi di juta flosci.</p>



<p>Ho incontrato la mantide religiosa tornando a casa dal lavoro. Una giornata come le altre, quando rifletti da vicino sulla lontananza di una vocazione. L’ho trovata seduta sul divano del salotto, con le zampe poggiate sul pouf. Guardava <em>La pupa e il secchione</em> e divorava i miei plum cake. Glieli avrei dati volentieri, solo avrei preferito che me lo avesse chiesto prima. Comunque non ho obiettato niente e mi sono messo sul divano anch’io a guardare la tv. Ben presto ci siamo ritrovati a sghignazzare come due ebeti, accalorati dal Verbo di quella divinità semovente che è Enrico Papi. Dallo schermo sembrava provenire un soffio di eternità, una confortante garanzia di come andranno le cose da qui sino alla fine dei tempi.</p>



<p>Oggi vedo la mia fidanzata Anna, a Porta di Roma. Il centro commerciale ha sempre il solito effetto: ripugnante e al tempo stesso irresistibile, come un incidente autostradale. Provo a concentrarmi su Anna e penso che ha dei bellissimi capelli biondi lunghi e lisci da ragazza. Sono talmente belli che qualche volta, scioccamente, sento che li vorrei avere anche io. Chissà come dev’essere il mondo visto da dietro una sottile coltre di capelli biondi femminili. Probabilmente sanguinoso, ma un po’ più romantico. Anna fa un sacco di cose con l’entusiasmo di un bambino davanti alla sua collezione di palline rimbalzine. Gli eventi della vita di Anna sono tondi, sodi, hanno colori sgargianti, e schizzano da una parte all’altra con traiettorie spettacolari e sorprendenti. Non c’è da meravigliarsi se faccio fatica a stare dietro al suo ritmo. Credo che ogni tanto lei rallenti leggermente, di proposito, per farmi mandare giù il boccone più facilmente. Mi racconta le sue giornate con un tono didascalico, cantilenante. Io mi sforzo di afferrare il nocciolo delle sue funamboliche parabole, di trovare un minimo comun denominatore, magari una morale, ma devo dire che il boccone resta amaro, e credo che lei a sua volta se ne accorga, e i suoi lineamenti allora mi sembrano un mosaico di dubbi.</p>



<p>In cucina ho conosciuto la cavalletta: era molto carina con quelle ali adorabili, e mi ha chiesto se volessi cenare con lei. Aveva preparato un risotto di quelli in busta. Non se la cavava mica tanto meglio di me ai fornelli, e questo mi aveva fatto sorridere. Aveva aggiunto al risotto allo zafferano del guanciale. Il suo tocco di creatività, diceva. Devo dire che il risultato non era malvagio. Sono tempi duri, riflettevo masticando metodicamente, tempi in cui si può finire per cercare rifugio persino in un risotto in busta preparato da una cavalletta.</p>



<p>Il dottor Rutelini dice che presto le visioni svaniranno. Il perturbante sarà solo un ricordo. Devo semplicemente seguire le sue rigorose indicazioni, figlie di un’esperienza decennale in questo campo. Abbiamo i migliori strumenti, afferma perentorio il dottore: sarà sufficiente allinearli con i suoi migliori propositi. Così sia, penso, mentre mi crogiolo nelle sfumature sonore del suo eloquio. Trovo rassicurante il rumore sfrigolante della sua voce. Rassicurante e professionale. Ho piena fiducia nel dottor Rutelini, piena fiducia che le cose andranno meglio.</p>



<p>Quando la sera prendo i farmaci, mi viene sempre il dubbio di averli già presi poco prima. Allora controllo i foglietti illustrativi a proposito di un eventuale sovradosaggio: la risposta è abbastanza chiara, morte.</p>



<p>Morte per il primo farmaco, morte per il secondo e per il terzo. Morte moltiplicata per tre, dovrebbe fare sempre morte, un po’ come per l’infinito. O forse sarebbe una morte ancora più spettacolare.</p>



<p>Domenico è il mio amico fraterno. È una spugna imbevuta di latte e buone intenzioni. Assapora la vita filtrandola dalle gengive, che sono di un rosa imperturbabile. Niente può incrinare il suo silenzio accondiscendente. Non i bambini affetti da leucemia, non i ragazzi con la malattia del motoneurone. O i medici che non fanno la ricevuta. Io mi inviperisco sempre quando i medici non fanno la ricevuta. Forse è per questo che con Domenico, ultimamente, abbiamo sempre più difficoltà nel rapporto, prima ancora che per i bambini affetti da leucemia. Forse i medici fanno sempre meno ricevute, forse io sono diventato più suscettibile a queste cose, forse la fede di Domenico nelle umane sorti diventa sempre più incrollabile con il passare degli anni. È curioso osservare i risvolti della sua attitudine laica: per un credente il gioco è facile, fa tutto parte di un piano e la vita eterna compenserà ogni cosa, ma un senzadio come lui come fa a guardare in faccia i terremoti e uomini fontane di sangue che zampilla e colora il cielo, senza mai avere niente da ridire? La sua opposizione all’alternativa che la non-esistenza rappresenta è solo biologica ritrosia, meccanica idiosincrasia: non ci sono fondamenta logiche nel suo pensiero virtuoso, e ho il sospetto che non potranno esserci mai.</p>



<p>Quando la cavalletta era più giovane, usciva spesso di casa. Andava nel quartiere Monti, un luogo così deliziosamente levigato, mi dice; e osservava, con sguardo da entomologo al contrario, i giovani trentenni. Trentenni come me, solo incuranti della fine del mondo. Li guardava infatti parlarsi strabuzzando gli occhi perché a quanto pare un datore di lavoro chiede sempre degli straordinari che poi puntualmente non vengono pagati e allora gli occhi diventano due palloni e la bocca si contrae in una smorfia di sdegno e qualcuno tuona MA COME È POSSIBILE?, perché c’è sempre qualcosa di pazzesco nella vita, buono o cattivo che sia, non importa, mi testimonia la cavalletta, l’importante è che sia ASSURDO TI DICO, sono andato a comprare un soprammobile da mettere in salotto ed era PAZZESCO il fatto che la metro fosse inagibile perché NON È POSSIBILE, è un disservizio continuo, questa città è un degrado, però alla fine il soprammobile era PAZZESCO anche lui e quindi va bene, e l’ho pagato un’inezia, un po’ come le piastrelle del bagno, ogni cosa è PAZZESCA e ASSURDA e NON È POSSIBILE, ogni cosa tranne, a quanto pare, il fatto che tutto si distruggerà, la metro, il soprammobile, il datore di lavoro, le piastrelle, e non ne rimarrà nemmeno una fine sabbiolina, e su questo io e la cavalletta siamo pienamente d’accordo. Mangiamo la nostra cena in perfetta sintonia, il tavolo appena illuminato dalla luce fioca e intermittente del lampadario, la cui lampadina malfunzionante forse non mi deciderò mai a cambiare.</p>



<p>La terapia del dottor Rutelini è radicale. Il dottor Rutelini è radicale, e promette risultati radicali. Conto le scatole di farmaci, le scruto, poi le svuoto e maneggio i mucchi di compresse, disegno delle scritte, per esempio S O S, poi impilo le pilloline una a una, faccio delle torri e sto a vedere quanto tempo reggono prima di crollare. È il mio diletto personale, la manifestazione della mia aderenza giocosa e granitica alla ferma dottrina del dottor Rutelini.<br /><br />Anna è qui davanti a me insieme alle sue perplessità, che devono essersi gonfiate con il tempo, come sotto l’effetto di una fermentazione chimica. A ben vedere le parole che mi riserva ora, borbottate a mezza bocca, sono figlie dei suoi pensieri i quali a loro volta scaturiscono proprio da processi chimici che avvengono nella sua scatola cranica, sotto quei meravigliosi capelli. Tutto torna. E la mia scatola cranica?, vorrei dirle. Scatola nera che può solo immagazzinare informazioni, in attesa dell’incidente. Ha il volto pallido e contratto; il sangue tutto al cervello intento a costruire e demolire edifici mentali. Anna… è quello che riesco a dire, come misera replica al suo sguardo pacatamente furente. Non riesco ad assumere alcun tipo di atteggiamento, figuriamoci un atteggiamento coerente con la situazione.<br />Non ricordo più bene cosa ho fatto o cosa non ho fatto per meritarmi i suoi occhi fiammeggianti, ma qualcosa deve pur esserci stato, e comunque immagino che ormai non abbia più importanza.<br />Intanto continua a fissarmi, sobbollendo, a braccia conserte. Quando la mia prima ragazza, dopo ben due mesi e mezzo di una straordinaria relazione, venne carinamente sotto casa mia per dirmi che mi lasciava, io assunsi presto proprio quel tipo di postura (allora sì che ero ancora capace di rappresentare l’incarnazione di uno stato d’animo). Lei, che faceva teatro, e di queste cose ne sapeva a pacchi, si indispettì: Ecco, guarda il tuo linguaggio del corpo! Manifesta chiusura! E che cos’altro dovrei manifestare?, avrei voluto dirle. Altri tempi, però. Ora c’è solo Anna in lievitazione, e ho il presentimento che presto non ci sarà più nemmeno questo.</p>



<p>Il centopiedi mi ha confidato di aver abitato la testa di un’altra persona, prima di me; un diciannovenne studente universitario, di economia per la precisione. Ne aveva assaggiato gli umori dell’encefalo, ne aveva tastato il polso mentale. La mattinata cominciava sempre con un vago senso di costrizione alle vie respiratorie, come se l’organismo, da brava macchina biologica qual è, si rifiutasse di compiere uno sforzo, o un lavoro, per il quale non sente di essere stato progettato, realizzato e nemmeno testato a dovere. Poco dopo, quando s’incamminava con la sua macchina non biologica lungo la via predefinita che lo aspettava con pazienza al mattino, le curve della strada gli davano l’impressione di sorrisi ironici che dicono “tanto lo sapevo che saresti passato di qui”. Quando il percorso porta sempre nello stesso posto, rimuginava il giovane, non c’è più spazio per la conoscenza e la sensazione, è tutto un meccanico ripetersi di movimenti e pensieri standardizzati; la via di fuga nell’abisso, o perlomeno sull’orlo dell’abisso, è invece vettore di un’emozione molto più potente.</p>



<p>La Nomentana comincia all’incirca nel cuore della città, narra il centopiedi, pulsante di traffico e di vita, ammesso che la si possa definire vita, mentre sul traffico proprio non c’è dubbio. Mano a mano che si procede verso il Raccordo, però, le quattro frenetiche corsie vengono inglobate in due, gli incroci rigurgitanti automobili cominciano a diminuire, i palazzi si diradano per lasciare spazio a una vegetazione che selvaggia in senso assoluto non è, ma sicuramente più dei tipici scenari cittadini a base di cemento e smog, brulicanti di persone.</p>



