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	<title>psichiatria &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In risposta a &#8220;Riaprite i manicomi&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong><strong></strong> <br /> Diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>



<p>Una <a href="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/" data-type="URL" data-id="https://www.ilfoglio.it/preghiera/2025/07/10/news/riaprite-i-manicomi-7907760/">preghiera per la riapertura dei manicomi</a>: questo è quello che su <strong>Il Foglio</strong> auspica Camillo Langone pochi giorni fa. </p>



<p>La motivazione: <em>tutti siamo malati di qualcosa: la differenza è che noi antibasagliani cerchiamo di non pesare sul prossimo.</em> Un Basaglia, che, secondo l&#8217;articolo, ha<em> inguaiato migliaia di famigliari malati di mente che da allora devono improvvisarsi psichiatri domestici, e magari impazzire pure loro.</em><br />Un articolo breve, brevissimo, la lunghezza, appunto, di una preghiera da recitare in coro.</p>



<p><br />Non occorre ripercorrere i passi di Basaglia, le sue motivazioni, la legge 180. O forse sì, come ho scritto qui in <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/" data-type="URL" data-id="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/">180 passi indietro</a>: occorre parlare di ciò che della 180 è stato fatto, su ciò che è stato smantellato, dei brandelli, delle zone ferite, delle dimenticanze, delle briciole rimaste.<br />Occorrerebbe dire che i manicomi che si vorrebbero riaprire in alcune zone sono già riaperti: zone silenziose, visitate troppo poche da &#8220;i sani&#8221; di cui parla Langone e che &#8220;potrebbero impazzire pure loro.&#8221; Zone buie, interstiziali, lontane dallo sguardo che si potrebbe incrinare.<br />Tralasciando i reparti psichiatrici in cui, come ormai si sa ma che forse si dimentica, i pazienti vengono ancora legati ai letti, reparti fatiscenti, di pareti scrostate e ruggine nei dentro e fuori dell&#8217;esistenza, dove il massimo che può pretendere una persona ricoverata, salvo rare eccezioni territoriali, è &#8220;un giro medico&#8221; al giorno e infermieri che non sanno dove e come comportarsi in casi di crisi, esistono le ctrp, comunità terapeutiche protette, dove i malati (imbottiti di farmaci &#8211; perché è questo che il sistema permette: la parola costa più di una pillola), possono passare anche venti, trent&#8217;anni della loro vita. E magari, quando il posto letto, per i tagli dei fondi, non è più garantito, dopo una vita trascorsa in un luogo che quantomeno è diventato famigliare, devono essere trasportati di edificio in edificio, dove si è liberato un posto letto, dove a una vita morta si sostituisce una morte in vita.</p>



<p><br />Molti malati sono costretti a vivere nelle proprie famiglie? Vero. E in condizioni pessime sia per i malati che per i famigliari.Vero. Famiglie in cui spesso, peraltro, il disturbo è nato, cresciuto, si è alimentato. Ma qui si apre lo scenario pietoso della Sanità Pubblica, che Langone certo non nomina: una persona psichiatricamente malata, ma questo vale anche per le patologie fisiche, se considerata &#8220;abbastanza malata&#8221;, inabile al lavoro, il ché significa con una percentuale che va dal 75% al 99%, viene aiutata dallo stato con 336 euro mensili.</p>



<p>Dando una breve occhiata &#8211; lo potete fare tutti &#8211; esistono precise tabelle alla cui diagnosi corrisponde un minimo e un massimo di invalidità. <br />Un esempio:</p>



<p>SINDROME SCHIZOFRENICA CRONICA CON DISTURBI DEL COMPORTAMENTO E DELLE RELAZIONI SOCIALI E LIMITATA CONSERVAZIONE DELLE CAPACITÀ INTELLETTUALI: invalidità tra il <strong>71 e l&#8217;80%. </strong>Ciò significa che la percentuale del 75% potrebbe anche non essere raggiunta. Quindi: nessun aiuto.</p>



<p>A giugno 2020, finalmente, la Corte costituzionale, esaminando una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla <strong>Corte di appello di Torino</strong>, una città particolarmente attenta alle difficoltà dei disabili, ha stabilito che un assegno di 285,66 euro (allora l&#8217;aiuto era questo) fosse inadeguato a soddisfare i bisogni primari della vita, quindi anticostituzionale. L&#8217;importo negli anni è aumentato, ma l&#8217;inadeguatezza è rimasta.<br /><br />Può forse, una persona invalida, considerata non abile al lavoro, vivere di 336 euro? Pagarsi affitti, bollette, cibo, una vita minima? Non può &#8211; e allora resta alle dipendenze della famiglia, che con quei soldi può forse permettersi di pagare farmaci (perché no, non tutti i farmaci, anche quelli più importanti e salvavita vengono garantiti dal sistema sanitario: molti restano a carico del paziente) &#8211; né certo una struttura privata. E forse una minima parte investita per un aiuto che vada oltre il farmaco. Perché nei centri pubblici i pazienti, anche pazienti gravissimi, sono ricevuti mediamente una volta ogni due mesi. Due parole, un controllo, un rivalutazione farmacologica, una ventina di minuti che comprendono i dieci passati dallo psichiatra a battere a computer il referto della visita.<br /><br />La soluzione per Langone &#8211; e per chi, i troppi, che con Langone sono d&#8217;accordo &#8211; non è certo quella di rafforzare l&#8217;aiuto economico per permettere a persone in difficoltà (in vera difficoltà: perché no: non siamo tutti malati, come scrive Langone), di avere una vita più dignitosa. La soluzione è quella di cancellare vite richiudendole in luoghi sommersi, gettare la chiave, chiudere gli occhi e continuare a mangiare la propria cena in pace, senza il pensiero dell&#8217;altro. Lasciando ai più l&#8217;immagine dell&#8217;altro malato come quella di un matto violento e distruttivo, che deve quindi essere rinchiuso. Una reclusione di cui si sa poco, che esiste ma resta sommersa, evitata agli occhi, distante, una gentrificazione dell&#8217;esistenza. Le comunità potrebbero essere un aiuto ai pazienti ma anche alle famiglie, ma i fondi per sostenerle vengono ripetutamente tagliati: è diminuito il personale, diminuisce la cura, diminuisce una vita degna di essere vissuta, diminuisce la parola a favore di una contenzione farmacologica, avvicinandosi a strutture manicomiali di vecchia memoria: quelle che Langone vorrebbe riaprire. </p>



<ul><li>*immagine di Jonaas Sild da unsplash.com</li></ul>
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		<title>Giornata mondiale della salute mentale &#8211; 180 passi indietro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 13:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[10 ottobre 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong>  <br /> E' sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il nostro Paese destina alla Salute Mentale un ottavo di quanto allocano Francia e Germania, un quinto del Regno Unito e molto meno di Spagna e Portogallo&#8221;. <a href="https://www.google.com/amp/s/www.lastampa.it/cuneo/2023/10/10/news/salute_mentale_disturbi_in_aumento_e_il_governo_taglia_i_fondi_diritti_negati_doveri_disattesi-13773588/amp/">La Stampa </a></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/psychiatrist-978884_1280.jpg" alt="" width="300" height="700" class="alignleft size-full wp-image-105207" /></p>
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p>Esiste una zona d&#8217;ombra, nel fondale, un buio di silenzio dissotterrato in anni passati e che ora torna a farsi muto. Se negli anni della riforma basagliana la percezione che i muri venissero abbattuti e che l&#8217;<em>abitare la soglia</em> – per usare le parole di Peppe Dell&#8217;Acqua – fosse una direzione possibile, se la percezione era quella di un&#8217;apertura dialettica, critica e dialogica che portava anche all&#8217;emersione di voci fino a quel punto tappate, oggi i muri sono stati nuovamente eretti, e con un materiale forse anche più denso. La densità dell&#8217;ipocrisia, di una patina di chiaro che dice apertura, quando invece, in quella zona d&#8217;ombra non detta perché indicibile, il pensiero dominante e le pratiche dominanti, non si sono (solo) fermate: si sono mosse in direzione contraria, girate di spalle e tornate indietro. </p>
<p>Se il termine “salute mentale” circola di bocca in bocca, dalle dimensioni micro a quelle macro, è pur vero che questo, anche da un punto di vista politico, può torcersi in una vera e propria dispercezione all&#8217;occhio di chi, da fuori, vede o ascolta: <em>se ne parla, è perché ce ne si sta occupando.</em></p>
<p>La realtà, pur con le sue sfaccettature, è però molto diversa: ce ne si sta occupando veramente? E in che modo ce ne si sta occupando?<br />
Non è il significante <em>salute mentale</em>  che dev&#8217;essere messo in discussione, piuttosto l&#8217;uso che ne fa un certo potere politico e sociale, che, in alcuni casi, ad eccezione di zone interstiziali, può utilizzarlo in una ripetizione incessante negli ovunque, per coprire ciò che sta dietro, ciò che non viene visto, ciò che non si vuole vedere, ciò che non può essere mostrato: ciò di cui in realtà, fuori dalle parole, non ci si sta occupando. O ce ne si sta occupando in termini di sottrazione e cancellazione.</p>
<p>I ricordi di Peppe dell&#8217;Acqua e di chi ha vissuto gli anni pre basagliani – il “giro medico” di un professore in camice bianco che illustra con dovizia di particolari i segni osservabili dei malati, destoricizzati e desoggettivati, ad una processione di studenti, le sbarre alle finestre, le porte chiuse a chiave,  elettroshock e uomini legati ai letti, per chi non ha visto le strutture psichiatriche di questo presente, possono apparire come immagini legate ad un passato remoto, ma per chi né ha fatto esperienza diretta o indiretta, quell&#8217;immaginario non suscita stupore (piuttosto angoscia e disperazione): il presente è nuovamente questo e si muove velocemente in direzione di un futuro già presentificato. </p>
<p>Reparti psichiatrici che, anche da un punto di vista territoriale, vengono separati, o presentati come separati, demarcati da un confine tra un <em>noi </em>( malati ospedalizzati per altre patologie) e un <em>voi</em> (malati psichiatrici come oggetto scarto). </p>
<p>Corridoi dalle pareti scrostate, le sale fumo impregnate di storie non riconosciute e posaceneri arrugginiti, corpi legati, terapie che, con una sottile manovra che cambia il nome ma non la sostanza, sono tornate in auge (ora <em>terapie elettroconvulsionanti</em> o <em>magnetiche transcraniche</em>, allora  elettroshock), una scansione temporale di un quotidiano che sottrae alla persona  la dimensione del tempo, per trasformarla in un rituale consequenziale di misurazioni e pratiche organizzate, prestabilite, ripetute nel quotidiano: sveglia, colazione, peso, pressione, defecazione, peso, carrello dei farmaci, l&#8217;ora  nei corridoi in attesa che le stanze chiuse a chiave – e sbarrate &#8211;  vengano arieggiate, <em>non stare per terra</em> ma le panchine non ci sono, gli specchi lastre di alluminio, togliere i lacci o le scarpe, “ricevere il dono” del proprio telefono solo a brevi orari del giorno, non fotografare, non dire, solo 5 sigarette al giorno, controllare la comunicazione, sequestrare quell&#8217;effetto personale che poteva dare sicurezza: un profumo, un crocifisso, un braccialetto, una crema da barba: frammenti di “casa” nelle proprie tasche. </p>
<p>Corpi misurati e controllati. Il giro medico in forma di commissione (o confessione), e poi ancora, di nuovo: il carrello delle medicine, la cena, l&#8217;ora dell&#8217;<em>andate a letto</em>.<br />
E in quel “giro” non una domanda alla persona, non alla sua storia: cartelle di dati clinici osservabili, sintomi, risposta al farmaco, ha dormito, non ha dormito, aumentiamo il farmaco, diminuiamo, cambiamo. Non una persona al centro, ma un cervello-macchina  malfunzionante da rimettere a posto. Per una diagnosi data in due giorni.<br />
Il resto è un tempo svuotato, di segno e per cognizione: ridotto all&#8217;andrivieni dei degenti nei corridoi alla richiesta spasmodica di una moneta per un caffè, l&#8217;ennesimo che possa risvegliare dalla sedazione farmacologica. O i giornali: i giornali del giorno prima, o di mesi prima, persino di anni. </p>
<p>Se per Gabriel Tarde, il senso di straniazione nel ritrovarsi in un caffè e accorgersi di leggere il giornale del giorno prima – disconnesso quindi dall&#8217;attorno, dagli altri – è stato un ironico episodio che ha aperto a riflessioni, questo rifilare come scarti agli scarti i quotidiani di un quotidiano passato, fa inchinare la testa con un senso di rossore e vergogna.<br />
