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	<title>racconti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il Libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 05:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[silvano panella]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Silvano Panella</strong><br />
Il vento ha allontanato le nuvole. L'aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120815" aria-describedby="caption-attachment-120815" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico.png" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico.png 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-1024x682.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-768x512.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-630x420.png 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-150x100.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-696x464.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/libro-antico-1068x712.png 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-120815" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/36878207/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Zakhar Vozhdaienko</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il vento ha allontanato le nuvole. L&#8217;aria tersa, le pagine si sfogliano da sole. Il libro è voluminoso e non può cadere dal davanzale di nera pietra. Da quanto è qui? Forse qualcuno ha posto il libro sul davanzale per leggerlo davanti a una prospettiva di borgo medievale che ben si compenetra con la storia narrata.</p>
<p><em>        Strascicava la catena rinvenuta nel pozzo, diversi metri di tensione ferrosa, non una persona bloccata o a rischio di caduta, non una nei paraggi o affacciata alle finestre delle case, l&#8217;assoluta padronanza del luogo, l&#8217;idea di poter cingere, legare l&#8217;osteria per compiere uno scherzo al noto cuoco di piatti troppo ricchi in salse e condimenti&#8230;</em></p>
<p>Questo stesso cielo che ci avvolge cristallino per donarci la luce e l&#8217;aria respirabile, che sfuma il nero siderale in un improbabile azzurro – una piacevolissima finzione cromatica per non farci sentire al buio anche di giorno – era qui un secolo fa, quando fu stampato il libro, un libro che narra di protagonisti che compiono scherzi in un borgo che potrebbe essere proprio questo. I protagonisti potremmo essere proprio noi. La cosa è assai curiosa e merita un approfondimento. L&#8217;autore si chiama Agatone Delle Arci. Non lo conosco. Mia mancanza. E mancanza dei motori di ricerca. Lui e il libro sono svaniti. O forse nessuno ha mai pensato di inserirli nelle banche dati digitali. Forse è un&#8217;opera creata per confondere chi transita nelle sale, collocata su questa o quella superficie per attirare sguardi e curiosità, per turbare i sensi – odora di vainiglia. L&#8217;adagio sul tavolo.</p>
<p><em>        Smanie, conturbanze dovute ai freni autoimposti per galateo da ricevimento nel possente, tondo mastio che un tempo aveva funzione difensiva e oggi è una sala che fa girar la testa per via della sua levigatezza, per via dei volti sorridenti e dei proponimenti d&#8217;opulenza – carte da parati, cibi, regalie&#8230;</em></p>
<p>Avverto dei passi. Mi volto alla soglia. Entra Demetra, la direttrice del museo di antichità. Gironzola, cerca negli scaffali. Sono sicuro che le interessi questo libro ma il suo orgoglio le permette soltanto di carezzare le svariate coste telate accennando lievi stupori.</p>
<p>«Non li avete catalogati?», domando. «Non posso crederlo, siete così metodici»</p>
<p>Demetra sfila un libro, lo trae a sé, lo valuta senza aprirlo, lo ripone, incerta, fa per prenderne un altro.</p>
<p>«Non è lì, è qui», dico, battendo sul tavolo, ma lei va via.</p>
<p>Richiudo il libro, la seguo. Demetra entra in un cunicolo semibuio che collega il palazzo del governatorato al museo. Quando siamo nella sala delle frecce, dei dardi, delle verrette, delle balestre mi fa segno di serrare la porta. Obbedisco. La porta si mimetizza nella parete di legno ma la maniglia sporge. Chissà se si sfila. Sì, si sfila. La sfilo e raggiungo Demetra nel suo ufficio. Mi chiede la maniglia, la poggio su una pila di fascicoli assai morbida. Poi mi chiede il libro. Ricevutolo, mi ringrazia. Lo apre, lo sfoglia, si ferma, sorride. Legge a bassa voce.</p>
<p><em>        Vi è grazia nel suo incedere sbilenco, nel suo calpestare il vestito di seta finissima, a macule di fiori fantasiosi, non esistenti, che sfidano la gravità, nelle sue pause dense di dubbio nei confronti delle quotidiane incombenze – azioni destinate a non fallire mai seppur&#8230;</em></p>
<p>«Può fermarsi, ho capito. Ho capito. L&#8217;autore doveva essere un suo antenato. Non la aiuterò ad attuare il vostro piano. Il vostro, sì. Al limite posso tenerlo segreto, posso fare da spettatore. Posso anche tenere il libro, tenerlo in mano mentre lei predispone tutto. E tenere le chiavi del museo, la maniglia, altri oggetti. Attenderò tenendo in mano, e nelle tasche, quello che vuole. L&#8217;orologio? Terrò anche quello. L&#8217;orologio, questo marchingegno illusorio. È molto meno illusorio il telefono, se comprende quello che intendo. No, non mi spiegherò. Sì, è strano che l&#8217;orologio sia rimasto in sospeso, l&#8217;oggetto, il suo significato. No, non spiegherò. Parlare di orologi mi sembra così fuori dal tempo, se mi concede la trivialità. Specie quelli a carica. Perché, se non lo carico si ferma il tempo?»</p>
<p>Demetra annuisce.</p>
<p>«Lo immaginavo. Dunque faccia quello che deve fare e mi lasci l&#8217;orologio. La aspetterà, la ritroverà. La ritroverà?»</p>
<p>Non lo sa. Il loro piano è pericoloso. Sì, pericoloso. Avevo notato qualche macchiolina scura, sangue rappreso sulle pagine. Il libro è già stato testimone di un atto violento e ha l&#8217;abilità di influenzare, anticipare le mosse dei suoi lettori. Starebbe bene in una teca di cristallo.</p>
<p>«Lo chiuda sotto vetro. Si vedrà lo stesso. Lo tenga aperto sulle due pagine che più si riferiscono a lei. Molte possono riferirsi a lei, scelga quelle più attinenti al vostro piano. Nessuno capirà le parole dell&#8217;autore, nessuno fermerà lei. Ci vediamo più tardi, avrò le tasche vuote, mi darà i suoi effetti personali. Scriva una lettera d&#8217;addio, nel caso il piano la attirasse troppo al centro dell&#8217;attenzione», dico, e lascio l&#8217;ufficio, le sale, il museo meditando sulle esistenze che si fanno ispirare dai libri.</p>
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		<title>Aberrazioni in forma di tetramerone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/07/23/aberrazioni-in-forma-di-tetramerone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Soscia]]></category>
		<category><![CDATA[mamma mostro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[nutrimenti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu </strong> <br /> La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121644" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-300x471.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nell’ultimo romanzo scritto prima della morte e pubblicato postumo, <em>La palude definitiva</em>, Giorgio Manganelli compie un’allucinata ricognizione di un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire, non rappresentabile su una mappa, dove sentirsi escluso dal consorzio umano. Dotata di una sua magnificenza, tra farfalle di putredine che si levano in volo, grumi di insetti galleggianti, vermi decomposti in filamenti erbosi, la palude è uno spazio polimorfo e ambiguo. Investe di innumerevoli favole drammatiche chi, nell’attraversarla, è divorato da interrogativi sulla reale natura degli spettri – forse gli abitanti dei cenotafi? – che sostano sulle soglie del suo corpo.<br />
Nel disegno unitario alla base di <em>Mamma mostro</em> (Nutrimenti), Danilo Soscia rivela la necessità di penetrare tale palude manganelliana con racconti dove confluiscono rimandi disparati – Shakespeare, Perrault, Boccaccio, Chaucer, Poe, Kafka, Hoffmann, Landolfi, Buzzati  – e suggestioni che fondono gotico contemporaneo, new weird, realismo, fantascienza, ritratto sociale, riscrittura del mito. Con un profondo studio dell’orrore, l’autore ispeziona la miserevole complessità umana entro lo schema del tetramerone: l’incedere narrativo è cadenzato da quattro sezioni/giornate da dieci racconti con una precisa evoluzione, dalle storie di non-morti, di mutanti, di spettri, l’approdo è il libero orrore.<br />
L’opera si inserisce in una produzione composita ma coerente dello scrittore, che già dal suo esordio con <em>Gli dei notturni</em> (minimum fax) tradiva una fascinazione per l’onirocritica greca nella tendenza a reimmaginare forme di misticismo con ricorrenze che avrebbero caratterizzato anche la produzione successiva alle quaranta ipnografie, come lo scheletro narrativo, lo sguardo diacronico, lo scandaglio del legame originario tra morte e immaginazione. Il conflitto col tempo, ritenuto da Lovecraft il più potente e fruttuoso soggetto nell’ambito dell’espressività umana, è favorito nelle storie di Soscia dal bilico di verosimile e assurdo perché, come sostenuto dall’inventore dei miti di Cthulhu, è necessario garantire “un accurato realismo in ogni fase del racconto salvo per ciò che concerne il fatto meraviglioso di cui tratta” (<em>Note su come scrivere racconti fantastici</em>).<br />
In <em>Mamma mostro</em> l’elogio dell’abominio assomma un gusto epico per l’ibrido e per il trascendente inserito in una meditazione sulla matrice tragica dell’esistenza, resa con pagine memorabili sulla solitudine, sul senso di alienazione contemporanea, sull’incertezza del vivere senza lavoro e senza casa, sul ricatto dei ruoli sociali predefiniti, sulla labilità delle relazioni, sui miti dell’infanzia, incistate in storie di orripilanti metamorfosi, di allucinazioni e varchi dell’ignoto. Ogni racconto spalanca voragini su un immane vocio proveniente da un tempo e da uno spazio sconosciuti, in qualche misura riconoscibile da chi legge per la natura della sua irruzione sulla pagina con elementi ordinari come un telefono, un mazzetto di banconote o una fotografia, resi strumento di connessione con l’irrealtà che infettano il noto in modo irrimediabile.<br />
Il sentimento detonatore è la nostalgia per un tempo anteriore vissuta da soggetti soggiogati da una fatale idealizzazione dell’infanzia, alla ricerca vana dell’origine della malinconia e, per questo, puniti con efferatezza, come accade a chi torna nel borgo della giovinezza e viene sbranato dalla bottegaia di fiducia, o chi viene fagocitato nell’incubo permanente della madre di una creatura acquatica leggendaria. Destino comune anche a chi torna nella casa natale alla ricerca della collezione paterna di elenchi telefonici internazionali per poi essere travolto, nel sollevare la cornetta del telefono di una casa chiusa da decenni, da un nugolo di voci che all’unisono pronunciano il suo nome in infinite lingue diverse; o a chi riconosce la propria grottesca immagine infantile nel tatuaggio mutante che aveva appena realizzato sulla schiena di una centenaria.<br />
Ogni storia ne riscrive innumerevoli altre nel dare una nuova veste a noti personaggi letterari, dalle vicissitudini di una Griselda contemporanea all’ironia della sorte affrontata da Barbablù, dal destino di Shahrazād andata in sposa a un vampiro di Mumbai, al viaggio macabro di una novella Lisabetta da Messina (<em>Decameron</em>, IV, 5) divenuta Lisabetta da Amsterdam che, ignara della presenza della testa di suo padre nel vaso di basilico, inizia un viaggio macabro originato da un indirizzo appuntato su alcune banconote.<br />
Nel muoversi costantemente tra modelli esemplari e copie imperfette, Soscia rimpasta con passo epico la tragedia antica e il dramma, attua visioni allucinate che contraffanno gli archetipi come accade in <em>Racconto d’inverno</em>, dove il lupo shakespeariano attratto da due giovani corpi uniti in un amplesso ne divora uno e ne sceglie un altro da portare in dono alla madre (un’anziana chiusa in una casa di riposo) per poi ritrovare le sembianze umane e rincasare nel suo monolocale.<br />
La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono. Emblematico il ricorso a Zóphanías (uno dei dodici profeti minori dell&#8217;Antico Testamento della Bibbia e del Tanakh ebraico) come nome dato al feto in grembo alla giovane cameriera islandese, ‘guardiana del nulla’, rimasta incinta di un anonimo avventore del bar. Quella presenza infestante si palesa nei sogni della donna, prima come bozzolo animale ricoperto di peli lunghissimi, poi feretro seguito da un corteo funebre di cani.<br />
“Almeno nei sogni, suo figlio non c’era più. In fondo a tutto c’erano sempre i sogni. Uno dei posti migliori dove andare ad abortire”.<br />
Affine a Pynchon e  Borges nel giocare sui dislocamenti ontologici, Soscia opera continue proiezioni retrospettive di nuovi miti e sapienti riscritture dei classici entro un tempo nuovo, interessato non tanto al mero effetto anacronistico ma a celebrare il limitare dei mondi. Travalica epoche e risale a storie di leggendari faraoni, demiurghi che pur sentendosi i più grandi creatori delle loro stirpi hanno rinunciato a comprendere il senso delle cose; sposi divenuti spettri che generano un neonato dalle dita atrofizzate di un granchio a cui si riveleranno a decenni di distanza tramite una foto; illustri scrittori come Jan Potocki colpiti da una morte paradossale; artisti tormentati come Vincent Van Gogh che dialogano con il proiettile che gli sfonda lo sterno; embrioni insidiosi simili a idrocefali dotati di branchie e chele polidattili; mostri che popolano fabbriche abbandonate e che si rivelano gli unici dotati di un residuo senso di compassione umana.<br />
La prosa affilata di Soscia esalta le descrizioni fisiche di oggetti ordinari, spazi domestici segnati in modo irrimediabile da una decadenza che invade ogni cosa. I costumi, le abitudini, gli ambienti restituiscono un senso di repulsione non ridotto a mera parabola sopranaturale ma inserito entro un’estetica della decadenza in quaranta vividi ritratti di senza patria smarriti tra le rovine che, al pari dell’unico sopravvissuto di un sotto-esercito lincantropizzato, si sentono irrimediabilmente guasti. Nell’enfasi sull’orrore, nell’attrazione per l’ignoto, nella fascinazione per la dissoluzione, con <em>Mamma mostro</em> Danilo Soscia invita chi legge a lambire la soglia e godere dell’istante che anticipa il disfacimento orrifico come una catarsi.<br />
“Arriva per tutti, prima o poi, un demone che ti mangia la vita. Devi solo fuggire, se ne hai la possibilità, e attendere altrove una morte più equa. A meno che non sia tu stesso il demone. In quel caso la tua morte sarà degna di una storia”.</p>
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		<title>Una baronessa con un&#8217;educazione inutile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Hélène Valla]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Hélène Valla</strong><br />
Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120707" aria-describedby="caption-attachment-120707" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-2048x1365.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/giovane-aristocratica-1920x1280.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-120707" class="wp-caption-text"><a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/riflesso-alla-ricerca-interni-signora-6719091/" target="_blank" rel="noopener">Foto di cottonbro studio</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Hélène Valla</strong></p>
<p>(<em>Primo capitolo di un romanzo inedito</em>)</p>
<p>La baronessa Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi.</p>
<p>Le avevano insegnato a distinguere un minuetto da una gavotta dopo poche battute, a riconoscere un tessuto pregiato passando le dita sul rovescio, a scrivere lettere di ringraziamento che commuovevano destinatari di cui ignorava cordialmente l’esistenza. Aveva imparato a sorridere senza mostrare i denti, a camminare senza far rumore e a non porre domande in presenza di uomini, che le avrebbero comunque risposto male.</p>
<p>Aveva imparato, soprattutto, a occupare lo spazio che le veniva assegnato senza mai tentare di ampliarlo.</p>
<p>Del corpo umano, invece, non le era stato insegnato quasi nulla.<br />
Nonostante ne abitasse uno da ormai vent’anni.</p>
<p>Il castello dei Ricouchy si affacciava su una distesa di campi ordinati con una precisione quasi morale. Le siepi erano potate affinché nessun ramo sembrasse ambizioso, i vialetti di ghiaia rastrellati ogni mattina fino a cancellare qualunque traccia di passaggio precedente. I corridoi interni avevano un odore costante di cera e lavanda e assorbivano i passi come se il rumore fosse una forma di cattiva educazione.</p>
<p>Perfino le voci, lì dentro, sembravano educate. Non si alzavano mai abbastanza da diventare davvero necessarie.</p>
<p>La casa funzionava.<br />
Funzionava da generazioni, senza bisogno di essere interrogata.</p>
<p>Filomène trascorreva le mattine tra lezioni di musica e ricamo. Il clavicembalo le restituiva sempre la stessa risposta, indipendentemente da chi lo suonasse, e questo la rassicurava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Il ricamo, invece, le richiedeva un’attenzione che non riusciva a concedergli: punti minuti, ripetuti, che non portavano da nessuna parte se non a una superficie più decorosa.</p>
<p>«Una mano gentile non deve mai affrettarsi», le diceva la dama di compagnia, una donna magra e composta che sembrava fatta della stessa stoffa dei tendaggi.</p>
<p>Filomène annuiva, osservando quelle mani gentili che non avevano mai stretto nulla di vivo.</p>
<p>A tavola, l’abbondanza era tale da rendere superfluo l’appetito. Le portate si succedevano senza lasciare traccia: carni morbide, salse profumate, dolci così elaborati da sembrare concepiti più per l’ammirazione che per la digestione. I corpi sedevano eretti, mai stanchi, mai sudati, mai doloranti.</p>
<p>Filomène osservava con una curiosità che non aveva ancora un nome quei colli scoperti, quelle mani curate che non avevano mai tremato per la fatica. Le parevano parti decorative di un insieme più grande. Come elementi di un mobile pregiato che nessuno aveva mai provato a usare davvero.</p>
<p>Sua madre la rimproverava spesso per quello sguardo.</p>
<p>«Una giovane donna non fissa», diceva, posando il tovagliolo con un gesto definitivo.</p>
