<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>racconti contemporanei &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/racconti-contemporanei/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 29 Mar 2026 13:41:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Il signor Rodolfo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/20/il-signor-rodolfo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Zebru]]></category>
		<category><![CDATA[il signor Rodolfo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti contemporanei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119291</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Emil Zebru</strong> <br /> Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emil Zebru</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-119292" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-768x564.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-572x420.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-150x110.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone-696x511.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Old_tin_box_for_ice_cream_cone.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva <em>cono</em>, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.</p>
<p>Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il  signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:</p>
<p>«Dammi le uvette!»</p>
<p>«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».</p>
<p>«Ma se le hai scartate».</p>
<p>«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».</p>
<p>«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.</p>
<p>Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:</p>
<p>«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».</p>
<p>«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.</p>
<p>«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.</p>
<p>Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non fare come Cesare Pavese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/22/non-fare-come-cesare-pavese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/22/non-fare-come-cesare-pavese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 May 2024 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Amis]]></category>
		<category><![CDATA[racconti contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Redaelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=108076</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Simone Redaelli</strong> <br /> Promettimelo, dimmelo, devi dirmelo, forza, è l’unica, dico l’unica cosa che ti chiedo, dimmelo che non farai come lui, non fare assolutamente come lui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Simone Redaelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-108077" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Milano_-_viale_Argonne.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>I. Il nonno mi fa promettere e poi crepa.</em></p>
<p>Promettimelo, dimmelo, devi dirmelo, forza, è l’unica, dico l’unica cosa che ti chiedo, dimmelo che non farai come lui, non fare assolutamente come lui, l’uomo è contagioso se letto in tenera età, e tu sei poco più che un bambino, l’uomo, l’uomo scrive stupende poesie (prendi, per esempio, ma non leggerle, promettimi di non leggerle, prendile <em>ad esempio</em>, ma non leggerle, hai capito, sei un bravo giovanotto, prendi ad esempio <em>La terra e la morte</em>) l’uomo scrive stupende poesie ma è anche meschino, e autocommiserante, l’uomo ride di se stesso e ne soffre e ne fa letteratura, e allora tu impara queste mie parole e stampatele bene in testa, devi promettermi che non farai come Cesare Pavese, e questo è tutto, è il mio testamento, è davvero tutto e io lo lascio a te, che ancora non sai cosa vuol dire amare, e amerai di certo come tutti gli altri poeti, come tutti gli altri romanzieri, e saggisti, ma mai, dico mai come lui, che ha scritto cose stupende, che ha scritto le più stupende cose sull’amore, che nulla sapeva sull’amore, che l’ha desiderato, che l’ha capito, che non l’ha vissuto, e te lo dico qui, in questo giardino che odora di uve, di nespole e di fichi, che pende sul Verbano, che brilla su Arona, te lo dico qui perché è il mio solo testamento, e tu sei il mio solo nipote, e questo è tutto, è davvero tutto, hai capito?