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	<title>quentin tarantino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Note movie: C’era una volta…a Hollywood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2019 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[C’era una volta…a Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Bergoglio]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Bergoglio &#160; Prima che Vincent Vega mi spappoli il cervello e arrivi Mr. Wolf a infilarmi in un sacco nero per lesa maestà tarantiniana premetto che C’era una volta…a Hollywood è un buon film. Quale città nell’immaginario universale rappresenta meglio di Los Angeles il crimine, dalla carta di Raymond Chandler alla celluloide di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-80871" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tarantino.jpg" alt="" width="415" height="460" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tarantino-250x278.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tarantino-200x223.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tarantino-160x178.jpg 160w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" />di</p>
<p><strong>Franco Bergoglio</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima che <strong>Vincent Vega</strong> mi spappoli il cervello e arrivi <strong>Mr. Wolf</strong> a infilarmi in un sacco nero per lesa maestà tarantiniana premetto che <em>C’era una volta…a Hollywood</em> è un buon film. Quale città nell’immaginario universale rappresenta meglio di Los Angeles il crimine, dalla carta di <strong>Raymond Chandler</strong> alla celluloide di chiunque, alla realtà della rivolta conseguente al pestaggio di <strong>Rodney King</strong>. Chi, meglio di <strong>James Ellroy</strong>, ha descritto meglio le sue piaghe purulente, una ad una, decennio dopo decennio? E chi meglio di Tarantino poteva cogliere nel fiore della maturità insieme il mito del cinema hollywoodiano, la fine degli anni Sessanta, la strage di Manson?</p>
<p>Le attese sulla poltrona del cinema girano a mille. E il film soddisfa. Le architetture, i drive in, i costumi, le macchine, tutto è ricostruito maniacalmente. Giriamo in Dolby Surround nei party organizzati dalle star, saliamo e scendiamo le curve delle colline di Hollywood. <strong>Steve McQueen</strong> sembra un manichino parlante di <strong>Madame Tussauds</strong>. E’ un vortice di immaginari che ruotano furibondi, un carnevale del postmoderno senza eguali cinematografici che non risparmia nulla: dalla marca del televisione a quello che si vede <em>nel</em> televisore, alle etichette di cibo per cani tarantino-warholiane, alle locandine dei film che pulsano sotto le luci dei cinema. I riferimenti sprizzano a centinaia.</p>
<p>La colonna sonora? Anche lì Tarantino replica il vortice. La musica si accende e si spegne insieme alle autoradio della <em>Cadillac Coupe de Ville</em> modello ’66 di <strong>DiCaprio</strong>, portando con sé qualche chicca e parecchia spazzatura retrò; come sempre capita quando si gira la manopola del sintonizzatore nell’etere FM. Le musiche da film arrivano dalla ricerca di pietre preziose fatta con l’aiuto di consulenti in grado di aprire i tesori del B-movie italiano per quel golosone di Tarantino. La scena <strong>Tate-Polanski </strong>con <em>Hush</em> a tutto volume è una macchina del tempo perfetta: la storia ci spiega che <strong>i Deep Purple</strong> la suonarono alla <strong>Playboy Mansion</strong> nell’ottobre del ’68. Di <em>California Dreamin’</em> viene scelta la versione di <strong>José Feliciano</strong>, che aggiunge un tocco di <em>tristeza</em> latina all’eterna estate californiana. I <strong>Vanilla Fudge</strong> punteggiano il trip in acido di <strong>Cliff Booth/Brad Pitt</strong>. Sharon Tate ascolta Paul Revere &amp; the Raiders conscia che non sono i <strong>Doors</strong> (evocati, ma non sentiti).</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-80872" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01.jpg" alt="" width="312" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-297x300.jpg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-250x252.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-200x202.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/BuchananBrothers01-160x161.jpg 160w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" />Dalla archeologia del pop sixty di <em>Son Of a Lovin’ Man </em>dei <strong>Buchanan Brothers</strong> alle rimasticature r&amp;b di <strong>Mitch Ryder &amp; The Detroit Wheels</strong> con <em>Jenny Take A Ride.</em> Siamo su un ottovolante sparato a tutta velocità nella musica anni Sessanta. La giostra è condotta dai parrucconi delle case discografiche impegnati ad estrarre i soldi dalle tasche della gioventù americana ancora lontana dalla ribellione, grazie a una musica-merce, senza velleità artistiche o sociali. Il gioco sui registri alto/basso della cultura ci fa salire altissimi con un <strong>Neil Diamond</strong>, che per rubare la battuta a uno dei personaggi del film, <strong>Sam Wanamaker/Nicholas Hammond</strong>: «cattura la zeitgeist dei tempi», e poi si scende in basso con una <em>Hey Little Girl</em> di <strong>Dee Clark</strong> che avrebbe giustificato una carneficina da parte del buon <strong>Bo Diddley</strong>. Come spiegare il guazzabuglio musicale messo in piedi dal Quentinone? Rileggiamo in chiave 45 giri il mito di Superman di <strong>Umberto Eco</strong>? Lo consideriamo solamente del pulp musicale? Non serve: stappiamoci una <em>Old Chattanooga Beer</em> sul divano con Cliff/Pitt, usando un citazionismo appropriato a Tarantino: «Da quel gran paraculo che è», come ha scritto <strong>Luca Giannelli</strong> su <em>Intellettuale dissidente</em>. La musica comunque gira. Dov’è che toppa il film, allora? Nel non avere utilizzato la stessa precisione per dipingere il quadro sociale.</p>
<p>Le hippies del periodo non erano mica tutte seguaci di Manson et similia. Non costituivano dei wild bunch di bonazze con inquadrature rubate a <strong>Charlie’s Angels</strong> (come mi spiegano i cinefili). E il femminismo? Il nuovo protagonismo positivo della donna? <em>Nada</em>. Altro punto. Per tutto il film i vari personaggi continuano a dire: «hippy del cazzo». Non è che tutto il mondo alternativo fosse pieno di fucking hippies che seguivano Manson o altri criminali. <strong>Timothy Leary</strong> che era il personaggio della controcultura più “santone hippie” di tutti, era colto, positivo, rivolto al futuro. Per <strong>Nixon</strong> era l’uomo più pericolo d’America. Lui, mica Manson o qualche satanista come lui. Quelli al massimo incrementano la vendita di armi e un uso distorto delle droghe. Le comuni non erano bande, ma luoghi di condivisione, di vita comunitaria e di uscita dalle logiche di mercato. Il verbo era il pacifismo, non la violenza. Si guardava alle religioni orientali, all’armonia con la natura, a un modo diverso di vivere. Il danno maggiore che hanno fatto è di averci lasciato soli con la New Age, mica stragi e sangue. La controcultura di Berkeley, di <strong>Allen Ginsberg</strong>, della <em>New Left</em> era diversa. Le sette sataniche brulicavano soprattutto a Hollywood, nel giro degli attori e nel sottobosco dell’industria cinematografica e musicale. Un mondo duro fatto di sesso, soldi rapidi, droghe, potere, mito del successo. Non nego che la storia di Charles Manson sia indissolubilmente legata al rock per innumerevoli vie, più di quelle mostrate nel film (il produttore <strong>Terry Melcher</strong> e il batterista dei <strong>Beach Boys</strong> <strong>Dennis Wilson</strong>, i due personaggi che introdurranno quella manica di sbandati nella casa di Cielo Drive).</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-80873" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02.png" alt="" width="324" height="211" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02.png 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02-300x195.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02-250x163.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02-200x130.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Capture-d’écran-2019-10-09-à-16.31.02-160x104.png 160w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /> I legami filosofici con la musica sono stati ben spiegati dal procuratore del processo a Manson, <strong>Vincent Bugliosi</strong> che ha ricostruito con meticolosità in un libro la genesi di quei massacri. L’uso distorto e manipolatorio delle canzoni dei <strong>Beatles</strong> che proponeva Manson ovviamente non aveva nulla a che vedere con i quattro di Liverpool. Sul lavoro di Bugliosi hanno basato film e serie Tv, quindi non vale la pena soffermarsi e non interessa neanche a Tarantino. Il film sceglie di raccontare una storia diversa e per motivi di spoiler non possiamo procedere oltre, ma essendo una fiaba con il “c’era una volta…” è ovviamente tutto legittimo. Il film sceglie un punto di vista e ci si rinchiude. Ricostruisce quel sottobosco hollywoodiano dei Sixties, quello straccione delle produzioni televisive di western o serie d’avventura low budget, girate nel <em>backlot</em> degli studios, con attori che avevano sfiorato il sogno di fare il grande salto e che non c’erano riusciti, ma come falene giravano ancora vorticosamente attorno alla luce. Ci sta che quel <em>lumpenproletariat</em> di attori, registi, stuntman e caratteristi di serie B fascisteggi un po’ e non si mostri così progressista come le stelle di Hollywood ci hanno abituato a pensare di essere. L’estate di Manson è anche quella di <strong>Woodstock</strong>; i due fatti sono contemporanei, ma a Hollywood la mentalità individualista e destrorsa del sottobosco vede all’orizzonte solo hippies del cazzo, altro che protagonismo giovanile. Il sogno del cinema copre completamente il sogno hippie. A Tarantino interessa fare cinema che parla del mito del cinema e anche quando fa stigmatizzare da un personaggio la violenza gratuita che domina tutta la produzione hollywoodiana poi immediatamente ci mostra un saggio di quella violenza. Ricorda un po’ quei preti che dal pulpito inorridiscono per il sesso, ma poi nel buio della sacrestia…</p>
<p>Sarebbe bello che il Tarantino che ha ricostruito interi quartieri della LA fine anni Sessanta, che ha ricreato il traffico originale con un profluvio di macchine d’epoca, che ha consulenti straordinari per costumi e musiche, coreografi per imitare la danza marziale di Bruce Lee e quant’altro gli è servito per il film mettesse a libro paga un esperto di storia degli Anni Sessanta. Il suo amato Sergio Leone aveva assunto un giallista, giornalista e saggista come Stuart Kaminsky per aiutarlo a ricostruire meticolosamente le ambientazioni storiche dei suoi film. E Stuart lo aiutava anche nelle sceneggiature e nei dialoghi. Il potere del cinema nel plasmare gli immaginari è immenso e Tarantino lo sa e lo usa. Certamente il cinema non è un libro di storia, ma rubare qualcosa da incuneare qua e là non sarebbe stato male. L’America ha scrittori e intellettuali che possono dargli una mano a uscire dal suo buco e complicare un po’ la sua America. Io butto là l’idea e se vuole approfondire <em>basta un fischio e un biglietto aereo</em>. Perché non si resiste al mito californiano, neanche a uno parziale.</p>
<h1></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>THE HATEFUL EIGHT Quentin perché hai tagliato la parte di CEASER The CAT?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2016 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Globe Theatre]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[Spanish Tragedy]]></category>
		<category><![CDATA[teatro elisabettiano]]></category>
		<category><![CDATA[The Hateful Eight]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Kyd]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />
Un gatto, un bel soriano rosso, nel film appare solo per brevi istanti: seduto placidamente su una botte della cucina di Minnie si guarda intorno curioso e vago. Nella sceneggiatura originale invece ha un bel nome, CEASER The CAT e ben due scene da protagonista, che sono state tagliate.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/snowy.jpg" alt="snowy" width="600" height="210"/><br />
&nbsp;<br />
