<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>R. Umamaheshwari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/r-umamaheshwari/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 Jun 2021 09:17:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh #6</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/18/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-6/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jun 2021 07:10:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=90860</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di R. Umamaheshwari  R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91430 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1.jpg" alt="" width="855" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1.jpg 855w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/HP-1_571_855-1-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 855px) 100vw, 855px" />di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/">terza</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/">quarta</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/06/07/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-5/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+NazioneIndiana+%28Nazione+Indiana%29">quinta</a>.  Quella che segue è la sesta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>20 aprile 2020. La “Maskforce”, <em>Instagram,</em> il quoziente di simpatia.</strong></p>
<p><strong> </strong>Ci sono sempre nuove campagne pubblicitarie ogni giorno in televisione, in competizione l’una con l’altra, non solo sulla copertura della pandemia in India, ma anche sull’idea dell’ “andrà tutto bene”, dell’apparire felici, e comunque intenti in occupazioni gradevoli anche di questi tempi, un po’ come se fossimo delle <em>emoji</em> sorridenti. Così ci sono campagne come il concorso “progetta la tua mascherina e posta la foto”. Alla miglior foto o alla miglior mascherina andrà un premio (in questo caso, l’onore di avere la propria immagine diffusa alla TV). Sembra che la cosa essenziale di questo periodo sia il quoziente di simpatia e di compatibilità <em>social</em>. Anche famosi attori del cinema postano immagini della loro felicità domestica, secondo la logica del <em>mantra</em> “Stai al sicuro, resta a casa”. Mostrano di vivere felici e cercano di essere fonte di ispirazione perché anche altri lo siano. Ogni cosa vende, o ogni cosa può vendere. Basta solo sapere come fare…</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ci sono anche altri problemi nel mondo.</strong></p>
<p>Il Coronavirus ha aiutato molti governi in giro per il mondo a dimenticare per il momento ogni altra questione che avrebbe richiesto la loro attenzione. O almeno questioni che loro non volevano affrontare, seppur di vitale importanza per la gente. Il Coronavirus permette loro adesso di non curarsi di ogni altra questione entro parametri legali, poiché siamo in una pandemia, e persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha dichiarato. La gente così rimane senza neanche una base legale per poter pretendere dai propri governi e dalle proprie amministrazioni la soluzione dei problemi. Quello che fanno, lo fanno esclusivamente in nome del Coronavirus.</p>
<p>Se mai ci sarà una futura pandemia la politica dovrà fissare parametri più chiari per distinguere “epidemia” e “pandemia”, atteso che al momento, paragonata ad altre malattie presenti nel globo, il tasso di mortalità associato al Coronavirus rimane ancora basso. Inoltre, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre organizzazioni di livello planetario, come l’ONU o l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le istituzioni che si occupano di ambiente e di cambiamento climatico, dovranno trovare risposte che bilancino gli sforzi di mitigazione con il rispetto dei diritti umani e non-umani (ecologici) e con l’idea di equità e giustizia.</p>
<p>Ci vorrà molto tempo per fronteggiare i problemi derivati dalla perdita di reddito durante i <em>lockdown</em>. Come anche per riscrivere delle linee-guida sul trattamento da riservare agli animali selvatici e alla natura, per prevenire gli abusi. Questo periodo può anche aiutarci a comprendere e a fronteggiare possibilità di abuso fisico, verbale o emozionale verso gli esseri più vulnerabili.</p>
<p>In caso di violenza domestica, in che modo un <em>lockdown </em>può dare forza e vigore a comportamenti abusivi da parte degli uomini? Benché in India il governo abbia messo in piedi un servizio telefonico gratuito per le donne vittime di violenza, non è chiaro chi si occuperà di questi problemi, e quanto qualificate saranno le persone che, all’altro capo del filo, saranno chiamate a rispondere a queste difficili questioni.</p>
<p>La gente ha anche mostrato comportamenti abusivi nei confronti degli animali. Il futuro dovrebbe preoccuparsi di quanto sia inclusiva la nostra comprensione della vita, delle varie forme di vita, e quale sia la nostra idea di giustizia e di equità quando una crisi globale ci pone una sfida così impegnativa. E inoltre, una crisi globale può essere evitata prima che raggiunga le proporzioni che ha toccato nel caso presente? Non è forse il momento di affrontare le preoccupazioni relative al consumo eccessivo e all’eccessivo sfruttamento delle risorse della Terra, ora o mai più?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il bio-azzardo della gestione dei rifiuti.</strong></p>
<p>Le città indiane non godono di buona stampa circa la loro capacità di gestione dei rifiuti. In alcune città, nel corso degli anni – con la veloce e totalmente incontrollata espansione urbana collegata alla speculazione edilizia – le discariche sono diventate grandi cumuli o anche colline. In alcune città come Delhi o Hyderabad la copertura di questi cumuli o colline è stato l’unico modo di affrontare il problema. Oppure le stesse discariche sono state spostate di volta in volta in zone dell’entroterra, nelle periferie che confinano con aree semi rurali e con fattorie, causando un notevole rischio non solo per la salute della gente che vive nelle vicinanze, ma anche per i corsi d’acqua, i campi coltivati, gli uccelli e gli animali di tutte queste aree.</p>
<p>Se questo è un problema già in tempi normali, cosa sappiamo adesso dell’impatto del Coronavirus sulla gestione dei rifiuti, specialmente di quelli provenienti dagli ospedali indiani? Non ne sappiamo molto al momento. Dov’è che gli ospedali scaricano i loro dispositivi di sicurezza non monouso, o come sanificano le località in cui questi ospedali si trovano? In alcune città, gli ospedali sono collocati in zone residenziali, e già questo è un problema, specialmente oggi. Anche se il presente <em>lockdown</em>, come assoluta priorità, può funzionare in termini di contenimento (e già si è visto che nonostante il <em>lockdown</em> alcune città come Delhi hanno mostrato una crescita del numero di casi di Covid – anche se bisogna considerare che l’amministrazione di Delhi ha aumentato gli <em>screening </em>sulla popolazione), bisogna capire che cosa succederà dopo il <em>lockdown</em>. Quanto saranno sicure le nostre città dopo? Quando le cose torneranno ad una vera normalità? C’è un eccesso di attenzione sulle mascherine, mentre tutte queste altre questioni cruciali non sono ancora mai state affrontate. Quanto saranno sicuri quei luoghi in cui adesso ci sono reparti di isolamento?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Storie di casi e dilemmi etici.</strong></p>
<p>Quanto sono stati trasparenti i governi a proposito dei pazienti positivi al Coronavirus – quelli che sono morti e quelli che sono sopravvissuti? La questione, comunque, è un dilemma etico. Da una parte, l’indagine del profilo socio-economico nella diffusione della malattia può aiutare a capire chi è più vulnerabile, e le storie di viaggio dei pazienti possono aiutare ad analizzare perché e dove la gente viaggia e come le malattie si trasmettono localmente e globalmente; ma d’altro canto, considerando i pregiudizi razziali e culturali già così profondamente radicati nella società (che rialzano la testa ancor più oggi, <em>vis-à-vis</em> con il virus), questa indagine ha il potenziale per creare più problemi per le persone colpite.</p>
<p>È sicuramente un’arma a doppio taglio. Ma se fatta con la dovuta sensibilità, questa operazione può aiutare a capire se ci sono stati casi di discriminazione (da parte dello Stato o di altri attori) e ad approfondire altre questioni etiche in relazione ai casi di Coronavirus nel mondo. Alcune questioni molto difficili saranno sollevate nel prossimo futuro.</p>
<p>Ad un altro livello, guardando alle storie di viaggio, la dimensione etica, ecologica e sociologica del turismo stesso non è stata ancora indagata abbastanza, in giro per il mondo. L’estrema pressione che il turismo esercita su un determinato luogo, sulla gente e sull’ambiente intorno al mondo (dove la gente si affolla per “vedere”, per fare <em>selfie</em> che siano <em>Instagram-compatibili</em>, per realizzare gli innumerevoli <em>blog</em> di viaggio, per i <em>tour </em>di gruppo, etc.) è stata troppo a lungo ignorata. La consunzione e la definitiva spoliazione del Monte Everest è stata a lungo sui giornali. Ma ci sono alcuni altri luoghi, specialmente quelli di accesso più remoto, con una bassa popolazione, che hanno pagato il loro pedaggio al turismo di avventura. Mentre il viaggio ha una lunga storia e dovrebbe essere benvenuto perché connette persone e società, aiuta le idee a viaggiare e crea nuovi legami, fare questo in modo sostenibile e ecologicamente compatibile è una cosa della massima importanza. Specialmente lo è oggi, ora che ci viene concessa una pausa di riflessione per riconfigurare pratiche estremamente usuranti per l’ambiente, anche se questo significa perdere benefici economici.</p>
<p>L’attuale situazione condurrà alla moderazione nel progettare gli itinerari dei <em>tour</em>, a pratiche più sicure, ad un turismo etico in contatto con lo spazio e con i bisogni delle persone i cui spazi costituiscono una fonte d’attrazione per il mondo intero, ad una riduzione dello <em>stress</em> sugli ecosistemi e ad un totale bando del traffico degli animali selvatici e del consumo di specie esotiche di animali selvatici in alberghi esclusivi in tutto il mondo? L’industria alberghiera e del turismo ha subito un duro colpo. Ma bisogna vedere se questo settore, al momento del ritorno alla normalità, farà pressione per continuare a fare ciò che finora ha fatto, o comincerà ad agire più responsabilmente e con maggiore cautela, nei confronti dell’ambiente e delle persone, senza, al contempo (è questa la cosa più importante) cedere al razzismo e alle richieste dei viaggiatori. Rimane da vedere.</p>
<p>La fine dei viaggi non è, né dovrebbe essere, una risposta; la risposta è forse un’idea di viaggio più sostenibile e una reale sensibilità e rispetto le culture e per i popoli del mondo, quelli verso cui si viaggia, ma anche quelli che accolgono. Si tratta di un equilibrio delicato. Invece di domandare <em>dal-chawal</em>, <em>chole-chawal</em>, le differenti varietà di riso e lenticchie comuni nel Nord dell’India e acqua calda a volontà in un villaggio di montagna freddo e innevato, in inverno, in una regione come Spiti o Ladakh, bisogna chiedere ai viaggiatori di accettare l’idea di bagni a secco, uso minimale di acqua, disponibilità a mangiare con grazia e gratitudine il cibo tipico del luogo – <em>thenduk, thukpa, </em>e<em> momos</em> – con la famiglia ospitante. Ed accettare anche l’idea che il leopardo delle nevi potrebbe non aver voglia di essere sempre immortalato dalla macchina fotografica (con le buone o con le cattive). Va bene lasciare che sia e lasciarsi andare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Futuro dei rituali comunitari.</strong></p>
<p>In regioni dove comunemente la celebrazione dei rituali è parte della vita culturale della gente (indifferentemente dalle denominazioni religiose), che impatto avrà la pandemia? A sua volta, se continuerà più a lungo del previsto, influenzerà le relazioni sociali, in meglio o in peggio? Cambierà un’idea che ha un suo radicamento storico?</p>
<p>Parlo qui, essenzialmente, delle comunità di indigeni in giro per il mondo. Comuni assembramenti sono intrinseci all’idea di queste società, alla loro storia e alle relazioni reciproche. Ad un altro livello, alcune festività e rituali sono nati dall’idea di condivisione. Alcuni cibi e alcune bevande specifiche vennero originariamente preparati per queste occasioni, forse. Condividere o scambiare cibo e conversazioni, cantare, ballare, fare baldoria, sono tutte espressioni fondamentali delle civiltà umane in tutto il mondo.</p>
<p>Come l’idea del “distanziamento sociale” (specialmente se dovesse diventare progressivamente, in qualche tempo futuro, una questione di controllo di Stato e di polizia) impatterà su questi contesti della storia umana? E ancora dividerà le comunità e ci guiderà ad un mondo di automi retti dallo Stato in tutto il mondo? Dobbiamo stare attenti? O essere più ottimisti, considerando la lunga durata dell’evoluzione delle civilizzazioni umane a confronto con la breve durata dei regimi politici? Questa volta è stato il Ramadan ad essere stato colpito in tutto il mondo. In altri casi, ci possono essere fiere di villaggio più piccole associate con il ciclo dell’agricoltura o, dovunque, una celebrazione del rituale della semina o delle primizie del raccolto delle comunità indigene.</p>
<p><strong>Discorso su conoscenza e istupidimento.</strong></p>
<p>Alcune immagini e video che mostrano come lavarsi le mani sono diventati un luogo comune in questi ultimi due mesi. Ci hanno ricordato uno dei discorsi della conoscenza e della scienza che hanno accompagnato colonialismo e imperialismo. Era quasi come se la gente in India (qui io restringo l’osservazione all’India, in questo specifico caso) non si fosse mai lavata le mani prima. O non lo avesse mai fatto “correttamente” e “scientificamente”. Specialmente la gente delle aree rurali, alla quale viene quasi sempre insegnato a fare le cose correttamente,</p>
<p>inclusi i lavori agricoli, benché essi siano agricoltori da intere generazioni. Gli igienizzanti per le mani sono diventati un male necessario. Anche se è perfettamente sicuro e corretto lavarsi le mani con un semplice sapone e con acqua, dove l’acqua è disponibile. Ma cosa bisogna fare in contesti in cui ci sono scarse scorte di igienizzanti (come in molti negozi di sanitari a Shimla, in questo momento)? O dove c’è forte penuria di acqua (in città come Chennai, nel Tamil Nadu)? E quanto sono sicuri gli igienizzanti per le mani, se usati per un lungo periodo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E-Learning.</strong></p>
<p>Quanti bambini in India, specialmente nelle aree rurali, hanno accesso ad Internet e possono realmente fare uso delle piattaforme di <em>e-learning</em> messe a punto per le scuole durante il <em>lockdown</em>? Un esempio: una scuola a Tabo, nello Spiti, non ha computer né collegamento ad Internet. Il solo computer, nel monastero di Tabo, ha una connessione super lenta e molte volte persino mandare o ricevere <em>email</em> è un’impresa. Ci sono altre scuole nelle stesse condizioni in India, tagliate fuori dal più ampio discorso dell’uso delle tecnologie nell’istruzione. A dispetto dei proclami secondo i quali tutta l’India è connessa digitalmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conti in banca.</strong></p>
<p>Quante persone in India hanno un conto in banca? Tutte? Veramente no. Molti vivono ancora un’esistenza alla giornata, con salari giornalieri o del tutto senza salario. Questo discorso sulla pandemia è pesantemente incentrato sull’alfabetizzazione ad alta intensità di <em>gadget </em>o <em>gadget</em>–dipendente, e solleva molte questioni di equità sulla natura di un’alfabetizzazione guidata dalle <em>élite</em> e su una politica urbana di <em>governance</em>.</p>
<p>Per esempio, ogni due giorni la radio annuncia una nuova <em>app </em>per <em>smartphone</em> o una piattaforma internet. La domanda che nasce nella mia testa è se un governo può forzare un popolo a scaricare una <em>app</em> sugli <em>smartphone</em> e se a sua volta il popolo può reclamare il proprio diritto a non farlo. Quanto è esatta o assolutamente impeccabile la nuova <em>app </em>chiamata ‘arogya-setu’ che il governo sta chiedendo alla gente di scaricare, per sapere se la persona che ti sta accanto è positiva al <em>Coronavirus</em>? Quanti giorni è stata testata, prima di essere messa in uso? E qual è la garanzia che un’<em>app</em> (dopo tutto, un’<em>app</em> sviluppata con l’uso di algoritmi e parametri che non sempre resistono alla prova del tempo e che possono andare male) non faccia niente di sbagliato? Qual è l’utilità dei <em>kit</em> per i <em>test </em>sul virus, se un’<em>app</em> può rilevare chi ha il virus? È stato anche detto che qualcuno dei <em>kit</em> acquistati per lo <em>screening</em> ha fallito. Se un <em>kit </em>(pensato con una specifica finalità diagnostica in un laboratorio scientifico) può fallire, lo può senz’altro fare anche una <em>app</em>, che non ha capacità diagnostiche.</p>
<p>Le <em>app</em>, in generale, sono vulnerabili ai virus (informatici) e non c’è bisogno di dire quanti dispositivi mobili saranno vulnerabili ad attacchi cibernetici, se ognuno di noi sarà forzato a scaricare una <em>app </em>senza nessuna consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi rischi. E che garanzia abbiamo, peraltro, che i governi usino le <em>app</em> solo per fini specifici e non con altri scopi? È giustificato in democrazia sviluppare tecnologie così intrusive senza la consultazione o il consenso informato del popolo? Può una pandemia avere il potere di trasformare una democrazia in una autocrazia?</p>
<p>Le <em>news </em>alla radio hanno annunciato che un treno che trasportava 950 soldati che avevano finito il loro addestramento è partito da Bengaluru (nello Stato del Karnataka) e ha raggiunto Jammu Tawi. Un secondo treno lo seguiva. Apparentemente il treno era stato sufficientemente sanificato e un macchinario per la sanificazione era stato usato anche per lo <em>screening</em> di tutti i bagagli. Ed io mi chiedevo se sarebbe stato possibile sottoporre ad un simile procedimento anche i lavoratori migranti, in modo da evitar loro di camminare a piedi per migliaia di chilometri, talora senza cibo o acqua. Non poteva esserci un analogo processo graduale per assicurare un graduale trasporto della gente alle loro case? Per inciso, negli ultimi giorni ho sentito di qualche governo di qualche Stato indiano che fa accordi con gli studenti che originariamente appartengono ai loro Stati, per essere ricondotti indietro a casa da altri Stati dove essi sono rimasti bloccati finora. Sono anche stati messi in quarantena per pochi giorni prima di essere rimandati a casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>22 Aprile 2020. Giorno della Terra. Comunità indigene e disastri imminenti.</strong></p>
<p>In che modo il virus ha aiutato la Terra? In miriadi di modi. Ha imposto uno stop a viaggi non necessari e non essenziali e ha prodotto forse anche una qualche moderazione nei consumi. I centri commerciali hanno chiuso, come anche le multisala cinematografiche. Si può anche pensare all’energia risparmiata che altrimenti sarebbe stata consumata in questi enormi edifici, sovvenzionati dal Governo, mentre essi imponevano il risparmio energetico e i tagli di corrente alla gente comune. Il traffico veicolare nelle piccole e grandi città non sta più appestando l’atmosfera e la qualità dell’aria è migliorata grandemente in questi ultimi due mesi. I monsoni arriveranno in India, come da programma, nelle prime settimane di Giugno, il che significa che c’è un deciso miglioramento nelle vie della natura, senza l’intervento umano.</p>
<p>L’inquinamento industriale e quello acustico sono stati minimizzati negli ultimi due mesi in molti Stati. Anche l’<em>e-commerce</em> di prodotti non essenziali è stato bloccato con una consistente riduzione di plastica e imballaggi. È da un po’ che non vedo una grande città. Ma a Shimla l’aria è più pulita e la natura sembra al suo meglio, con una lussureggiante crescita delle foreste, ed erbe rigogliose. Una festa per le scimmie, che possono tornare alla loro dieta naturale, piuttosto che consumare gli avanzi dei turisti nelle strade.</p>
