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	<title>provincia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Al centro del mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/17/al-centro-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Nov 2023 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Torino]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Gianni Biondillo</strong>  intervista <strong>Alessio Torino </strong><br />
Al centro del mondo che racconti nel tuo "Al centro del mondo" c'è la provincia, sempre meno intercettata dalla letteratura contemporanea: è una scelta estetica o anche politica?
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gianni Biondillo</strong> fa tre domande ad <strong>Alessio Torino</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-105594" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino.jpg" alt="" width="777" height="437" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino.jpg 777w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino-696x391.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/Alessio-Torino-747x420.jpg 747w" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" /></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Alessio Torino, <em>Al centro del mondo</em></strong>, Mondadori, 2020, 264 pagine</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Al centro del mondo che racconti nel tuo <em>Al centro del mondo</em> c&#8217;è la provincia, sempre meno intercettata dalla letteratura contemporanea: è una scelta estetica o anche politica?</strong></p>
<p>Politica ed estetica, prese singolarmente, non bastano a fare un romanzo. Servono entrambe per costruire quella cosa singolare che è la realtà romanzesca. Il cappellino di Trump che Zio Vince porta mentre fa il miele nel suo borgo sperduto ci racconta esattamente questo, cioè che la cosiddetta provincia è un pezzo di mondo come tutti gli altri.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I tuoi personaggi sono &#8220;spostati&#8221;, eccentrici, disadattati. Quanto letterari e quanto davvero conosciuti nel quotidiano?</strong></p>
<p>Che esista una tradizione letteraria, anche geograficamente vicina a me, è innegabile. Basti pensare a Tonino Guerra o a Paolo Volponi, tanto per fare due nomi. È una tipologia di personaggi che rimanda in un modo o nell’altro alla matrice del Don Chisciotte, quella dell’essere umano fuori asse rispetto al mondo. Allo stesso tempo, il piano del quotidiano è una fonte ugualmente importante. Le personalità non squadrate nel marmo mi hanno sempre attratto, e da personalità a personaggio il passo è breve.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il Demonio, la Follia, la Morte, la Fertilità. Temi primordiali, atavici. Cos&#8217;è il sacro, raccontato oggi?</strong></p>
<p>Il sacro che ho raccontato nel romanzo è sempre filtrato attraverso gli occhi di Damiano, un ragazzo che non ha alcun dubbio che la Madonna gli parli attraverso il volo delle api, che le foglie degli alberi si muovano per accarezzarlo o che le rondini sappiano ogni cosa di lui. Eppure, in questo suo estremismo, che potremmo anche definire folle, c’è qualcosa di assoluto che ha che fare con noi. Assomiglia a quel qualcosa di irriducibile che conserviamo in fondo ai cassetti della nostra razionalità, quel qualcosa che non imparerà mai ad accettare la vita, soprattutto per come va a finire.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Che ne sai tu</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/25/ne-sai-tu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2016 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[depressione post-partum]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Era in un paese di settecento quarantatré abitanti e un circolo anziani aperto solo d’estate. Il sole non c’era ancora ma stava facendo giorno. &#8211; Sei ancora qui – disse Carla. In cucina, la TV accesa senza audio frastagliava il buio. Carla guardò lo schermo, osservò la bocca della giornalista comporre parole, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-66262" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt.jpg" alt="klimt" width="640" height="320" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Era in un paese di settecento quarantatré abitanti e un circolo anziani aperto solo d’estate. Il sole non c’era ancora ma stava facendo giorno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Sei ancora qui – disse Carla.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In cucina, la TV accesa senza audio frastagliava il buio. Carla guardò lo schermo, osservò la bocca della giornalista comporre parole, il suo viso magro e teso; accanto, un riquadro mostrava la foto tessera di una donna. