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	<title>racconti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Limoni neri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Coppola]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Francesca Coppola</strong><br />
L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine]]></description>
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<p>di <strong>Francesca Coppola</strong></p>
<p>L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine.</p>
<p>La notte di San Giovanni, si scioglievano tavolette di piombo per interrogare il futuro. A lei non importava, faceva il bagno il ventiquattro di giugno.</p>
<p>«Cosa fai?» le chiese inclinando la testa.</p>
<p>La ragazza sobbalzò. Le cadde il mozzicone, un segno grigio su un angolo del piede.</p>
<p>«Ah ah ah, che bambina!»</p>
<p>Cora si alzò ma il giovane la bloccò.</p>
<p>Neanche lei sapeva perché si fosse nascosta dietro la barca dello zio di Nevio.</p>
<p>Gli undici pescherecci erano in rimessa sulla spiaggia. Nello stretto fra i due palazzi del Corso si rivendicava da cinquant’anni lo spazio destinato ai bagnanti.</p>
<p>«Il polipo ha nove cervelli e tre cuori» disse la ragazza, ricordando di averlo letto da qualche parte.</p>
<p>Il ragazzo fece una smorfia divertita. «Sei fuori di testa ma…»</p>
<p>«E allora?» rispose Cora.</p>
<p>«Sei carina» e le toccò i capelli.</p>
<p>Un vento leggero, il mare liscio. Nel buio gli occhi di Nevio erano ancora più scuri. Si mormorava non ci fossero labbra che lui non avesse toccato.</p>
<p>«Ma fammi il piacere…» rise.</p>
<p>Cora si allungò verso l’acqua ma vide il busto di San Giovanni galleggiare in mare. Solo lui poteva farlo. Un avvertimento che, negli anni, era diventato un canto. Lo si intonava ai bimbi, la sera. Veniva usato per mettere paura ai ragazzi che entravano in acqua di notte. I vecchi lo avevano appreso da tempo, dalla sera dei limoni neri: un rito nato tra le reti dei pescatori quando si incagliavano contro gli scogli e i pesci morivano prima di arrivare a riva.</p>
<p>Erano trascorsi diciassette anni dalla notte in cui partirono dodici imbarcazioni.</p>
<p>“Non si cambiano i nomi alle barche” avevano detto gli altri pescatori al padre di Nevio. La moglie aveva sciolto il piombo per scoprire se avrebbero avuto figli, lui aveva sognato i limoni neri. Erano sposati da sei anni, la pelle cotta dal sole. I limoni piccoli e scuri rappresentavano i bimbi che avrebbero avuto. Così Pandemonio prese il nome di Limone nero, auspicio di prosperità.</p>
<p>Partirono la notte di ferragosto, il mare non raccoglieva preghiere. Un lampo preannunciò la mareggiata. Gli uomini cercarono di mantenere la rotta ma dall’acqua salì il tanfo di alici marce.</p>
<p>La mattina seguente le undici barche tornarono in fila indiana, come a un funerale.</p>
<p>«Allora sei frigida» le disse.</p>
<p>«Ti piacerebbe, vero?»</p>
<p>«E perché mai?»</p>
<p>« Nessuno può resistermi.»</p>
<p>«Gne, gne, gne».</p>
<p>Cora non aveva capito.</p>
<p>Il padre di Nevio non fu mai ritrovato. Da quella notte i limoni caduti dagli alberi vennero rinchiusi nei barattoli di vetro e stipati all’interno della cupola costruita al posto della barca scomparsa. “Il mare non dimentica, prende sempre ciò che è suo”, diceva lo zio.</p>
<p>Per i due mesi successivi le reti calate in acqua restarono vuote.</p>
<p>Fino a quando la moglie dell’uomo scomparso scoprì di essere incinta di Nevio.</p>
<p>Ogni anno, il ventitré giugno a mezzanotte, la gente si inginocchiava davanti al falò, stringendo fra le mani piccoli oggetti di piombo.</p>
<p>Cora aveva provato a interpretare il futuro. Si erano formati dei cuori. Avrebbe voluto sapere dei sogni che faceva, del sangue dalla bocca e del mare che scompariva quando provava a bagnarsi. A volte spostava la frangia dagli occhi, per sentirsi più grande. Due settimane prima, aveva messo il blush sugli zigomi e aveva spento quindici candeline.</p>
<p>«Ha qualcosa di magico la processione, non è vero?» le chiese.</p>
<p>«Boh! L’odore di bruciato mi inquieta.»</p>