<p>Filomène distoglieva gli occhi. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva imparato a risparmiare energie.</p>
<p>Durante una lezione di danza, anni prima, era svenuta. Non per emozione né per debolezza, ma perché l’aria nella sala era finita senza che nessuno se ne fosse accorto. Era caduta con una compostezza che aveva reso difficile capire se facesse parte dell’esercizio. L’episodio era stato archiviato come una sensibilità eccessiva, e corretto aumentando le pause.</p>
<p>Filomène aveva imparato allora che il corpo, quando segnalava qualcosa, veniva considerato maleducato.</p>
<p>Fu durante una di quelle cene perfettamente riuscite che accadde un piccolo incidente, tanto insignificante da non meritare di essere ricordato da nessun altro.</p>
<p>Un ospite, un uomo rubicondo e molto convinto di sé, stava spiegando con grande sicurezza perché l’ordine naturale delle cose fosse anche il più giusto possibile. Gesticolava mentre parlava, come se le sue mani avessero bisogno di partecipare alla solidità delle sue argomentazioni. A un certo punto, una goccia di vino rosso gli scivolò sul dorso della mano.</p>
<p>Nessuno se ne accorse.<br />
Nessuno glielo fece notare.</p>
<p>Il vino rimase lì, a raffreddarsi lentamente sulla pelle, mentre l’uomo continuava a parlare di equilibrio, tradizione e stabilità.</p>
<p>Filomène lo osservò. Pensò, senza particolare emozione, che se quella fosse stata una ferita, nessuno avrebbe reagito in modo diverso. Il pensiero non la turbò. Le sembrò semplicemente corretto.</p>
<p>Non disse nulla.</p>
<p>Col tempo, iniziò a notare che ogni piccolo incidente corporeo veniva trattato con un disagio sproporzionato: un taglio al dito durante il ricamo, un leggero malessere a tavola, una mano che tremava per la stanchezza. Tutto veniva corretto, coperto, ricondotto alla forma.</p>
<p>Mai osservato davvero.</p>
<p>Le aspettative su di lei erano chiare e condivise. Un buon matrimonio, una gestione decorosa di una casa importante, figli sani, silenzio opportuno. Il suo futuro era stato pianificato con la stessa attenzione con cui si pianifica un giardino: perché fosse bello da vedere, non utile a nutrire nessuno.</p>
<p>Filomène obbediva.<br />
Con grazia.<br />
Con puntualità.<br />
Con una diligenza che veniva spesso scambiata per adesione.</p>
<p>Ma di notte, quando il castello cambiava odore e il silenzio diventava più onesto, leggeva.</p>
<p>I libri non erano proibiti; semplicemente, non erano previsti. Trattati vecchi, mal rilegati, con pagine che odoravano di umido e polvere. Disegni imprecisi, annotazioni a margine, tentativi falliti. Filomène li sfogliava con attenzione, soffermandosi sulle parti che nessuno le aveva mai spiegato: come si fermava un’emorragia, perché una mano smetteva di rispondere, cosa accadeva quando qualcosa, dentro, si rompeva davvero.</p>
<p>Non provava ribellione.<br />
Piuttosto,  interesse.</p>
<p>Fu questo interesse, e non una particolare vocazione all’altruismo, a spingerla a insistere affinché parte delle rendite familiari fosse destinata a opere filantropiche in provincia. Ospedali, ambulatori, medici di cui si parlava poco e male. Suo padre approvò con un sorriso distratto: la generosità era sempre stata considerata una virtù adatta alle donne, purché non producesse domande.</p>
<p>Filomène pose le sue.</p>
<p>Quando lasciò il castello per la prima volta, diretta verso una di quelle destinazioni marginali, notò che l’aria cambiava prima ancora del paesaggio. L’odore di terra umida entrò nel carro, insieme a rumori meno educati: ferri che battevano, voci non misurate, animali che non si scusavano per esistere.</p>
<p>Non provò disagio.<br />
Provò attenzione.</p>
<p>Allora non lo sapeva ancora, ma quell’educazione così accurata, così elegante, così minuziosa, le sarebbe tornata utile solo in un modo.</p>
<p>Le aveva insegnato a osservare un sistema che funzionava perfettamente.<br />
E a riconoscere, quando fosse arrivato il momento, che funzionare non sia la stessa cosa che vivere.</p>
<p>Fu con questo pensiero — non ancora formulato, ma già presente — che Filomène attraversò per la prima volta la soglia di un luogo dove il corpo non veniva ignorato.</p>
<p>E dove qualcuno, finalmente, non avrebbe avuto il tempo di risponderle male.</p>
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		<title>Sessione plenaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[irene marino]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Irene Marino</strong><br />
Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo – era di venti minuti]]></description>
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<p class="LO-normal">di<strong> Irene Marino</strong></p>
<p class="LO-normal">Il tempo a disposizione di ogni presentazione – o “comunicazione” come mi ha corretta più volte il professore con la giacca che puzzava di cavolo accanto al quale mi sono seduta ieri sera – era di venti minuti. Il comitato organizzativo l’ha ricordato anche con l’ultima email ieri mattina, aveva un tono perentorio. Ho anche tagliato un pezzo delle conclusioni per rientrarci. “Organizzativo”. Il comitato aveva passato un paio di mesi a scegliere tra organizzativo e organizzatore, lo dicevano stamattina alla pausa caffè. Non stavano scherzando, non erano ironici. Forse compiaciuti è la parola giusta. “Organizzatore”. Poi, non riuscendo a decidersi, hanno chiesto un consiglio al professor Manfredi. Del resto è lui il comitato scientifico al completo. Loro, i dottorandi, stanno solo predisponendo l’intera struttura logistica del convegno per conto suo. Ridi. Tutti ridono, non ho capito cos’ha detto, mi sembrava un’affermazione normalissima. Rido. Quarantasette minuti. Gesucristo, ha una palata di fogli, legge, legge pianissimo, con quella voce tipica dei signori anziani che sarebbe anche tenera se non fosse adoperata allo scopo di sottrarti alla tua vita. Qui per la verità ce l’hanno quasi tutti. Meno il tipo che continua ad assentire ondeggiando, il prof. Bellocchio o Balocco. In compenso puzza di sigaro. È sempre seduto nella mia stessa fila, ma più verso il lato. Al momento ha il braccio piegato sul sedile di fronte – su cui per altro è seduto uno dei dottorandi del comitato organizzatore e sono quasi sicura che il professore gli stia tirando i lunghi capelli con il gomito; avrebbe fatto meglio a raccoglierli in uno chignon. Anche quell’altro sa di cavolo, quello che a cena ha raccontato commosso del periodo in cui aveva seguito l’ultimo corso completo di Althusser, l’anno prima del femminicidio. La professoressa Rinaldi invece non emana alcun odore in particolare. “Non hai letto <em>Dialettica dell’illuminismo</em>? Cara, qualcuno più severo di me potrebbe anche suggerirti di cambiare mestiere”. Le avevo chiesto solo il significato di una parola in tedesco citata nella sua comunicazione, che era una delle poche che mi aveva un pochino interessata. Neanche troppo, ma meglio di tutto il resto. Cambiare mestiere. Forse alla fine è meglio quello che puzza di cavolo.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore tiene un libro in mano e lo sfoglia, annuendo anche lui. A cena è stato quasi sempre zitto, immerso nel cellulare, mentre nel suo intervento di apertura ha più volte fatto riferimento, scusandosi, a un innominabile anglista, il cui nome porterebbe sfortuna. Che ore sono, devo guardare l’orologio. Posso farlo senza farmi notare, se allungo il telefono al lato un po’ sotto il sedile posso anche verificare l’identità dello studioso &#8211; il povero Mario Praz, secondo una diceria diffusa da Montanelli &#8211; senza far sfolgorare la luce. Perché ovviamente la sala è piombata nella penombra, dei milioni di bulbi dei lampadari barocchi ne saranno accesi soltanto un paio. Capisco il risparmio, ma santoddio.</p>
<p class="LO-normal">Ora il Prof. Gualtieri sta cercando la citazione sfogliando il libro. Poteva chiederla a me e fare prima, dato che ho già letto lo studio che sta presentando. È sempre lo stesso dal 1983. L’abbiamo letto tutti per almeno uno o due esami della triennale, grazie alle numerose amicizie del luminare che di anno in anno inserivano il suo libro nei loro programmi didattici. O, forse, tutti facciamo finta di averlo letto. Questo intervento aveva un titolo diverso sul programma e poi, quando si è seduto, Gualtieri ha candidamente ammesso che anche stavolta avrebbe fatto qualche riferimento all’unico studio che l’ha reso famoso e per colpa del quale dobbiamo sorbircelo in ogni convegno dal 1983.</p>
<p class="LO-normal">La pausa alla ricerca del passaggio da citare (inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione, inizio citazione, fine citazione) sta durando troppo. Il professore tiene in effetti gli occhi abbassati sulle pagine del libro che tiene tra le mani, ma non lo sta più sfogliando. Il volume è lievemente rivolto verso avanti, riverso. Anche la testa del professore sembra riversa. Il professore sembra riverso. Credo che il professore si sia addormentato. Abbia addormentato sé stesso. Non mi devo guardare intorno. Qualcuno se ne sarà accorto? Al tavolo grande di castagno il moderatore è rivolto verso Gualtieri, porta il bicchiere alle labbra e continua a guardarlo attento. Ma sono io a non sentirlo? Con la coda dell’occhio, giro piano piano la testa di lato. Il signore che ha lo stesso odore del relatore continua a ondulare e ad assentire. Il dottorando non riesco a vederlo, dalla mia posizione vedo solo i suoi capelli davvero troppo lunghi &#8211; anche intrecciarli sarebbe stata una buona soluzione &#8211; tesi sotto il gomito del professore dallo stesso odore di quello che parrebbe essersi addormentato, essersi addormentato in tutti i sensi permessi dal si-riflessivo e dal si-reciproco. Si deve chiamare aiuto? Sessantuno minuti.</p>
<p class="LO-normal">Avrei dovuto saperlo che non era il caso di venire, ma ero così contenta di essere stata accettata, di parlare finalmente a una delle giornate di studio più importanti dell’AIdE, l’Associazione Italiana di Estetica. Finora ho fatto domanda due volte, una durante il dottorato e una il primo anno dell’assegno. Mi hanno sempre rifiutata, è sempre dispiaciuto informarmi che l’argomento della mia comunicazione non era attinente e visto il gran numero di richieste pervenute ecc. Cinquantaquattro minuti. Io mi sono cronometrata quattro volte per rientrare nel tempo consentito dal comitato organizzatore, diciotto minuti e trentasette secondi di comunicazione, per lasciare spazio a ringraziamenti e saluti. Dovresti cambiare mestiere. Ma vaffanculo, te e i francofortesi. Neanche lei è rimasta nei tempi, ma appena di dieci minuti.</p>
<p class="LO-normal">Ho persino telefonato a mio padre per dirgli che finalmente mi avevano presa e lui ha anche finto di essere felice per me e non mi ha neanche chiesto se questa volta mi avrebbero pagata. Non solo non mi pagano, caro papà, ma non avrò neanche l’usuale rimborso spese del mio Ateneo, dato che il convegno è stato spostato all’ultimo da Enna a Potenza. Ho provato a spiegare la situazione al Segretario amministrativo, ma non ha voluto saperne di ridestinare i miei fondi missione sulla nuova destinazione. Per lo meno si sono mantenuti su due città ugualmente irraggiungibili. Bel panorama e un cibo ottimo &#8211; del resto, pranzo e cena sociale mi sono costati altri novanta euro. È proprio vero che non so leggere i segni del destino, come diceva la mia coinquilina fricchettona, quella che mi invitava sempre ai cerchi lunari e che si preparava lo shampoo da sola, a volte con l’uovo, a volte meglio non sapere. Persino un cerchio lunare in spiaggia nell’umidità di ottobre sarebbe meglio, almeno in quella situazione a una certa avrei potuto fingere di essere annichilita dall’intensità dell’esperienza e sarei potuta fuggire.</p>
<p class="LO-normal">Vorrei tanto potermi semplicemente alzare, come dal cerchio, e andar via. Nulla fa cenno di mutarsi. Non ha senso restare, voglio andar via e posso farlo. Ma come? Quando mi alzerò spingendo sui braccioli di stoffa, per quanto lentamente possa fare, il sedile si chiuderà di scatto e cigolerà, lo fa sempre. Che succede se mi alzo e qualcuno mi guarda? Se mi chiedono perché penso di andarmene, il professor Gualtieri sta tenendo una comunicazione articolata e generosa. Generosa, qualcuno lo dirà certamente. Non solo, ma per andarmene devo passare davanti al professor Bagliocco o Baiocco seduto due quattro cinque posti dopo il mio. Il passaggio è stretto: o si alza anche lui oppure gli devo passare quasi in braccio. Ho rinunciato ad andare al bagno per tutta la mattina per evitare questo balletto. Voglio andar via, qui niente accenna a cambiare.</p>
<p class="LO-normal">Il moderatore fissa il Prof. Gualtieri, che continua a dormire. Non è che sta male? Un ictus, un infarto fulminante? O forse è morto? Professore? Professore? Se è morto dovremmo interrompere il convegno, o quantomeno il panel. No, non è morto, il petto si alza e si abbassa. Deve essere un pisolino profondo, ora sorride lievemente. Quasi quasi lo invidio, mi scappa una risatina complice. Ma i dottorandi che fanno? Nulla, continuano a prendere appunti sui loro pc, ma cosa staranno scrivendo? Me lo sono chiesto per tutta la mattina, hanno ricoperto pagine e pagine di appunti, ticchettando sui tasti con una foga rapita, quasi fossero impossessati dal demone dell’estetica, o soltanto di quello della dattilografia.</p>
<p class="LO-normal">Un movimento alla mia destra. Baiotti o Bellotti ha appoggiato la schiena al sedile, scrolla il cellulare a lunghe ditate. Non tira più i capelli al dottorando. Questo potrebbe essere un buon momento. Se incrociamo lo sguardo potrei fargli cenno di dover passare, alzandomi leggermente dal sedile e indicando l’uscita. Fortunatamente il bagno è da quella parte, nessuno se ne accorgerà. E perché portarmi lo zaino allora? Maledetta me che ho deciso di portare il laptop che pesa tre quintali, con i libri, ma dove pensavo di andare. Chi pensavo di essere. Potrei lasciare qui lo zaino e tornare a prenderlo più tardi? Ma più tardi quando? Siamo già fuori tempo di ben due ore, io sono l’ultima della serata, alle 18. Non farò mai in tempo a parlare, non voglio più parlare, non ricordo neanche di cosa – basta. Bellotti o Bellozzi non mi guarda.</p>
<p class="LO-normal">Vabbè, lo faccio, mi alzo, piano piano. Non mi guarda nessuno. Il relatore continua a dormire, il moderatore ora ha iniziato a prendere appunti, i dottorandi continuano a battere sulle rispettive tastiere. Berozzi o Bettozzi continua a guardare il cellulare. Adesso sono in piedi, ho preso lo zaino da una tracolla, ora deve solo alzarsi lui. Niente, non mi guarda. Non posso tornare indietro, dall’altro lato ci sono quattro persone, tra cui la Rinaldi. “Scusi Professore, permesso”. Nulla. Un limite invalicabile. Che fare? Ormai ho perso ogni freno, ogni premura, ogni ritegno. Sono in piedi nel mezzo dell’aula. Faccio un colpo di tosse. “Permesso?”, colpetto sulla spalla. Barozzi o Barocchi non reagisce. Lo afferro per la spalla e lo scuoto, ma la mia nemesi si limita a ondulare sul posto. Non mi guarda. Sono forse invisibile, mi chiedo. “Scusate, scusate, forse è una domanda stupida, ma mi chiedevo, ma sono forse invisibile? Cioè, io sono qui, ma voi non mi vedete, perciò non saprei: che altra conclusione trarne?” Nessuna risposta. La mia voce è l’unico suono della sala. La porta di fronte a me. L’impensabile. “Mi scusi, davvero, sono desolata”, dico, più per me, per il mio decoro forse, mentre sollevo la gamba – fortuna che non porto la gonna oggi, altrimenti avremmo raggiunto un nuovo insuperato livello di biasimo personale – e la allungo oltre Barnotti o Berzotti. Ruoto lievemente sulla pianta del piede destro, e ora il momento più delicato, sollevo la gamba sinistra e sorvolo il professore seduto – occhio al cellulare, mi dico –, lo sfioro per poco, ma fortunatamente non cade. Nella fretta mi dimentico dello zaino e glielo sbatto in testa. Quello incassa senza fiatare. Sono libera. Non guardo più che ore sono. Due passi verso l’uscita.</p>
<p class="LO-normal">Un’ultima volta mi giro per guardarli. Sul podio, a cui due lati si ergono due copie di statue greche e su cui troneggia un dipinto con una scena di caccia barocca, il relatore è più ricurvo di prima, il libro, che tiene ancora riverso in mano, adesso tocca per metà sul grande tavolo di castagno. Il moderatore ha posato il bicchiere d’acqua, adesso sfoglia gli appunti, guarda il relatore e sogghigna come rispondendo a un aneddoto arguto. Ecco lo schermo del laptop del dottorando, ora che sono in piedi lo vedo. Whatsapp web. Come biasimarlo. Mi giro verso la grande porta di legno, riprendo al volo la giacca che quasi mi cade dall’avambraccio mentre spingo sulla maniglia con difficoltà, senza badare allo scricchiolio dei cardini che rimbomba nella sala. Alle mie spalle, qualcosa si muove. Senza voltarmi del tutto mi guardo indietro, in tempo per vedere il Dottorando raddrizzarsi, chiudere lo schermo del laptop con un suono sordo, e legarsi i capelli mentre la collega alla sua sinistra gli sussurra qualcosa. Il moderatore ordina i fogli l’uno sull’altro e li raccoglie sbattendoli insieme sul tavolo. Benozzi o Benazzi infila il cellulare in tasca con uno scatto, si guarda intorno e per un secondo guarda nella mia direzione.Sembra vogliano alzarsi in piedi. Forse vogliono seguirmi? Per fermarmi o per unirsi a me? All’unisono i sedili si chiudono di scatto, cigolando, Rinaldi, Bertazzi o Bertozzi, il Dottorando e anche il moderatore, adesso, sono in piedi. Applaudono. Il professor Gualtieri sembra essersi svegliato: si guarda intorno compiaciuto e annuisce. Il moderatore gli stringe la mano, ringraziandolo. Sul tavolino del posto dove sedevo sono rimasti alcuni fogli della mia presentazione. Gli altri sono caduti a terra. Venti minuti precisi, nel rigoroso rispetto dei tempi.</p>
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		<title>Il ritratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Meltea Keller</strong><br /> C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere. Altre no]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_120639" aria-describedby="caption-attachment-120639" style="width: 2319px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-120639" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked.jpg" alt="" width="2319" height="1739" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked.jpg 2319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/be-naked-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 2319px) 100vw, 2319px" /><figcaption id="caption-attachment-120639" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-elegante-con-insegna-al-neon-in-un-contesto-urbano-36072106/">B Pixels</a></figcaption></figure>