di <strong>Orsola Puecher</strong></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">Uno SNOWY DAY fra le montagne del Wyoming. La musica di <strong>Ennio Morricone</strong>, angosciosa, inquieta, che pulsa nel gelo. Violini stridenti, un flusso di fagotti bassi e cupi. Un clima sempre incerto e sospeso.</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:0px solid #6495ED; background-color: #c4d9e1; font-size:16px;"><p>&#8220;Tarantino non mi ha dato alcuna indicazione specifica su cosa volesse &#8211; dice Morricone &#8211; Mi ha solo menzionato l’importanza della neve.&#8221;</p></blockquote>
<p>Una lunga seguenza iniziale dedicata alla statua di un Cristo in croce, affine alle icone russe di <em>Andrej Rublëv</em> di <strong>Tarkovskij</strong>, solitario nel bianco, con un enorme carico di neve, sulle spalle, sulla testa, grave come il peso della vendetta <em>occhio per occhio dente per dente</em>, senza appello e perdono, che attraversa tutto il film.</div>
<p></center></p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/h33.gif" width="524" height="183"/></p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/h22.gif" width="524" height="183"/></p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/h55.gif" width="524" height="183"/></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/crocefisso.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/crocefisso.png" alt="crocefisso" width="622" height="315" class="aligncenter size-full wp-image-59779" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">PRIMO PIANO SERGIO LEONE<br />
VOLTO DI GESU&#8217;<br />
Un primo piano estremo di un VOLTO DI LEGNO INTAGLIATO DI GESU&#8217;<br />
Si parte sul volto di Gesù e LENTAMENTE SI ZUMMA VIA&#8230; per rivelare una statua molto antica. E&#8217; un Gesù di legno intagliato su UNA CROCE DI PIETRA SCOLPITA conficcata nella neve. La statua sembra che sia lì da centinaia di anni prima dei padri pellegrini. E&#8217; come se i Vichinghi fossero saliti su una montagna in Wyoming, avessero scolpito una croce da una pietra, intagliato una figura del salvatore da un tronco, l&#8217;avessero piantata nella neve, e poi avessero ripreso il mare verso la Norvegia. L&#8217;estetica della statua rivela un&#8217;origine slava. La figura di Gesù con il suo corpo magro, spigoloso, assomiglia più a una crocifissione di Ivan il terribile di Eisenstein, che al salvatore hippy del cattolicesimo.<br />
Ma la cosa principale che il pubblicò noterà, è che si è formato un intero blocco di neve sulla sezione trasversale della croce. Come due pile di neve. Una posizionata sulla cima della croce. E l&#8217;altra posizionata sulla cima della testa di Gesù.  </div>
<p></center><br />
<a href="http://www.irishtimes.com/polopoly_fs/1.2488270.1452178982!/image/image.jpg_gen/derivatives/landscape_620/image.jpg"><img loading="lazy" src="http://www.irishtimes.com/polopoly_fs/1.2488270.1452178982!/image/image.jpg_gen/derivatives/landscape_620/image.jpg" width="620" height="349" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 200px;"><strong>VENDETTA</strong><br />
<em>Né muore Vendetta, se pure dorme un poco,<br />
perché nell&#8217;inquietudine si finge la quiete.<br />
E il sonnecchiare è una comune astuzia del mondo.</em> <br />
<small><strong>Thomas Kid</strong> <em>Spanish tragedy</em> [1582-1592]<br />
Act III <em>Scene XV</em></small><br />
&nbsp;<br />
<strong>JODY DOMERGUE</strong><br />
<em>La regola del gioco qui è la pazienza&#8230;</em> <br />
<small><strong>Q. Tarantino</strong> <em>The Hateful Eight</em> [2015]<br />
Act V <em>I quattro passeggeri</em></small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="https://media.giphy.com/media/xTka03W07A093Gqncc/giphy.gif" alt="tarant 1" width="500" height="180"/></p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/globe.jpg" alt="globe" width="500" height="180" /></p>
<p align="center"><img loading="lazy" src="https://media.giphy.com/media/PNboGWgMOA7Vm/giphy.gif" alt="tarant 2" width="500" height="180"/></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;"><figure id="attachment_59837" aria-describedby="caption-attachment-59837" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.suave-est-nus.org/ob.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/ob.gif" alt="O.B. l&#039;Innocente" width="300" height="168" class="size-full wp-image-59837" /></a><figcaption id="caption-attachment-59837" class="wp-caption-text">O.B. l&#8217;Innocente</figcaption></figure> Quattro personaggi di un ottetto fatale, gli <em>hateful eight</em>, ognuno a suo modo pieno d’odio e, forse per questo davvero odioso, per due lunghi capitoli, nel paesaggio algido e nevoso del Wyoming, sono inseguiti da una <em>maledetta tempesta di neve</em> che gli <em>sta attaccata al culo da 3 ore</em>. Sono in viaggio sulla diligenza guidata da <strong>O.B</strong>, personaggio simpatico, affidabile, senza odio alcuno, esentato, ma ancora per poco, dal destino inevitabile dell&#8217;ottetto. Alla fine raggiungeranno gli altri quattro personaggi, anch’essi odiosi e pieni di odio per motivi intrinsechi, o concatenti a quelli dei primi quattro, e arriveranno così al <em>palcoscenico</em> elettivo dello spettacolo teatrale di cui tutti sono protagonisti, la <strong>Merceria di Minnie</strong>.</div>
<p></center></p>
<p><center><a href="http://www.suave-est-nus.org/Minnie.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/Minnie.png" alt="Minnie" width="645" height="55" /></a></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">La Merceria di Minnie è un sacco di cose ma la sola cosa che non era, era una merceria. </div>
<p></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">Si entra in scena solo da <em>La Comune</em>, in gergo teatrale l’entrata sul fondale dal centro del palcoscenico. <em>La Comune</em> qui è una vecchia porta con la serratura rotta, inchiodata da due pezzi di legno, che ad ogni ingresso vanno schiodati a calci e poi inchiodati di nuovo, perché il vento del <em>blizzard</em>, la tempesta di neve, finalmente arrivata, non la riapra. Sì è o chiusi dentro o chiusi fuori. Chiusi sempre e comunque.<br />
Il luogo è reso <em>palcoscenico</em> dalla riprese in <strong>70mm SUPER CINEMASCOPE FRAME</strong> di ⇨ <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ultra_Panavision_70" target="_blank"><strong>THE OLD GLORIOUS PANAVISION</strong></a>, che rende l’inquadratura larga e teatrale, con i personaggi sempre presenti contemporaneamente nel campo lungo nei vari punti della scena,  bar, cucina, camino, letti, tavoli e tavolini vari, pianoforte, sempre visibili all’occhio di chi sta al di là della quarta parete e del sipario aperto sulle azioni.<br />
Tutto è di legno, il pavimento, le pareti, il soffitto a capriate. Dietro le piccole finestre il bianco che, all’avvicinarsi della notte, vira al blu della luce della neve. All’interno illuminazione calda di camino, candele da ribalta, lampade a petrolio. Come nella lignea scena unica di un elisabettiano <strong>Globe Theatre</strong> qui si concentreranno gli odi, le passioni e le <em>pazienti </em>vendette di <strong>The Hateful Eight</strong>, l’<em>American tragedy</em> di Quentin Tarantino senza vincitori, saranno tutti vinti, e senza eroi, sono tutti ciascuno a suo modo dei gran <em>bastardi</em>, nessuno senza peccato.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:0px solid #6495ED; background-color: #c4d9e1; font-size:16px;"><p><strong>CORO</strong> <em> Ma perdonate, signori miei, gl’ingegni bassi e pedestri che hanno ardito portare un tanto soggetto su questo palco indegno. Può quest’arena da galli contenere i campi sterminati di Francia? o possiamo noi stipare in questa “O” di legno anche i soli cimieri che atterrirono l’aria di Agincourt? Perdonateci! e come uno sgorbio può rappresentare un milione in poco spazio, così consentite a noi, zeri di questo conto immenso, di agire sulle forze della vostra fantasia</em>.</p></blockquote>
<p align="right"><small><em>Enrico V</em><br />
<strong>W. Shakespeare</strong><br />
Atto primo, Prologo<br />
traduzione di Masolino D’Amico nell’Introduzione di<br />
<em>Scena e parola in Shakespeare</em> Einaudi, 1974</small></p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center><u><strong>Capitolo Uno</strong></u><br />
<em>Ultima tappa per Red Rock</em><br />
&nbsp;<br />
<u><strong>Capitolo Due</strong></u><br />
<em>Figlio d&#8217;un cane</em><br />
&nbsp;<br />
<u><strong>Capitolo Tre</strong></u><br />
<em>La merceria di Minnie</em><br />
&nbsp;<br />
<u><strong>Capitolo Quattro</strong></u><br />
<em>Domergue ha un segreto</em><br />
&nbsp;<br />
<u><strong>Capitolo cinque</strong></u><br />
<em>I quattro passeggeri</em><br />
&nbsp;<br />
<u><strong>Ultimo Capitolo</strong></u><br />
<em>Uomo nero, bianco inferno</em></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">I cinque capitoli e finale, come i cinque atti della tragedia classica e le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione quasi completamente rispettate. Purificazione catartica dello spettatore attraverso le scene violente con sangue a secchiate ed espedienti horror tanto chiaramente riconoscibili e iper realistici da essere spesso sonoramente comici. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/allegoria.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/allegoria.png" alt="allegoria" width="375" height="149" class="alignleft size-full wp-image-59881" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/allegoria.png 375w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/allegoria-300x119.png 300w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /></a>Nell&#8217;<em>inverno del nostro scontento</em>, in una tempesta che, come in <em>Re Lear</em>, nello sconvolgersi della natura mutua il caos e il disordine dei sentimenti e delle passioni dei personaggi, le pulsioni di vendetta e morte, l&#8217;incrinarsi delle gerarchie sociali, si dipana l&#8217;allegoria di un microcosmo <em>western</em> di deprecabili personaggi rinchiusi in uno stesso spazio per un po’ tempo, finché la loro natura non li porta ad auto  distruggersi, per rappresentare in filigrana il macrocosmo della società americana con la sua violenza, la natura di una nazione costruita su una guerra continua e costante e i suoi atavici contrasti razziali, coloniali e di gender, fra legalità, profondamente venata di illegalità, e illegalità.<br />
Non manca nulla. Ognuno può non essere ciò che sembra e allearsi con chi meno si prevede.<br />
Una fantomatica lettera di Abramo Lincoln scritta al Maggiore Warren, che termina con la frase: </p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:0px solid #6495ED; background-color: #c4d9e1; font-size:16px;"><p><em>La vecchia Mary Todd mi chiama, quindi credo sia ora di andare a dormire.</em></p></blockquote>
<p>commuove i cuori incalliti, per la sua domestica quiete, per quella adombrata dimessa pace casalinga, che gli inquieti protagonisti non raggiungeranno mai.<br />
Abbiamo il  <strong>Maggiore Warren</strong> della cavalleria nordista di <em>Samuel L. Jackson</em>, nero, degradato e cacciato perché ha massacrato 100 prigionieri bianchi, cacciatore di teste che nella consegna di catturare i ricercati <em>vivi o morti</em> sceglie sempre e solo la seconda opzione, il <strong>Chris Mannix</strong> di <em>Walton Goggins</em>, rappresentante dei Confederati razzisti e futuro sceriffo di Red Rock, il <strong>Joe Gage</strong> di <em>Michael Madsen</em> cowboy classico alla John Wayne, il rappresentante della Legge <strong>John Ruth</strong> di <em>Kurt Russell</em>, detto il Boia perchè consegna solo prigionieri vivi per un <em>regolare</em> processo e si gode la <em>regolare</em> impiccagione, abbiamo chi trasgredisce a questo Ordine nella <strong>Daisy Domergue</strong> della grandiosa <em>Jennifer Jason Leigh</em>, l’inglese che ha colonizzato l’America nell&#8217;<strong>Oswaldo Mobray</strong>, vero boia di professione, forse, di <em>Tim Roth</em>, il messicano che rappresenta la natura colonialista del nuovo stato nel <strong>senor Bob</strong> di <em>Demián Bechir</em>, il vecchio generale confederato <strong>Smithers</strong> di <em>Craig Stark</em> che ha  massacrato un battaglione di soldati neri, la <strong>Minnie</strong> di <em>Dora Gourrier</em> che ha come insegna della sua Merceria <strong>VIETATO L&#8217;INGRESSO AI CANI E AI MESSICANI</strong>, e <em>last but not least</em> il fratello vendicatore di Daisy <strong>Jodi Domergue</strong> di <em>Channing Tatum</em>. Per non parlare di <strong>Ceaser the Cat</strong> del <em>Gatto Soriano Rosso</em>.</div>
