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	<title>psicologia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Giornata mondiale della salute mentale &#8211; 180 passi indietro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 13:03:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong>  <br /> E' sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il nostro Paese destina alla Salute Mentale un ottavo di quanto allocano Francia e Germania, un quinto del Regno Unito e molto meno di Spagna e Portogallo&#8221;. <a href="https://www.google.com/amp/s/www.lastampa.it/cuneo/2023/10/10/news/salute_mentale_disturbi_in_aumento_e_il_governo_taglia_i_fondi_diritti_negati_doveri_disattesi-13773588/amp/">La Stampa </a></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/psychiatrist-978884_1280.jpg" alt="" width="300" height="700" class="alignleft size-full wp-image-105207" /></p>
<p>di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p>Esiste una zona d&#8217;ombra, nel fondale, un buio di silenzio dissotterrato in anni passati e che ora torna a farsi muto. Se negli anni della riforma basagliana la percezione che i muri venissero abbattuti e che l&#8217;<em>abitare la soglia</em> – per usare le parole di Peppe Dell&#8217;Acqua – fosse una direzione possibile, se la percezione era quella di un&#8217;apertura dialettica, critica e dialogica che portava anche all&#8217;emersione di voci fino a quel punto tappate, oggi i muri sono stati nuovamente eretti, e con un materiale forse anche più denso. La densità dell&#8217;ipocrisia, di una patina di chiaro che dice apertura, quando invece, in quella zona d&#8217;ombra non detta perché indicibile, il pensiero dominante e le pratiche dominanti, non si sono (solo) fermate: si sono mosse in direzione contraria, girate di spalle e tornate indietro. </p>
<p>Se il termine “salute mentale” circola di bocca in bocca, dalle dimensioni micro a quelle macro, è pur vero che questo, anche da un punto di vista politico, può torcersi in una vera e propria dispercezione all&#8217;occhio di chi, da fuori, vede o ascolta: <em>se ne parla, è perché ce ne si sta occupando.</em></p>
<p>La realtà, pur con le sue sfaccettature, è però molto diversa: ce ne si sta occupando veramente? E in che modo ce ne si sta occupando?<br />
Non è il significante <em>salute mentale</em>  che dev&#8217;essere messo in discussione, piuttosto l&#8217;uso che ne fa un certo potere politico e sociale, che, in alcuni casi, ad eccezione di zone interstiziali, può utilizzarlo in una ripetizione incessante negli ovunque, per coprire ciò che sta dietro, ciò che non viene visto, ciò che non si vuole vedere, ciò che non può essere mostrato: ciò di cui in realtà, fuori dalle parole, non ci si sta occupando. O ce ne si sta occupando in termini di sottrazione e cancellazione.</p>
<p>I ricordi di Peppe dell&#8217;Acqua e di chi ha vissuto gli anni pre basagliani – il “giro medico” di un professore in camice bianco che illustra con dovizia di particolari i segni osservabili dei malati, destoricizzati e desoggettivati, ad una processione di studenti, le sbarre alle finestre, le porte chiuse a chiave,  elettroshock e uomini legati ai letti, per chi non ha visto le strutture psichiatriche di questo presente, possono apparire come immagini legate ad un passato remoto, ma per chi né ha fatto esperienza diretta o indiretta, quell&#8217;immaginario non suscita stupore (piuttosto angoscia e disperazione): il presente è nuovamente questo e si muove velocemente in direzione di un futuro già presentificato. </p>
<p>Reparti psichiatrici che, anche da un punto di vista territoriale, vengono separati, o presentati come separati, demarcati da un confine tra un <em>noi </em>( malati ospedalizzati per altre patologie) e un <em>voi</em> (malati psichiatrici come oggetto scarto). </p>
