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	<title>racconti italiani contemporanei &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il gatto di Olivia Wilson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2025 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Di Fonzo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Angelo Di Fonzo</strong> <br /> Olivia Wilson è italoamericana e da quando è morto suo padre non esce di casa senza pistola. Olivia Wilson porta sempre i tacchi a spillo, anche per buttare la spazzatura. Olivia Wilson ti smonta la mandibola se la guardi sbavando.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Angelo Di Fonzo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-115383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy.-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/960px-Gato_Fernando_Botero._CamilleHardy..jpg 960w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>Olivia Wilson è italoamericana e da quando è morto suo padre non esce di casa senza pistola. Olivia Wilson porta sempre i tacchi a spillo, anche per buttare la spazzatura. Olivia Wilson ti smonta la mandibola se la guardi sbavando.</p>
<p>Quando l’ho incontrata per la prima volta, ero in gioielleria per comprare un paio di orecchini per il compleanno di mia sorella, e avevo smesso di amare da tempo. Dell’amore ci si dimentica tutto, in fretta, ma per gradi: ci si scorda prima del dolore, di tutto il male, poi dei grandi gesti; finché non rimangono solo le piccole cose e i rimpianti.</p>
<p>La prima interazione con Olivia Wilson fu la sua pistola puntata alla tempia. Ero il suo ostaggio, mi aveva scelto tra tanti: un manipolo di timorosi; io ero insolitamente calmo. Subivo il suo magnetismo, ne ero affascinato. Non aveva senso. Era vestita di nero e indossava un basco alla francese; come tornasse da un vernissage un po’ brilla e avesse deciso di prelevare un po’ di soldi alla vecchia maniera. Aveva con sé un gatto color buio, con gli occhi diafani, che zampettava sul pavimento e faceva le fusa a un ragazzino impaurito, prossimo a un attacco di panico.</p>
<p>Lei si fece riempire un borsone di contanti dalla cassiera. A quel punto notai lui, che mi assomigliava così tanto da causarmi la vertigine dello specchio: il viso livido, scolpito dal gelo nei tratti facciali; lo sguardo assopito, inerte. Tutto il male che portavo dentro riflesso all’esterno. Non eravamo così distanti. Il gatto di Olivia Wilson ci passò di fianco con qualche strusciata ognuno, come trasmettendoci l’un l’altro: riunendoci.</p>
<p>Olivia Wilson mi guardò ancora un po’ mentre puntava la pistola alla mia testa. Non riuscivo a decifrare la sua espressione: un mistero. Intorno c’era chi piangeva, chi soffocava grida di terrore. Olivia Wilson lanciò il borsone pieno di contanti sul pavimento in uno svolazzo di filigrana multicolore e mi disse di uscire con lei. Ero un ostaggio? Così sembrava. Qualcuno avrebbe chiamato i carabinieri, ma aveva restituito i soldi. Quindi che fare? Cosa sarebbe successo? Nessuno sembrava saperlo, la cassiera era interdetta. Nessuno intervenne.</p>
<p>Mi disse di salire in macchina: una Mustang GT nera. Aveva ancora la pistola puntata su di me, al petto. Obbedii: posto del passeggero. Lei salì a bordo, chiuse l’auto e partì. Mi raccontò la sua storia: eventi sparsi della sua vita rocambolesca; senza una logica ben precisa. Il nostro appuntamento al buio. Ne ricavai un quadro astratto. Poi mi disse di suo zio che era andato in Australia a fare il minatore perché era arrabbiato e si era ripromesso che avrebbe picconato giorno e notte nelle cave finché non gli fosse passata la rabbia. Era tornato anni dopo in Italia con la barba bianca e il volto solcato dalle rughe: era ancora arrabbiato.</p>
<p>Non riuscivo a smettere di guardarla, ipnotizzato. Lei non riusciva a smettere di puntarmi la pistola. Dolce Olivia. Sarei morto in pace, con un buco in fronte come terzo occhio per contemplarla ancora. Mi portò in giro per la città e quando sentì le sirene, accelerò facendo un sorpasso dopo l’altro. Rientrava in carreggiata a un millimetro dall’incidente, dal muso dell’utilitaria sul senso di marcia opposto. Una maga al volante, Olivia Wilson. Mi chiese dove abitavo. Esitai un momento prima di rispondere, poi le dettai l’indirizzo. Incespicai sul civico. Si fermò sotto casa mia, mi salutò con un bacio e un morso sulla spalla e abbassò la pistola appena prima che io scendessi dall’auto.</p>
<p>Passai tutta la giornata e anche quella seguente come ubriaco. Mi perdevo nel vuoto, mi distraevo di continuo. In ufficio non riuscivo a concentrarmi e chiedevo di ripetere almeno cinque volte nel corso di una conversazione lunga. A differenza del mio solito, non ero molto loquace. Ero stranito, come intrappolato in un sogno sbagliato. Volevo ritornare lì, da lei; da Olivia Wilson. Rimediai con un buono in libreria per il compleanno di mia sorella, lei ne fu contenta. Non le raccontai dell’accaduto. Non lo raccontai a nessuno. Camminavo per la città, portando a spasso il cane, e la cercavo in tutti i volti, in tutte le strade mi figuravo la sua Mustang GT nera.</p>
<p>Vivevo da solo in un monolocale. Quel giorno rientrando trovai la mia sola finestra blindata da un ponteggio: lavori in corso, murato vivo da ogni visuale esterna. Chiesi al muratore che passava lo stucco sulla facciata del palazzo quanto sarebbero durati. Fece spallucce. Il tempo non esiste. Forse era così da sempre e non me n’ero accorto. Forse mi ero scordato del mondo fuori senza nemmeno saperlo. Così vivevo a parte. Ero separato da tutto, del tutto. Da quando avevo incontrato Olivia Wilson lo squarcio si era fatto più grande, più profondo. Quando andai in bagno per lavarmi le mani, notai che lo specchio era andato in frantumi, senza però perdere il riflesso, che non mancava di tormentarmi, ovunque, dal giorno della rapina. E pensavo e pensavo a Olivia Wilson e a come rincontrarla e dove: dove?</p>
<p>Olivia…</p>
<p>Tutto quel sole. Camminavo per la città come in un deserto di luce, armato di una lanterna che non serviva a nulla in quel bagno luminescente: neon, schermi, colori, forme, multicolore, a ciecare ogni prospettiva; ogni visione di complessità. Mi ritrovai a desiderare il buio per ritrovarmi nel chiaroscuro dei contrasti. Cercavo riparo in un pertugio umido, al fresco, e lo trovai quasi al tramonto in un bar senza insegna dalle parti del molo, scostando una porta di legno scassata e mangiucchiata dai tarli. Un bar in penombra: il proprietario muto nello sguardo, cieco a parole. Ordinai del vino per schiarirmi le idee, o per confonderle meglio, e mentre mi reggevo al bicchiere come al baricentro dell’universo, notai in un cantuccio più buio che c’era anche lui, come al solito imboscato, sempre di sfuggita. Mi aveva lasciato la sua impronta di vuoto, svuotandomi, e non riuscivo a scrollarmela di dosso. La musica era dozzinale, martellante nelle casse. Lui era incollato alla sua birra smunta, con il capo chino e il volto per metà in ombra. Alzai una mano per cercare la sua attenzione, ma non mi vide. Azzardai un saluto a voce, di qualche tono sopra le solite note. Nessuna risposta. Troppa musica. Distolsi lo sguardo da lui, prendendo il filo di un pensiero e perdendo la matassa, e quando tornai a guardarlo non c’era più. Sparito. Mi aveva inquinato ormai. Non c’era verso. Presi posto al suo cantuccio, al tavolinetto umido di birra, e portai il vino smorto con me. Il mio volto si confondeva con il suo nelle lame d’ombra degli angoli storti, quasi a mescolarsi. Lì notai il gatto di Olivia Wilson che si lavava a piccoli colpi di lingua. Mi alzai in piedi e gli feci qualche carezza per farmi guidare, tra le fusa. Il gatto di Olivia Wilson, con il suo pelo di buio e gli occhi diafani, si lanciò a zampate rapide verso il seminterrato del bar e io lo seguii, abbandonando il vino e l’immagine di lui (io) (noi), per le scale cigolanti, nel vuoto dei gradini, per raggiungere una sala da concerto dopo una discesa infinita.</p>
<p>Non c’era più la musica del bar come fosse evaporata di colpo, tra uno scalino e l’altro. Il pubblico era immobile come un esercito di statue. Sul palco c’era Olivia Wilson che suonava il violino e cantava con una voce ipnotica, una melodia distorta che dissociava il corpo e la mente. Di nero sempre, bella più che mai. Persi il senso del tempo, come se il tempo avesse un senso; unico. Cullato da quell’ipnosi collettiva in musica, aspettai la fine del concerto in un limbo, sospeso. Attesi che il pubblico di statue si disgregasse come polvere di gesso e imboccai la scaletta che portava ai camerini.</p>
<p>Pronunciai il suo nome. Quando si voltò non era sorpresa di vedermi. Mi avvicinai a lei con tutta la brama di amarla, ma l’impronta dell’altro (lui) mi spegneva ogni desiderio. Olivia mi sorrise estatica come una santa apocrifa, con estrema grazia, e mi disse che non ero lì per quello. Ma come? Ogni illusione domata dal tempo. E cosa allora? Che senso aveva tutto? Mi disse che c’era qualcosa di importante che dovevo fare. Cosa Olivia? Cosa devo fare?</p>
<p>Ucciderlo: lui, l’altro, (tu).</p>
<p>Diedi un’ultima carezza al gatto di Olivia Wilson prima di andarmene e di dirle addio per sempre. Addio, dolce Olivia Wilson.</p>
<p>Tornai a casa perché sapevo che non l’avrei trovato. Dovevo pareggiare, dare sostanza alla mia ritorsione. La sua impronta mi stava spogliando di ogni forza. Feci i gradini a due a due boccheggiando, con i polmoni scarichi.</p>
<p>Bussai.</p>
<p>Poi ancora, più forte.</p>
<p>Rispose soltanto il vuoto dell’androne, il suo eco. Non c’era, come avevo previsto. Così fu proprio lui ad aprirmi. Gli tremava il viso, quel viso smunto e maligno. Lo uccisi per quel viso, per liberarmene. Era stato incauto. Se si fosse trovato a casa non mi avrebbe aperto o mi avrebbe buttato giù dalle scale. Mi avrebbe salvato comunque.</p>
<p>Non lo avrei (non mi sarei) accoltellato.</p>
<p>Dopo aver finito, con la lama di sangue di un nuovo parto, uscii in terrazza per fumare e vidi un mondo nuovo dispiegarsi davanti ai miei occhi. Mi colpì un raggio di luce e mi scoprii irrorato d’amore e con me tutti: fragole macerate al sole.</p>
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		<title>La superficie vitrea e convessa del gorgo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Petraccaro]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Matteo Petraccaro</strong> <br /> Michi stende il braccio verso di me e mi chiede di passargli l’accendino. È girato dall’altra parte, e con la mano libera sta reggendo una bottiglia di rosso, una bottiglia da due euro e cinquanta al market di fronte scuola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Matteo Petraccaro</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-115209" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Untitled_acrylic_and_mixed_media_on_canvas_by_-Jean-Michel_Basquiat-_1984-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Untitled_acrylic_and_mixed_media_on_canvas_by_-Jean-Michel_Basquiat-_1984-250x300.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Untitled_acrylic_and_mixed_media_on_canvas_by_-Jean-Michel_Basquiat-_1984-150x180.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/Untitled_acrylic_and_mixed_media_on_canvas_by_-Jean-Michel_Basquiat-_1984.jpg 288w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></p>
<p>Michi stende il braccio verso di me e mi chiede di passargli l’accendino. È girato dall’altra parte, e con la mano libera sta reggendo una bottiglia di rosso, una bottiglia da due euro e cinquanta al market di fronte scuola. Ha le braccia rinsecchite e le spalle strette, una lunga serie di vertebre scorticate spalmate sulla schiena e, oltre il colletto fradicio della camicia, una vaga peluria da tarantola e dei capelli biondi tagliati a spazzola; poi un ciondolo appeso al lobo sinistro dell’orecchio e un pezzo di guancia tartassato dall’acne. Dice   passami l’accendino   e allora io sfilo il mio accendino dalla tasca dei pantaloni e glielo passo, e con le dita gli tocco le dita. Michi appoggia la bottiglia su un ceppo, tira fuori una sigaretta e se la mette tra le labbra; si gira verso di me e mi fa un ghigno. Nel frattempo, poco più avanti, Leo continua a imprecare e a bestemmiare, e ci urla di muoverci, dice   muovetevi cazzo   Michi tira uno sbuffo di fumo e dice a Leo di aspettare un attimo e di calmarsi, soprattutto di calmarsi. Scuote l’accendino e se lo fa scattare nel pugno, poi alza il dito dal gas e lascia andare la fiamma.</p>
<p>Calmati adesso arrivo aspetta un secondo cristo</p>
<p>La pioggia trema sulle fronde degli alberi e sulla fronte di Leo, sui suoi riccioli neri come scorpioni.</p>
<p>Cristo santo che peso ai coglioni che sei</p>
<p>Michi fa scattare la fiamma. La pioggia riflette su di noi una luce larvale. Ecco cosa rimane del temporale quando finisce, penso, una sconfinata distesa di fango luminoso.</p>
<p>Stiamo per farlo. Io sto per farlo. Michi sta per farlo. Leo sta per farlo. Leo non ne può più. Sta provando a schiacciare la gatta sotto il ginocchio, ma quella continua a scappargli e a graffiarlo. Ha i polsini della camicia lordati di sangue e i pantaloni tutti tagliati. A lui è capitato il lavoro peggiore, proprio il peggiore.</p>
<p>Leo ci urla di muoverci e Michi affretta il passo. Penso che siamo circondati dai fusti dei pini, che è come se il bosco ci avesse inghiottiti. Il vino continua a rimanere immobile sul ceppo tagliato. L’acqua cola dai rami degli alberi e cade sul selciato e su di noi. La fiamma si dibatte nel ventre del bosco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La benzina s’innesca, la bestia s’infuoca e comincia a urlare. Supera alcuni ostacoli, attraversa una serie di radici e foglie marce, poi scivola su una pietra ricoperta di muschio e si schianta col teschio contro la crosta dura di un albero, collassa sul terreno fradicio del bosco e muore. Una colonna di fumo si alza tra gli alberi. La puzza si spande nell’aria e ci raggiunge. Puzza di merda e di carne bruciata.</p>
<p>Gesù</p>
<p>Leo e Michi corrono verso l’animale.</p>
<p>Gesù</p>
<p>Il mio accendino cade per terra. Rimango da solo. Vedo il beccuccio metallico dell’accendino risplendere nel fango. Mi chino a raccoglierlo, lo pulisco sui pantaloni e me lo infilo in tasca; poi mi giro da un lato e nell’erba lascio cadere uno sputo di vomito. Raccolgo la bottiglia dal ceppo e me l’avvicino alle labbra. Tengo il vino in bocca per un po’; me lo passo sulla lingua e tra i denti, lo faccio sbattere sulle guance e infine lo sputo nell’erba.</p>
<p>Non credevo che l’avremmo fatto fino all’ultimo non ci credevo cazzo</p>
<p>Guarda che roba cristo santo</p>
<p>Non ci credo non ci credo non ci credo</p>
<p>Sta ancora bruciando porca puttana brucia ancora cristo</p>
<p>L’animale ha gli occhi spalancati e la bocca aperta, il pelo raschiato dal fuoco. Sta ancora bruciando. La pelle si consuma uno strato di grasso alla volta. Presto toccherà ai muscoli e più tardi arriverà anche alle ossa. Mi pulisco la bocca con la manica dell’impermeabile e tiro un altro sputo per terra.</p>
<p>Che fai ti fa impressione</p>
<p>È solo l’odore</p>
<p>I bordi delle orbite cominciano a squagliarsi e a colargli sugli occhi. Il fuoco gli ha già mangiato quasi tutta la testa e le orecchie.</p>
<p>Non mi fa né caldo né freddo è l’odore che non sopporto</p>
<p>Passami il vino</p>
<p>Strappo un ultimo sorso dalla bottiglia e gliela passo. Lui la prende per il collo e ci si attacca con voluttà.</p>
<p>Non sembra morto sembra che possa risvegliarsi e scappare da un momento all’altro</p>
<p>Leo strappa un ramo di pino e comincia a frustare il cadavere dell’animale.</p>
<p>Ma non credo che lo farà</p>
<p>Lo colpisce sulla pancia e in faccia; poi lascia bruciare le punte del ramo e glielo getta sopra.</p>
<p>Non credo proprio</p>
<p>Continuo a sbavare nell’erba bagnata e fresca. Michi mi mette una mano sulle spalle. Leo mi passa la bottiglia di rosso. Dice che devo ubriacarmi un po’. Ha le mani che puzzano di benzina. Prendo la bottiglia per la canna e mi ci attacco. Ne tiro giù una sorsata. Michi prende la fiaschetta di benzina e ne fa cadere un filo sul corpo dell’animale. Si alza una fiammata fetida e feroce. Leo è andato nel fitto a raccogliere un po’ di legna. Penso che a breve dell’animale non rimarrà più niente, che ci sarà solamente il fuoco. Chiedo una sigaretta a Michi e gli dico che per me si è fatto tardi e che me voglio tornare a casa. Prendo la sigaretta dalle sue dita luride e mi chino per passare sotto i rami bassi di un pino. Il panorama è umido e frammentato, compresso nelle fasce di luce che passano tra le fronde degli alberi; essenzialmente brullo, fetido, fradicio, coperto di foglie ghiacciate e mosso solo dal vento d’inverno. Passo per le baracche fatte di lamiera e aggiro una montagna d’immondizia alta almeno due metri. Scavalco il guardrail e mi passo una mano sui capelli. Sento l’acqua cadermi sulle spalle e sul collo, oltre il bordo dell’impermeabile. Arrivo alla fermata e mi siedo, e un rigagnolo d’acqua stilla dalle cuciture degli stivali. Il velluto è fradicio, fangoso e chiazzato da alcune macchie di vino. Penso che appena arriverò a casa darò le scarpe a mia madre, e lei si occuperà di portarmele in lavanderia di farmele trovare nella scarpiera morbide e pulite. Sospiro. Alzo lo sguardo al cielo e decido di fumarmi la sigaretta di Michi. Faccio scattare l’accendino. Dalla punta della sigaretta si sprigiona una breve fiammata. La benzina brucia rapidamente metà della sigaretta. Aspetto che il fuoco torni a bruciare normalmente e infilo la sigaretta tra le labbra. Aspiro. Tengo il fumo in bocca per un po’, lo lascio scendere nei polmoni e lo sputo fuori. Alzo lo sguardo in cielo, oltre la curva del centro commerciale e le schiere piatte dei palazzi, dei cinema e delle aziende; oltre il catrame della strada; oltre le nuvole e i vapori dell’inquinamento; oltre la città stessa; oltre lo spazio. Chiudo gli occhi e mi godo la sensazione. Bisogna lasciarsi cadere fino in fondo,  penso, fino al fondo della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma la vita non cambia. Dalla pensilina vedo i banchi di pioggia viaggiare tra le luci oblique dei lampioni. L’autobus non è ancora arrivato e, cosa ancor più strana, per tutto il tempo che ho passato seduto alla fermata non si è vista neanche una macchina. Decido di alzarmi e di camminare a ritroso per la strada, senza fretta, badando solo a non sporcarmi troppo le scarpe nel fango. Alzo il cappuccio dell’impermeabile e mi metto in marcia. Alla mia sinistra, illuminato appena dai lampioni, oltre il guardrail, il bosco si avviluppa in un vortice di forme sintetiche: fusti fosforescenti e fronde spettrali, ceppi ammuffiti, carte di merendine, cicche di sigarette e improvvisi bagliori di oggetti lontani. Penso a Leo e a Michi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è una serie di fanali gialli che fende la pioggia in tutte le direzioni e una figura che ci cammina davanti. Mi paro gli occhi con le mani e provo a vedere di che si tratta. Vedo la figura ingrandirsi e muoversi goffamente verso di me. Sta cercando di dirmi qualcosa, ma non la capisco.</p>
<p>Non la sento può parlare più forte eh può parlare più forte non la sento</p>
<p>Devi andartene via da qua dall’altra parte hai capito dall’altra parte</p>
<p>Finalmente ci troviamo uno di fronte all’altro, sotto la pioggia, lui col cappello calato in testa fino agli occhi, io col cappuccio e le mani infilate dentro le tasche, a tormentare la pietruzza incandescente dell’accendino.</p>
<p>Levati le mani dalle tasche</p>
<p>Va bene</p>
<p>Mi levo le mani dalle tasche.</p>
<p>Da qui non passa stasera se vuoi tornare in città devi prendere la sostitutiva sull’altro lato della strada</p>
<p>Con le dita mi indica un punto.</p>
<p>Per di là vedi</p>
<p>Come mai</p>
<p>Una macchina è andata addosso a un camion c’è stato un incidente</p>
<p>Ci sono stati dei morti</p>
<p>No</p>
<p>Sorpasso l’agente e passo davanti alle luci dei fanali. Butto lo sguardo nella zona recintata, oltre le macchine della polizia e i nastri segnaletici. Ci sono i due veicoli incidentanti e dei pezzi di carrozzeria sparsi qua e là, e mi pare di vedere riverso nella strada il corpo di un grosso animale, vivo, o meglio, semivivo, lacerato da tagli profondi come tubature, che con le gambe scalcia sull’asfalto bagnato e si dispera. Un cavallo, penso. Un cavallo dalle gambe sottili e gli zoccoli ferrati e lucenti, dal folto crine selvaggio e bagnato, dall’occhio vivo, bianco, pieno di terrore. Un cavallo riverso a terra nel suo stesso sangue e nell’acqua, tra le carcasse dei due mezzi, delimitato anche lui nella zona incidentata dal nastro segnaletico fosforescente, cosa tra le cose.</p>
<p>Attraverso la strada e cammino per un centinaio di metri, aggiro l’incidente e, in effetti, comincio a vedere della gente in coda per la sostitutiva. Proprio come aveva detto lui, penso. Sento l’odore di carne e di zuppe salire dal fitto del bosco. Mi fermo in un punto in cui gli alberi si diradano, centocinquanta metri prima della fermata e, dalla strada, intravedo delle bambine che giocano con le pistole – ridono e si sparano addosso. Alcune, le bambine disarmate, dicono: dai adesso fa sparare me non è giusto ora tocca a me sparare hai già sparato tu   Nel frattempo, gli adulti le esortano a smetterla chè è ora di cena e bisogna venire subito a mangiare, e allora le bambine corrono, lasciano le pistole per terra (la scocca metallica delle pistole risplende nel fango, come l’accendino, come gli zoccoli dei cavalli) e scattano verso le voci degli adulti ed escono dal mio campo visivo, e com’erano arrivate se ne vanno, risucchiate dal bosco.</p>
<p>La gente alla fermata è immobile. È martedì primo dicembre e sono le sei e trequarti; fa freddo e aspetto l’autobus insieme a una schiera di persone col viso illuminato dagli schermi dei telefonini. Mi sporgo dal marciapiede e giro il collo a sinistra. L’autobus non arriva; in compenso, altre persone luminescenti stanno percorrendo la strada che ho appena percorso. Penso che sarà difficile trovare un posto a sedere, oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono seduto sul divano e ho il corpo avvolto nell’asciugamano, ancora umido dalla doccia. Mia madre è in piedi davanti a me. Penso che le somiglio: un po’ per la postura e anche per la forma del viso, credo. Inclino la testa oltre la sua figura e tento di vedere qualcosa alla televisione, senza successo.  Aggrotto la fronte e metto su un aria torva, assorta, minacciosa. Mia madre dice   amore che vuoi oggi per cena   Io le rispondo   carne   Mi alzo dal divano e vado a sedermi in camera, ancora nudo, coperto solo dalla spugna verde dell’accappatoio. Mi siedo davanti al televisore e accendo la playstation. Infilo un disco e comincio a giocare. Dopo po’, mia madre mi bussa alla porta e io dico: avanti   e lei entra con il mio hamburger su un piattino. Lo prendo con la sinistra e ne stacco un pezzo. Il ketchup esce dall’altro lato del panino e ricade sul piatto; fa: <em>plof</em>.  Ha un buon sapore. Sollevo il pane e vedo delle larve camminare sulla superficie grigia dell’hambuger e sbucare dal centro, dal punto in cui con gli incisivi ho trapassato la carne. Squilla il telefono. Metto in pausa e poso il panino sul piatto.</p>
<p>Sì</p>
<p>Teo devi venire nel bosco è successa una cosa terribile devi venire subito cazzo oddio non ci credo ti prego Teo vieni non ci posso credere</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La rusascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b> <br />
La Martina era brutta, fatua, con tanto di gozzo e con pochissimo cervello. O, almeno, così la dipingeva suo fratello Battista, contadino e muratore, che le voleva un bene dell’anima. La voce pubblica aggiungeva che casa sua era tutto un via vai...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/german_school_-_fire_salamander_-_meisterdrucke-628374.jpg" alt="" class="wp-image-114128"/><figcaption><em>Salamandra tratta da una litografia tedesca del 1864</em></figcaption></figure></div>