<p>di<b> Meltea Keller</b></p>
<p>“Fai il bravo.”</p>
<p>Viveva da cinquant’anni con questa voce in testa.</p>
<p>Ultimamente si era amplificata: tornava la notte nel silenzio, gli impediva di voltarsi verso il sorriso solare di sua moglie assopita facendolo dormire nelle posizioni più assurde e lasciandolo, il giorno dopo, tutto indolenzito.</p>
<p><em>Con il tempo impari ad accontentarti di chi ti piace meno ma con cui puoi sentirti sicuro.</em></p>
<p>Oscar era un professore al secondo matrimonio. Scriveva per hobby, ma lo pubblicavano le grandi case. Piaceva il suo sguardo ironico sul mondo, le sue scene quotidiane, i suoi personaggi umani nelle loro virtù e debolezze. Nelle loro piccole scelte, nelle loro piccole vite. Ascoltava molto gli altri. E il mercato gli diceva “bravo” perché era intelligente, ma non dava fastidio.</p>
<p>Non dare fastidio era una delle sue regole principali.</p>
<p><em>Con il tempo impari che, se parti con il cambiare il mondo, devi ridimensionare le tue aspettative.</em></p>
<p>C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere.</p>
<p>Altre no.</p>
<p><em>Le persone che mi circondano sono privilegiate. Sguazzano nel privilegio come tante anatre abituate all’acqua pulita in un mondo inquinato. È facile essere felici, così. </em></p>
<p><em>E io? </em></p>
<p>Abitava in una zona gentrificata. L’idea non gli piaceva, ma quando usciva per andare in facoltà si trovava davanti tante piccole botteghe carine che lo ristoravano. Era nel posto giusto.</p>
<p>Aveva conosciuto sua moglie a una mostra d’arte. Lei era critica di fotografia. L’aveva notata subito per i capelli biondi, lo sguardo solare, la camicia sobria e la gonna di jeans con la cerniera sul davanti che le risaltava i fianchi magri senza farla sembrare volgare. In cuor suo, sperò dal principio che fosse come appariva.</p>
<p>E lo era.</p>
<p>Cresciuta in città da famiglia ricca, aveva studiato all’estero nelle università dove occorrono soldi veri. Non si definiva femminista e non sentiva il bisogno di farlo, il cambiamento climatico non le interessava e nella sua parte della città i fascisti violenti non entravano. Eppure era colta. Durante le prime uscite, avevano passato ore a parlare di Pollock e di Keith Haring. Era divertente, lo faceva ridere. Aveva un sorriso dolce. Quei fianchi, aveva desiderato di spogliarli dalla prima volta.</p>
<p><em>Una persona che non si vergogna di bere alle cinque del pomeriggio. Una persona che non ha rispetto per le gerarchie intellettuali perché sa quanto valgono. Sa quanto vale, lei. È fiera – del suo corpo morbido e lievemente sovrappeso, delle sue idee che non nasconde senza gridare. Come fa? Davvero non ha nulla a che fare con me. </em></p>
<p>Adesso che erano sposati con un bambino piccolo, sua moglie non aveva praticamente segreti per lui. Faceva lunghi viaggi all’estero, per lavoro – ma andava bene, non avrebbe avuto tentazioni. La leggeva come un libro aperto. Era il suo punto di forza.</p>
<p>Lei invece sapeva di non dover toccare mai il suo computer.</p>
<p>L’aveva aperto una volta, credeva di non fare niente di male. Il suo era nella stanza accanto.</p>
<p>Oscar l’aveva fulminata con lo sguardo. E aveva fatto una cosa che le risultò stranissima, non da lui: per un attimo era diventato assertivo. Dava ordini.</p>
<p>“Lascia stare il mio computer. Non voglio che tu lo apra.”</p>
<p>“Ok.”</p>
<p>E mai più l’aveva fatto.</p>
<p>“Fai il bravo.”</p>
<p>Ci riusciva, durante il giorno. Ogni tanto – specie fra i giovani in facoltà – si distraeva. Gli occhi gli si facevano pieni di dolore, ma nessuno lo notava. E allora si prendeva il quarto d’ora accademico per buttare giù quei pensieri e liberarsene una volta per tutte.</p>
<p><em>Perché a me? Perché non riesco a smettere di pensarla? Non la presenterei a mia madre, non sarebbe un buon riferimento per mio figlio. E allora perché ho l’impressione che con lei ci siano parti di me che scappano? </em></p>
<p>E ancora:</p>
<p><em>Dice quel che pensa, lo difende. Mi sfida. È come essere mente contro mente. È difficile tenere testa alle sue idee perché sono le mie e non lo sa nessuno. Devo stare attento. Devo stare cauto. Mi è sfuggito uno sguardo. </em></p>
<p>Adesso che gli sfuggivano sguardi, doveva rimediare:</p>
<p><em>La ignoro. Che devo fare? Ho paura che mi trasformi. Mi guardava anche lei. Non come il professore, non come lo scrittore, il marito di un’altra, l’uomo con una posizione. Di tutto questo non le importa niente. E se mi scopre?</em></p>
<p>Perché stava andando a quell’appuntamento? Per esporsi? Per dirla tutta? Per farsi mettere alla berlina? Per farsi inghiottire dal senso di colpa di non aver fatto le cose nella maniera giusta?</p>
<p><em>Ogni volta che caccia quei suoi occhi verdi dentro ai miei ho voglia di spingerla al muro e amarla davanti a tutti. Che si veda. Che goda. Lo sento al solo pensiero. </em></p>
<p><em>Ma chi diventerei? Un bruto? Uno che non si sa contenere? Che penserebbe lei stessa? Se ne approfitterebbe. Di me, nudo, esposto al freddo. Che penserebbe mia moglie? Che farei al suo sorriso? </em></p>
<p>Ma poi scriveva:</p>
<p><em>Puoi prenderti in giro fin che vuoi ma la verità è che provi qualcosa per lei. Nero su bianco. Qualcosa di tanto forte che non hai mai provato con nessuna. Lei è te se non avessi fatto il bravo. E se ti porta con sé crolla tutto. </em></p>
<p>Lo aspettava al tavolino di un piccolo bistrot, la birra chiara in mano, lo sguardo perso a osservare la gente che passava. Lui ebbe il solito brivido che provava nel vederla – lo ignorò. Lei gli sorrise, in maniera pudica, perché pudica lo era.</p>
<p>“Ho voluto vederti”, disse con la voce che un po’ tremava, “perché vorrei che sapessi che ti ho visto. Ho visto come mi guardi. Come mi parli. Come mi ignori. So che provi qualcosa per me. È corrisposto. So che le mattine in cui hai gli occhi tristi è perché piangi da solo. So anche che confessare, da parte mia, non ti farà cadere ai miei piedi. Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Ma se ti senti in gabbia, io ci sono.”</p>
<p>Perse conoscenza per una frazione di secondo, senza darlo a vedere. Per un secondo annegò nei suoi occhi. Voleva baciarla. Voleva poggiare la fronte sulla sua e dirgli quanto fosse pericolosa e quanto avrebbe voluto accettare.</p>
<p>Le disse invece:</p>
<p>“Quello che dici è interessante. Scusa, non ho molto tempo oggi: ci penso su poi mi faccio risentire, va bene?”</p>
<p>E la lasciò lì. A bersi la sua birra.</p>
<p><em>Meglio così, meglio così, meglio così, meglio così, meglio così. </em></p>
<p>Tornò nel suo studio, accese il computer. Scrisse un’intera pagina di “meglio così” senza versare lacrime. Se l’avesse fatto – e non voleva – le mura del suo studio l’avrebbero protetto. Erano spesse, antiche, forti. Filtravano i rumori. Erano come le mura di un convento o di un vecchio carcere. Non si sentivano né le preghiere né le torture. Lì era dove doveva stare.</p>
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		<title>Nora e noi genitori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/20/nora-e-noi-genitori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bagnasco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pallavolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Bagnasco </strong>  <br /> In quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Bagnasco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121148" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg" alt="" width="380" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-408x420.jpg 408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-300x309.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un <em>ace</em> noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, <em>Lucia ha gli occhi della tigre</em>.<br />
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un <em>ace</em>, Nora, ancora un <em>ace</em>, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Provare a capire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/16/provare-capire-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[T.T.]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>T.T.</strong><br />
Il fatto è questo: non c'è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-120092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg" alt="" width="1472" height="808" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi.jpg 1472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1024x562.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-768x422.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-765x420.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-150x82.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-696x382.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/tarazi-1068x586.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1472px) 100vw, 1472px" /></p>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">T.T.</strong></p>
<p>Il fatto è questo: non c&#8217;è nessuna storia se non quella di un silenzio. Non parlare, non ricordare, non tramandare. Arrivando in Italia mio padre ha tentato di ricostruirsi, di essere altro, di dimenticare. Sono nato nel solco di questa amnesia, uno spazio nuovo e salvifico in cui semplicemente poter cominciare da capo. Così questa stanza bianca, appena intonacata e ridipinta è stata coperta e agghindata da pezzi sparsi, frammenti e stracci appesi alle pareti: qualche parola in libanese, alcune immagini familiari, i sapori della cucina mediorientale e poco più. Sono coperture, pezzi di un tutto che manca all’appello, superfici senza sostanza, cocci che uniti insieme non producono senso, ma nascondono – questa è la loro funzione – un passato che mi è stato lasciato in eredità.</p>
<p>Non parlo arabo, non sono arabo; non sono libanese, non mi sento libanese. Il seme di mio padre nel ventre di mia madre, un innesto.</p>
<p>Eppure ci sono memorie e forme che non possono essere offuscate. Nei gesti, nei sospiri, nei non detti, in ciò che non ci si rende conto di fare o agire, probabilmente si stratificano e si miscelano storie implicite e somatiche, millenarie, contatti tra corpi, carezze e aggressioni, ricordi trasmessi che hanno la forma della sensazione. Così insieme al precetto che imponeva di non chiedere, non nominare, non toccare, e di negare, è passato qualcosa di tattile e sordo, silente e non rappresentabile, ruvido e materico come la pietra. Non basta imbiancare le pareti, non è sufficiente fingere che nulla sia accaduto, ortopedizzare le memorie svuotandole di profondità. Se qualcosa esiste, ritorna.</p>
<p>Luglio 2025. I miei erano alla stazione Termini, sul finire di una vacanza romana. In attesa, nel caos ferroviario, un grosso tonfo, probabilmente una valigia caduta a terra, attira l’attenzione dei viaggiatori. Mio padre (diamogli un nome, il suo nome, qualcosa che non può cancellare), Rami, inizia a correre a più non posso, mentre mia madre (diamole un nome, il suo nome, che costituisce a sua volta una storia e un’eredità, che al momento non è il caso di disturbare), Cristina, cerca di stargli appresso, chiamandolo preoccupata. Rami sale sul primo vagone del treno che gli capita a tiro, è visibilmente agitato, fuori di sé. Si siede affannato e si addormenta. A poco sono serviti i tentativi di mia madre di ottenere una spiegazione.</p>
<p>L’accaduto mi viene raccontato il giorno successivo, a casa, mentre Rami riposa a letto. È supino, smagliato, con le mani conserte sul petto brizzolato; il sole pomeridiano illumina la sottile ricrescita del cranio liscio. Mi guarda sereno, circondato dal candore delle lenzuola appena sfatte. Non ascolta ciò che mia madre, seduta poco più in là, sul bordo del materasso, cerca di descrivere.</p>
<p>Non ascolta o non sente. È sempre stato un mistero per me. È parzialmente sordo, forse per una semplice degenerazione genetica, forse a causa di una bomba, esplosagli quarant’anni prima a pochi metri di distanza. Nessuna spiegazione attendibile, nessun senso, solo pezzi sparsi. Coprire il vuoto con stralci di ricordi e non guardarlo, evitarlo. È una sordità che grida di voler essere lasciata in pace, dimenticata.</p>
<p>Cade il silenzio. Le valigie del viaggio sono ancora sparse per la stanza, testimoni di quanto è accaduto. Senza nemmeno rendersene conto Rami prende parola. Non gli era mai successo qualcosa di simile dice, se non qualche mese prima in aeroporto. Era seduto sulle poltroncine d’attesa del gate, quando ha notato un tizio che correva trafelato. Immediatamente si è buttato a terra, stringendo gli occhi e coprendosi la testa. Solo dopo si è accorto che era un semplice turista in ritardo per il volo di ritorno. Cos’è successo? Nessuna spiegazione, nessun senso. Pezzi sparsi.</p>
<p>Mettere assieme i pezzi, invano tentare di chiudere il puzzle. Perché erano a Roma? In vacanza dicevo, ma non una vacanza qualsiasi. Era un ritrovo, una rimpatriata, con un amico di gioventù, che non vedeva da almeno 20 anni. Charbel Karam, diamogli un nome e un cognome, compagno fraterno di Rami nell’infernale Beirut degli anni ’80. A differenza di mio padre ha scelto il Canada come meta di espatrio, trovando lì fortuna e una moglie di origini calabresi. Una vacanza in Italia, ha pensato allora Charbel, per rivedere un amico, con lui ricordare, con lui forse dimenticare. Ciascuno però dimentica a modo proprio, i pezzi sparsi rischiano di non rimanere così isolati, di sfiorarsi, innescare connessioni: non ricordare, non guardare, non tramandare.</p>
<p>Charbel era presente quando scoppiò quella famosa bomba che forse, e dico forse perché “non si sa”, e dico forse perché è solo un pezzo sparso, ha innescato l’ipoacusia di mio padre. È una storia che so, ma che sono convinto di non aver mai sentito uscire da nessuna bocca. È qualcosa che ho scritto addosso, proprietà del mio essere innesto, inciso tra i tessuti dei muscoli, irrimediabilmente parte di me. La conosco non essendoci stato, non avendo mai saputo, non avendola vissuta, sempre presente e sempre assente, materia invisibile che fa da sfondo ad ogni interpretazione delle azioni di mio papà.</p>
<p>La storia in questione vuole che Rami, Charbel e un terzo amico, diamogli il suo nome, Jean, fossero per le strade di Beirut, a fine serata, pronti per tornare a casa. Cade una bomba. Un’auto esplode. Jean viene travolto, mentre Charbel e Rami, sufficientemente distanti dalla zona di impatto ne escono intatti seppur frastornati. I due trasportano il terzo amico in ospedale. Jean viene salvato. Lieto fine. La storia si ferma qui, stop. Pezzo staccato e isolato. Non farsi altre domande, andare avanti.</p>
<p>C’è una seconda inedita versione dei fatti. Esce direttamente dalla bocca di mio padre, sdraiato sul letto, proprio dopo gli eventi di Roma, ancora circondato dalle valigie del viaggio. La racconta a me e mia madre come se non l’avessimo implicitamente incamerata, senza averla mai nemmeno sentita. Rami, Charbel, Jean e un quarto amico, a cui non darò un nome perché non c’è più un nome, sono per le strade di Beirut, precisamente ad Achrafieh, quartiere storicamente maronita della città. Giocano a basket assieme, evitano il dramma della guerra, cazzeggiano e si danno manforte, sono amici in un mondo in piena rovina. Dal cielo una bomba impatta direttamente sul quarto amico, di cui non dirò il nome perché non c’è un nome, perché non c’è mai stato modo di nominarlo e pensarlo, non c’è mai stato e se c’è stato è stato polverizzato, cancellato, muro bianco. Rami non pensa, non capisce. Si volta e corre fino a casa senza mai fermarsi, chilometri e chilometri in direzione Nord-Est, tra strade e vicoli, chilometri senza sosta, non provando alcuna sensazione, alcuna emozione, gambe da cestista veloci su per le scale, gradini a due a due, fino al terzo piano, dove entra in casa e annuncia a chi è presente: “non so se qualcuno è ancora vivo”.</p>
<p>Ha poi scoperto dopo che Charbel era uscito incolume dall’esplosione, mentre Jean era gravemente ferito. Rami non ha salvato nessuno. Qualcuno, di cui non dirò il nome, è morto.</p>
<p>Mio padre tace, ha gli occhi vivi di un adolescente, brillano e si interrogano senza saperlo, mentre il pomeriggio si avvia verso sera. Durante la cena, per la prima volta da quando esisto, papà racconta della sua infanzia. Storie spensierate, tra piante di melograno e corse nei prati. Storie per non pensare. Mangiamo tabbouleh e manousheh di kishik e zaatar, lo facciamo da sempre.</p>
<p>Il giorno dopo sono in auto per le vie del centro. Un vecchio marocchino si getta in strada per attraversare; inchiodo. Mi sorride e con un cenno si scusa. Lo guardo attentamente mentre si allontana svelto. Ha le stesse fitte borse sotto gli occhi che aveva mio nonno Ibrahim; baffi spessi e grigi, carnagione color cuoio, un certo modo di tendere le gambe nel passo.</p>
<p>Scoppio a piangere.</p>
<p>Sento un vento polveroso e violento soffiare dietro di me, il colpo di un’onda d’urto che non ho mai esperito. Qual è il mio ruolo ora?</p>
<p><strong>(Immagine: <em>Da sinistra a destra: Rami, Jean, Charbel e basta</em>)</strong></p>
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		<title>La parola prodromi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 05:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[davide rigiani]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro culturale]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Rigiani</strong><br />
Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Davide Rigiani</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg" alt="" class="wp-image-120345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-768x509.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1536x1017.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-2048x1356.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-634x420.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-150x99.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-696x461.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1068x707.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/medicina-1920x1272.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ds_30-1795490/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Dmitriy</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=4842049">Pixabay</a></figcaption></figure>