<p>Quanto sia difficile muoversi lungo il confine senza precipitare nel baratro è arduo da stabilire per un semplice studente universitario: probabilmente il verificarsi della caduta dipende dalla propensione del soggetto, dal suo coraggio o dalla sua incoscienza, a seconda dei punti di vista.</p>



<p>Poi lo studente, dal percorrere la Nomentana in senso centrifugo, si ritrovava ad abbandonarsi alle molteplici stradine che la tagliano, vagando senza meta, con traiettorie ripetitive, simil-circolari, all’interno di un qualche quartiere di periferia, che poteva essere San Basilio come un qualunque spazio remoto e orrido all’interno della sua mente.</p>



<p>Ho fatto un sogno. Giacevo su un letto di schegge di vetro, che si combinavano con le mie ossa in un incastro sferragliante. Sentivo le mie cartilagini articolari consumate, non offrire più alcun sollievo. Poi di colpo ero steso dentro al cuore di un ghiacciaio, sotto una coperta bucata. Da quel foro vedevo chiare, davanti a me, le lettere del mio nome, colorate di un rosso acceso, lampeggianti, come una spia che segnala estinzione. Alla fine mi trovavo al di sotto di un’enorme massa di acqua limpida, un oceano appeso sulla testa; e alzando la testa, in quell’oceano potevo stare a guardare il mio riflesso nitido esalare i suoi ultimi respiri.</p>



<p>Ma poi mi sono svegliato, con la consapevolezza che le cose andranno meglio, che mi proviene dal dottor Rutelini.</p>



<p>I miei colleghi di lavoro sono sempre stati simpatici. Ma è quella simpatia del tipo «se non fossi costretto ad avere a che fare con te quotidianamente non ti cagherei di striscio». Lo si può scorgere nello sguardo apparentemente impenetrabile di chi ti chiede di fare delle fotocopie. Lo si può scorgere nell’impercettibile incresparsi delle loro labbra quando dici una cosa di cui non sei sicuro. Lo si può scorgere nel modo autorevole con cui appallottolano un foglio di carta e lo buttano nel cestino accanto alla tua scrivania. Se li aveste conosciuti lo avreste pensato anche voi. O forse no. Forse sono solo scherzi della mia mente. D’altra parte, è con la mia mente che devo fare i conti; e i suoi scherzi possono essere molto più reali di qualsiasi verità sia scritta su un qualsiasi libro di scienza. Così magari è stata solo una mia impressione, ma non hanno fatto una piega quando ho detto che mi licenziavo. In un certo senso, sembrava che se l’aspettassero. Il lavoro non era poi nemmeno terribile, ma so quello che lascio, e tanto mi basta.</p>



<p>La mantide mi ha raccontato di un uomo che aveva conosciuto a Villa Doria Pamphili. Nei suoi racconti la villa è certamente più selvaggia di quanto pensassi. Era un mercoledì mattina come tanti, un giorno lavorativo per tanti, che aveva svuotato questo ampio angolo di verde quanto basta per immaginarlo come il porto definitivo, rampa di lancio per arrivare oltre e ultimo punto di contatto con tutto quello che va lasciato alle spalle. L’uomo quel giorno a lavorare non ci era andato, aveva fatto sega come ai tempi della scuola. Era un cinquantenne con una vita minuziosamente e faticosamente costruita ma mai desiderata davvero, una nostalgia cronica e soffocante, un viso cupo reso ancora più ombroso dalla coppola calata sulla testa.</p>



<p>Sono quasi sicuro, le aveva detto lui a un certo punto, che se mi incammino verso laggiù, dove la vegetazione s&#8217;infittisce e dove non arriva più nemmeno l&#8217;eco di quello che è stato, è, e sarebbe potuto essere, sono sicuro, sì, che passo dopo passo perderò automaticamente e progressivamente di sostanza, di consistenza, fino a scomparire del tutto senza emettere alcun suono, neanche un sussulto, e senza provocare nessun mutamento sostanziale nel luogo che accoglie i miei passi, solo un momentaneo piegarsi degli steli d’erba che torneranno prontamente ad ergersi, cancellando ogni segno del passaggio, chiudendo ogni spiraglio di indagine, sancendo così definitivamente la compiuta transizione verso la fine dell&#8217;universo.</p>



<p>Così sono passati i mesi. Io e Anna abbiamo chiuso. Cioè, lei ha chiuso, io non sarei stato in grado di mettere in atto alcuna forma di risolutezza. Ad ogni modo, così è la vita. Domenico spugna è sparito: in effetti eravamo due rotaie che portano in spalla il mondo intero, come se fosse il loro treno: questa è comunicazione? Dai miei ex colleghi neanche un messaggio di saluto, proprio come previsto. I miei genitori erano già morti, e ho controllato al cimitero, non sono resuscitati. Ieri sera ci ho bevuto su, sopra tutto questo, insieme al centopiedi, alla mantide, alla cavalletta e al resto della compagnia. Avevamo della vodka alla pesca e dell’erba, ridevamo, per un attimo sembravamo tornati tutti quindicenni.</p>



<p>Oggi ho incontrato il dottor Rutelini, era molto soddisfatto. Ero sicuro, mi ha detto, sicuro che le cose avrebbero preso la piega giusta. Quando ho stretto con la mia mano la sua zampa di enorme scarabeo, ho provato un profondo senso di gratitudine.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un bon élève</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/10/30/un-bon-eleve/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Redaelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Simone Redaelli </strong> <br /> Ma questa è una menzogna. Nulla nel mondo ha di queste sensazioni. Tutto continua a girare: gli esseri umani procedono indisturbati, gli alberi generano foglie, i muri continuano a reggersi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Simone Redaelli</strong></p>



<p>Sono sdraiato a letto e penso che le pale attaccate al soffitto che vorticano sopra i miei occhi d&#8217;un tratto potrebbero staccarsi e cadermi addosso, non ci avevo mai pensato prima ma oggi ci penso in continuazione, da qualche tempo è come se l&#8217;ordine stabilito della realtà avesse perso di consistenza e le cose, in principio coerenti con un sistema prevedibile di mondo, ora dovessero realizzarsi secondo dettami a me sconosciuti e invariabilmente insondabili.</p>



<p>Mentre espongo ad alta voce questa teoria dell&#8217;anima, non tanto per condividerla con qualcuno ma piuttosto per testarne la consistenza, voglio ancora credere che essa rappresenti solo un&#8217;ipotesi di lavoro, un modello semplificatorio e sperabilmente incapace di generalizzare una realtà. Ma ben presto qualcosa in me diviene sottile, quasi il mio eloquio si facesse scherno di questa ormai defunta reputazione di uomo ordinario.</p>



<p>Mi tiro a sedere, guardo fuori dalla finestra e tutto ciò che registro mi appare immancabilmente inutile: so che è insensato pensarci ma se potessi entrare nel cuore pulsante di tutto ciò che vedo, nei muri, negli alberi, nell&#8217;indole di questi esseri umani che procedono dentro le loro esistenze, insomma se potessi sentire come tutti gli altri elementi del mondo sentono, voglio credere che anche in loro troverei un sentimento di precarietà, di non necessità, di piatto incedere. Un sentimento di mancato abbandono, di rassegnata accettabilità.</p>



<p>Ma questa è una menzogna. Nulla nel mondo ha di queste sensazioni. Tutto continua a girare: gli esseri umani procedono indisturbati, gli alberi generano foglie, i muri continuano a reggersi.</p>



<p>Allora, provo a rieducare i miei pensieri, per un attimo mi convinco che è solo questione di intenzioni. D&#8217;altronde è proprio quello che mi diceva sempre la maestra d&#8217;italiano alla scuola primaria, nonostante io mi ostinassi ad avere ansia a fronte di qualsiasi prova di maturità o d&#8217;indipendenza che fossi chiamato a superare.</p>



<p>Diceva: <em>L&#8217;angelo custode, sei l&#8217;angelo custode</em>, lo dichiarava a chiare lettere e a voce alta, davanti a tutta la classe, davanti a tutti gli altri alunni, ed è un ricordo folgorante il fuoco aperto sopra i loro visi, visi compiaciuti e pieni di quella forma di superiorità così sincera che può provare solo il bambino ancora intoccato dalle correzioni del mondo.</p>



<p>La cattedra, il mio banco, la maestra. E io, a fianco. Sì, aveva ragione lei. É così che si cura l&#8217;ansia, è proprio così che si ristabilisce un ordine e s&#8217;annulla qualunque involontario capriccio dell&#8217;anima.</p>



<p>Ma oggi non funziona e ho la netta sensazione che se le pale si staccassero dal soffitto e mi crollassero addosso, capirei qualcosa che ancora mi sfugge ma che nondimeno è insito nel procedere cieco degli ingranaggi. Perché anche se ci riempiamo la bocca di senso e di grandi sogni, anche se abbracciamo a cuore aperto quest&#8217;epoca di speranze e di rinnovata autenticità, la vita dei comuni mortali si piega senza resistenze a un incedere naturale, nel quale l&#8217;ordinario è tutta la verità. E non ci sono terrori sepolti nell&#8217;inconscio, paure perdute o tormenti antichi. No, semplicemente le persone stanno bene.</p>



<p>Io invece ho voluto troppo e penso che se aprissi queste pale a martellate, se ne interrompessi innaturalmente il funzionamento, se sondassi dentro gli ingranaggi, dentro la meccanica di base, allora di certo troverei la spiegazione del loro movimento. Eppure, la vita non funziona così. No, non funziona così. Solo un bambino può pensare un&#8217;assurdità del genere. E io ho trentatré anni.</p>



<p>Ed è esattamente ciò a cui penso, proprio ora, mentre guardo le pale che girano, cioè penso alla mia età e a questa mia insegnante di francese, e penso che se mi dedicassi a vivere anziché a prendere appunti, se per una volta assecondassi quelle intuizioni che anticipano i passi concreti della vita, quelli giusti, quelli che gli esseri umani sentono naturalmente da sé, senza cercar spiegazioni, se solo la guardassi negli occhi e facessi esattamente quello che dovrei, allora la mia esistenza cambierebbe: potrei smettere di ripetermi ogni istante che sono vivo, e vivere e basta. Ma dal momento che il passo mi risulta inavvicinabile, mi lusingo dentro un&#8217;ipotesi di compimento, abbandonandomi alle leggerezze della mente. Perché è giunto il momento di dirlo: non avremo una vita insieme. No, non ce l&#8217;avremo.</p>



<p>E nonostante questa sentenza, il pensiero delle divaricazioni teoriche è talmente violento e costitutivo che mi basta a soppiantare ogni prassi concreta e a lasciarmi dire che sono un bravo studente, che ho fatto bene i compiti a casa, <em>Ça marche bien, Simone!</em>, e non posso negarlo, no, c&#8217;è qualcosa d’imperituro ed esatto, qualcosa di necessario, nel sentirmi dire che è tutto al proprio posto, nel vederla sorridere e annuire, nell’udire le sue parole, nel vagare sulle sue labbra, perché saremo una cosa sola. E lei mi vorrà bene.</p>