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>II. Anni miei di studio e di matto approfondimento letterario del concetto di amore (il che significa, letteralmente, imparare dai classici come un uomo descrive una donna, quale donna lo attrae e perché, esattamente che cosa sentono un ragazzo, un adulto e un vecchio mentre si innamorano, mentre amano, mentre perdono la donna amata, cosa significa disperarsi per amore, desiderare la fine, e poi ancora capire senza sentire, imparare senza provare, sapere nel profondo del cuore che amare non significa emozionarsi leggendo ciò che amore è e poi andare nel mondo, ma significa commuoversi esteticamente leggendo ciò che l’amore dovrebbe essere e poi leggere ancora, e fare di questa condotta una filosofia di vita, e di questa filosofia di vita una condotta, e restare nei libri, e non andare nel mondo.) </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>III. Rivoluzione (parlando e basta, ovviamente, con me stesso, ovvero leggendomi nella mente)</em></p>
<p><em> </em>Ho trovato la soluzione.</p>
<p>A cosa?</p>
<p>Ho risolto l’Amore.</p>
<p>Cioè?</p>
<p>Martin Amis.</p>
<p>E chi è?</p>
<p>L’inglese post-moderno che sa tutto sulle donne.</p>
<p>Che cosa sa sulle donne?</p>
<p>C’è questo auto-romanzo, <em>La storia da dentro</em>, nel quale Martin mischia stralci della sua biografia a finzione pura, intervallando momenti romanzati del suo vissuto a veri e propri consigli di scrittura.</p>
<p>Come ci aiuta?</p>
<p>Martin <em>ci insegna </em>come si fa a introdurre una <em>persona reale</em>, nella fattispecie una <em>donna amata,</em> in un romanzo, cioè come si trasforma un <em>essere umano</em> in un <em>personaggio di finzione</em>.</p>
<p>Okay, non ci aiuta. Noi abbiamo bisogno di trasformare un <em>personaggio di finzione</em>, nella fattispecie una <em>donna amata</em>, in una <em>persona reale</em>.</p>
<p>Esatto.</p>
<p>Sbagliato.</p>
<p>Okay, dobbiamo solo fare esattamente quello che Martin fa nel suo libro:</p>
<p>Adesso immagina per un istante che la stessa Phoebe sia immaginaria: ispirata alla vita solo molto vagamente, un personaggio inventato in un romanzo inventato. Mentre mi accingo a modellarla, come procederei?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>IV. Tanto vale (come direbbe Martin Amis) cominciare dal primo appuntamento.</em></p>
<p>Era il 2016.</p>
<p>Simone incontrò Giulia, anzi no la stregò, anzi no le mandò in pezzi quella sua ordinaria vita, proprio sotto un ordinario cielo di un ordinario settembre.</p>
<p>A Milano, infatti, c’era il vento: il vento si agitò in un mulinello, il mulinello (sullo sfondo il campetto da basket di viale Argonne) turbinò in una colonna di foglie secche, brunastre, e Giulia, seduta sul muretto (di fronte a lei il campetto da basket di viale Argonne) non vedeva nulla perché assorta ma sentì un fruscio e tornò come alla realtà.</p>
<p>Guardavo Giulia che guardava il mulinello. Non assomigliava a nessuna donna che avessi mai letto.</p>
<p>Del tutto smarrito, Simone non ci capì nulla, allora aspettò. Aspettò che il mulinello cessasse: e poi Giulia, finalmente, si accorse di lui.</p>
<p>Simone invece le guardò i capelli per non fissarla negli occhi.</p>
<p>Bene: non vedevo in quei capelli nessun colore che avessi conosciuto leggendo. Non erano, per esempio, con le parole di Martin Amis:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“biondo rame [&#8230;] recentemente e professionalmente pettinati.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Oh, penserai che sono matta” disse Giulia d’un tratto.</p>
<p>“Oh no, solo non riesco a credere che tu sia reale.”</p>
<p>“Beh, ti perdono se esci con me.”</p>
<p>“Lo fai spesso? Intendo: lo fai spesso di osservare mulinelli d’aria per poi chiedere cose così? Agli sconosciuti che hanno letto mille volte queste cose nei libri, intendo.”</p>
<p>A Milano c’era il vento, ho detto: il vento si alzò di nuovo, passeggiò sulla ghiaia e sulle polveri del parchetto di viale Argonne, si arrampicò sulle gambe di Giulia e provocò un fruscio: allora Simone abbassò lo sguardo sulla fonte del fruscio e vide svolazzare le pagine di un libro, il libro che Giulia teneva in grembo.</p>