<p>È possibile anche che il ciclo agricolo ne benefici a suo modo, con piogge e sole puntuali. Ma c’è anche qualcuno interessato alla Terra nel suo complesso, in questo intero discorso? Alcuni ci sono. Come Tenzin “Tulku” a Spiti, occupato nel suo piccolo frutteto di mele, e felice di fare quel che fa in questo periodo dell’anno. Altri, nel suo villaggio, sono felici della loro limitata produzione di orzo. Subodh è preoccupato però per le prospettive di coloro che a Spiti coltivano piselli a scopo commerciale: sarebbe un danno se il <em>lockdown</em> dovesse continuare fino al momento della raccolta dei piselli, quando ci sarà bisogno che vengano trasportati in Stati come il Punjab.</p>
<p>La maggior parte degli Indiani – specialmente quelli che vivono in città – consumano i raccolti di differenti regioni, e questo crea una cultura alimentare diversa che aiuta anche gli agricoltori a sopravvivere. Non tutta la coltivazione è rivolta al consumo domestico. Alcuni agricoltori seminano solo per il loro uso privato mentre altri per il mercato, ed è così che riescono ad andare in pari. Con il <em>lockdown</em>, a dispetto delle assicurazioni che i rifornimenti alimentari non saranno bloccati, se differenti governi dei vari Stati non allentano i loro rispettivi <em>lockdown</em> in linea con i trasporti stagionali e con lo scambio di prodotti agricoli, la vita degli agricoltori e il ciclo agricolo ne saranno pesantemente condizionati. Nel Giorno della Terra, quanti stanno pensando al futuro dei produttori di cibo?</p>
<p><strong>La zona naturalmente “Green” e una diga.</strong></p>
<p>Penso ad un bellissimo posto, fra molti altri: paesaggio, popolo e storia. I villaggi sulle rive est e ovest del distretto del Godavari, nello Stato dell’Andra Pradesh sono largamente popolati da Koya, Kondareddi, Konda Valmiki e altre comunità indigene. Il Kondamodalu è abitato dai Kondareddis, che sono segnalati come un gruppo tribale particolarmente vulnerabile. Abitano tra il bellissimo fiume Godavari e colline ricoperte di foreste per metà decidue e per metà sempreverdi (Papikonda), dove il virus non cambia niente. Fortunatamente, ha lasciato le persone e gli spazi intatti, dato che questo è un villaggio così remoto che richiede una volontà ben precisa per recarvisi (per esempio per i funzionari governativi, che non possono fare a meno di andarvi quando sono chiamati a farlo). Anche quelli che vi abitano lasciano il villaggio soltanto se c’è qualche urgente bisogno, dato che bisogna attraversare campi verdi, foreste e fiumi su una barca e nei pochi autobus.</p>
<p>Questo villaggio fa parte della zona di sommersione della diga del Polavaram, cominciata durante gli anni 2004-2005, un’imponente opera finanziata da investimenti americani multimilionari, non ancora completata. Se c’è qualcosa che non si ferma nemmeno durante una pandemia, sono questi progetti di grandi dighe che assorbono investimenti multimilionari. Apparentemente, l’attuale governo dell’Andhra Pradesh ha informato la gente che le opere progettate riprenderanno presto e che le persone dovrebbero lasciare le loro case entro giugno di quest’anno.</p>
<p>La maggior parte della gente di questo villaggio si è opposta con fermezza alle minacce di sgombero da parte del governo dello Stato, per un progetto che sommergerà complessivamente più di tremila ettari di foresta e trecento villaggi, la maggior parte dei quali collocati in aree classificate. Il virus, sfortunatamente, non ha potere, sembra, contro i grandi interessi commerciali dei “grandi” dell’ordine mondiale, sia in India che altrove. Il Coronavirus, che non ha colpito questa gente semplice, con una storia incredibilmente lunga, vissuta in sincronia con il mondo naturale, non riesce ancora a mettere uno stop a una ragnatela di Stati che entrano nella vita dei più poveri, e invece di festeggiare questa naturale “green zone” (contrapposta a quella che ufficialmente è considerata “green zone”), si impegnano a distruggere la ricchezza ecologica degli ultimi spazi superstiti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Persone con Alzheimer e Dementia. Assistenza e definizione di “servizi essenziali”.</strong></p>
<p>Ho contattato un’amica (Dr. Saadiya Hurzuk) che lavora per l’associazione <em>Alzheimer’s and Related Disorders Society of India</em>, con base a Hyderabad. Avevo sentito parlare di questa associazione nel 2016, quando un mio vicino di casa di lunga data era stato colpito da una forma acuta di Alzheimer e il sostegno per lui non arrivava da suo figlio o da sua figlia, che non vivevano con lui. Ma Saadiya ed io non eravamo potuti andare oltre, in quel caso, perché ci era stato chiesto di tenerci lontane da “una questione di famiglia”. Quel vecchio morì nel 2017 all’età di 86 anni, e io mi chiedo che cosa avrebbero sofferto le persone come lui durante uno scenario di <em>lockdown</em>.</p>
<p>Io mi chiedo anche come ci si possa aspettare da una persona che soffra di demenza o di Alzheimer che si confronti con l’idea di distanza sociale o fisica, quando lui o lei è necessariamente legato a una badante e richiede costantemente un supporto fisico, oltre che un supporto istituzionale, se la sua famiglia non ha la possibilità di provvedere a lui o lei a casa per ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette. In una discussione alla radio con un esperto, una persona che si autodefiniva come non vedente condivideva le sue difficoltà nel fare una passeggiata fino al mercato locale senza la persona che abitualmente lo accompagnava; diceva che la polizia locale nel suo distretto gli aveva chiesto di non uscire mano nella mano con l’accompagnatore, poiché bisognava mantenere il distanziamento sociale! In alcuni casi, laddove la presa in carico da parte delle istituzioni e il supporto è quanto mai essenziale, i <em>lockdown</em> possono essere fortemente debilitanti, a meno che l’amministrazione locale non sia sensibile all’idea di bisogni differenziati e pronta alla loro valutazione, caso per caso<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Sfortunatamente queste istituzioni non rientrano tra i servizi essenziali; la gente la cui vita quotidiana dipende da queste istituzioni di cura sarà severamente colpita. E lo stesso accadrà per le organizzazioni coinvolte nella cura degli animali. Quante di queste sono capaci di continuare a fornire cure agli animali malati e abbandonati?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La donna a casa.</strong></p>
<p>Con intere famiglie a casa nello stesso momento, che sta succedendo alle donne a casa? In India, benché molte donne si siano ormai unite alla forza lavoro fuori di casa, c’è ancora un numero sostanziale di donne che sta a casa e si identifica come “casalinga”. Nei tempi ordinari, esse possono avere qualche sollievo dal lavoro quando gli uomini di casa escono per andare a lavorare e i figli sono stati impacchettati, insieme con i loro pranzi a sacco, per andare a scuola.</p>
<p>Ma durante il <em>lockdown</em> sembra che esse lavorino <em>non-stop</em>, a tempo pieno. Mi ricordo di Jaya che era la donna più felice del mondo quando le scuole dei suoi figli riaprivano dopo le vacanze. Le cinque o sei ore di scuola significavano per lei l’occasione di acquisire una nuova competenza – nel suo caso, imparare a cucire vestiti – e un sonnellino nel pomeriggio, in una giornata altrimenti congestionata dal cucinare, pulire, lavare. Lei faceva anche la portinaia dell’intero complesso residenziale. E forse adesso non ha tempo per se stessa. Come madri, ci si aspetta da loro che facciano questo. Ma che cosa dovremmo dire delle donne che lavorano? In India ci sono anche quelle donne che lavorano nei loro uffici e, una volta tornate a casa, continuano a cucinare, pulire, prendersi cura dei figli, etc. Alcune di loro guardavano al loro ufficio come ad uno spazio in cui poter finalmente essere se stesse, felici di uscire dalle loro case e di passare del tempo con i colleghi al lavoro. Oggi anche queste donne, se non stanno “lavorando da casa” (dato che non tutti i lavori consentono questi benefici), sono confinate negli spazi domestici ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Bisognerà capire che impatto avrà tutto questo sulle dinamiche familiari, o se si siano stati solo effetti benefici sull’ambiente domestico, come si dice da più parti. E cioè che il <em>lockdown</em> sia servito a riunire la famiglia e a dare un nuovo senso al tempo in famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Muri e chiusura.</strong></p>
<p>Il 22 Marzo speravo ancora che il virus potesse aiutare a rompere i muri e i legami e i confini in nuovi modi, ma oggi noi assistiamo al risorgere di nazionalismi isolati. Il presidente Trump, almeno stando a quanto riportato dai <em>media</em>, sarebbe intenzionato a mandare in Cina un <em>team</em> di scienziati per avere conferma del fatto che il virus sia stato veramente sviluppato in un laboratorio in Cina. E se ciò fosse confermato dal <em>team </em>americano, la Cina dovrebbe pagare per questo. E questo annuncio arriva mentre la gente in USA si confronta con un crescente numero di morti e con la più pesante crisi economica dal <em>crac </em>finanziario del 2008. Può essere utile, se invece di cadere nella retorica dei <em>leader </em>politici e nel conflitto geopolitico, noi potessimo chiedere che cosa è davvero in gioco qui, economicamente e politicamente, per gli accordi commerciali multilaterali e a lungo termine. Nessuno di noi comuni mortali negli Stati oggi, di fronte al <em>lockdown</em>, può vedere nell’immediato futuro della pandemia. Dovrebbe essere utile costruire solidarietà tra popoli e nazioni per far fronte comune contro la pandemia sul terreno, e anche per collaborare nella ricerca e in quelle attività che possano permetterci di capire che cosa sta veramente succedendo e, allo stesso tempo, di fornire supporto per la gente. Dovremmo essere consapevoli degli effetti di larga scala sull’ecosistema, a causa delle morti senza precedenti, dello scarico di rifiuti biologici pericolosi negli oceani e nei fiumi, dell’impatto sulle regioni più densamente popolate, quelle che hanno più probabilità di essere colpite negativamente rispetto ad altre. È anche triste che il presente discorso sia puramente antropocentrico.</p>
<p>La gente sta anche reagendo alle voci senza fondamento circa il ruolo di animali e uccelli nella diffusione dell’epidemia. In India alcune persone, per esempio, hanno abbandonato i loro cani a morire per strada. L’altro giorno un agricoltore ha informato, con agitazione, un responsabile della salute, durante un programma radiofonico, che il suo villaggio ha una lunga tradizione di visite di pipistrelli marroni in alcuni mesi dell’anno, provenienti dalla Cina (secondo lui). Ed era arrabbiato, temendo che questi “pipistrelli cinesi” avrebbero diffuso l’epidemia proprio come la Cina aveva fatto con altre nazioni del mondo. L’esperto medico non aveva dissipato le sue paure, ma anzi, al contrario, gli aveva chiesto di contattare la locale amministrazione.</p>
<p>Ci si chiede quanto andrà lontano questo discorso antropocentrico nel distruggere specie, senza un’adeguata comprensione della situazione. E che effetto avrà nel lungo periodo sulle specie non umane. Possiamo permetterci un disastro ecologico quando stiamo già fronteggiando una tremenda pandemia, causata di certo anche da alcuni disastrosi comportamenti di parte della popolazione umana, e mentre pochissimi sforzi vengono messi in campo per fronteggiare le ampie preoccupazioni sul cambiamento climatico e su quelle condotte spregiudicatamente consumistiche che hanno il solo scopo di produrre denaro?</p>
<p>L’espansione digitale avrà anche un impatto avverso sull’ecologia, anche se oggi i nostri governi sono tutti intenti a espandere le reti digitali, senza preoccuparsi affatto sugli effetti a lungo termine di queste azioni. Bisogna veramente chiedersi se “lavorare da casa” con un computer, alle dipendenze di qualcuno, sarà il solo futuro accettabile e universalmente applicabile. La tecnologia sarà il solo modo di risolvere questo problema, come sta succedendo adesso? Sarà una soluzione adeguata? E la classe media e le classi benestanti di tutto il mondo, incluse le ben finanziate <em>élite </em>universitarie, ben connesse tramite il <em>web</em>, saranno le sole a decidere l’agenda per i meno fortunati? In questo discorso digitale di alto livello, il venditore di <em>curry</em>, il fruttivendolo, il fioraio, il calzolaio, il fabbro, l’artista non esperto di tecnologia e di installazioni all’avanguardia, l’artigiano, il proprietario di uno <em>street food</em>, non hanno diritto di parola, e presto potrebbe persino non essere loro permesso di stare in piedi con dignità e guadagnarsi da vivere nelle nostre città. A meno che non siano connessi al mito di essere digitalmente connessi. È auspicabile tutto ciò? Quante persone in India, anche oggi, hanno connessioni internet attive nelle loro case?</p>
<p>Il <em>Coronavirus</em>, semmai, ha reintegrato o aiutato a facilitare gli stili di vita delle classi medie urbane e delle élite, che ordinano <em>online </em>ogni cosa, dal cibo ai vestiti, agli accessori, ai libri, ai <em>gadget</em>. Quante persone, in India, hanno connessioni <em>Whatsapp</em> sui loro telefonini? Ci sono ancora villaggi in questa nazione senza una rete mobile e senza neanche linee telefoniche o TV satellitare. Le classi medie e le <em>élite</em> (che sono oggi le icone che dicono alla gente di stare a casa, etc.) non hanno dovuto fare un cambiamento drastico (a parte il fatto di non poter uscire), poiché le loro case sono ben equipaggiate, in ogni caso.</p>
<p>Cosa dire invece delle persone senza risorse, letteralmente e virtualmente isolate e totalmente tagliate fuori? Per quanto tempo ancora, se la pandemia continua a colpire, il metodo del <em>lockdown</em> funzionerà? Ed è veramente il solo metodo o possono esserci modi migliori di affrontare la situazione, che tengano in considerazione anche quelli che non sono connessi neanche in tempi normali?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Intoccabilità, perdita di calore.</strong></p>
<p>Nel complesso, in India, la nuova espressione “distanziamento sociale” sembra essere compresa bene dalla popolazione, nel più ampio contesto di interiorizzazione del sistema delle caste e della pratica – anche in tempi normali e fino ad oggi – dell’intoccabilità e dell’espressione fisica del distanziamento sociale fra caste in molti villaggi. Ma si spera che almeno in quelle culture (anche all’interno dell’India, specialmente in alcune regioni) dove l’espressione fisica del calore e dell’amicizia e della generale bonomia, o l’incoraggiamento, nei momenti di dolore e di perdita era normale e quotidiana, la pandemia di <em>Coronavirus</em> non cancelli totalmente questi gesti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> A quanto pare “il numero di persone che vivono con la demenza in India è stimato a circa 5.29 milioni, secondo le proiezioni per il 2020 dell’<em>Alzheimer’s and Related Disorders Society of India</em> (ARDSI, 2010) [Jayeeta Rajagopalan, Saadiya Hurzuk, Narendra Ramaswamy, <a href="https://Itccovid.org/2020/04/06/report-the-impact-of-the-covid-19-pandemic-onpeople-with-dementia-in-india/">‘Report: The impact of Covid &#8211; 19 pandemic on people with dementia in India’,</a> April, 2020].</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/07/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2021 06:36:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=90858</guid>

					<description><![CDATA[di R. Umamaheshwari  R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey of [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-91278 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/IMG-20201011-WA0008.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/">terza</a>, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/">quarta</a>. Quella che segue è la quinta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Raccoglitori di immondizia in una Metropoli</strong></p>
<p>Lakshmi e Gopal, che appartengono alla comunità dei Madiga (il rango più basso del sistema delle caste) lavorano come raccoglitori di immondizia a Hyderabad, il posto in cui stavo. Sono venuti in città da Perivili, un villaggio a circa cento chilometri da Kurnul (nella regione Rayalaseema dell’Andhra Pradesh), più o meno quindici anni fa.</p>
<p>Inizialmente lavoravano come lavoratori occasionali, disposti a fare ogni tipo di lavoro (portare carichi di sabbia, ghiaia, etc. per siti di costruzione, o altri singolari lavori), ma il lavoro non arrivava ogni giorno. Così circa dieci anni fa hanno deciso di diventare raccoglitori di immondizia, perché pensavano che questo lavoro avrebbe dato loro un reddito più sostenibile.</p>
<p>Hanno cominciato con un <em>risciò</em> spinto a mano, e poi hanno comprato un <em>pick-up</em> di seconda mano. Il padre di Gopal è un contadino senza terra tornato al suo villaggio. I figli della coppia, tre di loro, sono nati a Hyderabad. Nessuno di loro va a scuola. Non c’è un commento che non suoni retorico: povertà nera, nonostante le scuole pubbliche che offrono istruzione gratuita. Ci sono infatti altre spese, correlate al mandare i figli a scuola. E questo non riguarda i loro figli.</p>
<p>Questa coppia, come molte altre, non ha un conto in banca e, per qualche ragione, neanche una carta di razionamento (nella città…ce l’hanno invece nel loro villaggio). Così i dodici chili di riso forniti ai poveri dal governo dello Stato (del Telangana, poiché Hyderabad è la capitale del Telangana) non li ha raggiunti.</p>
<p>Vivono in una baraccopoli, in una località chiamata Moulali, dove la maggior parte della gente è impegnata nella stessa attività: pulire le strade e raccogliere l’immondizia o gli stracci. Per inciso, questo particolare posto è stato identificato come una zona rossa del Covid, ed è stato isolato. Una località con una popolazione per lo più musulmana, che era stata blindata dopo che, a quanto pare, pochi residenti del luogo, che avevano partecipato a un raduno di Musulmani a New Delhi a metà marzo (il <em>Tablighi Jamaat</em>) erano stati trovati positivi ai controlli. Questa località ha così idealmente seguito lo stesso destino di altre località ovunque in India, con relativa popolazione musulmana, nell’essere dichiarata zona rossa, man mano che i partecipanti al <em>meeting </em>di Delhi venivano testati e trovati positivi ai tamponi.</p>
<p>Una delle caratteristiche delle zone rosse è che il coprifuoco è totale. Alle persone non è consentito di uscire di casa per nessuna ragione al mondo. Ma questo non vale per Lakshmi e Gopal, perché senza di loro, dopotutto, la spazzatura della <em>middle class</em> si accumulerebbe in alte pile e causerebbe problemi igienici per gli abitanti della zona. Il fatto che Lakshmi e Gopal rischino di contrarre così il Coronavirus non disturba il governo o le persone di cui sono al servizio.</p>
<p>L’unica apparente precauzione è che seguono un percorso “alternativo” molto presto al mattino (partono circa alle cinque per il loro giro). Raccolgono la spazzatura dalle case singole, la vuotano nel loro <em>pick-up</em>, a giorni alterni, e vengono pagati appena cento rupie al mese. Non molto tempo fa, la paga era addirittura ottanta rupie. E molte volte la gente non li paga neanche regolarmente. Lakshmi mi dice che in questi giorni alcuni dei suoi clienti (gente della <em>middle class</em> che vive in case di proprietà) le dicono di non aver ricevuto il proprio salario, e perciò di non potersi permettere di pagarla. La coppia raccoglie spazzatura indifferenziata da circa duecento abitazioni al giorno in questa località e la scarica nella località pattuita. In un’altra località operava Rajesh, insieme a sua madre e a un fratello maggiore immancabilmente ubriaco, che faceva lo stesso lavoro, anche per meno: cinquanta reali al mese che, anche qui, molti rifiutavano di pagare se loro saltavano un giorno.</p>
