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	<title>Putin &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Transnistria a orologeria</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2008 08:34:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Riccardo Valsecchi [Puoi continuare a leggere di questi temi qui] La guerra in Georgia è apparsa come una meteora: una fulminea massa di fuoco che celermente si è consumata al contatto con l&#8217;atmosfera, depositando, sparsi sulla crosta terrestre, detriti e frammenti. Uno scontro militare durato poco più di una settimana: un esordio di grande [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Valsecchi</strong></p>
<address>[Puoi continuare a leggere di questi temi <a href="http://resetdoc.org/IT/Transnistria-viaggio.php">qui]</a></address>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/transnistrianregionmap.png"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8490 aligncenter" title="transnistrianregionmap" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/transnistrianregionmap.png" alt="" width="324" height="376" /></a></p>
<p>La guerra in Georgia è apparsa come una meteora: una fulminea massa di fuoco che celermente si è consumata al contatto con l&#8217;atmosfera, depositando, sparsi sulla crosta terrestre, detriti e frammenti. Uno scontro militare durato poco più di una settimana: un esordio di grande rilevanza mediatica, che è andato piano piano affievolendosi, lasciando strascichi nella sola cronaca diplomatica. In fondo la Georgia e le regioni ribelli dell&#8217;Ossezia del Sud e dell&#8217;Abcazia sono lontane, ai limiti estremi di quello che tradizionalmente si considera come continente europeo. In fondo la Russia è un partner economico importante, dal quale non si può prescindere. In fondo, qualsiasi sia la verità nascosta, in che modo ci potrebbe toccare?<span id="more-8485"></span></p>
<p>Che piaccia o no, il processo d&#8217;allargamento dell&#8217;Unione Europea ai territori dell&#8217;ex Unione Sovietica, o che intorno alla sua orbita d&#8217;influenza ruotavano, è un evento storicamente irreversibile: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Romania hanno già aderito, Moldavia ed Ucraina hanno da tempo intrapreso il lungo cammino d&#8217;adeguamento ai parametri imposti per l&#8217;annessione. Immaginiamo nel cuore di questi paesi una situazione analoga all&#8217;Ossezia del Sud, una minuscola regione ribelle controllata militarmente e politicamente dalla Federazione Russa, con pretese autonomiste ed indipendentiste, dichiaratamente antieuropea; una polveriera pronta ad esplodere nel mezzo di quell&#8217;area geografica che costituisce la scommessa, politica, ma soprattutto economica, dell&#8217;Europa del futuro.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/2.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8493 aligncenter" title="2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/2.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Tiraspol, 26 Agosto 2008. Qualcuno bussa alla porta. È la donna che mi ha affittato la stanza: porta l&#8217;autorizzazione del locale distretto di Polizia a soggiornare in città per non più di 24 ore. Accanto a lei il figlio, un bimbo di 4 anni, mostra un canarino addomesticato sulla spalla: con un balzo svolazza sulla sua testa, per poi tornare alla posizione iniziale. In cucina un vecchio televisore rivestito di plastica adesiva color legno trasmette Channel 1: il Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Anatol&#8217;evič Medvedev, ha appena dichiarato il riconoscimento dell&#8217;Indipendenza dell&#8217;Ossezia del Sud e dell&#8217;Abcazia. Scorrono sul video immagini di gioia: militari e uomini in festa, a mezzo busto fuori dai finestrini di obsolete ZAZ, agitano bottiglie di spumante e sventolano le bandiere delle neo repubbliche indipendentiste.</p>