<p></center></p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="http://static01.nyt.com/images/2016/01/17/arts/bagger-oddcouple/bagger-oddcouple-blog427.jpg"><img loading="lazy" src="http://static01.nyt.com/images/2016/01/17/arts/bagger-oddcouple/bagger-oddcouple-blog427.jpg" width="427" height="550" alt="Il Boia e Daisy" class="aligncenter" /></a><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><a href="http://www.suave-est-nus.org/boia-e-daisy.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/boia-e-daisy.png" alt="boia e daisy" width="620" height="177"/></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">Il TIZIO NELLA CARROZZA è un ruvido uomo bianco del genere uomo di legge, con un dannato cappello nero e dei baffi da tricheco sul labbro superiore.<br />
&nbsp;<br />
Questa un tempo graziosa SIGNORA BIANCA (forse prima del viaggio. o forse anni fa) indossa un vestito un tempo grazioso e un un sorriso un tempo sexy sotto un pesante cappoto invernale da uomo. La sua faccia è una collezione di tagli, lividi e graffi, Perché durante il viaggio con L&#8217;UOMO CON I BAFFI DA TRICHECO ha preso un sacco di pugni e spinte. </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://static01.nyt.com/images/2016/01/17/arts/bagger-marquis/bagger-marquis-blog427.jpg"><img loading="lazy" src="http://static01.nyt.com/images/2016/01/17/arts/bagger-marquis/bagger-marquis-blog427.jpg" width="427" height="510" alt="Maggiore Warren" class="aligncenter" /></a></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/maggiore-Warren.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/maggiore-Warren.png" alt="maggiore Warren" width="620" height="203" class="aligncenter size-full wp-image-59749" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">L&#8217;UOMO NERO è più anziano. Un tipo astuto alla LEE VAN CLEEF, con la testa pelata, capelli grigi ai lati, baffi ben curati, alto e magro. Indossa i pantaloni blu scuro dell&#8217;uniforme della CAVALLERIA AMERICANA, con la riga gialla da un lato della gamba dei pantaloni, infilati negli stivali neri d&#8217;ordinanza da cavallo della Cavalleria. La camicia e la biancheria non sono d&#8217;ordinanza e sono indossati per comodità, stile e  caldo, inclusa una lunga sciarpa di lana  grigio antracite.<br />
Ma il pesante cappotto scuro invernale è il CAPPOTTO INVERNALE DA UFFICIALE con le mostrine da ufficiale strappate via.<br />
In cima alla pelata porta un fighissimo CAPPELLO DA COWBOY non d&#8217;ordinanza preso chissà dove dopo la guerra. </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/mannix.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/mannix.gif" alt="mannix" width="269" height="254" class="aligncenter size-full wp-image-59792" /></a></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/straniero.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/straniero.png" alt="straniero" width="622" height="203" class="aligncenter size-full wp-image-59750" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">PIANO AMERICANO DELLO STRANIERO SULLA STRADA<br />
Sta di fronte a O.B., alla carrozza e ai cavalli. Ha in mano una lanterna che il vento fa oscillare, è un  uomo dall&#8217;aspetto abbastanza inaffidabile, sulla trentina con i denti marci e a dire il vero con un cappotto invernale sbrindellato.<br />
&nbsp;<br />
Tagliando direttamente al TITOLO DEL CAPITOLO seguente, questo PIANO AMERICANO in 70 millimetri di un nuovo personaggio suggerisce che questo nuovo personaggio è un vero e proprio FIGLIO DI UN CANE.<br />
&nbsp;<br />
La voce dello Straniero etichetta questo nuovo personaggio come uno straniero che viene dal Sud. </div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center><a href="http://www.suave-est-nus.org/bob.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/bob.gif" alt="bob" width="269" height="155"/></a><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/Bob-il-messicano.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/Bob-il-messicano.png" alt="Bob il messicano" width="621" height="162" /></a></center></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">E in questa spaventosa tempesta, UN UOMO con un cappottone invernale e un cappello esce dalla porta davanti di Minnie e va verso la carrozza. Solo quando si avvicina, i passeggeri all&#8217;interno scostano le tendine dei finestrini della portiera della carrozza.</p>
<p style="padding-left: 200px;">UOMO<br />
[parlando con un<br />
accento ispanico] </p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/joe.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/joe.gif" alt="joe" width="269" height="144" class="aligncenter size-full wp-image-59830" /></a></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/cowboy.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/cowboy.png" alt="cowboy" width="499" height="461" class="aligncenter size-full wp-image-59831" /></a><br />
<center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:500px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">
<p style="padding-left: 100px;">JOHN RUTH<br />
Cosa stai scrivendo amico?<br />
&nbsp;<br />
IL TIZIO COWBOY<br />
La sola cosa  di cui sono qualificato a scrivere<br />
&nbsp;<br />
JOHN RUTH<br />
Che cos&#8217;è?<br />
&nbsp;<br />
IL TIZIO COWBOY<br />
La storia della mia vita.<br />
&nbsp;<br />
JOHN RUTH<br />
Stai scrivendo la storia della tua vita?<br />
&nbsp;<br />
IL TIZIO COWBOY<br />
Ci puoi scommettere.<br />
&nbsp;<br />
JOHN RUTH<br />
E io ci sono?<br />
&nbsp;<br />
IL TIZIO COWBOY<br />
Ci sei appena entrato. </p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/oswaldo.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/oswaldo.gif" alt="oswaldo" width="269" height="180" class="aligncenter size-full wp-image-59832" /></a></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/oswaldo-mowbray.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/oswaldo-mowbray.png" alt="oswaldo" width="600" height="214" class="aligncenter size-full wp-image-59833" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">UNO, un BIONDO UOMO INGLESE che indossa un vestito spezzato da uomo d&#8217;affari, si alza in piedi quando vede un uomo o una donna entrare nella stanza.<br />
&nbsp;<br />
Parla con accento inglese.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 150px;">BIONDO UOMO INGLESE<br />
Diamine una donna<br />
In questo bianco inferno?<br />
(A Domergue)<br />
Devi essere congelata, poverina.  </p>
<p>&nbsp;<br />
Il Biondo Uomo Inglese è un pochino dandy. Non un grandissimo dandy, solo uno piccolino. </p></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/generale.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/generale.gif" alt="generale" width="269" height="170" class="aligncenter size-full wp-image-59834" /></a></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/generale.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/generale.png" alt="generale" width="625" height="280" class="aligncenter size-full wp-image-59835" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">
<p style="padding-left: 200px;">JOHN RUTH<br />
(al Veterano)<br />
Salve veterano</p>
<p>&nbsp;<br />
Il Veterano indica la mostrina del grado sulla sua uniforme. Diversamente dal Mag. Warren i gradi da ufficiale del Veterano non sono stati strappati via dall&#8217;uniforme.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 200px;">VETERANO<br />
Generale.<br />
&nbsp;<br />
JOHN RUTH<br />
(rispettosamente)<br />
Generale.<br />
&nbsp;<br />
VETERANO<br />
Lei è una Iena. </p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>E il gatto?</strong></big><br />
[<em>finalmente è venuto il suo momento</em>]</center><br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.suave-est-nus.org/caesar-the-cat.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/caesar-the-cat.gif" alt="caesar the cat" width="217" height="218" class="aligncenter size-full wp-image-59753" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">Un gatto, un bel soriano rosso, nel film appare solo per brevi istanti: seduto placidamente su una botte della cucina di Minnie si guarda intorno curioso e vago, come solo i gatti sanno essere. Nella sceneggiatura originale invece ha un bel nome, CEASER The CAT, una via di mezzo tra l&#8217;augusto <em>Cesare</em> e <em>chaser</em>, l&#8217;inseguitore, e ben due scene da protagonista, che sono state <em>brutalmente </em>tagliate.<br />
La prima si svolge nel seminterrato sotto le assi del pavimento, che tanta importanza ebbe in <strong>Bastardi senza Gloria</strong> e che prelude a ferali avvenimenti ad esso connessi anche in questo caso. Avrebbe avuto il compito di creare una certa attenzione alla cantina, il <em>sottopalco</em> si direbbe sempre in gergo teatrale, della Merceria di Minnie, non di poco conto nello sviluppo della trama. Per non parlare poi di quella sua eventuale magica apparizione nella scena finale, poco prima delle due ultime battute del film. In un ritorno della pace che per alcuni sarà presto quella <em>eterna</em>, spunta questo unico elemento vitale miagolante e affamato, come solo i gatti sanno essere, che avrebbe potuto aprire un piccolo, flebile, spiazzante segnale di una qualche speranza, <em>just a bit of one</em>, nel nero della Tragedia. Quentin perché hai tagliato la parte di CEASER The CAT? Che  errore&#8230; sarebbe stato un finale strepitoso, a dir poco, e che ti sarebbe di certo valso l&#8217;Oscar.</div>
<p></center></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/1-caesar-the-cat.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/1-caesar-the-cat.png" alt="1 caesar the cat" width="671" height="508" class="aligncenter size-full wp-image-59756" /></a><br />
<center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">
<p style="padding-left: 150px;">MINNIE<br />
(CONTINUANDO)<br />
Charly vai là sotto e prendi<br />
quel topo morto. Non voglio che puzzi<br />
tutto il locale. Portati Ceaser.</p>
<p>Charly prende una scopa e un GATTO SORIANO di nome CEASER. Va fino a una botola nel pavimento che porta in cantina. Mette giù il gatto sul pavimento. CEASER Il GATTO è molto eccitato. Lui lo sa cosa c&#8217;è in cantina.<br />
Quando lasciano che Ceser cacci in cantina, è il momento più felice della vita felina di CEASER.<br />
Charly solleva la botola nel pavimento.<br />
Ceaser scatta come una freccia.<br />
Sentiamo sotto le tavole del pavimento il trambusto dei topi terrorizzati che scappano e del gatto che li cattura e li uccide.<br />
Dopo che CEASER ha attirato l&#8217;attenzione dei topi, Charly scende in cantina, afferando in fretta la scopa.<br />
Poi sparisce nel pavimento, lo sentiamo gridare ai vermi;</p>
<p style="padding-left: 150px;">CHARLY<br />
Sloggiate Piccoli bastardi!<br />
Figli di puttana!<br />
Si sente la scopa menare colpi in giro. </p>
</div>
<p></center></p>
<p><a href="http://www.suave-est-nus.org/2-caesar-the-cat.png"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/2-caesar-the-cat.png" alt="2 caesar the cat" width="661" height="212" class="aligncenter size-full wp-image-59757" /></a></p>
<p><center></p>
<div style="border:1px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #d4bb9a;">Proprio allora CEASER The CAT che doveva essere rimasto nascosto per tutto quel tempo, finalmente decide che da Minnie l&#8217;agitazione si è considerevolmente calmata, e salta sul letto, raggiungendo i due uomini.<br />
E&#8217; affamato e fa dei miagolìi affamati ai tizi.<br />
Il Mag. Warren guarda il gatto.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 150px;">MAG. WARREN<br />
E tu da dove vieni? </p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Sulle chains di Django Unchained</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/02/10/django-unchained/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 23:01:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Django]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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		<category><![CDATA[simone weil]]></category>