<p>Rajesh amava Malli, che lui per qualche ragione chiamava Bunny, e allo stesso modo lei amava lui e aspettava una veloce carezza di Rajesh sulla testa, dato che la nostra passeggiata coincideva di solito con i suoi turni di lavoro.</p>
<p>Ispirato da Malli, anche Rajesh si era preso un cagnolino, se ne curava teneramente e lo amava senza confini. Molte volte, Rajesh mi raccontava che cosa significava per lui arrivare alla discarica e tirare fuori la spazzatura da pile maleodoranti (in un posto chiamato Keesara, che ha due poggi o alture: uno di spazzatura, e un altro che è un antico tempio per Siva). Rajesh e sua madre dopo un po’ avevano preso in affitto un <em>pick-up</em> da un <em>contractor</em>. Metà dei soldi che guadagnavano servivano a pagare il noleggio mensile.</p>
<p>Anche in tempi normali, questi raccoglitori di spazzatura non ricevevano le protezioni pattuite: guanti, uniformi, un paio di stivali dignitosi e mascherine. Non avevano neanche posti per lavare le mani e i piedi dopo lo scarico della spazzatura in discarica. Pochi anni fa, la municipalità ha distribuito dei contenitori per l’immondizia grigi e blu ai proprietari per differenziare in casa i rifiuti biodegradabili, l’umido e quelli non biodegradabili prima di darli ai raccoglitori. Ma in verità pochissimi lo facevano. Così tutta la spazzatura finiva nello stesso contenitore. E così Rajesh e la gente come lui finivano per differenziarla di volta in volta all’arrivo in discarica. Interpellato, lo staff della municipalità se l’era presa con quelli come Rajesh o Gopal e gli altri, colpevoli di non usare le protezioni, anche se erano state loro distribuite.</p>
<p>Ma oggi, con il Covid 19 in corso, molti di questi raccoglitori di spazzatura non hanno ancora ricevuto le protezioni di cui necessitano non meno degli operatori sanitari. Lakshmi mi racconta che alcuni di loro avevano anche scioperato per ottenere protezioni, ma erano subito stati avvisati che, se non avessero raccolto la spazzatura (che è considerato uno dei Servizi Essenziali), i loro “lavori” sarebbero stati dati a qualcun altro. Potevano scegliere. Finalmente alcuni di loro si erano dovuti comprare maschere e guanti (equipaggiamento minimo, da prendere nei negozi vicino casa loro) dopo una lunga attesa, e avevano dovuto usare quelli.</p>
<p>Lakshmi mi racconta anche che alcune donne rifiutano di toccare i bidoni della spazzatura e aspettano che sia lei ad andare a prenderli dalle loro case, a vuotarli e a riportarli indietro. Mi chiede: “Qual è il senso di ‘tenere le distanze’? A casa non c’è spazio; e la gente di cui raccolgo la spazzatura non ci aiuta quando diciamo che abbiamo paura di entrare nelle loro case. Ma cosa possiamo fare? Questo è il nostro destino. A nessuno importa di noi. In alcune colonie ho visto gente che dava cibo e mance ai raccoglitori di spazzatura. Ma noi non siamo fortunati”.</p>
<p>Questi sono i più poveri dei poveri della città. E il loro lavoro durante la pandemia è esemplare e dovrebbe essere rispettato. Ma non sono neanche annoverati tra i “Guerrieri del Coronavirus”. Semplicemente non appartengono alla narrazione sul Covid, e il loro lavoro è un lavoro nascosto ai margini, e persino la loro salute sembra essere meno preoccupante per la locale municipalità. In netto contrasto col resto: ho notato ad esempio che il personale che si occupa della pulizia delle strade a Shimla lavora con guanti, stivali e mascherine, forniti loro dal dipartimento della municipalità per cui lavorano.</p>
<p>Per inciso, già da molti anni Shimla (e lo stato dell’Himachal) avevano bandito l’uso della plastica, ed erano stati previsti dei bidoni coperti per smaltire l’immondizia (progettati così anche per evitare che scimmie e cani frughino tra i rifiuti). Bidoni che sono svuotati regolarmente, quando addirittura non quotidianamente. Durante il <em>lockdown</em>, pochissimi di questi operatori ecologici sono stati lasciati al lavoro (con mascherine) e essi probabilmente lavorano a rotazione.</p>
<p>Jagganadham, un uomo di circa cinquant’anni, è venuto a Hyderabad come molti dal suo villaggio vicino Palasa, nella parte settentrionale della regione dell’Andhra Pradesh, a cercare lavoro, quando l’agricoltura di quella regione, molti anni fa, è stata messa in ginocchio da lunghi periodi di siccità. Lui fa lavori manuali, quelli che gli capitano di tanto in tanto, di solito nei cantieri, quando qualche <em>contractor</em> lo ingaggia. Talora c’è lavoro disponibile ogni giorno, come quando è stato assunto in un cantiere che rinnovava un tempio. Un lavoro di alcuni anni. Con l’edilizia ormai praticamente ferma, non può far altro che stare seduto ad un angolo di strada ad aspettare la chiamata di qualcuno.</p>
<p>Il <em>lockdown</em> significa niente lavoro, ovviamente. Comunque, sua moglie lavora come guardiana in uno degli appartamenti di questo quartiere di Secunderabad, che è per lo più abitato da gente della <em>middle class</em>, o anche di classi inferiori. Hanno una minuscola stanza nel complesso. Lui vive con sua figlia e suo genero, che lavora come lavoratore giornaliero. Suo genero (Koti) lavora anche per suo fratello (Tirupati) che ha cominciato a fare il pittore, e a poco a poco negli anni è diventato un <em>semi-contractor</em>, e quindi ha cominciato a salire la scala sociale.</p>
<p>Jagannadham dice che il <em>lockdown</em> ha significato per lui zero entrate negli ultimi due mesi. Per quanto riguarda i dodici chili di riso che il governo del Telangana ha promesso per i poveri e i lavoratori giornalieri, questa famiglia, che viene dall’Andhra del nord, non ne ha diritto. E questo benché essi posseggano la cosiddetta <em>Aadhar card</em>, iniziativa del precedente governo del Congresso, volta a dare un numero unico ad ogni cittadino, apparentemente al fine di facilitare l’accesso alle iniziative governative, come anche di scoraggiare comportamenti scorretti. Un provvedimento sottilmente imposto alla gente durante il secondo governo dell’ UPA (<em>United Progressive Alliance</em>), poi consolidato dall’attuale governo.</p>
<p>Molti come Jagannadham erano felici di possedere la <em>Aadhar card</em>. Ma, quando era andato a procurarsi i dodici chili di riso dal negozio addetto alla distribuzione pubblica, era stato rimandato indietro a mani vuote, perché gli avevano chiesto di presentare la sua carta di razionamento PDS (un sistema di differenti colori per identificare la soglia di povertà e gli altri livelli, e offrire una porzione fissa di riso, olio, zucchero e lenticchie come sussidio); e la sua carta di razionamento era ancora nel suo villaggio nel nord Andhra, dove sua madre ne fa tuttora uso per il suo bisogno mensile.</p>
<p>Quando un bel giorno il <em>Chief Minister </em>dell’Andhra Pradesh, che vive a Hyderabad, ha annunciato che avrebbe fornito cinque chili di riso ai poveri dal suo Stato (Andhra), Jagannadham è rimasto per ore in fila nella sua località. Ma quando è venuto il suo turno, lo hanno rimandato indietro senza riso, poiché la sua <em>Aadhar card</em> aveva l’indirizzo locale di Hyderabad e poiché lui era uno di Telangana, e questo riso era destinato soltanto ai poveri dello Stato dell’Andhra, la sua richiesta era contraria allo spirito del provvedimento.</p>
<p>Bisogna ricordare che lo Stato del Telangana è stato creato nel 2013, dopo un lungo ed estenuante conflitto. Prima era uno Stato unito all’Andhra Pradesh<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Anche la povertà e la natura della distribuzione della carità, perciò, è politicamente motivata e governata, durante il Covid, o durante altre crisi come le calamità naturali, le inondazioni, etc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una diversa osservazione sui lavoratori migranti nell’Himachal.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Essendo una regione montagnosa, per lungo tempo questo Stato doveva importare il lavoro manuale da fuori. Già le storiche strutture coloniali di Shimla testimoniano l’uso del lavoro manuale importato. La città di Shimla, per inciso, ha un gran numero di persone provenienti dal Nepal e anche dal Kashmir, che lavorano come uomini di fatica. Molti lavorano in negozi dove i titolari forniscono loro un minimo di cibo e alloggio.</p>
<p>Qualche anno fa, nel 2015, ho incontrato lavoratori provenienti dal Jharkhand che costruivano un monastero buddista a Tabo in Spiti. I lavoratori dello Jharkhand lavorano anche per committenti privati che devono costruire case a Tabo e in altri villaggi dello Spiti. Nel villaggio di Kibber si trovano molti ragazzi dello Jharkhand che vivono con le famiglie, pascolando il loro bestiame o costruendo case, o aiutando nell’agricoltura.</p>
<p>Anche nei villaggi più remoti, ai lavoratori edili è offerto cibo e alloggio dal <em>contractor</em> o dal padrone di casa che gli commissiona il lavoro. Molti di questi lavoratori tornano nei loro Stati di origine solo per pochi mesi, mentre rimangono in questo Stato per la maggior parte del loro tempo. In città come Shimla, alcuni vivono in affitto in piccoli appartamenti che condividono. Ma nei villaggi, essi vivono nelle famiglie o vengono loro fornite delle stanze nei dintorni. Un gran numero di lavoratori impegnati nei progetti stradali del governo vengono dallo Jharkhand e dal Rajasthan, e si possono vedere abitualmente baracche lungo le autostrade regionali e nazionali, dove i cantieri stradali sono aperti. Attualmente molti di questi lavori sono bloccati. Alcuni sono forse ripresi, ma la fornitura di cibo e di un riparo sembra essere ridotta al minimo per i lavoratori immigrati in questo Stato.</p>
<p>Ecco perché il livello di ansia e l’esodo di massa cui abbiamo assistito, di lavoratori migranti che lasciano le città di Delhi, Mumbai e Bengaluru, talvolta con viaggi di migliaia di chilometri, per raggiungere casa, da queste parti non si sono visti. Eppure, ci sono sicuramente casi di alcuni <em>contractor</em> che hanno lasciato che i loro lavoratori se la cavassero da soli, poco prima che il <em>lockdown </em>fosse annunciato.</p>
<p>E questo anche se è difficile trovare un lavoratore manuale senza riparo da queste parti, sia perché il lavoro è molto richiesto, sia perché trovare lavoratori per lavori estenuanti, che ti rompono la schiena, come costruire edifici in terreni collinari, richiede l’instaurazione di relazioni reciproche. Relazioni che talora sono a lungo termine, considerando che ci vuole molto tempo per completare progetti qui, piuttosto che nelle aree urbane pianeggianti, a causa delle condizioni atmosferiche ostili (neve, pioggia, frane, blocchi stradali, etc.).</p>
<p>Perdere un lavoratore non è un’opzione, come nelle grandi città, dove il lavoro è inflazionato a causa del largo numero di persone disponibili per prestazioni occasionali, e dove perdere una persona non ha particolare importanza. I <em>contractor</em> di Hyderabad o di Delhi, per esempio, solitamente non si prendono la responsabilità di alloggiare e nutrire i lavoratori manuali che essi ingaggiano per i loro progetti. E neanche pagano i loro affitti. Molti che lavorano come facchini nelle stazioni di Delhi vivono in condizioni davvero disagiate, e potremmo dire drammatiche. È stato sempre così, almeno finché il virus non ha costretto i <em>media </em>e i governi a prendere atto di questa situazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>18 Aprile 2020. Morire di lavoro <em>versus</em> morire di virus <em>versus</em> morire di fame. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Ricardo Laussman scrive “Anche se le nazioni sviluppate vogliono appiattire la curva, non avranno la capacità di farlo. Se la gente deve scegliere fra un rischio di morte del dieci per cento, quando va a lavorare, ed una sicura morte di fame, se invece resta a casa, sarà costretta a scegliere il lavoro” [www.behaviouralscientist.org – ultimo accesso: April 18].</p>
<p>Quando la gente è partita per tornare a casa, camminando per migliaia di chilometri (specialmente uomini, o famiglie), forse pensava di avere più speranze di sopravvivenza nei propri villaggi piuttosto che nelle città dove era andata a lavorare fino ad allora. E non temeva di morire in viaggio; voleva semplicemente scappare dalle città dove forse pensava che sarebbe morta di fame.</p>
<p>In secondo luogo, come ho detto prima, questo particolare momento storico gira intorno al lavoro (soprattutto quello agricolo) che la gente pensava di trovare nei villaggi piuttosto che nelle città, colpite dal <em>lockdown</em>, in base al sistema nazionale dell’impiego rurale garantito, del Mahatma Gandhi. Un sistema che era stato messo in atto durante la precedente legislatura dall’<em>United Progressive Alliance</em>, e che prevedeva lavoro garantito per cento giorni a persone con una carta di lavoro nei villaggi. Così era forse pratico raggiungere a piedi non solo la casa base nel villaggio, ma anche trovare un possibile lavoro da fare, piuttosto che patire la fame, senza lavoro, in città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>19 aprile 2020. Osservazioni a casaccio. </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo intero periodo di crisi, il settore pubblico e i servizi nazionali sono stati di grande aiuto in tutto. Non molto tempo fa, alla fine dell’anno scorso, il governo indiano aveva provato ad accelerare il processo di privatizzazione della compagnia di bandiera, <em>Air India</em>. Ma in questo intero periodo di pandemia, è stata proprio questa compagnia a trasportare medicine, dispositivi di protezione e beni essenziali, ed anche a riportare indietro gli Indiani dalle altre nazioni in cui erano rimasti bloccati.</p>
<p>Le ferrovie indiane<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> (che sembravano avviate allo stesso destino) sono state ugualmente di grande aiuto nell’assicurare servizi essenziali, tra cui la fornitura di dispositivi di protezione e di vagoni ferroviari, utilizzati come spazi per l’isolamento dei malati. Le ferrovie hanno persino assicurato il trasporto di un intero plotone di reclute dell’esercito nel bel mezzo del <em>lockdown</em>.</p>
<p>Ed è il servizio postale pubblico e i dipartimenti delle poste, che hanno pagato le pensioni agli anziani (nello stato dell’Himachal i postini portano le pensioni porta a porta nei villaggi) e fornito il servizio giornaliero di consegna per medicine, trasferimenti di denaro tra Stati e territori. In alcune aree rurali, gli uffici postali sono persino serviti da banche. Il sistema postale indiano (messo in piedi durante l’epoca coloniale britannica) continua a servire anche i più remoti villaggi sulle più alte montagne.</p>
<p>Ho assistito inorridita, su un canale televisivo di <em>news</em>, a gente (lavoratori migranti che entravano in città) che veniva irrorata, come misura di “sanificazione”. Fortunatamente, le <em>news</em> della radio riportano che il governo ha emesso un severo divieto di farlo, ed è stato interessante che questo divieto ufficiale aggiungeva che questa pratica di spruzzare i corpi era nocivo sia da un punto di vista fisico che psicologico. Notevole per un provvedimento governativo! In ogni caso, le raccomandazioni sono realmente seguite sul campo? Forse dipende da chi è al timone in ogni Stato e consiglio locale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il virus ha una religione, una razza, una casta, un genere, una classe?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Osservo il tenore dei discorsi sui canali televisivi, dopo un raduno di uomini musulmani (il <em>Tablighi Jamaat</em>) tenuto a Dehli, nel quartiere di Nizamuddin, nel mese di marzo. Secondo le fonti governative, circa 8000 stranieri sono intervenuti all’evento, e ci si chiede come il Governo abbia permesso loro di assistervi, benché provenissero da Stati in cui il Covid era già molto diffuso, come Malaysia e Indonesia.</p>
<p>È stata anche sollevata la questione degli <em>screening</em> aeroportuali, in questo caso come in altri. Si è detto infatti che il Covid si è esteso ad altre parti del Paese, non appena le persone hanno cominciato a tornare nei loro Stati di provenienza. Mentre il governo ha iniziato a tracciare la gente che ha partecipato all’evento, e a mettere alcuni di loro in quarantena nei loro rispettivi Stati, alcune persone, sui <em>social network</em>, hanno cominciato a gridare alla <em>corona jihad</em> e ad insinuare che alcuni musulmani volessero diffondere il virus di proposito. E per finire, sono stati supposti collegamenti bizzarri tra l’intero episodio e la Cina o il Pakistan.</p>
<p>Nello stato dell’Himachal Pradesh, inoltre, dove la popolazione musulmana è davvero minima, se paragonata al resto degli Stati dell’India, i villaggi che ospitano qualche famiglia musulmana sono stati costantemente sul chi vive, per scoprire chi avesse partecipato all’evento religioso e per metterlo in relazione con i casi di Covid. Ma le <em>news</em> regionali sulla radio sono state abbastanza accurate nel dare i numeri delle persone risultate positive o negative al test.</p>
<p>Nello stesso periodo, per i distretti dai quali la gente era partita per assistere all’evento è stato proclamato l’ “allarme rosso”, e alcuni dei villaggi sono stati blindati, in base all’emergere di alcuni casi di coronavirus. Per inciso, molti dei distretti dichiarati “zona rossa” (<em>Covid hotspot</em>) hanno poche famiglie musulmane che vi risiedono.</p>
<p>È difficile avere un quadro complessivo della realtà di questo discorso senza avere un’informazione “sul campo”, che sia a contatto diretto con il territorio. Comunque, per i <em>media </em>che hanno abbondanti risorse e reporter, potrebbe valere la pena fare un esame più approfondito sul perché sembrerebbe esserci una strana corrispondenza tra zone rosse e aree residenziali musulmane in città come Hyderabad o Delhi, o ancora in certe città del Tamil Nadu e altrove. Nell’Himachal Pradesh il discorso religioso si è comunque estinto relativamente prima che in altre parti del Paese, a causa della minore incidenza del Coronavirus.</p>
<p>È stato però intrigante sentire il Primo Ministro commentare, in uno dei suoi discorsi, che il Coronavirus non guarda religione o casta. Probabilmente, se questa dichiarazione fosse stata fatta prima, nei giorni in cui è uscita la notizia dell’evento di Delhi, forse sarebbe stato risparmiato ad un’intera comunità il sordido pregiudizio con cui ha dovuto confrontarsi, per un evento al quale molti di loro non erano neanche andati o per il quale avevano persino potuto provare fastidio.</p>
<p>Si sarebbe peraltro dovuto indagare su altri simili eventi organizzati da altri gruppi religiosi, quando fossero stati trovati in difetto rispetto alle regole. Come ad esempio un incontro religioso Sikh tenutosi in Punjab, e del quale la radio nazionale ha dato notizia, dove era stata trovata una persona che aveva contratto il virus. Anche in questo caso la località era stata messa in quarantena dal governo del Punjab. Ma il fatto non aveva avuto la stessa copertura mediatica costante e massiccia dell’evento di Delhi.</p>
<p>È una prova della possibilità di usare il Coronavirus come un pretesto per prendere di mira particolari gruppi di persone, o particolari comunità, in tutto il mondo. E per accrescere il pregiudizio razziale e gli attacchi alle persone.</p>