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ha ucciso sua figlia e l’ha sotterrata in giardino, le disse lui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla continuò a fissare lo schermo, e quando lui le disse <em>A stasera fai una buona giornata</em>, Carla non rispose. Poi i passi di lui furono oltre la porta e sul giardino, arrivarono al cancelletto e poi furono oltre, dissolti uno dopo l’altro nella brina lucida e sottile.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla si sedette sul divano della sua bella casa di provincia. Una casa con un giardino curato, una taverna di vini e una mansarda ammobiliata dove, aveva creduto insieme a lui, gli amici non sarebbero mai mancati. Nella sua bella casa di provincia, Carla spense la TV e non accese la luce: il buio, quando era sola, non le faceva paura. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Poi Carla sentì il richiamo della figlia e così, come ogni mattina, ancor prima che Carla raggiungesse l’interruttore, le luci della casa si accesero come fari e le spesse mura divennero limpide, permeabili a chiunque, e da qualunque angolazione, volesse guardare. Carla aveva capito come fare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata nella camera della figlia, mentre la prendeva in braccio e poi tornava in cucina, Carla sentì di avere qualcosa che quella donna del riquadro in TV non aveva: Carla, un giorno, alle prime luci dell’alba aveva capito che il modo migliore per non commettere errori era accertarsi di non essere mai sola. Perché erano passati sei mesi (quella notte era successo qualcosa di confuso, qualcosa che fu la piccola testa contro la sponda del lettino per due o forse tre volte) e lei non lo aveva detto a nessuno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla alzò lo sguardo agli angoli del soffitto per accertarsi che la speciale architettura che lei stessa aveva creato, quella non-solitudine che era la salvezza sua e di sua figlia, fosse sempre al suo posto: una telecamera là e là, un’altra sotto il lampadario e una sotto la cappa della cucina; e poi tutte le persone che sostavano attorno alle mura trasparenti della sua casa, i loro occhi bianchi in corpi sfuggenti. È così che Carla sarebbe riuscita, anche questa mattina, a fare ogni cosa con la giusta serenità. Preparò la colazione per lei e per la figlia e interagì con le sue parole imperfette, guardò i suoi grandi occhi attenti che la seguivano e le chiedevano rendiconti e spiegazioni su ogni cosa. Dopo colazione, Carla mise la figlia seduta sul divano con una borsa colma di cubi da costruzione e tornò al tavolo a sparecchiare. La bambina rovistò famelica nella borsa, prese due cubi e iniziò a batterli ripetutamente uno contro l’altro; Carla la guardò ancora e sorrise: era da tempo ormai che aveva smesso di chiedersi quando sarebbe arrivato il giorno in cui la figlia avrebbe costruito qualcosa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piacciono i cubi, vero? Brava. Suona, fai la musica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dalle mura trasparenti della casa, tutti potevano vedere la scena di una bambina felice con i suoi giochi e di sua una madre, una giovane donna, che riponeva in dispensa una comune scatola di biscotti. Era una scena che aveva tutto per concludersi con la vestizione paziente della piccola in previsione della passeggiata quotidiana. E infatti così fu, una scena mite e senza perdite.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vero che vuoi bene alla tua mamma? Vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il parco giochi era spoglio di bambini, era un campo di foglie bagnate dall&#8217;inverno e di rami secchi spezzati dal vento. Due palazzine basse lo cingevano; case silenziose abitate da un proletariato chiamato a giornata. Una volta Carla aveva visto un bambino su uno di quei balconi: Carla gli aveva fatto ciao con la mano e il bambino si era spaventato e aveva chiamato sua madre perché lo riportasse in casa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Magari oggi arriva qualcuno – disse Carla.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dal passeggino la bambina si allungò per toccare l’altalena.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vuoi che ti dondoli?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina fissava l’altalena con ostinazione, con il busto teso verso l’oggetto dei suoi desideri. Non voleva altro. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Aspetta, è bagnata. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla cercò dei fazzoletti di carta nella borsa. Era un borsa grande, comprata apposta nelle settimane precedenti al parto, quando lei e lui ridevano ubriachi di attesa. Il pannolino di cambio, un pantalone in più, la crema, le salviettine, la merenda, una bottiglietta d’acqua. E niente fazzoletti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina si stava agitando: voleva ciò che aveva chiesto e lo voleva subito. Altrimenti perché portarla lì?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti ho detto aspetta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i rami secchi Carla avvertì le telecamere che erano la sua certezza, la sua salvezza dal fallimento.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Devo asciugare l’altalena altrimenti ti bagni – spiegò – e se ti bagni poi non posso cambiarti al freddo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina storse la bocca in una smorfia che Carla conosceva bene, era il preludio al pianto isterico. Carla si sfilò in fretta la sciarpa e ne fece un fagotto: asciugò l’altalena con la consapevolezza di avercela fatta anche questa volta: stava facendo del suo meglio, alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, e il suo meglio sarebbe stato sufficiente. Infatti fu solo una questione di pochi attimi ed ecco che la bambina, in braccio alla madre, aveva capito che stava per ottenere ciò che aveva chiesto. Carla infilò le piccole gambe nel seggiolino, le coprì bene le orecchie con il cappello, le strinse la sciarpa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Così non prendi freddo, giusto?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Avanti e indietro, Carla era una madre capace di presagire i passi da fare e le conseguenze da gestire; avanti e indietro, e la bambina era felice.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace così, vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina sorrise al dondolio e al volto di sua madre, al sole alto anche se l’aria fredda la faceva lacrimare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace, eh?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla sentì il rumore di una tapparella: forse la stavano alzando, un altro poco; o forse la stavano abbassando, ma non del tutto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dalla borsa Carla prese il pacco di biscotti e ne diede uno alla bambina che se lo portò subito alla bocca. Nel pacco ne erano rimasti solo due, ma sarebbero bastati. Cresciuta in un piccolo appartamento di periferia colmo di parenti e amici dei parenti, con pane bagnato di pomodoro fresco e un costante odore di caffè appena fatto, Carla era stata una bambina senza bisogno di cibo. La canzonavano che era magra come un’acciuga e che doveva mangiare un po’ se voleva trovare un fidanzato ma a Carla la parola fidanzato non interessava, lei voleva solo saltare alla corda e diventare grande per fare l’astronauta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla guardò la figlia ingoiare l’ultimo pezzo di biscotto, osservò la piccola bocca piena che già ne chiedeva un altro e provò una punta di disgusto. Eppure Carla prese un secondo biscotto dal pacco e lo diede alla figlia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Tieni. Guarda che dopo questo ne è rimasto solo uno, hai capito? Solo uno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina afferrò il suo trofeo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Avanti e indietro, la madre che spinge via e la figlia che torna sempre; avanti e indietro, il cigolio dell’altalena era un canto liso in uno spazio vuoto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il ciottolato della piazza era sconnesso e la spinta del passeggino una fatica. Però qualcuno era passato di lì e aveva allestito un presepe: le sagome erano di cartone, dipinte con colori che forse un tempo erano stati vivaci. C’era del fieno dentro un recinto storto, c’era un albero di Natale fatto di tappi di plastica. Un cartello diceva: creato dai bambini della scuola elementare. Lui, un giorno, le aveva raccontato che quel cartello era stato scritto dieci, forse quindi anni prima. Anche l’albero di Natale non era nuovo; lui lo sapeva perché una volta ne aveva marchiato uno con un pennarello indelebile e lo aveva ritrovato l’anno successivo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace, vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina fissò, puntò con il dito.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Quello è un presepe. Il bambino lo chiamano Gesù ma è solo una storia, una cosa che si racconta. E questo è l’albero di Natale. Un giorno che papà torna presto lo facciamo anche noi a casa, che ne dici?