<p>Ma anche questa è un’illusione. Ci fosse stato <em>un </em>insegnante che m&#8217;avesse detto che avevo <em>un </em>talento, no, tutti a compiacersi del <em>bon élève</em> dal futuro irto d&#8217;intuizioni e prodigi, sì, bisogna pensare quando si educano i ragazzini, pensare, bisogna alimentare le uniche fiamme che cercano disperatamente di guadagnarsi una buona uscita. Tutto il resto è ciò che comunemente chiamiamo vita adulta. O letteratura.</p>



<p>Sì, è proprio così. Altrimenti si finisce per crescere degli ottimi teorici del mondo, gente buona a concepire visioni sulle più vaste correnti dell’universo, dedita alle interferenze alte del pensiero, all’esercizio fine della sublimazione, divinatori, mistici, uomini d’arte, di scienza, d’intelletto e d’acume, che finiranno per sentenziare sul mondo inorridendo alla sola idea di toccarlo.</p>



<p>È così che si prospera. Studiando.</p>



<p>C&#8217;è però un limite varcato il quale il mio cervello andrà in frantumi. È un limite senza nome, conturbante nel buio, che guardo dal basso verso l’alto come a una forma diversa e pericolante, dalla materia indicibile ma a tratti familiare, persino quotidiana.</p>



<p>Una coscienza nascosta dentro ai miei occhi.</p>



<p>Ed io e lei siamo a un battito di distanza. Sì, ci siamo quasi.</p>



<p>Allora cosa dovrei fare? Aspettare che venga giù? No, resterà lì dov’è. Come queste pale che non cessano di ancorarsi al soffitto. E girare.</p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Amelia Rosselli, &#8220;A Birth&#8221; (1962) &#8211; Una proposta di traduzione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/08/29/amelia-rosselli-a-birth-1962-una-proposta-di-traduzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[A Birth]]></category>
		<category><![CDATA[Amelia Rosselli]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Nicosia]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[proposta traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marco Nicosia</strong> <br />Nel complesso, la lettura e la traduzione esigono, come fa l’autrice, «[to] look askance again», di guardare di sbieco, e poi di nuovo scrutare e ancora una volta guardare di traverso]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p><p></p><p></p><p style="text-align: left;">di <strong>Marco Nicosia</strong></p>



<p><em>A Birth</em> — prosa composta da Amelia Rosselli nel 1962 — è il tentativo, attraverso il sogno, di riavvolgere il tempo come nastro magnetico per tornare indietro all’infanzia trascorsa a Parigi, ripercorrendo l’età che ha preceduto e che ha seguito la violenta morte del padre, quelle «vaghe memorie surrettizie d’una giovinezza veramente piccola». Soprattutto onirica è la prima parte del racconto, con la comparsa di immagini archetipiche (il «cielo tondeggiante», «la torre campanaria» e «sanguinante», il «paese torreggiante», fino alla «deforme fine del vicolo») che portano alla visione surrealistica di Poppy (incarnazione del genitore), «che ride, che ruggisce, dolce, offuscato». Il tentativo è quello di trovare «l’incurvato punto infornato dell’infanzia» e «simulare una svolta sul largo punto di svolta […] della volta», alla ricezione dei vecchi luoghi dell’anima che si realizzano adesso per via analogica in una chiesa irreale la cui posizione è ancora da reperire. Ad irrompere nella seconda parte della prosa è il trauma dell’omicidio del padre, l’«avvertimento» e la «vendetta», «l’interrogatorio», «la sommossa, subdola, nella mente del bambino», «l’omicidio nella folla», gli «striscioni in rivolta nella strada», la «terribile folata».</p>



<p>Come nota Chiara Carpita nell’edizione del meridiano Mondadori, già in <em>My Clothes to the Wind</em> (1952) Rosselli tenta di ripercorrere attraverso il sogno la giovinezza più tarda, trascorsa a Londra e in Italia, accorgendosi tuttavia che la creazione letteraria non può dare un senso al proprio vissuto, «non è possibile, cioè, raccontarlo, se non per frammenti scomposti»: «this saying of grime is not transparent enough, I cannot do as I desired and make the thing more plain». Così anche in <em>A Birth</em> l’autrice — «while stamping necessarily cleaner phrases» — si ritrova a fare i conti con il labirinto intricato delle sue memorie, rendendosi alla fine conto che esse non possono essere altro che falsate (ripetuto è sempre il verbo e aggettivo “fake”): «the child stares at its memory and swings uncertain of reality. The child stares. The child is there. The child is gone». Entrambe le prose si concludono con il «riconoscimento», ma se in <em>My Clothes to the Wind</em> esso è raggiunto attraverso il sogno, qui non restano che le lacrime a ricomporlo («I in the unreason of sleep came to the choosing and the mingling, and to the recognition», <em>My Clothes to the Wind</em>; «Crying daughter at the thin just cavalier. […] Sample of recognition», <em>A Birth</em>).</p>



<p><strong>Nota alla traduzione</strong></p>



<p>Questo scritto inglese, assieme a<em> My Clothes to the Wind</em> (che ho già tradotto per la rivista indipendente Niedern Gasse), è ricco di stratificazioni semantiche che possono sfuggire all’occhio poco allenato del lettore, o anche a colui che d’inglese s’intende. È quindi bene prendere in mano un dizionario e ricercare ogni parola, anche quella di cui si conosce il comune significato, per sviscerarne tutte le possibili definizioni — e purtroppo cristallizzarne solo una sul foglio. D’altronde la bravura di Rosselli, in simili sperimentazioni narrative, consiste proprio in questo: nel comporre un testo che si presta, anche a livello puramente formale, ad un’infinita varietà di significazioni; nel costruire un linguaggio ricercato, e decostruirlo poi, e riplasmarlo, e persino dare forma a neologismi, alla ricerca di un idioma tutto personale. Perciò il lavoro di traduzione sarà forse più fertile a chi lo conduce che a chi lo riceve, e tuttavia dietro questo tentativo vi è anche la volontà di condividere con i lettori una prosa poco conosciuta per via della sua difficoltà pure in lingua originale. Per quanto a me noto, è possibile reperire solo un’altra traduzione italiana di <em>A Birth</em>, realizzata brillantemente da Elena Carletti per la rivista di teoria e pratica della traduzione «Testo a fronte» (n. 58, XXIX anno, I sem. 2018), che mi è stata di utile confronto e da cui tuttavia ho deviato in vari luoghi per questioni di interpretazione.</p>



<p>La prima difficoltà di traduzione si pone già nel titolo e nel soggetto del racconto, la «child-birth» che appare per la prima volta e in contemporanea fra le ultime righe del primo capoverso e che si riproporrà costantemente in seguito. «Child» può prestarsi, in prima lettura, alla traduzione di “bambino”, naturalmente priva di uno specifico genere grammaticale. L’incognita del genere non viene sciolta nemmeno successivamente, quando al bambino è attribuito il possessivo neutro «its». «Birth» può invece essere letto da subito con il significato di “nascita”. Ma l’autrice, in realtà, gioca con l’ambiguità semantica inglese, a causa della quale si può parlare di «child» sia come di “bambino” sia più specificamente come di “figlio”, soprattutto se vogliamo attribuire a «birth» il significato di “parto”. Il dubbio che il “bambino” sia “figlio” sorge in particolare quando nel decimo capoverso si presenta la figura del padre, cui è accostato nella frase successiva («If a father… If a child»). In questa sede ho comunque scelto il primo termine per distinzione da «daughter» (“figlia”), che si propone nelle battute finali del racconto esplicitando così la natura del soggetto e il suo genere.</p>



<p>Andando con ordine, l’anafora «If I lay back layers of time», poi variata in «If I lay back on layers of time» e ancora in «I lay back folds of time», ha richiesto più e più volte correzioni e riletture nella mia bozza, per dirigermi infine verso la traduzione che mettesse il più possibile d’accordo le varie parti della narrazione restando quasi letterale (ma in un modo che, ancora adesso, mi pare provvisorio e insoddisfacente): «Se (mi) riavvolgessi indietro (su) strati di tempo». Il tentativo di recupero della memoria è infatti in questo racconto il tentativo di recupero di un’infanzia mai esistita, il tentativo — o la sensazione o l’allucinazione — di “riavvolgere indietro strati di tempo” come nastro magnetico. Se «lay» significa “avvolgere”, ho tentato qui di connettere il verbo con l’avverbio seguente «back», dunque “avvolgere indietro”, dunque “riavvolgere”, per ipercorrettismo “riavvolgere indietro”. Resta comunque aperta la possibilità di intendere «lay» con il suo significato altro di “stendere” (così ha fatto Carletti, «se stendo strati di tempo a ritroso»), soprattutto se il campo semantico successivo è quello del velo della mente («folds of time», «the light sheeting», «the child lifts the veil»). Resta inesplorata la terza via del riposare, giacere, stendersi o distendersi su strati di tempo.</p>



<p>Un’ultima, grande difficoltà — lo si è già sperimentato con la suddetta anafora — consiste nell’incastro di termini dal vasto campo semantico in un’unica possibilità di traduzione, che è poi anche la più irragionevole. È, per citarne uno, il caso di «a flap of curls», tradotto in definitiva come «uno sventolio di boccoli» e che pure avevo reso, prima di passare alle righe successive, come «lembo di boccoli»; poco dopo, infatti, si impone un campo semantico tutto rivolto all’irrequietezza del vento e alla rivolta (<em>flap</em> sostantivo, per esattezza, significherebbe “lembo”, “ribalta”, “agitazione”, mentre il verbo <em>to flap</em> corrisponde a “sbattere”, “sventolare”).</p>



<p>Nel complesso, la lettura e la traduzione esigono, come fa l’autrice, «[to] look askance again», di guardare di sbieco, e poi di nuovo scrutare e ancora una volta guardare di traverso. Il gioco della traduzione, di fatto un rompicapo, diventa “un parto” che accompagna al «riconoscimento» di memorie ora falsate ora simulate, e piazzarle e rincorrerle, «ready to make a run for it».</p>