<p>È la logica del “colpevole fino a prova contraria”, e i numerosi meccanismi di intelligenza artificiale messi in opera al giorno d’oggi possono essere usati per colpire allo stesso modo qualunque stato nel mondo che venga scelto come bersaglio in quel particolare momento. E questo è un modo di colpire le persone non direttamente, in termini di disagio, ma anche indirettamente, in termini di <em>lockdown</em> o di zone rosse imposte a caso in giro per il mondo, in periodi successivi e per differenti ragioni.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Lo stesso Andra Pradesh fu creato nel 1956, dopo una lotta che aveva come obiettivo la separazione da Madras. L’Andra Pradesh è governato dalla maggioranza di governo del partito denominato <em>Y.S.R. Congress</em>. Il suo primo ministro è Y.S. Jaganmohan Reddy. Il Telangana, invece, è governato dal <em>leader </em>del <em>Telangana Rashtra Samiti</em>, il cui nome è K. Chandrasekhara Rao.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> La parziale privatizzazione delle Ferrovie Indiane, a causa della nuova politica di aumento dei prezzi, ha reso progressivamente inaccessibile la rete ferroviaria alla gente comune, la maggior parte della quale usa le ferrovie indiane per viaggiare nel Paese, e anche per trasportare beni attraverso questa rete.</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia; foto di R. Umamaheshwari)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall&#8217;Himachal Pradesh # 4</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 May 2021 06:38:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=90350</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di R. Umamaheshwari [foto di Sushant] R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-90922 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-1024x723.jpg" alt="" width="696" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-1024x723.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-768x542.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-696x491.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-1068x754.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-595x420.jpg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/IMG-20201011-WA0005-2.jpg 1210w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>di <strong>R. Umamaheshwari </strong>[foto di Sushant]</p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda, qui la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/">terza</a>. Quella che segue è la quarta.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1 Aprile 2020. Che fine fa la donna single?</strong></p>
<p>Che fine fa la donna single, che vive da sola, lontano dalla sua casa (se ne ha una, cioè ammesso che ne abbia una), o dalla sua città, nel <em>mantra</em> che recita “Resta a casa, stai al sicuro” concentrato esclusivamente sull’idolatria della famiglia e sull’idea che ad ogni casa corrisponda una famiglia? Lei non appartiene a nessun luogo.</p>
<p>Comunque, l’idea che la famiglia sia necessariamente quella dove sei nata è piuttosto riduttiva. Quanto a me, io sento di avere famiglie fatte non di parenti di sangue, ma di persone che hanno saputo aprirmi le loro case quando attraversavo i loro villaggi e  città, come viaggiatrice, o come ricercatrice, o come giornalista, o semplicemente come una donna single e sola. E in ogni caso, cosa produrrà questa paura del virus? Porterà via quell’apertura di cuore della gente in giro per il mio Paese e per il mondo, chiuderà le porte e renderà univoca la definizione di famiglia, come singola unità in cui uno è nato? Sarebbe un mondo abbastanza chiuso per una persona come me. Essere senza casa è ancora abbastanza gestibile, ma essere privata dell’accesso alle molte famiglie che incontro, e alle loro case e ai loro cuori sarebbe un durissimo colpo. Sarebbe pura solitudine e morte.</p>
<p>Ma può la basilare esigenza umana di vivere in società e in relazione, e di stringere legami, cambiare così tanto a causa di una nuova malattia? Specialmente quando queste nuove malattie hanno incrociato il nostro cammino solo per pochi anni, dopo secoli? Cosa si intende per “casa”? Io vivo letteralmente in una terra di nessuno, in molti sensi: una minuscola <em>guest house</em> di meno di dieci metri quadrati. Che strano! Solo fino ad un mese fa, avrei potuto sistemarmi in uno spazio di più di cinquanta metri quadri che avrei potuto cominciare a chiamare casa in un prossimo futuro. E adesso, invece, questo spazio che a stento arriva a dieci metri quadri mi sembra un segno di buona sorte. Un rifugio da non sottovalutare, specialmente se considero i molti che sui loro piedi, per strada, camminano verso le loro case, altrove.</p>
<p>Le case sono sempre “altrove”, per qualche ragione: un posto in cui andare, perché il posto da cui si lavora non si chiama mai “casa”. I lavoratori rimangono “migranti” anche se vivono per anni in una città, in piccole case popolari. Sembra che non raggiungano mai lo <em>status</em> o la dignità di “residente”. La residenza è temporanea e improvvisata, come per la maggior parte dei luoghi di soggiorno: molte volte, in baracche o <em>bidonville</em>, con tetti di amianto o ancor più provvisori, fatti con qualsiasi materiale di scarto che chi le abita riesce a trovare nelle città che sta costruendo o per le quali sta lavorando.</p>
<p>Se c’è qualcosa che è accaduto, è che improvvisamente il “lavoratore migrante” esiste nella narrazione dei <em>media</em>, presentato di nuovo come una vittima e non come il lavoratore con dignità di residenza in una città che idealmente lui o lei avrebbe dovuto percepire come “casa”. Lui o lei sono improvvisamente diventati i potenziali vettori di un virus, per una pura questione di percezione e non in base ad un’evidenza basata su parametri scientifici. Così ci si chiede se è la paura del lavoratore migrante portatore del virus che mette questa categoria di persone al centro del discorso, o la pietà e una sorta di condiscendenza verso i poveri. Dovrebbe essere solo uno specchio da mettere davanti alla popolazione del Paese, che ci potrebbe vedere un grande tema: mentre “stare a casa, stare al sicuro” può sembrare una cosa meravigliosa da fare per una certa parte della società, il luogo in cui i lavoratori si guadagnano da vivere diventa realmente “casa”. Ed è veramente una casa sicura?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E una domanda ancora più importante: cos’è “casa”?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La programmazione televisiva (radio e televisione) è piena di stereotipi sulla famiglia indiana. E sul “tempo della famiglia”, di cui si fa persino un uso eccessivo. La “famiglia” è sempre mostrata, in qualche modo, come la migliore e ideale unità sociale, e universalmente buona per tutto, nonostante i problemi di abuso e discriminazione al suo interno. La donna di casa, durante il <em>lockdown</em>, diventa contemporaneamente la madre, la cuoca, la badante, il sorriso che dà sollievo, colei che porta tutti i pesi del mondo, in modo che i suoi figli, suo marito e forse i suoceri o i genitori possano vivere felicemente, dimentichi di tutte le preoccupazioni del mondo.</p>
<p>I programmi radiofonici per donne (di solito pomeridiani, in ossequio all’assunto che sia questo il tempo che le donne possono dedicare a se stesse), danno ricette e idee che possano servire alle donne per compiacere le proprie famiglie e impegnare i propri figli. Un attore del cinema Hindi tradizionale degli anni passati suggerisce con un gran sorriso quanto divertimento produca lo stare a casa ad ascoltare le storie degli anziani, aiutare i figli a fare i compiti, guardarli giocare, etc. Lo stare a casa è presentato come la più felice cosa da fare. E mi chiedo come si collochi, rispetto a queste immagini, chi è lontano da casa. Specialmente chi non ha uno stipendio sul suo conto a fine mese, e non è così fortunato da “lavorare da casa” per un’azienda o per il governo, e da ricevere alla fine del mese uno stipendio – non importa quanto – sul suo conto in banca. E poi quel che è peggio è sentire che gli stipendiati, i professori universitari, i burocrati, gli insegnanti si lamentano perché lavorano da casa. Persone alle quali lo stipendio e tutte le provviste (grazie alla consegna a domicilio in alcune città) arrivano direttamente a casa e sui loro conti in banca, senza che ci sia alcuna necessità di uscire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Spazi <em>Covid-free </em>e alcune altre domande.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che cosa dire degli spazi che non hanno registrato neanche un caso di Coronavirus in India? Ho sentito dello Srikakulam, nella parte nord dell’Andhra Pradesh; o di quella parte dello Srikakulam che conta un numero relativamente più ampio di piccoli agricoltori, o delle regioni abitate per lo più da <em>adivasi</em> o comunità indigene. C’è anche l’esempio di <em>Spiti</em>, nell’Himachal Pradesh, e forse di molti altri villaggi che sono fortunatamente sfuggiti al contagio. Dovremmo anche chiederci perché. Può non essere una coincidenza che queste aree siano relativamente più verdi di altre e contino meno attività commercialmente distruttive e altamente competitive dal punto di vista economico (a parte il turismo, naturalmente).</p>
<p>È anche una pura coincidenza che a Spiti, in questo momento, la natura sia stata d’aiuto. Le strade sono state bloccate dalla neve fino ai primi di Marzo. Così gli abitanti, per alcuni mesi ogni anno, godono di un relativo isolamento, che lascia la gente della regione alle sue attività invernali. Concentrati sulla vita urbana, spesso non ci accorgiamo dell’aspetto più splendente di questi spazi eminentemente rurali, che possono esistere ovunque nel mondo. E l’attenzione che dedichiamo ai disastri nelle città e nei paesi del mondo, che sono stati così distruttivi e travolgenti, produce certe decisioni politiche che condizionano tutti, prese solo per mitigare i danni e calmare l’opinione pubblica.</p>
<p>Provvedimenti che, in futuro, possono creare situazioni avverse dove oggi non ce ne sono. Perché ai non-disastri non viene data uguale visibilità sui giornali? E perché, nel mondo, le non disastrate-zone dovrebbero subire gli stessi interventi di mitigazione delle zone disastrate? Il fatto che questa sia stata dichiarata una pandemia significa anche che essa elude ogni tipo di interrogazione o ricorso legale cui di solito il popolo può accedere nei confronti dei provvedimenti presi dal decisore politico senza consultare tutti i settori. Solo recentemente in India è stato dato respiro ad alcune attività agricole e a pochi altri settori, cui è stato permesso di riaprire anche durante il <em>lockdown</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Migranti e esodo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’esodo di massa di lavoratori migranti dalle grandi metropoli indiane – che era essenzialmente connesso (non tutti sembrano comprenderlo) al ciclo agricolo nelle aree rurali, nelle quali molti di coloro che vivono in città sono impegnati – ha dimostrato la mancanza di una vera consultazione della politica con gli altri settori del Paese prima dell’adozione del <em>lockdown</em>. Molti lavoratori nel campo dell’edilizia provengono dalle aree rurali, che rimangono il loro campo-base, dato che essi incrementano il loro reddito con i lavori agricoli e talora anche tramite la conduzione di piccole fattorie. Molti hanno delle “carte di razionamento” (che garantiscono loro una minima fornitura di grano sovvenzionato) nei loro villaggi, delle quali si servono anche quando lavorano nelle città. Questa gente rimane legata al proprio villaggio anche se vive nelle città e là educa i propri figli nelle scuole private e pubbliche. Sono tutte verità risapute da tempo.</p>
<p>I loro spazi vitali nelle città sono tra i meno invidiabili. Molti costruiscono case per altre persone, ma non possono permettersi di viverci. In una situazione altalenante, in qualche caso, a Hyderabad, alcuni lavoratori dell’edilizia, che costruiscono appartamenti di media grandezza, o anche più piccoli, diventano i portieri del palazzo e quindi ottengono una stanzetta gratis nello stesso complesso. Queste persone diventano lentamente residenti permanenti della città e i loro figli vengono messi in scuole private. Molti di loro si guadagnano da vivere attraverso varie attività in grado di produrre reddito, grazie all’alloggio gratuito ricevuto. In molte città, la gente lavora negli alberghi, o anche in negozietti, come commesso. Ma se durante le crisi, se non hanno un tetto e un riparo, come sta diventando evidente adesso, queste persone preferiscono ritornare ai loro villaggi – anche se all’inizio i loro villaggi (e le crisi agricole) li avevano costretti ad emigrare nelle città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tempo per fermarsi, guardarsi dentro, disfare, rifare.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Indulgenza per i viaggi aerei? Perché la gente si concede viaggi aerei anche non essenziali? Qual è l’impatto ecologico del traffico aereo globale? Che effetto hanno avuto l’aviazione commerciale e i viaggi aerei non essenziali sull’ambiente? E oggi che il traffico aereo è quasi dimezzato, è stato calcolato il vantaggio ecologico? E cosa dire dei viaggi in treno, in uno Stato come l’India? Qual è il vantaggio ecologico dell’attuale <em>lockdown</em>? Ogni momento storico dovrebbe essere valutato soltanto in base all’impatto presumibilmente negativo sull’economia? Non dovrebbe ogni epoca storica essere valutata anche in base al relativo vantaggio ecologico? Il virus sta solo uccidendo, necessariamente, o è il modo in cui il virus è gestito dallo Stato che lo fa? Chi dovrà rispondere di queste morti? Non dovremmo forse guardare più in profondità nella natura dello Stato (e, di conseguenza, anche allo stato di natura), nell’assistenza sanitaria, nell’accesso delle persone svantaggiate alla sicurezza sociale, politica ed economica?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Controllo totale dello Stato?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Sulla scia del <em>lockdown</em> sorgono alcune domande che molti di noi nel mondo stanno fronteggiando oggi. Mentre il Covid 19 si è preso il centro della scena del dibattito in ogni Stato – nascondendo sotto il tappeto ogni altra questione pertinente – e mentre noi siamo costretti a piegarci a nuovi tipi di <em>app</em> e a nuovi metodi di sorveglianza, nascono alcune domande: che succederà ai diritti civili e alle libertà, durante i tempi dell’emergenza medica come questo? Emergerà in tutto il mondo un meccanismo che attraversi le nazioni e gli organismi internazionali di modo che una pandemia non significhi nel complesso anche la fine delle libertà e, cosa ancora più importante, non renda certe popolazioni o comunità più vulnerabili alla discriminazione e agli attacchi?</p>
<p>E inoltre, le applicazioni tecnologiche saranno tutte ugualmente e rigorosamente testate (proprio come si fa con vaccini e medicinali), prima di costringere o forzare la gente a usarle in nome della protezione e della prevenzione? C’è un urgente bisogno di un meccanismo globale di controllo della realtà fondato sull’interesse dei cittadini, di modo che una pandemia non finisca per favorire la nascita di severi regimi autocratici, che mettano le persone l’una contro l’altra attraverso la creazione di paura e sospetto. Ci saranno meccanismi (se necessario legalmente vincolanti per lo Stato) per proteggere la dignità e il rispetto dei più vulnerabili, specialmente durante periodi di emergenza come questo, piuttosto che vederli fuggire nella paura, incapaci di credere che i loro interessi saranno presi in carico, e rischiando le loro proprie vite in questo processo?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ricordando Joy, e pochi altri.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Alla fine dell’anno scorso l’ho incontrata, in un angolo tranquillo. Stava in piedi, non lontano da un piccolo ristorante, con il suo carretto traballante. Aveva tre pentolini, una larga padella, e un vassoio un po’ più largo della padella. In quanto donna <em>single</em>, non particolarmente interessata alla cucina, ho molte volte benedetto questi venditori coi carretti, dove compravo il mio pasto serale da <em>single</em>. Quando infatti il mio cane Malli è stato male per un mese intero, e dopo che lei è morta, questi carretti e altri <em>curry point</em> sono stati la mia salvezza.</p>
<p>Hyderabad ha molti di questi punti di <em>street food</em>, con una sola persona (maschio o femmina) o una coppia che vendono i loro <em>curry</em> (di solito stufati speziati a base di pollo o vegetali) e <em>chapatis</em> (pani spianati di farina di grano, arrostiti su una padella asciutta). Molti lavoratori (specialmente operai celibi) li comprano. Sono a buon mercato e di solito freschi, e possono essere impacchettati in piccole quantità, e portati via, a casa.</p>
<p>Joy, la donna del carretto, inizia verso le sei del pomeriggio, stando in piedi tutto il tempo, e spianando le sue <em>chapatis</em> fino alle dieci. Aveva piccole porzioni di <em>curry</em> e la sua clientela era piccolissima. Doveva aver previsto di poter smettere da lì a pochi mesi. Era un piccolo investimento, per un piccolo ma sicuro guadagno mensile; meglio che candidarsi per lavori che non eri sicuro di poter ottenere.</p>
<p>Numerose località a Hyderabad hanno questi punti di ristoro ai lati della strada, di solito messi in piedi da giovani uomini e donne che dubitano di potersi assicurare un lavoro d’ufficio. Un <em>punto curry </em>assicura sempre una certa clientela di <em>habitué</em> e una rendita dignitosa in fin dei conti. E poi c’erano le donne del Telangana rurale, che sedute sui percorsi delle località abitate dalla <em>middle class</em>, preparavano i <em>jonna rotti</em> (pane fatto di farina di sorgo, una specialità della regione del Telangana), specialmente durante i mesi invernali. Ogni <em>rotti</em> costa dieci rupie, e le donne stanno sedute lì ogni sera, per una clientela affezionata, semplicemente con una padella di ferro, riscaldata da piccoli fasci di rami di tenera acacia (abbattuti regolarmente dal dipartimento dell’elettricità del Telangana in base al loro programma di taglio degli alberi).</p>
<p>Sto pensando anche al <em>bajji taatha</em>, il vecchio uomo che preparava deliziose patatine fritte con le verdure, che si vendono come tortine calde ogni sera in un’altra località a Secunderabad. Il vecchio era accompagnato da suo figlio. Durante l’esperimento della demonetizzazione in India, nel 2016, mi sono resa conto che quel vecchio era uno dei tanti che era totalmente dipendente dall’economia in denaro contante, mentre il governo insisteva nel suo piano di digitalizzazione. Fortunatamente, alcuni di questi lavori basati sull’economia in contante sono sopravvissuti alla digitalizzazione, anche perché il governo ha capito che era il caso che questo accadesse. Ma oggi il Coronavirus ha offerto un altro pretesto per magnificare i vantaggi dei pagamenti digitali.</p>
<p>Ed io oggi sto pensando a Karthik, che vendeva fiori di stagione e ghirlande di fiori, accanto al grande tempio di Secunderabad. Karthik aveva appena dodici anni quando stabilì il suo carretto accanto al tempio, insieme con sua madre. È cresciuto in fretta, considerando che ben presto si è preso sulle spalle il peso di tutta la famiglia, compresa la madre e le due sorelle. Stava lì, alto e dignitoso, per ore, ogni mattina (dalle sei e mezza alle undici o alle dodici) e la sera dalle cinque e mezza/sei alle nove. Tutti i giorni della settimana, tutti i mesi dell’anno. E pian piano riuscì a far sposare la sorella maggiore. Forse aveva preso in prestito un po’ di denaro, che forse ha già restituito, o forse no. Karthik, e molti come lui, non era riuscito a completare la scuola. Mentre molti erano venuti in città con i genitori, facendola finita con l’insostenibile prospettiva dell’agricoltura (i piccoli fattori erano pochi, mentre la maggior parte erano contadini senza terra), alcuni di loro erano nati a Hyderabad e si sentivano essenzialmente figli della città.</p>
<p>Phoolmani, suo marito e i due figli – Jyuti and Dipika – avevano una minuscola baracca da tè accanto alla casa dove io e Malli vivevamo, a Guwahati, alcuni anni fa ormai. Phoolmani era una donna che lavorava sodo, e sapeva gestire la baracca del tè praticamente da sola, anche se suo fratello maggiore Kakaideo (come alcuni lo chiamavano, inclusa me) faceva delle commissioni per mantenere la scorta di soprammobili, miscele salate, biscotti da tè, pacchetti da <em>beedi</em> e sigarette, sempre pronte. Non guadagnavano molto seduti lì, in quella minuscola baracca di fortuna (difficile intuirne la struttura), fuori dalle mura del complesso di appartamenti a Kharguli, sulla strada che si affaccia sul possente fiume Brahmaputra (nei mesi invernali avvolto in una nebbia surreale). Ma erano sempre là, sorridenti. Malli era la loro più gradita cliente, e ogni giorno doveva sedersi lì come un ninnolo, mentre Phoolmani invitava persone per il tè e la mostrava ai clienti, dandole in pasto qualche <em>snack</em>. Molte volte Malli restava lì finché le veniva data la sua parte di quella mistura, che mangiava soltanto dalle mani di Phoolmani. Piuttosto che stare a casa, Malli preferiva ascoltare i pettegolezzi e guardare i clienti all’angolo del tè. I clienti erano per lo più operai dell’edilizia e tiratori di <em>risciò</em> del quartiere. Phoolmani e la sua famiglia vivevano in un minuscolo monolocale: una casa popolare, buia, accanto al nostro complesso di appartamenti. Malli ed io le facevamo spesso visita, talora condividendo un pasto (riso e pesce) con la famiglia. Il fiume Brahmaputra e l’angolo del tè di Phoolmani erano parte di un quadro più grande: quella non-struttura si stagliava con quieta dignità – anima generosa e compassionevole – contro le lussuose case e i complessi di appartamenti che stavano su quel terreno collinare. Penso a lei, e allo spazio oggi privo del suo angolo del tè, e mi chiedo come il destino di quella famiglia debba essere cambiato senza il loro solo mezzo di sussistenza.</p>