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					<description><![CDATA[di Renata Morresi Abbiamo visto Django. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44843" alt="django-unchained-poster-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg" width="560" height="784" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--68x96.jpg 68w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--27x38.jpg 27w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--153x215.jpg 153w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--91x128.jpg 91w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <b>Renata Morresi</b></p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo visto <i>Django</i>. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di Leone, il cultore di splatter-polizziottesco-gorno-peplum, la filologa di Black Vernacular English, l&#8217;istruttore di dressage, una piccola rappresentanza di ex-campioni olimpici di lotta greco-romana, l&#8217;esperto balistico, Demofilo Fidani, Spike Lee, gli immancabili tarantiniani doc che se ti sfugge un&#8217;allusione alla filmografia dell&#8217;ultimo secolo, come fai, dico, come, come puoi?? Io che in vita mia ho visto mezzo Spaghetti western e non so un beato nulla di Corbucci non avrei mai e poi mai – mi dicono – potuto godermi questo film con le sole mie forze.</p>
<p>Ah, c&#8217;era anche la mia amica Maria, che di tanto in tanto rilasciava un &#8220;aah&#8221;, di solito al manifestarsi di un muscolo ignudo del bell&#8217;attore protagonista. Mancava solo qualcuno che raccapezzasse qualcosa di un tema, macché, di un temino, di un riferimento del tutto marginale e secondario rispetto alla vera essenza del film: la storia dello schiavismo. O no?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44844" alt="django on his knees" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg" width="700" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-300x172.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-96x55.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-38x21.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-373x215.jpg 373w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-128x73.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg 1110w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44846" alt="seal +flagellation" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1-1024x742.jpg" width="737" height="504" /></a></p>
<p><em>[Nelle immagini un fotogramma dal film, lo stemma di una associazione abolizionista (1837), e una incisione di fine &#8216;700 dalla biografia di tal J. G. Stedman, soldato olandese che racconta di come la ragazzina qui rappresentata fu scuoiata da due negrieri.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Magari lo schiavismo non è un soggetto così irrilevante per <i>Django</i> come si direbbe a leggerne le recensioni. E forse Tarantino, che ovviamente non ha fatto un film storico sulla schiavitù, come già in <i>Inglourious Basterds</i> non ha fatto un film di guerra sulla resistenza al nazismo, come in <i>Kill Bill</i> non ha fatto un film femminista sulla ricerca di self-empowerment, auto-determinazione, bla-bla, forse Tarantino qualcosa di interessante su come funziona/va la schiavitù l&#8217;ha detto comunque.</p>
<p>Vi dico le 4 cose interessanti sullo schiavismo moderno che Tarantino riesce a far emergere dalla sua fantasmagoria di pasticciacci intertestuali e gorgoglianti flutti (più che schizzi) di sangue. <span style="text-decoration: line-through">Poi</span> Insieme vi dico, in breve, come questo sta nella Storia (uh!) e perché gli/ci interessa. <span style="text-decoration: line-through">Infine</span> Intanto vi dico dove avrebbe potuto fare &#8216;meglio&#8217;, ma forse non poteva proprio farlo di default, poiché Tarantino non ha né la formazione, né la vocazione di occuparsi di qualsiasi comunità identitaria, preferendo – per nostra fortuna – dedicarsi a un&#8217;altra questione (radicata nell&#8217;americanità, benché oramai trasversale): i limiti dell&#8217;individuo.</p>
<p>E per boicottare sin da subito questo procedere assai powerpointiano comincerò con una domanda, che molti càndidos si son senza dubbio chiesti nel corso della vita, e che Calvin Candie/Leonardo di Caprio pone in uno dei momenti cruciali del film: &#8220;Perché gli schiavi non ci ammazzano tutti?&#8221; La risposta di Tarantino è assai circostanziata [qui cominciano gli spoiler]: sì, in effetti tra poco Django li ammazzerà tutti. La risposta della Storia (uh!) la danno nel cinema accanto: come mostra il film di Spielberg, sì, in effetti Lincoln vinse la guerra civile aprendo l&#8217;esercito ai neri, che in massa si arruolarono dal Nord e in massa disertarono l&#8217;esercito sudista e gli Stati di confine per unirsi all&#8217;Unione ed ammazzarli tutti. La risposta dei neri presenti sulla scena è nella non-reazione, nel silenzio: Django prima dovrà assicurarsi di poter salvare la moglie e poi potrà ammazzarli tutti. Se gli schiavi non si sono ribellati per ammazzarli tutti è perché il sistema schiavistico era abbastanza <i>intelligente</i> da proibire loro legalmente, con gli <i>Slave Codes</i>, la possibilità di riunirsi, portare armi, imparare a leggere e scrivere, e così via, persino di guardare i bianchi negli occhi (un simpatico reato conosciuto col nome di &#8220;reckless eyeballing&#8221;, &#8220;sguardo impudente&#8221;). E così <i>raffinato</i> da sfruttare le famiglie divise e le comunità affettive, la concorrenza tra disgraziati, nonché il senso di inferiorità instillato sin dalla nascita nei sottoposti, per tenerne in pugno, con il ricatto e la minaccia, a volte le blandizie, le sorti. E poi, certo, c&#8217;erano i cani.</p>
<p>Ecco la ricetta del dominio, dunque: una abile miscela di regolamenti e burocrazie (quanti attestati, carte e certificati vediamo in <i>Django</i>? in mezzo al carnaio c&#8217;è sempre qualcuno che cerca il documento giusto) e di continua intimidazione emotiva (oltre, evidentemente, al vecchio vizietto delle sevizie).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44847" alt="runaway family" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg" width="700" height="602" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-96x82.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-38x32.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-249x215.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-128x110.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg 1046w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><em>[Un volantino del 1847 mostra quale fosse la preda preferita dei cacciatori di taglie.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le 4 cose dello schiavismo che ho promesso. Una l&#8217;ho pensata nella piantagione di Spencer &#8216;Big Daddy&#8217; Bennett/Don Johnson, il disgustoso di-bianco-vestito piantatore e datore di lavoro dei sadici Brittle Brothers, che sta lì lì per guidare la scorreria del proto-Ku-Klux-Klan (quello ufficiale fu fondato solo dopo la Guerra civile). Se ne sta in cima alla scalinata bianca della sua bianca magione, immerso nel suo harem di giovani schiave, servitori neri, domestici mulatti, lacché, dipendenti, staffieri di varie gradazioni, ineffabili ragazzine di chissà quale discendenza. Nel momento in cui scopre che Schultz e Django sono in realtà cacciatori di taglie che hanno legalmente ammazzato i tre sorveglianti lo vediamo circondato dalla sua corte variopinta. Il quadretto mi ricorda l&#8217;affanno con cui gli pseudo-scienziati illuministi computavano le razze, le loro inafferrabili classificazioni: da mulatto a meticcio a octoroon a sangue-misto e così via, un nome per il figlio di ogni stupro. Eccoli lì tutti assieme. Il confine tra bianco e nero continuamente smentito dall&#8217;abuso sessuale delle schiave, i cui figli, non importa il colore della pelle, sarebbero a loro volta divenuti proprietà. Il confine tra bianco e nero continuamente ribadito dal diritto e dalla &#8216;scienza&#8217;, che stabilivano (=INVENTAVANO) la diversità (e i metodi per ammansirla). Il meccanismo innescato da questo dispositivo sessual-scientifico-legislativo ne garantiva la &#8216;naturalezza&#8217;, l&#8217;invisibilità. [È poi così lontano da certe invocazioni odierne a &#8220;l&#8217;ordine naturale&#8221;?]</p>
<p>Due: il razzismo e lo schiavismo non sono esattamente la stessa cosa. Insomma, se si trattasse solo di mostrare che la schiavitù era brutta e cattiva a un pubblico che intuisce che la schiavitù è brutta e cattiva e vuole rallegrarsi di saperla giusta vedendo tutte quelle bruttezze e cattiverie, non ci sarebbe molto da dire. Se fosse solo lo schiavismo sarebbe (quasi) anacronistico. Il razzismo è altro, e già allora era lungi dal riguardare solamente alcuni bianchi cattivi perseguitanti alcuni neri buoni. Il maggiordomo Stephen/Samuel L.Jackson è forse il più &#8216;razzista&#8217; della storia: per quanto Candie lo immagini inferiore e sottomesso, è lui ad intuire il gioco dei due compari, è lui che decifra la scena al padrone, è lui che suggerisce che il &#8220;campo&#8221; sia la punizione peggiore. Perché lo fa? Perché no? Ognuno si salva come può e il razzismo è una forza che va ben oltre l&#8217;idea di &#8220;razza&#8221;.</p>
<p>(Certo, Tarantino è molto interessato a questa affermazione individuale, assai meno alle qualità di resilienza di una comunità. È molto interessato allo &#8220;stato di eccezione&#8221; nelle sue manifestazioni singolari, a cosa fa Uno/a VS Rest of the World nell&#8217;omonimo videogioco, piuttosto che alla resistenza dei paria. Di solito, negli altri film, si intuisce che si comincia da capo: i nemici si rigenerano, Hans Landa diventa un bravo americano, e si passa allo schema successivo. Per questo <i>Django</i> risulta un po&#8217; piatto: non c&#8217;è trucco non c&#8217;è inganno, alla fine l&#8217;eroe vince, i cattivi sono sconfitti. E tutti vissero&#8230; o non è andata così?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44849" style="width: 702px;height: 705px" alt="iron mask" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg" width="702" height="745" /></a></p>
<p><em>[In </em>Django<em> si vedono i collari, ma, se non ricordo male, non le maschere di ferro, all&#8217;interno delle quali era sistemata una piastra che andava a incastrarsi nella bocca per impedire di parlare. Questa è una incisione del 1807.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre: Simone Weil scrive che vi è qualcosa in comune tra ignorare un grido di dolore e provare voluttà quando viene lanciato. Questo secondo stato d&#8217;animo è una forma attenuata del primo. Per questo si persevera con compiacenza nell&#8217;ignoranza: ignorare che un altro esista significa espandere i limiti dei propri desideri. &#8220;Ogni espansione immaginaria di quei limiti è voluttuosa&#8221;, scrive Weil, &#8220;[p]er questo la schiavitù è così piacevole per i padroni&#8221;. Che vuol dire? E perché penso che c&#8217;entri con la famigerata scena di lotta tra i Mandingo? Ce n&#8217;erano di torture e orrori da mostrare dritti dritti dall&#8217;ante-bellum Sud: perché inventarsi la storia delle battaglie all&#8217;ultimo sangue? Eh, Tarantino, geniaccio, quant&#8217;è vero il tuo gusto per il meta-spettacolo&#8230; quanto ti piace mostrarci una stanza chiusa, dentro cui va in scena uno spettacolo immondo, si intrecciano tante forze dichiarate e sottese, tanti livelli di lucidità e libidine, i sadici che urlano, l&#8217;amante che ammicca, il barista che lucida il bicchiere / quanto ti piace pensare a noi in una sala chiusa, che sgranocchiamo patatine, urliamo, ridiamo, tratteniamo il fiato, inorridiamo e, in sostanza, ci divertiamo un sacco alla scena del sopra detto immondo spettacolo. Non siamo complici, lo so, però lo capiamo. lo capiamo.</p>
<p>Quattro: forse l&#8217;ho già detto. Lo schiavismo fu una ingegnosa mescolanza di diritto e sopraffazione, di colore della pelle e status giuridico: non tutti i neri erano schiavi, per esempio, ma tutti gli schiavi erano &#8216;neri&#8217;, anche quelli che le unioni interrazziali avevano reso bianchissimi. È questo <i>contratto</i> <i>civile</i> ad aver reso lo schiavismo tale roccaforte nel bel mezzo della modernità. Mentre costruivano i metrò e scoprivano i pianeti, mentre Freud sgambettava bimbetto e Pasteur si dava da fare coi microbi, alcuni si prodigavano a dimostrare l&#8217;inferiorità di coloro che andavano martoriando. Non è una contraddizione tra progresso e barbarie, ma una delle versioni più diffuse del loro vicendevole radicamento nella ricerca dell&#8217;utile. I Big Daddy e i Candie sono comunque sempre mossi dai dollari favoleggiati dagli Schultz. Ai denti dei loro cani quello oppone il grande dente pubblicitario in cima alla sua carrozza. E tutti sparano allegramente, chi per &#8220;<i>retribution</i>&#8221; (=vendetta), chi per <i>retribuzione.</i></p>