<p>«Tuffiamoci allora» propose il ragazzo.</p>
<p>Cora sentiva il cuore saltare come una pietra nell’acqua.</p>
<p>«Se non mi avessi fermato, lo avrei fatto» rispose seccata.</p>
<p>«Il mare è tuo». Nevio restò fermo sulla riva. Gli occhi fissi su di lei.</p>
<p>Il falò non era lontano, le spighe bollivano nei bidoni neri, i gabbiani erano statue sulla scogliera.</p>
<p>La ragazza prese un respiro e si bagnò i piedi. L’acqua era calda come se qualcuno l’avesse già attraversata. Fece un passo indietro. Sotto la superficie qualcosa si mosse. Piccoli limoni neri risalivano dal fondo. Uno dopo l’altro, oscillando. Ne sfiorò uno con la punta del piede: questo si sollevò lento, fino a toccarle la pancia. Cora serrò gli occhi e il mare lesi richiuse intorno. Tremò. I capelli si distesero, le mani aderirono ai fianchi. Trattenne il fiato. Quando riemerse i suoi occhi erano diventati scuri come quelli di Nevio.</p>
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		<title>Il Museo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[silvano panella]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Silvano Panella</strong><br /> Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall'eccesso di visibilità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119637" aria-describedby="caption-attachment-119637" style="width: 2560px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119637" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1024x664.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1536x996.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-2048x1328.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-648x420.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-696x451.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1068x693.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/marzapane-1920x1245.jpg 1920w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /><figcaption id="caption-attachment-119637" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/verdure-colorato-frutta-dolci-14707014/">Soly Moses</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>Il cielo nuvoloso e opaco attutisce i nostri passi, le nostre parole, cela i dettagli, le distrazioni, protegge le case del borgo medievale dall&#8217;eccesso di visibilità, impedisce che si frantumino al Sole, che diventino sabbia.</p>
<p>Entro nel museo di storia locale, un museo composito, ricco di oggetti d&#8217;ogni epoca, dagli etruschi al ventesimo secolo, corredi funerari, anfore, borchie di carri, statuine, pezzi di trattore.</p>
<p>Nella prima sala ci sono frammenti di lapidi – nomi, anni, mestieri in latino. Raccolti e decontestualizzati, portati qui perché non v&#8217;erano più le tombe. Come può disintegrarsi una tomba? Non so. Il clima, le razzie, l&#8217;agricoltura.</p>
<p>Mi affaccio alla bifora, la mano infilata tra due colonnine esili, una tortile e una liscia, accostate per la prima volta quando costruirono questo palazzo. Le colonnine sono d&#8217;età romana e provengono dal ninfeo scavato più volte.</p>
<p>«Il saccheggio fu condotto con grande precisione», una voce femminile mi sorprende alle spalle.</p>
<p>Mi volto. È Demetra, la direttrice del museo.</p>
<p>«Grande precisione? Quindi non c&#8217;è stata una distruzione brutale», dico.</p>
<p>«No. Capivano più di oggi il valore delle cose.»</p>
<p>«Mi sembra strano. Oggi siamo così preparati.»</p>
<p>Demetra osserva la strada in basolato, gli abitanti che comprano il necessario per il pranzo, i turisti che scoprono un mondo diverso dal loro, i negozianti che tormentano proprio quella mela, proprio quella camicia. E controlla che il duomo e il palazzo del governo siano ancora in piazza. Sono ancora in piazza, sotto il cielo ancora offuscato.</p>
<p>«Abbiamo le nozioni ma non ci interroghiamo sul valore delle cose. I barbari invasori erano un po&#8217; impulsivi ma sapevano quanto valesse una spilla d&#8217;oro e quanto valesse simbolicamente.»</p>
<p>«Immagino abbia scelto la spilla per fare un esempio come un altro.»</p>
<p>«Ho scelto la spilla con grande cognizione di causa», Demetra dice, e si avvia.</p>