<p>Poi c’è Madhavi, che era nato a Hyderabad. Prima accompagnava sua madre, che vendeva fiori messi in un cesto di canna appollaiato su uno sgabello di plastica all’angolo della strada, in una località di Secunderabad. Madhavi non ha un conto in banca. E neanche ha ricavato mai abbastanza dal suo <em>business</em>. Anche pagare l’affitto mensile non le era facile, e alcuni dei suoi clienti abituali la aiutavano di tanto in tanto. L’abbondante e inebriante fragranza dei <em>malle poollu </em>(gelsomino bianco) creava un netto contrasto con le loro vite.</p>
<p>Ognuna di queste persone che si sono fatte da sé sono <em>Dalits</em>. La loro resilienza è di ispirazione per tutti, ma allo stesso tempo è doloroso renderla esotica. La città sembrava dar loro una qualche speranza e opportunità di guadagnarsi la vita. Penso a tutte queste persone durante il <em>lockdown</em>. Penso anche ai carretti qui a Shimla, in alcuni importanti luoghi turistici. Per esempio, vicino all’<em>Indian Institute of Advanced Study</em>. Qualcuno preparava zuppa e <em>noodles</em> e i <em>momos</em>, verdure cotte al vapore, che erano le più vendute ogni sera.</p>
<p>Sono persone che hanno affrontato la città e i loro propri destini con coraggio, e hanno messo su qualcosa di proprio, ricavandone un guadagno piccolo, ma dignitoso e rispettabile. Oggi durante il <em>lockdown</em> mi chiedo come se la passino. Come sarà la vita per loro una volta che “riapriremo”? Loro non fanno parte delle immagini dominanti delle famiglie felici, “che mantengono la distanza sociale” (loro non possono, probabilmente, nel monolocale in cui vivono) nelle loro case. Loro non possono essere felici di “lavorare da casa” – semplicemente non possono – e di ricevere un salario – semplicemente non ne hanno.</p>
<p>La cosa peggiore è che la maggioranza di queste persone non hanno conti in banca. I loro commerci insignificanti erano totalmente dipendenti dal contante e di certo non quel tipo di contante che in banca chiamano “risparmi”. È di solito un’esistenza basata sul passaparola. Una qualunque emergenza medica, come quella che noi oggi chiamiamo <em>Covid 19</em>, colpisce questa gente come disagio economico, prima ancora che come infermità fisiologica.</p>
<p>Non sappiamo cosa accadrà quando la vita tornerà “normale”. Sospinti così indietro fin dal tempo in cui il <em>lockdown </em>è cominciato, saranno in grado queste persone di tornare a rialzarsi e ricominciare da dove erano rimasti? I settori organizzati, anche nell’agricoltura, possono ancora avere incentivi governativi per essere sostenuti durante le crisi, ma cosa accadrà di queste persone, che sono letteralmente ai margini dell’economia, e di cui nessuno si occupa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una pentola a pressione, un piano a induzione e una padella (e un bollitore da tè)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vorrei aggiungere a questo elenco quattro tazzine col piattino, quattro bicchieri, due cucchiai da tè, nella stanza di una piccola <em>guest house</em>. Quando un tempo io avevo uno spazio di cucina adeguato (e adeguati utensili, per lo più di mia madre e di mia sorella), in una casa che teoricamente possedevo, dove entravano i primi raggi del Sole – uno spazio suggestivo – non cucinavo mai abbastanza. O comunque non ne godevo tanto quanto Malli, se e quando cucinavo un buon pasto (repertorio limitato) per me stessa o per un’amica occasionale, o un parente.</p>
<p>Oggi provo a cucinare in una cucina decorosa e a desiderare qualcos’altro rispetto al riso e lenticchie di ogni giorno. Ma penso anche ad alcuni dei lavoratori migranti qui a Shimla, che non hanno una cucina e sono sfamati nei <em>langars</em> (cucine comuni) da organizzazioni di volontariato, e da privati in alcune aree. Io non dovrei desiderare nulla. E seguo per caso alla radio un programma “per donne” che parla di ricette “per madri”, ansiose di tenere allegri figli, mariti e parenti durante il <em>lockdown</em>. E penso ora che una cucina non significherà la stessa cosa per me quando le cose ritorneranno alla normalità. O almeno alla recente normalità che conoscevo. Per adesso so di quanto poco ognuno di noi abbia bisogno in realtà, e come sia invece possibile accontentarsi di cucinare un umile pasto e, ancor di più, semplicemente di cucinare. La tentazione di non mangiare è grande quando qualcuno è lasciato solo al mondo inaspettatamente, a causa di una morte o di una separazione, o, forse, di un <em>lockdown </em>simile. Ma alla fine, un bel giorno, la fame prende il sopravvento, e tu devi mangiare.</p>
<p>E bisogna ringraziare i produttori di cibo, i numerosi commercianti, gli autisti dei <em>camion</em>, i trasportatori di beni, i negozianti dei piccoli negozi di quartiere per gli acquisti di base, che galleggiano sopra il presente. Che sopravvivono e ci fanno sopravvivere. La sopravvivenza sembra la comune metafora, anche in momenti in cui la gente cammina per migliaia di chilometri, dai loro luoghi di lavoro in città alle loro case nei villaggi. E tu cominci a sentirti orgogliosa, ma anche colpevole della tua buona sorte e della pentola a pressione, del piano a induzione e della padella, e del bollitore.</p>
<p>Per non parlare della generosità di poche persone, nel vicinato “esteso”, che ti regalano patate, cipolle e lenticchie, e talora sottaceti per speziare un po’ il cibo, come fa Sunita, la mamma della piccola Bhumika, chiedendomi di non dire a nessuno che lo ha fatto, così che a volte sono costretta a portare il cibo fuori di nascosto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/13/diario-della-pandemia-dallhimachal-pradesh-4/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall&#8217;Himachal Pradesh #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/16/diario-della-pandemia-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Apr 2021 09:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88775</guid>

					<description><![CDATA[di <b>R. Umamaheshwari</b><br /> R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-90347 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-765x1024.jpg" alt="" width="696" height="932" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-765x1024.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-768x1028.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-150x201.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-300x401.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-696x931.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1-314x420.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0002-1.jpg 950w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />di <strong>R. Umamaheshwari</strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/">qui</a> la seconda. Quella che segue è la terza.</em></p>
<p><strong>23 Marzo 2020.</strong></p>
<p>Tutti noi (intendo dovunque nel mondo il virus ci colpisce) siamo totalmente alla mercé dello Stato? E il virus ci ha sospinti tutti dentro? Da un certo punto di vista, ci si sta forse chiedendo di fare qualche passo indietro rispetto al modello di frenetica competizione, di ingiustizia nell’ordine economico? Ci si sta chiedendo di approfittare del tempo di questo <em>lockdown</em> per immergerci nel silenzio che ci circonda, fermarci, disfare e rifare?</p>
<p>A Shimla, che altrimenti in questo periodo estivo sarebbe invasa dai turisti e immersa nel commercio, adesso vediamo i macachi e le scimmie <em>grey langurs</em> che mangiano soltanto ciò che dovrebbero: i fiori di rododendro, le foglie e la frutta dagli alberi, invece di ingoiare gli hamburger e gli <em>snack</em> che qualche turista dà loro o che loro stesse sgraffignano dalle borse.</p>
<p>Le scimmie sembrano persino un po’ più gentili adesso. Tutto sembra appena lavato, pulito e naturale. Il messaggio che ne deriva, più forte di prima, è che quando l’economia cresce solo in verticale, senza una forte base orizzontale, che sia inclusiva per le diverse popolazioni e anche per le forme di vita non umane, finisce per collassare sotto il peso di qualunque microscopico virus che abbia un potenziale di diffusione. Passando in rassegna le città dell’India che hanno riportato i più gravi casi di contagio da Covid 19, si tratta di quelle che sono cresciute di più verticalmente, con un’espansione esponenziale, e con le politiche ambientali più spregiudicate ed ecologicamente disastrose. È là che noi vediamo oggi aumentare i numeri, nonostante il lockdown. Parlando di Hyderabad, negli ultimi dieci anni la città ha usurpato alcune migliaia di acri di fertile terra coltivabile per diventare “la grande Hyderabad”. La realizzazione di questo progetto è stata la meno pianificata tra tutte, con altissimi edifici che sporgono sul nulla.</p>
<p>Gli spazi verdi sono irrisori, se paragonati a quelli di altre città. Mumbai è un altro di questi esempi. Così sono anche tutte quelle città dove il settore immobiliare è cresciuto senza regole e senza piani regolatori. Qual è la natura dello Stato in questo momento, dovunque, in questo momento in cui il mondo è infettato dal virus? Che effetti, positivi o negativi, ha avuto questa situazione sulla crisi? Stranamente, ogni stato colpito dal virus e che ha fatto ricorso a misure estreme di <em>lockdown </em>totale, ha avuto anche altri problemi specifici da affrontare nell’ultimo anno. In Francia, per esempio, abbiamo visto il movimento dei <em>gilet jaune</em>, cominciato nel 2018. E dal 2017 la Francia è stata attraversata da proteste degli impiegati del pubblico settore (incluse le ferrovie, che hanno messo in atto un lungo sciopero di mesi), contro i tentativi del governo Macron di ridurre il <em>budget </em>del settore pubblico. Ci sono state anche alcune proteste studentesche nel Paese, nel 2017 e nel 2018. Il governo degli Stati Uniti ha continuato la sua politica nei confronti dell’immigrazione (specialmente quella messicana) e ha messo in atto alcune radicali politiche protezionistiche. In India, negli ultimi mesi del 2019, abbiamo avuto movimenti studenteschi di protesta, duramente repressi, allo stesso modo di quelli che protestavano contro il <em>Citizenship Amendment Act</em> e il <em>National Register of Citizens</em> – entrambi oggetto di un duro dibattito, fino alle elezioni e all’arrivo del virus.</p>
<p>A Delhi, la gente ha messo in atto un lunghissimo sit-in di protesta contro il <em>Citizenship Act</em>, nel quartiere di <em>Shaheen Bagh</em>. Gli Italiani, allo stesso modo, hanno protestato contro le politiche sull’immigrazione del loro governo; il Regno Unito ha assistito a un lunghissimo dibattito sulla <em>Brexit</em>, seguito da una crescente protesta contro le misure di austerità, finalizzate specialmente a tagli degli investimenti pubblici nel settore dell’istruzione, della salute, etc. E’ abbastanza strano il fatto che i temi dell’immigrazione, dello “straniero”, della privatizzazione del settore pubblico, sono stati comuni a tutti gli Stati durante il <em>lockdown</em>, ed il dibattito su questi temi è stato fortemente influenzato dalla pandemia di Covid 19. È qualcosa su cui pensare. Oggi è il momento giusto per chiedersi in quale direzione stanno andando questi Paesi. Quale tipo di stato si sta cercando di mettere in piedi? L’accesso per i poveri o per le persone a basso reddito, o anziane all’assistenza sanitaria è una questione che si ripropone ogni volta che c’è una crisi. Ma il virus ha reso questo chiarissimo: in assenza di una sicurezza sociale, economica e politica, una pandemia è quasi come una guerra di armati contro disarmati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>25 Marzo. Il permesso prezioso, ovvero il <em>pass</em> per il coprifuoco.</strong></p>
<p>Il 24 marzo il <em>lockdown </em>e il coprifuoco sono stati dichiarati insieme, cogliendo di sorpresa la popolazione, e spingendola a correre a destra e a manca per organizzarsi in vista di questo improvviso sconvolgimento. Ho completato il mio vaccino antirabbico e ho deciso di provare a ottenere un permesso per spostarmi in un paesino vicino Shimla, o nella sua periferia. Avevo deciso che era il posto migliore in cui stare in affitto durante il <em>lockdown</em>, in solitudine. Il fatto che poi io non sia riuscita nel progetto, dopo aver atteso dalle dieci del mattino alle otto e mezza di sera il permesso firmato dal <em>Collector</em>, è un altro discorso. C’erano alcuni che erano arrivati all’ufficio del <em>Collector</em> alle otto del mattino! Tra quelli che aspettavano per il permesso da molte ore c’erano stranamente anche giornalisti della televisione e della carta stampata. Molti di loro non avevano neanche potuto coprire la prima metà del primo giorno del <em>lockdown</em> per stare lì in attesa. L’intero processo evidenziava il potere di una firma che decideva a chi era permesso, e a chi no, fare ciò che aveva richiesto. La firma, o la sua assenza, non è necessariamente basata sull’urgenza o il reale bisogno della persona. Talvolta, nel bel mezzo del lavoro, un parente del ministero o un amico, per una ragione misteriosa, otteneva il permesso, superando le altre persone in coda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra quelli che aspettavano in fila c’erano alcune persone con storie pietose, e altri con storie bizzarre. E mentre il processo di concessione dei permessi proseguiva, il <em>Collector</em> all’improvviso se ne andava a causa di un’importante videoconferenza con qualche papavero del ministero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La situazione era allo stesso modo molesta per tutti, per il <em>Collector</em>, per il suo assistente, per l’usciere, e per tutti quelli che aspettavano impazientemente la loro firma. Ogni battito d’ali nell’ufficio del <em>Collector </em>ne produceva uno analogo tra la gente che aspettava che la sua domanda fosse firmata. Fra quelli in attesa c’erano anche migranti analfabeti, che avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a compilare la loro domanda, e che erano totalmente dipendenti dagli altri e inermi.</p>
<p>Come il lavoratore a giornata che veniva da Jammu, il cui contatto se n’era andato a Jammu, lasciandolo per strada, senza alcun riparo e sufficiente denaro.</p>
<p>Ad aspettare per il visto c’era anche un uomo con accanto il cadavere di un parente stretto, che doveva essere trasportato nel Punjab quello stesso giorno. Nel tempo che c’era voluto per ottenere il permesso di partire, il corpo era già stato restituito dall’obitorio e portato a lui in ambulanza. L’attesa per il permesso durò quasi cinque ore.</p>
<p>Un altro lavoratore a giornata accompagnato da un signore diabetico ha sopportato la rabbia dell’usciere più e più volte, cercando di spiegargli l’urgenza di portare il suo amico in ospedale. Finalmente, dopo aver atteso per quasi sei ore, ha ricevuto il permesso. Nel frattempo però l’ambulanza se ne era andata a causa di un’altra emergenza. L’uomo era tornato indietro, implorando che il termine “ambulanza” nella sua richiesta di permesso, potesse essere sostituito con “veicolo” in modo da poter prendere un taxi qualsiasi fino al Punjab. Nessuno ha saputo che cosa ne è stato di lui. I giornalisti, nel frattempo, non erano interessati a storie come questa; fino a quel momento neanche loro avevano il permesso per fare i reporter! O più semplicemente non gliene interessava molto. Io dovevo ottenere il permesso perché mi era stato consentito di stare nella <em>guest house </em>solo fino al 31 Marzo e non un giorno di più. Potevo avvertire la tensione tra tutta quella gente sbandata.</p>
<p>L’usciere era il più stressato di tutti, e si abbandonava alla rabbia e all’abuso quando la folla cominciava a pressare. I più poveri avevano più pazienza, benché le loro vite fossero letteralmente appese a quel pezzo di carta e a quella firma, e quindi non protestavano tanto quanto i più istruiti, incluse me, benché non ero la sola a non avere potuto toccare in quella attesa né cibo né acqua, per più di otto ore. Il ruolo del <em>Reader</em> (come viene designato), nell’ufficio del <em>Collector</em>, è il più scrupoloso di tutti. Non solamente deve leggere le domande, in fogli di carta compilati con scritture illeggibili in Hindi, ma anche interpretarle velocemete, tradurle (in inglese – dato che per qualche incomprensibile ragione il permesso deve essere in inglese) e sintetizzare in appena cinque righe tutto il contenuto. Una lunga lettera di candidatura – in cui si forniscono elaborate ragioni – diventa una breve nota con un timbro, una firma e una data, e un periodo di validità, entro il quale il permesso è valido. Che mirabile capacità di sintesi! E ci sono centinaia di domande da leggere, di continuo, senza sosta, dalle nove di mattina alle nove di sera. Giusto una brevissima pausa per un tè o un boccone, talvolta senza neanche staccare dal lavoro. Nel bel mezzo di tutto ciò, trovi anche, tra il personale, per quanto anche loro siano così sotto pressione, qualcuno che dimostri umanità e compassione per quei poveri sofferenti, offrendo tè o acqua, o anche semplicemente scambiando qualche parola. Quando finalmente il permesso arrivò, non prima comunque che un giornalista aiutasse a velocizzare il processo per tutti noi quella notte, avevo perso la voglia di partire, e sono crollata.</p>
<p>Questa fu la mia prima esperienza di richiesta di un permesso per il coprifuoco. Mi sono chiesta allora se non avrei dovuto invece prendere un permesso per poter tornare sul campo e riferire sulla situazione.</p>
<p>Invece, ho scelto di cercare un permesso per andare a vivere da qualche altra parte. Significava ancora qualcosa per me quel permesso, quando è arrivato? Cominciavo a dubitarne. Il cammino di ritorno – circa tre chilometri – dall’ufficio del <em>Collector</em>, fu ugualmente penoso, e per la prima volta, smarrii la strada, e ancora una volta trovai persone compassionevoli – facevano parte dello staff di un albergo a cinque stelle (e qualcuno di loro, tra parentesi, aveva protestato qualche mese prima per i tagli al personale) – che mi indicò la direzione, per non dimenticare i cani randagi che mi mostrarono la strada al <em>backyard </em>dell’hotel.</p>