<p class="dropcapp2">Ecco una storia ispirata a fatti che mi sono realmente accaduti. È una cosa ambientata nel mondo della sanità italiana, quindi è comunque un po’ fantasy.</p>



<p>Sono svenuto due volte, nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno. Una volta, passi. La pressione bassa, mangiato poco. Chi lo sa. Ma due. Mia moglie esige che io vada dal medico di base. Anche io penso che sarebbe il caso, però non ci voglio andare. Ho paura che mi trovino qualcosa. O che mi prescrivano delle terapie, o degli esercizi che poi mi toccherebbe pure fare. E poi perché anche solo cercare la tessera sanitaria, prendere e andare, trovare il posto, capire a chi tocca, spiegare, stare a sentire: io non ne ho voglia. Variazioni di questo approccio alle cose definiscono il mio rapporto con il mondo. Ma se mia moglie esige, esige. Andiamo dal medico di base.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A Rocchetta di Vara, settecento abitanti, in Val di Vara, in provincia di La Spezia, niente medici di base. I medici di Rocchetta sono due ma seguono già il numero massimo di pazienti. Ci siamo trasferiti qua da circa un anno. Prima abitavamo a Sarzana. Là ero seguito da un medico che andava per i novecento anni e riceveva al pianoterra di un palazzo dalle parti del Conad. Online i suoi orari, il numero di telefono e l’indirizzo dell’ambulatorio non erano aggiornati, per stanarlo bisognava andare al vecchio indirizzo, trovare su una bacheca zeppa di bigliettini quello con l’indirizzo nuovo, risolvere gli indovinelli della Sfinge e poi una caccia al tesoro. Oltretutto l’ambulatorio da fuori era mimetizzato da ristorante di pesce, uno non l’avrebbe mai detto. Dentro era minuscolo e condiviso da vari dottori. Macchinari medici parcheggiati dove c’era spazio. Si attendeva il proprio turno in mezzo a ecografi rotellati e altri apparecchi misteriosi. Sembrava uno studio medico fatto con i pezzi avanzati da altri studi, come un’automobile costruita con i pezzi di ricambio.</p>