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<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-114124-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Non-posso-far-bucato.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Non-posso-far-bucato.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Non-posso-far-bucato.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b>Non posso far bucato<br />Anonimo (Codex Rossi)</b> [1325 &#8211; 1355 ca.]<br /><b> MusiCanti Potestatis</b><br /><br /></small></center>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Greta Bienati</strong></p>



<p>La Martina era brutta, fatua, con tanto di gozzo e con pochissimo cervello. O, almeno, così la dipingeva suo fratello Battista, contadino e muratore, che le voleva un bene dell’anima. La voce pubblica aggiungeva che casa sua era tutto un via vai e che, in tutta la Valcuvia, non ce n’era uno, giovane o vecchio, a cui fosse stata buona di dire di no. Ma diceva anche che non era per malizia o per cattiveria, ma solo perché era debole di testa e non capiva neanche il bene e il male.</p>



<p>Per quanto brutta, d’altra parte, la Martina non era certo la Maria Cassina, poveretta, che, oltre ad averci il gozzo, era gobba, orba di un occhio e dalla bocca le veniva fuori la voce rauca del demonio. Nata e morta anche lei a Brenta, quasi cent’anni prima, la Maria Cassina era stata l’unica strega di tutta la valle, roba che erano venuti giù a vederla i parroci di mezza diocesi e tre dottori di Gavirate. E, tutti d’accordo, avevano deciso di guarirle il corpo e l’anima a bastonate.</p>



<p>La Martina aveva la fortuna di essere nata in tempi civili, quando a parlare di streghe e indemoniati finivi a farti ridere dietro, e le bastonate le aveva prese solo per cercare di riempirle un po’ la testa vuota, senza pretesa di cacciarle fuori il diavolo. Un po’ gliele aveva date la madre, un po’ il padre e un po’ anche il Battista, che aveva cinque anni più di lei e se l’era presa sotto l’ala quando erano rimasti orfani.</p>



<p>C’era da dire che, pur col cervello molle, la Martina lavorava sodo: la mattina buon ora, aiutava nei campi con la ranza e con la zappa; poi, dopo colazione, andava a fare il bucato al lavatoio, oppure a raccogliere legna e castagne su per i boschi della Biotta, ed era capace di portare quanto un asino robusto.</p>



<p>Arrivata a trentacinque anni, la Martina sembrava anche lì lì a lasciare la sua vita disonesta. Da quasi due anni, infatti, faceva all’amore solo col Gioàn, che veniva giù da Orino, ma aveva la bottega di ciabattino in una corte di Brenta. Il Gioàn era brusco di mano e di cuore e non lasciava stare il fiasco finché non gli aveva visto il fondo, ma la Martina era di bocca buona; e poi, di mariti di belle maniere e che non finissero sotto il tavolo dell’osteria, in paese non ce n’era neanche uno.</p>



<p>Così, nella sua testa vuota, aveva preso da un pezzo a figurarsi un bel matrimonio, col Gioàn con la giacca scura e lei col vestito color ciliegia, tutto fiori e rabeschi, uguale a quello che aveva visto addosso alla figlia del mugnaio quando era andata sposa a un cavallante di Cuveglio. La Menghìn, che abitava nella sua corte, la vedeva fare il giro del cortile col cucchiaio in mano, a far finta di distribuire confetti e castagne a braccetto al suo ciabattino, e intanto masticava la saliva, con in bocca il sapore di formaggio e uova sode della torta degli sposi.</p>



<p>Il paese era arrampicato in mezzo ai castagneti, al riparo dai disastri del fiume e dalle novità del mondo. Chiuso da un muro di montagne con la testa pelata dai pascoli, era rimasto uguale dal tempo di Noè, immerso nel verde dei boschi e dei campi. Per vedere un pezzetto di azzurro, dovevi salire con la Scala Santa fino alla Madonna delle Grazie, e, da lì, spingere gli occhi in fondo alla curva della valle, dove luccicava un tocchettino di lago Maggiore. Gli spagnoli, i francesi, gli austriaci e adesso i piemontesi, col loro Regno d’Italia fresco fresco, non avevano cambiato di una virgola il macinare dei mulini, lo spuntare del grano, la trattura dei bozzoli nelle filande. Uguali a sempre erano anche i grembiuli scuri delle donne, che riparavano i vestiti dai segni della fatica, e le loro trecce arrotolate sulla nuca e fissate con gli spilloni d’argento.</p>



<p>In un’acqua tanto ferma, facevano rumore i sassi piccoli dei nati, dei morti, dei morosati. E infatti, nella mattina di luglio, la notizia che il Gioàn ciabattino andava sposo a una ragazza del suo paese corse in un momento di corte in corte, e arrivò alle orecchie della Martina proprio mentre faceva il suo giro a far mostra di dare i confetti.</p>



<p>La Menghìn la vide restar lì ferma per un pezzo, uguale alle statue delle cappelle della Madonna del Monte. Poi l’idea le arrivò nel cuore e nella testa, e, come un vento di burrasca, buttò in aria quel poco che ancora era rimasto in ordine.</p>



<p>Il Gioàn se la trovò in bottega con due occhi fuori di sentimento. Nessuno dei due era gente da grandi discorsi: lei gli gridò: «Traditore!», e lui la buttò fuori con uno sberlone. Con la testa che scoppiava di rabbia, la Martina andò di filato dall’ordine costituito, a chiedere che la legge del Re arrivasse di corsa a renderle giustizia.</p>



<p>«Un momento, un momento» cercò di quietarla il sindaco Longhi, ché lei gli gridava nelle orecchie peggio del suo ultimo nato.</p>



