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	<title>protesta studenti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 12:28:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Andrea Inglese </strong> Il comportamento del governo di Israele, e dei governi che lo sostengono, ci fornisce un’immagine che va ben al di là della specificità del conflitto israelo-palestinese. Questo comportamento è da leggere come sineddoche di una situazione più ampia, sia sul piano politico che culturale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Il comportamento del governo di Israele, e dei governi che lo sostengono, ci fornisce un’immagine che va ben al di là della specificità del conflitto israelo-palestinese. Questo comportamento è da leggere come sineddoche di una situazione più ampia, sia sul piano politico che culturale. Quando la propaganda delle classi dirigenti occidentali ripete ottusamente che “Israele è <em>comunque</em> una democrazia, è l’unica democrazia in Medio Oriente”, si stanno in realtà dicendo diverse cose attraverso questo ritornello. La prima cosa, la più inconfessabile, è che qui “democratico” acquista quasi i tratti dell’aggettivo “bianco”, e tutti i privilegi umanizzanti che esso attira a sé, all’interno di un discorso razzista. Si sta insomma dicendo che, quali che siano le cose che lo Stato di Israele fa sotto il governo dell’attuale estrema destra, esso è garantito da un <em>capitale morale inestinguibile</em>, quello di essere una democrazia all’“occidentale”, ossia un paese che economicamente e culturalmente ci assomiglia molto. I palestinesi hanno come governo Hamas, che è considerato una pura e semplice entità terroristica (senza nessuna legittimità politica) e inoltre l’espressione di una cultura islamista retriva e oscurantista. Hamas, quindi, e per metonimia il popolo palestinese, non gode di nessun capitale umanizzante. Quando muoiono dei palestinesi innocenti, è una tragedia, dicono i commentatori, non un crimine commesso da qualcuno. Gli ammazzati sono separati, quindi, dall’ammazzatore, e inseriti nella colpa generale di essere un popolo primitivo, che ha espresso una realtà politica oscurantista e barbara, e quindi la loro morte, la loro cancellazione, è in qualche modo fatale. Si giustifica da sé. Non c’è bisogno di cercare altre responsabilità. Il sottotesto razzista, in tutta questa faccenda, è ben percepibile, anche se alcuni portavoce del governo Netanyahu non si sono certo esonerati da renderlo un testo esplicito nelle loro molteplici e pubbliche affermazioni. Ma è in virtù di questo sottotesto razzista, nel caso specifico antiarabo e islamofobico, che il governo Israeliano ha quasi senza eccezione riscosso una solidarietà dalle destre estreme di tutti i paesi occidentali, Europa in testa. E qui veniamo alla seconda cosa che dice il ritornello della propaganda filoisraeliana: se Israele è una democrazia, e fa quello che fa, allora tutte le democrazie possono permettersi di agire similmente. E questo vale poi tanto per la politica interna che per la politica estera. Anche i paesi europei hanno conosciuto gli attacchi del terrorismo islamista. Ora, se le estreme destre andranno al governo, e saranno dominanti anche nel parlamento europeo, possiamo immaginarci una democrazia europea calcata sul modello israeliano: business e sicurezza sopra ogni cosa (e quando possibile: business della sicurezza). Sparizione o delegittimazione della sinistra, considerata come nemico interno, traditore e antipatriottico. E finalmente forme di apartheid più o meno ufficiali nei confronti dei quartieri popolari, con una maggioranza di cittadini immigrati o figli di immigrati. Ma le votazioni resteranno libere, anche perché garantite da un controllo di governo sui media sempre più capillare. Non ci sarà perdita di diritti civili per i gay (almeno nell’immediato, poi si vedrà), ma nell’educazione la vecchia morale cristiana riprenderà pieno diritto. Insomma, in gioco c’è in effetti la questione della democrazia occidentale, ma non di quella vecchia, novecentesca, dominata dalla competizione tra modello socialdemocratico e modello liberale. Si sta guardando qui alla possibilità di una nuova democrazia, perfettamente capitalistica, ma governata da un’estrema destra autoritaria, razzista e conservatrice. È possibile? Le destre estreme europee pensano che, nonostante tutte le differenze del caso* – che non sono poche –, il modello israeliano vada salvaguardato e sostenuto. Ma questo, per altro, non è un obbiettivo esclusivo delle destre radicali occidentali in Europa o in Nord America. Anche quelle sudamericane si chiedono come poter portare avanti governi autoritari, che difendono il grande capitale, delegittimano le sinistre e possono reprimere <em>liberamente</em> le minoranze dei nativi, senza per forza instaurare ogni volta dei regimi alla Pinochet.</p>