Quale pensiero del  “tanto non se ne accorgono” &#8211; o, se se ne accorgono, “così passano il tempo e non si lamentano”.</p>
<p>Piccoli gesti, anche i più minimi, portano il peso di un&#8217;asimmetria non solo di potere, ma anche valoriale della persona ridotta ad oggetto.</p>
<p>Se negli spdc la dimensione è questa, esposta nella sua crudescenza, nelle case di cura private o convenzionate, l&#8217;esterno è: il verde degli alberi, le belle strutture imbiancate, la pulizia, la postura più gentile del personale, un certo fare paterno o materno, una differenziazione di forma che però non tarda a mostrarsi nella similitudine della sostanza: resta il rumore dei carrelli, la scansione del tempo con colazione, spuntino, cena, orario della buonanotte, i farmaci, la misura, regole di buona condotta, se ne infrangi una, anche fosse un bacio: espulsione, ammunizione.</p>
<p>Degenti per mesi o per anni inseriti in una macchina psichiatrica che osserva sintomi, li incasella, e li trasforma in etichettature. Talvolta non osserva nemmeno: lo sguardo è cieco, si limita ad un fotogramma decontestualizzato.</p>
<p>I pazienti appena entrati, tanto più se sono reduci da degenze in reparti psichiatrici ospedalieri, portano in sé un senso (breve, e che durerà per poco) di meraviglia e gratitudine: <em>qui è tutto diverso</em> – dicono ai familiari, facciamo un sacco di cose.<br />
Queste cose possono essere gruppi psicoterapici gestiti da personale specializzato, o attività ricreative. Nulla di male, certamente. Il problema si pone nella misura in cui questi vengono strutturati e proposti, e nella maggioranza dei casi, sfortunatamente, restano nella sfera della soluzione/assoluzione: insegnare ai pazienti come sia giusto essere, comportarsi, relazionarsi, a prescindere dalla singolarità di ciascuno, dove sbagliano, cosa sbagliano, e come  il comportamento e il pensiero possa essere corretto da un allenamento addomesticato alla vita.<br />
Se però non si può negare che in alcuni contesti la figura di uno psicoterapeuta individuale (più raramente di uno psicoanalista), sia prevista e si incarni in una comunicazione con l&#8217;altro soggettivato, all&#8217;interno di un incontro anche significativo, rispetto alle “attività”, là la zona d&#8217;ombra che riduce i soggetti a persone in minore, di serie b, si riapre. </p>
<p>In un passaggio di <em>Asylum</em>, Goffman scrive: </p>
<p>“Negli ospedali psichiatrici c&#8217;è ciò che viene ufficialmente conosciuto come terapia industriale o ergoterapia; i pazienti devono svolgere attività, di solito molto umili, come rastrellare foglie, servire a tavola, lavorare in lavanderia o pulire i pavimenti. Sebbene la natura di questi compiti derivi dalle necessità dell&#8217;istituto, la spiegazione abitualmente data al paziente è che queste attività lo aiuteranno a reinserirsi nella società, e che la capacità e la buona volontà che dimostrerà, sarà presa come evidenza diagnostica del suo miglioramento” [1]</p>
<p>Nonostante Asylum sia stato scritto nel 1961, la realtà delle cliniche psichiatriche non è cambiata. Si aggiungono, alle pratiche nominate da Goffman, altri piccoli “premi”: l&#8217;ora di cucito, la plastilina, una morbida ginnastica di movimenti lenti e goffi “su misura per chi non è capace”. Tant&#8217;è che, dopo un primo periodo di entusiasmo, queste attività, se non obbligatorie, vengono abbandonate presto : perché anche la persona imbottita di dieci pillole al giorno (in alcuni casi si può pure arrivare a venti, comprendendo quelle che servono per tamponare gli effetti collaterali delle prime), se anche non in modo verbalizzato, vive nel proprio corpo una dimensione di indegnità, di penuria, di disagio, talvolta il sospetto (fondato) che siano metodiche “a ribasso”, a misura di incapaci, menomati.</p>
<p>Il richiamo alla terapia industriale o ergoterapica torna poi nei luoghi del fuori, le cooperative per persone con disabilità psichica. Lavorare per committenti, prevalentemente con lavori di assemblaggio, di cucito, manuali. Pazienti addetti all&#8217; <em>autogrill dei matti</em>, la vendita delle <em>borderbag</em>, lo <em>schizocinema</em> – esempi trentini – che anche là dove esiste un intento destigmatizzante, sfortunatamente rincarano una demarcazione noi/loro.<br />
Nessuna retribuzione: siamo <em>noi</em> che stiamo offrendo a <em>voi</em> qualcosa, la possibilità di occupare il tempo. Ma questo tempo – che è lavoro – non viene ripagato com&#8217;è giusto accada per ogni lavoro degno di questo nome. Il risultato è: restare a carico delle famiglie, là dove spesso il disagio è cominciato, con una tendenza alla cronicizzazione. </p>
<p>Secondo due direttrici, queste modifiche graduali ma sempre più problematiche, da un lato hanno subito una percossa a causa dei gravi taglia alla sanità pubblica (drastica riduzione del  personale nei centri diurni e dei servizi di salute mentale, scomparsa degli spazi pubblici che aprivano le porte non solo a un “reinserimento” del malato verso l&#8217;esterno, ma anche ad un&#8217;entrata dell&#8217;altro verso l&#8217;interno creando così una zona di soglia, trasformazione dei centri attivi in centri maltrattati da un aiuto economico statale che, per la presa in carico di persone in difficoltà ,riescono a dedicare pochi minuti al mese in cui viene valutato solo l&#8217;andamento farmacologico in modo sbrigativo – e il concetto di “cura” viene così a scomparire,  ma anche una deriva, tanto più pericolosa, in un senso propriamente teorico e clinico della psichiatria italiana: si è tornati ad una visione dell&#8217;altro non come persona sofferente ma come cervello malato, un altro da raddrizzare e correggere (e qui l&#8217;immaginario richiama l&#8217;opera citata da Foucault, <em>L&#8217;orthopédie ou l&#8217;art de prévenir e de corriger dans les enfants les difformités du corps</em> di N. Andry), e che se non si raddrizza, se sfugge alle caselle, diventa un altro (se di altro si può parlare) problematico, non gestibile: griglie, misure, manuali diagnostici sono rassicuranti. La storia del soggetto non lo è: allora la cancellazione, l&#8217;ammutinazione di ogni segno al singolare, sintomi declinati a fotogrammi che diagnosticano nell&#8217;immediato senza contestualizzalizzazione all&#8217;interno di un tragitto esistenziale al singolare.</p>
<p>E&#8217; sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.</p>
<p>Ma esiste anche una posizione opposta, ostinatamente contraria a questa, che può però, pur con nobili intenti, esercitare un&#8217;altra riduzione e semplificazione: quella del “ in fondo siamo tutti folli”.<br />
No, non siamo tutti folli: abitare la soglia e comprendere il dolore e la sofferenza psichica dell&#8217;altro malato deve comunque essere riconosciuta in quanto tale, significa non ridurre il soggetto alla malattia e riconoscerlo in quanto essere al singolare, ma rispettarne e ammeterne la condizione drammatica in cui vive, la qualità oggi sempre più penosa della sua vita, le difficoltà di essere ascoltato anche nel suo silenzio: e allora ricordarci che non tutti, per citare la poetessa Amelia Rosselli, vivono e transitano in una <em> Serie Ospedaliera</em>.[2]</p>
<p>[1] Asylum,Goffman, 1961<br />
[2] Serie Ospedaliera, Amelia Rosselli, 1969 </p>
<p>*il testo (qui ampliato) è stato pubblicato precedentemente nel sito http://www.news-forumsalutementale.it</p>
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		<title>A Mario Guaraní Galzigna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 13:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg" alt="" width="296" height="300" class="alignleft size-full wp-image-86883" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-250x253.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-200x203.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-160x162.jpg 160w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p style="text-align: right;"> di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta sul divano con un gatto, la luce accesa e troppo forte, e ti immaginavo da qualche parte nella tua città, forse nella casa di cui ogni tanto apparivano scorci di fotografie ne <em>L&#8217;ordine del discorso</em>, la rubrica che curavi. Io avevo un gatto, tu avevi un cane.<br />
&nbsp;<br />
Ero imbarazzata, come gli studenti nell&#8217;aula insegnanti, a comporre il numero che mi avevi lasciato negli interni, poi fu una lunga conversazione di un&#8217;ora e più come due nuovi amici. La mia tristezza, la tua sensibilità, la mia pena, la tua capacità di entrare nella pena senza invadenza, le mie parole, le tue parole. <br />
Sei stato uno dei primi lettori dei frammenti di un libro che sto portando a termine, era il duemilaquindici. L&#8217;avevi letto in rete, e tu eri un divoratore di parole, avido di conoscenza, nel sapere ma fuori dal Sapere di cui si gonfiano il petto certi accademici &#8211; e ti premeva conoscere e far conoscere, ti premevano i vasi comunicanti, così siamo diventati vasi comunicanti. &nbsp;</p>
<p>Poi ci siamo scritti, e poi è arrivata la voce. &nbsp;</p>
<p>Abbiamo parlato delle derive della psichiatria, abbiamo parlato di Artaud, abbiamo parlato della melancolia, delle Lettere a Theo di Van Gogh, della disperazione, dell&#8217;epoca a cui inappartengo, di quella che stavi cartografando,la psichiatria, l&#8217;etnopsichiatria, la psicoanalisi, la filosofia, la resistenza, il resistere. Mi hai fatto parlare sottovoce di me, mi hai parlato con discrezione di te, delle tue ricerche, delle tue passioni. Io suonavo Schubert quand&#8217;ero bambina, tu lo ascoltavi, e lo cantavi.<br />
Appassionato è l&#8217;aggettivo giusto per darti un nome. Ne avevi aggiunto uno al tuo: <em>Guaraní</em>, di ritorno dal tuo viaggio in Brasile. <strong>Mario Guaraní Galzigna</strong> &nbsp;</p>
<p>Eri serio ma non eri serioso, conoscevi la risata:e abbiamo anche riso.&nbsp;</p>
<p>Dovevamo vederci quell&#8217;anno, ma non ci siamo incontrati &#8211; io, troppo timida per tutto. <br />
Poi è passato il tempo, io ti seguivo, tu mi seguivi, sempre in sordina, senza mai fare troppo rumore.<br />
Avevi capito quello che scrivevo più di molti altri, sapevi in quali radici affondava il mio discorso che non aveva ordine, e lo sapevi senza sapere, prima di saperlo, e io seguivo il tuo come si faceva in certe aule fumose delle lezioni francesi degli anni Sessanta, quando a volte sfuggono parole ma resta forte il desiderio di andarle a ricercare, ritrovarle, ritrovare chi le ha pronunciate, rimasticarle, sentirle in bocca e trascriverle. Non avevo la conoscenza per comprendere tutto ciò che scrivevi, ma le cose non passano solo attraverso la comprensione, riescono a tracciare solchi invisibili, direzioni, e tu li tracciavi, le tracciavi. Percorsi.&nbsp;</p>
<p>Per me eri un po&#8217; così, forse lo eri per tutti: arrivato da un&#8217;epoca passata dove la sete di libri e lavagne e pensiero era grande. Ma vivevi anche il fondo del presente, lo scavavi, nei tuoi libri di filosofia, di epistemologia, e nel tuo impegno nella salute mentale. Archeologo dell&#8217;esistenza.<br />
Il tuo volto mi ha sempre ricordato qualcuno, ma non ho mai saputo chi, e ancora non lo so, un volto come un enigma da decifrare, ma il sorriso delle tue foto con tua moglie Maddalena non era un enigma, diceva una sincerità delicata. &nbsp;</p>
<p>Un giorno abbiamo unito le nostre visioni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/12/08/il-respiro-dellessere-riflessioni-sullimmagine/">qui</a>, tu hai messo le parole, io uno scorcio in bianco e nero che, avevi detto, sembrava un violino. In realtà era solo l&#8217;interstizio del sedile di un treno. Resta questo saggio, la tua profondità, la meticolosità della ricerca della linea della frase, le lingue, il linguaggio, l&#8217;arte, la filosofia.<br />
Un anno fa ci siamo riscritti, non stavo bene, mi invitasti a raggiungerti a Padova, parlare dal vivo, volevi aiutarmi. Un&#8217;altra lunga telefonata, gentile. &nbsp;<br />
<em>Gentile</em> è un altro aggettivo con cui vorrei ti si ricordasse. </p>
<p>Ti risposi che quando avrei avuto le forze l&#8217;avrei fatto. <br />
Poi ho atteso, non ce l&#8217;ho fatta. Ancora una volta. Ho saputo ora della tua scomparsa, e sono rimasta in silenzio. Credevo ci saremmo visti, non ci siamo mai visti.<br />
Resta tutto quel che resta, tutto quello, così tanto, che ci hai lasciato.</p>