<p>Tiraspol è la capitale della Transnistria, la regione moldava al di là del fiume Nistro, estesa lungo il confine con l&#8217;Ucraina. La città è gemellata con Tskhinvali e Sukhumi, capitali dell&#8217;Ossezia del Sud e dell&#8217;Abcazia. Tiraspol, Tskhinvali e Sukhumi; Transnistria, Ossezia del Sud ed Abcazia. Tre città, tre aree geografiche, tre storie simili : parte dell&#8217;Unione Sovietica prima, una non riconosciuta indipendenza poi, l&#8217;aspirazione a riunirsi con la grande madre infine. Sovvengono le parole del mio accompagnatore, A., un ragazzo che ha studiato e vissuto a Londra prima di tornare coraggiosamente nel paese natale per collaborare ad un progetto educativo nelle aree rurali: &#8220;Ora siamo ad un punto di svolta. La Russia ha svelato al mondo intero i suoi piani.&#8221;</p>
<p>Scendo le scale dell&#8217;appartamento dove alloggio, un vecchio palazzo in cemento armato che si affaccia sul fiume Nistro. Mi soffermo a guardare fuori dalla finestrella arrugginita, curioso di scorgere qualche festeggiamento in atto. Nella palazzina di fronte una donna anziana, con un camice azzurro, parla con la vicina, sporgendosi dal parapetto del balcone. Il cielo è chiaro, il sole, alto e cocente, riflette i propri raggi sulle intelaiature di ferro dell&#8217;edificio di fronte, emerse prepotentemente in superficie come ad additare la propria stantia condizione, ma niente altro. Raggiungo la piazza centrale. Lì alcuni operai stanno montando un&#8217;impalcatura e le bandiere dei tre stati ribelli già sventolano accanto al vessillo della madre Russia. Le immagini del Che Guevara affiancano quelle degli eroi della guerra, Putin e Medvedev: il regime ha messo in moto l&#8217;apparato propagandistico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/3.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8496 aligncenter" title="3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/3.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Tiraspol e la Transnistria. Incredibile è la lungimiranza con cui l&#8217;amministrazione sovietica aveva già previsto tutto. Stupefacente constatare come, nonostante la rivoluzione politica, economica e sociale che è conseguita al crollo istituzionale, esista un&#8217;ineluttabile continuità e comunione d&#8217;intenti tra la Russia sovietica e quella odierna, un ordito e machiavellico disegno già scritto a previsione di un&#8217;eventuale difesa degli interessi nazionali. Una partitura orchestrata ad opera d&#8217;arte: lo spostamento demografico della popolazione d&#8217;etnia russa nei territori occupati, l&#8217;inserimento di figure dalla provata fedeltà nei ruoli cardine della società, la promozione di una coscienza culturale autonoma dai forti legami con la grande madre.</p>
<p>Era l&#8217;anno 1987 quando <strong>Igor Nikolaevich Smirnov</strong>, originario di Petropavlovsk-Kamčatskij, città all&#8217;estremo oriente della Russia, assistente direttore della centrale idroelettrica di Nova Kachovka, Ucraina, venne improvvisamente trasferito a Tiraspol, con il compito di direttore del gruppo Elektromaš. La regione contava una popolazione per il 39,9% moldava e per il 53,7% slava &#8211; 28,3% ucraina, 25,4% russa<a name="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>-, a differenza del resto del paese, dove l&#8217;etnia autoctona registrava una percentuale del 64.5 % contro il 27% di quella slava &#8211; 14% ucraina, 13% russa<a name="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>-. Di lì a due anni la scalata al potere dell&#8217;intraprendente Smirnov: l&#8217;incarico di presidente del soviet cittadino, la proclamazione d&#8217;indipendenza della regione e la Guerra contro la Moldavia che ne aveva preteso la sovranità dopo l&#8217;atto di dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica firmato l&#8217;8 dicembre 1991 dal presidente russo Boris Eltsin.</p>