<p>Non è neanche una gran novità per noi venuti dopo Auschwitz. (Ormai per sempre, fino alla fine dei tempi, <i>dopo</i>.) Come Tarantino ci ricorda per bocca di Stephen, il peggio verrà nel &#8220;campo&#8221;. Ma perché questo ci piaccia tanto, perché questo ci faccia sentire vivi, è interessante. E non so bene se è perché la cosa ormai non &#8216;ci&#8217; riguarda, o se è perché la troviamo stranamente famigliare, il lampo di un ammonimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagini tratte da:</em></p>
<p>The Atlantic Slave Trade and Slave Life in the Americas: A Visual Record.<br />
http://hitchcock.itc.virginia.edu/Slavery/index.php</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>House Divided: The Civil War Research Engine at Dickinson College. http://housedivided.dickinson.edu&#8221;&gt;http://housedivided.dickinson.edu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>YouTube, Google Images</p>
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		<title>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 06:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[martin scorsese]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[pulp fiction]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere, così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine. Walter Benjamin Una pura formalità. Se è questo che pensate, scordatevelo: per estro, vigore, ritmo, direzione della macchina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-300x225.jpg" alt="" title="machete2" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-39233" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
di  <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo<br />
ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere,<br />
così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine.<br />
<em>Walter Benjamin</em></p>
<p><strong>Una pura formalità.</strong><br />
Se è questo che pensate, scordatevelo: per estro, vigore, ritmo, direzione della macchina da presa, uso delle ottiche, taglio delle inquadrature, il montaggio ora morbido e levigato ora nervoso e incrinato, e tutta una serie di spettacolari accorgimenti grafici, <em>Machete</em> è il genere di film che sbaraglierebbe da solo il novanta per cento della produzione nostrana.<span id="more-39232"></span> Se per uno sfortunato caso del destino, il Nanni Moretti di <em>Habemus papam </em>incontrasse in un giorno qualsiasi Robert Anthony Rodriguez, e insieme decidessero di sfidarsi in un duello cinematografico giocandosi tutto, donne case motori e rispettivi conti in banca &#8211; esattamente il tipo di plot per cui alcuni spettatori emettono quella sottilissima varietà di gridolini protetti dall&#8217;oscurità delle sale &#8211; mille a uno vedreste vagare triste solitario y final Moretti lungo le strade e i cavalcavia, elemosinando la vostra pietà non solo per non essere riuscito a muovere le camere con lo stesso candido piglio, ma soprattutto per essere venuto meno alle prove di conoscenza cinematografica &#8211; l&#8217;arcobaleno della storia del cinema che pone sullo stesso arco lo slang della <em>blaxploitation</em>, i duelli spettacolari in punta di spada dei <em>wuxia plan</em>, l&#8217;avventurosa creatività degli horror da due lire, la sporcizia del nastro vhs della prima pornografia di massa, l&#8217;esattezza geometrica dei western, la sgangherata ferocia dei war-movies, lo sguardo nella serratura del pecoreccio italiano, e tanto per chiudere i kolossal, i film d&#8217;autore e le differenti vague che hanno ripetutamente scosso la monotonia stagnante del grande schermo. Le gerarchie estetiche, come ci ricorda l&#8217;ex ragazzo prodigio Robert Anthony Rodriguez, non sono più di questo mondo.</p>
<p><strong>Strade perdute.</strong><br />
Qualcosa però non gira come un tempo &#8211; ed è palpabile. Machete (Danny Trejo) è un uomo avanti negli anni che vagola da una parte all&#8217;altra del confine tra Mexico e Stati Uniti. Ha la pelle butterata, i capelli lunghi neri, i baffi a manubrio, due mani enormemente tozze, una massa muscolare che incute primitivo terrore, sebbene lo sguardo sia buono, e l&#8217;aria da ergastolano del braccio della morte sia suturata punto per punto alla goffaggine dei movimenti, un incedere claudicante buffo impacciato, come se uno scienziato, in un momento di debolezza, avesse incrociato il genoma di Pippo con quello di Ivan Drago. Nomen omen, la sua specialità è l&#8217;uso virtuosistico e vendicativo del machete, ma non è un serial killer, né un assassino mercenario, né uno schizzato investito dall&#8217;aurea del supereroe. Machete è un ex agente federale &#8211; un giorno la moglie viene decapitata sotto i suoi occhi, e da allora cerca riparo, lavoretti per sopravvivere, le tracce degli uomini che hanno compiuto tanto orrore. Per questo la storia della vendetta di Machete è una lunga macabra irritante sequela di teste mozze, mani tagliate, gambe recise, arti e organi spiccati dal corpo. Per quanto sia a tratti divertente, nonostante la per nulla sottile linea rossa della vendetta incroci la storia d&#8217;amore con l&#8217;agente federale Sartana (Jessica Alba), la storia di rivolta sociale organizzata dalla subcomandante Luz (Michelle Rodriguez), la storia di corruzione politica a cui si dedicano anima e corpo il senatore McLaughlin (Robert De Niro) e Michael Benz (Jeff Fahey), la storia del dominio incontrastato del narcotrafficante Torrez (Steven Seagal), la storia della migrazione di anonimi profughi messicani lungo il confine presidiato dalla pistola facile del Tenente Stillman (Don Johnson), il film non è altro che un continuo salto di location e situazioni dove Machete può dar saggio di quanto sia terribilmente padrone di un così bizzarro strumento di morte. Non è un caso, insomma, se in sala, calati nella poltrona, rapiti dallo schermo, troppo civili e perturbati dalla varietà di gridolini emessi dal vostro vicino di posto ogni qualvolta spicchino come piccoli volatili teste e mani da corpi altrui, siate sopraffatti da una parola: videogame. Machete è un videogame anni ottanta: un film a quadri, ogni quadro più complicato e popolato del precedente. Ma la logica che presiede tanta proliferazione narrativa, il turbinio di set situazioni personaggi che culmina nella saturazione esplosiva del finale, l&#8217;un contro l&#8217;altro armati e il prevedibile happy end, resta quella: la legge iperrealista e pornografica del taglione e del machete.</p>
<p><strong>Quei bravi ragazzi.</strong><br />
Una battuta però non ci permette di liquidare così in fretta il film. Soprattutto se la battuta è infilata tra le labbra di Robert De Niro &#8211; ormai un pallido sosia di se stesso. Siamo all&#8217;ultimo quadro, il film sta finendo, le micce narrative accese in qualsiasi parte del film stanno per dare fuoco alle polveri della più classica catarsi, e il senatore McLaughlin, cioè Robert De Niro in persona, imbeccato da Robert Anthony Rodriguez, dice: &#8220;Volete far fuori quei bravi ragazzi? Allora sono con voi&#8221;. E potrebbe filare liscio, il finale. I mitra cantano, le teste saltano, i messicani sparano, i gringos vanno giù, le cisterne avvampano nell&#8217;aria la pirotecnia della benzina esplosa &#8211; eppure quella battuta non smette di girare e stridere tra i pensieri, come se ci avesse recapitato chissà quale scottante verità avvolta nella cartapesta di un film poco riuscito. Perché quella battuta proprio in bocca a Robert De Niro? Come mai nella battuta in bocca a De Niro, con raggelante ironia meta-cinematografica, è messa in scena la sfida totale a <em>Quei bravi ragazzi</em>, il <em>Goodfellas</em> di Martin Scorsese, un film decisivo di uno dei migliori registi della storia del cinema? E cosa c&#8217;entra Martin Scorsese in tutto questo? Tra gli anni novanta e i primi dieci degli anni duemila, la monotonia stagnante del grande schermo è stata scossa dallo tsunami della pulp fiction. Quasi in contemporanea, Quentin Tarantino e Robert Anthony Rodriguez, un film dopo l&#8217;altro, film in alcuni casi divenuti pietre miliari, <em>Pulp Fiction </em>e <em>Sin City </em>in testa, hanno rivoluzionato non solo le forme del cinema, quanto la percezione della storia del cinema. Non è un caso se dal loro passaggio in poi, qualunque spettatore non abbia più remore morali nel guardare film di bassissima lega con i popcorn in mano e l&#8217;aria compiaciuta. Sembra quasi che Tarantino e Rodriguez siano la prova manifesta delle teorie di Slavoj Zizek: nei film, in qualsiasi film, perfino nelle operazioni smaccatamente commerciali, si agita lo spirito del tempo, lo spettro dell&#8217;inconscio collettivo, le acque più scintillanti e torbide della creatività. Se la vendetta è il tema canonico di buona parte della filmografia pulp, con buona pace di chi pensava che il conflitto sociale e il cammino della storia fossero arrivati a un punto morto, a livello estetico è la fusione di elementi stilistici eterogenei la cifra essenziale, la mescolanza sorvegliata e controllatissima di generi sentimenti valori che solo in teoria non potevano stare vicini senza elidersi a vicenda. Fornendoci così l&#8217;immagine fulminante dei corsi e ricorsi storici che ci tocca a abitare. Conflitto e condivisione, conflitto e mescolanza, attaccamento alle proprie abitudini e propensione alle abitudini altrui, desiderio di confini stabili e continui sconfinamenti di campo, il capitalismo avanzato dei territori chiusi e del libero mercato. In una sola parola, globalizzazione. Le forme della tragedia a cui ci avevano abituati registi del calibro di Martin Scorsese e Brian De Palma continuano incessantemente a parlarci, ma hanno poca parentela con l&#8217;allegria disperata da fine dei tempi che respiriamo giorno per giorno. Così, la battuta scritta da Robert Anthony Rodriguez e pronunciata da Robert De Niro &#8211; grandissimo attore e corpo-paesaggio del cinema scorsesiano &#8211; disegna il passaggio di testimone, lo strappo ironico e maldestro del testimone tra vecchi e nuovi maestri del cinema. Bravi ragazzi, in fondo: con gli occhi di ghiaccio, il sangue freddo, la mano ferma, è dall&#8217;inizio della loro carriera che Rodriguez e Tarantino uccidono e omaggiano i propri padri. Ubriacandosi subito dopo, però. Annullando all&#8217;istante qualsiasi senso di colpa.</p>
<p><strong>Face off, le due facce di un assassino.</strong><br />
Ovviamente, non basta &#8211; se Freud andasse al cinema, avrebbe da ridire. Perché sì, da una parte è vero, Tarantino e Rodriguez ne hanno avuto la forza, hanno ucciso i propri padri, si sono misurati con il presente per proiettarsi nel futuro &#8211; ma è vero anche il contrario, forse non hanno eliminato simbolicamente proprio nessuno, e anche da semplici spettatori non è difficile comprendere il lato oscuro della forza. Il cinema pulp ha questo di speciale: possiede due occhi. Contemporaneamente, guarda in avanti con uno, con l&#8217;altro all&#8217;indietro. Se è scontato sostenere che da <em>Le iene </em>e <em>El Mariachi </em>in poi i due registi abbiano disteso un nuovo futuro per il cinema, è altrettanto scontato sostenere che questo scarto in avanti è stato compiuto sia per la spaventosa padronanza tecnica e narrativa del mezzo, sia per la loro disinvolta cinefilia &#8211; una venerazione continua, un amore maturo e viscerale per la più piccola creatura della storia del cinema, al punto da spingere i due registi a citare usare reinterpretare nei propri film sequenze e movimenti già impressi su altre pellicole. È così: la benzina che brucia nel motore del cinema pulp è invecchiata da tanto di quel tempo che lo spettatore medio, e buona parte degli specialisti, fatica a capire da dove arrivi. Ma c&#8217;è di più. Come le altre avanguardie estetiche, oltre riproporre e riformulare movenze e stilemi propri della cinematografia dimenticata o lontana dal mondo occidentale o esplicitamente di serie b, Tarantino e Rodriguez puntano i riflettori sul cinema stesso, il cinema inteso come mezzo, come dispositivo. Se sotto la minaccia di un microfono chiedeste ai due registi cosa sia per loro il cinema, molto probabilmente non ricavereste solo nomi di attori caduti in disgrazia, o di opere introvabili, o di registi impossibili da pronunciare &#8211; con molto affetto, una certa luccicanza degli occhi, sicuramente accennerebbero a tutto quel corredo di errori e intoppi che la pellicola di un film si porta dietro. Bruciature, macchie, righe, capelli, sfocamenti, fuori-quadro, salti audio-video, e altre amenità del genere. Buona parte dei loro film, infatti, perfino in un mondo evoluto come quello del cinema contemporaneo, seguita a portare impresse le stimmate superficiali di un&#8217;epoca inesorabilmente trascorsa. Molto furbamente, direbbe qualcuno, avrebbero elevato il passato a stile, collaborando alla messa al punto del vintage, cioè alla riproposizione di oggetti trascurati e desueti dentro le maglie del mercato &#8211; il ciclo e il riciclo della merce, insomma. Tuttavia, i due registi non sembrerebbero turbati da tanto feticismo. Il corredo di errori e intoppi della pellicola dispiegato nei loro film riporta a galla il cinema così come veniva percepito da un generico spettatore davanti alla proiezione di una pellicola, cioè la loro stessa esperienza di spettatori bambini e poi ragazzi tra gli anni &#8217;60 e &#8217;70 del secolo scorso. Tutto questo pulp, così, poggerebbe su un&#8217;insopprimibile nostalgia dei bei tempi andati. E se la nostalgia è una chiave di lettura delle loro opere, i padri prima sfidati e poi simbolicamente eliminati resistono al loro posto come fantasmi implacabili. </p>