<p>“No, non lo faccio spesso, ma sì, in effetti hai ragione, è esattamente quello che ha appena fatto Martin Amis con Phoebe Phelps nel 1976 da qualche parte nei pressi di Notting Hill Gate, a Londra”, rispose Giulia chiudendo il libro, “e allora ho pensato che se a due personaggi si assegnano delle parti, beh, essi dovrebbero comportarsi bene, non dovrebbero mai discostarsi dalla parte loro assegnata, per nessuna ragione al mondo. E se i due personaggi sono destinati a incontrarsi, a piacersi, ad amarsi e infine, per volontà di chi scrive, a essere felici almeno per una parte significativa della loro vita, allora forse gli esseri umani dovrebbero comportarsi come dei personaggi di finzione, dovrebbero cioè incontrarsi, piacersi e amarsi. Dovrebbero, in altre parole, essere felici.”</p>
<p>“Credo di amarti già&#8230; Ma come faccio a sapere che sei reale?”</p>
<p>“Beh, non è forse giunto il momento di leggere un po’ di Pavese?”</p>
<p>Il vento, ripetiamolo: una terza folata venne giù per via Gaspare Aselli, si infilò sotto i vestiti di Simone e lo fece rabbrividire, al punto che Simone fu costretto a stringersi le braccia al petto nel tentativo di farsi caldo e allora le sue mani ricordarono di aver stretto fra i palmi, fino a quel momento, un libro, un libro di poesie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>V. Oggi leggo Pavese e d&#8217;un tratto mi torna qualcosa alla memoria, e guardo a questo ricordo come a qualcosa di lontano, e nel ricordo sono sul lungolago di Arona, e l’acqua brilla e mi acceca, allora distolgo lo sguardo e lo butto verso l’alto, verso le colline, e come nel centro di una lente messa bene a fuoco c’è mio nonno, è in giardino, è seduto sul ceppo di un fico e sorride a mia nonna, lei è in piedi, lui ha un libro di poesie fra le mani e sorride, e io sento l’odore dell’uva che mi brucia la gola esattamente come quando leggo dell’amore nei libri e vivo una sorta di estasi contemplativa, ma nel ricordo succede anche qualcos’altro, cioè mi viene da lacrimare, non oso ancora dire sia un pianto perché non ho ancora smesso di capire senza sentire, ma ci sono vicino, non ho ancora smesso di capire senza sentire ma ci sono davvero vicino, e questo ricordo è un inizio, perché all’improvviso non ho più voglia di leggere nulla, e mi dimentico di come sono fatte le donne nei libri, e cosa cercano gli uomini nelle donne nei libri, e voglio solo leggere Cesare Pavese che è letto da mio nonno davanti a mia nonna, mentre lui le sorride, e allora all’improvviso esco da questo ricordo e davanti a me c’è Giulia che mi guarda, che mi guarda come si guarda qualcuno che sta piangendo, e finalmente sento di aver capito, perché in lei rivedo mia nonna, e in qualche modo sento che potremo andare a cena insieme, che potremo fare quello che fanno tutti gli altri, cioè piacerci ed amarci, con semplicità, ed essere felici, almeno per un po’, come ha detto lei, esattamente come ha detto lei, e questo, nonno, è il mio testamento, ed è tutto, è davvero tutto, ma penso che tu lo sappia già.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/22/non-fare-come-cesare-pavese/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ineluttabilità</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/25/lineluttabilita/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/25/lineluttabilita/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2022 06:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fiorella Malchiodi Albedi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti contemporanei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=95859</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Fiorella Malchiodi Albedi</strong> <br /> Nella sala d’attesa, in fila per la mammografia, siamo rimaste in due, io e la Donna Perfetta. Appena entrata, mi è sembrato subito di riconoscerla: longilinea, elegante ma in modo poco appariscente, con un taglio di capelli impeccabile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Fiorella Malchiodi Albedi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-95860" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Roy_Lichtenstein_Drowning_Girl-296x300.jpg" alt="" width="296" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Roy_Lichtenstein_Drowning_Girl-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Roy_Lichtenstein_Drowning_Girl-150x152.