<p>Il sindaco ascoltò con la fronte tutta raggrinzita, nel mentre che la Martina dava l’anima a Dio, piangendo e strappandosi i capelli. Poi si alzò puntando i pugni sul tavolo: «<em>Ghe parli mi</em>» tuonò.</p>



<p>La Martina si zittì piena di spavento, ma nelle busecche le corse un brivido di contentezza all’idea che adesso arrivavano i carabinieri a portare il Gioàn in chiesa di forza per sposarla.</p>



<p>Come tutti i sindaci, anche il Longhi era stato nominato dal re Vittorio in persona perché facesse da buon padre ai suoi compaesani. E infatti da buon padre si portò, convocando subito il ciabattino, per metterlo davanti ai suoi impegni. Il Gioàn arrivò col cappello in mano e gli occhi già lustri del primo litro della giornata.</p>



<p>«Avete preso un impegno» fece la faccia scura il sindaco. «E adesso vi tirate indietro?»</p>



<p>Con la lingua che si impastava, il ciabattino biascicò che lui impegni ne aveva presi solo con la sua compaesana, e l’idea di sposare una balenga come la Martina non gli era mai neanche passata per la testa.</p>



<p>«Lo sapete anche voi che razza di donna è» aggiunse il Gioàn con una smorfia che voleva essere un sorriso.</p>



<p>Il sindaco cacciò fuori due occhiacci da diesire: «Gli impegni non si prendono solo con le parole!» picchiò la mano sulla scrivania. «Se avete usato carnalmente di lei, la Martina ha ragione di ritenervi impegnato!»</p>



<p>Il ciabattino si batté la mano sul petto, a giurare e spergiurare sputando in terra che lui, la Martina, non l’aveva mai toccata neanche con un dito. Aveva fatto tutto lei, nella sua testa bacata; e anzi, la prossima volta che gli veniva in bottega, chiamava subito i carabinieri che la portassero via di peso perché non lo lasciava lavorare.</p>



<p>Il sindaco Longhi lo guardò negli occhi lustri di vino. Poi si lasciò cascare sulla sedia, si passò il fazzoletto sulla fronte per asciugare il sudore di luglio, e congedò il mascalzone con un cenno della mano.</p>



<p>L’idea che il ciabattino non volesse più sposarla, aveva fatto gridare la Martina per un giorno intero, roba che l’avevano sentita anche i pastori in cima alla Biotta. Adesso, davanti al fatto che, in realtà, non l’aveva mai voluta sposare, la Martina si mise a dare il tormento all’intero paese, chiamando anche i sassi a testimoni del torto subito. Le donne non ne potevano più di sentirla: se la passavano una con quell’altra, e cercavano un momento di pace cacciandole in mano un po’ di tabacco da fiutare.</p>



<p>La notizia del matrimonio del ciabattino era arrivata in paese di martedì. Il venerdì, la Martina tornava dal mercato di Gavirate, e il cielo era mezzo chiaro e mezzo scuro, ché il venerdì, si sa, non finisce mai come è cominciato. Sopra la sua testa, i nuvoloni neri arrivavano di corsa dal lago e sembravano convinti di portare finalmente un po’ d’acqua al formentone, che boccheggiava nella terra grigia e piena di crepe.</p>



<p>Una goccia dura e grossa le cadde sulla testa, per andar più in fretta la Martina si chinò a levarsi gli zoccoli. E fu allora che vide la rusascia.</p>



<p>Era lì, ferma come un morto, in mezzo alle foglie vecchie dei faggi, nera e luccicante,con le sue zampette corte e le stelle gialle sulla testa piatta, e mandava un odore di rose andate a male. La Martinafece un salto indietro e cacciò un urlo che neanche la Maria Cassina col diavolo in corpo. Con gli zoccoli in mano, si mise a correre più svelta che poteva, mormorando una fila di avemarie, ché la brutta bestia non era solo buona di avvelenare l’acqua dei pozzi, gli alberi da frutto, la legna per il pane, ma soprattutto era segno di malaugurio, uguale a vedere la morte in persona.</p>



<p>«Porta male, porta male!» gridava la Martina, e intanto nella testa vedeva il suo funerale, e il Battista che piangeva, e le donne in nero. E il ciabattino in disparte, da solo in fondo in fondo alla chiesa, con tutti che lo guardavano storto, come fosse colpa sua.</p>



<p>La Martina si fermò di colpo. E un sorriso le attraversò la faccia.</p>



<p>«Sicuro che è colpa sua» pensò la Martina a voce alta.</p>



<p>Uguale a un seme di malaerba, l’idea le si piantò in testa così in fondo da farle dimenticare il temporale, e persino la rusascia. «Se muoio, è colpa sua» ripeteva, picchiando gli zoccoli uno contro l’altro, uguale a una cantilena di bambini. E intanto la malaerba allungava le radici e lo stelo, concimata dal cervello mezzo marcio.</p>



<p>Andò avanti a crescere tutta notte, e anche il mattino dopo. Quando la Martina andò al lavatoio, ormai era un rovo, che le riempiva le orecchie e la bocca.</p>



<p>Era dietro a fregare con l’aria più svagata del solito, quando si fermò con le mani nell’acqua e si voltò verso la sua vicina: «Se mi ammazzo, il ciabattino va in galera?» chiese.</p>



<p>Tutta presa dalle salviette da lavare, la donna fece sì sì con la testa, che la Martina era meglio condirla via svelto, o finiva col far dare di matto anche te.</p>



<p>«Cesarina, voi cosa dite?» insistette la Martina, per avere più soddisfazione. «Se mi ammazzo, il Gioàn va in galera?»</p>



<p>La Cesarina fece segno con la mano che non ci aveva tempo da perdere, che ancora non aveva messo su la minestra. La Martina si mise a resentare: nell’acqua le apparve la faccia del Gioàn dietro i quadretti di ferro della galera, e le luccicarono gli occhi.</p>



<p>«Ersilia, a me mi pare che, se io mi ammazzo, lui deve andare in galera tutta la vita. Dico bene?»</p>



<p>L’Ersilia era dietro a pensare che era un mese che suo marito non mandava soldi dalla Francia, dov’era emigrato per fare il muratore, e fece segno di sì con la testa senza neanche aver sentito.</p>



<p>Dato che ormai era chiaro che la Martina aveva attaccato una delle sue solfe con cui dava il tormento alla gente, le donne fecero svelto a finire il bucato, e anzi qualcuna si portò a casa i panni non lavati.</p>



<p>La Martina, invece, continuava a vedere nell’acqua la faccia del Gioàn dietro i quadri della prigione, ed era già la quarta volta che resentava le stesse mutande. Quando tirò su la testa, era rimasta solo una donna, tutta vestita di nero, con la pelle gialla come le macchie della rusascia, che la guardava con una faccia triste da far piangere. La Martina rimase lì con le mutande da strizzare in mano e lo stomaco ingarbugliato per la paura. Prese su il suo bucato, e scappò via borbottando.</p>



<p>Per tre giorni, la malaerba andò avanti a buttare frasche e fiori, e a cacciare le radici giù nel petto, tutto intorno al cuore. Di giorno e di notte, davanti agli occhi della Martina passavano la rusascia e il Gioàn a quadretti, la donna con la faccia gialla e il Battista che piangeva al suo funerale. E passava anche lei, sdraiata con le mani in croce, con indosso il vestito cilestrino coi bottoncini gialli e il fazzoletto rosso e giallo al collo, e al pensiero di essere morta scoppiava a piangere per il dispiacere. Ma subito rideva, che adesso il ciabattino era pagato fuori per bene, e, invece che a sposarsi, lo menavano alle carceri mandamentali di Cuvio.</p>



<p>La mattina del martedì, una settimana giusta da che era scoppiata la baraonda, la Martina andò al campo col Battista innanzi lo spuntar del sole, per lavorare col fresco. Zapparono per un pezzo, e il Battista sacramentò per l’annata grama. Poi vennero a casa insieme che ancora non erano le otto, e, per colazione, mangiarono un po’ di latte con la crosta della polenta. La Martina aveva da fare il bucato, e il Battista tornò al campo da solo.</p>



<p>Al lavatoio, cosa strana, non c’era nessuno. La Martina tirò fuori i panni dalla cesta e mise a bagno i fazzoletti e le calzette. Dall’acqua salì odor di rose marce. E l’immagine di una donna vestita di nero, con la faccia gialla e triste.</p>



<p>«Cosa volete?» fece la Martina, e levò svelta fazzoletti e calzette dall’acqua, mica che fosse avvelenata.</p>



<p>La donna non rispose; l’espressione era uguale a quella della Madonna addolorata. La Martina prese la sua cesta e scappò via svelta tra i vicoli e le corti. E la donna dietro, zitta e gialla, con la faccia che metteva addosso la voglia di piangere.</p>



<p>La Martina si voltò due volte, e due volte la vide che la seguiva, ma senza venire troppo vicina, come una che non vuol farsi vedere. Si voltò la terza volta quando arrivò davanti a casa del sindaco Longhi. Il campanile stava battendo le nove.</p>



<p>«Ho bisogno di parlarci al sindaco» disse alla serva. E neanche lei sapeva se voleva dirgli ancora di provare a convincere il Gioàn, o se voleva chiedergli di far menar via la donna dai carabinieri.</p>



<p>Il sindaco si stava vestendo. Alzò gli occhi al soffitto, a chiedere al Padreterno la pazienza di far dietro una volta di più alla Martina, e le mandò a dire di aspettarlo un momento. La Martina, però, vide la donna venire più vicina, le prese la paura e scappò via. Così, quando il sindaco scese in strada, non trovò nessuno, alzò le spalle e tornò in casa a fare colazione con il cioccolatte.</p>



<p>La Martina entrò nella corte quasi di corsa e andò di filato dalla Menghìn, che mondava il riso sull’uscio di casa.</p>



<p>«Ci avete un po’ di tabacco?» chiese, e intanto curava se la donna le veniva dietro fin lì.</p>



<p>La Menghìn fece di no con la testa. La donna sembrava sparita.</p>



<p>«Vado a prenderlo io» disse la Martina.</p>



<p>La Menghìn finì il suo lavoro, poi si mise a tagliar giù due cipolle per la minestra. La Martina andò fino alla privativa, comprò il tabacco da fiuto e tornò con uno scartozzino di quello fino.</p>



<p>«Sei bianca» disse la Menghin. «Stai male?»</p>



<p>La Martina disse che era colpa della rabbia che le avevano fatto prendere. «<em>G’ho el stomech infesciaà</em>» disse, e questa non era una bugia, perché vedere la donna vestita di nero e sentire un peso sullo stomaco erano una cosa sola. Si cacciò nel naso una presa di tabacco e starnutì. L’odore del tabacco le riempì la testa e diede una mossa alle gambe.</p>



<p>La donna la aspettava nella rughetta, nera e ferma come la rusascia. La campana suonò le dieci. La Martina incrociò gli occhi sporgenti della donna, e la notte le scese nella testa e nel cuore.</p>



<p>Le gambe la portarono nella corte del ciabattino, e la donna dietro, attaccata ai piedi uguale alla sua ombra. Il Gioàn stava attaccando un tacco, seduto davanti alla porta della bottega, quando la Martina gli oscurò il sole, fosca e minacciosa come una nuvola di tempesta.</p>



<p>«Martina&#8230;» balbettò il Gioàn, e negli occhi le vide passare le sere nei prati e la promessa di un fazzoletto nuovo, per la processione della Madonna. E poi il vestito color ciliegia, e i confetti, e le castagne. E la vita di sposa, con lui in bottega e lei che gli portava il desinare di uova sode e cetrioli dell’orto. E tutto, le sere nei prati e i confetti, le uova sode e la vita di sposa, sprofondava nel pozzo scuro degli occhi della Martina.</p>



<p>«Martina, io&#8230;» si alzò il Gioàn, con la voce tremebonda.</p>



<p>La Martina diede un grido, e dalla bocca le uscì la voce del diavolo in persona, uguale a quella strega della Maria Cassina. Puntò il dito in aria, a chiamare il Padreterno a testimone: «Mò ti pago io!» urlò, con la faccia di una che era lì lì a bergli il sangue e mangiargli il cuore. «Giuramento!»</p>



<p>Sputò in terra e corse fuori dalla corte. Il Gioàn restò lì con le guance bianche e le gambe di stracchino a guardarla che spariva dietro il cantone, poi andò di filato a cercare un po’ di coraggio all’osteria.</p>



<p>Col passo svelto di chi ha paura di far tardi, la Martina attraversò i vicoli, le rughette, i cortili. Adesso era la donna ad andare davanti e la Martina a venirle dietro, nera e silenziosa come le ombre lunghe del vespro. Arrivarono in corte, passarono davanti all’uscio della Menghìn, entrarono in casa. Il vestito cilestrino coi bottoncini gialli era appeso al muro, fresco di stiro e di bucato. La donna si sedette sull’unica sedia, con le mani in grembo e il sorriso di compassione delle madonne e delle sante. La Martinachiuse la porta.</p>



<p>In campo, intanto, il Battista aveva ricominciato a zappare e sacramentare. Sentì suonare le undici, e si chiese che fine avesse fatto la Martina; ma sicuro si era fermata al lavatoio a far andare la lingua invece che le mani. Finito con la zappa, cominciò col falcetto, che la siepe veniva avanti troppo e rubava posto alle verze e alle patate. Il sole picchiava forte, e la camicia si attaccava alla pelle chiamando i moscerini a dar fastidio.</p>



<p>«Don! Don! Don!» si fece sentire il mezzogiorno. Il Battista alzò la testa: adesso andava a casa a prenderla e le faceva passare la voglia di andare in giro a ciciarare a suon di bastonate. La Menghìn lo vide attraversare il cortile col falcetto in mano e l’aria sversa da temporale incombente.</p>



<p>«Oggi la Martina si prende le sue canelate&#8230;» scosse la testa.</p>



<p>Il Battista entrò in casa della sorella senza neanche bussare: «Martina!» chiamò.</p>



<p>Ma la Martina non poteva rispondere. Pendeva da una trave, con una corda al collo e lì di fianco la scaletta su cui era salita per fissarla al soffitto.</p>



<p>Con un colpo di falcetto, il Battista corse a tagliare la corda, tirò giù la sorella, la sdraiò sul letto. Ma la Martina era già fredda come una biscia.</p>



<p>«Menghìn!» chiamò il Battista. E la Menghìn piantò lì la minestra nel piatto, ché si capiva dalla voce che era cosa grave.</p>



<p>«Gesùmaria!» si segnò la Menghin entrando.</p>



<p>Dietro di lei arrivarono le donne, i bambini del cortile, il sindaco Longhi, e poi anche le autorità della giudicatura mandamentale, venute giù apposta da Cuvio.</p>



<p>E la Martina lì sul letto, già vestita per il funerale, con la veste cilestrina coi bottoncini gialli, in collo il fazzoletto giallo e rosso, e la treccia fissata con gli spilloni d’argento, senza neanche un capello fuori posto.</p>



<p>«Si è appiccata per amore» bisbigliò il sindaco al giudice, passandosi il fazzoletto sulla fronte. Il giudice fece segno di sì con la testa, ma le indagini andavano fatte lo stesso, e disse al Battista che doveva andare a deporre, mettendogli addosso l’agitazione.</p>