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Attraverso le crepe del ciottolato deserto e tra il fieno nel recinto storto, attraverso gli occhi di cartone e da ogni tappo di plastica, oltre le tende chiuse di un paese senza voci, Carla sentiva che la sua architettura era sempre presente, che la sua non-solitudine era una solida certezza. Carla trovò il tappo marchiato, erano tre punti di domanda sbiaditi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla aveva freddo ma andò a sedersi sulla panchina; con il piede spinse avanti e indietro il passeggino per simulare un movimento verso qualcosa o qualcuno. Era la cosa giusta da fare, almeno per un po’. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Poi la bambina iniziò ad agitarsi, ad emettere lamenti e a tirare il suo stesso corpo in maniera spastica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Hai freddo, vero? Adesso andiamo. Noi andiamo altrimenti ti ammali. Va bene?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il campanile batté il primo di dodici tocchi. La bambina iniziò a piangere e loro erano solo a metà strada. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Calmati, siamo quasi arrivate.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina pianse più forte. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Smettila.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una vecchia con un cappello in feltro e scarpe a punta passò loro vicino, guardò la bambina e poi guardò Carla e disse, Povera piccola si sente che ha fame.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Con la bambina in braccio, Carla accese la luce della dispensa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Con la mano libera spostò scatole di tonno e pacchi di pasta, pannolini e barattoli e detersivi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vedi, lo vedi che siamo dove c’è la pappa che la mamma ti deve cucinare? Non piangere. Lo vedi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina non vedeva né sentiva, le sue urla coprivano ogni forma e colore, annullavano ogni altro suono al di fuori di quello che nasceva dai suoi polmoni e dalla sua gola tesa, dalla sua bocca spalancata.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Adesso cerchiamo la pastina. Tu riesci a vederla? Aiuti la mamma a trovare la pastina, eh? Vero che adesso aiuti la tua mamma?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le luci si spensero troppo presto e Carla tornò all’interruttore a riaccendere il mondo. La bambina era rossa in viso, le sue mani stringevano i capelli di Carla, la tiravano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; È colpa di papà, dice che aggiusta le luci e poi non lo fa. Lo dici tu a papà, eh? Vedrai che adesso la troviamo la tua pastina, quella con le stelline. Ha dentro pure le vitamine, vero? Vero che ti piace, eh?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le luci si spensero di nuovo e la bambina pianse più forte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla riaccese le luci per scacciare quel buio. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Facciamo così, ti metto un attimo a terra così la mamma cerca meglio, va bene? Solo un attimo, così faccio in fretta. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Gli occhi di Carla cercarono il pacco di pasta con le stelline che le dicesse che stava facendo la cosa giusta, che la rassicurasse che quel momento stava per finire. Non lo trovò. E quando le luci si spensero nuovamente Carla sentì un sudore acido mangiarle il viso e corroderle gli occhi, entrare nella sua testa e farle male. Fu allora che le telecamere cessarono di esistere e gli occhi bianchi scomparvero, che le mura della sua casa tornarono ad essere spesse e impermeabili. E la bambina piangeva e i colpi in testa facevano male. In quel buio, Carla sollevò a sé la bambina e la strinse forte, quella figlia ingorda e strillante che non parlava e che non ne voleva sapere di aspettare, di portare pazienza. La strinse, petto contro petto, le braccia chiuse in una morsa; erano loro due, nella dispensa di quella casa perfetta in un paese di provincia, loro due e nessun altro, e Carla avrebbe voluto che quel corpicino tra le sue braccia si annullasse nel suo, e che la smettesse, una volta per tutte, una volta per sempre, di generare tutto quell&#8217;indicibile dolore. La strinse forte, sempre più forte. Bambina ingorda, figlia mia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Che ne sai tu – urlò Carla –, che ne sai tu di come sto io?