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Roy_Lichtenstein_Drowning_Girl-300x304.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Roy_Lichtenstein_Drowning_Girl.jpg 314w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p>Nella sala d’attesa, in fila per la mammografia, siamo rimaste in due, io e la Donna Perfetta. Appena entrata, mi è sembrato subito di riconoscerla: longilinea, elegante ma in modo poco appariscente, con un taglio di capelli impeccabile. Il sorriso calmo che ha rivolto a tutte noi è stata la conferma. Perché la Donna Perfetta ama mostrarsi condiscendente con la massa e sa mischiarsi tra gli individui di rango inferiore senza palesare ripugnanza, anzi elargendo benevolenza. Ha preso a sfogliare una rivista con la sua mano affusolata, dove naturalmente splendeva una vistosa fede (va da sé che la Donna Perfetta è sposa felice e madre amorevole). E mentre noi altre poverette, chi più, chi meno, mostravamo segni di nervosismo (certo è un esame di routine, il verdetto sarà senz’altro favorevole, ma sempre di un verdetto si tratta), lei no, tranquilla, non un accenno di ansia a scompigliarle i capelli, a incresparle quella fronte vergognosamente liscia, a spegnerle il sorriso lieve sulle labbra.</p>
<p>Quindi ormai siamo rimaste solo noi due. L’ultima paziente esce dello studio, il medico si affaccia e scandisce:</p>
<p>&#8211; Crosetti.</p>
<p>&#8211; Sono io &#8211; sto per dire, ma per un attimo mi blocco: il mio cognome pronunciato con quel tono perentorio mi riporta indietro nel tempo. Alle elementari, forse, una suora che mi rimproverava? Oppure è stato al liceo? E mentre mi abbandono a quella memoria, ma solo per una frazione irrisoria del nostro tempo infinito, la Donna Perfetta si alza e dice:</p>
<p>&#8211; Eccomi &#8211; e segue il medico fuori della stanza.</p>
<p>Ma come? Finalmente sono in piedi anch’io.</p>
<p>&#8211; Sono io Crosetti! -, dico davanti allo studio, ma la porta chiusa non mi risponde. Che strano, penso, forse era un cognome simile, magari ha detto Corsetti o Rosetti e ho immaginato di sentire il mio, di cognome. Così vado dalla segretaria. La donna ha indosso il cappotto e si vede che sta preparandosi a uscire.</p>
<p>&#8211; Mi scusi, hanno chiamato Crosetti?</p>
<p>La donna dà un’occhiata al registro.</p>
<p>&#8211; Sì, certo, la signora Crosetti era l’ultimo appuntamento. Mi spiace, ma non posso farla aspettare, il medico lascerà lo studio subito dopo quest’ultima visita.</p>
<p>&#8211; Ma Crosetti&#8230;</p>
<p>&#8211; Mi scusi davvero, ma devo uscire di gran fretta. Mi telefoni, le fisso un nuovo appuntamento.</p>
<p>Rimango sconcertata. È un’incredibile coincidenza, che due donne con lo stesso cognome si siano prenotate per lo stesso giorno. La segretaria avrà pensato a uno sbaglio e ha cancellato il doppione. Dovrei chiedere conto dell’errore, protestare per l’appuntamento mancato. E invece mi metto a pensare che ho scorto una emme puntata dopo il cognome Crosetti, sul registro. Ancora più buffo, ma certo la mia omonima non si chiamerà banalmente Maria, come me. Forse Matilde. O Maddalena.</p>
<p>La donna ora è sull’uscio e mi guarda impaziente. Il tono gentile sta scemando rapidamente.</p>
<p>&#8211; Guardi che non posso lasciarla sola nella sala d’attesa, la prego di uscire.</p>
<p>Di nuovo dovrei obiettare, farmi valere, ma sento avvicinarsi l’ineluttabilità, sta per sommergermi. Così la seguo fuori, lei chiude la porta dietro di noi, mi saluta brevemente e poi scende veloce, il ticchettio dei suoi tacchi si perde nella tromba delle scale.</p>
<p>Magda? O magari Melissa. Chissà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi sono seduta su una panchina dall’altro lato della strada, sperando di godermi l’ineluttabilità. Chiamo così un sentimento che spesso mi prende di consapevole e rassegnata impotenza: quanto è inutile l’umana fatica che tenta di opporsi al destino! È gradevole, come sensazione; dà un certo sollievo arrendersi di fronte alle difficoltà, rinunciare a combattere. Mi sento un granello di polvere nel turbinio cosmico, come potrei contrastare il divenire dell’universo? È come lasciarsi trascinare da una corrente immaginaria, in un fiume che scorre lentamente verso un lago sterminato. Ha anche un vago sapore di trasgressione, perché una parte di me dice che è sbagliato, che dovrei reagire e continuare a lottare. Ma è un retaggio di età lontane, ed è dolce tacitare quella voce interiore indisponente, ormai è flebile al punto che quasi non la sento più.</p>