<p>La seguo nella sala in allestimento. Il pavimento in cotto, il soffitto a cassettoni, scaffalature semivuote. Osservo l&#8217;oblunga statuina di un guerriero in bronzo, l&#8217;asta impugnata.</p>
<p>«Le piace? Se le piace lo metta in salvo. Il museo potrebbe esplodere», Demetra dice, confondendomi per un momento.</p>
<p>«Lei è stanca, logorata dal troppo lavoro»</p>
<p>«Non si azzardi a giudicare senza sapere tutto. Il museo potrebbe esplodere. Una deflagrazione precisa, puntuale, una pioggia di reperti su tutti i passanti. Quelle persone che abbiamo visto poco fa. Persone intente a essere loro stesse.»</p>
<p>«Chi è che non intende essere se stesso? E poi, i reperti sono delicati.»</p>
<p>Demetra solleva un corno in pasta vitrea, colorato, ricco di riflessi. Lo lancia a me. La paura di non farcela, lo prendo al volo.</p>
<p>«I reperti sono finti. Copie. Un museo di finzioni. I reperti autentici sono al sicuro nelle cantine – mura possenti, archi belli. A parte quel corno di vetro le copie sono fatte di resina ultraresistente, rimarrebbero integre dopo una esplosione.»</p>
<p>«E se anche fosse? Il palazzo è antico. Non vale, il palazzo?»</p>
<p>«Il palazzo è solido, non crollerebbe. Le finestre sono in vetro di scena. Come quel corno. Si disintegrerebbero senza causare ferimenti.»</p>
<p>Forse si tratta di una trovata mediatica. Demetra indossa un abito nero, il ciondolo dorato spicca sul suo petto. La testa leggermente reclinata, i capelli folti e neri ricadono su una spalla, gli occhi lucidi, bistrati. Attende. Attende che le chieda&#8230;</p>
<p>«Non ho capito a cosa servirebbe una deflagrazione illusoria», dico.</p>
<p>«Niente di illusorio. Ci sarà il boato, ci saranno le faville, le scintille, i fuochi. Reperti sparsi dappertutto nella piazza. Sa che un tempo la piazza era costituita da mattoncini a spina di pesce? Volevo ripristinare l&#8217;antica pavimentazione ma no, il comune non ha voluto finanziare questo recupero e i visitatori vengono soltanto per gironzolare, non capiscono nulla. Avrei voluto rendere le loro camminate più complicate, passare da un pavimento a un altro. Sono sette. Sette diversi pavimenti. Due in piazza e cinque qui.»</p>
<p>«Perché cambiavano tanti pavimenti, nell&#8217;antichità?»</p>
<p>«Per appagare il buon gusto, per non forzare le scelte. Abbiamo strati e strati di bei pavimenti, l&#8217;eccesso, l&#8217;opulenza, non è possibile averli tutti insieme oppure sì, parzialmente, scandendoli. I visitatori camminano per le sale restando all&#8217;oscuro di tutto ciò. Se ricevessero una pioggia di reperti si renderebbero conto dell&#8217;opulenza, si renderebbero conto di quanto poco sanno della storia.»</p>
<p>Per un momento penso di raccontare a Demetra la mia visita alla chiesetta. Avevo ricevuto una sensazione di pace, avevo sottratto una candela, l&#8217;avevo accesa, ero uscito fuori. Il museo spicca da lontano, la sua posizione è strategica, un tempo era un fortino poi divenne un palazzo nobiliare, un simbolo di prestigio. Non credo che l&#8217;esplosione possa avvenire in sicurezza. Demetra sembra non capire la reale portata di oggetti che piovono sulla gente, forse immagina un mondo di morbido marzapane. Se solo i reperti fossero di marzapane! I dolci tipici del borgo sono fatti di marzapane, il rimando storico ci sarebbe.</p>
<p>Le piace il marzapane?<br />
Quel dolce assai affine<br />
Alla consistenza dei nostri sogni<br />
Un mondo onirico<br />
Modellabile intorno a noi</p>
<p>Demetra risponde:<br />
Breve vita ha il marzapane<br />
Sbriciolato, mangiato<br />
È alimento proteiforme<br />
Eppure lo modellano<br />
In compatti filoncini</p>
<p>«A causa della testardaggine dei cucinieri», aggiungo.</p>
<p>Demetra sorride, va via. Chissà se svilupperà il mio suggerimento.</p>
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		<title>Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ &#8211; ?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[willard van orman quine]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.
Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119347 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg" alt="" width="314" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-150x223.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p style="text-align: right;">“Dio ha la faccia piena di latte”</p>
<p>Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.</p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.</p>
<p>Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.</p>
<p>Ora posso solo stare seduto, e scrivere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>***</em></p>
<p>Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.</p>
<p>Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove <em>persino</em><em>lui</em> non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero <em>ancora lui</em>, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: <em>Willard Van Orman Quine, professore di logica</em>.</p>
<p>“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.</p>
<p>Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.</p>
<p>Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.</p>
<p>E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.</p>
<p>Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava &#8211; ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.</p>
<p>Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.</p>
<p>Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.</p>
<p>Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.</p>
<p>Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.</p>
<p>Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il <em>suo</em> centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere <em>il mio</em> centro.</p>
<p>Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo <em>cosiddetto sistema</em>, il suo <em>cosiddetto sistema</em> perfetto a due varianti, <em>il sistema di Quine</em>, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.</p>
<p>Ecco dunque il punto, che io ho <em>dovuto</em> aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il <em>sistema</em>.</p>
<p>Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?</p>
<p>Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, <em>nostra</em> madre.</p>
<p>Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.</p>
<p>Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).</p>
<p>I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.</p>
<p>“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.</p>
<p>La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.</p>
<p>Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:</p>
<p>Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.</p>
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		<title>Scampagnata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Lucia Mancini</strong><br />
Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_45277" aria-describedby="caption-attachment-45277" style="width: 2278px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-45277 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg" alt="" width="2278" height="1279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg 2278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2278px) 100vw, 2278px" /><figcaption id="caption-attachment-45277" class="wp-caption-text">Foto: Archivio storico nazionale Cgil</figcaption></figure>
<p>di <strong>Lucia Mancini</strong></p>
<p>Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.</p>
<p>Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.</p>
<p>Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.</p>
<p>Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.</p>
<p>Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.</p>
<p>Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.</p>
<p>«Dove diavolo sono finiti gli altri?»</p>
<p>Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.</p>
<p>«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»</p>
<p>«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»</p>
<p>Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.</p>
<p>Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.</p>
<p>Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.</p>
<p>«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.</p>
<p>Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?</p>
<p>Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.</p>
<p>Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.</p>
<p>Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.</p>
<p>Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.</p>
<p>Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.</p>
<p>Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.</p>
<p>La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.</p>
<p>Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.</p>
<p>I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.</p>
<p>Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.</p>
<p>Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.</p>
<p>Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.</p>