<p>A ogni modo questo signore, il quale una volta non fu in grado di aprire i file di una tac che egli stesso mi aveva prescritto, se n’è andato in pensione esattamente quando abbiamo traslocato. E quindi eccomi qua, a Rocchetta, settecento abitanti, due svenimenti, zero medici di base.</p>



<p>Dice: nei paesini piccoli di montagna può succedere: cerca un altro dottore a Sarzana. Anche a Sarzana niente medici di base. Ce n’è uno in un comune ancora un po’ più in là, piuttosto fuori mano. All’Anagrafe Sanitaria un impiegato logorato dalla sanità lascia intendere che, se questo medico è l’unico che ha ancora posto, un motivo ci sarà. Decidiamo di lasciar perdere.</p>



<p>Che milioni di italiani siano in questa situazione è cosa nota. Il motivo, a volerlo indagare, va indagato in un groviglio politicoamministrativo oramai impossibile da sciogliere, il quale può essere interessante quanto ti pare, ma io però sono svenuto due volte per davvero, sono qua e sono un po’ preoccupato. Che si fa? Si fa che a Rocchetta di Vara c’è l’ambulatorio medico di prossimità. L’hanno organizzato apposta per far fronte a tutta questa faccenda.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Una volta alla settimana, dalle alle, nel tal posto, è disponibile questo ambulatorio per i cittadini senza medico di base. Si va su appuntamento. Ovviamente io, all’ambulatorio medico di prossimità, non ci voglio andare. Ho un metodo per persuadermi a fare le cose che non voglio fare. Ce l’ho fin dall’adolescenza, ma è praticabile solo se si vuole scrivere. Mi dico che è tutta materia da romanzo. Le esperienze spiacevoli che nella vita tocca affrontare: materia da romanzo. Vado, le affronto, prendo qualche appunto, rimugino e filosofeggio. In seguito magari ci scriverò qualcosa. Soprattutto, così facendo, mi trasformo in un osservatore esterno della mia vita, e queste cose spiacevoli è come se capitassero a un altro.</p>



<p>E funziona? Macché. Assolutamente no. Se vado all’ambulatorio medico di prossimità è solo perché mia moglie esige.</p>



<p>In macchina mi prepara psicologicamente. Non ti piacerà il posto, dice. Lei non ha nessuna idea di come sarà il posto, ma sa che non mi piacerà. Non ti piacerà il loro modo di fare. Bisognerà aspettare una quantità di tempo offensiva. Dirai che sono incapaci e ostili.</p>



<p>È importante che lei mi ricordi tutte queste polemiche eventualità, così da non aggiungere, all’eventuale disagio, anche la sorpresa, la quale si applica alla misura del disagio come un moltiplicatore, e a quel punto il climax esponenziale è un attimo, come niente ti ritrovi in pubblico, in piedi su una sedia, a strillare questo paese è una vergogna e uno schifo. Partire con aspettative bassissime è fon da men ta le.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">E l’ambulatorio di Rocchetta com’é? Dipende. Il posto è uno spazio comunale in prestito, e non è sempre lo stesso. In questo caso si tratta di un’ex scuola elementare, credo, un paio di stanze vuote al piano superiore. Al piano di sotto c’è un negozio, ti vendono i trattori, i rastrelli e altra roba da giardinaggio. Ci avevamo portato il tosaerba quando mi era rimasta in mano quella corda che si tira per metterlo in moto. Ci avevano cambiato la corda in un attimo e ci era costato cinque euro. Cosa vuoi di più.</p>



<p>Per trasformare uno spazio di proprietà del comune in un ambulatorio di prossimità servono: un paio di impiegate dell’ASL, un dottore, una porta che si possa chiudere, uno stetoscopio, un paio di portatili, una stampante, tavoli, sedie, un lettino, e in questo caso anche una stufetta elettrica portatile, perché comunque siamo in gennaio, sono le otto del mattino e hanno appena aperto l’ambulatorio.</p>



<p>Arriviamo e una delle due impiegate dell’ASL si sta appunto scaldando le mani sulla stufetta appena accesa. L’altra mi domanda il codice fiscale e tutta la tiritera. Non aspettiamo che cinque minuti, dopodiché ci riceve una dottoressa.</p>



<p>Una persona normale, bendisposta. E non ha nemmeno novecento anni. Le spiego e lei mi sta a sentire. Sta a sentire anche mia moglie. Mi domanda. Mi ausculta. Nel breve incontro non ho avuto tempo di farmi un’idea approfondita, ma ipotizzo che si tratti di una persona animata da un travolgente ottimismo perché con me ha usato almeno due volte la parola prodromi.</p>



<p>In caso di svenimento è rilevante stabilire se ci sono stati dei prodromi, cioè se hai sentito arrivare lo svenimento, o se invece no, sei caduto come una peracotta senza preavviso.</p>



<p>Ora. Realisticamente. Se fermassimo per strada uno a caso e gli domandassimo cosa vuol dire prodromi, che probabilità avremmo di sentire una risposta grosso modo sensata? Pensiamoci un attimo.</p>