<p><strong>Traduzione</strong></p>



<p>Se riavvolgessi indietro strati di tempo, e l’uomo oscuro che sorride falso e triste con la sua smorfia screpolata, l’ho incontrato la scorsa notte dopo una lite, nella luce che velava la pesante aria albeggiante della corte, se riavvolgessi indietro strati di tempo, sarei pronta anche ad aprire l’elenco dei luoghi, gli indirizzi di tutte le nostre vite! Pronta a rincorrerli. Se riavvolgessi indietro strati di tempo potrei ancora placare la rabbia con l’amore indisturbato. Se mi riavvolgessi indietro su strati di tempo potrei trovare Poppy che ride, che ruggisce, dolce, offuscato contro il cielo tondeggiante sopra la torre campanaria della caccia. Se mi riavvolgessi indietro su strati di tempo pronta all’omicidio, accompagnata da risa che collassano predatorie su di una nuova dinastia, se allora il tempo sventolasse all’indietro, se fossi codarda e credessi alla nascita, lo sforzo di allontanare lievi imprevisti dal paese potrebbe aiutarmi a chiarire la nascita! Se fossi un paese torreggiante o una torre sanguinante contro un cielo propizio alla nascita, se fossi giapponese potrei domandare perché aderisci a una lite col tuo pugno in dentro? Nascita e pane collassano su un letto per la nascita che si strozza con la tensione propria dell’ultimo rifiuto del suo essere donna. Il primo rifiuto fu la torre curva il rimbalzo elastico di cui aveva tracciato tutti i lievi imprevisti contro il cielo. Un cielo rosso, roseo e ingiallito con l’età, un cielo ardito con la sua ingiusta indifferenza sugli oggetti, deforme fine del vicolo.</p>



<p>La domenica è il classico pomeriggio di un luogo per una nascita uggiosa e un pianto, il bambino finge ricordo della curva della volta della chiesa tesa sulla sua posizione cardinale, bambino che recupera memoria quando una pagnotta di pane viene rigirata, è bambino senza infanzia.</p>



<p>Le foto dei luoghi sono migliori dei luoghi o dei ricordi, foto nei nostri cervelli allo stesso modo. Curva il triangolo all’infuori della fuga e il paesaggio in averi incurvati.</p>



<p>Forse la zuffa è meglio riguardata qui da questo punto di vista e l’incurvato punto infornato dell’infanzia non è altro che ciò che ne facciamo mentre l’amore si risveglia tenero con uno schiaffo. Sono incandescente pensai mentre riavvolgevo indietro strati di tempo nudi sul mio petto che si gonfiava livido nel calore di un’estate adatta al disperare negli occhi di giovani donne. La giovinezza non è una crepa che si conserva con costanza, ma il maleodorante e lucido e lieve imprevisto d’una vita ruotata attorno al suo essere.</p>



<p>Particolarmente gentile con mia madre deve esser stato mio padre, dal momento che predicava in tal modo. Particolarmente gentile con mia madre deve esser stato il prete se tanto bene rispettò un comandamento di fame recondita per amore delle buone domeniche.</p>



<p>Adesso mentre parlo la sottile corda riconosciuta di duro amore scorre debole attorno alle stecche di bambù secco nelle lampade, mentre i bastoni di bambù spaccato sui tamburi dei vicini dagli occhi angusti si spezzano liberi dal loro nastro adesivo nero. Si spezzerà il bastone e verrà ancora una volta tenuto il peso nelle due cavità frastagliate di palme mentre si curverà la cima incava del tamburo e la lampada apprezzerà la quiete? Adesso mentre parlo si dirigerà la radice ad un appello adesso mentre timbro frasi necessariamente più chiare nel tamburo dell’orecchio del sordo si spezzerà forse il suo bastone? Adesso mentre attendo le nuvole più accorte irromperanno forse nella mia parsimonia? Adesso mentre attendi aprano le montagne i loro sentieri alla caccia al cervo.</p>



<p>Cacciando contro un cielo straordinario attaccai la prima visione della città rosea su di un cielo ribelle, mentre pioveva luce la cupola sui miei anni spellati. Adesso mentre attendo la pioggia rifiuta tu obbedienza alle mie fantasie d’arcobaleno, mentre attendi il curvarsi delle strade sotto quest’alta volta.</p>



<p>Mentre colloco un tal sogno di visione accanto al primo carico del cuore, vengono ricuperati il luogo e la posizione della chiesa, contro una strada al di sotto ingrigita, mentre le finestre illuminate liberarono il cuore del bambino. Adesso mentre faccio lo sforzo di preconcepire una visione, il bambino fa lo sforzo d’uscire all’aperto contro una finestra floreale asciutta dalle asciutte vele, le loro tende pulite sempre spazzate dal vento, volenti nolenti e bianche contro un cielo bianco ancor più tetro da quando è immobile, le tende si strapparono annoiate e l’altra casa verso la quale nessuna curva di pantheon mai accordò la sua oscurità, l’altra casa incise la memoria narrata al bambino, grasso contro uno sventolio di boccoli. La luce rimbalzò dalla strada verde ancor più impercettibile in basso, verso il bambino che stava forse in piedi osservando la chiesa dentro la sua memoria di adulto. La chiesa sventolò il suo saggio e disfatto stendardo d’una scintilla pienamente matura per simulare poesia, rosea sotto la luce di rugiada che io pongo adesso contro una superficie ruvida incrociando l’angolo del marciapiede finora invisibile, né inciso né ricordato. Il bambino simula una svolta sul largo punto di svolta della piazza circolare, dove quella bianca luce forse non brillò contro ad albero alcuno tranne che alla lieve pietra ingrigita e ondeggiante; il bambino guarda fisso alla sua memoria e dondola incerto della realtà. Il bambino guarda fisso. Il bambino è là. Il bambino se n’è andato, saccheggiando nuovamente la fuga o la verità di memorie fornite dai nonni, con la loro avvizzita gioia di separazione, la loro gioia di vita impeccabile in una valle! Guarda nuovamente di traverso: il bambino alza il velo e il punto di svolta della volta e della chiesa non altro che una preparazione alla morte di misteriosi seminatori, guardiani selvaggi, politici nauseabondi. Guarda più lontana la torre campanaria che s’è piegata per curvare la cupola non ancora arrugginita, poiché brilla di traverso la grigia ottusità della sua materia (indifferentemente un gesso bianco o grigio), tanto rosea se desideri perdonare il suo appello alla morte dei giovani.</p>



<p>Una strada dal nero naviglio, e un padre dal grigio mantello in fiamme sulla svolta invernale verso la primavera accanto alla pioggia. Un padre ammantato nella lana d’un riposo al sole, e il sole che mai illumina un occhio di padre giacché lui non è figura incontrata nella corsa della piazza, col suo punto nero che gira in dentro alla realtà, la piega nera indesiderabile d’una sagoma svanita.</p>



<p>Se un padre avesse prestato la sua pistola ad un altro, così era la sua auto di rappacificazione violetta, avvertimento o vendetta. Se un bambino presta la sua memoria per fingere parole poi dette mistiche delle nubi, alla chiesa fu il suo nascere. La nascita del bambino in una chiesa vellutata dalla cupola rombante è primavera senza peccato e dolore di paradiso; grigio scompiglio e quesito, scivolano giù per superficie piana no ma spazio integrato in spazio, di nuovo rosa, blu no e verde per sempre nella nebbia d’infanzia color rugiada marrone per rivalsa mistica. Poi dio apparve come stella oltremodo svolazzata e la correzione la volta consumò l’immaginazione del bambino spezzò la verità e la vendetta terrena del padre, la severità della terra.</p>



<p>E c’erano cupole nell’aria bianca di Parigi nei duri profili bianchi di luce di bambino? Orecchie sorde ha il bambino alla sorda quiete e le tende sorde di lino alla luce d’affari che planano mistici sopra l’aria rombante di strade inimmaginate. Le finestre sono troppo lunghe per il rombo che sorge dalla loro immaginazione incrociata e la coppia scortata è sempre silenziosa al crepuscolo mentre una luce più marrone del crepuscolo risuona l’altro attraverso piante giapponesi che spolverano l’aria, che vietano la pace, che echeggiano di violenza, i capelli marroni che fanno scivolare pelli sopra la fronte del mercante e l’articolazione dell’osso lungo del mento (la collana). La polvere sopra i loro volti tradì il cuore della città e la sua pressione riflessa su un bambino che si restringe alla finestra di lui più larga, più libera, più vuota col suo fasto che domina sul nulla, da quando il nulla si riempì di finestre marroni di vedove o chirurghi in vacanza. Controvoglia i giardinieri sbucarono fuori dalle finestre troppo strette per la terra marrone di altre generazioni che s’insinuavano nell’aria al livello della larghezza d’una strada. E nelle stanze canali angusti molto vicini alla decomposizione erano le risposte e le offerte delle finestre, l’umanità concepita da una persona così giovane, che scruta attentamente per comprendere cos’è un uomo. Nessun’ironia si manifestò in quella visione d’infanzia tranne che nella morte incerta, insinuantesi maestosa in luoghi meschini, con foglie dai bordi verdi per scacciar via gatti di cupidigia, il gaio cappio.</p>



<p>Il cappio era un giardiniere, il giardiniere un gaio compagno. Bambino marrone e finestre dallo sguardo fisso, e anche suore dallo sguardo fisso che sorseggiano un tè in cappotti marroni si rivoltarono prima d’affrontare l’interrogatorio; indizi di cupidigia erano banchetti in valli eterne, i larghi viali grigi si sollevavano diretti all’albero verde d’alghe marine stringendosi, immergendosi e sprofondando per graffiare le finestre superiori immediatamente sbandierate: poi giunse la sommossa, subdola, nella mente del bambino, e un misfatto meschino e un amore sciatto con la popolazione d’improvviso provvidenzialmente imperfetta, nel banchetto di palloni scoppianti, l’omicidio nella folla che d’improvviso implorava in ginocchio all’odore quotidiano di cibo mentre i bambini scrutavano il precoce sbandierare del sole contro striscioni e striscioni e striscioni in rivolta nella strada, prime bandiere in cima agli alberi, folate nello sventolio blu di dimore per il cibo, laminate bianche con un urlo che rallentava fino alla gioia sbattuta giù contro un bancone unto.</p>



<p>Oh io cappio allentato! Oh io urlo nella valle! Oh i miei trent’anni scivolati via schiantandosi violenti nella casa di striscioni schiantantesi, stretti contro un vento allentato. Il collasso della fama inizialmente fu una terribile folata, poi lentamente la ragione tornò come un tram nella semioscurità di vie al neon. All’inizio strati impossibili di tempo sventolarono indietro per rivelare una ragione che era stata omessa poi negata, poi in definitiva spiegata intera, massacrata alla mascolinità, e la donna che dietro le quinte piangeva dentro gli abiti in falsa pelliccia per lo spettacolo della sera lo spettacolo intero della vita. Oh lo scoppio della rivoltella rivelò un muro bianco spaccato, il demone della povertà, nell’ingresso dietro le quinte. Il bianco turbinio della vita, che vive negli occhi del destino, un disastro.</p>