<p>Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.</p>
<p>Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.</p>
<p>Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.</p>
<p>Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: <em>Baciami piccina</em>, <em>Maramao</em> e <em>Falcetta</em> <em>nera</em>. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.</p>
<p>Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.</p>
<p>La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.</p>
<p>Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.</p>
<p>Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.</p>
<p>Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.</p>
<p>I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.</p>
<p>Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:</p>
<p>«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, </em>Un autunno d’agosto <em>(Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [</em>NdA<em>].</em></p>
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		<title>SU LA TESTA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura working class]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong> <br /> Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em>Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta &#8220;La sagra delle anime perdute&#8221;, pubblicata recentemente dall&#8217;editore <a href="https://deriveapprodi.com/libro/la-sagra-delle-anime-perdute/">Derive Approdi</a>, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una &#8220;scheda introduttiva&#8221; e da una fotografia, entrambe dell&#8217;autore</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119573" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg" alt="" width="380" height="632" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg 615w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-768x1278.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-252x420.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-150x250.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-300x499.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-696x1158.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001.jpg 833w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><br />
&nbsp;<br />
SCHEDA INTRODUTTIVA</p>
<p>La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-lavoro-fa-male-mobbing-2/">pubblicato su Nazione Indiana</a> nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.</p>
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<p>SU LA TESTA</p>
<p>Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.<br />
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. <em>Dare una mano</em> è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.<br />
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.<br />
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.<br />
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.<br />
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.<br />
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.<br />
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.<br />
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.<br />
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.<br />
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.<br />
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.<br />
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.<br />
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.<br />
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.<br />
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.<br />
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.<br />
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.<br />
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.<br />
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.</p>
<p>Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.<br />
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.<br />
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.<br />
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.<br />
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.<br />
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.<br />
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.<br />
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.<br />
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.<br />
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.<br />
“Che? La silicosi? Ma che cazz&#8230; Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.<br />
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.<br />
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.<br />
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.<br />
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.<br />
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.<br />
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.<br />
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.<br />
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.<br />
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.<br />