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Foto di gruppo senza piazza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/foto-di-gruppo-senza-piazza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[periferia]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[provincialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[da «il Fatto Quotidiano» (sabato, 2 ottobre 2010) di Evelina Santangelo Immaginate una piazza o il corso principale di uno dei tanti centri minori o province che costituiscono l’Italia. Immaginate dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti – che, seduti sui motorini, più o meno parlano, perché qualcuno ha un cellulare di ultima generazione tra le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">da «il Fatto Quotidiano» (sabato, 2 ottobre 2010)</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong><span style="text-decoration: underline;">Evelina Santangelo</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Immaginate una piazza o il corso principale di uno dei tanti centri minori o province che costituiscono l’Italia. Immaginate dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti – che, seduti sui motorini, più o meno parlano, </strong>perché qualcuno ha un cellulare di ultima generazione tra le mani e invia raffiche di sms magari a chi gli sta di fronte, mentre qualcun altro se ne sta a dimenarsi con le cuffie dell’ipod nelle orecchie. Immaginate di ascoltarli, questi ragazzi di un ceto indefinito.</p>
<p><span id="more-36794"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questi qui in questa piazza o corso, ad esempio, hanno impiantato tutta una discussione su facebook, sulla quantità di contatti (non di amici) che ognuno di loro può vantare in rete, e adesso stanno litigando accusandosi reciprocamente di <em>rubarsi</em> i contatti: più contatti hai più sei in gamba, questo sembrano dirsi. E, ad ascoltarli per bene, ciò di cui discutono non c’entra un bel niente con l’amicizia, la simpatia, l’intelligenza, né con la simulazione dell’amicizia, c’entra piuttosto con una forma di competizione per assicurarsi una sorta di surrogato di surrogato della popolarità. Urlano, e urlando si caricano, si aizzano, mentre si perde ogni filo logico o consequenziale in quei loro discorsi che si accavallano e si frantumano in impennate isteriche, improperi dove le parole «invidia», «autenticità», «falsità» suonano come pure riproduzione di schemi espressivi buoni per ogni occasione. Così, tu che li ascolti e non sei dei loro, a un tratto, hai l’impressione di esser finita in certi vacuissimi scambi d’opinione televisivi dove il pubblico di un ceto indefinito dice la sua su un tema dato. Una sensazione corroborata anche dal fatto che quella discussione, dopo un po’, così com’è nata, si dissolve, senza lasciare traccia, senza che sia di fatto accaduto davvero qualcosa. Nessun dialogo, nessuna circolazione di sentimenti o idee, nessuna reale modificazione dei rapporti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fate solo un piccolo salto. Immaginate una qualche periferia urbana, e dei ragazzi – adolescenti e post-adolescenti (stesso ceto indefinito) – che, seduti sui motorini, più o meno parlano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Una scena sempre identica a se stessa</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse intorno ci sarà più degrado, ma la scena non cambierà di molto. Così come per le diverse province d’Italia, potrebbe cambiare qualche cadenza, qualche accento o peculiarità linguistica, che è spesso un gergo diretto ed essenziale comunque. Potrebbe anche cambiare qualche dettaglio dell’abbigliamento, che è però sempre molto telegenico, di quella telegenicità più o meno vistosa, ostentata, artificiosa e a volte artificiale, che è poi il canone estetico oggi imperante tra i giovani di questo ceto indefinito delle province e periferie d’Italia, e tra i giovani tout-court. Canone, che ha come corollario un fatto abbastanza inquietante: questi ragazzi sembrano tutti finiti nel posto sbagliato, e sembrano tutti, o quasi, degli avatar che rimandano a qualcun altro di cui, però, non è dato sapere, a volte neanche a loro stessi. Figuriamoci a noi: sia che li guardiamo sconcertati, disperati o al contrario affascinati, decisi a volerli capire cercando di fissare in un discorso compiuto quel loro mondo franto e disperso che si muove tra centri commerciali sempre più estesi con i loro McDonald’s e King Burger che sanno di templi megalitici, videogiochi di ultima generazione, ritrovati tecnologici sempre più sofisticati, chat ed sms sempre più sincopati, dove la parola è sigla, gioco di emoticon sorridenti, tristi, buffi&#8230; e dove l’interiorità è rimossa o dissimulata. Forse per questo gran parte dei racconti generazionali, oggi, suonano così finti ed esteriori nel tentativo di dare durata e profondità a ciò che non le contempla, e preferisce riconoscersi in ben altre forme espressive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, questi ragazzi sui motorini in una qualche provincia o periferia d’Italia sembrano davvero in tutto e per tutto l’incarnazione di quei nuovi valori che Pasolini intravedeva nella nascente società dei consumi e dell’edonismo, quei  «valori del superfluo», inculcati e diffusi dalla televisione, che rendevano «superflue, e dunque disperate le vite».