<p>Quello che gli studenti ventenni di diverse università occidentali vedono, è quello che vede anche un non studente di cinquantasei anni: i crimini di Hamas, anche se sono gravissimi, sono rimasti circoscritti al 7 ottobre. Quel massacro d’innocenti ha incontrato un limite nel tempo e nello spazio. Oggi, quello che studenti (e non studenti) constatano, è un semplice fatto: i massacri d’innocenti che sono venuti dopo il 7 ottobre non <em>trovano limite alcuno nella realtà</em>, perché non sembrano esistere ostacoli in grado di arrestarli. E il loro problema, come il mio, non è scegliere tra l’autoritarismo teocratico e ultranazionalista di Hamas (che non ha mai accettato ufficialmente l’esistenza di Israele) e la “democrazia” razzista e colonialista di Netanyahu, ma è quello di esprimere il desiderio e la speranza di un ostacolo che arresti la macchina dei massacri, in nome di una giustizia possibile. Per questo motivo, dalla propaganda mediatica, gli studenti – oggi come nel corso del Novecento – sono volentieri considerati: mentecatti, pericolosi, infiltrati, antisemiti, autoritari, ecc. (Quando delle inchieste vengono fatte per davvero sul campo, l&#8217;individuazione di casi singoli detestabili &#8211; presenze fasciste e propositi chiaramente antisemiti &#8211; non sono sufficienti per screditare le ragioni  di un intero movimento.) Ma ancora una volta la reazione delle democrazie occidentali ci dice qualcosa che va al di là della questione specifica che mobilita gli studenti. Sembrerebbe, secondo le autorità, che gli studenti abbiano uno statuto sociale che circoscrive per bene il loro spettro d’azione legittimo: essi sono giovani cittadini, il cui ruolo sociale è quello di <em>studiare</em>, di ricevere, quindi, il pacchetto di nozioni e valori che la società trasmette loro attraverso le sue più prestigiose istituzioni educative e formative (le università). Secondo le classi dirigenti che controllano i vertici di quelle università e i loro portavoce mediatici, in una università lo studente <em>dovrebbe semplicemente studiare</em>, ossia incorporare docilmente il pacchetto di nozioni e valori che faranno di lui un futuro dirigente di una società democratica e occidentale. Solo che quel pacchetto è avvelenato alla radice. In esso, a partire addirittura dall’educazione nelle scuole elementari, si sono infiltrate delle nozioni di “giustizia”, di “autonomia”, e a un certo punto persino di “spirito critico”. Il giovanissimo educando delle nostre democrazie non ha imparato a scuola a venerare né i paragrafi di un libro sacro, né i propri capi di governo (questo avviene in altri tipi di regimi e culture politiche), ma a conoscere parole e azioni di un’ampia famiglia di personalità letterarie, filosofiche, politiche, scientifiche che, in genere, hanno rifiutato qualcosa dell’eredità che le istituzioni sociali del mondo storico di cui facevano parte trasmettevano loro. Insomma, gli abbiamo inculcato noi l’idea che le questioni di giustizia non sono riservate a degli specialisti, come accade invece per le questioni tecniche di un ambito disciplinare specifico. Noi abbiamo insegnato loro che, in determinati contesti storici, le leggi dello stato possono essere ingiuste e che sono da ammirare come eroi coloro che le trasgrediscono. Nessuna scuola pubblica in Europa e in Occidente insegna a disprezzare coloro che trasgredivano le leggi razziali sotto il regime nazifascista o gli uomini di scienza che si esponevano alla persecuzioni delle autorità ecclesiastiche. Bisogna, quindi, decidersi: o li abbiamo veramente educati male, e allora bisogna rivoluzionare i programmi scolastici, e imparare dalla Corea del Nord, oppure dobbiamo constatare che, nelle democrazie, il dissenso studentesco, per scomodo e criticabile che sia, non può essere criminalizzato e risolto in termini puramente polizieschi. Anche perché, quando questo avviene, <em>è ormai troppo tardi</em>. Bisognava cominciare a farli cantare inni elogiativi a Meloni, a Macron o a Biden alla scuola materna.</p>
<p>Anche in questo caso, è chiaro che è in gioco il modello di democrazia che vogliamo scegliere, come cittadini occidentali, per gli anni a venire. Dobbiamo, infine, decidere se il passato fascista e nazista va in qualche modo recuperato e salvaguardato, con qualche censura locale e circoscritta, o se vogliamo salvaguardare qualcosa della contestazione studentesca che attraversò il pianeta alla fine degli anni Sessanta, con qualche censura locale e circoscritta. In altri termini, c’è ancora qualcuno, nelle nostre classi dirigenti, in grado di distinguere il concetto di “democrazia diretta” da quello di “apologia del terrorismo”?</p>
<p>Concludo questo intervento con una citazione tratta da uno scritto del 1986 di Cornelius Castoriadis:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Vorrei davvero che qualcuno contesti per un attimo, con degli argomenti razionali, il diritto degli studenti di porsi, appena ne sono capaci, la domanda: perché e in che cosa ciò che ci insegnate è interessante e importante? Vorrei davvero che qualcuno contesti l’idea che l’autentica educazione consista anche a condurre gli studenti ad avere il coraggio di porre questo tipo di questioni e di argomentarle.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⇔⇔⇔</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nota *: L&#8217;ossessione per la sicurezza israeliana ha come sua ragione principale odierna il proseguimento della colonizzazione della Cisgiordania e (prima del 7 ottobre) il blocco di Gaza. Ma al di là delle strumentalizzazioni realizzate intorno a questo tema dalle diverse forze politiche israeliane, la responsabilità di Hamas non puo&#8217; essere sottostimata, ed è politica prima ancora che militare, dal momento che ufficialmente nega il diritto di esistenza a Israele.</p>