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.<br />
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.<br />
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.<br />
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega&#8230; cosa?&#8230; Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.<br />
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano&#8230; vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.<br />
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.<br />
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.<br />
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.<br />
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.<br />
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.<br />
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.<br />
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.<br />
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.<br />
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.<br />
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.<br />
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.<br />
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.</p>
<p>Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.<br />
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.<br />
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore&#8230; O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.<br />
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.<br />
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma&#8230; ma&#8230; è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.<br />
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.<br />
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada&#8230;<br />
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.<br />
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.<br />
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.<br />
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere&#8230; Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing&#8230; macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.<br />
E poi, chi se ne frega?<br />
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.</p>
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		<title>Sotto la stessa luna gialla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Pio Quinto</strong></p>
<p>Ell&#8217;ùll&#8217;è molto giulivo, giulivo assai poicch&#8217;ella l&#8217;ha chiamato per dìgli &#8220;vabbè vabbè&#8221; in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima. Una proposta ch&#8217;era di andare da lui una sera; un proposta che aveva fatto, non da persuaso, anzi subito pentendosi perlui illuso che una così figurattì. Envece adesso, varda qua varda là, ella stava venendo (verbo da intendersi transitivo) e trallull&#8217;era felicissimo. Preparava la casa e si preparava anco gliù stesso, perben&#8217;accogliergliela, anche ad esempio sbiancandosi i denti con il bianchetto da inchiostro.</p>
<p>DRIIIN&#8230;N&#8230;N.</p>
<p>Occhecca&#8217; chill&#8217;è, pensa lui, chill&#8217;è che ven a disturbà propio quando sta per esser&#8217;il moment incù vien&#8217;ella?</p>
<p>E&#8217; ella.</p>
<p>L&#8217;emozione.</p>
<p>Ella è, e sale le scale, e arriva.</p>
<p>Lui non proferisce alcunchè: l&#8217;emozione.</p>
<p>Ella neanco: le scale.</p>
<p>Ella entra.</p>
<p>Lui esce: l&#8217;emozione.</p>
<p>Rientorna e si fà precedere lungo il corridoio che porta alla porta aperta del salotto, ov&#8217;entrano e siedono poltonizzandosi.</p>
<p>Scambiano per divagar sorrisi, scontatezze d&#8217;approccio, divaghi su comuni friends, sguardi di valutazione anatomico-dimensionale. Po&#8217; adduncert punt, ella dadd&#8217;intendere d&#8217;aver fame, esplicitandosi con una mano in bocca e fandanc&#8217;un verso gutturale d&#8217;inequivocabile senso tipo: &#8220;Anghaaghaaaaa&#8221;. Lul và immantinente alla cucina. Di questa n&#8217;apre il frigo, ma WUOOTISWEIIV CAAASSUSCLEEEII! v&#8217;è solo burro e pane. S&#8217;impressiona. Nunsachefà. Possibile che non possa servirla e riverirla in maniera quantomeno degna così anche da propiziarmi l&#8217;averla? Poi un&#8217;iddèa gliè viè, VUAL BOYS! e lo sospira di sollievo. Prende del pane, eddinsullo, spalmal burro. Mette quindi mano alla vaschetta dei pesciolini rossi e se ne mena seco sei. Li fetta, onde farli simil-salmone. Poi anco rompe il barometro del nonno, per il mercurio, mercurio che sul burro sul pane, ben fungefinge da caviale.</p>
<p>Eella embè, eggià, s&#8217;assai appaga nel vedersi portare salmone e caviale sul burro sul pane. Pensa ch&#8217;è duopo l&#8217;esser &#8216;sì servita. Dunque mangia. Mangia sì, ma sente che forse qualcosa è strano. Elello dice, senza però farlo sembrarlo lamentarsi. Dice solo: &#8220;Chettrano gusto&#8221;, colla sua vocetta stridula (che seno mica era da lui quella sera, senon&#8217;era per quella vocetta ch&#8217;allaltro, quello a cui, lei, avrebbe portato salmone e caviale, all&#8217;altro, non piace quella vocetta stridula chell&#8217;a ha, merita, ecceterà). Edl&#8217;è forse anche per quella vocetta, per quel &#8220;Chettrano gusto&#8221; eccessivamente stridente, che i due non sentono, uno &#8220;STACK&#8221;, uno &#8220;STACK&#8221; che viene da due piani sotto&#8230;</p>