</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure in questi ragazzi di ceto indefinito che più o meno parlano c’è piuttosto una sorta di vacuità perseguita con una determinazione che diventa persino rito: dal gesto estremo, adrenalinico, esibizionista, aggressivo, allo sballo, al disprezzo ostentato per tutto ciò che non coincida perfettamente con i confini del loro mondo semitribale, dove il singolo e la sua singolarità contano niente, l’interiorità si manifesta in schemi emotivi preconfezionati, emoticon appunto (salvo finire magari in labirinti di angoscia senza più parole né condivisione, senza via d’uscita), e dove la diversità è sentita come una colpa. Né potrebbe essere diversamente per chi sembra avere una percezione di sé e del mondo intero fondata sul valore assoluto del sentirsi, dell’immaginarsi uguali, anzi, identici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, quei ragazzi lì sui motorini così telegenicamente abbigliati e atteggiati, così tecno-muniti, così convinti d’esser globali e globalizzati, così virtuali, autistici, autoreferenziali, così ignoti a se stessi, così superflui ci dicono qualcosa di profondamente vero anche su alcuni aspetti essenziali di questo nostro Paese.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Etimologia di una parola abusata</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «provincia» s’intende un «centro minore» lontano dal «benessere» e dalla «modernità» delle città, allora dobbiamo dire che in questo nostro paese non esistono più luoghi che si possano definire «province»</strong>, nonostante cresca il consenso nei confronti di movimenti politici che, ostentando finalità locali (come la Lega), pretendono di conservare demagogicamente quel che già oggi non esiste e meno che mai esisterà domani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «periferia» s’intende ciò che è «marginale» «accessorio» o «subalterno», cioè «escluso dall’esercizio effettivo del potere», allora il nostro è un Paese che, concentrando il potere nelle mani di una minoranza interessata a garantire se stessa, sta trasformando tutto il resto del paese in realtà marginali, accessorie, subalterne, cioè in un’immensa periferia </strong>dove i più periferici, irrilevanti, superflui sono soprattutto i giovani senza-potere e, tra i giovani, proprio gli adolescenti e post-adolescenti di quel ceto indefinito che vivono nelle province e periferie d’Italia così eguali nei consumi, ma così terribilmente diversi nelle chance di formazione, crescita e realizzazione professionale che saranno loro date in una logica in cui il «premio al merito» è inteso sostanzialmente come sostegno soprattutto per élite, socialmente e culturalmente, oltre che economicamente, avvantaggiate, senza che venga minimamente affrontato il problema della compensazione rispetto alle differenze sociali, economiche, culturali di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se con «provincialismo» s’intende: «un atteggiamento, una mentalità considerati per lo più tipici di chi è originario o risiede nei centri minori di un paese, e caratterizzati da meschina angustia di vedute, ingenua prosopopea, cattivo gusto, goffaggine o ineleganza di modi, arretratezza di costumi (oppure all’opposto, supina e ostentata soggezione alle ultime mode), mancanza di aggiornamento, ristrettezza di orizzonti culturali proprio di chi opera al di fuori dei centri di più vivace elaborazione culturale e rinnovamento delle idee», allora questo nostro Paese ogni giorno di più assume i tratti di un’immensa provincia d’Europa</strong>, dove quei giovani lì così globalizzati nei consumi, così illusi della loro «modernità», così marginali nei diritti e così drammaticamente inconsapevoli sono l’icona più drammatica di un paese che, trincerandosi dietro una modernità di facciata, rischia di condannare alla marginalità intere generazioni. <strong>Anche il futuro così sarà un privilegio per pochi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Provincere o morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Fosdinovo]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
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					<description><![CDATA[incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo a cura di Giacomo Sartori e Helena Janeczek con Vincenzo Pardini L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo</p>