<p>Corridoi dalle pareti scrostate, le sale fumo impregnate di storie non riconosciute e posaceneri arrugginiti, corpi legati, terapie che, con una sottile manovra che cambia il nome ma non la sostanza, sono tornate in auge (ora <em>terapie elettroconvulsionanti</em> o <em>magnetiche transcraniche</em>, allora  elettroshock), una scansione temporale di un quotidiano che sottrae alla persona  la dimensione del tempo, per trasformarla in un rituale consequenziale di misurazioni e pratiche organizzate, prestabilite, ripetute nel quotidiano: sveglia, colazione, peso, pressione, defecazione, peso, carrello dei farmaci, l&#8217;ora  nei corridoi in attesa che le stanze chiuse a chiave – e sbarrate &#8211;  vengano arieggiate, <em>non stare per terra</em> ma le panchine non ci sono, gli specchi lastre di alluminio, togliere i lacci o le scarpe, “ricevere il dono” del proprio telefono solo a brevi orari del giorno, non fotografare, non dire, solo 5 sigarette al giorno, controllare la comunicazione, sequestrare quell&#8217;effetto personale che poteva dare sicurezza: un profumo, un crocifisso, un braccialetto, una crema da barba: frammenti di “casa” nelle proprie tasche. </p>
<p>Corpi misurati e controllati. Il giro medico in forma di commissione (o confessione), e poi ancora, di nuovo: il carrello delle medicine, la cena, l&#8217;ora dell&#8217;<em>andate a letto</em>.<br />
E in quel “giro” non una domanda alla persona, non alla sua storia: cartelle di dati clinici osservabili, sintomi, risposta al farmaco, ha dormito, non ha dormito, aumentiamo il farmaco, diminuiamo, cambiamo. Non una persona al centro, ma un cervello-macchina  malfunzionante da rimettere a posto. Per una diagnosi data in due giorni.<br />
Il resto è un tempo svuotato, di segno e per cognizione: ridotto all&#8217;andrivieni dei degenti nei corridoi alla richiesta spasmodica di una moneta per un caffè, l&#8217;ennesimo che possa risvegliare dalla sedazione farmacologica. O i giornali: i giornali del giorno prima, o di mesi prima, persino di anni. </p>
<p>Se per Gabriel Tarde, il senso di straniazione nel ritrovarsi in un caffè e accorgersi di leggere il giornale del giorno prima – disconnesso quindi dall&#8217;attorno, dagli altri – è stato un ironico episodio che ha aperto a riflessioni, questo rifilare come scarti agli scarti i quotidiani di un quotidiano passato, fa inchinare la testa con un senso di rossore e vergogna.<br />
Quale pensiero del  “tanto non se ne accorgono” &#8211; o, se se ne accorgono, “così passano il tempo e non si lamentano”.</p>
<p>Piccoli gesti, anche i più minimi, portano il peso di un&#8217;asimmetria non solo di potere, ma anche valoriale della persona ridotta ad oggetto.</p>
<p>Se negli spdc la dimensione è questa, esposta nella sua crudescenza, nelle case di cura private o convenzionate, l&#8217;esterno è: il verde degli alberi, le belle strutture imbiancate, la pulizia, la postura più gentile del personale, un certo fare paterno o materno, una differenziazione di forma che però non tarda a mostrarsi nella similitudine della sostanza: resta il rumore dei carrelli, la scansione del tempo con colazione, spuntino, cena, orario della buonanotte, i farmaci, la misura, regole di buona condotta, se ne infrangi una, anche fosse un bacio: espulsione, ammunizione.</p>
<p>Degenti per mesi o per anni inseriti in una macchina psichiatrica che osserva sintomi, li incasella, e li trasforma in etichettature. Talvolta non osserva nemmeno: lo sguardo è cieco, si limita ad un fotogramma decontestualizzato.</p>
<p>I pazienti appena entrati, tanto più se sono reduci da degenze in reparti psichiatrici ospedalieri, portano in sé un senso (breve, e che durerà per poco) di meraviglia e gratitudine: <em>qui è tutto diverso</em> – dicono ai familiari, facciamo un sacco di cose.<br />