<p><em>&#8230;da due piani sotto, dall&#8217;umidità fredda della cantina, da tralle polveri, muffe, damigiane, vecchiezze varie, da tra ‘ste cose è che vien quello &#8220;STACK&#8221;. Quello &#8220;STACK&#8221; che comunque forse ugualmente non avrebbero sentito, uno &#8220;STACK&#8221; di legno e metallo; metallo e legno rapidamente venuti a quasi contatto. Quasi, perchè v&#8217;è a dividerli, un collo. Un collo. Un minuto collo d&#8217;un&#8217;innocente ingenuo topolino</em>,<em> il cui esil&#8217;esofago deformato a convergere, a tratti si congiunge da parte a parte. E il misero topolino, al mancar dell&#8217;aria, s&#8217;affanna colle zampette in cerca del respiro, del respiro che poi trova, così di modo chel petto torna veloce a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi. E la mente anche torna a pensare, a pensare all&#8217;impietoso destino suo. Destino d&#8217;animali zannuti e piedidinosaurici cal solo vederlo lo fuggono terremotificando il tutt&#8217;intorno. Destino di bipedi gonnuti che sisterizzano balzando su alberi morti squarciati, piallati e intavolati, urlando al vederlolo. Destino ch&#8217;è quella sbarra di metallo fredda sul collo, che soffoca senza sentimento.</em></p>
<p>Ma lor su, lor sì, su, stavan&#8217;avendo ogni tutto. Col lento ritmo d&#8217;un disco soave, colle luci soffuse di candele qua e là sapientemente diffuse, e con anco i massaggi che luì le fà e cheella permette; colla camicia che luì le chiede di togliere, eccheella toglie.</p>
<p>Poi quando senza neanco più proporre, lu le slaccia l&#8217;elastiseno, colle mani che già gli fornicano, ella ormai più nulla obietta. E va lui, delicato e deciso, pressando giusto, ampliando sempre più i gesti, sulla pelle liscia, soffermandosi sui punti che sente essere più sensibili, e sfiorandola talvolta appena, fino a farla rabbrividire. Poi, all&#8217;unisono con il respiro di lei, e col desiderio d&#8217;entrambi, curva, al di là della schiena, e fà piene le mani di seni. I vestiti vanno a sformarsi or qui or là. I sessi ci sono. Lui si rallegra nel veder ch&#8217;eella, oltre che di bocca prensile, è anco una di quelle a cui giova l&#8217;esser nuda. Edd&#8217;ella, al veder il di lui effervesciuto totem, troneggiar alto e sacro, va in estasi, e si prostrae devota.</p>
<p>Or lui però s&#8217;accorge impròvviso di n&#8217;avere roba tipo membrana un poco adiposa missione anticoncepimento; dunque come anche prima in cucina, lull&#8217;è bastevelmente colto da panico torbido, ma vualà, un&#8217;altra iddèa gliè viè, cioè piglia il totem suo (che per il pensare già s’è dimezzato in dimensioni meno sacre), edd&#8217;in sullo fa colare della cera che c&#8217;è sciolta sulle candele che stanno lì, quasi beatificanti, intorno ai due finalmente copulanti.</p>
<p>Edd&#8217;è tensione corpica, respirar imprevedibile, vocalizzare incontrollato.</p>
<p>Ell&#8217;aria è densa, calda.</p>
<p>Edd&#8217;è silenzio, sotto la luna.</p>
<p>C&#8217;è una luna alta nel cielo.</p>
<p>C&#8217;è una luna gialla, quella notte.</p>
<p><em>Notte diversa, per il topolino speciale. Cos’altro gli serve da questa vita, ora che il metallo, al collo l’ha colpita. </em></p>
<p><em>Ora è là, come in croce che tende a quel bugiardo latte salato.</em></p>
<p><em>La zampetta senza più forze, si piega. L&#8217;incattivitosi metallo, chiude il suo percorso verso il basso.</em></p>
<p><em>Senza più respiro, dimenandosi sempre meno, dopo qualche ultima contrazione, tra la muffa nel buio freddo della cantina, il piccolo innocente topolino, lancia il suo ultimo sguardo sul mondo distratto e crudele.</em></p>
<p><em>Poi gli occhi gli si fan fissi. Fissi sulla finestra a sbarre al là delle quali, nel cielo stellato, nel silenzio assordante, sta la luna: la stessa luna gialla.</em></p>
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		<title>Filetto di cane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[Valerio Cerulli Irelli]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Valerio Cerulli Irelli</strong><br />
«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119058" aria-describedby="caption-attachment-119058" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119058" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/campagna-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119058" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/congerdesign-509903/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8074152">congerdesign</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=8074152">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Valerio Cerulli Irelli</strong></p>
<p><em>«Vedo delle bellissime spiagge nei suoi collage. Qui, per esempio, non c’è suo padre. Vuole parlarne?».</em></p>
<p>«Sì, guardi, quella in alto a sinistra è una foto del 2024. Papà non c’è perché l’ha scattata lui, subito prima che iniziasse tutta questa storia. È stata l’ultima vacanza in cui siamo stati solo noi tre».</p>