<p>Il permesso, nel frattempo, andò a vuoto perché il mattino seguente io mi resi conto che c’è gente che sfrutta le persone in difficoltà. Invece di offrire aiuto ad una donna sola bloccata lì, preferiscono ricevere l’affitto nel loro conto in banca. Nel momento in cui ho pensato “solitudine”, avrei dovuto opporre a quel pensiero quello di “famiglia” e accettare l’invito e la generosità della famiglia, nel villaggio che amavo. E il permesso avrebbe avuto un cuore. E una valida ragione. Di certo ha più senso aiutare una famiglia rurale relativamente povera che dare un grosso affitto a proprietari di molteplici case, in molteplici città, e tenerle tutte sfitte. Molte persone che non sono dell’ Himachal, hanno le loro case estive in questo stato, la maggior parte delle quali chiuse per la maggior parte dell’anno, o affittate per prezzi esorbitanti. Non se ne parlava proprio di passare altre otto ore a cambiare il nome del villaggio ed essere di nuovo maltrattata dall’usciere! Mi sono anche reso conto che la gente offre aiuto per pura generosità dello spirito umano, piuttosto che per appartenenza politica, religiosa o altro. Quando questa generosità viene riversata su di noi, a volte è meglio accettarla in quel momento in cui viene elargita. I momenti sono di breve durata. E talora non tornano più. Ho sperimentato sia i cuori grandi che vivono in una stanza, che quelli piccoli che stanno negli appartamenti a tre stanze (stanza da letto, sala, cucina), sia in tempi normali che in tempi di crisi come questo. Quando Malli, il mio amico cane, era vivo, sono state le più piccole case a dare a entrambi i ripari più calorosi. In ogni caso, avendo imparato un’amara lezione da questa prima movimentata giornata, i permessi vengono ora forniti online, e anche le domande possono essere inoltrate online, almeno per quella gente che ha accesso ai computer. Non so per gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>31 Marzo 2020. Viaggiatori da altre terre.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è un’umanità al di là di razza, nazione e cultura? Peter Smith e Sheela Sherwood, una coppia di anziani del Suffolk, Inghilterra, e Sebastian di Parigi, Francia, abitano in una residenza a Varkala, nel Kerala. Sono tutti arrivati in India prima che il virus assumesse le proporzioni di una pandemia. Mentre in tempi normali (e loro dovevano arrivare in Kerala prima), i turisti stranieri sarebbero stati più che benvenuti e sarebbero stati trattati come ospiti di riguardo, loro hanno sperimentato un leggero cambiamento nel comportamento della gente nei confronti degli “stranieri”, specialmente dopo che si è sparsa la voce che erano i turisti a portare il virus in India. Nonostante i pregiudizi, hanno comunque un padrone di casa gentile che li ha ospitati e soggiornano in un posto relativamente tranquillo, e quindi non l’hanno presa male. Peter e Sheela vedono che il loro governo non ha risposto alle loro richieste e non sanno se saranno aiutati a raggiungere casa loro, ora che il <em>lockdown </em>è in atto.</p>
<p>Pare che non abbiano ricevuto alcuna risposta alle loro mail sull’evoluzione dei piani del loro Paese a loro riguardo. Anche se stavano bene nella loro residenza, Peter diceva che era proprio l’assenza di una qualunque risposta a disturbarlo. Sebastian, d’altro canto, è felice di restare in Kerala per tutto il tempo della durata del suo visto (fino alla fine di giugno), perché si sente “a casa”; la Francia sta attraversando una crisi peggiore, a causa del Coronavirus, a suo parere. La pace e la quiete di un villaggio del Kerala sulla spiaggia è di gran lunga più accettabile dell’ondata di panico, benché sia molto preoccupato per i suoi genitori. Mi ha ricordato la mia idea per cui puoi rendere “casa” qualunque posto, se vuoi, se sei in pace con la tua situazione e con te stesso. E se tu accetti le culture e i popoli come fai con i tuoi, ogni posto è veramente casa. Al di là di confini e frontiere. Non c’è panico, né la sensazione di essere bloccati, in questi tre viaggiatori provenienti da differenti età, gruppi e Paesi. Ma c’è in definitiva un senso di preoccupazione per i loro vicini e i loro cari rimasti nei rispettivi Paesi e che si chiedono cosa ci riserverà il futuro. Sheela lavora in un pub mentre Peter è in una compagnia di costruzioni. Sebastian, nei giorni successivi, continuava a ricordarmi di altri turisti, dalla Svizzera e dalla Francia. Proprio come anche Peter e la sua compagna mi avevano detto, ho scoperto che, a quanto pare, il loro governo, quello del Regno Unito, ha messo in atto degli sforzi per riportare indietro dall’India i propri cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Personificazione di un Virus, espressioni culturali, idiomi religiosi.</strong></p>
<p>C’è un messaggio di un dottore trasmesso sulla radio ogni giorno. Il dottore dice: “Questo virus ha un grande <em>ego</em>: non verrà nelle vostre case se non andate fuori e lo invitate. Così non uscire e non invitarlo. Stai a casa”. Poi ci sono messaggi nei quali il virus è chiamato un “demone”. Inizialmente, in gran parte, espressioni idiomatiche della guerra tratte dal Mahabharata (l’antico poema epico indiano di guerra); la conchiglia (in cui usualmente si soffia all’inizio di un rituale di buon auspicio), recitando un particolare verso sanscrito; lo yoga, e cose simili, sono stati costantemente enfatizzati nella “lotta contro il Coronavirus”. Che siano cristiane, buddiste, jaina, islamiche, Sikh o di differenti <em>adivasi </em> (comunità indigene), le preghiere o le espressioni idiomatiche non erano di solito visibili sulle piattaforme <em>social</em> o nella programmazione radiofonica abituale. Ma in ognuno di quei giorni, nel mese di marzo, sono stati diffusi alcuni messaggi di natura religiosa che la gente ha recepito. Uno di questi mirava a formare una “catena” di mille e otto persone per recitare un distico sanscrito (chiamato “Mrityunjaya mantra”, un verso dedicato al dio Hindu Shiva, creduto essere efficace nel custodire dalla morte e dalle malattie mortali); il 25 marzo, ho ricevuto notizie da una conoscente a Hyderabad a proposito di una recitazione comune di preghiere che si teneva in una sala vicino alla sua casa. Questo era successo il giorno in cui il Primo Ministro aveva dichiarato il coprifuoco “Janata” (del popolo). L’evento non era stato riportato, benché un giornalista era stato allertato al proposito. La stessa sera, di molte simili riunioni e processioni</p>
<p>(alcune con finalità religiose) si era data notizia in pochi canali televisivi in inglese e in hindi. Riunioni organizzate da gruppi di destra in piena vista rispetto al governo e all’amministrazione locale, durante il coprifuoco. Non si sa se un qualche provvedimento è stato preso contro queste persone a tale proposito. Il cinque aprile, il Primo Ministro dell’India ha fatto un altro appello pubblico alla popolazione per mostrare la propria gratitudine agli operatori sanitari in prima linea (“guerrieri del coronavirus”, come adesso vengono chiamati), facendo spegnere tutte le luci alle 9 pm per nove minuti (non sappiamo ancora il perché dei nove minuti) e chiedendo di accendere lampade o candele come gesto simbolico. Comunque, la gente non smette di farlo; molti sono usciti e hanno sparato petardi, nonostante il coprifuoco. Può essere osservato come in India la gente, di solito, accende petardi durante una festa della luce chiamata <em>Dipavali</em>; e nel sud dell’India, durante un’altra festa rituale celebrata in inverno. Ma ovviamente fanno questo anche in occasione della vittoria di un partito alle elezioni, o se l’India vince la partita di cricket, ai matrimoni e quando nasce un bambino. Ma sparare petardi quella notte è stato interpretato come assecondare un certo tipo di ritualità religiosa. Un agente immobiliare del Punjab che è anche un attivista sociale e politico (e al momento è impegnato a fornire cibo ai lavoratori migranti di alcuni cantieri del <em>Punjab</em>) mi ha suggerito la seguente interpretazione politica: una sorta di celebrazione del giorno della fondazione del maggiore partito dell’India, il BJP, che sarebbe caduta il giorno successivo, e dato che i petardi erano stati distribuiti per queste celebrazioni (senza Coronavirus, se le cose fossero state normali), i lavoratori e i sostenitori del partito forse li avevano usati per accenderli il giorno della manifestazione delle lampade, dimenticando il gran numero di persone che erano morte e la solennità del gesto nei confronti del personale medico e della sua corsa contro il tempo in tutto il mondo, e non solo in India. Forse questa è una spiegazione: una festa, un’affermazione egemonica e un’affermazione? Forse il virus non ha il potere di alterare troppo il discorso. O forse sì?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come sarà il domani?</strong></p>
<p>Mio nipote in Africa mi ha suggerito le immense possibilità di questa immersione mondiale nel silenzio (in mezzo alla pandemia): forse un giorno o una settimana di ogni mese potrebbe essere dedicata ai silenzi, con un approccio non monetario e con moderazione nei consumi. Liberare la terra, lasciarla respirare, lasciare che gli uccelli e gli animali e tutto ciò che è vita non umana semplicemente siano, in modo da avere spazi più puri di aria, di terra e di oceani. Così ci sarebbe una pausa all’interferenza umana e forse un modo per mitigare il cambiamento climatico. Il virus sembra volerci far comprendere che il momento presente non può continuare per sempre. E lo stato deve necessariamente lavorare a partire da una base più equa se vuole che la terra e tutto ciò che essa contiene continuino ad esistere.</p>
<p>(traduzione di Rosario G. Scalia, foto di R. Umamaheshwari)</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall&#8217;Himachal Pradesh  # 2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/09/diario-della-pandemia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 09:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88773</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>R. Umamaheshwari</strong>
<br/ >
Quella sera, dentro una casa nei pressi di un ruscello gorgogliante, il cane addomesticato della famiglia mi morse il dito]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-90058 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-1024x768.jpg" alt="" width="696" height="522" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20201011-WA0015.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/">Qui</a> la prima. Quella che segue è la seconda.</em></p>
<p><strong>18 marzo, un morso di cane, il vaccino antirabbico e qualche consapevolezza.</strong></p>
<p>Quella sera, in un villaggio particolarmente bello, dentro una casa nei pressi di un ruscello gorgogliante, il cane addomesticato della famiglia mi morse il dito del pollice all&#8217;improvviso. Il tranquillo villaggio dell’Himachal Pradesh ha bellezze in abbondanza, ma in situazioni di emergenza, non c’è nessun medico, ad eccezione di un RMP, ovverosia un <em>Registered medical practitioner</em>, iscritto all&#8217;albo dei medici, che gestisce anche una farmacia, a sei chilometri di distanza. Anche lui non aveva il vaccino antirabbico. Mi informò che il vaccino scarseggiava da mesi. Beninteso, tutti i centri sanitari pubblici dovrebbero tenere scorte di questo vaccino, specialmente in uno Stato famoso per i molti casi di morsi di scimmia (e anche di cane, una volta ogni tanto…). Persino il più vicino ospedale governativo (Theog), qualche chilometro più lontano, non aveva scorte.</p>
<p>Frattanto si cominciava a riferire di uno o due casi sospetti di Coronavirus a Himachal, negli ultimi giorni. Il coronavirus era ancora un evento lontano. Eppure lo Stato aveva allestito due reparti di isolamento per i malati affetti da Coronavirus, a Shimla (presso l&#8217;ospedale IGMC) e a Tanda. Ho fatto un&#8217;antitetanica dal farmacista, e dopo cena la famiglia mi ha accompagnato fino a Shimla, all&#8217;IGMC, a oltre due ore di macchina.</p>
<p>Anche quando arrivammo, alle dieci e mezza di sera, l’ospedale era affollato, e ci è voluto un bel po’ prima che il molto loquace dottore, un medico dell&#8217;esercito in pensione, che ora, ci disse, lavorava <em>part-time</em> qui, prescrivesse le iniezioni; la registrazione e l&#8217;iniezione sono state gratuite. E finalmente alle 23.30 la vaccinazione era giunta a termine.</p>
<p>Mi sono resa conto di cosa significhi per le persone che provengono da villaggi lontani venire a Shimla (con i mezzi pubblici, o, in situazioni di emergenza, in mancanza di ambulanze, noleggiando mezzi privati) e cosa significava per il personale sanitario qui presente gestire (molto bene) quel numero esorbitante di malati e feriti che arrivano in continuazione, cosicché alcuni devono aspettare nei lunghi corridoi fino a quando non è possibile predisporre alla bell’e meglio, con risorse e spazio limitati, un letto per il paziente. Una sezione separata di isolamento era stata rapidamente preparata in questo ospedale (lontano dai reparti destinati agli infortuni, dagli ambulatori e dal Pronto Soccorso), ma la gente sembrava ansiosa, e alcuni indossavano delle mascherine. Anche a me questo ha fatto paura.</p>
<p>Ma anche in mezzo a tutto quel caos, a notte fonda, trovai l&#8217;infermiera più gentile che avessi incontrato da molto tempo; una donna che si premurò di scusarsi con me per il dolore straziante che mi aveva provocato, facendomi piangere, quando aveva iniettato il siero nella ferita. Avrei completato le restanti iniezioni in un altro ospedale governativo, nei successivi cinque giorni. Gratis. Questo è l’ospedale pubblico, dove la maggioranza della gente riceve un trattamento gratuito o comunque sovvenzionato, ma che è trattato come un cugino povero degli ospedali privati super specialistici dell’India.</p>
<p>Prima di poter trovare una casa in cui vivere, l&#8217;isolamento è sceso sulla nazione. A volte sono grata a quel cane, Tukki, perché adesso ho l’occasione di vedere e osservare il mondo da questo mio punto di vista, relativamente vulnerabile, che altrimenti non sarebbe esistito per me, benché ancora mi rammarichi della punizione piuttosto dura che gli fu inferta per la sua bravata. Invano quella notte avevo chiesto che lo perdonassero. Ma in futuro, in tempi &#8220;normali&#8221;, spero di incontrare di nuovo il suo <em>sé</em> un po’ più calmo&#8230;</p>
<p><strong>22 marzo 2020. Prime riflessioni su un virus.</strong></p>
<p>Un profondo silenzio mi avvolge qui a Shimla. Le orde invasate dei soliti chiassosi turisti – alla ricerca del consumo a tutti i costi di ciò che deve essere consumato, secondo le indicazioni delle guide turistiche o dei blog di viaggio – non sono più la &#8220;normalità&#8221;, in quest’inizio della bella stagione. Alcune delle nazioni che vantavano una storia di successo fondata sull’economia di mercato, la privatizzazione dell&#8217;assistenza medica e il &#8220;turismo sanitario&#8221;, sembrano ora fare un passo indietro, e dichiarano, pur con scarsi risultati, di voler mettere in atto un piano di intervento medico statale. Un presidente come Donald Trump parla del sussidio di disoccupazione, e ad alcuni questo fa venire in mente le imminenti elezioni negli Stati Uniti alla fine di quest&#8217;anno.</p>
<p>Il mondo oggi sembra comprendere che un’equa assistenza sanitaria statale è una necessità inevitabile. Il mondo, o la maggior parte di esso, sta combattendo una guerra senza armi di distruzione, ma al contrario con strumenti che salvano vite umane. In un contesto di rigida religiosità e di religioni strutturate, che in tutto il mondo ha avuto una tradizione storica secolare, oggi troviamo quasi tutti i luoghi di culto chiusi e i rituali comunitari abbandonati, in un consenso mondiale senza precedenti. Chiusi anche i supermercati e i centri commerciali, per la maggior parte del tempo. Invece delle folli corse per raggiungere qualche posto o ritornarne, ventiquattr’ore su ventiquattro, con la polvere e la sporcizia che hanno avviluppato le nostre città metropolitane, ora sperimentiamo i silenzi e il minimalismo e la qualità di un’aria più pulita. Per molti oggi lo spazio più sicuro sembra essere ‘casa’: non importa quanti non possano ancora assaporare ciò che la ‘casa’ veramente è o dovrebbe significare, o che ‘casa’ dovrebbe significare qualcosa di diverso dalle immagini stereotipate di &#8216;famiglia&#8217; (quasi sempre sorridente, felice) dentro mura di mattoni, isolata dal resto delle cose che ci circondano. In alcuni casi, come è stato più volte rilevato, le case non sono davvero quegli spazi sicuri e felici per donne, anziani e bambini.</p>
<p>Il &#8220;distanziamento sociale&#8221; – non uno dei momenti più gravi della storia indiana, a paragone del concetto di casta (ma si potrebbe dire lo stesso per il concetto di razza, e per altri tipi di discriminazione) – è diventato un comportamento &#8220;normale&#8221; e virtuoso: la cosa da fare, anzi.</p>
<p>Le proteste e il dissenso si sono quasi fermati: un vantaggio per tutti i governi del mondo, che in passato hanno dovuto affrontarli, affrontare le proteste divampate contro l’ingiustizia e l’oppressione, nei rispettivi Paesi, fino a questo momento storico. Per la prima volta dopo tanto tempo, le zone di crisi non sono la Siria o il Libano o la Palestina, o qualsiasi altra area di frizione geopolitica, ma territori usurpati da un virus. Di ritorno a casa, non sentiamo più parlare del CAA (<em>Citizenship Amendment Act</em>), di questioni di casta o di genere, di discorsi sulle migrazioni; persino i problemi economici non sembrano al momento così gravi o visibili. Gli Stati liberi stanno cercando di mantenere il controllo in molti modi. Si può dire che questo ha posto fine ai nazionalismi insulari a favore di un&#8217;alleanza globale, che combatte unita una malattia che colpisce la &#8220;specie&#8221; umana? Oppure l’epidemia ha aumentato gli ultranazionalismi, come se ad ognuno andasse bene anche che solo la propria nazione fosse risparmiata dalla malattia? E questo anche se i viaggi internazionali sono stati parte integrante del nostro mondo, e l&#8217;economia è multinazionale e globale, e non soltanto locale?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un virus, la cui origine opinabile e discutibile si presta a disquisizioni di geopolitica e multinazionalismo, e a illazioni sulla guerra biologica; un virus che ha fatto di tutto: ha mosso nazioni grandi e piccole, simultaneamente. Eppure&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nazionalismo culturale e il razzismo non sono scomparsi, anzi, sono apparsi più frequentemente sui <em>social media</em>, come mai prima d&#8217;ora. Questo virus ha avuto il potere di costruire cameratismo e abbattere muri di rigidi nazionalismi, ma lo ha fatto davvero? Questo virus ha avuto il potere di ribadire i principi basilari del concetto di &#8220;specie&#8221; (in senso puramente scientifico), invitandoci a ripensare l’uomo come <em>Homo sapiens</em>, al di fuori del paradigma Stato-nazione. E ha ribadito come questa specie, in conseguenza della sua stessa intelligenza o del suo agire, continua a rendersi di tempo in tempo vulnerabile agli agenti patogeni. In un senso sociologico, il virus ci fa considerare la possibilità di guardare alle società umane nel loro insieme (naturalmente, in contesti culturali diversi, eppure, all’interno di quei contesti culturali molto diversi, con un’uguale insicurezza di fronte al virus, forse?), e di metterle a confronto nel loro complesso con altre società non umane. Eppure, sarà importante guardare al contesto sociale, culturale e politico in rapporto a questo virus: chiedersi chi è più vulnerabile, perché, e chi soccombe. O forse chi muore soccombe da solo, o a causa di altre variabili di cui non ci stiamo ancora occupando. Benché &#8220;co-morbilità&#8221; sia un termine che si sta diffondendo, negli ultimi giorni.</p>