<p>Mariasole </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>restituzione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/10/restituzione-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[anniversari]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Piero Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[legge basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Piero Fiorillo &#160; fra la vita e la norma c’è una tensione quando il movimento che la esprime diventa legge il crimine è compiuto &#160; Ho davanti un centinaio di studenti fra sedici e diciotto anni, qualche insegnante, un preside. Siamo alla fine di un viaggio intorno alla follia e allo stigma che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gian Piero Fiorillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>fra la vita e la norma c’è una tensione</em></p>
<p><em>quando il movimento che la esprime diventa legge</em></p>
<p><em>il crimine è compiuto</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho davanti un centinaio di studenti fra sedici e diciotto anni, qualche insegnante, un preside. Siamo alla fine di un viaggio intorno alla follia e allo stigma che da sempre marchia i fuori norma. Ho immaginato più volte questo momento, mi sono chiesto cosa avrei potuto dire che non fosse scontato. Il mandato del dipartimento di salute mentale è: andare nelle scuole, parlare della Legge 180 che «ha chiuso i manicomi». Quest’anno ricorre il quarantennale. Ho cercato di sottrarmi ma il direttore è stato categorico: Tu sei un sociologo, chi può parlare di stigma meglio di te? Non mi ha dato scelta. Ho provato a fare il bartleby della situazione, ma non sono portato. Brontolo, mugugno, arretro. Ricorrenze, puah. Per le scale ho incontrato Vita, amica e fisioterapista: che ti succede? Niente, ricorrenze. E ti fanno tanto arrabbiare? Servono solo a schermare il presente: si ricorda ciò che non andava per tacere ciò che non va. Lei sorride: scandalizzarsi per il passato mette in pace la coscienza. Rumino: quest’anno ricorre anche il cinquantennale del 68, l’anno scorso era il quarantennale del 77; quest’anno è anche il quarantennale dell’uccisione di Aldo Moro, che se fosse morto nel suo letto nessuno saprebbe chi era. Accidenti, t’hanno fatto arrabbiare sul serio. Non che qualcuno lo sappia, a parte i familiari, i servizi americani e qualche dirigente DC. Un uomo è sempre un mistero per tutti, anche per se stesso. Un uomo di stato europeo del dopoguerra è molti misteri. Aldo Moro è moltissimi misteri, e forse quelli legati alla fine sono i meno importanti. Comunque è grazie a quei giorni di prigionia e martirio che resterà nella storia. Al pari di Cesare o Joseph K. vivrà molte reincarnazioni, sarà rappresentato in teatro, ispirerà molti film. Sta aspettando il suo Shakespeare, il mito fagociterà la storia. Mi dispiace vederti in questo stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è di Aldo Moro che devo parlare agli studenti, oggi 9 maggio 2018, devo «restituire» i dati di un questionario sullo stigma, la follia e la 180. Restituire, diciamo così noi sociologi: avete compilato un questionario e noi vi «restituiamo» i numeri, le percentuali, le interpretazioni: è il nostro modo di ringraziarvi e catturare la vostra benevolenza. La 180 venne approvata il 13 maggio di quarant’anni fa. Maggio è tempo di eventi irripetibili, mese Mariano, delle rose, del risveglio di primavera, dell’annuncio di un’estate ormai soltanto da cogliere. Ei fu siccome immobile. PRIMOMAGGIO: quando l’evento non era il concerto a San Giovanni e nemmeno il comizio della CGIL, efficace precursore delle nullità concertuali. Ninetta mia morire di maggio. Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio. Come prendere una rima abusata e farla splendere. Strofinarla in sidol maggiore. (Quando Ugo Gregoretti era nervoso prendeva una pezzetta imbevuta di sidol e strofinava le maniglie di casa per ore, trasformando lentamente l’incazzatura in lucida ispirazione) (Stefania Sandrelli – io la conoscevo bene – lucida nervosamente una maniglia poi lucidamente apre la finestra e si butta di sotto). Però il Maggio con la maiuscola resterà sempre il Mai 68. (Abbiamo vissuto di miti e di amori e ci siamo presi i nostri rischi) (Stucchevole retorica) (Tutto ciò che accadeva era benvenuto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è del maggio ’68 che devo parlare oggi agli studenti, né dell’agosto di quell’anno quando, liceali di provincia, chiedemmo udienza a Marco Ferreri e lo invitammo a ritirare i suoi film da una rassegna per solidarietà con il movimento pacifista americano massacrato dalla polizia a Chicago. Ricevemmo un sonoro rifiuto: siete giovani, disse Ferreri, e i giovani tendono a fare di ogni cosa un piccolo Vietnam. Claro, amigo, queremos crear dos tres muchos Vietnam. Niente da fare. Ci restammo male ma poi andammo a vedere tutta la rassegna cavalcando la contraddizione e scavalcando le maschere che non volevano farci entrare perché minorenni e pure comunisti. Tutto questo oggi non ha importanza, è vano ricordo di febbri esantematiche. Sono venuto qui per celebrare il 13/5/1978, giorno in cui venne approvata la Legge Basaglia. Lui, a dire il vero, impiegò poche ore per prendere le distanze. Disse alla stampa che omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento al corpo, era come omologare i cani con le banane (perché proprio cani e banane è ulteriore mistero). Dovremmo smetterla di chiamarla legge basaglia, non rendiamoci colpevoli di regalare sempre di nuovo la follia alla medicina e Basaglia all’establishment. Dovrei dirlo ai ragazzi. Non lo farò. Cosa dire allora? Come togliermi dall’imbarazzo di pronunciare parole in cui non credo? Dovrò parlare della legge 180, certo, ma non sono qui per soddisfare le aspettative di chi a Basaglia accende un cero all’anno e canta il de profundis ogni giorno. Non posso pronunciare le solite banalità. Già troppi lo fanno, la banalità del banale non è solo una malattia dello spirito – è l’attualità del male dietro la maschera progressista. I dipartimenti di salute mentale stanno a Basaglia come la STASI a Marx.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era una legge per imbavagliare il movimento e la chiamarono liberazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli studenti rumoreggiano. I bidelli hanno acceso lo stereo, collegato i microfoni: prendete posto, stiamo per iniziare. Il tecnico ha deciso di mandare una canzone di Loreena McKennith per ingannare l’attesa. Mistica nuvola avvolge la sala. Sono quasi pronto quando un sipario scende rapido davanti ai miei occhi: è la gigantografia di Giorgiana Masi, uccisa il 12 maggio del 1977. Nessuna rimembranza ufficiale: lo Stato ricorda le «sue» vittime, non le «sue» vittime. Serantini, Ceccanti, Lo Russo: chi erano? Oggi: Stefano Cucchi. Gabbo. Aldrovandi. Le «sue» vittime non quelle che miete. Lo Stato ricorda Aldo Moro, io ricordo una notte del ‘67 nella sede della federazione giovanile comunista, avevo quindici anni. Nella divisione dei compiti toccò a me realizzare uno striscione con una scritta blu su fondo bianco: <strong>MORO: ABBANDONA GLI ASSASSINI</strong>. Io mi richordo anchora quanto mi venne brutta la gamba della R: storta, a punta, mi vergognai di quello sgorbio per tutta la manifestazione anche se nessuno mostrò di accorgersene: con quello che accadeva nel mondo, la guerra sporca in Vietnam, quella fredda in Europa. VIA LA NATO DALL’ITALIA VIA L’ITALIA DALLA NATO. Ma cosa vuoi, a quindici anni e pieno di brufoli sei convinto che tutti guardano te. Forse è per questo che hai già deciso di abbattere tutti i cancelli e distruggere tutte le bombe del mondo. Pensavamo di farcela.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi sono perso in fantasticherie. Mi incalzano: quando parla il sociologo? Un momento, un momento, mandate ancora un po’ di musica. 13 maggio del 1978. Luccichini del potere democristiano dopo la notte cupa dell’uccisione di Moro. Il 9 lo Stato irremovibile abbandona un uomo al suo destino. Il 13 lo stesso Stato, lo stesso potere, lo stesso governo si scopre libertario, apre le porte dei manicomi e scarcera gli internati. Ferma così il movimento antipsichiatrico e antiautoritario che rischia di mostrare al paese non solo la disumanità degli ospedali psichiatrici ma quella di tutta la disciplina. Vorrei dire ai ragazzi. Quel giorno la psichiatria riprese il cammino trionfale verso la piena legittimità disciplinare, forte di un documento abusivo di libertazione: la 180. Falsche Bewegung. Passaporto falso grazie al quale le malefatte continuano senza chiamate ai danni. Questo vorrei dire and more, much more than this, say it my way. Non credete troppo agli insegnamenti, insegnatevi da soli. Siate autodidatti. Se tutti dicono la stessa cosa chiedetevi cosa non dicono. Se tutti fanno apertamente la stessa cosa chiedetevi cosa fanno di nascosto. Non fate i bulli con i compagni, non sono loro il nemico, il nemico marcia sempre alla vostra testa. Il nemico sono io. Se incontrate il Buddha per la strada, occhio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quello che non gli riuscì di imbrigliare lo massacrarono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sapete ragazzi, quello che vorrei davvero dirvi è che se state male, vi sentite infelici o agitati, non riuscite a studiare, pensate di farla finita o non riuscite ad abbandonare lo smartphone nemmeno un minuto, se vi sentite in pericolo e temete le vostre stesse azioni, non fidatevi degli psichiatri. È rischioso. Se andate male in matematica non credete a chi vi dice che avete la discalculia, è soltanto che andate male in matematica, non un dramma. Non credete alle parole brutte e difficili dei controller. Se vi dicono che avete l’ADHD non credeteci, l’ADHD non esiste. Non lasciatevi drogare dalle parole. Quando una parola diventa credenza è difficile toglierla dai vocabolari. Se siete dipendenti dal telefonino non siete dipendenti dal telefonino, ma dagli uomini che tessono il mondo, producono fatti sociali e su questi costruiscono poteri planetari. SIETE DIPENDENTI DAGLI ORCHI, NON DAI TELEFONINI. Tutte le relazioni che vi sembrano relazioni con le cose, le sostanze, gli apparati, sono relazioni con gli uomini e generano sofferenza. Le relazioni con gli uomini sono diventate relazioni con le cose e quelle con le cose relazioni con gli uomini, già lo diceva un oscuro pensatore dell’ottocento, un certo Karl Marx, nato a Treviri il 5 maggio 1818. Or sono duecento anni, la Terra nutriva ancora una speranza. Mi capite se vi dico questo, se vi parlo di rovesciamento della realtà?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cosa aspetta a iniziare?</p>
<p>non lo so, ho bisogno di tempo</p>
<p>ma sta per finire</p>
<p>cosa?</p>
<p>il tempo</p>
<p>no quello no, è il mondo che sta per finire il tempo no</p>
<p>no?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi mettono fretta, ragazzi. Vogliono che dica le solite quattro cose. Menzogne abituali. Non ci riesco. Non posso inneggiare a una riforma-non-riforma. Un fallimento. Le etichette della psichiatria, non solo il manicomio, sono la vera follia, il vero stigma. Il danno. Creano realtà che crea altra realtà. Se scrivo discalculia sul computer il programma non riconosce la parola. Ma la parola esiste ed è diventata fenomeno: se sei abbastanza bravo e inventi la parola e la fai circolare allora hai inventato il fenomeno e ci puoi fare una fortuna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ma insomma, perché il sociologo non parla?</p>
<p>non so cosa dire</p>
<p>facciamo parlare qualcun altro</p>
<p>cosa potrebbe dire al posto mio</p>
<p>lo stigma, la 180…</p>
<p>no, parlo io</p>
<p>ma non è in condizioni</p>
<p>sì che lo sono</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Discalculia, ADHD, schizofrenia: ragazzi, sono solo etichette stigma impronta bollo marchio timbro di fuoco sul corpo dei dissidenti. Giovani bambini adulti donne. Strega, il rogo ti aspetta. Supplizi psicofarmaci elettrochoc biotech. Il rogo sono i moderni inquisitori psichiatri insegnanti neuro-qualcosa ad accenderlo. Torturano dietro lo schermo della falsa scienza. Tutti, compresi quelli della 180. Lo stigma originario è la diagnosi psichiatrica. Le terapie servono a confermarlo. Restituiscono al medico la garanzia di una diagnosi corretta. Vizio circolare: se riconosci di essere malato ti darò i farmaci appropriati / se prendi i farmaci vuol dire che sei malato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dottore, sono i farmaci che mi fanno ammalare. Questa affermazione prova la tua malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il sociologo sta poco bene</p>