<p>Fuori, nel cortile, arrivò per ultimo anche il Gioàn ciabattino, con gli occhi lustri di vino. Fu solo lui a veder sgusciare via, tra gli zoccoli delle donne, una grossa rusascia, tutta nera e luccicante, con le stelle gialle sulla testa e l’odore delle rose appassite.</p>



<p><em><u>Nota</u></em></p>



<p><em>Il racconto è tratto fedelmente dagli atti di un’inchiesta del 1863 in Valcuvia, sulla sponda lombarda del lago Maggiore. Nomi, eventi, dettagli dei luoghi e degli oggetti e persino le parole dei protagonisti provengono senza variazioni di sorta dai documenti giudiziari. L’immaginazione dell’autrice ha aggiunto solo la presenza della salamandra, che nella tradizione popolare incarna le forze oscure del mondo e dell’animo umano.</em></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Quando mio padre finì nel lavello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2025 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marta Aiello]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marta Aiello</strong> <br /> La notizia che mio padre era morto me l’ha data lui. Mio padre. Ero andata da lui per comunicargli che io e Carlo ci eravamo separati, anche se era successo già da quasi un anno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marta Aiello</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-113777" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne-178x300.jpg 178w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne-150x253.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne-300x506.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne-249x420.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/500px-Le_Pere_du_peintre_lisant_LEvenement_par_Paul_Cezanne.jpg 500w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" /></p>
<p>La notizia che mio padre era morto me l’ha data lui. Mio padre. Ero andata da lui per comunicargli che io e Carlo ci eravamo separati, anche se era successo già da quasi un anno. Avevo messo in mezzo un tempo di sicurezza, una specie di punto di non ritorno per togliergli ogni speranza in un ripensamento.</p>
<p>Nasconderglielo non era stato difficile, i genitori sanno poco delle vite dei figli adolescenti, di quella dei figli adulti non sanno niente.</p>
<p>Eravamo seduti da soli nella cucina di casa sua, che è anche il salotto dove riceve le visite che ormai sono rarissime e non autorizzano lo spreco di una camera deputata a quest’uso. La cucina di mio padre inoltre è la sua camera da letto perché ci ha messo un divano per gli ospiti che non invita e ormai dorme sempre lì, ospite di se stesso. La cucina fa anche da camera da pranzo, mio padre mangia sul tavolo che usa come scrivania quando non è apparecchiato. Anche il suo studio è in cucina, infatti. È lì che guarda la tv, è lì che mio padre tiene centinaia di libri che nessun dispositivo elettronico è riuscito mai a scalzare definitivamente, sorte che non è toccata alle videocassette ormai obsolete. VHS di film, documentari storici che lui stesso ha registrato dalla tv: tutti i matrimoni delle corti reali, l’attentato alle torri gemelle, l’abbattimento della statua di Saddam, le fumate bianche per l’elezione dei papi, la caduta del muro di Berlino ma anche varie morti del cigno e Coppelie. In uno degli scaffali, nel terzo precisamente, ci sono i filmini di famiglia in vhs, girati con una telecamera oggi guasta. Nessuno li guarderà mai, i videoregistratori non esistono più e l’archivio si perderà ma mio padre non li butta.</p>
<p>Dovremo farlo noi, praticamente è come se ci lasciasse pieni di debiti. Mio padre è un capitalista della memoria, come tutti i capitalisti destinato a vedere scialacquare agli eredi tutto quello che ha accumulato, ricordo dopo ricordo.</p>
<p>Alle spalle del tavolo pieno di carte, fogli e penne e minutaglia dello stesso campo semantico della vecchiaia (occhiali, un portapillole, forbici, cartoleria varia, c’è pure una lente d’ingrandimento, fazzoletti ben ripiegati ma sporchi, fazzoletti appallottolati ma puliti, blister e boccette), c’è una seconda libreria alta fino al tetto, zeppa di libri impilati sia in verticale che in orizzontale. Nemmeno un buco libero, uno sgomento di vuoto adeguatamente rimosso.</p>
<p>Considerando che ce ne saranno una cinquantina per ogni ripiano e che sono in tutto nove ripiani, facendo un rapido calcolo approssimativo, mio padre possiede poco meno di cinquecento videocassette.</p>
<p>Considerando che ogni videocassetta è di quattro ore, fanno quasi duemila ore di scene accadute nelle vite degli altri e nella nostra, che mio padre aveva voluto salvare dall’oblio. Poi basta, poi sono iniziati i primi smartphone e gli archivi storici delle famiglie si sono persi meglio, in più dispositivi guasti la cui memoria pensiamo sempre che recupereremo e forse succederà davvero.</p>
<p>Lo faremo a consuntivo, quando ci volteremo a guardare al passato per raccontarcelo meglio, approfittando del fatto che i morti non ci potranno smentire.</p>
<p>Lo faremo per rivedere le immagini dei volti dei genitori che non siamo riusciti ad amare e finalmente per amarli da lontano, com’è facile amare tutte le cose che non amiamo affatto.</p>
<p>Lo faremo quando sarà troppo tardi per correggere la storia, andarli a trovare, tenergli la mano.</p>
<p>Lo faremo, insomma, quando saremo sgravati dalla possibilità di comportarci meglio.</p>
<p>La cucina-studio-salotto-stanza da pranzo-camera da letto di mio padre è la stanza più piccola della sua casa che ne ha in tutto cinque: la cucina, lo studio, il salotto, la stanza da pranzo, la camera da letto, ognuna di queste grande almeno il doppio della cucina dove sono certa che, se potesse, mio padre farebbe montare un cesso.</p>
<p>Con tutte le sue cose, mio padre vive lì dentro da anni ormai come se lo scarico del lavello, un po’ alla volta avesse risucchiato oggetti e funzioni e memorie. Che poi è quello che fa la vecchiaia, risucchia le cose e le consegna alla morte che le ingoia.</p>
<p>Le case ci somigliano e nel tempo, la sua si è ridotta sempre di più, come se cercasse una consuetudine progressiva con la bara che diventerà la sua ultima casa.</p>
<p>Eravamo seduti da soli, io e mio padre, nella cucina di casa sua e lui mi guardava senza vedermi. Non perché è vecchio, è stato così sempre. Io non gli interesso.</p>
<p>Per questo quando vado a trovarlo non parlo mai di me ma di cose generiche, notizie del telegiornale per lo più.</p>
<p>A un certo punto mi ha interrotto seguendo il filo dei suoi pensieri e ha esclamato:</p>
<p>“Lo sai chi è morto?”</p>
<p>“Chi?”</p>
<p>“Il mio amico…”, e ha detto un nome.</p>
<p>“Ma chi è?”, ho fatto io che non l’avevo mai sentito nominare. Di solito, infatti si trattava di sconosciuti che mio padre stesso non aveva mai frequentato né stimato né degnato di un pensiero e che diventavano suoi amici solo quando ne leggeva i necrologi sul quotidiano, che acquistava esclusivamente per tenersi informato sui defunti della città. Suoi coetanei, soprattutto.</p>
<p>Non usciva di casa quasi più mio padre, ma per questi morti indossava il loden blu, si faceva mandare un taxi e partecipava ai loro funerali.</p>
<p>Una volta l’ho accompagnato io. Stavo seduta su una panca in fondo alla Chiesa e lo osservavo.  Nel breve tragitto verso la bara posta sotto l’altare, l’ho visto rinverdire, sollevare le spalle in una postura di composta dignità, muoversi agile nella piccola folla degli intervenuti, stringere la mano a questo e a quello, guadagnare la scena come un parente stretto del defunto, rivolgere a tutti espressioni di contrizione per un morto che non poteva sollevarsi a sedere nella cassa, dare di gomito a qualcuno ed esclamare “Ma questo chi cazzo è?”</p>
<p>Ha terrore di morire mio padre e le morti di questi sconosciuti che, tutti in riga davanti ad un plotone d’esecuzione vanno cadendo, lo rassicurano. Come se la morte fosse un idolo pagano da placare sacrificandogli un numero specifico di vittime che non può essere superato: sette fanciulli e sette fanciulle per il Minotauro per dire, antichi retaggi della sua cultura classica.</p>
<p>E insomma, a un certo punto gliel’ho detto, “Io e Carlo ci siamo separati quasi un anno fa. A giugno, ed è definitivo. I ragazzi l’hanno presa bene, la casa dove mi sono trasferita è vicina alla nostra. Insomma, alla casa dove Carlo è rimasto. I ragazzi sono grandi, vanno e vengono. Una settimana da lui, una da me”.</p>
<p>Ho aspettato tutto il silenzio che è venuto dopo e d’un tratto mi è venuta una tenerezza che da me, proprio non mi aspettavo. Per la soddisfazione d’essere riuscita a dirglielo senza temere il suo giudizio, di colpo lo volevo abbracciare come ci succede dopo una vittoria. Che cosa avevo vinto? Una nuova solitudine, lo sapevo già. Ma era la mia, era quella che avevo scelto. Ho resistito all’impeto, sono rimasta immobile e a un certo punto, lui mi ha guardato con tristezza.</p>
<p>“Mi dispiace per Carlo”.</p>
<p>Ho avuto bisogno di qualche istante per capire. Ero rimasta senza casa, la mia vita era andata in pezzi.</p>
<p>“E per me non ti dispiace, papà?”</p>
<p>“Tu sei forte”, ha detto. E non era un complimento.</p>
<p>Forse avevo sbagliato le parole per dirlo.</p>
<p>Avevo davanti agli occhi interi scaffali pieni di libri zeppi di parole, combinazioni innumerevoli di un seppur sparuto alfabeto e stavano chiuse tutte lì, dentro i libri che non mi avevano aiutato, scrigni senza chiave. Avevo usato le parole nella combinazione sbagliata.</p>
<p>Sono rimasta per un po’ a fissare i libri di mio padre. Non erano i miei, non aveva mai voluto che li toccassi. Appena ero stata più grande, i libri avevo iniziato a comprarmeli da sola e moltissimi erano copie di quelli che avevo in casa, nelle librerie di mio padre a cui non avevo accesso. Per questo i libri io li leggevo con fame, come in seguito avrei fatto ogni cosa che mi era stata negata, ma li trattavo sempre male, anche quelli che amavo. Amavo le parole, non i libri. Segnati a penna, con un pennarello che rendeva illeggibile la pagina del retro, lordati con disegnini e numeri di telefono appuntati sul momento, irti di emoticon ai margini, strappati, spiegazzati, con le pagine unte, le macchie di caffè e trucco ovviamente, coi dorsetti scollati e le copertine con i buchi delle ‘O’ e delle ‘A’ campiti con la biro, con segnacci orizzontali di penna sulla prima pagina, quella bianca, profondi come di lama di coltello, incisi scarabocchiando per far uscire l’inchiostro di una bic, mollati per terra, lanciati con un calcio sotto il letto, persi per incuria, abbandonati sotto il banco di scuola, prestati a chiunque  senza richiederli indietro, gonfi e sformati perché caduti dentro la vasca da bagno e poi asciugati col phon o sul termosifone, messi a faccia in giù in castigo e schiaffati per terra, pieni di orecchie. I miei libri hanno subito da me tutte le angherie.</p>
<p>Eravamo seduti da soli, io e mio padre, nella cucina di casa sua. L&#8217;uomo contro cui avevo lottato e ora intendevo mettere di fronte alla verità della mia vita non esisteva più. Al suo posto c&#8217;era un vecchietto terrorizzato dall&#8217;idea di doverla fare finita. Non avevo più niente da dirgli, ho aspettato qualche minuto almanaccando dentro la testa una scusa qualunque per andarmene.</p>
<p>Mi sono alzata e ha detto:</p>
<p>“Ma lo sai che sono mesi non leggo più?”</p>
<p>“In che senso?” ho detto allarmata, “cosa non leggi, papà?”</p>
<p>“Niente. Non leggo più niente”.</p>
<p>“Romanzi? Saggi?”</p>
<p>“Niente. Neanche giornali”.</p>
<p>“E i necrologi?”</p>
<p>“Nemmeno”.</p>
<p>“Mesi? Cioè, da quando?”</p>
<p>Non mi ha risposto. Gliel’ho chiesto di nuovo “Da quanto tempo?” ma lui, niente.</p>
<p>Ho gridato, “Da quanto tempo, papà?”</p>
<p>Ha guardato un punto lontano ma non era distratto da qualcos’altro che aveva attirato la sua attenzione, semplicemente non guardava più nulla e si è alzato in piedi. Dovrei dire che in quel momento, mentre lo vedevo indietreggiare verso lo scarico del lavello, sempre più distante e più piccolo, girare su se stesso come dentro un vortice, salutarmi col braccio sollevato, poi la mano soltanto, lo sfarfallio delle dita a farmi ciao, scomparire risucchiato, ho provato nostalgia. Ma anche in questo caso, sbagliavo le parole. Non si ha nostalgia di quello a cui, anche potendo tornare indietro, non si tornerebbe affatto.</p>
<p>Mio padre era morto da quasi un anno e mi mancava come quando era vivo. Ci sono persone che non rimpiangiamo per quello che sono state ma per quello che avrebbero dovuto essere e non sono state mai.</p>
<p>Non avrebbe saputo della mia separazione. Non eravamo seduti da soli, io e mio padre, nella cucina di casa sua. Non era vero niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Buchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2024 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Serena Barsottelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Serena Barsottelli</strong> <br /> La sensazione che provava non era simile ai brividi. Eppure spesso tremava. Non si trattava neppure dell'umidità, quel freddo capace di filtrare sotto il primo strato di pelle e poi sciogliersi nei cunicoli tra nervi e vene.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Serena Barsottelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-109318" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4-150x218.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4-300x436.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4-289x420.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/08/495px-Gryllotalpa_2009_G4.jpg 495w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /></p>
<p>La sensazione che provava non era simile ai brividi. Eppure spesso tremava. Non si trattava neppure dell&#8217;umidità, quel freddo capace di filtrare sotto il primo strato di pelle e poi sciogliersi nei cunicoli tra nervi e vene. Quel freddo, per capirci, che dicono scavare  e insediarsi per non uscire più. Quello che dimora dentro le ossa, e dallo scheletro poi si propaga, disperdendosi, dove i raggi non vedono, in un mare assoluto e nero.</p>