<p><strong>Ritorno al futuro.</strong><br />
Il pulp, così, e buona parte del cinema postmoderno, soffre di questa impasse: guarda avanti, e nello stesso tempo guarda indietro, scatta nel futuro e allunga nel passato &#8211; e in questo doppio movimento finisce per rimanere sul posto, senza andare da nessuna parte. Sembra un destino già scritto, invece tutto deve ancora iniziare. Mai come nell&#8217;ultimo film di Tarantino, <em>Bastardi senza gloria</em>, la riformulazione della nostalgia e delle vestigia del passato si è trasformata in un&#8217;appuntita arma etica. Come se per tutti questi anni Quentin Tarantino avesse ripetutamente riavvolto il nastro della storia del cinema e della sua percezione solo per arrivare in un punto determinato dello spazio-tempo, facendo scattare una colossale vendetta postuma contro Adolf Hitler. È chiaro: non si può accomodare ciò che è stato, né omettere per un attimo la Shoah e tutto il dolorosissimo carico di morti e massacri. Però si può giustiziare un&#8217;ideologia. Se il cinema, dice tra i fotogrammi Tarantino, è stato un mezzo di propaganda politica, ugualmente può diventare una trappola infernale per gli oligarchi e il loro modo distorto di considerare il mondo. Il contrario, invece, per Robert Anthony Rodriguez. Già il finale di Machete somiglia a una dichiarazione di resa. Alla fine del film due titoli annunciano che vedremo presto sugli schermi Machete uccide e Machete uccide ancora. Rodriguez ha attraversato le molteplici forme della nostalgia e della storia del cinema per infilare il punto di non ritorno di un auto-parodia. Non bastano questa volta i graffi della pellicola per allontanarlo dalla prospettiva del fallimento. Così, se è già difficile immaginare un prossimo glorioso futuro per il cinema pulp, rimasto sul posto mentre sfida il paradosso di correre contemporaneamente in due opposte direzioni, ancora più difficile per noi spettatori sostenere questo tipo di presente, del tutto vuoto, molto vintage, very cool, per nulla rischiarato dallo sfarzo dell&#8217;etica e da una qualsiasi urgenza espressiva. Più che il machete, allora, su questa pellicola si è abbattuta la mannaia. </p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 08:20:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Sabato sera sono andato a vedere Inglorius Basterds di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola basterds del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.) Di seguito, qualche paginetta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/inglorious-basterds2-300x201.jpg" alt="inglorious-basterds2" title="inglorious-basterds2" width="300" height="201" class="aligncenter size-medium wp-image-23405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/inglorious-basterds2-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/inglorious-basterds2.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Sabato sera sono andato a vedere <em>Inglorius Basterds</em> di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola <em>basterds </em> del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)<br />
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film. Sconsigliatissime a chi non abbia ancora visto il film perché piene di <em>spoiler</em>.<br />
<span id="more-23400"></span></p>
<p>a) <em>Il metodo</em></p>
<p>Fin dalla sequenza di apertura, ho creduto di essere sul punto di non assistere a un film di Tarantino. Vedevo certe sequenze inedite, questo passo filmico lento, dilato; movimenti  di macchina di grande estensione, campi lunghi, primi piani con controcampo nei dialoghi; senza nervosismo, senza fretta, il passo di chi è occupato a narrare e non ha la testa per pensare ad altro.  Ma ecco, quel passo che mi sembrava mai visto, o visto solo pochissime volte nel suo cinema, quel raccontare ampio e circostanziato, svanisce con il primo movimento fuori asse, squadernato rispetto a quel ritmo pacato assunto fino a quel momento. È un movimento di macchina tutto sommato nemmeno troppo innovativo, o rivoluzionario, o avanguardista, o dirompente. E&#8217; il momento in cui la MDP, dal piano del tavolo sul quale si trova l&#8217;inquadratura, scende a poco a poco: sotto il tavolo, all&#8217;altezza degli stivali del colonnello nazista, sotto gli stivali, all&#8217;altezza del pavimento, sotto il pavimento, all&#8217;altezza degli occhi sbarrati e terrorizzati della famiglia ebrea nascosta sotto le assi del pavimento. Da lì il film, fino alla scena successiva, si impenna in una sequenza <em>à la</em> Tarantino, senza dubbio. Quella tonalità eccitata e tragica delle <em>Iene </em>o di <em>Pulp Fiction</em>. E alla fine del film, quando le luci si accendono in sala, capisci che è il movimento unico e assoluto di tutto il film, il ritmo interno di ogni scena (il &#8220;bit&#8221;, lo chiamano gli sceneggiatori). Dopo due ore e quaranta minuti di proiezione, le conti e ti accorgi che sono poco più di dieci<br />
macroscene, non di più, e ognuna di quelle macroscene è strutturata esattamente così: con una dilatazione eccessiva dei tempi, dei ritmi, dei movimenti; con un dialogato esasperante, che non sa cosa sia l&#8217;ellissi, che copre in tempo reale la durata effettiva del dialogo; per poi esplodere con un&#8217;accelerazione improvvisa, imprevista, dirompente che chiude la scena. Poi si passa alla successiva, e così daccapo. Interi quarti d’ora di dialoghi, particolari di panna montata nei piattini, strudel masticati <em>in real time</em> fino all’inghiottimento. Come Mira Sorvino che sta cinque minuti a lacerare il tenace involucro di plastica di un cd in <em>Lulù on the bridge</em> di Paul Auster. Solo che qui non te la cavi con cinque minuti.</p>
<p>b) <em>La lingua</em></p>
<p>Il film va visto, assolutamente ed esclusivamente, in lingua originale coi sottotitoli. La questione linguistica è la questione regina di tutto il film. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sulla lingua e sul linguaggio. Nella sequenza d&#8217;apertura, il colonnello nazista Hans Landa (senza dubbio il personaggio meglio riuscito) usa un francese mellifluo, elegante, gentilissimo. Landa sembra Werner von Ebrennac del <em>Silenzio del mare</em> di Vercors. Compito, colto, educato ai limiti dell&#8217;affettazione. Quando passa all&#8217;inglese, si sposta su un terreno neutrale. Un confine comune. Non il tedesco dei nazisti, non il francese degli occupati. L&#8217;inglese è la lingua degli affari; o del &#8220;fare&#8221;. Una lingua sbrigativa ma non invadente, uno spazio dove si concretizza l&#8217;infame accordo: tu mi dici dove sono gli ebrei che nascondi, io risparmio te e la tua famiglia senza punirti. Quando si torna al francese, la lingua di Voltaire è diventata improvvisamente un&#8217;impostura, una spalata di biacca per coprire il volto truce dell&#8217;accordo in inglese. Copre. E uccide. <em>Bastardi senza gloria</em> è un film sugli equivoci della lingua. La lingua uccide, sembra dire Tarantino. Ci sono tre scene fondamentali in cui le incomprensioni, le storture, i mascheramenti, e gli smascheramenti, linguistici occupano un ruolo centrale. Della prima ho detto sopra. La seconda è la scena dell&#8217;osteria, dove anche il linguaggio non verbale, il linguaggio gestuale, si rivela una spia, un segnale. E&#8217; ovviamente la scena del numero <em>3 </em>fatto con le dita. &#8220;Tre bicchieri&#8221;, dice il Bastardo-Finto-Ufficiale-Nazista ordinando un nuovo giro di alcol. Ma fa un &#8220;3&#8221; americano (con indice medio e anulare sollevati), non un &#8220;3&#8221; tedesco (o italiano, se è per questo: pollice indice e medio alzati). E il Vero Ufficiale Nazista capisce.<br />
La terza, all&#8217;interno del cinema, quando il tenente Raine e i restanti Bastardi vengono presentati al colonnello Landa come italiani (il secondo Bastardo viene presentato col nome di Antonio Margheriti, regista italiano nato nel 1930 con una sterminata filmografia di B-movie alle spalle, con titoli come <em>I diafanoidi vengono da Marte</em>, <em>Là dove non batte il sole</em>, <em>I cacciatori del cobra d’oro</em>, <em>La morte viene dal pianeta Aytin</em>). E anche qui, Landa, poliglotta impeccabile, attacca con un italiano arrugginito ma efficace per sgamare la menzogna, usando ancora una volta la lingua come strumento offensivo.</p>
<p>c) <em>La sceneggiatura</em></p>
<p>Presenta due buchi difficilmente giustificabili.<br />
1 &#8211; Perché Hans Landa, il perfetto Ufficiale Nazista, l&#8217;Uomo Nuovo di Hitler, il funzionario colto e raffinato che diventa freddo e spietato quando c&#8217;è in ballo la salute del Reich, passa di colpo nelle fila del nemico, vendendo addirittura tutta la catena di comando del Fuhrer agli Alleati?<br />
2 &#8211; Come fa l&#8217;ultimo Bastardo sopravvissuto a trovarsi sul pulmino assieme al Tenente Raine, arrestato da Landa? Dove sono andati a pescarlo?</p>
<p>d) <em>La violenza</em></p>
<p>Questione piuttosto lunga e complessa da affrontare. Provo a riassumerla così.<br />
Il Nemico scelto da Tarantino è un Nemico facile. Trattasi del Male. Tranne che per il presidente iraniano e per qualche subnormale fascistello col busto di Mussolini in camera, tutti siamo d&#8217;accordo che il Nazismo è stato il Male, e che Hitler è stata, finora, la più perfettissima e compiutissima incarnazione umana del demonio mai presentatasi nella Storia. Bene. Ma la domanda è: Si può giocare a fare del male al Male?<br />
Perché quello dei Bastardi è un <em>gioco</em>. Un megaflipper, un nascondino con il piombo, una Campana con i coltelli tra i denti. Non c&#8217;è strategia militare, dietro le loro azioni. Non c&#8217;è disegno politico o culturale. C&#8217;è il piacere di ammazzare i cattivi. Ma, mi chiedevo guardando la scena, che piacere &#8211; piacere filmico, piacere estetico, piacere narrativo &#8211; c&#8217;è a far saltare la testa a colpi di mazza da baseball a un nazista inerme e inoffensivo, che si rifiuta in maniera onorevole di rivelare le postazioni dei suoi compagni? Quando il personaggio soprannominato L&#8217;Orso Ebreo fa scivolare il legno della mazza sulla tempia del militare inginocchiato, e quando prende lo slancio per rompergli l&#8217;osso parietale, e quando in un tripudio di sangue e materia cerebrale esplosa l&#8217;Orso Ebreo, esaltato come se avesse tirato tre piste di cocaina, urla a un immaginario pubblico &#8220;Fuoricampo!&#8221;, come se la testa del nazista fosse stata una palla da baseball, <em>ma non lo era</em>, era la testa di un uomo che, nonostante fosse un uomo vergognoso, vile, spietato non meritava quella morte atroce&#8230;quando succedeva tutto questo, <em>voi da che parte stavate</em>?<br />