Queste cose possono essere gruppi psicoterapici gestiti da personale specializzato, o attività ricreative. Nulla di male, certamente. Il problema si pone nella misura in cui questi vengono strutturati e proposti, e nella maggioranza dei casi, sfortunatamente, restano nella sfera della soluzione/assoluzione: insegnare ai pazienti come sia giusto essere, comportarsi, relazionarsi, a prescindere dalla singolarità di ciascuno, dove sbagliano, cosa sbagliano, e come  il comportamento e il pensiero possa essere corretto da un allenamento addomesticato alla vita.<br />
Se però non si può negare che in alcuni contesti la figura di uno psicoterapeuta individuale (più raramente di uno psicoanalista), sia prevista e si incarni in una comunicazione con l&#8217;altro soggettivato, all&#8217;interno di un incontro anche significativo, rispetto alle “attività”, là la zona d&#8217;ombra che riduce i soggetti a persone in minore, di serie b, si riapre. </p>
<p>In un passaggio di <em>Asylum</em>, Goffman scrive: </p>
<p>“Negli ospedali psichiatrici c&#8217;è ciò che viene ufficialmente conosciuto come terapia industriale o ergoterapia; i pazienti devono svolgere attività, di solito molto umili, come rastrellare foglie, servire a tavola, lavorare in lavanderia o pulire i pavimenti. Sebbene la natura di questi compiti derivi dalle necessità dell&#8217;istituto, la spiegazione abitualmente data al paziente è che queste attività lo aiuteranno a reinserirsi nella società, e che la capacità e la buona volontà che dimostrerà, sarà presa come evidenza diagnostica del suo miglioramento” [1]</p>
<p>Nonostante Asylum sia stato scritto nel 1961, la realtà delle cliniche psichiatriche non è cambiata. Si aggiungono, alle pratiche nominate da Goffman, altri piccoli “premi”: l&#8217;ora di cucito, la plastilina, una morbida ginnastica di movimenti lenti e goffi “su misura per chi non è capace”. Tant&#8217;è che, dopo un primo periodo di entusiasmo, queste attività, se non obbligatorie, vengono abbandonate presto : perché anche la persona imbottita di dieci pillole al giorno (in alcuni casi si può pure arrivare a venti, comprendendo quelle che servono per tamponare gli effetti collaterali delle prime), se anche non in modo verbalizzato, vive nel proprio corpo una dimensione di indegnità, di penuria, di disagio, talvolta il sospetto (fondato) che siano metodiche “a ribasso”, a misura di incapaci, menomati.</p>
<p>Il richiamo alla terapia industriale o ergoterapica torna poi nei luoghi del fuori, le cooperative per persone con disabilità psichica. Lavorare per committenti, prevalentemente con lavori di assemblaggio, di cucito, manuali. Pazienti addetti all&#8217; <em>autogrill dei matti</em>, la vendita delle <em>borderbag</em>, lo <em>schizocinema</em> – esempi trentini – che anche là dove esiste un intento destigmatizzante, sfortunatamente rincarano una demarcazione noi/loro.<br />
Nessuna retribuzione: siamo <em>noi</em> che stiamo offrendo a <em>voi</em> qualcosa, la possibilità di occupare il tempo. Ma questo tempo – che è lavoro – non viene ripagato com&#8217;è giusto accada per ogni lavoro degno di questo nome. Il risultato è: restare a carico delle famiglie, là dove spesso il disagio è cominciato, con una tendenza alla cronicizzazione. </p>
<p>Secondo due direttrici, queste modifiche graduali ma sempre più problematiche, da un lato hanno subito una percossa a causa dei gravi taglia alla sanità pubblica (drastica riduzione del  personale nei centri diurni e dei servizi di salute mentale, scomparsa degli spazi pubblici che aprivano le porte non solo a un “reinserimento” del malato verso l&#8217;esterno, ma anche ad un&#8217;entrata dell&#8217;altro verso l&#8217;interno creando così una zona di soglia, trasformazione dei centri attivi in centri maltrattati da un aiuto economico statale che, per la presa in carico di persone in difficoltà ,riescono a dedicare pochi minuti al mese in cui viene valutato solo l&#8217;andamento