<p>Il dolore, invece, arrivava dopo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La pianta appassiva lenta. Oppure sprofondava sotto la terra.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si era convinto che la scarnificazione fosse parte del processo quando Melody, la ragazza dalle tette piccole e dai capelli verdi che lavorava sulle strade del primo anello di periferia, gli aveva fatto notare una certa somiglianza di suoni tra <em>scarnificazione</em> e <em>sacrificio</em>. Lui, un po&#8217; per il rumore del traffico e del treno in transito sulla linea sopraelevata &#8211; <em>il treno dei morti</em>, così lo chiamavano i tossici come lui, ché barcollando alle sue fermate ci finivano sotto &#8211; , un po&#8217; perché quella roba era fatta per rallentargli il cervello, aveva faticato a coglierne l&#8217;assonanza. Eppure, pensava, Melody era una che sapeva quello che diceva: un mezzino per un lavoretto con la bocca &#8211; rigorosamente senza denti, prometteva, giacché le erano caduti tutti. Per una cosa completa ci voleva una dose. Se le portavi quella buona o se le davi la quantità giusta di denaro per acquistarla, ti concedeva un piccolo extra. I suoi clienti preferiti non erano quelli che le offrivano un riparo per la notte o una doccia, ma quelli dell&#8217;extra. Lei diceva che erano amici su cui poteva sempre contare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’animale lavorava con le zampe anteriori e con quella bocca pelosa, facendosi strada dove gli altri insetti non osavano avventurarsi. Avevano paura di spingersi tanto in là: preferivano rinunciare alla prelibatezza e accontentarsi di ciò che la superficie offriva loro in ogni stagione dell’anno. Non si preoccupavano del freddo, gli altri, che in certi periodi dell’anno sembrava ucciderli. Il calore bruciante del sole estivo non procurava alcun fastidio, inebriati com’erano dal profumo dolce dei frutti appena maturi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lui di certo non aveva amici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Incuranti del contadino, e degli uccelli in agguato, gli altri insetti si arrampicavano sulle foglie verdi e succhiavano.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era più difficile per un uomo trovare qualcuno disponibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Avrebbero potuto contrastarlo con il veleno. Un tentativo di avvelenare la morte. Eppure era mosso solo dall’istinto, e l’istinto dalla fame. Alimentarsi, sopravvivere, nascondersi. Essere invisibile, e poi spogliarsi da preda per diventare a propria volta predatore.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Melody, dunque, gli aveva esposto quella strana teoria per cui ogni sofferenza fosse necessaria. Persino quella autoprodotta. I tatuaggi ormai verdi &#8211; tanto avevano perso l&#8217;intensità dell&#8217;antico nero, assumendo una sfumatura di colore simile a quella dei capelli e poi, quando qualcosa nel fegato aveva iniziato a fare i capricci, della pelle &#8211; erano al centro del suo petto. Dalla tetta sinistra spiccava il volo una fenice; sulla destra, invece, un uomo dalle ali sciolte precipitava nel nulla; aveva la testa all&#8217;altezza del cuore. Una volta le aveva chiesto se non fosse stato meglio invertire le immagini, rappresentando dapprima un sogno che si spezza e poi la volontà di risorgere. Melody aveva sorriso. Melody non gli aveva risposto. Gli aveva toccato il braccio, lui aveva sussultato.</p>
<p>È per i buchi, gli aveva detto.</p>
<p>Già, aveva annuito senza comprenderne il motivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’animale era abituato all’oscurità del sottosuolo. Preferiva quello umido, più facile da scavare. Quello che accoglieva lombrichi e larve di altri insetti. Quello che lo rendeva affamato anche dei propri simili.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I buchi se li faceva sotto le unghie delle mani o, meglio, in quel sottilissimo filo di carne che resisteva. Se le mangiava, un tempo. Poi avevano iniziato a spezzarsi: si sfaldavano, strato dopo strato, dose dopo dose. Era perché gli mancava qualcosa, forse del calcio. Che cosa rende più forti le unghie? Ma chi se ne frega, pensava succhiando il sangue e lo sporco che si annidava lì. Chi se ne frega; c&#8217;è la roba.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I buchi dalla superficie portavano tutti al buio. Non tentava mai di risalire, anche se avrebbe potuto volare. La luce lo infastidiva e interrompeva la caccia. Quando ci si abitua alle tenebre, poi si fatica a vivere sotto il sole.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima volta aveva infilato un ago sotto la lunetta delle unghie nel tentativo di ripulirle: il nero della polvere, del sangue, del sudiciume grattato via dalla pelle. Lo sporco era rimasto al proprio posto, e a lui era venuta la geniale idea di provare a farsi lì. Mica semplice trovare dei flussi di sangue in cui far scorrere la roba. Così, di tanto in tanto, provava con lo strato di pelle tra le dita: quello tra il pollice e l&#8217;indice era il più grande e, messo controluce, rivelava il sottile vaso che lo attraversava. Quello, aveva compreso, era il punto perfetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E il sottosuolo era comodo da abitare se eri in grado di scavare. Costruire gallerie, e chi se ne frega se quello che è in superficie prima o poi cadrà e collasserà. All’animale interessano solo le radici.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La droga entrava nel corpo da quel minuscolo foro, sfondando la prima barriera della pelle, e poi gli altri strati, uno dopo l&#8217;altro. Era appena doloroso, e il dolore si ripeteva ogni volta, quasi fosse impossibile abituarvisi. Allo stesso tempo quel fastidio gli procurava una leggera scarica di piacere, come quel tipo di solletico che dura troppo a lungo e ti costringe a ridere, a piangere e a invocare pietà. Persistente, più che acuto, resisteva anche dopo, quando l&#8217;ago era stato estratto. Niente a che vedere con quella sensazione intensa che avrebbe provato poco dopo, ma una smussata, quasi impossibile da percepire se non ci si concentrava sulla zona di iniezione. Era questo l&#8217;effetto della roba: trovarsi al contempo dentro e fuori il proprio corpo. Attorcigliato su sé stesso e vuoto come un&#8217;ammonite di cui sia sopravvissuto solo il guscio.</p>
<p>Anche gli animali dovevano essere entrati in lui da quel buco.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Quando ne trovava una, poteva tagliarla per continuare a scavare. Accadeva se non aveva fame o se la radice non era particolarmente prelibata. Preferiva mangiare quelle dolci, gustando il contrasto con il sapore ferroso della terra che le sporcava. Era quello il connubio che lo rendeva vorace.</em></p>
<p><em>In superficie, intanto, il fiore chinava il capo, la foglia la punta affusolata.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Melody gli aveva suggerito di scegliere aghi più piccoli, così i buchi sarebbero stati troppo sottili e i parassiti non sarebbero riusciti a penetrare. Gli aveva anche detto di farsi in posti asciutti, lontano dall&#8217;umidità e dalla terra. Le pozzanghere erano una brutta cosa, anzi, la peggiore. Doveva evitare di calpestarle e non avvicinarsi alla strada quando l&#8217;asfalto era bagnato. L&#8217;ideale sarebbe stato non sostare all&#8217;aria aperta nelle giornate di pioggia. Gli animali, diceva Melody, dovevano venire da lì. Evitare umidità e sporcizia, aveva sottolineato, quasi lo reputasse un porco che si divertiva a razzolare nel fango.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che stupidi, pensava &#8211; se agli animali è concesso il dono del pensiero. Altrimenti sentiva, sentiva soltanto, insieme alla vibrazione delle proprie antenne e al movimento delle zampe anteriori che scavavano, scavavano, tagliavano, finché non arrivavano le lamelle dei denti, e il morso. Che stupidi, sentiva, che stupidi ad accontentarsi di quello che appare, di ciò che il vento smuove. Essere costretti ad aggrapparsi a un filo d’erba piegato dal vento o da passi degli uomini, anziché trovare il proprio riparo nel sottosuolo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Osservandosi nel riflesso di una vetrina, aveva scoperto di avere ditate scure su entrambe le guance e uno strato profondo di nero sul mento, nel punto in cui ci si sarebbe aspettati la barba. Cercò una bottiglia vuota tra l&#8217;immondizia ai bordi della strada e vagò in cerca di una fontanella. La maglia era maculata di sudore, e per un attimo pensò di strizzarla, di bere tutto il liquido rimasto intrappolato nel tessuto. Oppure di farsi, di allungarlo insieme alla prossima dose. Forse non sarebbe stato poi tanto differente da quando dopo aver svuotato la siringa dalla miscela la riempiva del proprio sangue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’animale trascinava la parte posteriore del corpo sbilanciandosi in avanti.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Quei bastardi dovevano averle tolte tutte. Tutte le maledette fontanelle. In nome del decoro, forse. L’uomo tornò a camminare nelle strade, grattando le braccia. Un’unghia si spezzò nella foga e schizzò tra i guizzi delle auto, nel traffico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le antenne battevano contro il muro di terra, ma l’animale non provava dolore.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Forse era colpa di un filo, un filo che si era allentato, e stuzzicava la pelle come la coda di un topo. Fai smettere questo fastidio, pregava in silenzio, e la droga non gli rispondeva. Continuava a scorrere nelle sue vene, e dalle sue vene ai suoi organi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sapeva solo di dover scavare, più in profondità, e costruire una buca abbastanza grande da contenere le uova.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>E dagli organi si propagava come i raggi di sole quando il tempo è velato dall’afa estiva. Intaccava il punto buio, quello sacro e antico, dell’uomo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E quando le aveva deposte, riprendeva il viaggio.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’uomo aveva iniziato a camminare sul lato della ferrovia. Le architetture antropiche lasciavano via via il posto a quelle naturali, e al deturpamento che la disperazione di certi uomini e di certe donne lasciava con il proprio passaggio: materassi tra il fogliame, fazzoletti ombreggiati di rosso o di marrone. Un assorbente, usato. Delle bottiglie, vuote. Sacchi, sacchi rotti e sacchi ridotti in brandelli. Sacchi che un tempo forse erano stati pieni, poi non più. Erano stati svuotati e non stavano più ritti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>C’erano ammaniti, ossa di qualche animale domestico sepolto, pochi spicci che avrebbero riflesso la luce del sole ma sottoterra no.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ecco! Eccolo! Gridò. Osservava il suo braccio, le geometrie martoriate di vene, buchi, tatuaggi svaniti, ferite infette. Eccolo, gridò, puntando il dito sull&#8217;insetto che sbucava dall&#8217;unghia, nello strato di pelle così sottile che sembrava appartenere a nessun corpo. Eccolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dal fittone si diramavano tante radici e radichette. Sembrava un albero al contrario. Questo avrebbe pensato l’animale se avesse avuto la capacità di elaborare un ragionamento. Ma sentì qualcosa di simile al calore del sole che da tempo non provava sul proprio corpo vellutato. Fece una capriola, poi allungò le zampe anteriori e staccò un frammento di radice. Aprì la bocca e si avvicinò.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Eccolo, sì, l’animale. E il treno? Melody gli aveva detto tante volte che ci sarebbe rimasto sotto come gli altri, e che come gli altri avrebbe continuato a viaggiare in eterno, da stazione a stazione, mendicando una dose o un po&#8217; di amore.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Le foglie della pianta, sulla superficie, ondeggiavano. Non soffiava vento. Non cadeva pioggia.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Riuscì a evitare l’impatto per poco, perché quella Melody doveva aver tradito il caro principio per cui era bene tenersi alla larga da certi posti. Alcuni, diceva, puzzavano troppo di morte anche per una tossica come lei.</p>
<p>Che cazzo fai? Le urlò in faccia. L’hai fatto scappare!</p>
<p>Scusa se ti ho salvato la vita!</p>
<p>L’animale! Aveva messo la testa fuori dalla pelle un istante fa, ma tu_</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le foglie si piegarono fino ad accarezzare il terreno. Poi sprofondarono giù in un buco.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’uomo guardò la ragazza con i capelli verdi di fronte a lui. Inclinò la testa avvicinandola al collo sul lato destro, poi sul sinistro. Cercò i suoi occhi; si perse tra le rughe della pelle che segnavano il viso dell’altra. Il treno corse alle loro spalle, incurante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il grillotalpa non era ancora sazio. Voleva altre radici.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chi sei? le chiese.</p>
<p>Mi prendi per il culo?</p>
<p>Chi cazzo sei?</p>
<p>Le braccia segnate dai buchi e dalle vene non prudevano più. Sentiva ancora il bisogno di farsi. Tutto il resto l’aveva dimenticato.</p>
<p>La ragazza dai capelli verdi si tirò su la manica. Non era pronta a bucarsi. Era sicura che qualcosa le fosse appena entrato dentro, dalle unghie o dal naso, e la stesse uccidendo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Persone che hanno nomi di morti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/27/persone-che-hanno-nomi-di-morti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2024 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Barberis]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lorenzo Barberis</strong> <br /> Qual era il nome di quel pesce corazzato del Devoniano? Quello che chiesi a mia madre per il compleanno, quello per cui piansi quando mi rispose che era estinto da duecentosessantacinque milioni di anni?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lorenzo Barberis</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-109016" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/640px-Cephalaspis_2-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/640px-Cephalaspis_2-300x158.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/640px-Cephalaspis_2-150x79.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/640px-Cephalaspis_2.