<p>Oltre che per indicare cause mediche di morte tra loro concorrenti, infatti, mi chiedo se il termine “comorbilità” non possa essere visto anche in relazione a un contesto sociale o economico, in riferimento a persone che sono morte apparentemente a causa di questo virus. Per esempio, una concausa di morte, per alcuni, potrebbe essere la difficoltà di un accesso tempestivo ai servizi medici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è anche una certa connotazione morale nel riferirsi al virus: il &#8220;demone&#8221;, il &#8220;cattivo&#8221;. Alla radio (<em>All India Radio</em>), nei giorni precedenti al primo <em>lockdown</em>, si parlava di un coprifuoco Janata (un coprifuoco della popolazione, anche se imposto dallo Stato), e abbiamo sentito messaggi che invitavano la gente a suonare le conchiglie, e le campane, ecc. alle 17.00 (il 22 marzo), in modo che le vibrazioni delle conchiglie e l’energia positiva cacciassero il virus demoniaco dal nostro paese. Messaggi che, naturalmente, non si sono più sentiti in seguito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un&#8217;altra caratteristica fondamentale di questo virus è associata ai viaggi, o al movimento: interregionale, internazionale, ecc. Le società umane e le idee hanno sempre viaggiato &#8216;attraverso&#8217;, &#8216;a&#8217;, &#8216;da&#8217;, ‘per’, &#8216;avanti&#8217; e &#8216;indietro’. Attraverso il viaggio, culture, idee, e persino cucine, hanno viaggiato. E quel viaggio è stata una parte accettata della storia umana. Anche gli uccelli viaggiano, e senza polizia, e finora, per fortuna, sono stati accettati come visitatori graditi in luoghi dove costruiscono temporaneamente i loro nidi. Anche le creature nei mari e negli oceani viaggiano, ignari dell&#8217;idea di acque territoriali e controlli di polizia. Ma in questo momento, tornando all&#8217; &#8220;umano&#8221; (culturale, o politico, o scientifico), come si presentano le conseguenze di questo virus? Ci costringeranno a porre confini e frontiere dove prima non esistevano (se e dove non esistevano già…)? Metteranno fine alla possibilità di una visita casuale di un amico a un altro amico, che non susciti domande o sospetti?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per inciso, alla ricerca di una casa, l&#8217;anno scorso, in alcune “colonie recintate&#8221; di Hyderabad, ho trovato dei residenti costretti dai gestori dei complessi abitativi a scaricare un’applicazione sui loro telefoni e ad invitare a farlo anche i loro visitatori (che ovviamente dovrebbero essere quelli abituali, e non un amico che non si sente da tempo, o un parente che arriva improvvisamente a casa tua), per non parlare del giornalaio, del postino, ecc., al fine di un tracciamento all’ingresso di queste sacre colonie. Queste applicazioni diventeranno la nuova normalità? La vita sembrerà piuttosto pericolosa se ciò succederà davvero. La Cina, come riferito da un canale televisivo internazionale, è stata la prima a sviluppare un&#8217;applicazione che decideva, sulla base di alcuni algoritmi, se una persona era positiva al Coronavirus o no, e solo se il segnale era verde (indizio di negatività) si aveva il permesso di entrare in casa sua. A quanto pare, ci sono stati dei malfunzionamenti e presto l&#8217;applicazione è stata sospesa. Quanto è pericolosa la possibilità di esclusione basata su meri algoritmi progettati da uomini in laboratori tecnologici? Ci sarà un nuovo quadro legislativo per dirimere le questioni e sanare le ingiustizie derivanti da questi dispositivi e dal loro possibile malfunzionamento? Un’azienda potrebbe ad esempio essere citata in giudizio per aver causato un trauma fisico e mentale a causa del cattivo funzionamento della sua applicazione? E queste applicazioni non potrebbero essere state progettate anche per secondi fini? Perché accettarle <em>tout court</em> senza <em>distinguo </em>o domande?</p>
<p>Il potere di gran lunga più pericoloso di questo virus è questo: accettare come &#8220;assoluto&#8221; o &#8220;vero&#8221; ciò che vediamo e sentiamo sui vari <em>media</em> o i numeri delle statistiche governative, senza alcuna possibilità di accedere ad indicatori alternativi o strumenti di verifica di queste verità, o per lo meno strumenti di ricerca e di analisi della loro veridicità, sia che si tratti di &#8216;verità&#8217; su un particolare tipo di test, su un dispositivo, o semplicemente sul numero di casi in ogni stato o distretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da un lato, il virus può confinare, e creare confinamenti; ma allo stesso tempo può far sì che il confinamento stesso sembri di per sé &#8220;sano&#8221; e &#8220;sicuro&#8221;, mentre la natura di tale &#8220;sicurezza&#8221; finisce in realtà per distanziare le comunità umane tra loro (al loro interno, fra regione e regione, tra Stato e Stato e nei rapporti internazionali) e, quindi, rendere più semplice e in un modo più insidioso di prima, la nascita di nuovi totalitarismi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel frattempo, questo virus ha il potere di imbrigliare il profitto sfrenato tanto nel campo delle multinazionali farmaceutiche quanto in quello delle prestazioni mediche, così da rendere le une e le altre più umane, e regolate da una sorta di patto internazionale fondato su un uguale accesso, per tutti e in tutto il mondo, a strutture mediche sofisticate per salvare vite umane?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo il tempo lo dirà. In India, alcuni laboratori e ospedali privati sono già stati autorizzati a procedere con i test e le terapie anti Covid. Ma ancora una volta, sapremo nei prossimi giorni quanto siano stati accessibili questi enti privati per i poveri e le persone svantaggiate, e quanto &#8220;corretti&#8221; (e quindi trasparenti e regolamentati) siano i loro parametri di prova e i loro indicatori di trattamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per ora, molte cose sono state messe insieme in grande fretta per contenere il contagio, ed ecco perché ci occorrerà, nel prossimo futuro, un saldo quadro giuridico utile a prevenire eventuali pratiche illecite cui, anche in tempi normali, è risaputo che il settore medico privato ha già ampiamente fatto ricorso, almeno a giudicare dal gran numero di cause legali intentate dai pazienti e dalle loro famiglie agli ospedali privati in India. Inoltre, ci sono voluti anni di indagini per svelare la politica delle case farmaceutiche in tutto il mondo e la natura dei loro affari legati ai prezzi di farmaci salvavita essenziali nelle cosiddette economie in via di sviluppo. Nel caso si trovasse, com’è possibile, un nuovo vaccino per il Coronavirus, o, a seconda dei casi, un farmaco, stiamo pensando a nuovi e rigorosi quadri giuridici multilaterali che garantiscano un accesso equo e sovvenzionato al nuovo vaccino o al nuovo farmaco, quando sarà svelato? Questo virus cambierà la natura del commercio farmaceutico internazionale (rendendolo più equo) o lo renderà più competitivo e segreto?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cos&#8217;altro ha fatto questo virus? Ci ha mostrato, o ci ha fatto vedere, più chiaramente, alcune verità fondamentali: le cose che possiamo o non possiamo controllare; il tempo in cui realizzare ciò che ancora non possediamo. Questa conoscenza non può essere ciò che già conosciamo: verità che apparentemente non cambieranno per secoli. Non esistono sistemi e verità antiche che funzioneranno per sempre. Dobbiamo accettare il nuovo (anche se ciò significa accettare nuovi modi di affrontare una pandemia); e il nuovo richiede, se necessario, modifiche e aggiustamenti del vecchio che possano includere nuove idee politiche, religiose o economiche. Può il modello economico, finora considerato come il modello da emulare (un modello iniquo, basato sul consumo, e pericoloso per l&#8217;ambiente), avere contribuito alle modalità di diffusione di questo virus? Dobbiamo almeno provare a capirlo. Non è un caso che il maggior numero di positivi al Coronavirus, in India, provenga dalle grandi aree urbane che si sono sviluppate in modo disordinato e dalle zone industriali, e da quei luoghi che hanno un indice globale di viaggi e spostamenti piuttosto importante, almeno in base a quanto indicato dalle statistiche attuali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Resta da vedere se il nuovo virus aprirà nuove idee di umanità ed umanesimo, o creerà muri e spazi di autosegregazione intorno a ciascuno di noi. Un aspetto che il virus ha reso più evidente è l&#8217;iconografia dei nostri tempi: medici, infermieri e addetti alle pulizie completamente avviluppati in protezioni e mascherine, in particolare quelli che lavorano per il governo, o in aziende statali e strutture sanitarie. Nel contesto indiano, sappiamo già quanto questa gente si sia ammazzata di lavoro, e in condizioni di certo non invidiabili. Il numero di persone povere che affollano gli ospedali pubblici in India è davvero ingestibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti di questi operatori affrontano anche la brutalità e la violenza della gente, in caso di diagnosi errata o di morte del paziente. Eppure, in un tempo come questo, sono questi ospedali che diventano gli spazi più affidabili per le cure e l’assistenza, anche rispetto agli ospedali privati. Ci si rende conto, adesso, della necessità e dell&#8217;importanza della gestione pubblica dei sistemi sanitari (e di quanto sia importante non privatizzarli, anche parzialmente, anche se in alcuni Stati dell&#8217;India sono stati compiuti passi significativi in tal senso), e persino dell’utilità di espandere queste strutture, di fornire loro infrastrutture che funzionino bene durante le crisi, in modo da essere preparati con largo anticipo, piuttosto che apportare modifiche <em>ad hoc</em> incalzati dall’emergenza. Solo il tempo ci dirà se, quando un antidoto al nuovo virus arriverà, saranno gli ospedali privati che se ne impadroniranno, o la sua somministrazione sarà strettamente regolamentata e gestita solo tramite gli ospedali pubblici, in ambienti consoni e nel rispetto della dignità di tutti i pazienti. Il caso dell&#8217;Italia deve essere uno dei più difficili da affrontare per gli operatori sanitari, nel momento in cui, nonostante tutto, la morte sembra vincere ogni volta, e i cadaveri devono essere accatastati. Ciò che all&#8217;inizio deve essere iniziato come un normale esercizio di somministrazione quotidiana di farmaci e di calcolo di dosaggi, deve essere presto diventato un incubo in cui la monotona <em>routine</em> degli ospedali ha lasciato il posto ad una situazione drammatica, in cui i medici sembravano guardare impotenti ciò che accadeva sotto i loro occhi, e sono diventati, quasi, gentili amministratori della morte stessa. In effetti è stato solo quando l&#8217;Italia ha attraversato questo disastro che il mondo ha cominciato a prendere una maggiore consapevolezza di ciò che stava per accadere. Ci si chiedeva del trauma emotivo, affrontato dagli operatori sanitari in momenti come questi. Cosa dire dei Paesi con un numero limitato di operatori sanitari, ed in cui viene loro fornito un sostegno economico o politico inadeguato?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cos&#8217;altro ha fatto questo virus? Per la prima volta nella storia indiana post-indipendenza, ha portato ad un brusco arresto dei treni passeggeri. Questa era la rete ferroviaria che, a fine marzo 2017, aveva trasportato più di 8 milioni di passeggeri, percorrendo un totale di 141,7 milioni di chilometri. Le ferrovie indiane, per inciso, hanno 7.349 stazioni ferroviarie, sparse per tutto il paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stranamente, i servizi che il governo indiano in carica ha cercato di privatizzare (parzialmente o totalmente) – le ferrovie e la compagnia aerea nazionale, <em>Air India</em> – si sono rivelati i più utili in una crisi come quella attuale. I servizi ferroviari hanno continuato a trasportare merci essenziali, e la compagnia aerea nazionale ha lavorato anch’essa senza sosta per il trasporto di beni di prima necessità, comprese le forniture mediche, e ha persino riportato indietro diversi Indiani bloccati negli aeroporti di altri paesi del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista economico, questa pandemia sta colpendo e colpirà per un lungo periodo la maggior parte della forza lavoro non organizzata e indipendente o <em>freelance</em> in India. Mentre quelli che svolgono lavori governativi – e questo include anche gli accademici che lavorano nelle università pubbliche federali o statali, oltre che nei <em>college</em> e nelle scuole pubbliche in tutto il paese – non sono altrettanto duramente colpiti, perché i loro stipendi sono protetti, e attualmente la maggior parte di loro è a casa. Sicuramente il virus ha colpito molto duramente coloro che non entrano nelle statistiche del governo. Un numero che comprende, fra gli altri, oltre ai lavoratori <em>freelance</em> (tra cui forse molti che fanno lavori <em>ad hoc</em> basati su contratti e consulenze, così come giornalisti non accreditati o stranieri, nei villaggi), artisti non &#8216;all&#8217;avanguardia&#8217;, i proprietari di quei minuscoli locali di cibo da strada, i venditori ambulanti di ogni tipo di merce, che di solito si vedono per le vie, in vari quartieri delle città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre in questo momento molti hanno perso il lavoro o non si aspettano di trovarlo, e altri hanno dovuto chiudere i negozi, nessuno può dire se e quando il periodo di isolamento finirà. E fino ad oggi non esiste un pacchetto di aiuti pubblici a lungo termine, ben pensato, né alcun meccanismo di facilitazione per una così grande forza lavoro informale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse dovrei aggiungere qui come mi vedo in questa situazione. Perché la mia situazione, allo stesso modo, è intrinsecamente legata alla natura dell&#8217;economia che mi riguarda sia come donna <em>single</em>, e che vive da sola, sia come donna che non ha un lavoro regolare, regolarmente retribuito. E rivado ai tempi in cui si correva costantemente come un topo su un <em>tapis roulant</em>, per pagare la rata mensile di un mutuo per la casa. Non c&#8217;è mai stato un periodo di tregua. Durante la crisi economica le persone perdono la loro casa o finiscono per avere un <em>rating </em>di credito negativo. In tutto il mondo, questo ricorda la recessione economica globale del 2008.</p>
<p>Adesso la <em>Reserve Bank of India</em> sembra aver annunciato alcune misure, abbassando i tassi di interesse e riducendo così l&#8217;onere per la classe media nel rimborso dei mutui per la casa. Ma si sa che l&#8217;industria del debito non cancella mai i prestiti della gente comune, e questo significa anche un aumento della durata del mutuo per la casa. Inoltre significa che, ad un certo punto, quando le cose torneranno ad un nuovo tipo di &#8220;normalità&#8221;, i mutui per la casa diventeranno più cari e saranno di fatto aumentati di quel tanto necessario a salvare le banche, e non certo la classe media, la gente comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il virus ha viaggiato in lungo e in largo sulle spalle di viaggiatori compulsivi: celebri oratori, uomini d&#8217;affari, artisti giramondo, vacanzieri di <em>routine</em> e altri (non invece sulle spalle degli strati economici inferiori della società, dato che il virus viaggiava essenzialmente sugli aerei), e ognuno aggiungeva le sue impronte di carbonio. Almeno qualcuna di queste persone oggi può fregiarsi di nuovi &#8216;distintivi&#8217;: essere positivo al Coronavirus o, almeno fino al blocco dei viaggi in aereo e di quelli in treno, di essere stato un potenziale portatore del virus.</p>
<p>Alcuni di loro, purtroppo, hanno dovuto affrontare il peso del pregiudizio, come anche l&#8217;intoccabilità. In quel momento i loro progetti di business, le loro idee, o semplicemente i viaggi di piacere (a meno che, naturalmente, alcuni di loro non abbiano viaggiato per partecipare a emergenze), non contavano tanto quanto l&#8217;essere portatori di un contagio di cui sono stati a volte accusati. Il pregiudizio sarebbe stata l&#8217;ultima cosa che si sarebbero aspettati di meritare all’arrivo in questo paese, mentre, al contrario, la gente ha cominciato a guardarli con sospetto e a dare la colpa di tutti i mali (come si fa regolarmente qui) alla persona che è tornata da fuori, o allo straniero: insomma, l’altro che &#8220;entrava&#8221; (altrimenti detto, ‘il turista’), e che fino ad oggi era di solito blandito e accolto a braccia aperte, a causa del denaro che lei o lui o il gruppo portava con sé; il virus, che viaggiava in lungo e in largo, senza alcuna distinzione di razza o cultura e senza alcun pregiudizio proprio, invece di riunire l&#8217;umanità contro le malattie, ha ribadito in alcuni paesi l’opposizione del &#8220;locale&#8221; <em>versus</em> lo &#8220;straniero&#8221;, l’ &#8220;altro&#8221;. Un virus ha fatto tutto! Ci vorrà un po&#8217; di tempo, tuttavia, prima di ottenere un quadro completo, da fonti varie e affidabili, dell&#8217;esatta distribuzione sociale, demografica e geografica della popolazione colpita in tutto il mondo, e delle sue ragioni. L&#8217;ultima parola sul virus non è ancora stata detta.</p>
<p>Il vantaggio (che può anche essere uno svantaggio) di questo servizio della radio nazionale è ottenere l&#8217;accesso ai dati ufficiali sulla situazione quotidiana, e alle comunicazioni del governo sugli interventi medici e le strategie di contenimento. In assenza di canali televisivi di informazione, si tratta di un pacchetto di dati fondamentale per dare un senso alle cose, nel modo in cui si desidera; e tenendo presente che, dopo tutto, in fin dei conti, si tratta dello Stato, che ti fornisce le informazioni che ritiene necessario condividere. Per la maggior parte dell&#8217;India rurale, le notizie della radio sono l&#8217;unico modo per avere il polso della situazione del Paese, oltre che il mezzo cui affidarsi per le previsioni del tempo e, di solito per le comunità di pescatori, per gli allarmi di tempeste, cicloni e così via.</p>
<p><strong> </strong>(traduzione di Rosario G. Scalia, foto di R. Umamaheshwari)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 06:40:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[HImachal Pradesh]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[R. Umamaheshwari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=88770</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>R. Umamaheshwari</strong><br />R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed),...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-89889 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-768x1024.jpg" alt="" width="696" height="928" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/IMG-20210204-WA0001.jpg 960w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" />di <strong>R. Umamaheshwari </strong></p>
<p><em>R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato </em>When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed)<em>, Aakar Books, New Delhi, 2014; </em>Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation<em>, Springer, 2017 e </em>From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci<em>, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall&#8217;Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. Questa la prima.</em></p>
<p><strong> E</strong><strong>lucubrazioni intorno a un virus. Prologo</strong></p>
<p><strong> </strong>(traduzione di Rosario G. Scalia)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto andava secondo la stagione. A fine ottobre, nell’antico monastero buddista di Tabo, a Spiti nell’Himachal Pradesh, i bambini aspettavano con ansia le vacanze invernali del mese venturo, e anche se con qualche ritardo, le mele erano state raccolte nel vicino villaggio di Lari, da alcuni dei campi più piccoli. Gli ultimi sparuti turisti sciamavano per i monasteri di Spiti; i Bengalesi erano i più rumorosi, tutti ansiosi di capire <em>cosa c’era da vedere dopo</em>. Alcuni muratori stavano approntando una nuova casa vacanza per la prossima stagione turistica. La gente era impegnata nella propria vita e si preparava per il nuovo anno, ormai imminente, mentre io qui riempivo il mio cuore di rimorso, e di nostalgia del mio ultimo viaggio con il mio cane e compagno di viaggio, Malli. Qualche settimana più tardi, nel villaggio Mudh, nella Vallata di Pin, poche donne, tra cui la suora buddista Chomo Tchering, stavano sistemando la strada, e condividevano con me il loro pranzo, a base di pane, tè e risate.</p>
<p>Lentamente, a fine dicembre, la neve aveva coperto quasi tutto. Era giunto il tempo di stare a casa intorno ai caminetti e guardare l’anno che se ne andava, e il nuovo che arrivava. In un Capodanno particolarmente freddo e nevoso, a Kibber, il giovane Sonam, sua madre ed io, condividevamo lacrime di gioia e dolore, e il nostro <em>chang </em>di orzo fermentato, rannicchiati intorno al camino, nella loro casa di fango e mattoni. Il primo giorno del 2020 cominciò qui, con trionfanti raggi del Sole che scintillavano sui tetti di questo minuscolo villaggio. Quell’inverno era come tutti gli altri inverni, almeno fino a quel momento. Di là a pochi giorni, tutto sarebbe stato più duro. Circolava la notizia di un leopardo delle nevi che aveva ucciso uno stambecco, e allora gli ultimi Suv provenienti dalle città trasbordavano la gente per una foto veloce con il leopardo. Poi ripartivano, appena in tempo.</p>