<p>Le ragioni dello scontro furono principalmente etniche ed idiomatiche. Il processo di unificazione ed identificazione nazionale passa storicamente attraverso un&#8217;omologazione culturale e linguistica. L&#8217;idioma moldavo fu letteralmente inventato nel 1924, quando, in seguito all&#8217;occupazione dei territori della Bessarabia da parte dei sovietici, venne imposto l&#8217;uso dei caratteri cirillici in sostituzione di quelli latini, per sottolinearne le differenze con il romeno, ed enfatizzare l&#8217;influsso letterario e linguistico russo. In pratica, non esiste differenza tra romeno e moldavo, se non un diverso segno grafico, una forte influenza della lingua russa maturata durante un periodo d&#8217;occupazione che si è protratto per quasi 70 anni, ed un&#8217;ossessione ideologica imposta a rimarcare la superiorità sulla cultura romena, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale: una sorta di punizione per la partecipazione del governo di Bucarest all&#8217;invasione dell&#8217;Unione Sovietica al fianco delle potenze dell&#8217;Asse. In seguito al progressivo declino del regime moscovita, verso la fine degli anni &#8217;80 il governo della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, non ancora autonomo, ma sempre più libero dal giogo dell&#8217;oppressore, decise di dare un taglio al passato, e ripristinare l&#8217;utilizzo dei caratteri latini. Fu allora che un gruppo di industriali di origine russa, capeggiati da Igor Smirnov, decise di scendere in piazza e proclamare lo sciopero generale prima, l&#8217;indipendenza della regione poi, forti del consenso della maggioranza della popolazione di etnia slava. Il 27 Agosto del 1991 il parlamento moldavo votò la dichiarazione d&#8217;indipendenza della neo Repubblica di Moldavia, il cui territorio comprendeva le terre al di là del fiume Nistro. La goccia che fece traboccare il vaso: ebbe così inizio la guerra di Transnistria.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/4.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8498" title="4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/4.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Il conflitto fu impari: la 14° Armata Rossa, che nella città di Tiraspol controllava il più grosso arsenale d&#8217;armi del continente, si schierò a difesa degli indipendentisti transnistriani ed ebbe vita facile contro il novizio ed inesperto esercito moldavo. La tregua, firmata il 21 Luglio del 1992, sancì la vittoria della ribattezzata Repubblica Moldava di Pridnestrovie, di fatto indipendente, anche se non riconosciuta dalla comunità internazionale. Igor Smirnov ne divenne il presidente, fu istituito un esercito ed adottata una nuova valuta, il rublo della Transnistria. Sono passati 16 anni, ma politicamente non è cambiato nulla: Igor Smirnov è ancora presidente e l&#8217;Armata Rossa, ribattezzata Forze Armate della Federazione Russa, staziona ancora nella zona, con tutti gli effettivi. Le differenze etniche si sono accentuate &#8211; secondo il censimento del 2007, gli abitanti di etnia moldava sono scesi al 31.9%, mentre la popolazione slava è cresciuta fino al 59,2%, in particolare 30,4% di etnia russa e 28,8% ucraina<a name="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a> &#8211; ed i problemi linguistici persistono: nel 2004 il governo locale ordinò l&#8217;immediata chiusura di sei scuole pubbliche dove veniva insegnato il Moldavo con caratteri latini e l&#8217;arresto del corpo insegnanti e dei genitori che si fossero opposti. I provvedimenti furono ridimensionati dopo le proteste internazionali, e le scuole riaperte con lo status d&#8217;istituzioni private:<a name="_ftnref4" href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a> &#8220;Già è dura convincere i genitori a mandare a scuola i propri figli, figuriamoci se devono pure pagare una retta!!!&#8221;, ironizza A.</p>
<p>Passeggio pensando a che cosa succederebbe se, qui, proprio oggi, proprio ora, si rivendicasse di nuovo l&#8217;indipendenza. Il numero dei militari è elevato, ne conto uno ogni tre civili, ma sembra più un esercito d&#8217;impiegati che altro: borsetta sottobraccio, passo breve e composto, vecchie bici arrugginite e cigolanti. L&#8217;esercito vero, quello energico e prepotente, quello russo, sta lungo il confine e rintanato nelle caserme. La poca gente che incontro non è affatto ostile: un poco attonita, perché non abituata a vedere stranieri. Mi fermo in un piccolo chiosco e chiedo se c&#8217;è qualche cosa da mangiare. La ragazza, bionda, con una coda lunga tirata indietro, sorride, mostrando le guance rosse, poi scappa dietro una tenda. L&#8217;Inglese è una lingua pressoché sconosciuta da queste parti, quasi esotica per le nuove generazioni che crescono con la speranza di potere un giorno scappare: Londra, Manchester, Liverpool, Dublino, ma anche Berlino, Parigi, Stoccolma, Roma. Tutto fuorché rimanere in una terra in cui i potenti hanno deciso di bloccare l&#8217;orologio del destino. Da dietro il drappo compare una donna robusta, in testa una bandana giallo con motivi floreali: allunga tre frittelle salate grandi come delle padelle per 3 rubli, più o meno 30 centesimi. Alle sue spalle la signorina bionda. Ridono entrambe quando mi ustiono il palato cercando di mordere la pietanza bollente. Esco ed un bagliore mi offusca la vista.</p>