farmacologico in modo sbrigativo – e il concetto di “cura” viene così a scomparire,  ma anche una deriva, tanto più pericolosa, in un senso propriamente teorico e clinico della psichiatria italiana: si è tornati ad una visione dell&#8217;altro non come persona sofferente ma come cervello malato, un altro da raddrizzare e correggere (e qui l&#8217;immaginario richiama l&#8217;opera citata da Foucault, <em>L&#8217;orthopédie ou l&#8217;art de prévenir e de corriger dans les enfants les difformités du corps</em> di N. Andry), e che se non si raddrizza, se sfugge alle caselle, diventa un altro (se di altro si può parlare) problematico, non gestibile: griglie, misure, manuali diagnostici sono rassicuranti. La storia del soggetto non lo è: allora la cancellazione, l&#8217;ammutinazione di ogni segno al singolare, sintomi declinati a fotogrammi che diagnosticano nell&#8217;immediato senza contestualizzalizzazione all&#8217;interno di un tragitto esistenziale al singolare.</p>
<p>E&#8217; sicuramente più facile rapportarsi con un paziente iperfarmacologizzato e arreso alla terapia che non ad un paziente che dà voce alla sua voce. Diventa ingombrante, un peso. E la voce si spegne, la bocca si cuce.</p>
<p>Ma esiste anche una posizione opposta, ostinatamente contraria a questa, che può però, pur con nobili intenti, esercitare un&#8217;altra riduzione e semplificazione: quella del “ in fondo siamo tutti folli”.<br />
No, non siamo tutti folli: abitare la soglia e comprendere il dolore e la sofferenza psichica dell&#8217;altro malato deve comunque essere riconosciuta in quanto tale, significa non ridurre il soggetto alla malattia e riconoscerlo in quanto essere al singolare, ma rispettarne e ammeterne la condizione drammatica in cui vive, la qualità oggi sempre più penosa della sua vita, le difficoltà di essere ascoltato anche nel suo silenzio: e allora ricordarci che non tutti, per citare la poetessa Amelia Rosselli, vivono e transitano in una <em> Serie Ospedaliera</em>.[2]</p>
<p>[1] Asylum,Goffman, 1961<br />
[2] Serie Ospedaliera, Amelia Rosselli, 1969 </p>
<p>*il testo (qui ampliato) è stato pubblicato precedentemente nel sito http://www.news-forumsalutementale.it</p>
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		<title>La versione di Alessio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando &#160; C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Stefano Zangrando</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-81494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg" alt="" width="720" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Alessio, laureato quarantenne, separato e con un figlio, conosce Gaia, di poco più giovane, nubile e senza figli, in una chat per incontri, dove l’esposizione di sé come merce-immagine è al tempo stesso superficie di proiezione dei bisogni e desideri di ciascuno. Dopo il “match” è lei a farsi viva per prima. Chattano quanto basta a ritenere, l’uno riguardo all’altra, di non essere due infoiati alla mera ricerca di un coito. Si scambiano i numeri di telefono e proseguono fuori da lì. Emerge presto qualche problema di comunicazione, di comprensione reciproca, ma lo attribuiscono entrambi allo strumento: finché il linguaggio è solo scritto, i margini di fraintendimento restano troppo ampi. Occorre vedersi, muoversi, respirarsi. Concordano un primo incontro, lei propone casa propria. Alessio trova una ragazza sorridente ed estroversa, non avverte quanto sia agitata, ma nota fin da subito brevi, improvvisi, inspiegabili accessi di rabbia o di gelo. Ci passa sopra, trova che Gaia sia bella, glielo dice, le fa un’avance, lei dice: “Sì”. Finiscono a letto, dove subito lei, in lacrime, gli fa confidenze su di sé e sul suo passato – abusi, obesità, una laurea mancata, non può avere figli – che a lui paiono eccessive per un primo incontro. O Alessio è già così speciale ai suoi occhi da meritarsele? Per non parlare dei complimenti che lei gli rivolge dopo il sesso in un tono incantato. Alessio ne è lusingato.<br />