<p>è svenuto</p>
<p>chiamate un’ambulanza</p>
<p>abbiamo problemi per restituire i risultati dei questionari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>io mi richordo anchora che senthia musicha celthica </em></p>
<p><em>mentre la nave bianca scricchiolando</em></p>
<p><em>senza ammortizzatori su sconnessi </em></p>
<p><em>sampietrini romani trasportava</em></p>
<p><em>il corpo delirante all’ospedale</em></p>
<p><em>erano in atto tentativi di rianimarlo</em></p>
<p><em>confusioni, vanvera – né capo né coda </em></p>
<p><em>e venne l’ambulanza a trasportarlo</em></p>
<p><em>ma chi è questo? </em></p>
<p><em>è il sociologo; </em></p>
<p><em>che dice? </em></p>
<p><em>sapete ragazzi, vi fottono con le parole, dovete fare molta attenzione alle parole, le parole sono fatti, organizzano la realtà, non c’è realtà prima delle parole solo caos ma quando le parole hanno definito una cosa è difficile cambiarla, vince l’abitudine </em></p>
<p><em>avete sentito, ci chiama ragazzi </em></p>
<p><em>diglielo che ho cinquant’anni </em></p>
<p><em>vi racconterò una ricorrenza, il 12 dicembre del 69 a Chicago Allen Ginsberg testimoniava sui fatti di agosto 68 alla convention democratica, quando la polizia aveva massacrato i dimostranti senza preavviso </em></p>
<p><em>non avevano fatto nulla di pericoloso o violento, li aveva massacrati gratis </em></p>
<p><em>sta delirando, gli diamo qualcosa per calmarlo? </em></p>
<p><em>nello stesso tempo e nello stesso Stato, però a migliaia di chilometri di distanza, fra le Alpi e il Mediterraneo, esplose una bomba </em></p>
<p><em>di che parla? </em></p>
<p><em>delira </em></p>
<p><em>uccise sedici persone, ricorrenze? </em></p>
<p><em>perché parla di ricorrenze? </em></p>
<p><em>nel 1968 a Boston si riunisce il comitato di lotta dei sopravvissuti alla psichiatria </em></p>
<p><em>e che fanno? </em></p>
<p><em>parlano </em></p>
<p><em>è facile parlare se non si passa ai fatti</em></p>
<p><em>le parole sono fatti</em></p>
<p><em>ma che dice? </em></p>
<p><em>il presente è un’invenzione della memoria </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>ora riportatemi a scuola devo una restituzione agli studenti</p>
<p>qui facciamo un TSO altro che scuola</p>
<p>sta delirando, se ne rende conto?</p>
<p>ah, ma se deliro come faccio a rendermene conto</p>
<p>firmi questo foglio</p>
<p>io non firmo niente</p>
<p>predisponiamo il TSO</p>
<p>lasciatemi! devo andare dagli studenti, si aspettano una restituzione</p>
<p>ma che cosa deve restituire? non può farlo domani?</p>
<p>no, domani è troppo tardi</p>
<p>scade il tempo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>due giorni fa, mentre preparavo le tabelle da mostrare ai ragazzi, prendevo appunti, commentavo le loro risposte ai questionari, preparavo insomma la restituzione, hanno bruciato una strega, Erendira</em></p>
<p><em>non di questo ero venuto a parlare, ragazzi, ma non riesco a pensare ad altro, allora che faccio? me ne vado e vi lascio in balia di liete novelle sulla 180 che ha chiuso i manicomi e liberato i matti? non ci sono più i manicomi pubblici ma ci sono altri inferni, i circuiti obbligati della riabilitazione, i simulacri della psicoterapia, la libertà vigilata,  l’abbandono; il nostro paese, ma tutto il mondo è paese, no? è strano, chiude i bordelli e pensa di avere eliminato la tratta delle donne, chiude i manicomi e pensa di avere debellato la piaga dei maltrattamenti psichiatrici; </em></p>
<p><em>al dipartimento di salute mentale hanno sempre tanto da fare: cambiano spesso la carta intestata iniziando dal font, ah, il font! è così importante il font, e poi il logo, il logo! lunghe discussioni per decidere dove va messa la firma del direttore: a destra o al centro in fondo alla pagina? e la data? e il numero di protocollo? elettronico o manuale, il numero di protocollo va in alto a sinistra subito sotto il logo, sembra facile decidere la collocazione del numero di protocollo nella carta intestata, ma è una grande responsabilità! </em></p>
<p><em>sì, lo so, intanto c’è chi muore in un rogo, si butta nel fiume o si spiaccica in strada volando dalla finestra, ma pure un logo non è cosa da poco </em></p>
<p><em>c’è chi muore intossicato di psicofarmaci in una clinica o in ospedale, lo so, c’è chi muore come Erendira; s’è bruciata nel parco (due righe di cronaca e via) s’è uccisa (che ci puoi fare quando uno è malato di mente spesso s’ammazza) ha scelto un modo atroce per andarsene, cospargersi di solvente e darsi fuoco (è la malattia) (vuole manipolarci, fare leva sui nostri sensi di colpa) </em></p>
<p><em>non dite che è stata assassinata dal sistema, sono pensieri che non si fanno più da tanto tempo, non parlate di femminicidio di Stato, dimenticate in fretta Erendira – occhi impauriti sorriso timido intelligenza tagliente come un bisturi, Erendira vittima dell’indifferenza dei protocolli, del gelo terapeutico, del suo stesso carattere dimesso e ribelle, resistenza passiva difficile da domare, veicolare</em></p>
<p><em>due o tre cose so di Erendira, una donna è sempre un mistero, eppure pensavo di conoscerla – richordo le mani, le unghie cortissime rosicchiate dall’ansia dalla timidezza dalla paura – chi le ha strette quelle mani di recente? chi l’ha abbracciata? non rientra nei compiti del dipartimento, Erendira non è carta intestata, non possiamo farci carico dei sentimenti di tutti – richordo i saluti quando arrivava al centro di riabilitazione e quelli per le scale quando usciva – io la conoscevo bene? al dipartimento di salute mentale dobbiamo occuparci di molti, troppi, e poi anche dei quarant’anni della 180, della propaganda sui media e i social, dobbiamo decidere chi mettere a capo delle unità operative complesse e di quelle semplici, di come organizzare la carta intestata, suddividere il territorio, comporre le equipe, dobbiamo sapere chi farà carriera e chi no altrimenti saltano le alleanze</em></p>
<p><em>per Erendira, suicida in un parco là dove la città finisce, finisce che non c’è tempo – e adesso il tempo è finito – verrà seppellita in terra sconsacrata? verrà cremata per finire l’opera? </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>Roma, 23 luglio 2018</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Je so&#8217; pazzo &#8211; un film di Andrea Canova</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/10/je-so-pazzo-un-film-andrea-canova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Canova]]></category>
		<category><![CDATA[Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[crowdfunding]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[Inbiico Teatro]]></category>
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		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Fragna]]></category>
		<category><![CDATA[opg]]></category>
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		<category><![CDATA[Sant'Eframo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot “Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”. Braudel &#160; Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla &#8211;  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce. Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/225573279" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”.</em></p>
<p style="text-align: right;">Braudel</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riabitare i luoghi di confine significa riscriverne la storia senza cancellarla &#8211;  là dove tutto sembra(va) votarsi proprio a questo: all’oblio. Significa dare alla storia precedente, per sottrazione, una nuova voce.</p>
<p>Riabitarli, riscriverli, e infine raccontarli: perché senza una narrazione che sappia entrare nei sotterranei di un passato dimenticato e di un presente riedificato, con occhio spalancato ma con la delicatezza che non sfonda i muri ma li apre come si aprono le maglie del sottile, il <em>nuovo</em> resterebbe confinato all’invisibile.</p>
<p>Il regista Andrea Canova, realizzando il film per la giovane etichetta <a href="https://inbilicoteatro.org">Inbilico Teatro &amp; Film</a> &#8211; e con l&#8217;aiuto di una campagna di crowdfundig per sostenere le spese di post-produzione,  con un incedere largo ma in sordina, senza sovrapporsi ai rumori e alle voci del luogo ma posizionandosi dal lato della testimonianza, restituisce una visibilità per molto tempo mancata: ripercorrendo il territorio che si propone di raccontare, lo attraversa non solo nella sua dimensione spaziale, ma anche in quella temporale: è l’alternanza tra il movimento creativo dell’oggi e la staticità coatta di ciò che era ieri l’ex ospedale psichiatrico di Sant’Eframo, ora sede del collettivo <em>Je so’ pazz</em> che, occupandolo nel 2015, l’ha rifondato, dandogli una nuova possibilità di parola, di respiro, di libertà.</p>
<p>La struttura carceraria, ricavata dalle mura antiche di un vecchio monastero del ‘600, convertito in ospedale psichiatrico giudiziario nel 1978 a seguito della Legge Basaglia, e chiuso definitivamente nel 2008, è un’architettura imponente. Un’architettura abitata per anni da un mondo confinato e invisibile, in cui Michele Fragna, voce e corpo narrante che appare a tratti, nell’imprevisto della discorsività visuale, attraverso i suoi vecchi scritti poetici di ex internato, fa riemergere ciò che prima era – e ciò che prima <em>non</em> era – Sant’Eframo.</p>
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<p style="text-align: right;">&#8220;Quand&#8217;anche fosse son pazzo, e allora?/Mi rimane un tanto per essere felice/ Mi rimane un tanto per le mie sofferenze/Mi rimane un tanto per dire ho un amico, per dire ti odio, ho paura/ed altro ancora/Mi rimane un tanto per dire: sono un uomo&#8221;<br />
Michele Fragna</p>
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<p><em>Dove il colore predominante era il grigio, ora sono murales e tinte forti, dove prima era silenzio, ora sono risa di ragazzini che giocano a pallone, dove prima erano detriti, ora spunta un sottile strato erbaceo, dove prima era muraglia di separazione, ora è palestra di roccia, dove prima erano letti imbrattati di umori, ora c’è il suono di un violino, dove prima erano grida soffocate, il battere di cucchiai sulle sbarre, ora c’è uno strumento che suona, le voci che l’accompagnano</em>.</p>
<p>Perché un paesaggio in cui l’umanità si muove è anche questo: un paesaggio sonoro. E l’elemento sonoro è un&#8217;altra componente fondamentale del documentario che, in alcuni precisi momenti, ci riporta al precedente lavoro di Canova, <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hvBOQBEw2ec">Il vicino</a>.</em></p>
<p>Riabitare luoghi infernali (“qui ho visto l’inferno”, recita una delle testimonianze appese alle pareti), permette anche (per i “sopravvissuti” e per la memoria collettiva) la rielaborazione di un lutto: il lutto dei dimenticati, di ciò che prima faceva scarto, dei residui corporei, dei vecchi plichi ingialliti, dei frammenti di vita gettati nelle macerie. L&#8217;abbandono assoluto, l&#8217;uscita dalla scena del mondo.</p>
<p>“Vengo qui perché nel quartiere non abbiamo un campetto da calcio”, dice un bambino.</p>
<p>E come lui, nell’ex opg, oggi trova casa e senso comunitario chi altrove non riesce a costruirlo e a farne parte. L’ambulatorio medico, le aule d’insegnamento, il laboratorio di teatro, le “pizzicate”, la stanza dei violini, l’accoglienza ai migranti, le tavole rotonde, la passeggiata, lo scambio pieno della parola, il riconoscersi, l&#8217;appartenenza: una scena che esonda in fermento, che s’interroga sui nuovi significati e i vecchi significa<em>nti</em>:</p>
<p><em>“Non è che sono pazzi, sono persone normali, soltanto che hanno un piccolo problema. Se tu ti spezzi una gamba ti devono chiamare zoppo?”</em></p>
<p>Nel ricordare è sempre e necessaria anche una “perdita di ricordo”, una dimenticanza : non significa rimozione, negazione, al contrario significa dimenticare qualcosa per poter far rivivere qualcosa di nuovo.</p>
<p>Se questo è quello che il collettivo <em>Je so&#8217; pazz</em> ha fatto concretamente nei fatti, l’operazione del regista si sposta in una zona simbolica pur restando a stretto contatto con un Reale ustionante: nel documentario non si tratta solo di descrivere lo stato attuale delle cose, né solo di tenere a mente ciò che in un tempo straziante è stato: si tratta piuttosto di  questo: raccontare il Possibile.</p>