<p>a cura di <strong>Giacomo Sartori </strong>e <strong>Helena Janeczek</strong> con <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi un luogo che non suscita sentimenti di appartenenza più profondi e naturali del tifo per la nazionale ai mondiali di calcio. Forse anch’esso, stavolta, piuttosto tiepido.</p>
<p>Qualcosa &#8211; è evidente &#8211; è andato storto. Qualcosa ha fatto sì che pur con l’alfabetizzazione della tv di Stato nel dopoguerra e poi quella privata, pur con i grandi flussi di emigrazione storici da Sud a Nord e il loro inquietante, silenzioso ritorno in massa negli ultimi anni, l’Italia sia oggi un paese che non si conosce più. Un luogo dove i ragazzi di ogni provenienza volano in low-cost a Amsterdam, Parigi, Londra, Berlino, ma dove un ragazzo di Siracusa fatica a immaginare la vita di un suo coetaneo a Trento, a meno che non vi ci sia trasferito per studi o per lavoro. Ma forse questo vale già a una distanza assai minore.<span id="more-34873"></span></p>
<p>L’Italia è rimasta provinciale e al tempo stesso è cambiata. Mentre un tempo la provincia custodiva risorse produttive capaci di conservarne la vitalità economica, sociale e culturale del territorio, oggi c’è la crisi. E la parziale illusione che la crisi sia sempre peggio altrove o almeno che sia altrove la sua causa. Eppure oggi tutte le realtà locali sembrano omologate solo nei consumi e negli immaginari, e al tempo stesso sempre più chiuse e insulari. E ogni scambio, ogni dialettica fra tali realtà come anche con il centro diventa sempre più difficile. Forse perché persino Roma, Milano, Torino soffrono della stessa sindrome di svuotamento e di autoreferenzialità. Perché di fatto sono anch’esse diventate luoghi provinciali. Ma anche luoghi polverizzati nelle differenze fra quartieri, fra centro e periferie sempre più vaste e autonome, nella globalizzazione che ne riplasma il volto in tanti modi che si preferiscono negare.</p>
<p>Le rappresentazioni di questa complessità sono quasi sempre semplificatorie, rimandano al passato. Nei mezzi di informazione prevalgono i collaudati cliché, colorati e consolatori, autocompiaciuti. E la provincia preferisce, per definizione, non guardarsi da troppo vicino, con troppa lucidità.</p>
<p>Cosa si trova di tutto questo nei libri che oggi vengono scritti dai narratori dispersi fra le varie parti del paese? Quali difficoltà incontrano nel voler parlare a tutti attraverso un linguaggio e un immaginario in qualche modo collegato alla realtà in cui essi vivono, quella che altrove non si conosce? Come si confrontano con i cliché della cultura nazionale e con quelli che vengono dalle altre culture?</p>
<p>Abbiamo il piacere di parlarne con Vincenzo Pardini, scrittore profondamente radicato in un territorio vicinissimo al luogo che ci ospita – quello della Lucchesia- e forse anche per questo alieno, e non riconosciuto come meriterebbe.<span id="_marker"> </span></p>
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		<title>Il giallo ha cambiato Garlasco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 08:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/two-yellows-59.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/two-yellows-59.jpg" alt="" title="two-yellows-59" width="185" height="159" class="alignnone size-medium wp-image-7006" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana. E nel tempo a noi più vicino il mostro di Firenze, i “fidanzatini” di Novi Ligure, il delitto di Cogne, il giallo di Garlasco.<br />
Garlasco è una cittadina della Lomellina, in provincia di Pavia, a pochi chilometri dal confine col Piemonte e non lontana da Milano. Una cittadina del profondo nord, composta da villette perlopiù unifamiliari. Un posto tranquillo, non particolarmente caratterizzato, un posto umido d’inverno e ancor più nelle altre stagioni. Zanzare killer, d’estate, salgono come esercito dalle risaie; il riso, qui, si coltiva da sempre. Garlasco si trova nell’epicentro della coltivazione, come il Vercellese e il Novarese, zone umide e languide, spesse di nebbia d’inverno e di un sole coperto d’estate. Il luogo è provinciale e sonnolento: le giornate si tagliano uno dietro l’altra come le fette di pane bianco della prima colazione. Civiltà contadina; ma i valori tradizionali si sono persi ormai tra i tavolini dei bar popolati, come in altri mille posti, da vecchi superstiti, che biascicano la parlata del luogo, come fosse un milanese più grasso, più unto.<span id="more-6759"></span><br />