<p>Tra le vaghe memorie surrettizie d’una giovinezza veramente piccola scivolò vicino a un cinema pomeridiano per bambini, e la madre preoccupata dal dolore e dalla preveggenza impellicciata di castoro e impellicciata di tigre in un elegante cappello da sera, controvoglia lei accompagnò i figli che piangevano a vedere il ruggito dei leoni prima che l’umorismo fosse compianto. Tenue madre, gelida madre, duro padre invisibile. Figlia che pianse quando don chischotte apparve sgargiante e la pietà del bambino fu preveggenza, senza fine. Che rise al leone ruggente minaccioso, che pianse al minuto cavaliere onesto. Che non giocò con nessuno salvo che con un cappotto blu di media taglia dai risvolti neri, velluto, premonizione, e il cappello tondo dai fiocchi neri appesi al retro? Semplicità negata a tutte le età. L’amore l’unico rivale alle lacrime, ed esso scomparve per sempre.</p>



<p>Campione di riconoscimento.</p>



<p><em><strong>A BIR</strong></em><em><strong>TH</strong></em><em><strong> (1962)</strong></em><strong>. </strong><em><strong>T</strong></em><strong>ES</strong><em><strong>T</strong></em><strong>O ORIGINALE</strong></p>



<p><strong>(da Amelia Rosselli, </strong><em><strong>L’opera poetica</strong></em><strong>, i Meridiani Mondadori, Milano 2012, pp. 657-662)</strong></p>



<p>If I lay back layers of time, and the man dark simpering and sad with his cracked smile, I met him last night after a fight, in the light sheeting the court’s heavy dawn air, if I lay back layers of time I might be ready to open the list of places, addresses of all our lives! ready to make a run for it. If I lay back layers of time I might still render the rage softened by undisturbed love. If I lay back on layers of time I could find Poppy laughing, roaring, softly, blurred against the round sky over the steeple chase tower. If I lay back on layers of time fit for murder with laughter collapsing marauding into a new dynasty, if then time flapped itself back, if I were a coward and believed in child-birth the effort of driving out of town mishaps might permit me to account for birth! If I were a town towering or a tower bloody against a sky fit for birth, if I were a Japanese I might ask you why fit a fight with your fist in it? Birth and bread collapsing over a birth bed choking with her strain of womanhood’s last denial. First denial was the curved tower the elastic bounce of which had designed all mishaps against the sky. A sky red, rose and yellowed with age, a sky bold with its impassibility wronged of things, crooked end of the lane.</p>



<p>Sunday is a typical afternoon of a dreary birth and cry place, the child fakes remembrance of the curve of the vault of the church straining on its cardinal position, child who regains memory as a loaf of bread is turned, is child with no childhood.</p>



<p>Fotos of places are better than places or memories, fotos in our brains same ways. Curve the triangle out of escape and the landscape into curved belonging.</p>



<p>Perhaps the fray is better regarded here from this viewpoint and the curved baked point of childhood is no other than we make it as love wakes tender at a slap. I am incandescent I thought as I lay back folds of time naked into my bosom which heaved purled in the heat of a summer peculiar to despair in the eyes of young women. Youth is not a break which keeps up with continuity, but the reek and sleek mishap of a life revolted to its being.</p>



<p>Particularly kind to my mother must have been my father, in that he so preached. Particularly kind to my mother must have been the priest in that he so well kept a commandment of recondite hunger for the love of good Sundays.</p>



<p>Now as I speak the recognized thin string of harsh loving creeps slight acircle the dry bamboo springs of lamps while cracked bamboo sticks on the drums of the narrow eyed neighbor snap free of their black stick tape. Will the stick snap and the burden be once more held in two ragged hollows of palms while bent the hollow top of drum and enjoyed stillness the lamp. Now while I speak is the root driving at an appeal now while stamping necessary cleaner phrases into the drum ear of the deaf will its stick snap. Now while I wait will wiser clouds break into my parsimony. Now while you wait sweep the mountains their trail to the deer-hunt.</p>



<p>Hunting against an everest sky I attacked the first vision of the pink city over a rebel sky, and the coupole raining shine over my skimmed years. Now while I wait the rain refuses obedience to my fancies of a rainbow while you wait for the turn of the streets below this high dome.</p>



<p>As I place this dream of a vision alongside the first burden of heart, is to be regained the place and the position of the church, against a road greying below, while the shined windows unburdened the child’s heart. Now as I strain to preconceive a vision the child strains outdoors against a dry window flowered with dry sails, their everblown clear curtains, willy nilly white against a white sky even drearier since it was still, the curtains snapped bored and the other house to which no curve of pantheon ever adjoined its gloom, the other house recorded the memory recounted to the child, fat against a flap of curls. The light skipped by the green street ever lower unperceivable, to the child perhaps standing watching the church in its memory of adult. The church flapped its wise and wrecked standard of a full grown blaze smothered to fake poetry, rose under the dew light which I place now against a rough surface crossing the corner of the sidewalk as yet invisible, unrecorded, unremembered. The child fakes a turn on the wide turning point of the circled Square, where that white light shone against no trees perhaps but stone light grey and heaving; the child stares at its memory and swings uncertain of reality. The child stares. The child is there. The child is gone, marauding again the escape or the verity of recollections furnished by grandparents, with their withered joy of separation, their joy of faultless life in a canyon! Look askance again: the child lifts the veil and the turned point of vault and church is no other than a preparation for the death of mysterious seeders, wild guardians, gross politicians. Look further at the steeple which has bent to curve the dome unrusted since the grey dull of its matter (a white or grey chalk indifferently) shines askance, very rosy if you wish to pardon its death appeal to the young.</p>



<p>A street with a black canal, and a father with a grey smouldering cloack on winter turning into spring besides the rain. A cloaked father in the tweed of sunrest, and the sun never lighting any eye of father since he is no figure met at the run of the Square, with its black dot circling into reality, the black undesirable fold of a contour gone.</p>



<p>If a father had lent his pistol to another, so was his car of violet appeasement, warning or vengeance. If a child lends its memory to fake terms later called cloud mystics to the church it was its birth. The birth of a child in a velvet church with a drone dome is faultless spring and paradisical pain; grey unrest and question slime down no flat surface but a space imbedded in space, rose again, blue not and green forever in the mist of dew brown childhood by the mystic vengeance. The god appeared as an overblown star and the correction the vault spent the child’s immagination broke the father’s earth truth and vengeance, earth’s severity.</p>



<p>And were there domes in the white air of Paris in the white hard shapes of light of child? Deaf ears has the child to the deaf stillness and the deaf lilly curtains to the light of business planing mystic over the droned air of streets unimmagined. Windows are too long for the drone that arises from their criss cross imagination and the scorted couple is always silent at dusk while browner than dusk light resounds the other through japanese plants dusting the air, forbidding the peace, resounding of violence, brown hair slipping skins over the merchant’s brow and joint of long chin bone (the necklace). The dust over their faces betrayed the heart of the city and its reflected pressure in a child narrowing at a window larger, freer, emptier with its wealth ruling over nothing, since nothingness was crammed with brown windows of widows or surgeons on vacation. Gardeners lept out unwillingly of windows too tight for the brown earth of other generations creeping through the air at the space of a street width. And narrow whannels into rooms very near rotteness were the answers and the proposals of the windows, the humanity conceived to one so young, peering to learn who is a man. No irony esquissed itself in that childhood vision but the uncertain death rolling majestic in petty places, with green border leaves to shy away cats of greed, gay noose.</p>



<p>The noose was a gardener, the gardener a gay mate. Brown child and staring windows, staring nuns too sipping tea in brown coats revolted before living the questionning; inkling of greed were feasts in eternal valleys, the grey wide avenues lifting to sea weed green tree lacings shafting and plunging to scratch upper windows suddenly flagged: then riot came, subtle, in the child’s mind, and gross misdemeanour and love slovenly with populace suddenly blessedly imperfect, in the feast of balloons snapping, the murder in the crowd suddenly begging down to daily smells of food while children peered at the sun’s early flagging against banners and banners and banners riot in the streets, early flags at tree tops, winds in the blue flaps of food houses, white edged with a scream slowed down to joy slammed down against an oily counter.</p>



<p>O I am a loose noose! O I am a scream in the valley! O my thirty years have slipped by crashing forcefully into a house of crashing banners, tight against a loose wind. The collapse of stardom was a terrible blow at first, then slowly reason returned as a tram in the half light of neon pathways. Impossible layers of time at first flapped back to reveal a reason which had been neglected then denied, then ultimately explained away, slaughtered to manhood, and the woman backstage crying into the fur false costumes of the evening’s, the living’s entire show. O the blow of the revolver revealed a cracked white wall, poverty’s demon, in the backstage door. White whirl of life, living into the eye of destiny, a disaster.</p>



<p>Among the vague surreptitious memories of a very small youth slipped by an afternoon cinema for children and the mother worried with pain and foresight beaver furred and tiger furred in an elegant afternoon hat, she unwillingly accompanied the crying children see the lions roaring before humour wept at. Soft mother, cold mother, harsh father invisible. Crying daughter when don chichotte appeared flamboyant and the pity of the child was foresight, endless. Laughing at the lion roaring with menace, crying at the thin just cavalier. Playing with no one save a medium blue coat with black turn ups, velvet, premonition, and the round hat with black hanging ribbons at the back? Simplicity denied at all ages. Love the only rival to tears, and it disappeared forever.</p>



<p>Sample of recognition.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;occhio di Dio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/20/locchio-di-dio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Silvia Belcastro </strong> <br />Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Silvia Belcastro </strong></p>



<p class="has-text-align-right">“<em>Sono diventata una fabbrica notturna”</em>.</p>



<p class="has-text-align-right">(Ingeborg Bachmann)</p>



<p>Me ne sto immobile sul letto, come un’ape regina troppo pesante. Dal mio corpo escono tubi da mungitura perché devo allattare la notte, devo mettere al mondo le sue creature: su un nastro trasportatore sfilano, a distanza regolare, i miei fantasmi contornati di luce.</p>



<p>Indosso la sottoveste di lana azzurra.</p>



<p><em>Bianca</em>, dice l’abuelita.</p>



<p>Dipende dalla luce della luna.</p>



<p>La indosso in un sogno di realtà: sul balcone, per l’esattezza.</p>



<p>La camerata è divisa in due da un solco profondo, una ferita camminamento che scorre tra le file di letti e punta alla finestra. Dormono tutti: hanno sempre dormito tutti, tranne nel momento in cui il mio corpo, scosso dai tremiti del fuoco malato, si muoveva e si esponeva alla vivisezione come una marionetta nuda.</p>



<p>“Pavor nocturnus? Schizofrenia? Guardate: l’occhio non vede! Qui si innesta il pensiero intrusivo che crea il cortocircuito. Antipsicotico, sì? Il rischio è minimo: al massimo, un torpore della mente.”</p>