<p>Economicamente, le nuove banconote e la nuova moneta, con impresso l&#8217;effigie della Repubblica, la stella, la falce ed il martello su uno sfondo di prodotti agricoli stilizzati che fanno da cornice al fiume Nistro ed al cerchio solare, non sono la sola novità. La regione, che alla fine degli anni &#8217;80 era il fiore all&#8217;occhiello della produzione industriale moldava, con la concentrazione del 90% delle risorse elettriche e del 40% del prodotto interno lordo,<a name="_ftnref5" href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a> oggi è la più povera d&#8217;Europa. Le principali attività del paese sono monopolio di poche aziende: la Tiraspoltransgas nel settore energetico, la Gazprombank in quello bancario &#8211; mai provata, ma nemmeno smentita l&#8217;affiliazione rispettivamente con i colossi russi Gazprom e Gazprombank -, e la Sheriff, una compagnia che si vocifera molto vicina alla famiglia Smirnov, in particolare ai figli del presidente, Vladimir ed Oleg, che controllano gli uffici doganali nazionali.<a name="_ftnref6" href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a> La Sheriff è l&#8217;unica azienda autorizzata ad utilizzare valuta estera, particolare che assicura il monopolio delle esportazioni. <a name="_ftnref7" href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Il marchio comprende rivenditori d&#8217;auto, distributori di benzina, supermercati, una stazione televisiva, una compagnia telefonica e la squadra di calcio FC Sheriff Tiraspol, dominatrice delle ultime otto edizioni del campionato moldavo.<a name="_ftnref8" href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/5.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8499" title="5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/5.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Subito dopo il tank che commemora la guerra per l&#8217;indipendenza ed un paio di chilometri prima della base militare russa, dalla quale si erge alto il tricolore bianco blu e rosso della Federazione, si trova un imponente complesso sportivo, splendido e fulgente nel suo candore monumentale: è lo stadio di calcio dove gioca lo FC Scheriff, costato 200 milioni di dollari.<a name="_ftnref9" href="#_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Comprende anche un centro commerciale, un rivenditore Mercedes Benz e Skoda, un impianto sportivo indoor ed un albergo a cinque stelle in via di costruzione. &#8220;Nel mio paese non ci sono impianti di questo livello&#8221;, ebbe a dire Hans Krankl ex calciatore ed allenatore della nazionale austriaca che ha ospitato i recenti Europei 2008.<a name="_ftnref10" href="#_ftn10"><sup>[10]</sup></a> Provo ad avvicinarmi, e subito si para di fronte un militare minaccioso. Sparo la prima frase che mi viene in mente: &#8220;Fan, can I go inside?&#8221;, mimando un rinvio virtuale. La guardia fa segno di no con il capo, poi intima d&#8217;allontanarmi. Quando chiedo a A., il mio accompagnatore, se è un tifoso, se si reca qualche volta allo stadio, mi guarda e sorride ironico: &#8220;Mai! D&#8217;altronde, chi se lo può permettere qui,con una media di 100 € di stipendio al mese?&#8221;.</p>