<p>Non è quindi un’operazione che si limita a denunciare e svelare ciò che non è stato fatto, ciò che non doveva farsi, ma anche e soprattutto: ciò che si può fare, ciò che si può dire. Lì, come nei tanti altrove che ancora, sfortunatamente, permangono nel mutismo.</p>
<p>Come dichiara Werner Herzog “Per una civiltà così avanzata come la nostra, essere senza immagini che siano adeguate ad essa è un difetto così grave come l’essere senza memoria”.</p>
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		<title>Essendo il dentro un fuori infinito #12</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 05:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Poi ha cominciato a tremare. Il suo corpo in miniatura, fatto di ossa grosse e carne fertile per proteggerla dagli spigoli si dimenava nel letto : tutto attorno, l&#8217;odore acre di naftalina e disinfettante percorreva la laguna della sua testa, si muoveva piano come ogni senso, l&#8217;opposto del viaggiare del corpo della piccola donna. Tremava [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
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<div>Poi ha cominciato a tremare. Il suo corpo in miniatura, fatto di ossa grosse e carne fertile per proteggerla dagli spigoli si dimenava nel letto : tutto attorno, l&#8217;odore acre di naftalina e disinfettante percorreva la laguna della sua testa, si muoveva piano come ogni senso, l&#8217;opposto del viaggiare del corpo della piccola donna. Tremava il letto, le sbarre, portavano lenzuola nel corridoio &#8211; pensavamo ad un&#8217;impiccagione &#8211; portavano i segni dei legami deboli, dei crani lucidi e minuscoli. La piccola donna versava latte dalle labbra, lo raccoglievano in ciotole che potessero contenere tutto il liquido di cui era fatto il sole che aveva in corpo : un oggetto lucente e pieno, astro che si dimena per confondere il giorno e la notte. Era la notte dei baci nei bagni e delle scarpe appoggiate alle finestre, e non c&#8217;erano finestre ma gabbie. Il corpo della piccola donna, alta poco più di un metro, si dimenava vorace, aveva sete, ma la sete era conficcata nel costato, appena sotto la gola che si stava stringendo.</div>
<p>Io e gli altri fabbricavamo ipotesi : cappi, lampadari caduti, specchi spaccati dalle piccole dita gonfie, un taglio, una metamorfosi. Gli avvelenatori passavano e ripasssavano davanti alla porta della stanza con velocità doppia, un andirivieni di tracce umane per prendersi cura della donna come ci si prende cura degli animali: metterla in una gabbia, legarla, aspettare che passasse la crisi, aspettarsi la seconda, la terza, una via d&#8217;uscita.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68303" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140503_152957.jpg" alt="20140503_152957" width="1536" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140503_152957.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140503_152957-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140503_152957-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
</div>
<p>Le mandibole che crediamo di poter muovere sono ferme, non ammettono parole, non ammettono boccate d&#8217;aria : qui tutto è fumo e silenzio, il silenziatore degli organi, la fame. All&#8217;alba abbiamo visto la barella trasportarla nella camera oscura, scattare le foto per il mattino successivo e poi svilupparle nell&#8217;anticamera del cervello.</p>
</div>
<p><i>Quando cammino mi sento debole, ho i piedi piccoli, sono quasi un mollusco. Mi aggrappo alla roccia come una sirena senza coda, riduco le dimensioni : è necessario chinarsi per accendermi, muoversi lenti per abbracciarmi, abbassare le spalle, sono la nana del laboratorio che vive una vita senza vita. Qui tutto non è permesso, devo chiedere che mi allaccino i piedi alle braccia, devo disossarmi, prepararmi alla visita di chi non mi è caro, piangere perché tu te ne vai, consegnarti il bracciale portafortuna. Appenderesti questa fotografia per me? Sì. Il muro è secco, la colla non resiste.<br />
Siamo noi la colla : non vedi bambina come siamo incollati a questo tremito?</i></p>
<p>Ancora, dalla stanza verde, vedevamo passare ossa di cani e piccole piante in fiore. Se era una morte doveva essere quella di una bambina &#8211; e invece non era morte, e invece non era bimba, e invece non era niente. Loro passavano e ripassavano le leggi che li avevano portati fino a lì. Formule chimiche, distanze di elettroni, apertura dei corpi, membra rotte, membra legate, legami tra neutrini. Noi aspettavamo nel cassetto : avevamo a disposizione lacci di scarpe, cordoncini e piccoli oggetti in miniatura. Ci sedevamo sui letti spiando l&#8217;irreparabile, immaginando le teste spaziare nel perimetro della consapevolezza. Noi eravamo noi, lei non c&#8217;era : in un altrove senza misura poteva finalmente dirsi salva.</p>
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</div>
<p>Cos&#8217;è un corpo che si dimena se non un grido rivolto all&#8217;infinito?</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68304" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140506_174515.jpg" alt="20140506_174515" width="1536" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140506_174515.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140506_174515-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140506_174515-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
</div>
<p><i>Non abbiamo piedi per calpestare il mare, bambina. La felicità è solo una porta da cui osservare la vita dei mondi, degli astri nascenti, della luna piena. L&#8217;infelice è una fessura, la portiamo tra le gambe per nasconderla : andrebbe riportata alle origini, sopra il mento, andrebbe mostrata come una bocca. Piena o vuota poco importa. Noi siamo gli infelici senza gambe, tu sei una bambina dalle braccia lunghe. Hai visto quanto mondo c&#8217;è nel mondo? Quanto da queste grate è possibile vedere? Il riflesso della luce ci appartiene : basta un balzo fuori dal vetro per poterlo raccogliere, mettere in tasca e incastrarlo tra le costole. Questa è la zona fertile, bambina : la possibilità di un lago, il lago in un riflesso. </i></p>
<p>Riflettendo sulle cose morte abbiamo dedotto che non fosse un rito funebre ma piuttosto un appello : lei c&#8217;era ancora, e noi eravamo gli stupidi combattenti che attendevamo il via per poter fuggire dalla stanza al luogo buio del corridoio. Fabbricavamo armi con i pochi oggetti che nascondevamo dietro i cassetti : aprire un cassetto e non trovarci niente, ma dietro, tra la fine e la muraglia, dietro c&#8217;erano spille, oggetti appuntini, cordoncini, lamette, profumi pronti a rompersi per magazzinare il vetro prodotto. Ci piaceva dichiararci custodi di un arsenale invisibile pronto all&#8217;uso. Non lo usavamo mai.<br />
M. era stata portata nell&#8217;ultima stanza, colle braccia legate alla ferraglia del letto. Il corpo in piena si dimenava come un fiume, traboccava oggetti da ogni parte. E noi, pronti all&#8217;attacco, non ci attaccavamo a niente. Restavamo aggrappati alle nostre particine da teatro : fare uno sguardo buffo, mettere una maschera sulla testa, danzare un balletto per i nuovi arrivati. Lei era legata, noi annegavamo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-68305" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140517_095856.jpg" alt="20140517_095856" width="1536" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140517_095856.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140517_095856-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/20140517_095856-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Non partite senza di me. Il mio cuore è fragile ma pulsa come una stella remota, se mi dimeno è per raggiungere l&#8217;infinito, quello che non sapete, quello che non sappiamo. Mi è stato dato un corpo in miniatura, mi è stato chiesto di abitarlo : ma è possibile abitare un corpo estraneo attaccato e che rigetta? Guardate fuori : il possibile è questo noi che non abbiamo ancora avuto la capacità di pronunciare. </em></p>
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		<title>Essendo il dentro un fuori infinito #11</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2017 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[colla]]></category>
		<category><![CDATA[ESSENDO IL DENTRO UN FUORI INFINITO]]></category>
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		<category><![CDATA[guanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Il signor guantini ha una sedia al posto del corpo, si muove piano, la lentezza delle lumache con il guscio. Le mani ricoperte di cotone bianco, i piedi fasciati, gli zoccoli color fumo : potrebbe incollarsi ovunque, negli ovunque dei territori, diventare territorio per gli altri : gli oggetti, le zampe, le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Il signor guantini ha una sedia al posto del corpo, si muove piano, la lentezza delle lumache con il guscio. Le mani ricoperte di cotone bianco, i piedi fasciati, gli zoccoli color fumo : potrebbe incollarsi ovunque, negli ovunque dei territori, diventare territorio per gli altri : gli oggetti, le zampe, le cose scoperchiate dall&#8217;interno.<br />
Porta a tavola un cuscino, il suo bicchiere anti colla, il cancellino per eliminare tutte le cose morte, com&#8217;è morto lui, da tempo, sotto la superficie terrestre. Il signor guantini mi chiama, ascolta Leonard Cohen da mattino a notte, urlano di addormentarsi, ma il letto è una trappola, potrebbe rimanerci attaccato, le ossa contro la tela bianca.<br />
Qui, nei corridoi del cervello, si eliminano una ad una le ombre per poi riproporsi quando il silenzio si vota all&#8217;eterno, all&#8217;angolo inclinato del tempo.</p>
<p><em>&#8220;Vorrei una maschera per mascherare il volto, non posso baciare né toccare, posso solo distanziarmi dalle cose immobili, restare fermo, staccare un piede alla volta dalla membrana del pavimento : mi scollo dalla scena del mondo, mi preparo alle parole divise, mi divido&#8221;</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-67101" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban-9.jpg" alt="Sluban-9" width="520" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban-9.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban-9-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban-9-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p>Il signor guantini danza lento fino alla sala da pranzo, appoggia una ad una le sue frattaglie, si piega a sinistra, leggermente inclinato per verificare l&#8217;inverificabile : che non ci sia colla sul piatto, che il cibo non faccia differenza. Ha suscitato vita nella vita, il punto di incontro tra due superfici : la sua, quella della terra, degli spazi aperti come ali di volatili impazziti. Ma qui dentro, tra la resa e la funzione di una scelta, tutto è già prestabilito. Pile di guanti bianchi nell&#8217;armadietto, la sua sopravvivenza. Non dicono niente, non dice niente se non il niente dell&#8217;esistenza, lo scarto che sappiamo percepito.</p>
<p><em>&#8220;Cos&#8217;è il percepito? Cosa fa metafora di questo rimasuglio di vita che non vive, di volti appesi alle pareti? Ho un foro nel torace da cui entrano serpenti, si dimenano fino a mordere la gola. Cos&#8217;è questo dolore che mi attacca alla vita, che mi distacca solo attraverso il bianco? Cos&#8217;è questa vita che dice parla e non parla, che dice vuoto e non svuota, che non dice nulla. Le mani bianche si allungano come animali per aggrapparsi ai piccoli cuccioli d&#8217;oggetti, le poso ferme, ho i miei orari, le mie torture fissate nella zona occipitale&#8221;.</em></p>
<p>Poi il pavimento si fa muto, ricorda il grado zero per richiamare all&#8217;ordine. Ma l&#8217;insopportabile è questo sentire, questo sentimento che urla : se il grado è più basso, la vera sofferenza è accorgersi che non c&#8217;è alcuno zero, che lo sprofondo è sprofondato, che le mescolanze non sono possibili. E il signor guantini non si mescola, resta confinato in un muro di cotone, avvolto nelle garze, identificato con l&#8217;Essere che l&#8217;ha disperato.<br />
I dispersi siamo noi che cerchiamo un contatto, che quando lo cerchiamo siamo già nel tattile, nell&#8217;agalma denso delle cose.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-67102" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban10.jpg" alt="Sluban10" width="512" height="342" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban10.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban10-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban10-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></p>