<p>Ti stacco la carne dall’osso coi denti e non mi lavo la bocca dal sangue. Hanno sempre dormito tutti, tranne quando l’urlo mi gettava sul pavimento e sbattevo la faccia contro il legno. Piegavo il braccio sotto il letto nel tentativo di fuggire e quasi mi rompevo l’osso finché, della visione, non restava che un livido del colore della notte.</p>



<p>“Una catena alla finestra, sì?”</p>



<p>L’ho comprata io stessa: una catena da orso ballerino, di quelle in acciaio. Un anello entra dentro un altro anello che entra dentro un altro anello e avanti così, di chiusura in chiusura, fino alla fine del tempo, facendo ogni sera un rumore di catena.</p>



<p>La prima volta ho disegnato la finestra: tra le ante socchiuse, la colonna del cielo reggeva la luna, e la lama della notte entrava nella stanza interrotta solo dall’ombra della catena.</p>



<p>Ho nascosto la chiave dove la marionetta nuda non poteva raggiungerla e ho calcolato quanto tempo avrebbe impiegato a trovarla, prima che il corpo si svegliasse. Ho pensato che infilare la chiave dentro un calzino e mettere il calzino dentro un altro calzino e questi due calzini sotto tutti gli altri calzini mi avrebbe salvato dal balcone.</p>



<p>Era difficile trovare la chiave prima che lei, cioè io, mi svegliassi. Appena mi sono addormentata, mi ha raggiunto il lampo verde e mi sono alzata di scatto. Sono andata a sbattere contro il cassettone, come se il tempo non mi riguardasse, e ho trovato la chiave. L’ho infilata nel lucchetto che stringeva la catena e ho aperto la finestra: la notte mi ha guardato, senza svegliarmi.</p>



<p>Ho appoggiato il piede nudo sulla soglia argentata e ricordo che la finestra era diventata una meridiana che accarezzava i letti uno dopo l’altro, fino al mattino. Aveva una tenda finissima, che rispondeva soltanto alla brezza.</p>



<p>Le mattonelle del balcone erano coperte di fiori in braille. Sotto il balcone c’erano le colline e in fondo, in una coppa di montagne, il mare. Ho stretto la ringhiera con la mano sinistra e ho alzato la gamba destra, come una bertuccia. Ho arrotolato le dita del piede attorno al ferro e ho fatto leva sul gomito. Mi sono dondolata avanti e indietro, avanti e indietro e sono rimasta sospesa, come un gatto su una spada. Poi, mi sono gettata nel vuoto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108964" width="937" height="1338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1075x1536.jpg 1075w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-300x429.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-696x994.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-1068x1525.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922-294x420.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230715_211922.jpg 1221w" sizes="(max-width: 937px) 100vw, 937px" /><figcaption>Tavola ispirata alle fotografie di Vincenzo Aragozzini nel manicomio di Mombello</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Subito, l’aria si è fatta di pietra e mi ha colpito sulla spalla con dita rugose e ricoperte di terra. La pressione era così forte che ho sentito gli occhi chiudersi e un livido rovesciarsi nel braccio, come inchiostro.</p>



<p>La mia abuelita era tornata da un tempo precedente: mi stava guardando con gli occhi della fiera che spolpa l’osso senza lavarsi la faccia dal sangue e mi stringeva la spalla, come se volesse ridurla in cenere.</p>



<p>“Lasciami andare!” ho urlato.</p>



<p>Lei mi ha abbandonato con la mano, ma non con gli occhi. <em>A terra</em>, dicevano gli occhi di gelatina.</p>



<p>L’abuelita si è tolta lo scialle e lo ha steso sulle mattonelle: era nero, cosparso di minuscoli specchietti. <em>Siediti</em>, ha detto l’indice che puntava al firmamento di stoffa. Io mi sono seduta, lei si è seduta di fronte a me. Ha messo tra noi una pentola scura e <em>Spogliati</em> hanno detto gli occhi di gelatina, che ora riflettevano la luna.</p>



<p>Mi sono spogliata e l’abuelita ha messo la mia sottoveste di lana nella pentola. La sottoveste usciva un po’ dai bordi, come riso bollito, ma l’abuelita la rimestava come stesse preparando il pranzo dopo una lunghissima camminata. Finché, si è alzato un profumo d’arancia e la sottoveste ha preso fuoco.</p>



<p>L’abuelita si è messa a cantare e piangere insieme: <em>l’occhio</em>, dicevano le lacrime, <em>deve piangere</em>. Allora, ho cominciato a piangere anch’io ma, più piangevo, più mi montava nel corpo nudo una rabbia nuova e trasparente, un pianto di figlia tolta a sua madre e di madre tolta a sua figlia e mi chiedevo: che cos’è questa maternità?</p>



<p>Qualche tempo fa, mi ha visitato un pinguino: una femmina.</p>



<p>Mi trovavo in una cattedrale di ghiaccio ed era appena iniziata una funzione di pinguini. La pinguina era lì con il suo cucciolo, che somigliava ancora a un grosso uovo grigio ricoperto di lanugine, e se ne stava un po’ discosta dalla folla, distratta dalla luce che attraversava i fregi azzurri. All’improvviso, un’orca lucida, verde di pensiero dimenticato, è sgusciata fuori dall’acqua ed è scivolata sulla navata. Sembrava che avesse in mente quell’entrata da mille anni, per la precisione con cui ha puntato il piccolo della pinguina e… l’ha rubato! Poi, è ritornata negli abissi.</p>



<p>Sulla cattedrale si è alzata un’onda che ha sommerso i pinnacoli e tutti i pinguini sono corsi sul pulpito, ciascuno controllando di avere con sé il proprio ovetto di lana appena consapevole. Tutti, tranne una.</p>



<p>Ho bisogno di dire cosa è accaduto.</p>



<p>La mia pinguina è rimasta immobile per un istante, come crocifissa dalla verità rivelata: qualcuno le aveva tolto il suo bene. Ha lanciato un grido da pancia sventrata e ha iniziato a correre in tondo, come un orso ballerino. Nella cattedrale è caduto il silenzio e la pinguina ha continuato a correre. Quanto correva, anche se non aveva le gambe! Correva e cadeva e si rialzava, e gli altri pinguini scostavano i loro piedi corti perché non finissero sotto quella pancia disperata, che sbatteva sul ghiaccio come un sacco vuoto.</p>



<p>Poi, la pinguina si è fermata al centro dell’arena e ha messo su lo sguardo della fiera che spolpa l’osso senza pulirsi il sangue dalla bocca. Ha puntato la folla del suo popolo come una reietta, si è tuffata tra i fedeli e ha allungato l’ala per rubare il figlio di una sorella. “Ehi!” ha urlato l’altra, come se la vedesse per la prima volta. Poi, l’ha colpita sulla testa e si è rimessa il piccolo tra le gambe, là da dove le era sfuggito. Allora, la pinguina si è gettata su un altro cerchio di fedeli e di nuovo ha allungato l’ala: “È mio! È mio!” ha gridato.</p>



<p>Dove l’ala arrivava, strappava i piccoli dalle pance calde e li gettava lontano, finché si è scatenato il putiferio e nessuno sapeva più di chi era il genitore, il figlio, il fratello. “Dammi tuo figlio!” diceva uno. “No, TU dammi mio figlio!” urlava l’altro. “E allora TU: ridammi mia madre!” rispondeva un altro ancora, all’altro capo della volta azzurra.</p>



<p>È stato in quel momento che ho capito che qualcosa di irreparabile era avvenuto: in quella danza miserabile, la mia pinguina si chinava sul ghiaccio per cercare il suo bene, perché era figlia del suo bene.</p>



<p>È per questo che getto per terra mia madre, allungo l’ala per rubare e fuggo nell’acqua gelata, dove nessuno può sentirmi?</p>



<p>L’abuelita dice che partorisco fantasmi per via di un panico d’amore, un filo di lana teso e poi spezzato e poi di nuovo teso, e che è questo filo che mi fa impazzire. Perciò, ha tessuto per me l’occhio.</p>



<p>Mi ha denudato tutta, come se fossi ancora una bimbetta avvolta in sangue appiccicoso e <em>Io ti partorirò</em>, ha detto. Perché noi produciamo sangue e latte e ci lasciamo lavare la carne dagli uomini, ma ci partoriamo tra di noi e l’abuelita mi ha partorito, anche se io l’avevo abortita. <em>Anche questo è normale</em>, dice. <em>L’amore ci precede, avviene in un tempo precedente</em>.</p>



<p>L’occhio è sul mio comodino. Attraverso di lui, Dio mi vede e io lo vedo. Lui crea il dolore come un finissimo orafo e lo fa coi miei fantasmi, perché io sono la sua ape regina. Mi ha rinchiuso qui dentro, con questi matti che dormono all’ombra dei loro sessi, perché voleva farsi conoscere così, nell’assenza. Dio è un vanesio: vuole che io lo ami, vuole che io lo partorisca. L’abuelita dice che Lui ha disegnato la mia danza imperfetta, perché quale perfezione si muove? Quale perfezione cerca il suo completamento? Lui mi guarda e io lo guardo, e questa croce di lana è la croce dei pazzi. È il suo cuore spettrale, il cuore del mio figlio rubato, ma sono così stanca di allattare le tenebre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108965" width="939" height="1675" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-150x267.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/20230622_182406_compressed-236x420.jpg 236w" sizes="(max-width: 939px) 100vw, 939px" /></figure>



<p>Oggi il mio bene mi ha fatto visita un’altra volta. Ero su una spiaggia dove vado in cerca del mio dolore, ma la spiaggia è sempre più profonda, perché il mare se la mangia un boccone dopo l’altro. La discesa è diventata così ripida che qualcuno ha messo un cartello che dice: “PERICOLO!”.</p>



<p>Mi sono aggrappata a una fune che scende lungo la roccia ma, quando sono arrivata di sotto, ho scoperto che la sabbia era fredda come un ricordo irraggiungibile. Il mare era fatto di diamante e c’era una luce senza conforto, che non avevo mai visto: proprio in quel sole trasparente mi è venuto incontro il mio bene.</p>



<p>Nel tempo della sua assenza, era diventato mostruoso. Mi cercava col suo muso bambino e i capelli sporchi di latte, ma il resto del suo corpo era ricoperto di lana. Il mio bene si era trasformato in una pecora adulta, enorme e non ancora filata! Aveva gli occhi chiusi e il viso di un poppante senza memoria, ma quel faccino di anima non nata non mi faceva alcuna compassione. Piangeva e piangeva, e mi cadeva in grembo col suo puzzo di lana sporca ma, più cercava il mio seno, più mi faceva orrore. L’ho staccato da me come un errore di me stessa, e sono fuggita.</p>