“Guardando <em>Giglio infranto</em> di Griffith è normale e inevitabile piangere”, ha detto Gilles Deleuze. Per la prima volta, la sofferenza di un personaggio in un film di Tarantino, nonostante fosse una pedina del Male, mi ha mosso a compassione. In <em>Bastardi senza gloria</em> non ho visto nemmeno per mezzo fotogramma la catarsi della violenza attraverso l’ironia di <em>Pulp Fiction</em> o delle <em>Iene</em>; non ho trovato la fumettizzazione pop di <em>Kill Bill</em>; né ho registrato gli incredibili (alla lettera: non credibili) eccessi del pessimo <em>Grindhouse</em>. Per la prima volta, la violenza in un film di Tarantino mi ha dato un brivido, un brivido puro, umano. Etico, direi.<br />
Ed è un terribile punto a sfavore del film, forse, tra i tanti, il più grande.</p>
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		<title>Tra zero e due meno meno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 15:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Gilda Policastro, redattrice di «Allegoria», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che Donnarumma avvia a partire da questi articoli. dp] di Gilda Policastro Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Gilda Policastro, redattrice di «<a href="http://www.palumboeditore.it/Catalogo/Riviste/tabid/176/Catalogo/Riviste/Allegoria/tabid/118/Default.aspx" target="_blank">Allegoria</a>», risponde a Cortellessa, proseguendo il discorso che <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/" target="_blank">Donnarumma </a>avvia a partire da questi <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">articoli</a>. dp]</span></p>
<p>di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p>Se la domanda che poni a uno scrittore trentacinque-quarantacinquenne in Italia oggi è &#8220;quanto la realtà entra in quello che scrivi e lo condiziona&#8221; la risposta è: &#8220;zero&#8221;. Questo è l&#8217;esito (semplificando con la brutalità indispensabile all&#8217;operazione di tirare le somme) dell&#8217;inchiesta pubblicata sull&#8217;ultimo numero di «Allegoria». Nel saggio che la introduce, il co-curatore (assieme alla sottoscritta) <strong>Raffaele Donnarumma</strong> cerca di incrementare questo zero, di portarlo almeno a due meno meno, salvando una parte buona degli scrittori, che consiste in ciò che concretamente scrivono, a danno di una cattiva, che è ciò che invece dichiarerebbero per gusto del paradosso o per insufficienza teorica.<span id="more-10362"></span> Così <strong>Nicola Lagioia</strong>, uno degli intervistati, in <em>Occidente per principianti</em> raccontava la storia <em>buona</em> di un giovane precario, ma poi nell&#8217;intervista <em>sbaglia</em> a dire che della realtà lui si disinteressa completamente, visto che gli piacciono solo i libri che lo fanno «inginocchiare e piangere di gioia», come quelli di Faulkner. <strong>Aldo Nove</strong>, che l&#8217;anno scorso ha pubblicato l&#8217;inchiesta sul precariato <em>Mi chiamo Roberta, ho quarant&#8217;anni, guadagno 250 euro al mese</em>, scrive invece che la realtà non è altro che «cattiva letteratura». E <strong>Laura Pugno</strong>, che ritorna poi a parlare di realtà nella contro-inchiesta sullo stesso tema pubblicata dallo «Specchio +», dice che la scrittura è il miglior modo che conosce per occuparsi del mondo: di che modo si tratti lo esprime meglio delle dichiarazioni di programma <em>Sirene</em>, il suo primo romanzo, in cui si allevano e si ammazzano le bestie ibride del titolo in un mondo futuribile. Per chiudere sulle essenziali, a dir poco, risposte di <strong>Vitaliano Trevisan</strong> alle sollecitazioni sull&#8217;impegno, sul ritorno della letteratura ai temi sociali, sull&#8217;impatto dell&#8217;11 settembre nelle narrazioni occidentali, risposte tutte più o meno a calco del tipo tra il serafico e lo schizoide: &#8220;io? ma quando mai?&#8221;.</p>
<p>Ma la sorpresa vera viene dall&#8217;inchiesta sul cinema, che non reagisce compattamente all&#8217;input di <strong>Giovanna Taviani</strong> sul ritorno al documentario, e, in alcuni casi specifici, questo debito col documentario come forma privilegiata di indagine sulla realtà, rinnega o misconosce. Leggo dalla risposta di <strong>Saverio Costanzo</strong>: «Se dovessi indicare un film che quest&#8217;anno a mio parere ha raccontato meglio il nostro contemporaneo, citerei <em>Grindhouse-Death Proof-A prova di morte</em>, di <strong>Quentin Tarantino</strong>, e credo difficile trovarne uno più lontano dal documentario di denuncia alla <strong>Moore </strong>o dal pedagogico film di Al Gore». Gli fa eco <strong>Gaudioso</strong>, per il quale esistono «solo buoni e cattivi film», per tacere poi di <strong>Crialese </strong>che «fugge la realtà come la peste» (né ci si poteva aspettare altro, a pensare anche solo a <em>Nuovomondo</em>).</p>
<p>A rincarare la dose, gli editor di narrativa segnalano per gli anni a venire un incremento ancora maggiore del disinteresse ai temi sociali: il successo editoriale dei &#8220;numeri primi&#8221; di Giordano sta incoraggiando una generazione di venticinque-trentenni bellettristi tornati paciosamente a guardarsi l&#8217;ombelico.</p>
<p>Il reale, la realtà, non interessano dunque a nessuno?</p>
<p>Interessano ai critici, se ne nasce appunto la controinchiesta di «Specchio+», in cui le posizioni (schematizzate anche qui con l&#8217;accetta) sono le seguenti: <strong>Giglioli </strong>dice che il trauma è altrove, e inattingibile, come la donna sulla spiaggia del <em>Candide</em> per l&#8217;eunuco. <strong>Scurati </strong>che ha inventato (ma <strong>Cortellessa </strong>gli ricorda che prima di lui fu <strong>Benjamin</strong>, accidenti) l&#8217; «inesperienza», ci racconta il suo personale momento di <em>Erscheinung</em>, e cioè di quando guardava le bombe in televisione sorseggiando della birra fredda. Cortellessa e <strong>Pedullà </strong>vogliono leggere libri e non reportage. Pur essendo due militanti a pieno titolo, editori o consulenti editoriali, della realtà come impegno a tutti i costi non saprebbero come fare letteratura, se non quando appunto questa realtà <em>è</em>, <em>si fa</em> racconto, letteratura (Cortellessa inventò una volta la categoria critica dello «stato di grazia»: parlava dei racconti non ricordo se di <strong>Raimo </strong>o di <strong>Meacci</strong>).</p>
<p>A me pare che la verità stia nel mezzo. Che «Allegoria» abbia liquidato (mea culpa) troppo frettolosamente, con la scusa del provincialismo, una serie di autori meglio rappresentativi del nostro presente, autori che praticano sì un iper-sperimentalismo oltranzista, ma non per questo si collocano (tanto programmaticamente quanto negli esiti) fuori dal reale. Penso al <strong>Pincio </strong>di <em>Cinacittà</em> (meno sperimentale che in precedenza, certo, e forse però addirittura per questo meno convincente), che racconta una Roma travestita da città orientale che è sempre più la città in cui viviamo tutti, cinesi e soli, senza stagioni e (apparentemente) senza storia. Penso all&#8217;<strong>Ottonieri </strong>de <em>Le strade che portano al Fucino</em>, che squarcia in un videogame memoriale le ferite della terra, lasciandone emergere racconti di vicende storiche recenti e personali. O all&#8217;<strong>Aldo Nove</strong> di <em>Indeepandance</em>, progetto multimediale (con videoartisti, musicisti) che riscrive il presente per slogan (da &#8220;Pietro Maso fan club&#8221; a &#8220;Money doesn&#8217;t buy happiness&#8221; a &#8220;Roberto Saviano&#8221; a &#8220;Io non ho paura&#8221;) proiettati su quattro enormi schermi posti all&#8217;interno di una cattedrale-discoteca, ripercorrendo, insieme, attraverso immagini cosmiche e suoni da trance, la storia del pianeta e dell&#8217;uomo.</p>
<p>D&#8217;altro canto «Specchio +» secondo me, anche a voler prescindere dalle birre di Scurati, si arrocca su una posizione snobisticamente <em>fuori</em>, che poi non rende nemmeno giustizia dell&#8217;impegno attivo (e quanto) nel presente di tutti i critici coinvolti.</p>
<p>Infine, quello che manca alla generazione dei trentacinque-quarantacinquenni di oggi, non è tanto l&#8217;impegno nel presente e dunque l&#8217;interesse per la realtà, quanto la capacità di trovare delle occasioni (questa inchiesta col relativo dibattito forse lo è stata, tra le rare) di confrontarsi apertamente pur partendo o anche rimanendo su posizioni diverse e diametralmente opposte. Scannarsi, anche, come facevano ai tempi della neovanguardia, l&#8217;epoca in cui, mi viene in mente, le battaglie tra impegno e disimpegno, mimesi e deriva iper-reale erano state più accese, prima dell&#8217;ondata postmoderna che ha messo tutti dentro e tutti d&#8217;accordo (almeno così pareva).</p>
<p>A emergere dalle interviste di «Allegoria» non è tanto, io credo, una contrapposizione tra autori realisti e no, per dirla così, ma tra autori che rifiutano (perlomeno nominalmente) l&#8217;ideologia, e autori che invece ne fanno una chiave di accesso primaria (vedi <strong>Barilli </strong><em>vs</em> <strong>Sanguineti</strong>, ai tempi). E, in secondo luogo, proprio tra autori che si accomodano sotto l&#8217;egida della neoavanguardia e autori che sdegnati la rifiutano. Di nuovo Aldo Nove, da una parte, e Nicola Lagioia, dall&#8217;altra. E dunque, se si deve ripartire proprio da lì, dalla neoavanguardia, come si affrontava allora il problema della realtà, dopo che Sanguineti aveva declassato i narratori tradizionali al ruolo di &#8220;Liale&#8221;? Nel dibattito sul romanzo, al convegno del &#8217;65, <strong>Balestrini </strong>ricordava ai suoi sodali l&#8217;imperativo di «tagliare i fili con la realtà» e, nel frattempo, di quella stessa realtà a lui contemporanea, non solo non si disinteressava (vedi, poi, non per caso, i libri a venire sugli operai, sui tifosi, sui camorristi), ma, soprattutto, cominciava a fiutare precocissimo le possibilità formali, tanto che il<em> Tristano</em> del &#8217;66 così come l&#8217;aveva immaginato, in una serie di copie uniche aumentabili all&#8217;infinito, si è potuto concretamente realizzare soltanto nel 2007. E non come esercizietto sperimentale, ma come modo concreto per contrapporsi a un mercato che macina le opere in un amen, alla ricerca perenne di novità: <em>Tristano</em> sarà sempre nuovo, visto che le copie sono tutte diverse una dall&#8217;altra.</p>
<p>«Quale realtà», si chiedeva poi Sanguineti nel &#8217;64, in un saggio sul <em>Trattamento del materiale verbale nei testi della neoavanguardia</em>, rimasto emblematico di quella stagione: «in che senso parliamo di realtà, di modi del reale, di fronte a un organo dell&#8217;immaginazione?». Peraltro in straordinaria consonanza con quanto accadeva fuori d&#8217;Italia: nel <em>Romanzo come ricerca</em>, dal <em>Repertorio di Studi e conferenze</em>, <strong>Butor </strong>si era già precocemente interrogato sul problema dell&#8217;invenzione formale, che «ben lungi dall&#8217;opporsi al realismo come troppo spesso immagina una critica miope, è anzi una condizione <em>sine qua non</em> di un realismo più radicale».</p>
<p>Il problema cruciale rimane ancora quello delle forme (Gabriele Pedullà in «Specchio+» dice lo «stile»), che ci si è posti ad esempio &#8211; se si procede oltre l&#8217;inchiesta, nello stesso numero di «Allegoria», fino alla rubrica <em>Il libro in questione</em> &#8211; rispetto a <em>Gomorra</em> di <strong>Saviano</strong>. Un problema che riguarda evidentemente anche il cinema, il quale comunque, come ripeto, nell&#8217;inchiesta ha dato di sé un quadro più vario dell&#8217;atteso. Se, indubbiamente, negli ultimi anni il cinema italiano ha smesso di essere il &#8220;cinema degli stenditoi&#8221; e ha preso a interrogarsi su fenomeni sociali come la camorra o il governo democristiano, <em>come</em> però lo faccia, è tutto da dire o da ridire. Gli ultimi film di <strong>Sorrentino </strong>e di <strong>Garrone</strong>, a Cannes passati praticamente per neorealisti, guardano più a <em>Le iene</em> che a <em>Ladri di biciclette</em>: in entrambi i casi la traduzione delle storie reali nei modi iper-reali del presente non dico che ritorni al postmoderno, ma di certo non lo rinnega del tutto, come forse si era un po&#8217; troppo definitivamente ipotizzato. Il discorso sulla rappresentazione del reale, magari è proprio da qui che deve ripartire, se vuole stare nel presente e interrogarsi su di esso senza pregiudizi. Voler cambiare la realtà, intervenirvi, impegnarsi in essa implica un&#8217;operazione preliminare: ri-conoscere la realtà. Nei suoi modi di espressione, innanzitutto, e nei suoi linguaggi, che non sono orpelli accessori, se molti di noi continuano a preferire <em>Gomorra</em> ai documentari televisivi, e forse anche (adesso internatemi!), il <em>Sandokan </em> di Balestrini a <em>Gomorra</em>.</p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo: Kappa e Spada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2003 18:36:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da Kill Bill a Kitano, samurai, clown e buffoni di corte di Serafino Murri Quando Big Jim Jarmusch, con la discretezza degli antesignani, diffuse incastonandolo nell’occhio semichiuso modello Black De André di Forrest Whitaker-Ghost Dog il modello adamantino del Samurai urbano come unica forma attiva di opposizione uguale e contraria all’autismo indotto dalla società dello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da Kill Bill a Kitano, samurai, clown e buffoni di corte</strong></p>