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		<title>Bancomat, via del Corso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 22:28:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[economia globale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Due giorni dopo la manifestazione del 14 dicembre sono su via del Corso, poco oltre piazza del Popolo, e devo fare un bancomat. Il primo è bruciato. Le mani nelle tasche del cappotto, il berretto calato sulle orecchie per ripararle dalla neve annunciata, arrivo davanti a un vano con tre o quattro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Due giorni dopo la manifestazione del 14 dicembre sono su via del Corso, poco oltre piazza del Popolo, e devo fare un bancomat. Il primo è bruciato. Le mani nelle tasche del cappotto, il berretto calato sulle orecchie per ripararle dalla neve annunciata, arrivo davanti a un vano con tre o quattro macchine, protetto da una porta vetro blindata che si apre inserendovi la tessera. Appartiene a una banca francese, cosa che mi fa pensare a Jerome Kerviel, il trader trentenne condannato a cinque anni di prigione e un risarcimento di 5 miliardi di euro a Societé Générale, corrispondente al buco nel bilancio di cui lui solo è stato ritenuto responsabile. “L’uomo più povero d’Europa”, qualcuno lo ha chiamato.<span id="more-37662"></span> Su Facebook ci sono gruppi che raccolgono piccole offerte per aiutarlo a pagare un debito che impiegherebbe circa 170.ooo anni ad appianare. Ma la cabina intatta di via del Corso è di BNP Paribas, la  banca più grande di tutto il mondo e, secondo i rating più recenti, una delle più solide. In Italia ha prelevato la BNL travolta dallo scandalo Bancopoli, ha resistito meglio alla crisi del 2008, ha incassato aiuti governativi commisurati alla sua grandezza, è ripartita subito a scalare la maggiore banca del Belgio, si sta espandendo a mercati nuovi, dalla Turchia alla Polonia. Non c’è alcun nesso fra questa vicenda e le fiamme dei manifestanti cui questa lucente stazione di servizio del denaro è scampata; nemmeno l’equazione che quanto è stato investito dagli Stati per salvare le banche si sta abbattendo come tagli sulla spesa pubblica, visto che, in questo caso, è la Francia ad aver pagato. Ma credo che daremmo un sostegno più utile agli studenti se cercassimo di capire come funziona in concreto l’economia globale da cui, malgrado maturità o laurea, si accingono a essere tagliati fuori. “No future” è uno slogan ripetuto da quando avevo diciott’anni. Allora era vero per i minatori e gli operai non solo della Gran Bretagna thatcheriana, mentre chi è andato all’università, poi si è talvolta inserito nei rami emergenti della new-economy o del terziario, inclusa la finanza spericolata, ma una parte sempre crescente ha cominciato a cavarsela con contratti più precari, con prospettive di carriera più bloccate. Per quelli venuti dopo, la forbice si è ancora più allargata. Sino ad arrivare a oggi, quando il dato quantitativo è diventato qualitativo in modo pressoché totale, e chi in Italia riuscirà a salvarsi, lo farà grazie alla famiglia che ha alle spalle. Per questo, anziché ripetere che chi ha diciotto anni oggi è arrivato al minimo di futuro prospettabile dal dopoguerra, vorrei che fossimo in grado di spiegare come funzionano i derivati azionari e i mutui avvelenati che circa un mese fa hanno mandato sul lastrico gli irlandesi, inclusi molti italiani giovani che lì avevano trovato un lavoro. O cosa significa quando la banca grande mangia la banca piccola, quando lo stesso darwinismo si abbatte sulle aziende, quando il mondo occidentale fornisce sempre meno lavoro legato alla produzione industriale. Vorrei, soprattutto, essere in grado di analizzare quanta parte del debito pubblico di uno Stato come l’Italia sia frutto della crescente corruzione, come all’inizio dell’anno giudiziario ha denunciato il presidente della Corte dei Conti: corruzione e concussione in senso stretto, prebende e clientele, appalti pubblici gonfiati, fondi dirottati per agli amici di cordata che gestiscono scuole e sanità privata. Prima di vagheggiare un mondo più giusto e solidale perché chi accusa l’esclusione è incazzato, vorrei mettermi a fare i conti della serva, affondare il dito nella piaga dei soldi volatilizzati che non farebbero una differenza nei termini di redistribuzione, ma potrebbero servire per la ricerca, per l’istruzione, per la cultura, persino per le imprese che potrebbero dare lavoro ai ragazzi. Chiamare in causa sindacalisti e economisti disponibili a fornire il loro sapere e a rivederlo. Cominciare a muoversi a partire da ogni tassello di possibilità che ponga non solo la generazione degli studenti al di sopra del numero zero che esiste solo in matematica. Sapendo che però la matematica non è un opinione e, per questo, ha il potere di inchiodare.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, il 28.12.2010</em></p>
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