&nbsp;<br />
La frequentazione prosegue, soprattutto in chat, e i problemi di comunicazione aumentano. Alessio e Gaia sembrano spesso non capirsi, o interpretarsi in modo diverso dall’intenzione di ognuno. Quando accade, lei diventa aggressiva e lo attira in scambi verbali via via più volgari e rabbiosi. Una volta, dopo un climax di attacchi reciproci, lo blocca in chat e sul telefono per una notte. Quando si risentono, Alessio cerca di mantenere la calma, prova a suggerirle che non è colpa di nessuno, ma non è facile. Tanto più che a lei quei momenti passano quasi subito – salvo poi ripetersi di lì a poco, con Alessio che, nello sforzo di trovare un linguaggio comune, torna a chiederle di affrontare insieme questa difficoltà. Meglio incontrarsi di persona, concordano. Si vedono una seconda volta, finiscono di nuovo a letto, ma stavolta ai complimenti subentra uno strano registro: Gaia suona sincera, schietta, ma pare non poter fare a meno di criticare Alessio, trovando insufficiente o ridicolo molto di quel che lui dice o fa. Lui ne è spiazzato, non sa come prenderla, anche perché lei alterna questa sorta di disprezzo a pur sporadici momenti di passione travolgente. Così Alessio soprassiede, dopotutto nessuno è perfetto, potrebbe essere un’occasione per cambiare, migliorarsi, e poi l’intensità in amore è impagabile – perché è amore quello che sta nascendo tra di loro, no? Solo quell’aggressività così frequente, e il modo che ha Gaia di scagionarsi e rispedire ogni colpa al mittente quando Alessio si dichiara ferito, lo inducono a una certa cautela. Che sia solo una questione d’incompatibilità?<br />
&nbsp;<br />
Continuano a scriversi. Non si vedono molto, un po’ perché lei a volte gli propone un incontro, poi però disdice all’ultimo momento senza scuse né motivazioni che ad Alessio non appaiano poco plausibili; un po’ perché lui è spesso fuori regione, a volte con il figlio, e questo a lei non piace. Se ne lamenta, lo vorrebbe più presente, ma anche più disposto a comprendere la sua volubilità: lei è in un periodo difficile, ha problemi di lavoro, soffre d’ansia e mal di stomaco. Un giorno sembra proprio sull’orlo di un baratro interiore, e il modo in cui glielo spiega in un messaggio, stavolta vocale, fa sentire Alessio importante, proprio come lui vuol far sentire lei manifestando vicinanza, offrendole il supporto che può, proponendole una vacanza con lui e suo figlio. La voce non mente, si dice. Ma dura poco, un giorno o due e di nuovo la versione cambia: Gaia sta meglio, riappare l’aggressività, quel che lui dice o fa per lei non le basta mai o è sbagliato, e adesso pare preferisca respingerlo che accoglierlo. Poi gli dice: “Io tuo figlio non lo vorrò mai vedere”. Alessio ci rimane male, non capisce, tuttavia ci passa sopra e si mette seriamente in discussione: che abbia ragione lei? Sono davvero, come lei dice, così poco empatico, così incapace di capirla?<br />
&nbsp;<br />
Poi si accorge di una cosa: a ogni critica o attacco di Gaia gli sembra di reagire in modo sempre più aggressivo, assumendo lo stesso registro di lei, diventando altrettanto instabile. Il suo linguaggio sta cambiando e lui con esso, gli sembra. Si sente attratto in una mutazione, in balia di un universo indecifrabile in cui non sa come muoversi. Diventa ansioso, si scopre geloso, perde autostima, dorme male. Una volta anche lui blocca lei, non ne può più delle sue stilettate. Poi però la sblocca quasi subito, gli pare un gesto autoritario, inutilmente violento e puerile. Ma allora perché l’ha fatto? Che stia diventando paranoico? Gaia sfugge implacabilmente alla sua fame di chiarezza come al suo bisogno di amare ed essere amato. L’inafferrabilità delle esternazioni di Gaia, pronte a rovesciarsi in breve tempo nel loro contrario, e dei suoi comportamenti, per i quali lei trova giustificazioni sempre diverse ma in sé coerenti, generano in lui un’insicurezza e una paura mai provate. Dov’è la verità? C’è qualcosa di autentico in quello che sta vivendo, o cos’è questa sensazione crescente e inquietante che sia tutto un sistema di segni adulterati? Matrix in confronto è un idillio, si dice.<br />