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Qual era il nome di quel pesce corazzato del Devoniano? Quello che chiesi a mia madre per il compleanno, quello per cui piansi quando mi rispose che era estinto da duecentosessantacinque milioni di anni? Quale pensi che sia il motivo per cui non riesco a ricordarlo? Ha a che fare con quella sera in cui bevemmo un’intera bottiglia di Famous Grouse? È plausibile che io in quel momento ti avessi detto il nome esatto? Genere, specie, epoca geologica? O avevo già bevuto troppo per dire qualcosa di sensato? Avevi l’impressione che stessi cercando di fare colpo? Che forse in realtà non si trattava nemmeno del Devoniano, ma del Siluriano? Del Carbonifero? Stai parlando di quella sera alle autorità? Stai facendo il mio nome alla Corte Internazionale di Giustizia? Hai intenzione di esporre la leggenda diffusa dai miei compagni di dormitorio sull’odore dei miei piedi? Credi che io avessi già capito che ti piacevano i narcisisti? O puntavo invece sul tuo amore per la natura? Quanto dovevamo aver bevuto al nostro primo appuntamento per parlare di esoscheletri e di pesci paleozoici? Una sola bottiglia di Famous Grouse, magari due? Ti immagini se avessimo scolato due intere bottiglie, e invece di inciampare e trascinarci a vicenda giù dal pendio erboso, non ci fossimo mai alzati? Se a quel punto fossimo svenuti &#8211; come in un profondo coma etilico &#8211; per svegliarci la mattina dopo con un carlino che ci leccava la faccia, con un vecchio che portava fuori il sacco del vetro? Non sarebbe stato più facile? Che giorno era? Quanti preservativi avevi nella borsa? Avevi scrutato la luna? Quale pensi che fosse la relazione tra il whisky e tutto il resto? Sarebbe stato lo stesso da sobri? Avrei avuto l’accortezza di non venirti dentro? In quale fase lunare ci trovavamo? Crescente? Calante? Stabile? Sei sicura che quei preservativi non fossero scaduti? Con che cosa li fanno oggi? Li hai usati molte volte in quella settimana? A quanti seminari avevi partecipato? Perché avevi deciso di non tornare a casa? Di vederci direttamente nel campus? Non avevi paura che &#8211; attratto dal prato &#8211; mi sarei tolto le scarpe? E i calzini? Che avresti pensato che i miei colleghi avevano ragione? Che l’odore dei miei piedi sembra venire da un altro mondo? Dall’aldilà? Perché non hai detto niente? Sei stata educata a non badare ai difetti altrui? Tuo padre ti ha dato uno schiaffo quando hai detto che la signora grassa che passeggiava davanti a voi, in spiaggia, era una cicciona? È grazie a quella cicciona che sei stata gentile con me? Che hai fatto finta di interessarti ai miei fossili? Lo sai che ascoltiamo sempre un podcast sui dinosauri? Che quando June vede la carcassa di un gatto lungo la strada, mi chiede se è un branchiosauro? Mi chiede proprio: è uno pterodattilo? È un velociraptor, papà? Tu lo diresti alla piccola June che abbiamo ucciso noi quel gattino? <em>Tutti</em> quei gattini? Che nonostante tre dottorati in due, rotolavamo giù dalla collina come una coppia di cuginetti incestuosi, che ridevamo per il trifoglio che ti si era infilato in una narice? Te la sentiresti di spiegarle che anche uno specializzando in osteologia archeologica può avere un’erezione? Per così poco poi? Ti ricordi cosa dicesti? <em>Ti porti il lavoro nei pantaloni, doc</em>? Ero già scalzo in quel momento? Non avevi paura che il Magnifico Rettore potesse vederti così? Era lecito introdurre alcolici nel campus? Ti avevano già beccata prima? A fumare da una bottiglia di plastica? A frugare nelle mutande di una studentessa in Erasmus? Come è possibile che la più grande virologa della costa orientale non conoscesse il nome del più grande pesce corazzato del Devoniano? Non ti sembra strano? Non dovrebbero almeno nominarlo in questo vecchio podcast sui dinosauri? Perché mi sembra di essere l’unico interessato a questo argomento? Pensi che due disgrazie accadute in uno stesso istante equivalgano a un miracolo? Che meno per meno, più? Per quale motivo volevi mostrarmi il padiglione di ricerca? Non potevi semplicemente slacciarmi i pantaloni e cavalcarmi sul prato? Che cosa avrei dovuto dire di tutte quelle celle frigorifere?  Di tutti quei “non aprire”? Di tutti quei teschi stilizzati dentro triangoli gialli? Cosa se ne fa uno che vive di ossa e polvere di tutti quei liquidi e tessuti? Non avevi freddo? È possibile che le basse temperature congelino il lubrificante? E che una volta trasformato in brina, questo buchi il lattice? Quale pensi che sia il rapporto tra la termodinamica e quello che è venuto dopo? Non sei nemmeno un po’ stupita che io stia guidando una macchina? Che tua figlia, qui dietro, stia sonnecchiando mentre ascolta un podcast sui dinosauri? Chi ha chiamato quel padiglione <em>Padiglione June Almeida</em>? Te li fanno ascoltare i podcast in prigione? O ti tocca ascoltare tutto il giorno le tue compagne che trattano il prezzo delle sigarette? Qual è il tasso di mortalità nella nazione dove ti hanno esiliata? La curva di contagio è alta? Non ti pare ridicolo che io, scalzo e sudato in quel laboratorio, non abbia preso nemmeno un raffreddore? Pensi che io avessi abbandonato le mie scarpe sulla collina del campus? Le “bare”, come le chiamavano i miei colleghi? Ti piaceva l’idea di scopare guardando quella moltitudine di fluorescenze? È per questo che non hai acceso la luce? È per questo che facevamo l’amore a tre gradi sotto zero? Per evitare che l’odore cadaverico dei miei piedi ti uccidesse la voglia? Non pensi sia un falso mito questo del freddo che attutisce gli odori? Secondo te la piccola qua dietro lo ha capito che tutti quei gattini non sono morti investiti da un camion? Che non li ha rincorsi un cane cattivo? Hanno già fatto un podcast su di te? Dove lo trovo? Hai già raccontato di come ti dimenavi, e spaccavi le fiale, e rovesciavi le provette? Di come ti leccavi le dita prima e dopo? I tuoi interrogatori hanno già portato a definire un rapporto tra coito e strage? Tra sperma e genocidio? Siamo sicuri che sia proprio io il padre di June? Quanto pensi che dovrò andare avanti con questa storia che quelli lì lungo la strada, cotti dal sole e diminuiti nei loro stessi vestiti, sono dei micetti? A che velocità dovrei andare per evitare con prudenza tutte queste auto abbandonate sulla superstrada? Pensi che June sarà più da ossa, o più da microrganismi? Mi chiederà mai di te? Hai mai realizzato che tutti noi, esclusi gli animali, anche quelli scomparsi da millenni come il pesce dotato di esoscheletro del Devoniano, ed escluse le figlie delle pop-star americane che vengono battezzate con strane combinazioni di piante e costellazione, tutti noi altri che si scopa quando si può e si scappa quando si deve siamo nati con già addosso il nome impronunciabile di un morto?</p>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vorrei Parigi adesso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/24/vorrei-parigi-adesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Cinieri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanna Cinieri</strong> <br /> Ho paura che un camion mi travolga. Temo di finire tagliata in due da una lamiera o che un tronco a punta trasportato da un vecchio furgone sulla strada provinciale per Martina Franca mi trapassi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanna Cinieri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-107619" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1-150x197.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1-300x394.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1-320x420.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Abitacolo_ambientata_1.jpg 514w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho paura che un camion mi travolga. Temo di finire tagliata in due da una lamiera o che un tronco a punta trasportato da un vecchio furgone sulla strada provinciale per Martina Franca mi trapassi. Anni fa sfrecciavamo io e mio fratello sulla Taranto-Bologna senza soste a velocità inconcepibili e io ascoltavo musica: nessun terrore, avevo un cuore che era un mostro corazzato, tracimava luci dove manco Dio le avrebbe messe.</p>
<p>Sono tornata da Parigi da un mese, ho trovato Amilcare che non si tiene dritto sulle zampe: scivolano sul pavimento di marmo aprendosi come un mazzo di brugmansie arboree. Ho tenuto in mano un mazzo di brugmansie una volta: erano così bianche, le avevo prese dal giardino di mia madre, il loro albero le faceva nascere già appese, poi la notte diventavano lenzuoli abitati da fantasmi. Le brugmansie comunque mi davano sonno e Amilcare è così che lo vedo ora: come se dovesse dormire. Se penso al desiderio delle creature più piccole di restare sveglie sui bordi della terra mi viene da piangere.</p>
<p>All’appuntamento di venerdì scorso dal veterinario ci siamo andati in macchina, guidava mio padre: io tenevo Amilcare in braccio, ho pensato che il vetro dell’auto impattando con una qualunque delle auto della corsia opposta ci sarebbe scoppiato in faccia, saremmo stati io e il mio cane riflessi in centinaia di piccole schegge. Amilcare se ne sta andando, il veterinario me l’ha poi confermato: cosa pretende? mi ha detto guardando il suo corpo accasciarsi sulla lastra di metallo lì di fronte a noi — si stanno scaricando le batterie.</p>
<p>Soffre? Ho chiesto io.</p>
<p>Se non beve e non mangia, certo. Quindi ci pensi, ha detto mentre mi chiudevo la giacca prima di lasciare l’ambulatorio.</p>
<p>Andarsene a tratti, un boccone rifiutato alla volta, un goccio d’acqua che non scende, la sete che poi passa e non ritorna, che modi sono di farmi sentire l’eterno? Non riesco a contenere nessun infinito, se lo guardo da lontano già scompare, qui c’è è un mostro che lo terrebbe in vita anche a intermittenza, in un perenne panico, ma tra i fiori, amore caro, tra i fiori.</p>
<p>A Parigi ho visto per la prima volta Notre Dame, poi sono andata a inginocchiarmi ai piedi della statua di Giovanna D’Arco, sapevo che Amilcare era a casa di mia madre ad aspettarmi. Tutte le inutili preghiere bruciano, per questo a dieci anni diedi fuoco al giardino: la prima cenere caduta è stata quella delle brugmansie arboree, che magnifica danza hanno fatto, più belle di così non sono mai state. Mia madre gridava, eravamo sole dentro casa, io le presi la mano sudata e le dissi: siamo al riparo, pensa che sono solo luci dove Dio non le avrebbe messe. Poi vennero a spegnere tutto.</p>
<p>Ogni giorno è una parte di Amilcare che non risponde, ha la cuccia in camera da letto e intorno alla stoffa si annidano ciuffi di pelo rosso, li raccolgo piegandomi storta, il dolore che sento è imprecisato. Fuori dall’appartamento sono tutte auto che vorrebbero investirmi. Ogni ora della notte è anche peggio: posto che dalle diciannove in poi non ho nessun rimedio per Amilcare che si lamenta molto più che di giorno, la notte è una veglia su di lui che sonnecchia e sospira. Gli faranno male le ossa, le sue piccole ossa sottili; potessi mi farei una collana con le sue falangi e indossandola direi: questa collana è una mappa e se non vedi segnata Parigi è perché Amilcare non è potuto venire.</p>
<p>Vedessi invece i suoi occhi, pare che non abbia visto che questa stanza da letto in cui giace: una pupilla è ormai andata, non ci vede più per via della cataratta e il resto del colore scuro si è perso come un bambino in un parco dismesso. Vorrei Parigi adesso, l’albergo aveva una carta da parati con sopra stampati tanti cani diversi che indossavano occhiali da sole, ridevo di niente.</p>
<p>Ci pensi, mi ripete il veterinario quando lo richiamo. Io volevo solo avvertirlo delle feci liquide che ho trovato nella cuccia, se l’è fatta addosso mentre sdraiato guaiva.</p>
<p>Allora ho lavato Amilcare e l’ho preparato per uscire. Ho chiamato di nuovo mio padre per farci accompagnare. E siccome il mio cuore mostro non è più corazzato, una volta chiuso il telefono ho pianto per ogni singolo minuto che andava. Io ho messo quella giacca nera col pelo di orso, su di lui una coperta rossa da Cardinale. Abbiamo sceso le scale, sembravano altissime.</p>
<p>Ma è un perenne panico questo metterti tra i fiori, amore caro, tra i fiori. Le brugmansie arboree ancora bruciano.</p>
<p>Una volta aperto il portone i fari di enormi camion a tutta velocità ci hanno puntato addosso, autobus hanno deragliato e macchine ribaltate hanno cominciato a rotolare sulla strada. Sono rientrata nell’atrio, ho stretto più forte Amilcare, e senza avere più fiato ho richiamato mio padre: ci vogliono investire, papà, ci vogliono investire!</p>
<p>Rientrando dentro casa ho pensato alla lentezza. Ci sono solo porzioni minute di cose che si fermano, le altre si schiantano, perciò ho messo Amilcare nella cuccia e ho ripreso ad ascoltare musica.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rosa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/03/18/rosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Ramieri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Laura Ramieri</strong> <br /> Perché il Signor Rosa, che aveva una vita all’apparenza gratificante, di più, un uomo ammirato, non provava alcun sentimento? Qualcuno sapeva cosa significasse la scritta sul suo avambraccio?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Laura Ramieri</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-107204" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893-632x420.jpg 632w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/640px-Candyfloss_4825597893.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Prima di questa storia, nessuno sapeva perché il Signor Rosa amasse quel colore. In tutte le sue sfumature, dal brillante al pastello, ma solo, rosa.</p>
<p>Il Signor Rosa, il cui vero cognome era proprio Rosa, era alto e sottile, più simile a un lampione che a un uomo, aveva i capelli scompigliati, nei toni di un pomeriggio bruciato, e i baffi: folti, pettinati con le punte all’insù, rosa. Splendidamente, perennemente, rosa.</p>
<p>Il Signor Rosa lavorava al Luna Park della città, un piccolo spazio fisso fatto di dolciumi invitanti, cartomanti in lustrini, giostrine luccicanti, pupazzi simpatici. Di giorno era frequentato da bambini golosi, ragazzini curiosi, addetti ai lavori indaffarati, e un pizzico di quel senso di abbandono caratteristico di un luogo di divertimento quando c’è troppa luce. La sera, si animava magicamente delle più strane creature. Persone sfortunate, animali perduti, e tutti quelli segnati da difetti inaccettabili alla perfezione del giorno: cicatrici spaventose, deformità tremende, arti mancanti, cecità crudeli, sorti maledette. Ma a cosa serviva, nascondersi, se le persone <em>del giorno</em>, chiamiamole così, non si accorgevano di quelle <em>della notte</em>, chiamiamole così?</p>
<p>Il Signor Rosa abitava entrambi i mondi, quello <em>del giorno</em>, e quello <em>della notte</em>, e non provava assolutamente nulla.</p>
<p>Il signor Rosa aveva ipnotici occhi azzurro piscina, e indossava sempre al polso destro un braccialetto di perline nere lucide, che sfavillavano enfatizzando ogni suo movimento, e che nascondevano una scritta tatuata all’interno dell’avambraccio, una scritta nera, appena percettibile, in una bella grafia dal tocco infantile: Rosa.</p>
<p>Dettagli del Signor Rosa che venivano notati, ammirati come fantasticherie, e poi, dimenticati insieme alle sue magie. Di giorno, gli sguardi che si rivolgevano a lui somigliavano a scherzi cattivi. Di notte, la sua figura diventava incanto: l’infinita altezza, gli intriganti baffi rosa, i capelli scintillanti come fiamme. Un sogno a occhi spalancati. Tutte le notti il sorriso del Signor Rosa illuminava di meraviglia l’intero Luna Park, e la sua fila lunghissima si snodava paziente ed emozionata: il Signor Rosa era il proprietario del banco dello zucchero filato, lo zucchero filato più buono del mondo, si sussurrava, dal tramonto all’alba. Uno zucchero filato che da lontano, dall’ingresso del Luna Park, riconoscevi come la più stupefacente delle visioni: formava una nuvola quasi trasparente che galleggiava poetica in aria, fino a disperdersi, lenta, in piccoli soffi. E poi ricominciava. Uno spettacolo da togliere il respiro, e il profumo, dolce, dolcissimo, ma dolce come una cosa squisita a cui ti devi avvicinare, che devi vedere, toccare, insomma quella sensazione lì, irresistibile. Tutti, si mettevano in fila. Ammaliati dalle nuvole danzanti, innamorati del profumo delizioso, prendevano il loro posto come piccoli giocattoli, in ordine, con cura, e così ciascun abitante <em>della notte</em>, seppur nella sua tragedia, pareva illuminato. Il magnifico carosello della sciagura, improvvisamente sorridente e felice, aspettava il momento di trovarsi di fronte al Signor Rosa, ammirarlo girare lo zucchero filato, e ricevere infine il suo tanto bramato sguardo, uno per ciascuno di loro, uno sguardo che regalava amore e perdono. Li stregava con fascino e compassione e tutti, davanti a lui, restavano in silenzio, osservavano la procedura che il Signor Rosa compiva meticolosamente, con gesti precisi, e poi, nel momento di porgere quel bastoncino di meraviglia, li guardava in faccia: tutti, tutti, tutti, si sentivano graziati, di più, benedetti. Senza vergogna. Il Signor Rosa era uno specchio che mostrava bellezza, e i più disperati si rivolgevano a lui desiderosi di comprensione, di conforto. Il Signor Rosa non giudicava, e guardava tutti con lo stesso identico, incontenibile, amore. Questo, accadeva solo la notte. Il Signor Rosa aveva un unico gusto di zucchero filato, e ovviamente, era rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Signor Rosa non provava nulla, abbiamo detto. Come il più perfetto dei personaggi svolgeva un ruolo, non provava rammarico per le persone <em>del giorno</em>, e non provava affetto per le persone <em>della notte</em>, che pure sì, benediva, ma senza quell’amore spettacolare che pareva sprigionare dall’esterno. Il Signor Rosa non provava nessun sentimento. Il suo volto aveva due versioni, il giorno, e la notte, e finiva lì, come se non esistesse, fuori dal Luna Park. Le persone <em>del giorno</em> non avrebbero saputo dire di averlo visto in qualche altro luogo. Le persone <em>della notte</em> non si vedevano, di giorno, e forse vivevano solo al Luna Park, così che anche loro, il suo più fedele pubblico, non sapeva dire di averlo mai visto fuori dalla sua stessa magia.</p>