<p>Tre cuccioli giocavano lungo il fiume Pin, e ci si chiedeva se sarebbero sopravvissuti ai prossimi tre mesi di quel rigido inverno (e purtroppo, non ci sarebbero riusciti), ed io ero alle prese con il dilemma di decidere se adottarne uno o no. Recentemente un cane era già morto di fame e di freddo, e il suo corpo giaceva sul fiume gelato, sotto il ponte. La volpe rossa si aggirava nei dintorni, pressoché indisturbata, e alcuni stambecchi pascolavano fuori. Era per loro il momento di sentirsi liberi. Tutto, d’altronde, andava nella maniera in cui era sempre andato. I rifugi sarebbero stati presto chiusi e gli ultimi yak, mentre i campi  venivano messi a maggese per il periodo della neve, si sarebbero spinti a cercare pascoli lontano nella foresta.</p>
<p>Da sempre la gente fa  le stesse cose in questa stagione, e gli yak sarebbero ritornati a casa presto, appena i rigori dell’inverno si fossero attenuati. Per loro questo è il momento di pascolare liberi a temperature pressoché normali. Foraggio e legna a sufficienza sono stati immagazzinati a casa per i mesi invernali, quando le temperature varieranno da meno trenta a meno trentacinque gradi; le mucche, così come le pecore, rimarranno con le famiglie nel recinto sotto casa. Le lanterne solari vengono caricate approfittando di qualunque raggio di sole comparisse di giorno. I lunghi mesi invernali sono una sfida anche per chi vive in queste regioni da diverse generazioni. Ma l’atteggiamento è sempre quello di guardare all’estate che verrà.</p>
<p>Più tardi, fin circa la metà di marzo di questo 2020, Shimla è stata piena di traffico e di turisti, e le solite attrazioni, Mall Road e l’edificio coloniale della Viceregal Lodge, conosciuta anche come Rashtrapati Niwas, che oggi ospita l’Istituto di Studi Superiori, dedicato dal secondo presidente dell’India, Dr. S. Radhakrishnan, al Paese, come primo istituto autonomo di studi avanzati, brulicavano di persone che si godevano l’estate nella stazione collinare. La gente si ammassava intorno ai piccoli ristoranti sulle strade, come sempre. La vita andava avanti al suo ritmo normale, anche se le notizie del nuovo virus in Cina, lontano da qualche parte, era ovunque l’argomento principale di conversazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Buddha una volta aveva osservato che la permanenza è nulla (o, per dirla in modo più affermativo, che tutto è transeunte). Eppure io ero venuta qui per porre su queste montagne una base permanente, piuttosto che essere nomade. In fondo lo sono stata per anni. La prima volta che arrivai a Himachal Pradesh, oltre vent’anni fa, fu una specie di serendipità: condividere con tre donne qualche canzone e la cena preparata con verdure fresche colte dai campi di fiori di sesamo gialli, in un meraviglioso, piccolo villaggio, chiamato Deot. Anni dopo ci sarei ritornata in un contesto diverso, eppure vi avrei condiviso lo stesso calore, con altra gente, nel quartiere di questo Istituto, nei villaggi tra le valli e le alte montagne, con il mio cane e compagno di viaggio Malli. Talora sono i legami tra le persone, più che i paesaggi semplicemente divini, che diventano l’idea di casa. Il sentirsi a casa, anche se non sei nata lì. Talora invece è l’altro che arriva da terre lontane, che trova una strada “dentro” a significati che chi è dentro da sempre non vede. Tu arrivi sempre da fuori. Il Buddha trovò la sua verità interiore da fuori, e trovò case in regioni lontane da dove era nato, attraverso i paesaggi. E allora ti chiedi se potrebbero esserci luoghi simultanei per arrivare a casa. O se invece finisci per appartenere a questo solo posto. Fra un fiume e una montagna, come fai a decidere dell’uno o dell’altro? Cosa sai della gente che vive qui e là, e di quelli che vivono a metà strada?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così tu aspetti di arrivare in un certo posto, dopo tutti i tuoi viaggi. Come fanno gli yak, dopo tutto il loro vagabondare per la foresta, lontano da casa, in tempo per l’estate, per andare al lavoro. Come ho fatto io, dopo alcuni anni di vagabondaggio, per trovare infine il mio spazio tra questi luoghi, anche se stavolta senza Malli. Ma l’anti-climax è accaduta. E la vita è cambiata, non solo per me, ma per altri nel mondo. Per alcuni, nel bel mezzo dei loro viaggi, e prima dell’arrivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrivo da un luogo e da una situazione particolare, quindi quello che scrivo qui è condizionato da entrambe le cose: il luogo e la situazione attuale. La situazione, naturalmente, è comune a molte persone in tutto il mondo, confinate in qualche spazio, sotto un blocco totale o parziale. Scrivo da dentro i limiti e i confini del mio presente spazio, una donna solitaria, in una minuscola stanza di una pensione dell&#8217;istituto cui una volta appartenevo, a Shimla, Himachal Pradesh. E si dà il caso che le uniche persone con cui sono in contatto provengano da diverse vocazioni, classi e caste (tra gli altri un postino, un contadino, un pastore, un fioraio, un venditore di frutta, un guidatore di risciò e un tassista, un addetto alle pulizie), con i quali talora ho avuto rapporti più lunghi o, semplicemente, legami di vicinato, o robuste catene forgiate nel corso degli anni di viaggio e di soggiorno in diverse regioni. Guardo il mondo che mi circonda, mentre li ascolto parlare a loro volta del loro mondo, e mi rendo conto di quanto siano diversi i mondi di molte persone, nonostante il globale isolamento e la comune reclusione. Una linea telefonica regolare, quando e dove funziona, diventa un grande strumento per rafforzare alcune di queste connessioni, concedendo in qualche modo un’incursione &#8220;nel mondo&#8221;, e permettendo di condividere ansie, paure ed esperienze. In passato mi è capitato di essere una giornalista <em>free-lance</em> e una storica, ed era così che mi piaceva pensarmi. E mi rendo conto adesso che il mio sostentamento è stato alimentato in larga misura dalla cosiddetta “economia informale”. Da dove mi trovo oggi, sarebbe quasi impossibile essere quella giornalista o quella storica (di qualsiasi tipo); è senz’altro più difficile adesso accedere alle voci delle persone, o alle loro storie nei modi in cui lo facevo allora, sul campo. Molte cose sono cambiate nell&#8217;ultimo anno e mezzo, e in particolare negli ultimi due mesi. Una volta avevo una casa che chiamavo casa, e un &#8220;indirizzo permanente&#8221; nelle città gemelle di Hyderabad-Secunderabad e ora non ce l’ho più. Ora mi appare importante parlare di questa parte “personale” di me, così legata all’economia; una situazione che lo stato attuale di <em>lockdown</em> rende ancor più indicativa della relazione di ciascuno con il mondo e del senso di esclusione che talora si prova nel non riuscire pienamente a farne parte.  Incapace di gestire rate mensili, la mia eterna lotta contro il tempo che mi collega a molti in tutto il mondo, non avendo un reddito regolare permanente, ho venduto l&#8217;appartamento e ho perso, insieme ad esso, il mio indirizzo permanente.</p>
<p>Finché non ero una donna sola, e avevo un compagno in questi viaggi (il mio cane, Malli), è stato più facile affrontare l&#8217;idea di non avere un recapito. Ma dopo averlo perso, mi interrogo su cosa veramente sia “casa”, e dove. Cosa significa &#8220;possedere&#8221; una casa? Ed è così essenziale per la sopravvivenza? Oggi, mentre rifletto sul mondo che mi circonda, e sul futuro dell’economia con cui presto dovremo confrontarci, mi chiedo se questa prigionia globale nell’industria del debito sia stata migliore della &#8220;libertà&#8221; dell&#8217;attuale incertezza e della speranza di una casa in cui vivere che non produca debiti. Forse molti si pongono una domanda simile sull&#8217;isolamento: se essere fuori al lavoro sia meglio che essere confinati, benché questo confinamento dovrebbe permetterci di liberarci dal virus; e che cosa accadrà se l&#8217;economia continua a rimanere chiusa in alcuni settori, e il denaro diminuisce di giorno in giorno senza un afflusso costante di reddito (stranamente, per una volta la questione della generazione di reddito oggi tocca anche i paesi più ricchi, a causa del virus). Ho riflettuto sullo stato attuale dal punto di vista dei differenti contesti economici dei molti che ho sentito al telefono. La situazione attuale, l&#8217;economia, sfida me e molti altri. O diciamo che gli Stati, in tutto il mondo, sembrano sfidare le persone a sopportare il peso delle perdite attuali, nella speranza di un futuro migliore. Ho camminato a lungo nel miraggio del settore delle case cosiddette &#8220;a prezzi accessibili&#8221; (l&#8217;unico settore per il quale ero &#8220;eleggibile&#8221;), e ho visto il modo in cui cambia il modo di fare dei promotori o degli agenti immobiliari nel momento in cui dici loro il tuo &#8220;budget&#8221;, e come cercano di farti capire quali sono le tipologie di spazi alla tua portata), riflettendo per mesi sull&#8217;idea di &#8220;casa&#8221;. Nel contesto odierno, anche se ora capisco perfettamente l&#8217;ansia di molti di &#8220;andare a casa&#8221; o &#8220;tornare a casa&#8221;, continuo a chiedermi a cosa serva una casa.</p>
<p>Può esserci un&#8217;idea universalmente condivisa di &#8220;casa&#8221; attraverso tutte le culture, le regioni e le storie? E che dire dell&#8217;idea di casa per le comunità tradizionalmente itineranti? C&#8217;è anche un&#8217;idea &#8220;concettuale&#8221; e &#8220;reale&#8221; di casa, distinte l’una dall’altra? Se dovessi considerare me stessa come un soggetto della mia indagine, direi che mi sento &#8216;a casa&#8217; qui tra le montagne. Eppure non sono nata qui (come alcuni di quelli che sono nati nell’Himachal si sentono ‘a casa’ altrove, in campagna o fuori); la città dove avevo il mio cosiddetto &#8216;indirizzo permanente&#8217; non mi ha fatto sentire a casa e nella cosiddetta “città massima&#8221; in cui sono nata, non sono mai stata a casa mia, se escludo il tempo dell’infanzia, quanto una bambina percepisce i suoi genitori come l&#8217;unica idea di sicurezza / casa. Ma se si dovesse parlare in termini più specifici, a volte la sensazione &#8220;a casa&#8221; non viene da una struttura a quattro mura (e dipende dalle persone, dalla natura, da ciò che ti ispira un senso di appartenenza e di intimità); eppure ancora, molte volte, quando si parla di casa si pensa a una struttura, un riparo e un tetto sopra la testa (soprattutto un tetto e un riparo che dia dignità alle persone che ci vivono dentro), dove ci si sente sicuri e protetti. Quindi, i milioni di lavoratori migranti che ogni giorno tornavano a piedi ai loro villaggi da una città lo facevano perché la città e la sua popolazione non estendevano a loro quello spazio di dignità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli spazi in cui vivevano sembravano quasi irridere l&#8217;idea stessa di umanità e dignità. Molte di queste persone devono aver deciso di spostarsi dai villaggi alle grandi città per sfuggire ai contesti restrittivi delle loro vite: l’oppressione delle caste, la mancanza di terra, la disoccupazione, la scarsa opportunità di istruzione, la perdita di dignità e di autostima. Nella loro idea di futuro, forse, speravano che gli spazi della città potessero fornire loro non solo un sostegno monetario ma anche un sostentamento non basato sul pregiudizio di casta, o comunque per quanto possibile non connotato dalla casta, nella misura in cui era possibile? Un tetto e un rifugio dignitoso, non una semplice carta d’identità con un indirizzo e un numero designato, oltre alla sicurezza economica, a volte conta come &#8220;casa&#8221;. Molti prendono la decisione di lasciare quella che chiamiamo &#8216;casa&#8217; verso una prospettiva migliore. E fanno &#8216;case&#8217; altrove. Questa scelta dell’altrove deve essere senza dubbio considerato come uno degli aspetti cruciali delle storie umane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo tetto e questo rifugio che ho in questo momento temporaneo mi fanno sentire sicura, mentre, ma allo stesso tempo, essendo uno spazio condizionato (condizionato alla misericordia dell&#8217;istituto che li &#8220;possiede&#8221;, e al tempo e al contesto) procura un’ansia di &#8220;essere a casa&#8221; da qualche parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per tanti, in tutto il mondo, il virus può essere causa di trauma: la perdita di una persona amata, la perdita del lavoro, l’incertezza del futuro. Gli Stati che distribuiscono indennità di disoccupazione per la gente affrontano almeno una parte del problema. Ma che dire degli Stati dove non c&#8217;è un <em>welfare</em> generalizzato?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho viaggiato a lungo per trovare una casa tra le montagne, ma poi, quando forse stavo per concedermi un nuovo indirizzo &#8216;permanente&#8217;, il virus ha colpito. Mi chiedo quanto ancora sia lungo il cammino verso una vita che si potrebbe definire &#8220;normale&#8221;, guidato dalla speranza della &#8220;libertà&#8221; (libertà dai limiti, ma anche libertà di scegliere dove andare e come sostenermi, e infine libertà di dissenso: la scelta di dire &#8220;no&#8221; e &#8220;sì&#8221;). Quella libertà che dovrebbe essere normale per le persone di tutto il mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una nota più positiva è che questa stanza della <em>guest house </em>si trova in un Istituto immerso tra alberi di cedro e querce argentate, che concedono lunghi momenti di silenzio, in cui è possibile percepire ogni minuscola forma di vita. La mia esistenza è molto meglio della desolazione di molti altri fuori. Il presente è precario; in questo momento incontrare persone, vivere con loro, scrivere le loro storie non è possibile. Quindi, come tutti gli altri qui, obbedisco alle regole del <em>lockdown</em>: uscire durante gli orari consentiti per andare a prendere il latte e le cose da mangiare (a volte seguita da un cane). La maggior parte delle altre ore del giorno, al chiuso, è facile cadere preda della depressione, anche se oggi faccio parte di una comunità più grande di persone che combattono la stessa battaglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordo la mia penna, il mio taccuino e questo presente: un momento storico troppo importante per perderlo. Così mi viene in mente, a volte, che ogni casa è impermanente come il resto del tutto. In questa prigionia, non posso scrivere nel modo in cui scrivevo una volta (indipendentemente dal fatto che qualcuno abbia letto o meno quello che ho scritto finora; ma anche questa preoccupazione del &#8216;chi leggerà&#8217;, così come la questione della morte, non mi preoccupa più). So solo che posso condividere l&#8217;unica cosa che conosco: la mia attuale verità. I miei sentimenti, come anche ciò che ascolto da tutte quelle persone con cui in qualche modo, da qualche parte, ho condiviso la vita quotidiana. E posso solo scrivere di come cerco di dare un senso al virus. Sono anche collegata al mondo esterno attraverso la radio tascabile a transistor di mio padre, un pezzo d&#8217;antiquariato che Satyanarayana (l&#8217;anziano elettricista di una vecchia via di Secunderabad) ha rimesso in funzione per me l&#8217;anno scorso. Penso a Satyanarayana e solo ora vengo a sapere da lui che era solito viaggiare ogni mattina (da quarantacinque minuti a un’ora) con un treno passeggeri da Yadadri, a diversi chilometri da Hyderabad, per poi raggiungere il suo negozio in autobus poco dopo mezzogiorno. Riparava i modelli più vecchi di registratori a nastro, televisori e radio, fino alle 17 circa, quando usciva per tornare a casa. Oggi il suo negozio è chiuso: anche lui è confinato in casa, nel suo villaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chissà se e quando tornerà alla sua specializzazione, che ha da decenni. Per fortuna il mondo esterno e le persone continuano ad entrare in questa stanza attraverso il telefono. Ricordo il tempo in cui riattaccavo, &#8220;spegnendo&#8221; le persone dal mio mondo, immersa com’ero nelle bozze dei miei manoscritti. Oggi, benché mi limiti ad aspettare che il telefono squilli, non vedo l&#8217;ora di sapere come sta qualcuno: tutte quelle persone il cui quotidiano si era per caso legato al mio durante un viaggio o per qualche altra circostanza occasionale. E mi rendo conto che c’è qualcosa di nuovo; che questo è l&#8217;effetto del presente su di loro. Non mi faccio illusioni su di me o su ciò che percepisco. Sono profondamente confinata e limitata. E penso a quelli che vanno a raccogliere storie, mentre io mi limito a scrivere di un mondo limitato all&#8217;interno della mia cerchia di contatti.</p>
<p>Per fortuna, la riflessione su se stessi e sul mondo è ancora libera, accessibile e immensamente possibile. Così rifletto, pur con molti dubbi. Queste sono le mie osservazioni, riflessioni basate su informazioni sentite e viste che per ora posso solo attingere dallo spazio in cui vivo e da una distanza imposta dalle circostanze. Ma lontana, non lo sono; e disimpegnata, non ancora. Ogni giorno è un nuovo osservare; il risultato di ciò che vado sentendo alla radio o guardando alla televisione; ogni giorno porta con sé qualcosa che prima non c&#8217;era. Nel complesso, questo momento storico sta arrivando in contemporanea con un sostanziale intento politico globale, che i comuni mortali come me non riescono a comprendere. E in questo momento di certo io non sto giocando il ruolo del corona-eroe o del corona-guerriero, ma mi sento una donna come tante, seppur immensamente consapevole e grata di essere relativamente più vicino di tante alla natura, al calore di quartieri familiari, alla gentilezza di molte persone comuni; una pura e semplice benedizione, nonostante io sia condizionata dallo spazio di una stanza, in una <em>guest house</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ascoltare la radio ogni giorno, per un tempo prestabilito, tre volte al giorno (con la semplice estensione di banda delle onde medie), e in particolare la programmazione dell&#8217;Akashvani Shimla Kendra, significa ascoltare un&#8217;ampia gamma di programmi folk, canzoni di ogni regione linguistica dello stato dell&#8217;Himachal Pradesh. Rispetto ai programmi radiofonici di altri stati dove ho vissuto, non mi sono mai imbattuta in una stazione che dedica così tanto spazio alla musica e ai musicisti folk (alcuni programmi hanno addirittura uno <em>speaker </em>che parla nella lingua/dialetto di quella particolare regione). E questo non è un fenomeno nuovo. Continua da anni. L&#8217;Akashvani Shimla Kendra possiede alcune rare registrazioni di musicisti folk, uomini e donne, di molti anni fa. È una stazione radio molto antica, che ha cominciato a trasmettere il 16 giugno 1955/56, ancor prima della formazione dello stato dell&#8217;Himachal Pradesh – almeno così mi dice un loro dipendente. In un certo senso, custodisce la tradizione delle diverse lingue parlate in questo stato, e delle espressioni dialettali che ricorrono nelle canzoni, specialmente ora che l&#8217;hindi è diventata la lingua universalmente utilizzata per gli usi ufficiali e per i principali scopi comunicativi.</p>
<p>Nel frattempo, la radio pubblica nazionale (<em>All India Radio</em>), con le sue numerose stazioni in tutto il paese, ha accompagnato le giornate di persone di ogni casta, classe, sesso e religione.</p>
<p>Agricoltori sul campo, camionisti sulla strada, sarti nel più piccolo angolo di ogni villaggio, le donne a casa, quegli uomini che stirano al bordo delle strade (un’usanza ancora praticata nei bylanes di ogni città dell&#8217;India, per chi si annoia a stirare i propri vestiti), ortolani e fruttivendoli. Anche in tempi come questi la radio nazionale si preoccupa di stabilire delle fasce orarie “tematiche” per l&#8217;allevamento, la zootecnia, il pollame, l&#8217;orticoltura, donne e bambini. Già all’indomani dell&#8217;indipendenza, vari governi hanno cominciato ad utilizzare la radio a loro vantaggio, e ancora oggi la radio è l&#8217;unico mezzo di diffusione delle notizie nei villaggi più remoti. Nonostante il numero dei telespettatori sia in costante aumento, la popolarità della radio non è diminuita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/02/diario-della-pandemia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 11:16:39 by W3 Total Cache
-->