<p>I media internazionali, supportati dai report dell&#8217;interpol e da esperti del settore, hanno più volte ipotizzato che in Transnistria le armi, oltre ad essere presenti nei depositi dell&#8217;ex Armata Rossa si producano anche, e, naturalmente, si vendano, intrufolati tra le merci a marchio Sheriff, sotto gli occhi accondiscendenti dei fratelli Smirnov: Al Qaeda, Hamas e Hezbollah, Iraq, Iran, Palestina, Cecenia e Nagorno Karabakh i clienti più noti.<a name="_ftnref11" href="#_ftn11"><sup>[11]</sup></a> L&#8217;autoproclamatasi Repubblica, che aveva fatto della sua identità culturale e linguistica il vessillo della propria indipendenza, appare sempre più come un grosso affare di famiglia, dal quale i transnistriani sono esclusi: solo 15 dei 43 membri del Parlamento sono nati nella regione, e quasi nessuno riveste ruoli di potere.<a name="_ftnref12" href="#_ftn12"><sup>[12]</sup></a> Diciassette protagonisti della scena politica locale si sono visti revocare il permesso di transito sul suolo Europeo: tra questi il Ministro della Sicurezza Nazionale Vadim Sevtov, meglio noto come <strong>Vladimir Antufeev</strong>, russo di Novosibirsk, criminale internazionale accusato di tentato colpo di stato nel gennaio del 1991 in Lettonia e di crimini contro lo stato moldavo, e <strong>Dmitrii Soin</strong>, funzionario dello stesso dipartimento e direttore della &#8220;Che Guevara High School for Political Leadership&#8221;, un organizzazione propagandistica che fa leva sullo stravolgimento del mito guevariano, ricercato internazionale per strage ed omicidio plurimo. <a name="_ftnref13" href="#_ftn13"><sup>[13]</sup></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/6.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8501" title="6" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/6.jpg" alt="" width="500" height="312" /></a>Proseguo la passeggiata verso il bazar, il vero fulcro vitale delle città dell&#8217;est. Giro tra carretti di frutta e verdura, sacchi di zucchero e cartoni di uova, carne macellata attorniata da mosche e moschini, coperte distese per terra dove si trova di tutto, dalle pantofole agli atlanti geografici, dagli indumenti intimi ai servizi di finta porcellana, bancarelle con calzature in bella mostra su pile di quaderni scolastici. A fianco una chiesa ortodossa. Il cancello è aperto ed entro. Sulla destra una croce, di fronte un vaso con fiori freschi e della terra smossa: una sepoltura a cui non è ancora stata applicata una lapide. Guardo la data della morte, 17 Ottobre 2007. Sono passati più di 10 mesi ed il religioso che qui riposa non ha ancora trovato pace. Passo davanti al Museo della Guerra, poi al monumento degli eroi dell&#8217;Afghanistan, al Parlamento, di fronte a cui si erge, sorretto da una colonna e slanciato, lo sguardo granitico disperso nel vuoto, Vladimir Il&#8217;ič Ul&#8217;janov, al secolo Lenin. &#8220;Che cosa hanno combinato questi uomini nel tuo nome ?&#8221; Al di là il ponte sopra il Nistro. Il colore verdognolo del fiume ne testimonia lo stato di salute: decenni di prodotti chimici scaricati nelle acque ed una recente infestazione da carcasse di animali morti lo hanno reso non solo non balneabile, ma putrido e cencioso. Un paio di ruderi attraccati sulle sue sponde sembrano testimoniare lo stato d&#8217;abbandono dell&#8217;attività fluviale. Dietro di me il palazzo dove alloggio, che sorregge la scritta enorme Kvint, la distilleria dell&#8217;omonimo liquore tradizionale.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/7.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8502" title="7" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/7.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>I preparativi per la festa continuano lenti. Un ragazzo con una maglietta che ritrae il &#8220;Guerrillero Heroico&#8221; di Korda su sfondo giallo si fa incontro: mi consegna una spilla con un drappo di stoffa e l&#8217;effigie della Federazione Russa. Gli chiedo informazioni sulla stazione dei bus, ma non parla inglese. Si avvicina un altro giovane, dall&#8217;aria scanzonata, pantaloncini e ciabatte. Da come si atteggia, con sufficienza, diramando ordini a destra ed a manca, capisco che è il boss. Parla un inglese molto approssimativo, e non è del posto: la disposizione per i festeggiamenti viene da lontano. Qual è il senso di tutto ciò? Di certo l&#8217;attenzione per questa terra da parte della Russia non è mosso da amore della gente, umile e discreta, ridotta alla miseria ed alla rassegnazione da un ingiustificato isolamento internazionale; piuttosto la prospettiva di un baluardo per i propri interessi, per un ordigno che aspetta di essere innescato nel cuore dell&#8217;Europa che sarà, forte di una presenza militare che nel continente non ha eguali.</p>