<p>Perché il Signor Rosa, che aveva una vita all’apparenza gratificante, di più, un uomo ammirato, non provava alcun sentimento? Qualcuno sapeva cosa significasse la scritta sul suo avambraccio?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Capitò che era Novembre, la notte nelle luci del piccolo Luna Park somigliava a un sogno fatato, tutto nebbia e brillii. Capitò nella fila senza movimento, senza accorgimento, come un’apparizione: occhiali dalla montatura rosa polvere, papillon rosa confetto, giacca rosa lecca-lecca, pantalone rosa bonbon, stivaletto rosa fucsia. Accanto a lui, un piccolo cane dallo sguardo triste. Il cane era tutto bianco, con una coda vaporosa tutta nera, e una macchia, anch’essa nera, attorno all’occhio destro. Il suo guinzaglio era colore rosa bambola. L’uomo rosa camminava a passi lenti, e il cane teneva la testa alta; i due personaggi seguirono la fila senza un respiro. Pur essendo adatti al contesto, stonavano terribilmente. L’uomo rosa era pallido, aveva gli occhi socchiusi come sottili fessure, e le rughe del suo viso si increspavano in infiniti disegni. Non parlò al cane. Forse qualcuno li guardò, meravigliandosi dell’abbondare di rosa, ma in quella fila erano nel posto giusto, e nessuno rivolse loro gesto, né salutò il cane: in quel bel colore sembravano nascondere qualcosa capace di allontanare anche le persone <em>della notte</em>. Qualcosa che non aveva nulla, di dolce, amorevole, rosa: qualcosa di freddo, di ingiusto. Qualcosa di orrendo.</p>
<p>L’uomo rosa e il cane bianco e nero raggiunsero il loro turno, e arrivarono davanti al Signor Rosa: ecco il momento. Il Signor Rosa divenne cereo, e si immobilizzò. Restarono a guardarsi, l’uomo rosa, il cane bianco e nero, e il Signor Rosa, rigidi come in un malvagio incantesimo. La lunga fila se ne accorse, ma rimase zitta, incapace di descrivere la scena, o di dire una parola. E poi, il cane abbaiò. Una volta, un verso delicato come un commosso saluto, da far battere lieto il cuore. Nell’improvvisamente silenzioso Luna Park una lacrima, dal rumore spettrale, agghiacciante, scese sulla guancia del Signor Rosa, perdendosi nei suoi bellissimi baffi rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una piccola croce costruita da due rametti giace in un campo di erba verdissima, protetta dal respiro di alberi felici. Vicino alla croce, una rosa dai petali lisci, rosa, perfetta. Accanto alla croce e alla rosa, tante altri croci, e tanti altri fiori. Al tramonto il cielo diventa rosa, e la luce, rosa, sembra guardare tutte le croci, abbracciandole con amore.</p>
<p>«Sei davvero tu?»</p>
<p>«Non hai più saputo amare, dopo di me.»</p>
<p>« Non volevo lasciarti sola.»</p>
<p>«Ma io sono in quel posto bellissimo. Tutto rosa.»</p>
<p>«Volevo restare con te, in quel rosa. In quella pace.»</p>
<p>«Non potevi. E adesso non vivi in nessun luogo.»</p>
<p>«Non è lo stesso rosa. Ma ti somiglia, Rosa, guarda.»</p>
<p>«Mi sei mancato.»</p>
<p>«Sei venuta a prendermi?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’uomo rosa alzò un mano e fece schioccare le dita, senza espressione. Lo schiocco sembrò velare il Luna Park di un cupo dolore, come se la morte in persona si fosse messa in fila, e avesse toccato tutti con il suo male. E quello, fu.</p>
<p>Per un solo primo e unico istante Il Signor Rosa, quella notte di Novembre di nebbia e brillii, perse misteriosamente il controllo del suo zucchero filato. Che devoto, non smise di continuare a filarsi, fino a invadere il banchetto, a ricoprire il Signor Rosa, per poi spargersi nel Luna Park che diventò tutto, tutto, tutto, una gigantesca nuvola rosa, e come la più appiccicaticcia delle caramelle intrappolò cose e persone e del Luna Park, per molti giorni, rimase solo un effetto nebbia che nascondeva la vista, e che nessuno voleva attraversare. Ovviamente, era tutto rosa.</p>
<p>Le persone <em>del giorno</em> si spaventarono, e dissero di aspettare, dissero che si trattava di qualche stranezza dovuta alle piogge, che sarebbe passata. La nebbia rosa durò fino al primo giorno di inverno, durante la notte uno scoppio come di un fuoco d’artificio fece rabbrividire per lo spavento chiunque lo udì. Mille sfumature di rosa colorarono il cielo. L’esplosione si portò via tutto: i dolciumi invitanti, le cartomanti in lustrini, le giostrine luccicanti, i pupazzi simpatici. Si portò via l’intero Luna Park. Ma dove sorgeva una volta l’area, come una aggraziata ombra, rimase, tra le erbacce e la terra, una polvere appiccicosa che nessuno ebbe il coraggio di attraversare, nemmeno di avvicinare. Ovviamente, rosa.</p>
<p>E credo che sia ancora, anche adesso, là.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Rosa, mia preziosa amica, la memoria serve a vivere per sempre.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sepsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/30/sepsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2023 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Sepsi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Gentile</strong> <br /> Cinque sei sette otto. Chi l’ha detto che bisogna cominciare a contare dal numero uno? I ballerini iniziano dal cinque. Cinque sei sette otto. E uno e due e tre e quattro. Otto passi, avanti e indietro per questa stanza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Gentile</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-105376" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Ballerinas_Weiss-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Ballerinas_Weiss-300x296.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Ballerinas_Weiss-150x148.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Ballerinas_Weiss-426x420.jpg 426w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Ballerinas_Weiss.jpg 608w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cinque sei sette otto. Chi l’ha detto che bisogna cominciare a contare dal numero uno? I ballerini iniziano dal cinque. Cinque sei sette otto. E uno e due e tre e quattro. Otto passi, avanti e indietro per questa stanza. Nessun armadio, né sedia, né tavolo. Hanno paura che ci riprovi ancora. Certo che ci riproverò. L’ho già fatto.</p>
<p>Oppure potrei iniziare con milleuno, milledue, milletre, millequattro. Se arrivo a milledieci sono sicura che sono trascorsi esattamente dieci secondi. Tre notti sono passate. Vedo farsi buio dalla piccola finestra in alto. Ora il cielo è grigio scuro: cozza con il biancore della stanza. Ma almeno dà un po’ di colore. Ecco, perfetto! Adesso s’è messo pure a tuonare. Forse tra poco la Madonna piangerà: mi diceva sempre così, mia madre, quando pioveva.</p>
<p>“Grazie Maria”, dico a voce alta.</p>
<p>“Chi è Maria?”</p>
<p>“La Madonna.”</p>
<p>“Vede la Madonna?”</p>
<p>Rido sguaiatamente.</p>
<p>“No… è che sta per piov… Lasci stare.”</p>
<p>“No, no, mi dica. Sono qui apposta”, mi incita.</p>
<p>Scuoto la testa e torno a camminare. A contare. A fare le giravolte. Poi un <em>plié</em>. Lo guardo torvo. Non mi sta simpatico. Però è un bell’uomo. Se non fosse per Bruno…</p>
<p>“Ora le faccio un <em>arabesque</em>”. Mi metto sulle punte dei piedi e mando una gamba all’indietro, sto per sollevare le braccia, ma perdo l’equilibrio. Riesco a non precipitare a terra. Ci riprovo: niente da fare.</p>
<p>“È brava!”</p>
<p>“Non ho rispettato la sequenza”.</p>
<p>“Da quanti anni studia danza?”</p>
<p>È chiaro: mi prende per il culo. Decido di ignorarlo e mi stendo sul pavimento. Porto su le braccia a altezza occhi e fisso i polsi legati. È per questo: sono sbilanciata. Restiamo in silenzio a lungo. Non misuro la durata del nostro mutismo. Non mi va più di enumerare cifre.</p>
<p>“Va bene, allora a domani” dice ed esce dalla stanza immacolata.</p>
<p>Mi precipito sul battente blindato e inizio a menare colpi con i pugni.</p>
<p>“Resti”, piagnucolo. “Non mi lasci”.</p>
<p>Non mi ascolta. Sento i suoi passi allontanarsi. Mi mordo la lingua. Sento dolore e sapore ferroso in bocca. Umetto le labbra con la saliva intrisa del mio stesso sangue e prendo a baciare la porta. Stampo piccole impronte rosse. Non so perché lo faccio. Forse Bruno lo sa. Come vorrei che fossi qui, Bruno. E che foste qui tutti. Vi implorerei di farmi capire. Vi tempesterei di perché. Come: perché pensate che sia un’arrivista? Perché credete che io non possa essere la nuova Carla Fracci? Ah, lo so cosa pensate: che non ho la grazia della Fracci nemmeno per cagare. E tu, Bruno, come fai a difenderle? So per certo che è così. So per certo come la pensate tutti: sono diventata un segugio: ho rizzato le orecchie e aguzzato la vista. Sono diventata così affamata non di quello che mostrate, falso come Giuda, ma di quello che non dite, della verità che pensate e che mi è così chiara come la luce del Sole. Visionaria. Me l’hai detto tu, Bruno: “sei visionaria. T’immagini cose che non ho mai detto o fatto”. Come se non sapessi che vuoi lasciarmi. Ma tu non vai da nessuna parte mio caro Bruno. E poi perché sei così lontano da me? A vivere, ridere, mangiare, dormire, masturbarti senza di me. A stare bene senza che quel bene sia io a procurartelo. Non lo sopporto. Non devi fare queste cose senza di me. Se non posso farti bene allora vorrei che soffrissi per mano mia. Vedi, Bruno, a cosa mi riduci? Cosa sono in grado di pensare?</p>
<p>Mi incanto a fissare l’ultima immagine delle mie labbra: è solo un contorno: pare una piccola voragine o una delle figure di Rorschach. Poi di nuovo mi ricordo di piagnucolare, di fare pietà a chiunque ci sia dietro questa porta. Lo so che ci siete.</p>
<p>Visionaria. Sembra una malattia tipo la legionaria. Ha tutta l’aria di essere un’infezione, un baco che penetra nella testa e si moltiplica sotto forma di congetture che finiscono per diventare opportuniste. Patogene. Causando danni grossi. Irreversibili.</p>
<p>Se gli altri davvero non mi sopportassero. Se provassero invidia, gelosia nei miei confronti. Se davvero mi detestassero e facessero di tutto per evitarmi, per mettermi i bastoni tra le ruote… Se tutto questo fosse vero – e sarebbe terrificante – cosa potrei fare? C’è una sola cosa che potrei fare: convincervi che vi sbagliate. Che sono una brava amica. La compagna perfetta della vostra vita – a partire dalla tua, Bruno, perché non mi credi? –. Un’ottima collega nonché una meravigliosa <em>étoile</em>.</p>
<p>Potrei convincervi. Devo convincervi che sono simpatica e che mi amate. Dovete amarmi. Voi siete la mia forza e io sono così stanca di tutto questo tramare. Sono stanca di stare qui da giorni – quanti erano?! Trenta o solo tre? –. Sono stanca di pensare. Di attribuire un potere quasi regale, di riverenza e sottomissione agli altri. A tutti voi. Chi cazzo siete? Solo persone che entrate e ve ne andate dalla mia vita. Interscambiabili. Sì, Bruno, anche tu: oggi ci sei, domani no e allora – che tu sia maledetto! –, me ne troverò un altro!</p>
<p>Mi appoggio al muro e strofino la schiena. Prude. In un punto imprecisato che non riesco a beccare. Strofino ancora di più, il calore si diffonde fino alle gambe. Forse sto prendendo fuoco. Non mi fermo. Mi piace pensare di essere un bastoncino di legno che s’incendia. Saprei che questa volta ci sono riuscita. Che ce l’ho fatta. Il calore e il dolore ora sono acuti, ma continuo finché sento il tessuto del camice impregnarsi di un liquido. Forse sto sanguinando. E brucia tutto.</p>
<p>Mi trascino a letto e prendo a fissare il soffitto. Il dolore mi tiene viva e lucida. Sì, sono ben cosciente di quanto questa specie di malattia si stia trasformando in una vera e propria sepsi: so che se non smetto di impiegare il mio tempo, le mie energie, in fantasie che io stessa creo, finirò male. Devo smetterla di architettare storie in cui una strega malvagia se ne sta in agguato e attende paziente di farmi la pelle. Non posso davvero credere che le persone che conosco – e anche quelle che non conosco – vogliano fottermi. Questo significa avere manie di protagonismo. Essere una specie di dio onnipotente alla mercé del suo popolo. Questo significa non avere alcuna fiducia nell’altro. E cercare di ottenere l’amore, l’approvazione, dagli stessi di cui non mi fido nemmeno per sbaglio, non è sano.</p>
<p>Di nuovo mi mordo la lingua e di nuovo prendo a sanguinare. Questa volta bagno l’indice e mi acquatto sul pavimento. Scrivo: devo poter morire. Morire è sbiadito, quasi illeggibile.</p>
<p>Sì, ora ho capito perché questa stanza è tutta un candore: è così che mi immagino la morte: bianca, placida. Una via lattea contaminata da linee rosse. Incerte come la mia mano e sicure come i miei pensieri. Ora so. Gratto il pavimento con i polpastrelli. Di nuovo tutto brucia, tutto s’incendia. Ora so: il mio sangue è diventato l’inchiostro di questa pagina intonsa che mi accoglie. Mi aspetta. <em>Lasciatemi morire</em>, scrivo ancora. <em>Morire</em>, scrivo più sotto. Morire, urlo. E continuo a grattare. Strofinare. Mordere. Rosso e bianco. Cinque sei sette otto.</p>
<p>Un fulmine lacera le nubi nere. Poi un tuono. E la Madonna prende a singhiozzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Estate 1986</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/23/estate-1986/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arjuna Cecchetti. Estate 1986]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Arjuna Cecchetti</strong> <br /> Willy non arrivava al lago in auto come gli altri bambini, suo padre non andava quasi mai perché lavorava molto, soprattutto in estate. Quindi, più spesso, arrivava in moto, sulla Guzzi guidata dallo zio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Arjuna Cecchetti</strong></p>
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<p>Si era appena tolta di dosso la numero uno di molte. Quelle creature vivevano raggruppate attorno ai sassi sotto il pelo dell&#8217;acqua, oppure nelle pozze formate dalle orme lasciate nel fango dalle bianche vacche che raggiungevano le rive dello stagno. Quella che teneva stretta fra l&#8217;indice e il pollice aveva la bocca spalancata e una bolla d&#8217;acqua si era gonfiata tra la miriade di piccolissimi rostri scuri che contornavano la cavità boccale. L&#8217;aveva staccata dal polpaccio ma altre sanguisughe, nere e lucide, erano appese alla sua pelle fra la caviglia e l&#8217;incavo del ginocchio destro. Si sarebbe occupata delle sue e poi di quelle degli altri. Loro avevano schifo delle sanguisughe. Lei no, per lei staccarsele di dosso era uno dei giochi di quell&#8217;estate.</p>