<p>Però, prima di farci tutti sconvolgere dal contagioso ottimismo della dottoressa, rivediamo un attimo quelle disperanti statistiche che ogni tanto compaiono sui giornali a proposito di cultura, di scuola e di editoria. Quelle cifre dell’Istat che misurano i lettori in Italia, ad esempio. Sapete quali. Quelle in cui se uno legge un paio di libri in un anno è già un lettore forte. E, anche così, con questo ridicolo metro di giudizio, rimangono cifre risibili. Oppure quelle cronache dell’apocalisse che ci ricordano come un adulto su tre non sappia leggere e comprendere il senso di semplici frasi scritte. Tra l’altro molti di loro scrivono libri, spesso di successo. Poi ci sono i genitori che aggrediscono gli insegnanti perché hanno dato un brutto voto ai figli, le serie tv scritte in modo ridondante perché la gente le guarda scrollando con il cellulare, l’Università del Massachusetts che dice che non siamo più in grado di rimanere concentrati per più di tredici secondi. Insomma, tutte queste informazioni davanti alle quali non c’è speranza, percentuali ed episodi che mettiamo in un cassetto del cervello che non apriamo mai, perché comunque uno cosa può fare.</p>



<p>Bene. Tiriamo fuori queste nozioni e, anche stimando che magari una parte sarà allarmista, facciamoci un’idea realistica delle probabilità che una persona presa a caso sappia cosa vuol dire prodromi. Magari lo sa, eh. Magari non lo sa. Vogliamo fare un cinquanta percento? Io francamente dico di meno, ma facciamo un cinquanta. Ecco, anche in questo caso dare per scontato che un estraneo a caso lo sappia è comunque precipitoso. Per questo dico che la dottoressa sia una persona ottimista.</p>



<p>Se invece sono pessimista io e ho esagerato ad abbassare le aspettative allora, è chiaro, è colpa di mia moglie.</p>



<p>A ogni modo. I prodromi, dicevamo. I prodromi io ce li avevo avuti. Avevo sentito che stavo per svenire. Lo dico alla dottoressa. La dottoressa pensa. La dottoressa ipotizza: sindrome vasovagale. Vorrebbe dire che svengo se provo emozioni forti, o se vedo del sangue, cose del genere. Speriamo che sia così, perché la sindrome vasovagale non è una cosa grave. Per verificare l’ipotesi mi prescrive esami cardiaci e neurologici. Bisogna andare per medici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Me ne esco, devo dire, abbastanza soddisfatto. L’ambulatorio improvvisato sopra al negozio di trattori non è una clinica avveniristica, ma sono stato visitato bene, senza perdere tempo e non ho speso un euro. Certo, se fossi uscito di casa aspettandomi di andare in un edificio superattrezzato me ne sarei andato dicendo questo paese è una vergogna e uno schifo. E invece. Merito di mia moglie.</p>



<p>Fuori, a due minuti dall’ambulatorio, ci sono il municipio di Rocchetta, l’ufficio postale, la chiesa, la farmacia. La farmacia di Rocchetta è una cosetta piccina picciò, con dentro un genovese abbastanza simpatico, che nel retro ha una stufa a pellet e un computer per prenotare gli esami. Lì, in quattro e quattr’otto, ci prende tutti gli appuntamenti che ci servono e nel giro di un paio di settimane. Ed è molto meno di quello che mi ero preparato ad aspettare, sempre per via di quella cosa delle aspettative basse.</p>



<p>Prima cosa: analisi del sangue e ECG, per i quali andiamo al poliambulatorio di Brugnato, una metropoli in confronto a Rocchetta: milletrecento abitanti. Arriviamo la mattina presto. All’entrata non si vede anima viva. Non c’è una segreteria o uno sportello. C’è un portone in alluminio, una scala, varie porte, tutte chiuse. Tutto è tappezzato di fogli A4 con stampate frecce e indicazioni in Arial corpo trecentocinquanta. Ufficio Tal dei Tali, Ufficio Talaltro. Entrare, Non entrare. Pediatria.</p>



<p>La segnaletica fatta con i fogli A4 attaccati con lo scotch è un indice importante, misura la precarietà del mondo. Più fogli A4: più precarietà. Sapete quei film in cui un cambio di uffici o di dirigenza viene sottolineato mettendo nella scena un operaio che con un raschietto stacca per benino le lettere dorate da una porta a vetri? Fantascienza. O magari cattivo cinema. Registi italiani che volessero fare il realismo oggi dovrebbero inscenare un infermiere che arriva, stacca un foglio dal muro, ne attacca un altro e se ne va. In un attimo ambienti privi di caratteristiche diventano avamposti comunali, regionali o statali in virtù di questa segnaletica provvisoria che più provvisoria non si può, e con altrettanta semplicità possono tornare a essere ambienti vuoti. Come niente il reparto di oncologia ti diventa l’anagrafe zootecnica, il catasto, il magazzino dei pompieri. Ecco qua un colpo di Stato: un uomo arriva, stacca dal portone di Palazzo Chigi il foglio A4 con scritto Repubblica Italiana, ne attacca un altro con scritto Gran Confederazione del Davide. No, davvero, niente grida solidità istituzionale come la solidità fisica, datemi retta. Delle belle lettere di pietra, grandi come utilitarie, costose da mettere, difficili da rimuovere. Avete visto qua fuori la nostra scritta gigante Gran Banca del Credito del Davide, tutta di marmo di Carrara? Significa che ci penseremo due volte prima di sostituire questi uffici con una lavanderia e scappare con i vostri soldi.</p>



<p>Comunque sia. Le indicazioni qua, oltre che precarie, sono anche abbondanti, ma non per questo esaurienti. Arriva un signore, un novantenne con berretto degli alpini. Anche lui non capisce dove deve andare. Il posto non è grande, procedendo per esclusione saliamo le scale. Al primo piano c’è un corridoio con sedie di plastica allineate lungo i lati. Ci sediamo. Arrivano altre persone. Si siedono. Un tipo con un braccio rotto parla ad alta voce, lui solo in mezzo a un gruppo di estranei che tacciono. Monologa. Non so, parla di Facebook.</p>



<p>Comunque di lì a poco un’infermiera mi preleva il sangue, poi arriva la cardiologa. Un’altra persona normale, bendisposta, un’altra che non ha novecento anni.</p>



<p>Trovo leggermente imbarazzante riferire l’ipotesi che io svenga a causa di un’emozione più forte del normale. In quanto figlio maschio del patriarcato sono conscio di respingere inconsciamente l’idea di essere svenevole. E poi comunque non sono mica svenuto mentre guardavo un film horror o cosa ne so. Stavo a casa, seduto a scrollare col telefono apocalittiche notizie in materia di editoria. Dunque riferisco sì la teoria della sindrome vasovagale, ma rilevando che comunque io boh. Mentre riferisco, immagino che la dottoressa immagini quanto sopra a proposito del fatto che sono un uomo, e dunque, almeno per quanto riguarda certe questioni, un imbecille. Cosa più che giusta, vi dirò.</p>



<p>Mi domanda se fumo. Ho smesso da 12 anni. Nel referto mi indicherà comunque come ex fumatore. Mi domanda dei prodromi. Ancora con questi prodromi. Sono sinceramente in ansia per la mia salute, un sacco di cose gravi possono incominciare con un paio di svenimenti, ma siccome sono anche uno scemo mi viene in mente che Davide e i Prodromi sarebbe un gran nome per una band. Se mi organizzo con l’alpino e quell’altro col braccio rotto possiamo fare delle serate, sul palco sveniamo, ci facciamo venire degli attacchi epilettici e degli infarti. Davide e i Prodromi, siore e siori.</p>



<p>Alla dottoressa dico solo che i prodromi, in effetti, li ho avuti. Mi ausculta. Mi fa questo ECG, cioè mi attacca degli elettrodi e io, modestamente, produco un grafico. L’esame durerà sì e no dieci minuti. Tutto normale, pare. Mi prescrive comunque un test da sforzo, un ecodoppler e un holter. Ecco che gli esami medici si moltiplicano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">A casa comincio a misurare pressione e battiti tutti i giorni, con la macchinetta, sempre alla stessa ora. Misuro tre volte e poi faccio la media, come mi hanno detto le dottoresse. Non l’avevo mai fatto prima, non con questa costanza, e ora che lo faccio sono preoccupato. Ho i battiti lenti, dicesi bradicardia. È normale negli sportivi, e io non sono uno sportivo. Cerco sull’internet e scopro che morirò. Bradicardia e svenimenti possono indicare cose gravi. Si parla come minimo di un pacemaker. Avevo uno zio col pacemaker. Ho quarantacinque anni. A quarantacinque anni si può già essere in condizioni di dover pensare a un pacemaker?</p>



<p>Veniamo all’holter. Io, che non so mai niente, credevo fosse chissà che. È un aggeggio che ti attaccano con una cinturina tipo marsupio e ti misura i battiti per ventiquattr’ore. Magari devi stare un po’ attento a non ingarbugliarti con i fili degli elettrodi mentre dormi, ma questo è tutto. La cardiologa me l’ha prescritto perché, quando un medico mi ausculta, i battiti mi salgono per l’ansia da prestazione, è più forte di me. Mia moglie sostiene che dovrei fare meditazione.</p>



<p>A ogni modo l’holter te lo mettono giù ad Arcola. Arrivo alla clinica di Arcola e non c’è neanche un singolo foglio A4 appeso da nessuna parte. È una struttura privata. C’è anche una reception, una saletta che biancheggia come i laboratori nelle pubblicità dei dentifrici. Videocamere discrete sorvegliano la sala d’attesa, peraltro vuota. Due dottori biancheggiano e bighellonano. Due segretarie fresche di parrucchiere. Io ne traggo subito conferma che una volta ancora le mie idee in materia di apocalisse sono valide: quando la società democratica si sbriciolerà le società private resteranno in piedi, e noialtri, we, the people, ci daremo guerra brandendo scudi con il logo di Google o della Nestlé. Una specie di monarchia medievale capitalistica, non mancano certo le narrazioni distopiche che ce lo spiegano.</p>



<p>Comunque sia, uno dei due dottori mi attacca gli elettrodi. È contento di avere qualcosa da fare e fa con calma. Intanto mi racconta che gli piace andare a caccia. Dice che dovrò tornare domani a riconsegnare l’holter. Tra l’altro domani è il mio compleanno. Quando avevo vent’anni festeggiavo con gli amici, mangiando e bevendo. Domani ne farò quarantasei e festeggerò andando a togliere l’holter. Magari dopo faccio colazione in pasticceria, dài.</p>



<p>L’esito degli esami del sangue si può scaricare online. L’interfaccia del Fascicolo Sanitario Elettronico, in questo mondo che da trent’anni sembra non fare altro che aggiornare le app per modificare leggermente un’icona o spostare un menù a tendina, mi fa tornare giovane perché sembra una cosa uscita dai miei ricordi di Prince of Persia o di Lemmings. Nondimeno fa il suo dovere e mi scarica un pdf con gli esami. I valori, da quel poco che capisco, che è poco, sono nella norma.</p>



<p>Bene, per l’elettroencefalogramma, il test da sforzo e l’ecodoppler bisogna andare al Sant’Andrea di La Spezia.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default"><blockquote><p>Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">In ospedale ti arrabbierai davvero, m’informa mia moglie. Ci sarà da aspettare. Ti passeranno davanti in fila. Saranno sgarbati. Non si capiranno le istruzioni. E poi ti perderai.</p>



<p>In effetti mi perdo subito. A quanto pare il Sant’Andrea è composto da nove edifici diversi, e io li provo tutti. Ovunque vado vedo anziani meglio orientati di me, in coppie o anche in triplette. C’è la solita vegetazione di istruzioni e frecce stampate su fogli A4 attaccati con lo scotch. Entrare, non entrare. Neurologia struttura complessa. Chissà che cavolo significa. Paginate fitte di informazioni sul trattamento dei dati personali durante la prestazione ambulatoriale. I signori utenti sono pregati di attendere in sala d’attesa. Offendere o aggredire verbalmente o fisicamente gli operatori di questa struttura è un reato. È obbligatoria la mascherina. Ecco, l’obbligo della mascherina è ribadito più e più volte, ma non ce l’ha quasi nessuno. </p>