<p>Da qualche tempo, però, l’antico meccanismo si è inceppato: mi capita di cedere all’inerzia, come sempre, è ormai la cifra della mia vita, ma senza riuscire ad assaporarne il potere consolatorio. Anche adesso, ad esempio, vorrei starmene qui tranquilla, a gustare il senso di resa e ricavarne il conforto che in genere porta con sé ma non ci riesco. C’è una nota acida. Mi ricorda il sapore agrodolce di certe pietanze delle mie zie, che noi bambini trovavamo rivoltante. Una punta di aspro, inattesa, che rovinava il dolce. Volevano darci un insegnamento, le amate zie? Prepararci alla vita? Questo insolito doloroso fastidio mi scava dentro. Continuo a guardare il portone dello studio medico con un malessere che non comprendo.</p>
<p>Ora il portone si apre ed esce la Donna Perfetta. L’esito dell’esame non ha scalfitto il sorriso sul suo volto; certo le sue ghiandole mammarie non conoscono termini come “cisti”, “sclerosi”, “fibroadenoma”, o peggio “carcinoma”, o altre amenità del genere che toccano invece a noi povere mortali. La guardo dirigersi verso la fermata dell’autobus, che è anche la mia, e di colpo provo un’intensa curiosità di sapere dove vive.  Ma sì, perché no, ho qualcosa di meglio da fare? Oggi andrà così: la seguirò per scoprire la sua Casa Perfetta. Provo un gusto un po’ perverso a perdere tempo dietro a questa follia e forse mi distrarrà dall’amara confusione che oggi mi invade.</p>
<p>Sale sul 60, che è anche la mia linea; almeno non dovrò girare mezza Roma per assecondare questa stravaganza. Il mezzo è semi vuoto; potrebbe sedersi, come ho fatto io, ma no, lei rimane davanti alle porte, dritta come un fuso. Già, dimenticavo che il portamento è un&#8217;altra caratteristica della Donna Perfetta: fiero ma senza alterigia, e soprattutto senza sforzo apparente, come se sconfiggere la gravità fosse la cosa più naturale. Senza accorgermene mi trovo a raddrizzare le mie spalle curve e la mia schiena gibbosa, ma è un attimo, il peso della vita ha subito la meglio sulla mia spina dorsale ormai viziata.</p>
<p>Arriva la mia fermata e, che strano, la donna scende. Mi precipito dietro di lei. Ma abita nel mio stesso quartiere? Come mai non l’ho notata prima? Forse è solo in visita. Continuo a seguirla, sempre più sconcertata. Ora siamo proprio nella mia strada e un brivido freddo comincia a scorrermi lungo la schiena. Ecco che si ferma davanti alla mia casa, tira fuori le chiavi, ora è dentro. Fisso immobile, in attesa, le finestre buie del mio soggiorno e ormai non mi stupisco quando vedo che all’improvviso si illuminano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono ormai ore che spio la mia casa. Il mio doppio ben riuscito ha preparato la cena per il marito e i figli, poi tutti si sono seduti intorno al tavolo e hanno mangiato, allegri e tranquilli. Ora i ragazzi sono nelle loro stanze, e la Donna Perfetta e il suo marito perfetto sono sdraiati sul sofà, a guardare la TV. Ho visto accendersi e spegnersi le lampade nelle varie stanze, tutte luci allegre, così diverse dalle mie. C’è anche un’illuminazione esterna, e le sedie a sdraio, il tavolino e le fioriere che avevo deciso di mettere anch’io sul terrazzo, tanto tempo fa. Ma che poi non ho messo.</p>
<p>Basta, è inutile restare qui, devo allontanarmi anche se non so dove andare. Neanche l’ineluttabilità oggi mi è di conforto: ha un sapore stantio e reca solo un senso di penoso smarrimento. Ma come alleviarlo, non ho più risorse dentro di me: il fiume immaginario in cui mi lascio trasportare oggi si è inaridito. E allora cercherò dell’acqua in cui immergermi, ma questa volta acqua vera, non sognata. Sì, questo mi aiuterà. Immagino il suo abbraccio liquido; so che mi sentirò accolta, l’angoscia sarà lavata via e proverò di nuovo una sensazione di sollievo. Cercherò dei sassi per riempire le mie tasche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/25/lineluttabilita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-24 22:49:42 by W3 Total Cache
-->