<p>La sanguisuga numero uno non aveva aderito per bene alla pelle e in generale nessuna sanguisuga restava attaccata tanto a lungo da ingrassare e allungarsi a dismisura. All&#8217;inizio era stato suo zio a fare i controlli ogni volta che uscivano dall&#8217;acqua, ma ora i bambini erano in grado di vedersele da soli e poi a staccarle ci avrebbe pensato Willy. Lei era diventata svelta e le afferrava con movimento sicuro delle dita e le sanguisughe venivano via lasciando sulla pelle un delicato cerchietto rosso.</p>
<p>Willy non arrivava al lago in auto come gli altri bambini, suo padre non andava quasi mai perché lavorava molto, soprattutto in estate. Quindi, più spesso, arrivava in moto, sulla Guzzi guidata dallo zio. La madre l&#8217;accompagnava fino alla palazzina dove abitava il fratello. Lui si faceva trovare pronto, con la moto fuori dal garage. Lei infilava il casco pesante e si aggrappava ai fianchi di suo zio che dava un colpo col piede sul pedale dell&#8217;accensione e partivano. La prima volta che era salita sulla Guzzi aveva avuto paura, soprattutto lungo il rettilineo di fronte all&#8217;acciaieria dove lo zio aveva accelerato e la moto aveva sobbalzato e Willy non era mai andata a quella velocità e la paura di essere sbalzata via dal sellino l&#8217;aveva presa alla gola. Poi quella paura era svanita e la seconda volta ci era salita sopra come se fosse stata una veterana e dalla terza aveva preso a reggersi sulla barra cromata fissata dietro di lei. Al lago c&#8217;erano altri che arrivavano in motocicletta e Willy ora conosceva i marchi di quelle moto: Honda, Kawasaky, Morini, Gilera e Guzzi. Lei aveva simpatia per i nomi giapponesi e Kawasaky era diventato il suo marchio preferito.</p>
<p>Le moto, come le automobili, venivano parcheggiate lungo il margine della strada provinciale che costeggiava la riva verdeggiante del lago. Appena scesa poteva intravedere i gruppi di persone stese sui teli di spugna colorati e i ragazzini schiamazzanti che sciamavano fra gli adulti e l&#8217;acqua. Al centro del prato cresceva un grande albero di pioppo che offriva ai bagnanti la sua frescura mentre il resto della scena era illuminato dalla bianca e bollente luce del Sole.</p>
<p>Willy prendeva il suo zaino che era stato legato sul portapacchi e poi seguiva lo zio fino alla discesa che portava alla spiaggia che era un sentiero stretto ma tenuto libero dai rovi che crescevano di lato. Lo stradello passava di fronte a un rudere infestato dall&#8217;edera, ma nella metà che aveva ancora il tetto, un amico dello zio aveva allestito un punto di ristoro. C&#8217;erano le buste di patatine, la macchina per il caffè e un piccolo frigorifero per tenere i gelati. L&#8217;energia per il frigo e per la macchina del caffè la dava un generatore a nafta che borbottava sul retro. Il rumore del motore a scoppio, però, non rompeva l&#8217;atmosfera dello stagno perché dal bar una radio con l&#8217;amplificazione trasmetteva musichette estive che si diffondevano sulla riva dei bagnanti. Allontanandosi dal rudere, dal generatore a nafta e dalla radio, il rumore di fondo di quell&#8217;estate tornava ad essere il frusciare delle foglie smeraldine del grande pioppo.</p>
<p>Willy, eccitata dallo schiamazzo dei suoi coetanei, affrontava il percorso fino alla spiaggia impaziente di stendere il telo, togliersi la canottiera e correre a tuffarsi.</p>
<p>In certi giorni c&#8217;erano molti bambini, in altri pochi ma sempre c&#8217;erano lei e altri tre ragazzini dei quali conosceva i nomi e poco altro. Diego, Elisa e Leo. Diego era figlio unico come lei. Elisa e Leo erano fratello e sorella. Diego era loro cugino e Diego e Willy avevano pressapoco la stessa età mentre Elisa aveva un anno di meno e Leo sei anni in tutto. Dei loro nomi e della loro età era abbastanza certa, di chi fossero i figli, no. Allo stesso modo Diego non era tanto sicuro che lei si chiamasse sul serio Willy e una mattina glielo aveva esplicitamente chiesto.</p>
<p>Ma perché Willy? Non è da maschio?</p>
<p>Il nome lungo è Viollca. Willy è più semplice, no?</p>
<p>Sei una straniera.</p>
<p>Per metà. Ti scoccia?</p>
<p>Non lo so, poi se è per metà vuol dire che va bene.</p>
<p>E la questione del suo nome era finita lì, ma questo era accaduto all&#8217;inizio di quella torrida estate.</p>
<p>Diego era l&#8217;unico che le facesse questo tipo di domande. Ne aveva fatte anche altre ma non a tutte lei aveva risposto. Ciò che interessava a Willy era giocare alle avventure e lei godeva di una certa influenza su quei ragazzini. Parte di questa influenza era dovuta al nome esotico, ma molto del carisma le era dato dal suo aspetto. Aveva nove anni e ne dimostrava almeno undici perché era più alta dei maschi della sua età. Era snella e aveva la muscolatura ben definita e i muscoli impressionavano gli altri. Per di più non indossava il bikini, le altre bambine, anche le più piccole lo usavano ma lei no. Sua madre non le imponeva di metterlo e anzi la scoraggiava dal farlo. Le diceva che non ne aveva ancora bisogno ed era vero. Per Willy era okay fare senza perché le volte che lo aveva  indossato lo aveva trovato fastidioso.</p>
<p>Più della metà del perimetro del lago era infestata dal canneto e solamente la spiaggia del pioppo era sgombra. I ragazzini, di norma non avevano il permesso di allontanarsi dalla spiaggia, loro quattro, invece, andavano spesso nel canneto, che avessero il permesso o meno. Un paio di volte avevano perfino fatto il giro del lago arrivando sull&#8217;altra sponda dove c&#8217;erano un paio di bei pontili di legno e dove talvolta si vedeva qualche adulto pescare. Ma comunque fosse quando erano stanchi di fare il bagno partivano a piedi per un&#8217;esplorazione dei dintorni.</p>
<p>Le sanguisughe, però, non erano l&#8217;unica rogna dello stagno. Vi imperversavano i tafani e le mosche cavalline. Ovviamente sulla spiaggia ce ne erano di meno ma dato che loro quattro erano spesso in giro, la presenza dei tafani era un problema reale e i loro morsi un dolore frequente. I pericoli del lago non preoccupavano Willy, era stata lei a convincere gli altri che tafani e sanguisughe non potevano impedire loro di fare avventure, e così di avventure ne avevano fatte per tutta l&#8217;estate.</p>
<p>Il luogo prediletto per i loro giochi non erano i pontili usati dai pescatori ma due imbarcaderi abbandonati e inghiottiti dalle canne palustri. Dei due ormeggi rimanevano i bidoni di latta che avevano funzionato da galleggianti, alcune tavole e gli spunzoni dei pali di castagno che emergevano dalla melma. Per i quattro era facile saltare da una tavola all&#8217;altra fino a raggiungere quel che rimaneva degli imbarcaderi. Quei resti sepolti dalla vegetazione lacustre rappresentavano un&#8217;irresistibile attrazione: due vascelli pirata, due navi spaziali dopo un atterraggio di fortuna, due rifugi antiatomici, qualsiasi cosa. Era Willy che aveva inventato la gran parte di quei giochi e solo in un caso l&#8217;ideatore era stato Diego.</p>
<p>Facciamo come se fossimo a Cernobyl?</p>
<p>Cernobyl? Aveva risposto Willy.</p>
<p>Certo, la cosa dell&#8217;esplosione della centrale nucleare, del pericolo delle mutazioni dovute alle radiazioni, quella roba lì.</p>
<p>Ho capito, però non sappiamo com&#8217;è la situazione adesso laggiù.</p>
<p>Allora Diego aveva spiegato quello che aveva in testa: si sarebbero divisi in due squadre e avrebbero fatto il giro dello stagno passando fra il canneto e i pascoli; tra loro avrebbero comunicato con le radiotrasmittenti e poi avrebbero cercato altri sopravvissuti, ma si sarebbero dovuti difendere dagli insetti mutanti che erano grandi come le vacche del posto per via che vivevano in quell&#8217;ambiente altamente radioattivo. Le incolpevoli vacche bianche che pascolavano intorno al lago diventarono i cattivi del gioco e anche il bersaglio di lanci di zolle di terra. Dopo aver tirato alle vacche, i quattro corsero verso i rispettivi rifugi. Willy e Diego si ritrovarono sul vecchio imbarcadero dal bidone giallo.</p>
<p>Diego teneva il pezzo di legno che fungeva da ricetrasmittente tra le mani e sedeva ciondolando i piedi sul pelo dell&#8217;acqua verde, mentre una nuvola di moscerini neri volava caotica sopra le loro teste. Willy era di fronte a lui ma in piedi e con i piedi che affondavano nella melma dove l&#8217;acqua era bassa.</p>
<p>Hai paura delle radiazioni? Aveva chiesto Willy.</p>
<p>Certo che ho paura. Anche tu dovresti averla. Hai visto Gorbaciov cos&#8217;ha sulla fronte, non pensi che siano state le radiazioni?</p>
<p>Non c&#8217;avevo pensato, ma non credo che siano state quelle.</p>
<p>Se non sono state le radiazioni cos&#8217;è stato allora?</p>
<p>Da quel che so quella è una voglia. È grande ma è solo una macchia della pelle con la forma di un grappolo d&#8217; uva. Probabilmente quando la mamma di Gorbaciov era stata incinta non poteva bere vino e magari ne aveva avuto voglia e così il figlio è nato con questa macchia a forma di uva sulla fronte.</p>
<p>Dici che è solo questo? E se non fosse così? E se le radiazioni facessero uscire alle persone delle macchie come quella? I tuoi sono stati attenti? I mie no, ho bevuto il latte anche se al TG dicevano di non farlo.</p>
<p>Parli di quella storia della gigantesca nube tossica sopra l&#8217;Europa?</p>
<p>Si, esatto. Dicevano in continuazione che non potevamo bere latte ma io lo bevevo e forse ora mi verrà una macchia enorme o perderò i capelli o mi uscirà il sangue dal naso e non si fermerà più.</p>
<p>Non succederà, i miei hanno detto che non succederà niente di quello che hanno detto alla televisione.</p>
<p>Dopo questo scambio di battute Diego si era ammutolito. Lo sguardo era fisso sulla superficie dell&#8217;acqua, in particolare su quella parte che aleggiava attorno alle candide caviglie di Willy.</p>
<p>Guarda!</p>
<p>Un corpo viscido e luccicante stava guizzando fra le gambe della ragazzina, era una biscia.</p>
<p>Gesùcristo!</p>
<p>Diego era saltato in piedi sopra il pontile e guardava Willy con gli occhi spalancati e colmi di schifo per quella bestia.</p>
<p>Cosa succede?</p>
<p>Elisa si era sporta verso di loro mettendosi sulle punte per sbirciare la scena oltre le canne, lei e suo fratello erano i rifugiati dell&#8217;altro pontile. Elisa fece in tempo a vedere Willy che era riuscita ad afferrare la coda della biscia sollevando il rettile fuori dallo stagno. Poi Willy aveva perso la presa e la biscia era caduta in acqua e tutti e quattro avevano seguito con lo sguardo il nuoto sinuoso del rettile che si allontanava verso il centro del lago.</p>
<p>Gesùsanto! Siamo stati attaccati!</p>
<p>E continuando a gridare in quel modo, Diego era corso via dall&#8217;imbarcadero in direzione dei campi. Gli altri lo avevano seguito. Diego era il più veloce fra loro, anche Willy era veloce, ma non come Diego. Diego era fiero della sua velocità. Willy vedeva davanti a sé la schiena abbronzata del ragazzino e i suoi capelli ondulati che come bisce al sole riflettevano la luce sobbalzando. Elisa vedeva, invece, i sottili capelli biondi di Willy e la schiena nuda priva del bikini. Per ultimo veniva Leo, era il più piccolo, quello con le gambe più corte e Leo sapeva che non avrebbe mai raggiunto la sorella e tanto meno gli altri. Perché penare sotto quel sole bollente allora? Leo si fermò e guardò in alto, il cielo sembrava non possedere colore, non era realmente azzurro, forse poteva dirsi bianco, ma era soprattutto il sole a vincere su quel mondo. Il sole accecante piantato in mezzo al cielo bianco e sopra al verde dei pioppi e delle canne palustri.</p>
<p>Aspettatemi!</p>
<p>Quella fu una corsa infinita, lunga come il perimetro del lago e Diego era stato davanti agli altri per tutto il tempo, una ventina di metri davanti agli altri. Willy non era riuscita a raggiungerlo ma era lo stesso allegra. I torsi nudi e sudati luccicavano e le bocche aperte inghiottivano l&#8217;aria calda contraendosi per soffiarla fuori dai polmoni sotto sforzo. Lei aveva rallentato e ora osservava Diego correre. Diego aveva scartato sulla destra apparentemente inghiottito dal canneto. Willy, allora, si era fermata del tutto, il cuore sembrava scoppiarle. Elisa e Leo l&#8217;avevano raggiunta mentre lei respirava con le mani sui fianchi. Loro non si erano fermati, avevano proseguito correndo infilandosi nel canneto nello stesso punto dove aveva girato Diego. In quel punto il muro di canne si apriva permettendo l&#8217;accesso a uno dei pontili usati dai pescatori. Diego se ne stava in piedi nei pressi dell&#8217;estremità protesa sopra le acque profonde e teneva qualcosa di strano nella mano destra. Un corpo oscuro, tozzo e informe pendeva dal suo pugno dimenandosi. Sul volto di Diego si era aperto un sorriso beffardo. I bambini lo ammiravano divertiti, fermi a pochi metri da lui. Willy li aveva raggiunti. Il rospo annaspava scalciando goffamente l&#8217;aria bollente. Diego cominciò a ridere rumorosamente e anche gli altri risero eccitati. Poi Diego aveva roteato il braccio e dopo tre giri aveva scagliato il rospo verso il centro del lago. Il tonfo cupo di quel corpo informe sull&#8217;acqua smorzò la loro eccitazione. Nel silenzio seguito a quel gesto, gli occhi dei bambini osservavano i cerchi concentrici affievolirsi e sparire mentre Willy si domandava dove Diego avesse trovato il rospo.</p>
<p>Tornando indietro, i due camminavano affiancati, le loro spalle si sfioravano. Diego era in silenzio e di tanto in tanto sbirciava Willy. Lei camminava con la testa china, apparentemente intenta a succhiarsi una ciocca di capelli.</p>
<p>Prima sei stato crudele.</p>
<p>Perchè? Per quello schifo?</p>
<p>Era un rospo. E potrebbe essere che non sia sopravvissuto quando lo hai lanciato così in alto.</p>
<p>Ma cosa te ne importa a te?</p>
<p>La ragazzina aveva ripreso a succhiare la ciocca di capelli, a lei importava di quel rospo ma non era sicura che fosse una cosa giusta il fatto che le importasse e così non rispose e in silenzio i due raggiunsero la spiaggia.</p>
<p>Prima del tramonto, le persone raccoglievano i teli da bagno, le borse frigo, la spazzatura accumulata e tornavano alle auto. Il ristoro abusivo spegneva la radio e l&#8217;amico di suo zio chiudeva con un lucchetto la saracinesca arrugginita. Il prato della riva tornava privo di umani e la chioma del grande pioppo, ora solitario, brillava dorata alla luce del tramonto rosso.</p>
<p>Quella era la fine dell&#8217;estate. L&#8217;anno successivo aprirono in città due nuove piscine e un piccolo parco acquatico con lunghi scivoli di vetroresina. Nessuno andò più al lago, nemmeno Willy, nemmeno lo zio, nessuno. Willy si dimenticò di Diego, di Elisa e di Leo, e ciascuno di loro si dimenticò di lei e per molto tempo solo le pesanti vacche bianche attraversarono quella riva e poi nemmeno più loro. Solo la brezza continuò a muovere la chioma del pioppo e le cime delle canne palustri e a diffondere tutt&#8217;intorno allo stagno il gracidare delle rane e dei rospi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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