<p>Mi domando se sono cartelli rimasti appesi lì dai tempi del covid. A prima vista questo potrebbe essere in contraddizione con la teoria sulla precarietà del mondo. Cioè. Come fa un’indicazione fatta con un foglio appeso con lo scotch a indicare precarietà, se poi rimane lì stabilmente per anni? Urge definire meglio la teoria: i fogli appesi e poi rimasti lì a ingiallire sono indice della stabilità della precarietà. Cioè: non siamo precari in modo precario, siamo precari in modo stabile. Siamo precari da anni. Ci si può contare su questa precarietà. E infatti ci contiamo, siamo abituati, viviamo così.</p>



<p>A ogni modo. Io son qua con in mano la cartellina delle mie scartoffie sanitarie assortite, che è già diventata un bel mazzetto, e sono vestito in tuta, perché per la prova da sforzo ti devi presentare vestito pratico. Non mi piace essere in tuta fuori di casa. Sotto sotto mi sento che sto già cominciando ad andare in giro vestito da ospedale. Come in quel racconto di Buzzati, i Sette piani, in cui un tizio viene ricoverato per un nonnulla e un po’ alla volta lo spostano sempre più vicino al reparto dei malati gravi. Alla fine, ora non mi ricordo bene cosa succede, ma, diciamocelo, probabilmente il tizio schiatta. E queste cose iniziano così, andando in giro in tuta. Come niente ti ritrovi a tuo agio in pubblico col camice aperto dietro e l’asta rotellata che ti regge la flebo.</p>



<p>Comunque forse ho trovato il posto. Un cartello dice che devo attendere e verrò chiamato. Sono italosvizzero, dunque in quanto svizzero il mio impulso sarebbe quello di rispettare l’indicazione come fosse un dogma della fede, ma in quanto italiano ho imparato che devo ignorarlo e domandare a qualcuno. Infatti l’infermiera che tiene le redini di tutta la situazione, che per inciso non è fresca di parrucchiere ma è precisa e paziente, non si turba. Lo ignorano tutti quel cartello. Mi conferma che l’elettroencefalogramma si fa lì, e mi dà da firmare cose che non leggo.</p>



<p>L’elettroencefalogramma è quello che tu ti sdrai e ti attaccano degli elettrodi sulla testa. Dura un quarto d’ora. Ti dicono tenga gli occhi chiusi. Ti dicono si rilassi. Io, mi dicono si rilassi, mi agito. Ho messo l’holter apposta perché mi agito. Non è che mi agito da smaniare, ma forse è comunque sufficiente ad alterare le mie attività cerebrali. Lo è? Non lo è? E io cosa ne so. Ora mi rilasso. A cosa penso per rilassarmi? A cose assolutamente pigre e piacevoli. Ai miei gatti che cercano la posizione per dormirmi addosso. A un racconto di Barthelme che ho letto e che non ci ho capito niente. A cosa c’è per cena. Risotto al pomodoro. Molto bene. Ti sei rilassato? Guarda che, se non ti rilassi, verranno fuori dei valori sballati. Vuoi essere operato d’urgenza al cervello perché non ti sai rilassare?</p>



<p>Mi fanno aprire e chiudere gli occhi. Fanno lampeggiare delle luci. Ecco Davide, di Davide e i Prodromi, che adesso si fa venire un attacco epilettico, siore e siori, rullo di tamburi. Ma tanto quale posto migliore al mondo per farsi venire un bell’attacco epilettico del reparto di neurologia del Sant’Andrea? Siamo in una botte de’ fero.</p>



<p>Bene, quanto il test è finito domando al tizio che mi sta staccando gli elettrodi dalla testa se, così, grosso modo, ha mica visto cose rilevanti. Siccome mi risponde che lui è solo un tecnico, io ne deduco che morirò, che lui questo lo sa perché lo ha visto nel mio encefalogramma, ma vuole che sia qualcun altro a dirmelo.</p>



<p>Venite che adesso andiamo tutti a farci fare un bell’eco color doppler al cuore. È tipo un’ecografia a colori, a quanto ne so. Alla parete della stanzetta è appeso un foglio A4 con stampata l’immagine di una scultura del Canova. Paolina Borghese, pare, una bianca signorina stesa sul fianco sinistro sul suo triclino, perché a quanto pare per fare l’eco doppler bisogna appunto stare a torso nudo stesi sul fianco sinistro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Il dottore che mi ecografa è uno simpatico. Sarà sui cinquanta. Mentre mi ecografa, mi domanda cosa faccio. Ho una risposta strategica per questa domanda, di solito dico, molto genericamente, che lavoro in editoria. Se la circostanza lo richiede, spiego meglio: prima facevo il redattore, dico, cioè correggevo i romanzi degli altri, poi ne ho scritto uno io, ora magari ne scrivo un altro. Comunque evito, se posso, di usare la parola scrittore. La parola scrittore accende spesso nella fantasia delle persone due possibili idee, diametralmente opposte, entrambe problematiche. La prima idea: uno scrittore: certamente un saggio, un inarrivabile genio. Ma per favore. La seconda idea: uno scrittore: un cretino disoccupato.</p>



<p>Ecco, io non voglio rientrare in nessuna di queste due categorie, se possibile, quindi al dottore dico, molto genericamente, che lavoro in editoria.</p>



<p>Bello, dice lui.</p>



<p>Bello è bello, dico io.</p>



<p>Una volta leggevo, dice lui.</p>



<p>Non ho dubbi che sia vero. Tutti leggevamo quando i libri costavano undicimila lire, non c’era Netflix e non avevamo uno smartphone al posto della mano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-default" style="border-color:#0693e3"><blockquote class="has-text-color has-vivid-cyan-blue-color"><p>E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa.</p><p>E come vanno. Ecco che sento i prodromi.</p></blockquote></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-wide"/>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p><p></p></blockquote>



<div style="height:15px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="dropcapp2">E come vanno le cose in editoria, molto genericamente? mi fa. <br /><br />E come vanno. Ecco che sento i prodromi. Al medico che in quel momento mi sta letteralmente guardando dentro al cuore con un ecocardiografo a colori, mi scappa di dire che l’editoria italiana, e dunque la letteratura italiana, è piena di problemi. Le cose vanno male, dottore, gli dico. E poi gli riassumo le solite cose, le cose che si sanno: le librerie indipendenti non ce la fanno, in classifica c’è spesso roba indegna o libri di cucina, i piccoli editori non pagano, i grossi editori monopolizzano, l’amichettismo, la siccità e le cavallette. Dico che l’unico che paga l’affitto alla fine del mese è probabilmente il distributore, cioè quello che sposta fisicamente il libro dalla tipografia al magazzino, dal magazzino alla libreria, dalla libreria di nuovo nel magazzino, dal magazzino al macero. Se conta il profitto, il libro produce profitto più che altro come oggetto fisico da spostare di qua e di là. Tanto varrebbe spostare dei manubri.</p>



<p>Mi rendo conto che mi sto agitando, ma non posso fare a meno di dire anche, a questo signore qua che in fin dei conti mi ha solo domandato come va, che, secondo me, quando ero un adolescente, la letteratura faceva bene al mio equilibrio mentale. Non solo per le cose su cui fare qualche bella pensata che si possono trovare nei libri validi, ma anche, banalmente, perché per leggere ti devi concentrare e chiudere fuori il mondo, il che mi faceva un gran bene. Eccola la meditazione che mia moglie dice che dovrei fare. All’epoca non sapevo nemmeno distinguere tra una casa editrice e l’altra ed ero più sereno, caro il mio dottore, mentre oggi mi sembra che le cose che so dello stato dell’editoria mi avvelenino l’atto di leggere e quello di scrivere. E tanti saluti alla meditazione e all’equilibrio mentale, dico. E poi svengo.</p>



<p>Dopo so solo che un’infermiera mi sveglia con una sberla, devo dire una sberla assolutamente competente. Sto bene sto benissimo, dico. Mi tengono lì sdraiato venti minuti, per sicurezza. Mi danno un succo di frutta.</p>



<p>Ho un’oretta prima del neurologo e del test da sforzo. Rimuginando e filosofando cerco la prossima stanza. In un incontro che dura credo tre minuti, un neurologo annoiato dalle mie condizioni di salute non interessanti guarda le mie scartoffie, si dichiara d’accordo con la sindrome vasovagale, mi congeda. Non ho fatto in tempo a sedermi, ma va bene così.</p>



<p>È quasi fatta. Cosa rimane? Rimane l’ultimo cardiologo, il terzo. Questo non mi domanda né dei prodromi né che cosa faccio. Anzi, non spiccica una parola. Risponde alle mie domande a proposito della bradicardia in modo appena rassicurante, ma senza una parola di troppo, non un avverbio, non un aggettivo in più del necessario. Mi piace. Un minimalista, lo chiameremo Raymond Carver.</p>



<p>Mi mette su una cyclette, mi attacca elettrodi da tutte le parti, mi fa pedalare per un quarto d’ora. Io non mi preoccupo, è un esame che capiterà di fare anche agli anziani, penso, o a gente meno in forma di me. Si pedalerà così, un po’ in scioltezza. Tipo scampagnata. Col cavolo. Il minimalista qua aumenta sempre di più la resistenza della cyclette, ogni paio di minuti i pedali diventano più duri. Ecco qua uno che, molto genericamente, lavora in editoria che arranca su una cyclette mentre tutti gli elettrodi del mondo misurano quando ci vuole per fargli venire un infarto. Ce la farà? Ci rimarrà secco? Tutto è contro di lui. Si pubblica sempre di più, sai, e si legge sempre di meno. I libri costano sempre di più, si viene pagati sempre di meno. E io che faccio? Io pedalo, siori e siore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-style-large"><p>*</p></blockquote>



<p class="dropcapp2">Come va a finire. Alla fine l’infarto non mi viene. Anzi. Raymond approva il mio sistema cardiorespiratorio. È soddisfatto, forse persino orgoglioso. Mi fa appena un impercettibile sì con la testa. Sembra niente, ma è un po’ questa l’essenza del minimalismo, no? In un sistema di espressioni trattenute, di rimozione del superfluo, un gesto minimo è una cosa enorme. Imparo che la felicità non sta nel coronamento del vero amore, ma nel sorriso del cardiologo che ti ha messo su una cyclette.</p>



<p>Questa storia termina qui. In totale ho fatto sei esami nel giro di tre settimane, e ho speso circa 230 euro di ticket, che non è tanto. Me ne torno a Rocchetta di Vara portando con me l’immagine del personale sanitario di tutta Italia che fa del suo meglio in questo mondo precario, come d’altro canto fa la gente dell’editoria.</p>