<p>di <strong>Serafino Murri  </strong></p>
<p>Quando Big Jim Jarmusch, con la discretezza degli antesignani, diffuse incastonandolo nell’occhio semichiuso modello Black De André di Forrest Whitaker-Ghost Dog il modello adamantino del Samurai urbano come unica forma attiva di opposizione uguale e contraria all’autismo indotto dalla società dello spettacolo integrato nella sua fase metastatica, non credo avesse considerato il rischio che l’inesorabile lama dello sputtanamento sarebbe piombata a spiccarne la testa con dentro tutti i sentimenti e i mantra nel giro di così pochi anni com’è accaduto in questo guerriero, posticcio 2003.<br />
<span id="more-235"></span><br />
E non parlo della dolce laidezza di Tom Cruise con la sua immarcescibile faccia da bellino del liceo che tocca picchi di bravura come forse solo in Magnolia prima nel personaggio un po’ johnnydeppico un po’ forrestgumpesco di The Last Samurai, ma dell’incantevole musa di Quentin Tarantino Uma Karuna Thurman nella sua effige in tuta da motociclista giallo-nera che ammicca alle folgoranti salopette seventies di Bruce Lee in Kill (uff) Bill (uff). Sbuffo doppio non solo perché a guardare quest’ultima fatica del Warhol della citazione in serie e Von Masoch del B-movie, già dalla prima scena, quella dell’eccidio in chiesa, mi sono annoiato mortalmente: ma soprattutto perché <strong>su Kill Bill è difficile dire cose sensate. È un contenitore vuoto, una Lamborghini senza motore dove ci si va a mangiare il Sushi take-away, una versione parossistica di Charlie&#8217;s Angels con inclusa nel prezzo una mosca che ti ronza nell&#8217;orecchio pezzetti di storia del cinema citati a casaccio dal manuale</strong>, che sfrutta come un magnaccia tre donne (come nelle barzellette di Bramieri, una bianca, una gialla, una nera) di una bellezza, quella sì, geniale, per mettere in scena un fumettone Pulp nel senso originario, quello della carta da riciclo su cui venivano stampati i Comics popolari negli anni Quaranta in tempo di guerra e di austerity.</p>
<p>In questo B-movie miliardario (questi i mesti ossimori del presente) che ci minaccia con la sua seconda parte a venire, in effetti, non si butta via niente: Kill Bill cerca la stupefazione come Jacopetti coi suoi documentari su Mondo cane, mettendo insieme a capocchia crudeltà, bellezza, sensualità, cinismo ed eccesso. Non posso neanche esprimere un giudizio negativo, perché dalla visione non mi è rimasta addosso nessuna sensazione, se non quella che tra Tarantino e Claudio Fragasso di Milano-Palermo solo andata esistono grandi affinità nel modo di girare i duelli e i conflitti con la macchina da presa. Bravi tutti e due, lo fanno proprio bene, con impiego in grande copia di steadycam, dolly e carrelli.</p>
<p><strong>Kill Bill è un po’ Kubrick col segno meno</strong>: nei film del genio misantropo Stan il contenuto era così invadente da mettere tra parentesi una forma stratosfericamente perfetta e minuziosa, qui il contenuto è così inesistente da far sembrare tutto quanto bellissimo, perché non c&#8217;è altro che un&#8217;immagine di una donna fica da morire che fa il culo a tutti, indistintamente, risolvendo l’annoso problemino del piatto freddo della vendetta, del quale a nessuno può fregare di meno, con la stessa infallibilità di Schwartzie Terminator. <strong>Insomma, al modico prezzo di un biglietto ci si trova di fronte al trionfo postmoderno della cultura dell&#8217;ammicco e della paraculata, e ad una scrittura in libera associazione e reminiscenza ormai giunta a livelli di inquietanza da Nido del Cuculo</strong>: una malia citazionista che è l&#8217;apoteosi della musica a orecchio, dove Schumann, Schubert e Schumacher vanno tutti bene in virtù di quella &#8220;Schu&#8221; comune. Questo non fa che corroborare la mia incazzatura annosa con filmakers come Von Trier e Tarantino: quelli che sarebbero forse i due più grandi talenti intuitivi del cinema della loro generazione, che scarabocchiano come i bambini con chiazze di colore un disegno finché non rimane che una pappa buona solo per gli addicted e per i fan della coazione a ripetere. Sade diceva che &#8220;tutto è buono ciò che è eccessivo&#8221;, ma eccessi o non eccessi, in Kill Bill sembra che le “stupende” scenografie/coreografie abbiano dietro la stessa consistenza drammatica di quelle del compianto Falqui per il Tuca-Tuca della Carrà a Canzonissima.</p>
<p>Inutile spiegarlo ai fan, che con altezzosa alzata di sopracciglio, all’obiezione che erano meglio i fumetti de L’intrepido, controbattono come Frassica dei bei tempi: &#8220;Non è bello ciò che è bello, ma che bello, che bello, che bello&#8221;. Non so… non pensavo che la megalomania narcisista (quella scritta a caratteri cubitali “Il quarto film di Quentin Tarantino”, nel trailer…) potesse condurre il regista di Jackie Brown al culturismo della ficaggine: musica fica, inquadratura fica, costume fico, combattimento fichissimo&#8230; e stop. Ho sentito alcune delle migliori menti della mia generazione dire senza essersi ritoccati la cervice con qualche paradiso artificiale di scarsa qualità che il Manga messo in mezzo al film sia un capolavoro, c’è poi chi dice che la scena della strage degli ottantotto dell&#8217;esercito di Cotton Mouth è pura musica per gli occhi: eppure non riesco a smettere di pensare che Sergio Leone, dopo un bicchierozzo alla Frasca, girando con un budget dalle cento alle seicento volte inferiore sulle montagne abruzzesi, aveva già detto molto di più in materia di cruda violenza di tutto questo fottio di balletti con la sciabola della bambolona bionda con la tuta di Bruce Lee. Insomma, in Kill Bill ‘sta benedetta violenza che dobbiamo sbobbarci per esorcizzarla ancor più di quanto non faccia la CNN, c&#8217;è: ma come al solito è quella, tutta di sottecchi, dell’ &#8220;o ti piace, o non hai capito&#8221;. Frutto di puro &#8220;cooling&#8221;, né più né meno del marchio Nike o Calvin Klein.</p>
<p><strong>Oggi come oggi, a parlare male di Tarantino ci si sente coglioni e fuori del tempo, gente che rompe le uova nel paniere, fiche secche che non si sanno divertire</strong>. Il che può anche darsi. Ma questo ancora non è un buon motivo per accontentarsi di un filmaccio noioso, lungagginoso, ripetitivo, senza storia né personaggi, confrontabile a un assolo di Eddie Van Halen picchiato, sequestrato e costretto a suonare con collo e caviglie legati mille variazioni sul tema di Spanish Fly Ma chi se ne frega del culturismo delle immagini. Chi se ne frega delle immagini. Dateci delle emozioni che non siano solo la reminescenza di Atlas Ufo Robot. O almeno, qualcosa di diverso da una versione in carne ed ossa della Playstation Sony. Dopo essere uscito dal cinema, l&#8217;unica cosa che mi sono sorpreso a pensare è: &#8220;almeno in 8 mile, Eminem, nei duelli di rap cantava davvero&#8221;. Ma è possibile? Mi viene in mente l&#8217;ironia dei situazionisti quando doppiavano i film di Kung Fu cinesi e facevano parlare gli eroi coi precetti del libro Rosso di Mao o del Capitale. Al confronto (nei primi anni Sessanta) un coraggio da leoni. Vabbè</p>
<p>Anche <strong>Kitano</strong>, col suo ultimo film, prende di petto la patata bollente (per un giapponese più che mai) di Samurai e citazioni. Ma la musica, in Zatoichi cambia. Niente di meno mandato ad orecchio di questo film. Niente di gratuito, neanche un solo schiaffone, una sciabolata o uno sguardo da cui non traspaia, per quanto mock-heroic, un sentimento umano toccante. La differenza più sostanziale tra Kitano e Tarantino è che <strong>“Beat” Takeshi è ancora il clown che negli anni Settanta metteva in scena per la tv giapponese un feroce cabaret lunatico col gruppo dei “Beat” (mutatis mutandis, Cochi e Renato o Villaggio Wild&amp;Free qui da noi), mentre Tarantino si è ridotto con le sue stesse mani feticiste a fare il buffone di corte di Hollywood</strong>. Il suo curriculum era perfetto all’uopo: self-made man che si è distinto per la ferocia e l’impietosità, maniacale e ossessivo, che trova sempre il modo per far sorridere i sovrani mandandoli a cagare. Nei film di Kitano, in genere prodotti dal regista stesso con un budget decine di volte inferiore a quello dell’ex garzone di videonoleggio losangelino, è la mistura irresistibile di violenza, umorismo e melodramma che li attraversa a lasciare senza fiato. Ogni film di Kitano è un tassello necessario di un itinerario personale, dove la necessità è quella di scolpire attraverso il proprio corpo di attore personaggi vivi. Confrontare Zatoichi, sua ultima prova premiata a Venezia per la migliore regia, con la scintillante vuotezza dall’apparenza abbastanza simile di Kill Bill aiuta a capirlo. Zatoichi è il remake surreale di un eroe del film in costume, interpretato in televisione e al cinema per oltre vent’anni dal grande attore Shintaro Katsu: quello di un massaggiatore cieco, genio del gioco d’azzardo e maestro nell’arte della spada. Dunque, Zatoichi è un’unica grande citazione, di cui Kitano si appropria fino a rendere il personaggio biondo e farlo girare con un vistoso bastone laccato di rosso, ricreando il genere all’insegna della leggerezza, attraverso le regole del grottesco e del parossismo del combattimento, ma anche di un insolito uso della coreografia che riscrive strepitosamente l’happy-end tipico del sanguinoso genere dei film di samurai in forma di vorticosa danza occidentale. Kill Bill è l’esatto contrario, una spasmodica sequela di combattimenti che emulano le esagerazioni della serie B di un genere riprodotto nei minimi particolari, ma senza più un’anima, dove i personaggi sono figurine che fanno da pretesto per esibire la bravura del regista. Kitano, invece, scompare dietro la macchina da presa: proprio lui che scrive, gira, interpreta e monta i suoi film, sa mettersi a servizio dello spettatore senza masturbarne la coazione a ripetere, e a servizio di attori sorprendenti come Tadanobu Asano, a cui, sfruttando la lunga esperienza di cabarettista di successo, a tratti non si nega il gusto di fare da spalla. Kitano diverte e si diverte con rigore, commuove, esalta, tiene incollati allo schermo attraverso una sottile forma di straniamento tipica dello spirito nipponico, quella della coesistenza dei contrari: impossibile scindere la commozione dal ridicolo, o la goffaggine dalla bellezza. Nel caso di Zatoichi, la molla dell’onore che muove le storie di samurai è azzerata da un personaggio solitario e misantropo che, come ha affermato lo stesso regista, ce l’ha con i cattivi ma non dà confidenza ai poveri, contornato da una galleria di strane creature che infrangono ogni categoria classica: ragazzi travestiti da Geishe, giocatori incalliti perdenti, capi idioti, scemi del villaggio e samurai sentimentali e sofferenti. <strong>Zatoichi è l’ennesima sfida di un genio eclettico che muta in continuazione per meglio mettere in luce la sua unicità, senza chiedere al suo pubblico atti di fede o culti della personalità, ma solo di sganciare il paracadute dell’immaginazione e lasciarsi andare con lui per un paio d’ore in quel gioco da bambini impenitenti che è il cinema</strong>. Zatoichi, insomma, è il film che Tarantino avrebbe voluto fare: ma per fare il cineasta sul finire del ventesimo secolo a Los Angeles, avrebbe detto Gaber, non necessariamente bisogna essere idioti: però aiuta.</p>
<p><em>pubblicato sul sito <a href="http://www.minimumfax.com">www.minimumfax.com</a></em></p>
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