&nbsp;<br />
Sempre più immerso in una costante vertigine interpretativa, Alessio percepisce in Gaia un grumo di dolore irredimibile, ne è attratto e spaventato al tempo stesso, teme le sue reazioni, la respinge e la cerca. Lo stesso sembra fare lei, incapace tanto di riavvicinarlo quanto di distaccarsene. Pare lei stessa vittima dell’instabilità che mina la sua comunicazione rendendola artificiosa, sempre pronta a rideclinarsi a seconda del suo stato emotivo, sempre sul punto di svelare un’assenza di fondamento. In che modo, inizia a chiedersi Alessio, la sofferenza può influire sul linguaggio, o sul modo di relazionarsi con gli altri? E che cos’è, se non è empatia, il processo che lo sta attirando nel diabolico ordigno semantico che è il linguaggio di Gaia? Non sospettava poi di poter diventare lui stesso tanto duro con una persona che credeva di amare: quanto c’entra Gaia e quanto invece c’è di suo, di remoto e rimosso, in questa degenerazione? Che si fa ancora più estrema quando Gaia pare finalmente allontanarsi, seguendo le preghiere di Alessio: dovrebbe esserne sollevato, invece piomba in qualcosa che somiglia molto ad una crisi d’astinenza – da una droga capace di portarti in paradiso per qualche minuto, ma che per il resto ti abbandona a una pena sempre più distruttiva.<br />
&nbsp;<br />
Così le scrive ancora. Che il legame perduri come conflitto, purché non si spezzi del tutto: ogni messaggio di Gaia, per quanto incongruo, è una dose di calmante. Ma nel giro di poco la violenza è di nuovo troppa. Perché, si chiede allora Alessio in notti insonni e cupe, non riesco a lasciarla perdere? Non è solo l’astinenza, né solo la brama che ha lui di capire, di penetrare il segreto di Gaia. Il fatto è che neanche lei si distacca del tutto. Quando si risentono ha un tono pacificato, persino sereno, ad Alessio non par vero, sembrano finalmente riuscire a parlarsi e concordare una fine conciliante. Ma non dura. Quanto più lui esprime il desiderio di rivederla, tanto più il registro di lei si rifà sprezzante, sottilmente denigratorio. Così ora ad Alessio, quando è da solo, viene spesso da piangere, di un dolore che non hai mai conosciuto prima, mentre l’astinenza lo induce a cercarla di nuovo. Un giorno finalmente, dopo che Alessio ha manifestato non richiesto il suo malessere, Gaia gli lascia un messaggio vocale in cui, con voce alterata che a lui fa venire in mente Linda Blair posseduta ne L’esorcista, lo invita a “mettere in standby i suoi cazzo di sentimenti” e lasciarla in pace. Alessio sulle prime non si accorge che quello è il colpo di grazia, ma coglie finalmente un messaggio univoco, chiaro, e lo asseconda quasi senza fatica. Poco dopo cade in una prostrazione in cui si mescolano lutto e terrore. La sua vita quotidiana è compromessa.<br />
&nbsp;<br />
Qualche tempo dopo, entrato in psicoterapia, Alessio si sentirà dire di essersi imbattuto in una donna con un disturbo della personalità. Di esserne stato, per le proprie caratteristiche, una preda ideale. Di aver accolto in sé, nel momento in cui Gaia si è presentata come vittima della propria storia, il ruolo di salvatore, secondo un triangolo interpretativo ben noto agli specialisti, salvo poi suscitare in lei con il proprio slancio, non meno disfunzionale di quello con cui Gaia si è nutrita di lui all’inizio, una reazione da carnefice che lo ha trasformato in vittima. Questo tipo di persone, si sentirà dire, boicottano presto