<p>Quanto a me, tutto ha confermato la diagnosi della dottoressa ottimista, ed è un sollievo. Grazie per l’interessamento. Sono uno che sviene, a quanto pare, un po’ come faceva Dante quando non sapeva come finire un canto.</p>
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		<title>Discorso di Noè ai due liocorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Luca Bonalumi</strong><br />
"Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_119658" aria-describedby="caption-attachment-119658" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119658" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/diluvio-universale-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119658" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/pixundfertig-683277/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Ria Sopala</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3008693">Pixabay</a></figcaption></figure></p>
<p>di <strong>Luca Bonalumi</strong></p>
<p>In linea teorica ero stato assunto solo per badare alle bestie, ma in realtà mi capitava di fare molto altro. Avevo firmato un contratto di una quarantina di giorni effettivi, ma per motivi di organizzazione il capo mi aveva chiesto se fossi stato disponibile a trasferirmi sul luogo di lavoro qualche giorno prima. Io, lui, sua moglie, qualche figlio e alcuni parenti suoi: mi pareva un bel gruppo per un viaggio via mare.</p>
<p>Entusiasta di un&#8217;attività che finalmente mi consentisse di viaggiare, avevo accettato la proposta di Noè senza badare troppo alle stravaganti convinzioni che lo avevano portato a costruirsi una vera nave in legno e a farci salire, oltre alla famiglia, un numero sconsiderato di coppie di animali di ogni specie.</p>
<p>Quando però aveva iniziato a piovere sul serio, e le strade della città erano diventate fiumi, avevo capito che un fondo di verità sulle catastrofiche previsioni meteorologiche del mio datore di lavoro c&#8217;era, eccome. Solo la collina poco distante dalla città e ben ricoperta di boschi, almeno inizialmente, pareva indifferente alle piogge torrenziali e, nonostante il fradiciume del terreno, sembrava l&#8217;unico posto al mondo ancora vivibile, il giorno in cui salpammo. Tuttavia, le previsioni del mio capo lasciavano intendere che nemmeno la collina si sarebbe salvata, e tutto il mondo sarebbe stato sommerso.</p>
<p>Eppure, sebbene Noè avesse azzeccato praticamente ogni scelta fatta fino a quel momento, il giorno in cui alzammo l&#8217;àncora trovai che era molto, troppo nervoso per essere il predestinato. Lo osservavo da lontano mentre convincevo gli ippopotami a scegliere una volta per tutte un posto per mangiare e uno per fare i bisogni; si muoveva con passi veloci verso le gabbie dei castori, per poi voltarsi d&#8217;improvviso e correre senza un apparente fine verso le scomode giraffe. Dopo aver dato un&#8217;occhiata ai fori che avevamo dovuto praticare nel soffitto, e che consentivano a quelle povere bestie di tenere quantomeno il collo verticale, ripartiva a passo svelto alla volta dei canguri, che a furia di saltare stavano già creando preoccupanti crepe nella soletta. Pensai che Noè avesse solo dubbi sulla tenuta dell&#8217;imbarcazione, e che questo lo rendesse nervoso: dopotutto era la prima arca che costruiva. Mi sbagliavo.</p>
<p>Poco dopo, quando il diluvio iniziò a fare sul serio, tutti quanti sentimmo delle nitide grida d&#8217;aiuto provenienti dall&#8217;esterno. Avevo ricevuto l&#8217;ordine di non uscire allo scoperto per tutta la durata della piogge, ma eravamo appena salpati, e probabilmente non ci eravamo mossi che di qualche centinaio di metri: trovai quindi intelligente uscire sul ponte di coperta a vedere chi e perché chiedeva aiuto. Dato che Noè mi aveva anticipato, e visto che non avevo intenzione di farmi riprendere dal capo nei primissimi giorni di lavoro, mi nascosi dietro ad una balla di fieno e spiai.</p>
<p>La nave, partita dalla città, si era spostata verso la collina, della quale era rimasta visibile solo la parte sommitale, ad occhio una zona di un migliaio di metri quadrati ancora ricoperta da alberi ormai allo stremo. Sulla cima della pianta più robusta, due liocorni fradici ed infreddoliti urlavano al capitano della nave le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Dai, facci entrare!</p>
<p>&#8211; Siete in ritardo &#8211; rispose Noè – è solo causa vostra se non posso farvi salire. Altro che diluvio: metà del liquido che inonderà il mondo sono lacrime mie, versate per voi due, poveri ingenui animali incompresi dal resto del gruppo. Perché, perché siete arrivati in ritardo facendo ricadere su di me la decisione di lasciarvi travolgere dalle acque? Era solo una questione di imbarazzo? Potevamo parlarne tutti insieme, sapete?</p>
<p>&#8211; Ma quale imbarazzo, Noè! Volevamo solo farci un&#8217;ultima passeggiata tra gli alberi della nostra amata collina, in ricordo del nostro amore&#8230;</p>
<p>Noè iniziò a roteare il suo bastone da passeggio, e con esso ruotò d&#8217;improvviso anche il suo atteggiamento.</p>
<p>&#8211; Basta con queste sciocchezze! Vi siete comportati da immaturi. Forse è buona cosa per il futuro del pianeta che i liocorni rimangano sulla collina&#8230; Due come voi, poi, dovevano capitarmi&#8230;</p>
<p>I due liocorni si guardarono impietriti. Per lunghi secondi si sentì solo la devastante potenza del diluvio. Ecco allora, quando ormai dietro alla balla di fieno mi ero convinto del fatto che i liocorni si sarebbero estinti, che tutto cambiò.</p>
<p>&#8211; Noè, sei sicuro che non ci tieni qui a morire solo perché siamo due liocorni maschi innamorati? Forse ti vergogni di averci a bordo?</p>
<p>Il capitano impallidì, e alzò lo sguardo al cielo.</p>
<p>&#8211; Come potete dire questo? Io vergognarmi di due liocorni maschi? Avete idea di chi è il vero, unico, Altissimo conducente di questa nave?</p>
<p>&#8211; Certo – risposero i due – e sappiamo benissimo anche come la pensa. Credi forse che non siamo aggiornati? Ti sbagli Noè, anche noi siamo figli suoi. In teoria, ci ama quanto ama te. Dai facci salire e chiudiamo un occhio sull&#8217;argomento. Per ora.</p>
<p>&#8211; Mi state ricattando! Mi state ricattando! Forse oggi avrete la vostra sopravvivenza, ma non crediate che questa storia finisca qui! Oggi stesso sentirò l&#8217;Altissimo, e credetemi se vi dico che mi darà regione!</p>
<p>Noè lanciò bruscamente due salvagenti in acqua, e ad essi attaccò due robuste corde.</p>
<p>&#8211; Oreste! Dov&#8217;è Oreste? Possibile che ogni volta che serve a qualcosa non si trovi? Maledetto servo opportunista, Oreste!</p>
<p>Cercando di non farmi pizzicare, uscii dal nascondiglio e corsi a tirare le corde con forza. Sul viso dei liocorni, che avevano mollato la pianta e si erano gettati nelle acque gelide, leggevo uno strano, arcano sorriso soddisfatto.</p>
<p>Quando furono a bordo, e solo l&#8217;Altissimo sa quanto erano inzuppate d&#8217;acqua le due bestie, Noè si ricordò di non aver più locali disponibili.</p>
<p>Pensò dunque di spostare le tigri, che per ragioni di sicurezza aveva messo in una gabbia isolata. Queste si lamentarono, e avevano le loro ragioni.</p>
<p>&#8211; Ma nella nuova gabbia ci sono già le zanzare!</p>
<p>&#8211; Non me ne frega un cazzo! &#8211; rispose con rabbia il capitano – fatevene una ragione, giocate a qualcosa, inventatevi una nuova specie, ma non mi creiate nuovi problemi, sono stato chiaro?</p>
<p>Solo allora si calmò. Entrato finalmente nella stiva ed asciugatosi con l&#8217;aiuto della moglie, richiuse la botola che dava accesso all&#8217;esterno e giurò di non riaprirla per quaranta giorni.</p>
<p>&#8211; Oreste &#8211; mi disse con voce pacata dopo essersi guardato in giro – porta quei due viziosi nella gabbia isolata, laggiù dove stavano le tigri. Spiega loro che qui non siamo nel boschetto sulla collina, e che preferiremmo tutti che non giocassero a fare gli innamorati. Ma ti prego, usa le parole giuste, cerca di comportarti come sempre, fai come se fosse tutto normale. Vedi, sono in una situazione complicata. Ho una dignità da difendere, ma anche moglie e figli: non posso perdere questo lavoro, capisci?</p>
<p>Mentre accompagnavo i due liocorni nella loro stanza, vidi la moglie di Noè che guardava suo marito senza dire una parola. Aveva le rime della bocca rivolte verso il basso, gli occhi si erano fatti sottili, e la sua testa si muoveva ritmicamente a destra e a sinistra.</p>
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		<title>Limoni neri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/17/limoni-neri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Francesca Coppola</strong><br />
L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine]]></description>
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<p>di <strong>Francesca Coppola</strong></p>
<p>L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine.</p>
<p>La notte di San Giovanni, si scioglievano tavolette di piombo per interrogare il futuro. A lei non importava, faceva il bagno il ventiquattro di giugno.</p>
<p>«Cosa fai?» le chiese inclinando la testa.</p>
<p>La ragazza sobbalzò. Le cadde il mozzicone, un segno grigio su un angolo del piede.</p>
<p>«Ah ah ah, che bambina!»</p>
<p>Cora si alzò ma il giovane la bloccò.</p>
<p>Neanche lei sapeva perché si fosse nascosta dietro la barca dello zio di Nevio.</p>
<p>Gli undici pescherecci erano in rimessa sulla spiaggia. Nello stretto fra i due palazzi del Corso si rivendicava da cinquant’anni lo spazio destinato ai bagnanti.</p>
<p>«Il polipo ha nove cervelli e tre cuori» disse la ragazza, ricordando di averlo letto da qualche parte.</p>
<p>Il ragazzo fece una smorfia divertita. «Sei fuori di testa ma…»</p>
<p>«E allora?» rispose Cora.</p>
<p>«Sei carina» e le toccò i capelli.</p>
<p>Un vento leggero, il mare liscio. Nel buio gli occhi di Nevio erano ancora più scuri. Si mormorava non ci fossero labbra che lui non avesse toccato.</p>
<p>«Ma fammi il piacere…» rise.</p>
<p>Cora si allungò verso l’acqua ma vide il busto di San Giovanni galleggiare in mare. Solo lui poteva farlo. Un avvertimento che, negli anni, era diventato un canto. Lo si intonava ai bimbi, la sera. Veniva usato per mettere paura ai ragazzi che entravano in acqua di notte. I vecchi lo avevano appreso da tempo, dalla sera dei limoni neri: un rito nato tra le reti dei pescatori quando si incagliavano contro gli scogli e i pesci morivano prima di arrivare a riva.</p>
<p>Erano trascorsi diciassette anni dalla notte in cui partirono dodici imbarcazioni.</p>
<p>“Non si cambiano i nomi alle barche” avevano detto gli altri pescatori al padre di Nevio. La moglie aveva sciolto il piombo per scoprire se avrebbero avuto figli, lui aveva sognato i limoni neri. Erano sposati da sei anni, la pelle cotta dal sole. I limoni piccoli e scuri rappresentavano i bimbi che avrebbero avuto. Così Pandemonio prese il nome di Limone nero, auspicio di prosperità.</p>
<p>Partirono la notte di ferragosto, il mare non raccoglieva preghiere. Un lampo preannunciò la mareggiata. Gli uomini cercarono di mantenere la rotta ma dall’acqua salì il tanfo di alici marce.</p>
<p>La mattina seguente le undici barche tornarono in fila indiana, come a un funerale.</p>
<p>«Allora sei frigida» le disse.</p>
<p>«Ti piacerebbe, vero?»</p>
<p>«E perché mai?»</p>
<p>« Nessuno può resistermi.»</p>
<p>«Gne, gne, gne».</p>
<p>Cora non aveva capito.</p>
<p>Il padre di Nevio non fu mai ritrovato. Da quella notte i limoni caduti dagli alberi vennero rinchiusi nei barattoli di vetro e stipati all’interno della cupola costruita al posto della barca scomparsa. “Il mare non dimentica, prende sempre ciò che è suo”, diceva lo zio.</p>
<p>Per i due mesi successivi le reti calate in acqua restarono vuote.</p>
<p>Fino a quando la moglie dell’uomo scomparso scoprì di essere incinta di Nevio.</p>
<p>Ogni anno, il ventitré giugno a mezzanotte, la gente si inginocchiava davanti al falò, stringendo fra le mani piccoli oggetti di piombo.</p>
<p>Cora aveva provato a interpretare il futuro. Si erano formati dei cuori. Avrebbe voluto sapere dei sogni che faceva, del sangue dalla bocca e del mare che scompariva quando provava a bagnarsi. A volte spostava la frangia dagli occhi, per sentirsi più grande. Due settimane prima, aveva messo il blush sugli zigomi e aveva spento quindici candeline.</p>
<p>«Ha qualcosa di magico la processione, non è vero?» le chiese.</p>
<p>«Boh! L’odore di bruciato mi inquieta.»</p>
<p>«Tuffiamoci allora» propose il ragazzo.</p>
<p>Cora sentiva il cuore saltare come una pietra nell’acqua.</p>
<p>«Se non mi avessi fermato, lo avrei fatto» rispose seccata.</p>
<p>«Il mare è tuo». Nevio restò fermo sulla riva. Gli occhi fissi su di lei.</p>
<p>Il falò non era lontano, le spighe bollivano nei bidoni neri, i gabbiani erano statue sulla scogliera.</p>
<p>La ragazza prese un respiro e si bagnò i piedi. L’acqua era calda come se qualcuno l’avesse già attraversata. Fece un passo indietro. Sotto la superficie qualcosa si mosse. Piccoli limoni neri risalivano dal fondo. Uno dopo l’altro, oscillando. Ne sfiorò uno con la punta del piede: questo si sollevò lento, fino a toccarle la pancia. Cora serrò gli occhi e il mare lesi richiuse intorno. Tremò. I capelli si distesero, le mani aderirono ai fianchi. Trattenne il fiato. Quando riemerse i suoi occhi erano diventati scuri come quelli di Nevio.</p>
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