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	<title>Qui è proibito parlare &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Boris Pahor: qui è proibito parlare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 06:00:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/trieste_rive.jpeg" alt="trieste_rive" title="trieste_rive" width="450" height="337" class="alignleft size-full wp-image-18115" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/trieste_rive.jpeg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/trieste_rive-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Non so mai bene come cominciare una recensione a un libro che mi è particolarmente piaciuto e che per questo motivo desidero indurre altri a leggere; alla fine mi dico che la linea migliore è quella di raccontare come è accaduto a me di conoscere e amare quel libro. Questa volta è andata così, che il 9 febbraio scorso ho ascoltato, come varie altre volte, soprattutto se sono in auto, <em>Fahrenheit</em>, la trasmissione pomeridiana di radiotre, <em>libri e idee</em>. Quel pomeriggio Marino Sinibaldi, conduttore storico della trasmissione, un po’ gigione ma simpatico e molto informato, incontrava <strong>Boris Pahor</strong>, per parlare (<a href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2009/audio/intervista2009_02_09.ram">qui</a> per risentire l&#8217;intervista) del suo libro appena uscito in Italia col titolo <em>Qui è proibito parlare</em>; lo aveva già incontrato per parlare di <em>Necropolis</em>, il suo libro più famoso, sull’esperienza dell’autore nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Bergen-Belsen e altri). Ma quella volta non mi era capitato di ascoltare la trasmissione.<br />
Questa invece mi ha subito attirato non appena ho sentito che la storia era ambientata a Trieste, città per la quale, per ragioni profondamente oscure, provo un interesse e un’emozione smodatamente appassionati.<br />
<span id="more-18114"></span><br />
Pahor, nato nel 1913 nella Trieste grande sbocco absburgico sul Mediterraneo, è di identità e di famiglia slovena. E, pur conoscendo e parlando perfettamente l’italiano, con un discreto accento triestino, scrive in sloveno. Scrisse questo <em>Parnik trobi nji</em> (che significa più o meno: &#8220;il vaporetto fischia da matto&#8221;) nel 1963, ma solo ora <a href="http://www.ibs.it/code/9788881121786/pahor-boris/qui-proibito-parlare.html">è stato</a>  ottimamente tradotto in italiano da Martina Clerici.</p>
<p>Mi ha fatto venire in mente un altro romanzo che a suo tempo avevo molto amato, <em>La danza immobile</em>, di Manuel Scorza – scritto vent’anni dopo questo di Pahor – per il comune tema di una storia d’amore intrisa e segnata da una forte passione politica.<br />
Ma nel latinoamericano Scorza tutto viene raccontato e rivissuto con un traboccante senso di pienezza di gioie e di dolori, esplosioni di vitalità non trattenute, mentre nel misurato centroeuropeo Pahor tutto è levità e discrezione. Discrezione, sì, questa mi sembra una parola che molto si addice alla sua narrazione, senza che ciò minimamente implichi assenza di emozioni, o emozioni meno intense.</p>
<p>Ema e Danilo, i suoi personaggi, che, come il loro autore, vivono a Trieste ma sono di nazionalità e cultura ardentemente slovene, – siamo alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, Hitler invade la Polonia e l’oppressione del regime fascista sulle minoranze linguistiche è particolarmente odiosa e dura – cominciano la loro relazione anche all’insegna di un comune senso di ribellione, prima di tutto appunto linguistica, vissuta con dolore e rabbia, ma anche con grandi fierezza e coraggio.</p>
<p>La storia è lineare, e in apparenza esile, ma quello che mi ha soprattutto colpito è la delicatezza di ogni descrizione, tanto dei gesti dei protagonisti, quanto dei paesaggi del Golfo., il <em>Zaliv</em>, quella grande apertura della città giuliana nel suo mare. Cento volte Pahor descrive il tramonto, o la qualità della luce sullo specchio delle acque triestine, e cento diverse sfumature il lettore ne apprezza. Così come cento gesti ed emozioni Ema ha per Danilo e di nuovo cento occhi diversi sono quelli che le vedono e le accarezzano.</p>
<p>Molto felice è la mano di Pahor, leggera e intensa, nel mescolare la relazione d’amore che cresce lentamente, e non in modo subitaneo, con la complicità politica nella lotta clandestina, a cominciare dalla distribuzione di testi sloveni agli scolari figli delle famiglie slovene dislocate sia a Trieste che, soprattutto, nella provincia. Tuttora del resto la provincia di Trieste (la più piccola d’Italia come superficie) è prevalentemente slovena.</p>
<p>Aggiungo che il volume è molto opportunamente completato da note necessarie a dare notizia al lettore italiano dei molti scrittori sloveni menzionati nel testo, e anche delle principali variazioni toponomastiche intervenute da allora ad oggi, il molo Audace era allora molo S. Carlo, piazza Unità d’Italia era allora piazza Grande, ecc.</p>
<p>Un libro per molti versi commovente, nella migliore accezione del termine. Andrebbe, insieme con altri, letto e meditato da tutti coloro che nel nostro paese, a cominciare purtroppo dai partiti della sinistra tradizionale, hanno completamente trascurato in tutto il secondo dopoguerra la questione giuliana e in generale dei confini orientali, lasciandola in pasto alla propaganda fascista e postfascista. Tra gli “altri” libri cui accennavo, a me è stato particolarmente utile, già molti anni fa, il volume di Angelo Ara e Claudio Magris, <em>Trieste, un’identità di frontiera</em>, Einaudi 1987.</p>
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