<p>Più tardi, ho aperto la scatola di cartone, in cerca di non ricordo che cosa. Mi sono affacciata sul bordo ed eccolo di nuovo lì: questa volta era piccolo, sul fondo della scatola, e mi dava le spalle. Era seduto a un tavolo di quercia, come in una casa di bambole povere, e scriveva una lettera grande come un francobollo. Sul tavolo pendeva una luce bianca e ho avvicinato il viso senza far rumore, un po’ per sbirciare la miniatura d’orefice e un po’ per non disturbare l’intimità di quella stella d’inverno, sospesa a illuminare le pareti del salotto di carta, come un occhio riflesso nel mio occhio.</p>



<p>D’un tratto, alle spalle del mio bene è comparsa una donna che era mia madre. Il mio bene non ha fatto in tempo a nascondere la lettera, o forse non ha voluto nasconderla, perché sentiva una tensione di verità e voleva sia nascondere, che dire, il contenuto della lettera.</p>



<p>“Che cosa stai scrivendo?” ha detto mia madre.</p>



<p>“Una lettera.”</p>



<p>“A chi?”</p>



<p>Il mio bene ha risposto il mio nome, ma io so che non intendeva me, perché in quel momento mi sono ricordata che la destinataria della lettera si chiamava come me e doveva avere dodici anni. Il mio bene ne aveva nove e conteneva a stento i suoi boccioli di buio. Livia, l’insegnante di danza, diceva che c’era come una “sorellanza”: nella forma del corpo, ma soprattutto in come l’uno danzava soffrendo i suoi argini e l’altra danzava rompendo i suoi. Il fatto che il nome fosse lo stesso non aggiungeva nulla al sigillo dei loro mondi infantili: era una lealtà magica e silenziosa, totale.</p>



<p>Non ho fatto in tempo a leggere il contenuto della lettera.</p>



<p>“È troppo” ha detto mia madre.</p>



<p>“È troppo” ho detto io, dal futuro.</p>



<p>Di qui, intuisco che dalla penna era uscito il latte.</p>



<p>Questa impudicizia morale ha aperto una voragine. Ora voglio strapparmi di dosso questi tubi da mungitura e voglio ridurre in mille pezzi la lettera del mio bene, affinché nessuno possa trovarla, ma l’abuelita dice che le lettere dei bambini sono eterne, anche quelle non spedite: rimbalzano nell’aria come un intorpidimento d’anima, come una brezza che parla la lingua di un tempo precedente. La gente teme il tempio tenero, teme l’incommensurabile del mondo: per questo ha bisogno di questa psicanalisi di letti freddi. La gente vuole sedare le braci del mistero.</p>



<p>Io sono la gente di me stessa: lei si divide in madre e in figlia, e si rifiuta. Teme la notte, teme il pianto del cuore per le creature che non sono figlie sue e se ne fa uno scudo, per ogni amore concesso e non concesso a sé stessa. Lei desidera lasciare un segno caldo e tenero, per questo si allontana da sé stessa: per fuggire, per tornare. Se questo non è possibile, sia la notte.</p>
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		<title>La risposta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/28/la-risposta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cellule]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[risposta]]></category>
		<category><![CDATA[stomaco]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Riva]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Valentina Riva </strong> <br /> Sotto la luce dell’attesa, non sono più serpenti, sono lombrichi, facili da sotterrare nel fango da dove sono venuti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Valentina Riva </strong></p>



<p>Sono sicura che questo magma che pulsa nella bocca del mio stomaco è solo l&#8217;ultimo segno di una cena troppo pesante; basterà ignorarlo, stringere le coperte più forte e continuare a dormire. Ma per tenere a bada i lapilli che cominciano a sconfinare dalla sacca digestiva, bisogna sollevare la testa, bisogna fare leva sul gomito per raddrizzare il torace, sperando che la forza di gravità aiuti la forza del pensiero a trattenere tutti i liquidi al loro posto. Invece, il magma sale su a infiammare la gola, punta dritto ai denti e faccio appena in tempo a correre in bagno, prima di vederlo eruttare nel water.</p>



<p>La lava acida fatta di brandelli, coaguli e scorze lascia dietro di sé labbra stinte e pupille ingrossate, che tornano a percorrere il profilo della farfalla celeste posata sulla mia mano per inoculare nettari buoni ad accompagnare la coscienza in un posto buio e vuoto. Mi rifaccio la domanda. La risposta è nel grumo di cellule che i camici verdi hanno raschiato dal fondo del mio stomaco.</p>



<p>La pancia adesso è vuota abbastanza per fare largo all’ansia, e di spazio ne serve parecchio perché l’agitazione si gonfia a mano mano che il momento della risposta si avvicina. Ormai, mancano poche ore.</p>



<p>Il sintomo capitale di tutte le malattie è la perdita di connessione tra corpo e mente. Si capisce di essere malati quando la mente diventa una luce bianca appesa in una crosta, polverosa per la maggior parte, umida e scura nell’angolino di cui nemmeno si conosceva l’esistenza, prima che iniziasse a marcire.</p>



<p>Torno a stendermi, ma non mi copro; sento evaporare nella stanza il calore umido della mia pelle, mentre resto immobile e respiro piano (dalla bocca si fa meno rumore) perché, in fondo, penso che la calma possa servire a evitare una nuova eruzione; se non mi muovo, il puntino marcio, semmai esistesse, potrebbe seccarsi e smettere di infilare le sue radici infette nel resto del mio ventre.</p>



<p>Fuori il buio è velato dal vapore di nuvole sfilacciate, come le immagini che si infiltrano nella mia mente e, chissà come, nei buchi del naso: muco di uova crude che cola dai lati di una bocca che non è la mia, odore di stracci umidi, rognoni.</p>



<p>Penso a cosa potrebbe succedere se la risposta fosse quella che non voglio sentire. Il corpo malato è un oggetto fragile e va maneggiato con cura. Il corpo malato non cammina, deambula. Non mangia, si alimenta. Non beve, si idrata.</p>



<p>Nessuno dice che non si parla della malattia perché discutere di vite sottili appese a una flebo e al tempo che resta è fastidioso. La salute prima di tutto. Questo, sì, lo dicono in tanti, lo diceva anche mio padre quando il cancro andò ad annidarsi nel suo stomaco.</p>



<p>Mentre resto in ascolto di ogni segnale dal mio corpo, movimenti e dolori a sconfessare o a confermare la risposta che non voglio sentire, la luce della mia mente si fa più intensa; non è mai stata così tagliente e vasta, è una lastra d’acqua sotto il sole d’agosto. Inizio a sbrogliare il groviglio di affanni che ho sempre portato tra spalle e testa come grappoli di serpenti che mordono, stritolano, succhiano o fanno solo sentire il loro peso; li slego uno a uno: il fiato razionato dalla paura di dire quello che penso, i pugni nel petto a ogni sguardo della gente sulle cicatrici dell’acne. Uno a uno. L’inverno addosso per ogni invito che non ho ricevuto, per ogni lavoro che non ho ottenuto, per ogni persona che mi ha soffiato via come se fossi fumo. Sotto la luce dell’attesa, non sono più serpenti, sono lombrichi, facili da sotterrare nel fango da dove sono venuti. E stendo le labbra in un sorriso che ha lo stesso sapore della lava che mi ha appena scorticato la gola.</p>



<p>Ma il corpo cede ora? No, è sempre la testa la prima a franare. E se la testa perde il controllo, perde se stessa.</p>



<p>Verso lo sguardo sulla mia figura allungata, dalla punta del petto a quella dei piedi. Sono ancora intera, ho ancora forza. Nonostante tutto. Non posso controllare quale sarà la risposta, ma posso controllare il riflesso che avrà su di me, e se dovesse andare bene, userò la memoria di questi giorni come acqua per lavare via i serpenti che cercheranno di strisciarmi addosso da qui in avanti.</p>



<p>L’alba che comincia a dilatarsi nel buio è bianca come la mia mente, mi tiro di nuovo su e spalanco gli occhi alla luce che la notte sta generando. Sento il canto primo degli uccelli, il sudore condensato sulla schiena, la poltiglia masticata e rimasticata delle mie paure, che, invece di avvelenarmi, mi riveste.</p>



<p>Ora non sento più niente. Sono pronta a ricevere la risposta.</p>



<p></p>



<p></p>



<p>*fotografia di copertina: Karl Petzke &#8216;Uma &amp; Jingle P04&#8217;. From the project DANDELION.</p>
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		<title>Operette mortali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/11/operette-mortali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2024 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Liberale]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[mortali]]></category>
		<category><![CDATA[operette]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Laura Liberale </strong> <br />Ti convinci di essere già morto, che la tua morte è già avvenuta, non senti nulla, nessuna emozione, diventi come un sasso, ti prosciughi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Liberale</strong></p>


<p><strong>L&#8217;Europa è un clero morente</strong></p>



<p>— E quindi, questo sogno?</p>



<p>— Cammino all&#8217;indietro in un corridoio tortuoso dalle pareti damascate, pressata da chi ho davanti, anche se dovrei dire dietro, visto come procedo. Arriviamo tutti nella stanza dell&#8217;esposizione: i tre vecchi prelati sono nei loro letti di morte, le lenzuola ricamate perfettamente tirate fin sotto il mento, gli occhi chiusi. Respirano ancora. Dietro le loro teste ci sono tre lettini, con le lenzuola altrettanto candide e ricamate, e dentro tre bambini, tutti svegli e terrorizzati. Sono piccoli ma di un&#8217;età indefinibile, e devono morire coi prelati, è stato deciso così. Muovono le teste, i corpicini bloccati dalle lenzuola, come dalle fasce di un sudario. L&#8217;officiante mi mostra un&#8217;ostia. È avvelenata, dice, così faremo morire i bambini contemporaneamente. Fine.</p>



<p>— Finisce così?</p>



<p>— Sì. Tu come lo interpreteresti?</p>



<p>— Mmh. È l&#8217;Europa.</p>



<p>— Cosa è l&#8217;Europa?</p>



<p>— I prelati sono l&#8217;Europa. Vegliarda moribonda che si trascina dietro nella morte i bambini. Li ammanta coi suoi paramenti &#8211; la sua legge &#8211; e li ammazza. In terra, in mare, ne abbiamo fin troppi esempi. Quand&#8217;è che hai visto l&#8217;immagine dei tre bimbi migranti annegati, tenuti in braccio come in un cerchio sacro e vestiti di rosso, il colore del sacrificio? L&#8217;altro ieri, tre giorni fa? Cammini all&#8217;indietro perché sei spinta dalla folla, ma tu non ci vuoi andare in quella stanza, guardi al passato, sai che tutto si ripete sempre&#8230; Hai fatto un sogno allegorico, non c&#8217;è dubbio.</p>