<p>Sotto terra, i piccoli bagliori del giorno attraggono per forza di gravità i piedi di G. La condanna di essere ancorati per forza grave alla crosta terrestre, come un mollusco allo scoglio, e non c&#8217;è ragione, non c&#8217;è alcuna via d&#8217;uscita o d&#8217;entrata : tutto spinge verso il basso, il suo corpo si muove lento, affaticato da millenni. A volte, nei ritagli di tempo del cervello, si apre una buca, cadono dentro piccoli astri, lumini in forma sonora &#8211; e lui li raccoglie con i suoi guanti bianchi, li posa uno a uno sulle teste degli altri, li rovescia nell&#8217;incomprensione.<br />
<em>Cos&#8217;è dato sapere della notte? Cosa la notte dice della notte?</em></p>
<p>Il signor guantini allunga e dilata gli spazi come i tempi, ogni movimento, ogni spasmo vagale potrebbe incollarlo agli oggetti come al tempo, come ai territori percorsi dall&#8217;immobilità. E dunque non c&#8217;è speranza, non c&#8217;è sperabile, c&#8217;è solo attesa. Che arrivi il giorno, che il giorno sia vestito da giorno, che sia protetto, che arrivi il pasto, che sia risucchiato con la cannuccia perché le labbra non facciano presa col bicchiere, che ci sia vuoto, una zona concava in cui attendersi.</p>
<p>Siamo tutti qui, lo guardiamo, gli scostiamo la sedia perché possa passare il passato, lo cibiamo. Leonard canta un canto d&#8217;amore, e il signor Guantini qui dentro è l&#8217;unico a saperlo : incollato alle note com&#8217;è incollato alla vita. Resta perché è impossibile non restare, perché andare scivola nel deleterio. L&#8217;immobilità che siamo, quando ci accorgiamo di essere vivi, sono i guanti di G. La metafora di un non poter partecipare all&#8217;esistere, di esistere solo per ancoraggio.</p>
<p>La stanza è piena di cimici, montano sulle teste, scavano piccoli forellini sulle tempie e lì si annidano. Il ronzio è questo nostro mondo che non smette di parlare anche quando tace, che smette quando la parola si fa oggetto e si scolla dalle pareti per entrare nei corpi e farsi corpo. Una ad una cadono,<br />
una ad una restono, resistono il tremare, restituiscono ombra all&#8217;ombra.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-67103" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11-1024x688.jpg" alt="Sluban11" width="720" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11-1024x688.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11-768x516.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/Sluban11.jpg 1280w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><em>&#8220;Dove tutto questo immobile è sollievo, dove crolla, dove dice, dove mastica, dove preme, dove angoscia, dove turba, dove grida, dove piange, dove arranca, dove strappa, dove preme, dove si attacca, dove accade, dove non accade, dove mangia, dove impreca, dove morde, dove dice, dove indietreggia, dove fa male, dove fa uno, dove è doppio, dove è stanza, dove è niente, dove ride, dove stride, dove nei mondi del dove. L&#8217;imperativo è assoluto : io guido le ripercussioni del passato attraverso i tubicini infilzati a forza. Resta una sanguisuga appoggiata sul ventre. Sotto ipnosi dice : poggiatene sedici : è qui che duole&#8221;.</em></p>
<p>Ma non duole, la disperazione è il grado zero che scende al di sotto, che ribadisce una verità non assoluta.<em> Che lo zero non esiste. Che siamo sottozero, che non siamo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>fotografie di Klavdij Sluban</li>
</ul>
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		<title>Nannetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2015 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Il Margine]]></category>
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		<category><![CDATA[Volterra]]></category>
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					<description><![CDATA[Il peso della parola / su Nannetti di Paolo Miorandi di Mariasole Ariot BIANCHI RUMORII,associati, radiali passaggi sopra la tavola con il messaggio-nella bottiglia (P. Celan) Un libro come un muro lungo 180 metri per 2, perché lo spazio non è una questione di dimensioni. Tre voci o forse una : come Nannetti graffiava l&#8217;intonaco con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il peso della parola</strong> / su <em>Nannetti</em> di <strong>Paolo Miorandi</strong></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>BIANCHI RUMORII,associati,</em><br />
<em> radiali</em><br />
<em> passaggi</em><br />
<em> sopra la tavola</em><br />
<em> con il messaggio-nella bottiglia</em><br />
<em> (P. Celan)</em></p>
<p>Un libro come un muro lungo 180 metri per 2, perché lo spazio non è una questione di dimensioni. Tre voci o forse una : come Nannetti graffiava l&#8217;intonaco con la fibbia degli internati per costruire una parola – quando le voci interne possono uscire dalla gola per potersi finalmente pronunciare &#8211; così la penna di Miorandi incide piano la pagina bianca, per ogni parola uno scavo preciso, non ferita ma feritoia : non una scena che si mette in scena ma un invito alla sospensione, come sospesa è la punteggiatura. Solo i nomi restano maiuscoli.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nannetti Oreste Fernando N.O.F 4</strong> : reparto Ferri del Carcere di Volterra.</p>
<p><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-55065 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/220px-NOF4_da_giovane.jpg" alt="220px-NOF4_da_giovane" width="220" height="285" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il messaggio-nella-bottiglia di N.O.F.4 ha rotto i vetri che lo costringevano, sconfinato e tracciato un nuovo confine attraverso i tratti delle sue parole, così Paolo Miorandi, riprendendo nuovamente la poesia di Celan si <em>ascolta, porge/ascolto a un mare/lo beve/per giunta, e disvela/le mal praticabili/bocche</em>.</p>
<p>Il narratore torna nei luoghi, entra nelle zone interstiziali, piega l&#8217;occhio per affondare la vista, parla con Aldo l&#8217;infermiere, custode della parola e traduttore : l&#8217;uomo che ha trascritto l&#8217;intero muro su carta, segno dopo segno, riconoscendo, traducendo lettere, simboli, stelle, onde radio, compagno di viaggio di un <em>austronautico ingegnere minerario del sistema mentale</em>, alieni con il naso ad Y, e ancora segni, e ancora lettere, e dichiarazioni, e simboli, e onde radio, e mani minerarie e stelle &#8211; e le tre voci diventano unico suono che restituisce non il racconto di un uomo ma il racconto di un racconto, che inclina la testa da parte a parte ad ascoltare il mondo dell&#8217;altro, dell&#8217;altro-dell&#8217;altro e del proprio.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-55067" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-1024x683.jpg" alt="panchina nannetti" width="700" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/panchina-nannetti-900x600.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Se Nannetti incideva le lettere attorno al bordo dei compagni seduti sulla panchina (tre vuoti che segnano l&#8217;ombra antica di tre corpi), così la scrittura dell&#8217;autore non chiede all&#8217;altro di piegarsi, non spinge strattonando per aprire uno spazio forzato ma circonda con la parola il vuoto necessario al lettore per appoggiarsi a quel muro. Le sagome date per sottrazione comportano così una doppia testimonianza : la testimonianza di chi scrive, la testimonianza di chi legge.</p>
<p>La voce di Miorandi – come pure si dispiega nella realtà fisica quando parla : pacata, cadenzata, una grazia ipnotica &#8211; restituisce così l&#8217;ostinazione di un urlo che per poter urlare ha bisogno della pazienza e dell&#8217;incisione lenta.</p>
<p>Ogni parola porta un peso specifico : non una pietra che cade ma un muro che, non potendo cadere, decide di parlare.</p>
<p>***</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-55204" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/Copertina-Nannetti.png" alt="Copertina Nannetti" width="183" height="258" />Estratti da <strong>Nannetti</strong>, Paolo Miorandi,<em> il Margine 2012</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[1]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">la prima volta che si sale per la stretta strada nel bosco dopo essersi lasciati alle spalle il pomeriggio estivo ed essere piombati di colpo in un precoce imbrunire, passata una curva, i padiglioni appaiono senza preavviso, come visioni venute dal nulla, o come gigantesche carcasse d’automobile abbandonate lungo il bordo di certe strade del sud e ormai diventate elementi del paesaggio naturale, rocce, sassi e tronchi seccati; la prima volta che si va avanti non facendo caso al divieto d’accesso e si supera quella che doveva essere la guardiola della portineria generale, e che, parcheggiata la macchina nello spiazzo, si prosegue a piedi guidati dal richiamo dei corvi, da quel loro gridare e scappare come bambini impauriti al sopraggiungere dell’oscurità; quando, entrati nel cortile del Ferri, adesso stanco e remissivo come una cittadella sconfitta, aperta al termine dell’assedio, e senza riuscirci si prova a vedere, e allora si avanza ancora di qualche passo guardando con maggior attenzione, come se in quella luce ombrosa e spessa gli occhi facessero fatica a distinguere i contorni delle cose e le tracce umane si confondessero in perfetta mimesi con i segni naturali, con la corteccia rugosa dei tronchi, l’ondeggiare dei rami, l’intreccio delle sterpaglie; quando poi, diradata la nebbia dallo sguardo, prima davanti e solo in seguito ai lati, si cominciano a percepire i richiami delle cicatrici di pietra, fratelli e sorelle, fratellastri e sorellastre, come tracce di antichi tagli, 1927, Nannetti Mara, alta un metro e settantacinque, sorellastra, nonna e madre; Nannetti Oreste Fernando, il nome che più di ogni altro hai inciso sul muro, alto un metro e sessantacinque, fratellastro; e ancora, cugini, bocca stretta, cuginastri e cuginastra, nonnastra, 1900, sempre bocche strette; Nannetti Oreste Fernando, il nome che ti hanno consegnato quando sei arrivato qui, lungo da scrivere e che un’altra volta hai scritto sul muro, questo muro che adesso si apre come un libro di fronte agli occhi; N.O.F. 4, grado colonnello, nato nel 1925, 1927, ventinove, trentadue, nato a Roma, capitale dell’Impero, nella congiunzione astrale tra il triangolo e il rame, il triangolo della faccia, il rame dei fili elettrici; assieme agli altri uscivi da quella porta, in fila indiana come uno scolaretto alla ricreazione, esco da quella porta e vengo in questo cortile, porta, cortile, muro, ogni giorno, anche se piove </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">[2]</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">basta che non piova a dirotto perché in tal caso non ci portano all’aria e allora non posso scrivere; quando piove dobbiamo girare tutto il tempo attorno al tavolo del refettorio come piccoli pianeti dall’orbita stretta, saturno, mercurio, nettuno, questa tua ossessione per i nomi degli astri e dei minerali, sole uranio, stella uranio, rame, luna urania, lancio su stella 2040, visioni dell’era spaziale che sta per venire; se piove a dirotto, quando giriamo attorno al tavolo del refettorio, accade sempre che qualcuno prima o poi diventa nervoso, attacca briga e si azzuffa, per questo l’infermiere di turno è costretto a intervenire; ma anche se ci chiamavano infermieri, a quei tempi noi ci sentivamo più che altro guardiani, perché questa in fin dei conti rimaneva pur sempre una prigione, sbarre, celle di contenzione, filo spinato; gli stessi superiori ci consideravano guardiani, soldi per loro ce ne davano pochi, noi dicevamo, con i soldi che ci date non potete mica pretendere che li curiamo, ma chi v’ha detto che dovete curarli, voi dovete sorvegliarli, punto e basta; di matti non ne sapevamo nulla, obbedivamo agli ordini, oggi turno al secondo piano, domani turno alle serre, si obbediva agli ordini dell’ispettore generale e del medico, poi ognuno si regolava come meglio poteva; allora l’infermiere di turno dice, la volete piantare sì o no, poi dice, ve l’ho detto già una volta di piantarla, poi è costretto a chiamare l’altro infermiere di turno e portare via quello che dà noia e non vuole più girare attorno al tavolo del refettorio; allora gli