ogni relazione, soprattutto d’amore, e lo fanno guidate dalle parti scisse del Sé che si avvicendano dentro di loro – e che prendono la parola separatamente l’una dall’altra. Alessio capirà così di essersi abbandonato, per via di carenze pregresse su cui quella persona ha fatto intuitivamente leva, a una costruzione fittizia: la costruzione cangiante e provvisoria che Gaia fa e rifà in continuazione della propria esistenza per colmare una voragine affettiva che ha origini traumatiche e lontane. Sono persone “in credito col mondo”, gli spiegherà la psicologa, e il loro linguaggio è interamente al servizio di questa loro impalcatura fragilissima. Non al servizio della verità né di una menzogna in malafede, ma di una manipolazione ininterrotta di sé e dell’altro per non precipitare nel vuoto. Lo stesso vuoto in cui attirano i loro partner.<br />
&nbsp;<br />
Alessio se ne sta tirando fuori un po’ alla volta, ripensa ormai a Gaia con affetto rappezzato, e sa che d’ora in poi dovrà cercare altrove la soddisfazione dei propri desideri. E trovare anzitutto in se stesso la soluzione ai propri bisogni irrisolti. Ma la sua fiducia nel linguaggio non è più quella di prima. Per quel poco che ormai ne capisce, lui e la sua psicologa potrebbero anche sbagliarsi.</p>
<p>@fotografia di Mariasole Ariot</p>
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		<title>LE STORIE SIAMO NOI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 15:44:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pedagogia]]></category>
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<p>Negli ultimi vent’anni, grazie al contributo di varie discipline, si sono moltiplicati gli studi sulla narrazione. Contemporaneamente, lo storytelling – l’arte di raccontare storie – è divenuto uno strumento di lavoro per molti esperti della comunicazione: la televisione, la radio e gli altri media adottano il linguaggio della narrazione allo scopo di coinvolgere, convincere e manipolare il pubblico.</p>
<p>Oggi, grazie al contributo di molte discipline – psicologia culturale, sociologia della vita quotidiana, pragmatica della comunicazione, letteratura e pedagogia – è possibile parlare di un “orientamento narrativo”, ovvero di un metodo e di strumenti in grado di sviluppare le competenze che consentono alle persone di aumentare il controllo e la percezione di controllo sulla propria vita. Attraverso le storie e le narrazioni – questa è la tesi di fondo della metodologia – abbiamo la possibilità di gestire le nostre scelte e di negoziarne il significato con noi stessi e con gli altri. Ognuno può “costruirsi come storia”, poiché ciascuno di noi è il prodotto delle storie che racconta a se stesso e su se stesso, delle storie che gli altri raccontano su di lui e delle storie ascoltate, osservate, lette nel corso della vita. Ognuno, grazie all’oculata gestione delle proprie narrazioni quotidiane e grazie a specifici interventi formativi, può sviluppare la capacità di scegliere e di gestire le proprie scelte.</p>
<p><span id="more-19269"></span></p>
<p>Indice</p>
<p>Prefazione<br />
di Federico Batini e Simone Giusti</p>
<p>Esperienza, narrazione e vita quotidiana<br />
di Paolo Jedlowski</p>
<p>Dalla memoria autobiografica alla narrazione autobiografica: come le narrazioni trasformano il sé<br />
di Andrea Smorti</p>
<p>Posizionamenti narrativi e costruzione del sé<br />
di Giuseppe Mantovani</p>
<p>Identità narrativa, immaginazione, finzione, fraintendimenti e menzogna<br />
di Ludovica Scarpa</p>
<p>Leggere i classici con il cervello<br />
di Simone Giusti</p>
<p>Verso una pedagogia dell’orientamento narrativo<br />
di Federico Batini</p>
<p>Le storie siamo noi (Liguori, 2009)</p>
<p>Schede sugli autori <a href="http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4687&amp;vedi=">qui</a></p>
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