<p>— Dici?</p>



<p></p>



<p><strong>Sindrome di Cotard</strong></p>



<p>La madre fa yoga con noi da sei anni. L&#8217;idea naturalmente è stata della nostra insegnante, solo lei ha le competenze per una cosa del genere; questo rito, tra l&#8217;altro, l&#8217;ha appreso da un guru proprio un anno fa, durante il suo ultimo viaggio in India. Il Nataraja in bronzo che abbiamo al centro è stata la prima statua consacrata. Renditi conto quant&#8217;era disperata, quella donna. L&#8217;unico figlio con una malattia rarissima che glielo ammazza quand&#8217;è ancora vivo. Perché è questo che fa, la sindrome. Ti convinci di essere già morto, che la tua morte è già avvenuta, non senti nulla, nessuna emozione, diventi come un sasso, ti prosciughi. Ce l&#8217;ha detto lei: suo figlio credeva di essere vuoto, una specie di carcassa senza organi. Le aveva fatto riempire la casa di deodoranti per ambienti, per coprire il suo odore di cadavere. Farmaci e psicoterapia non erano serviti a niente. Lei ha cominciato a temere anche per sé stessa e il marito quando lui s&#8217;è messo a dire che erano già morti anche loro, soltanto non lo sapevano ancora. Così a L. è venuta quest&#8217;idea, tentare non avrebbe potuto peggiorare la situazione, al limite migliorarla o addirittura risolverla. La madre l&#8217;ha preparato, quel tanto che poteva essere preparato uno come lui, nelle sue condizioni. Gli ha raccontato dei templi indù, di come il prana pratistha infonda la vita in un idolo fatto di pietra, di argilla, di cartapesta o di metallo. Prana è il soffio, la vita. La murti diventa davvero dio, o meglio, il dio s&#8217;installa nella murti. La statua, l&#8217;immagine non è più inerte, inanimata, ma viva. Lui l&#8217;avrà ascoltata in quel suo stato di apatica sonnolenza, forse sentendo solo un brusio lontano, che ormai non lo riguardava più. Chissà. Fatto sta che alla fine la madre l&#8217;ha portato al centro, un giorno in cui non c&#8217;era lezione. L. ha approntato tutto: i fiori, la frutta, l&#8217;acqua, il latte, il ghi, gli incensi. L&#8217;ha fatto stendere a occhi chiusi sulla pedana rialzata su cui ci fa lezione, e ha celebrato il rito. Gli ha toccato ripetutamente le diverse parti del corpo, pronunciando i bija mantra per vivificarle, cospargendole poi dei doni rituali. È durato quasi un&#8217;ora. Alla fine gli ha sollevato le palpebre, come in una seconda nascita. E lui? La prima cosa che ha detto — e sua madre e L. gli hanno creduto, sua madre con le lacrime agli occhi — è stata che era come se il suo corpo fosse un palloncino: qualcosa lo stava riempiendo piano piano, a cominciare dal ventre, le mani e i piedi gli formicolavano, come se il sangue avesse ripreso a circolare. Poi aveva chiesto di riposarsi un po&#8217; e che, intanto, L. gli raccontasse, come già aveva fatto sua madre in passato, della Durga puja di Calcutta a cui entrambe, insieme al gruppo di yoga, avevano presenziato quattro anni prima. La madre a questo punto piangeva senza freni, mentre L. si era messa a parlare con il tono basso e cantilenante che usa nella pratica per farci rilassare. Dopo un&#8217;altra ora circa, la madre se lo era riportato a casa. Me la immagino: trattenere adesso tutta la commozione e la speranza in un silenzio densissimo per il timore di turbare in qualche modo il presente, delicata come il soffio che immaginava stesse gonfiando di rinnovata vita sua figlio. Figlio che la notte stessa, ancora con la ghirlanda di fiori al collo, esce di casa ed entra nell&#8217;acqua del canale per annegarsi.</p>



<p>Come l&#8217;idolo di Durga consegnato al fiume sacro al termine della puja. Ma senza la sconfitta dei demoni.</p>



<p></p>



<p><strong>Ri-nascite</strong></p>



<p>La scrofa non può muoversi, non ha mai potuto muoversi davvero; a fatica riesce a sollevarsi, per poco, poi ricade sopra i suoi stessi escrementi. Non li può vedere, ma sente gli altri tutt&#8217;intorno a lei, irraggiungibili, eppure la loro sofferenza, la loro apatia, la loro smania la pressano da ogni parte nello spazio esiguo della gabbia di gestazione. Ha smesso da tempo di mordere le sbarre, ha compreso che le sbarre non si spezzano né si spezzeranno mai coi suoi morsi. Ha atteso che le piaghe sul muso guarissero, ha imparato quel che c&#8217;era da imparare. Ma c&#8217;è un altro dolore su cui lei non ha alcun potere, è il dolore che viene sempre con la paura, il dolore che viene con la femmina umana. La femmina umana non viene mai soltanto col corpo; porta con sé le cose del dolore: la lama con cui velocissima la incide, il bastone con cui la colpisce ripetutamente sulla schiena, e sempre quell&#8217;odore di rabbia e di piacere. Oggi, invece, la femmina umana viene col fuoco, mostra i denti mentre le brucia i capezzoli con la fiamma, poi la picchia così forte da ammazzarla.</p>



<p><em>Ha lacerato l&#8217;utero!</em>, così grida il dottore. Chi ha lacerato? Le loro manovre? La pinza con cui le hanno rotto le acque? È sangue quello che perde?<em> Fermate l&#8217;emorragia</em>, <em>Sacche di O positivo</em>, <em>Muoversi!</em> E di colpo si muove tutto, tutto vortica, tutto è in affanno, tutto ha perso il centro, si frammenta, si disperde, deflagra dalle sue gambe spalancate, un dolore diverso le ha azzannato il ventre, <em>lacerato!</em>, e la bambina, non è mai stata quieta dentro di lei, tutti quei mesi stesa a letto, non è servito a niente, e ora, chi ha lacerato?, il sangue esce ma il sangue sta anche entrando, ce la faranno, lei ce la farà se solo l&#8217;aiutano, ma la bambina non è mai stata quieta, chi ha lacerato?, lei lo sa, la bambina ha lacerato, con la testa e le mani, l&#8217;ha strappata da dentro, non è mai stata quieta.</p>



<p class="has-text-align-center">Che cosa fruttifica?, si chiede la bambina nel suo primo respiro.</p>



<p class="has-text-align-center">Che cosa fruttifica?, si chiede la donna nel suo ultimo respiro.</p>



<p class="has-text-align-center">Le sbarre hanno ceduto al mio morso, pensa la bambina.</p>



<p class="has-text-align-center">Portavo le cose del dolore, pensa la donna.</p>



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<p><strong>Cedimento</strong></p>



<p>Comincerò dai miei piedi scalzi appoggiati, un giorno qualsiasi, sul cruscotto (pessima abitudine, ma sorvoliamo). È estate e quindi sono nudi. Li guardo e scopro che si sono trasformati, devono averlo fatto molto in fretta, ma c’è da dire che non li ho davanti agli occhi così spesso come le mani. Ovviamente si è trattato di una cosa lenta, di un processo, eppure l’esito, il dato nudo, il dato scalzo è questo: i piedi sul cruscotto sono diversi: sono l’irrefutabile altro da cui comincia questo mio scritto.</p>



<p>La pelle dei miei piedi è stata sopraffatta da un frastaglio di pieghe, di rughe (è corretto dire rughe per i piedi?). I miei piedi sono improvvisamente vecchi, ed è palese che il temporaneo è escluso dalla cosa, che la faccenda è irreversibile. Quando è accaduta l’irruzione della vecchiezza? La solita questione delle origini. Ma abbiamo già acclarato che è stato un processo, dunque la domanda è fuori luogo, emotivamente sensata ma fuori luogo.<br />I piedi, ben oltre le scontate mani, sono lì ad attestare qualcosa di me, qualcosa che è uscito dall’orizzonte dell’invisibilità e di cui ora devo prendere atto.</p>



<p>Ma se adesso ti scrivo di questo è per dirti quel che è seguito alla rivelazione pedestre.</p>



<p>Lui ed io siamo da soli per un po’ di giorni. Un’occasione d’intimità e di recuperi. Ma non è più così semplice abbandonare la consuetudine della programmazione a vantaggio dello slancio estemporaneo, nemmeno quando lo si potrebbe fare. Allo slancio i miei piedi dicono ormai di no. Non molto tempo fa giravano per casa nudi, com’era nudo tutto il resto, e sapevano ancora dire di sì. Quindi? Stasera lui ed io programmiamo vagamente, ci promettiamo vagamente un tempo d’intimità fisica (e così facendo rinunciamo al potenziale slancio dell’adesso), procrastiniamo, ci rassicuriamo a vicenda sul futuribile. E quando sarebbe quasi arrivato il momento, purtroppo è già avvenuta la manipolazione lustrale del mio corpo: ho fatto una doccia, e la doccia non ha portato niente di buono.<br />Fino a non molto tempo fa, attraversavo nuda, con un pensiero leggero e di svagata gaiezza, il fascio di luce che poteva mostrarmi a chi mi abita di fronte. Ora invece mi appiattisco contro i bordi delle cose, tendo a uscire dall’orizzonte della visibilità. Il mio corpo è diventato qualcosa da nascondere.</p>



<p>Lui mi aspetta in camera da letto. Io entro, mi sdraio e gli dico di colpo parole di disastro. Non le ho pensate, nel senso che non ho pensato anticipatamente di dirle. Le ha pensate il corpo e ora me le dispone come un plotone.</p>



<p>Partono dal particolare per arrivare all’universale. Dicono che il mio corpo sta cedendo, e lo fa sempre più in fretta; che il mio seno si è afflosciato, che la mia faccia avvizzisce (la mia faccia sa come dire di sì agli slanci inesausti dell’avvizzimento). E come si fa ad accoppiarsi così?<br />Non comincia a essere grottesco? Le parole fanno persino una citazione pop: Marina Ripa di Meana, che in un’intervista dice che alla sua età il sesso, il sesso tra corpi vecchi, sarebbe impensabile, qualcosa di insopportabile, in primis esteticamente. Cito M.R.D.M., è un fatto, accade. Poi mi escono di bocca pseudotruismi tremendi, il male della banalità (inorridisco solo al pensiero di scriverli). M.R.D.M., però, parlava dei settanta, degli ottant’anni, quindi le parole hanno il buon senso di rettificare: Non che propriamente ci riguardi ora. Ma il corpo sta già cercando qualcosa con cui coprirsi, quindi: siamo così vicini al grottesco? Siamo già usciti dall’orizzonte della liceità estetica? Il silenzio che segue è l’invalicabile; concede solo alla sua mano di afferrare un volantino della Lidl dal pavimento.</p>



<p>Si doveva recuperare; c’era, in effetti, anche qualcosa da festeggiare. Vado a dormire sul divano, che è un altro bordo.</p>



<p>Pensare che sarebbe stato sufficiente riconfermare al corpo la sua presenza nell’orizzonte della desiderabilità è sbagliato, credimi. Ti sto parlando del tempo.</p>
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