infermieri devono prenderlo per le braccia, uno per un braccio e uno per l’altro, devono riportarlo in camerata e se necessario usare le fasce, una da una parte e una dall’altra parte del letto, ma è certo che non sono io quello che gli infermieri devono portare via, io continuo a girare attorno al tavolo del refettorio seguendo il cerchio della mia orbita, non do noia a nessuno, non attacco briga, sto zitto e aspetto che la pioggia finisca; se era bel tempo si usciva in cortile, ognuno faceva le sue cose, lui stava sempre per conto suo; conosciuto? sì l’ho conosciuto, per come era possibile conoscere uno come il Nannetti; ne sono passati di anni, adesso non ci vengo quasi più, è come se questo posto mi mettesse paura, anche se paura non è la parola corretta, ha visto com’è ridotto? lasciato andare in rovina, le racconto volentieri quello che so, no, non si preoccupi, il tempo non mi manca</span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[5] </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">ma di certo io non scoppio, ho il muro, ho la fibbia del gilet che è la mia penna e la mia matita e non ho bisogno d’inchiostro; gli altri si fanno l’acciarino con la fibbia del gilet, acciarino è una parola piena di stranezza, li ho guardati, usano la fibbia del gilet e un bottone di madreperla, usano la scatoletta di latta delle pastiglie per la gola, un filo e un cencio bruciacchiato; io non faccio gli acciarini, tolgo la fibbia dal panciotto, ce l’abbiamo tutti qui dentro, e la uso per scrivere sul muro, è la mia penna e la mia matita; posso indossare il panciotto anche senza fibbia, per me fa lo stesso, gli infermieri lo sanno e non mi dicono più, dove hai ficcato la fibbia del panciotto? non farai mica scherzi vero? sanno che non faccio scherzi; hai scritto, sono l’uomo invisibile armato di fibbia catodica, i fantasmi sono formidabili, dopo la seconda apparizione prendono sembianze materiali; adesso vai dall’Aldo e gli chiedi una cicca, e lui te la dà se è di luna buona, gli dico, Aldo me la dai una cicca, e lui me la dà, ma non tutti i giorni, e se non me la dà non insisto, avrà i suoi motivi, mi dico, l’insistenza è una brutta cosa, per il resto me ne sto per conto mio, non parlo con nessuno e nessuno parla con me; qui tutti erano soli, ma se c’era qualcuno ancora più solo degli altri, quello era il Nannetti; non aveva nessuno, non possedeva nulla; quando l’hanno condotto in fagotteria per la consegna degli effetti personali non aveva niente con sé eccetto i vestiti che indossava; </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">[6]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">se loro non mi parlano arrivano le ombre, strisciano lungo le pareti del corridoio, entrano nella camerata e si accostano al mio letto, gli dico, andate via, ma non vanno via, alzo la mano, la sposto e la ruoto per migliorare la ricezione, ma non sento niente, dico, uno, due, tre, qui Forte Forestal, ricevente attivata, parlate, ma non è in corso nessuna trasmissione, loro non parlano, ci sono solo le ombre; hanno attraversato le inferriate della finestra, non sono certo le inferriate che possono fermarle, sono entrate nella camerata, hanno strisciato lungo il pavimento e si sono accostate al mio letto, gli dico, andate via, ma non vanno via, sono nere e lucide come petrolio e possono passare anche sotto le porte, entrano da ogni buco, mi tappo le orecchie con le mani e sto fermo senza respirare, ma poi devo respirare e allora faccio un respiro corto come un singhiozzo, quando riapro gli occhi sono ancora lì, qui Forte Forestal, Volterra, Pisa, pronto pronto, ricevente attivata, ma ci sono solo disturbi catodici, telequadrante a scariche cosmiche, nubifragi elettrici, e freddo, freddo come in inverno; le ombre sono vive, dopo la seconda apparizione prendono sembianze materiali, la luna nel pozzo è sparita, Saturno, Mercurio, Nettuno, sole uranio, stella urania, luna urania, andate via per favore, dico, stella pazza, due soli fanno due ombre, rispondetemi; aiutami Milena, cara cugina Bianca, rispondimi e mandami mille lire che qui di tutto abbiamo bisogno, in questa casa della misericordia mentale, avamposto nucleare, mia cara Milena, la tua bocca di madreperla, un manicaretto domenicale per il tuo bambino, aiutami, lancio da Forte Forestal, divisione territoriale inglese, lancio su stella 2010 (duemiladieci), lancio su Urano, settore natalizio; trasmissione nel sistema telepatico da base missilistica di San Finocchi, Ospedale Psichiatrico di Volterra, reparto giudiziario, quarta sezione, settore territoriale della svizzera sovietica, lancio su stella 2040, Nannetti Fernando, Ferri, Ferruccio, ferroviere, fischietto, sezione quarantaquattresima, Parigi, possedimenti coloniali francesi d’oltremare, possedimenti coloniali franco-spagnoli, linea costiera, trasmissione notturna da Forte Forestal, base missilistica neuronale, ricevente attivata su frequenza catodica, trasmissione, uno due, pronto, pronto? nel silenzio non si sa, meteorismo cosmico, non sento niente, nessun rumore nella camerata, nemmeno il respiro grasso di Pampana, non sento passi nel corridoio, tintinnare di chiavi, né rumore di padelle in cucina, non sento gorgogliare l’acqua nei tubi, non è la pioggia, sento solo il latrare di un cane, ma so che non è un cane </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<item>
		<title>Dell&#8217;evaporazione dei morti. Della bocca chiusa dei vivi.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/03/dellevaporazione-dei-morti-della-bocca-chiusa-dei-vivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2015 14:50:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[legge basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[medicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[morti]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[roberto dalmonego]]></category>
		<category><![CDATA[silenzio]]></category>
		<category><![CDATA[tacere]]></category>
		<category><![CDATA[territorializzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Di Roberto Dalmonego ci si ricorda la saliva : una bava lenta, trascinata, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia delle lumache che sono già passate. Di Roberto Dalmonego ci si ricorda la camminata, uguale a tutte le camminate della corsia, la camminata faticosa del farmaco. Trascinata, un prolungamento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-52539" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/porte-chiuse-225x300.jpg" alt="porte chiuse" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/porte-chiuse-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/porte-chiuse-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/porte-chiuse-900x1200.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/porte-chiuse.jpg 1536w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Di <a href="http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/03/28/news/uccide-il-compagno-di-stanza-all-ospedale-santa-chiara-1.11132861">Roberto Dalmonego</a> ci si ricorda la saliva : una bava lenta, trascinata, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia delle lumache che sono già passate. Di Roberto Dalmonego ci si ricorda la camminata, uguale a tutte le camminate della corsia, la camminata faticosa del farmaco. Trascinata, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia di un sé già passato. Di Roberto Dalmonego ci si ricorda un corpo steso a terra, un urlo nella notte. Di Roberto Dalmonego non ci si ricorda nulla.</p>
<p>Del piccolo L. si ricordano gli anni. La sua voce masticata dai farmaci, i calzini bianchi, i suoi capelli alla Elvis Presley, il sogno di diventare psicologo &#8211; o forse economista, diceva, o forse Legge. La sua dichiarazione nella camera oscura : <em>sono qui perché non sapevo più riconoscere il male dal bene</em>. Ci si ricorda la finta torta di compleanno, il barattolo della nutella e il pane secco, ci si ricorda la risata improvvisa sui racconti di Maddy :</p>
<p>&#8211; <em>e allora ci addormentavamo con un po&#8217; di benzina, e funzionava</em><br />
ridevamo<br />
&#8211; <em>e i miei nipotini sui covoni si rotolavano, e allora un po&#8217; di benzina funzionava</em><br />
ridevamo<br />
&#8211; <em>ma io sono astemia, il vino no</em><br />
ridevamo<br />
&#8211; <em>poi sono morti tutti i bambini</em><br />
lui continuava a ridere</p>
<p>Di Roberto Dalmonego non si è saputo nulla. Non ci sono tracce fino al 28 marzo 2015. I giornali hanno taciuto, i poteri forti hanno taciuto : quel che conta è silenziare. Strangolato nella notte del 31 marzo di un anno fa. Il piccolo L. l&#8217;ha preso alla gola. Gli infermieri del turno notturno : nessun indagato : tutti dormivano. Li ho visti distesi come larve, il respiro profondo, la fotografia del tacere.</p>
<p><em>Fate silenzio, c&#8217;è chi dorme : noi che non siamo loro, che non siamo voi.</em></p>
<p>Di Roberto non si saprà nulla. E&#8217; morto un disperato, è morto un già morto con la bava alla bocca. Una bava lenta, veloce nella fine, un prolungamento inutile di un residuo di umanità, la scia delle lumache che sono già passate.</p>
<p>Il piccolo L. ha i fiori in bocca, ha camminato nella <em>casa con il sole</em> dipinto sulla porta : territorializzazione spinta, riciclaggio dei malati. Quattro euro l&#8217;ora e due turni a settimana, con tutti i pazzi c&#8217;è un gran risparmio. Un riciclo : dimissioni e poi riutilizzo.</p>
<p>Il sistema psichiatrico trentino piace alla <strong>Cina </strong>&#8211; scrivono i giornali. Una conquista.</p>
<p>I piccoli  L. a cucire borse, all&#8217;ex tossico un po&#8217; di autolavaggio, un po&#8217; di erba portata dai pazienti più esperti dai pazienti più datati, al ragazzo che cade nella paresi offrono un vecchio cesso su cui vomitare, qualche esperimento mattutino, la ragazzina senza corpo nella gabbia dei leoni, vediamo che succede, spingere per sottrazione, sottrarre per inclusione : venite tutti, tacete tutti.</p>
<p>Nessun commento, nessuna notizia. La stampa nazionale tace. Negli archivi della rete si trovano solo buchi : il niente di ciò che resta : un niente.</p>
<p style="text-align: right;"><em>By definition, of course, we believe</em><br />
the person with a stigma is not quite human<br />
E.Goffman</p>
<p>In fondo si trattava di folli. Di chi vedeva demoni strangolando, e di chi sognava strangolatori e ed era già morto. Di chi dormiva strangolato.<br />
Non saperne nulla : essere ciechi non per sciagura ma per godimento. Essere ragnatele trasparenti. Costruire una maglia sicura, allargarla, sperare che nessuno parli. Allargare il più possibile : escludere per inclusione. Fare della città un piccolo manicomio gentile, <a href="http://www.sospsiche.it/associazioni-aderenti-al-sito/aderenti-al-sito/fisam/locandina-delle-associazioni/news-locandina-associazioni-news/article/il-trentino-non-e-unisola-felice/"><em>fareassieme</em></a> per disfare. Quindici diagnosi a testa.</p>
<p>Ma l&#8217;importante è tacere. L&#8217;importante è tinteggiare i muri con la vernice trasparente. L&#8217;importante è verniciare, l&#8217;importante è svestire, l&#8217;importante è riciclare, l&#8217;importante è tacere.<br />
Di Roberto Dalmonego nessuno sapeva nulla. Un solo articolo in un anno. Nessuno saprà nulla. Conta controllare questo nulla, fare del nulla il prestacorpo alle proprie zone morte, conta esportare il modello, dire <em>superare Basaglia</em> con una <a href="http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Salute_e_Ricerca/Inchieste_e_dossier/info1531870410.html"> nuova legge</a> che superi il superabile.<br />
Conta superare per un apparente malinteso, conta scoprire i denti tenaci della novità a costo di distruggere per apparente forza contraria quel che di buono si era fatto.</p>
<p>Muore la 180 nelle zone interstiziali, muore nell&#8217;ombra, muore perché la parola non è contemplata, muore perché l&#8217;incompleto non si accetta, muore per desiderio di assoluto, muore per il totale, perché l&#8217;importante è che tutto funzioni : una macchina perfetta, ingranaggi ben oleati, il filo spinato sulle bocche.</p>
<p>Di Roberto Dalmonego resta l&#8217;ombra sulle piastrelle azzurre. Resta la sedazione come una bava, resta un volto senza faccia, resta un nome senza volto, resta un un corpo senza sepoltura.</p>
<p>Ma : i morti hanno bisogno di nomi, hanno bisogno che si dica, hanno bisogno che non si taccia, hanno bisogno del grave della parola, hanno bisogno di un peso, hanno bisogno del dire, hanno bisogno di vivi che smettano di allungare le spalle al cranio per dire semplicemente : càpita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonti :</p>