<p>L&#8217;autista della corriera diretta ad Odessa, Ucraina, non mi vuole prendere a bordo. Fa capire che non desidera stranieri: troppi problemi alla frontiera. Alcune donne si alzano e cominciano ad inveire. Poi una di loro si affaccia dentro l&#8217;automezzo, e fa cenno ad una ragazza di scendere. Alta, lunghi riccioli castani che cascano sulle spalle, i lineamenti sottili del viso: parla inglese e dice di sedere accanto a lei. È originaria di un paesino nei dintorni di Tiraspol, ma studia economia ad Odessa. Mi tranquillizza, le signore sono intervenute in mia difesa. Giro il capo e faccio un segno di ringraziamento. La corriera parte ed imbocca la dissestata strada che porta verso il confine.</p>
<p><em>(Immagini di Riccardo Valsecchi)</em></p>
<p><strong>Note al testo:</strong></p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Official data from 2004 census and comparison with the 1989 census, by Olvia Press: http://www.olvia.idknet.com/ol37-09-05.htm</p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> http://www.culturalpolicies.net/web/moldova.php?aid=421</p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Official data from 2004 census and comparison with the 1989 census, by Olvia Press: <a href="http://www.olvia.idknet.com/ol37-09-05.htm">http://www.olvia.idknet.com/ol37-09-05.htm</a><a name="_ftn4" href="#_ftnref4"></a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> <a href="http://www.olvia.idknet.com/news15-07-04.htm">http://www.olvia.idknet.com/news15-07-04.htm</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> John Mackinlay and Peter Cross (editors), Regional Peacekeepers: The Paradox of Russian Peacekeeping, United Nations University Press, 2003, ISBN 92-808-1079-0 p. 135.<a name="_ftn6" href="#_ftnref6"></a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF">http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> <a href="http://www.kommersant.com/p705753/r_1/The_Old_Guard_Wins_in_Transdniestria/">http://www.kommersant.com/p705753/r_1/The_Old_Guard_Wins_in_Transdniestria/</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> <a href="http://www.sheriff.md/">http://www.sheriff.md</a>/</p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> <a href="http://www.pridnestrovie.net/sports.html">http://www.pridnestrovie.net/sports.html</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> <a href="http://www.pridnestrovie.net/sports.html">http://www.pridnestrovie.net/sports.html</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> <a href="http://npc.sarov.ru/english/digest/82002/section3p3.html">http://npc.sarov.ru/english/digest/82002/section3p3.html</a>; <a href="http://muse.jhu.edu/journals/sais_review/v025/25.1kliment.html">http://muse.jhu.edu/journals/sais_review/v025/25.1kliment.html</a>; <a href="http://news.sbs.com.au/dateline/rogue_weapons_rogue_state_130349">http://news.sbs.com.au/dateline/rogue_weapons_rogue_state_130349</a>; <a href="http://www.washingtontimes.com/news/2004/jan/18/20040118-103519-5374r/">http://www.washingtontimes.com/news/2004/jan/18/20040118-103519-5374r/</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> <a href="http://www.info-prim.md/?x=&amp;y=3956">http://www.info-prim.md/?x=&amp;y=3956</a></p>
<p style="text-align: left;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> Council Decision 2006/96/CFSP of 14 February 2006 implementing Common Position 2004/179/CFSP concerning restrictive measures against the leadership of the Transnistrian region of the Republic of Moldova European Union Law- Official Journal. Feb 2, 2006. Retrieved 2006, 12-27: <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF">http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF</a>; Ordine internazionale di cattura per Dmitrii Soin: <a href="http://www.interpol.int/public/Data/Wanted/Notices/Data/2004/70/2004_52070.asp">http://www.interpol.int/public/Data/Wanted/Notices/Data/2004/70/2004_52070.asp</a>.</p>
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