E ‘ trascorso  un anno dal delitto che ha fatto “scoprire” Garlasco. Un anno di indagini sula morte di Chiara Poggi, la ragazza buona e irreprensibile. Il volto del fidanzato coetaneo, che sfila diritto davanti a sé sulle auto della polizia, verso interrogatori continui, pressanti, mai risolutivi. Nessuna certezza fino a ora, dunque, ma grandi sospetti. E veleni, in dosi massicce. Un anno. Forse un’eternità, per questo paese abituato al silenzio del resto del mondo, come se esso si fosse nascosto da sempre tra le risaie e le coltivazioni e le industrie, agli assalti dei grandi eventi. E anche ora, forse, non c’è grande evento, non c’è pietra miliare, accadimento da iscrivere nei libri della storia. Ma solo fatto di cronaca nera comodo da mostrare, sfizioso per l’opinione pubblica impicciona, prezioso per la curiosità dei mass media.<br />
Ma il paese come è cambiato? E anche prima del delitto, come era veramente Garlasco? Era la &#8220;Las Vegas della Lomellina&#8221;. Perché a Garlasco, come in molti piccoli centri della enorme provincia del nord,  si pensa molto e da sempre all’apparenza. Di Las Vegas il paese adesso ha ormai tutto: il divertimentificio e un delitto in perfetto stile CSI.<br />
Garlasco – confida una collega che ci è nata e vissuta fino a qualche anno fa –  è un paese di abitanti (10.000) ma non di anime, un paese senza cuore, come per molta provincia del nord, come se la vera storia fosse ormai svanita, perduta anche al ricordo. Una volta, nemmeno tantissimi anni fa, c’erano come punti fermi l’osteria dell’Avanti! e la cooperativa Stella Rossa, due cinema, la corsa dei ciclisti in primavera e la parata dei bersaglieri a giugno, la Fgci e l’oratorio. Le storie di corna e di vendette familiari sussurrate negli anni ’70 erano all’ordine del giorno, ma il livello, storia dopo storia, anno dopo anno, si è pian piano spostato: prima il prete che si mormorava avesse avuto una figlia  da una fervente cattolica,  poi quell’altro un po’ troppo amico dei ragazzini (e trasferito altrove). Quella che non è mai cambiata è probabilmente la voglia di protagonismo delle persone, che si è soltanto declinata in forme differenti. In mezzo,  però, sussiste l’incapacità  di sganciarsi dagli stereotipi sociali e comunicativi di sempre. Negli ’80 c’era chi – uomini &#8211; cedeva senza problemi alle voglie di chi gli potesse garantire un passaggio a Canale Cinque, salvo poi sposarsi con una signorina bene e cornificarla poco dopo con una sua dipendente. E poi quei ragazzi che si facevano di eroina, procurandosi i soldi con il piccolo spaccio e i furti (fu una strage per il paese, ne morirono parecchi). Uno scenario desolante simile a quello di tanti paesi della provincia di tutta Italia, e il tipo di droga che cambia, l’eroina che viene dismessa in favore della socializzante cocaina.<br />
I cinema, la cooperativa rossa e la Fgci sono spariti da molti anni, sostituiti da un numero impressionante di supermercati, affiancati da alcuni esercizi commerciali che solo un bambino innocente non saprebbe riconoscere come “lavanderie”. E’ rimasto sempre lì, invece, il bar dove gli uomini non solo giocano a carte ma, se gli va storta, perdono tutto quello che hanno, facili prede di giocatori professionisti; e dovrebbe essere ancora aperto in fondo al paese il locale “equivoco” come lo chiamava la madre della collega, in realtà un vero e proprio casino. Insomma un bel posticino, fotocopia in scala ridotta del nostro Paese. In un anno non è cambiato quasi nulla, se non forse soltanto nell’ansia di apparire, nel senso che certa gente può dirsi contenta se il paese è finalmente sotto i riflettori di tutt’Italia.“Passare dalla strada transennata davanti alla villetta dei Poggi mette ancora i brividi. E’ l’impatto crudele con la notorietà di un posto acquistata si può dire con la forza, col delitto, col male. E  questo male improvviso e duraturo, a questo groviglio di sangue dal quale non si riesce a trovare né il punto d’arrivo né di partenza ha creato nella popolazione una piccola psicosi criminale. Per esempio, mesi fa è morto improvvisamente il figlio del famoso pizzaiolo campione d’Europa. Vista la morte improvvisa è girata subito la voce che il ragazzo fosse stato pestato a sangue, anzi a morte. E invece è morto d’infarto. Faceva uso di droga, di infarto ne aveva subito già uno, è morto così, da solo.<br />
La collega mi saluta, riprende il lavoro. Si allontana con calma, nel caldo di Milano, la città che l’ha accolta e dalla quale, mi ha detto poco prima di finire l’intervista, non si separerebbe per nulla al mondo.”Più che altro perché  il male è parcellizzato, e nessuno ti riconosce per strada”. Fa male, la provincia.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna. Immagine: Gene Davis &#8211; Two yellows, 1959.)</em></p>
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