<p><a href="http://www.sospsiche.it/associazioni-aderenti-al-sito/aderenti-al-sito/fisam/locandina-delle-associazioni/news-locandina-associazioni-news/article/il-trentino-non-e-unisola-felice/">Il trentino non è un&#8217;isola felice</a><br />
<a href="http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/03/28/news/uccide-il-compagno-di-stanza-all-ospedale-santa-chiara-1.11132861">Il caso di Roberto Dalmonego</a><br />
<a href="http://ricerca.gelocal.it/trentinocorrierealpi/archivio/trentinocorrierealpi/2007/06/29/AN6PO_AN604.html">Il treno dei folli</a><br />
<a href="http://www.psichiatriademocratica.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=209:psichiatria-democratica-e-unasam-contrari-alla-181&amp;catid=29&amp;Itemid=173&amp;lang=it">Psichiatria democratica contro la proposta di legge 181</a><br />
Un lapsus interessante nella proposta di <a href="http://www.leparoleritrovate.com/wp-content/uploads/2014/06/PROPOSTA-LEGGE-2233-PDF.pdf">legge 181</a> : &#8220;Sapere di ciascuno, <strong>sapere di lutti</strong>. Gli utenti è familiari esperti, un jolly prezioso&#8221;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/10/30/il-lavoro-il-carcere-la-coca-cola/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/10/30/il-lavoro-il-carcere-la-coca-cola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 07:18:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[fabio dito]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali psichiatrici giudiziari]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[stopopg]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46810</guid>

					<description><![CDATA[di Dr.Fabio Dito (Stopopg Campania) e Mario Schiavone Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro. Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dr.Fabio Dito</strong> (<a href="http://www.stopopg.it/">Stopopg Campania</a>) e <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg" alt="9684" width="380" height="300" class="alignnone size-full wp-image-46811" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p><em>Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro.</em></p>
<p>  Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti ciò che lo colpisce di più.  Quei piccoli appunti lo portano ad osservare da vicino quanto accade oggi all’interno delle Carceri e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. La contraddizione è così forte che gli viene in mente Freud.<span id="more-46810"></span><br />
  Un grandissimo Studioso che, come molti sapranno, ha praticamente spiegato che una persona fa le cose e poi dice che non le ha fatte. In seguito, non solo dice che non le ha fatte ma le rimuove e le colloca nell’inconscio.<br />
Giovanni sa bene che L’art. 20 della legge 354/75 “sostiene” che devono essere favorite in ogni modo le attività lavorative all’interno delle strutture carcerarie e degli Opg. Immagina nella sua testa un’indicazione chiara: molti detenuti lavorano e quando qualcuno fra i detenuti non possiede capacità tecniche può essere ammesso a un tirocinio remunerato. In cambio di una somma equa e giusta, ovvero – come previsto dalla norma- una paga oraria non inferiore ai due terzi di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali. Tutto torna?<br />
“Non tornano i conti” pensa Giovanni. – nel caos carcerario italiano i conti non danno mai risposte. Anzi, pensa Giovanni dentro di sé: “Mi faccio ancora più domande”.<br />
 La prima che uno come lui si pone è:<br />
“Se guardo il cedolino paga di un detenuto noto che la retribuzione oraria è ben al di sotto di quanto realmente dovrebbe percepire un detenuto. A quanto ammonta la sua paga? Un’ora di lavoro in carcere, (tra contributi a carico del lavoratore, quota di mantenimento e paga fissa e vincolata) vale meno del costo di un litro di cocacola: questa notizia,  retorica pubblicitaria a parte, seconda Giovanni andrebbe condivisa con tutti.<br />
 Eppure Giovanni pensa. Sa bene che pochi sanno che dal 1994 non vengono aggiornate le paghe orarie del lavoro svolto in carcere. Per rendere ancora più angosciante il fenomeno, aggiunge Giovanni, bisogna sapere che intorno alla posizione lavorativa di un recluso si cerca di far ruotare il maggior numero possibile di detenuti: una sorta di job-sharing.  Neanche Ken Loach, nel bellissimo film “In questo mondo libero” del 2007, aveva osato immaginare e narrare un sistema lavorativo tanto labile rispetto alle logiche sindacali di un tempo e alle promesse di recupero.<br />
Un giorno Giovanni, nella sua agenda, appunta un altro esempio. Quello che gli viene in mente è immediato e semplice:  c’è la crisi, non ci sono soldi e molti PRAP ribadiscono la necessità di sospendere l’erogazione dei sussidi di sostegno al reddito a favore dei detenuti e degli internati.<br />
Non siate malpensanti, direbbe Giovanni se dovesse raccontare dal vivo questa storia a degli amici.<br />
 Il malpensante è proprio lui, Giovanni. Perché nelle condizioni fin qui descritte, gli operatori che lavorano negli istituti penitenziari sanno che l’utilizzo di quei di quei pochi soldi destinati al lavoro in carcere diventano per alcuni una forma di welfare penitenziario.<br />
Questo significa che chi è solo (o non sa a chi chiedere un aiuto economico per acquistare il sopravitto) rimane con le mani “legate” cercando di sopravvivere.<br />
Spesso, quando legge i documenti del suo lavoro, immagina le domande dei tanti detenuti che ha incontrato in questi anni. Immagina ognuno di quei detenuti, alle prese con la sopravvivenza, chiedersi: Ma quanto “costa” la mia presenza in carcere? Non basta un sistema di correzione inclusivo a correggere i miei sbagli “sociali”, devo anche subire certe imposizioni?<br />
Talvolta gli sbagli sociali possono essere classificati e paragonati alle colpe mosse da un tribunale kafkiano: cittadini extracomunitari che hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena  politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.<br />
Finiscono così, quegli individui, relegati nel sistema carcerario in attesa di soluzioni alternative che a oggi nessuna forza politica contemporanea attiva in questo paese ha preso in carico con proposte legislative utili e urgenti.<br />
 E se neanche il carcere, così affollato, offre al detenuto una vita quotidiana decente perché un detenuto dovrebbe vivere o sopravvivere alla propria condizione in modo umano e diligente?<br />
 Dopo questa ulteriore domanda, Giovanni pensa di fare un salto in rete. Curiosa per i blog che trattano il tema degli assegni di disoccupazione. Con stupore legge commenti e lamentele sostenute da un pensiero unico e qualunquista: “ non ci sono soldi, piove governo ladro, perché pagare ai detenuti l’indennità di disoccupazione?”.<br />
Avverte Giovanni, osservando quei commenti in rete, un certo rammarico per l’indennità di disoccupazione erogata a chi ha svolto attività lavorative che temporalmente sono superiori alle 57 settimane lavorative negli ultimi due anni…<br />
Come dire: se sei detenuto oggi, perché ti spetta l’indennità di disoccupazione “solo” perché fuori dal carcere hai maturato il diritto a un supporto economico statale? Una Controdomanda per i tanti blogger anonimi dalla mano veloce e dalla mente lenta a comprendere Giovanni cel’ha: Chi ora si trova nella condizione di detenuto, perché poco prima della reclusione ha perso il lavoro, non merita comunque trattamento e dignità pari a un disoccupato non recluso? Anche perché con quello che ti passano in carcere si sopravvive, quando va bene.<br />
Oggi questo. E ieri? Giovanni fa un passo indietro, come in un gioco antico in cui bisogna saltellare usando un sol piede. Questo gesto gli ricorda il gioco della campana, disegnato col gesso bianco assieme ad altri bambini sulle strade di un Paese che non è più quello di un tempo.</p>
<p> In tutti questi anni, Giovanni ne è sempre più convinto, abbiamo assistito alla verticale diminuzione del budget economico destinato al lavoro svolto dai detenuti, a fronte di un’impennata del numero di reclusi.<br />
 La conclusione inquietante a cui pensa Giovanni è: Questo fenomeno ha determinato un aumento del lavoro all’interno degli spazi di reclusione, soprattutto per quei servizi irrinunciabili quali vitto, portavitto, pulizie. Di conseguenza, ai detenuti e agli internati -fortunati secondo alcuni perché lavorano- si chiede e si autorizza anche lo svolgimento giornaliero di alcune mansioni in qualità di volontario.<br />
Giovanni a stare fermo con la mente, a smettere di pensare, proprio non ce la fa: una domanda viene di ancora in mente, prima di raggiungere la base del gioco della campana: col suo discorso e le sue domande ha lanciato il sasso per indicare un obiettivo da raggiungere e poi – saltellando su quel piede- ha scoperto che il riquadro finale non era il punto di vittoria del gioco. Anzi, una zona capace di creare un forte dubbio: esistono le regole per arrivare alla casa-base? Se un internato viene ritenuto come persona incapace di intendere e volere perché “volontariamente” può-deve decidere di svolgere attività lavorative non retribuite?<br />
Pensa molto Giovanni, ma non sa rispondersi. Decide di così di osservare il problema lavoro negli OPG considerando in primo luogo la provenienza geografica degli internati. Anche in quel caso le cose non vanno bene.  Incontra una sorta di federalismo terapeutico. Un sistema, questo, carico di storture per niente utile quando bisogna ri-definire tutte le manifestazioni regionali del concetto di salute mentale.<br />
 Questo perché  nello stesso OPG le diverse Regioni italiane titolari dei progetti di dimissione degli internati con tanto di iscrizione anagrafica nel territorio di loro competenza prevedano percorsi differenti tra loro. Un internato sa che i suoi compagni di cella forse usciranno in maniera differente da lui.<br />
Alcune regioni prendono anche in considerazione attività di Borse Formazione Lavoro finalizzate all’orientamento lavorativo. E in alcuni casi, purtroppo pochi, al reinserimento lavorativo. Questo si verifica nella piena assenza di reali progetti di sviluppo di posizioni lavorative all’interno degli istituti penitenziari.  Ipotesi possibile: Alcuni internati potrebbero iniziare a lavorare già all’interno degli OPG. Quindi facendo uno sforzo di fantasia costruttiva, si dice Giovanni, se si tiene conto che bisogna prima sanare l’imbarazzante questione del lavoro svolto in regime di “volontariato” magari da affrontare con un fantasioso protocollo d’intesa, potrebbe concretarsi il rischio che a parità di prestazione lavorativa resa, la “retribuzione” percepita da un recluso sarà visibilmente differente perché i “datori di lavoro” sono due: quello penitenziario e quello sanitario. Accade qualcosa di simile nei cantieri navali di Monfalcone.<br />
Potrebbe accadere ancora in altri luoghi di reclusione.</p>
<p>In tanti anni di operato, a Giovanni è anche capitato, di incontrare in un OPG un internato che svolgeva una Borsa Formazione Lavoro sostenuta economicamente direttamente dalla famiglia di origine. </p>
<p>Adesso è tardi, lo sa bene Giovanni. Avvilito conclude così il suo discorso mentale: in assenza di circolazione di denaro dentro le carceri, questa quotidiana “lotta di classe” connotata anche etnicamente, avviene per il possesso e lo scambio di sigarette, bicchieri di coca-cola o aranciata e bustine di nescafé solubile. A lui pare davvero che il processo di discriminazione negativa, descritto da R. Castel, sia sempre in agguato, dentro e fuori dal carcere.  Giovanni è stanco di tutto questo. Ha deciso di pensare alla sua esperienza, di parlarne. Forse comincia a credere che per contrastare la crudele illusione del lavoro all’interno del sistema carcerario (e psichiatrico-giudiziario) non basta più domandarsi se ricorrono almeno le condizioni previste dal comma 2 dell’art. 16 della legge 300/70.<br />
“Come vedete, direbbe Giovanni a una sua platea di ascoltatori (cittadini comuni, colleghi sani, giornalisti, scrittori e legislatori di un tempo) a conti fatti, le leggi da osservare ci sono. I problemi da sollevare anche. Mancano le soluzioni propositive da attuare, subito. Arriveranno?”<br />
Giovanni se lo chiede, ancora oggi. Intanto continua a tenere appunti su foglietti e nella mente. </p>
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