<p><em>«Ed è successo qualcosa mentre eravate lì? Mi scusi se le sembro poco preparato, ma come tutti so solamente quello che si è visto su Netflix e sui giornali».</em></p>
<p>«Li ho portati per questo, i collage. Si figuri. Allora… 2024, quindi avevo sedici anni, e con papà e mia sorella stavamo tornando dall’Abruzzo dopo una settimana di mare. Ero seduto davanti e giocavo col telefono quando a un certo punto <em>BAM</em>, avevamo messo sotto Elizabeth».</p>
<p><em>«Temo di non seguirla. Avete investito una donna?».</em></p>
<p>«Non una donna, la nostra mucchina. Forse dovrei dire vitella. Comunque eravamo in mezzo alle campagne e dopo un botto ho alzato lo sguardo e per terra, davanti a noi, c’era Elizabeth: una manzetta d’Abruzzo di quattro mesi e centoventi chili. Papà aveva decelerato prima dell’impatto ed Elizabeth s’era rotta solo qualche ossicino – poi il veterinario ci ha detto che è stato un miracolo, perché in genere i bovini muoiono sempre quando vengono investiti.</p>
<p>«In ogni caso, un disastro totale. Volevamo aiutarla ma in tre, con mia sorella che avrà avuto dieci anni, era praticamente impossibile. Piangeva a dirotto. Abbiamo provato i numeri di emergenza ma eravamo in un posto davvero sperduto e ci avrebbero messo una vita, allora papà ha isolato la zona e, dopo essere stati ignorati da un sacco di passanti, un camion si è fermato e tre signori hanno aiutato me e papà a caricare Elizabeth sul nostro pick-up.</p>
<p>«Siamo andati dal veterinario – quindi anestesia, scansiona il microchip, bla bla bla, e ci è stato detto che se la sarebbe cavata, ma il proprietario non voleva riprendersela in quelle condizioni. Allora io e mia sorella ci siamo impuntati e papà ha detto “sapete che è? Ce la portiamo a Frascati”».</p>
<p><em>«Inizio a collegare. Quindi è questa la mucca della storia. Ma non l’aveva rubata in un allevamento?».</em></p>
<p>«Ma quale rubato. Mio padre era un avvocato, non gli sarebbe mai venuto in mente. Non a quei tempi, almeno. Comunque lei è un giornalista e dovrebbe sapere che sono tutte cazzate quelle che vede sul web».</p>
<p><em>«C’è anche chi prova a fare un buon lavoro, almeno spero. Quindi, voi da ragazzini siete cresciuti a casa con la mucca… Elizabeth?».</em></p>
<p>«Per un po’ sì, ora le spiego. Guardi la foto al centro del collage: mio padre era di Roma ma la famiglia aveva una bella casetta con un ettaro di giardino a Frascati e, da quando i miei avevano divorziato, abitava lì. Vede quanto verde? Noi andavamo da lui dal venerdì alla domenica, mentre gli altri giorni stavamo con mamma. Da quando Elizabeth aveva iniziato a vivere lì, ogni giovedì sera mia sorella saltellava fino a camera mia per dirmi che non vedeva l’ora di andare da papà. Le brillavano gli occhi. Lui aveva praticamente trasformato il giardino in un pascolo, in attesa che le fratture guarissero, e nel frattempo, quando era al lavoro, pagava la figlia dei vicini per passare ogni due ore e controllare come stesse Elizabeth – mentre quando c’eravamo noi stavamo tutto il tempo con lei e quindi non c’era bisogno. Comunque, erano gli anni di TikTok e, anche per avere un’occasione in più per passare tempo con mia sorella, che era già nella fase ribelle e non mi cagava più se non per cose di Elizabeth, ho creato un profilo e abbiamo iniziato a fare video, noi due e la mucchina. Lo chiamammo tipo con un gioco di parole tra il verso della mucca e Mourinho, che allenava la Roma – poi papà lo cambiò».</p>
<p><em>«Immagino sia un tifoso allora. Lo era anche suo padre, o aveva altre passioni?».</em></p>
<p>«Lo ero. Adesso con tutta quella tecnologia mi sembra uno sport per ingegneri, e dall’inizio di ‘sta storia di papà non guardo molto quello che c’è in streaming. Comunque no, a lui non è mai interessato il calcio, lo guardavamo con il nonno, e in realtà non aveva delle cose che amava fare quando non era al lavoro o con noi. Ora guardi qui, le ho inserito una scheda su quel profilo… Ecco, pagina tre. Spaccammo tutto. Duecentomila followers e milioni di visualizzazioni in poche settimane. Però, mentre i primi giorni ci arrivavano solo bei commenti, appena l’algoritmo ha fatto arrivare il profilo a più persone sono iniziati ad arrivare gli insulti. Erano principalmente battute di pessimo gusto, tipo “Bravi a papà, manzo di prima qualità a chilometro zero”, ma a volte ci andavano giù pesante, e qui arriva il punto: papà beccò mia sorella mentre piangeva. Le chiese cosa era successo e lei gli mostrò che un tizio con un nome utente impronunciabile aveva minacciato di cercare Betty per tutti i castelli romani per mangiarsela. Si incazzò di brutto e ci sequestrò il profilo».</p>
<p><em>«Poco più di otto anni fa e sono cambiate così tante cose. Adesso è impensabile che a quell’età una bambina possa usare i social e leggere quella roba. Ma lei non era grande per farsi sequestrare l’account da suo padre?».</em></p>
<p>«Sì, ma papà era fatto così… Poi c’era di mezzo mia sorella piccola, e l’alternativa sarebbe stata gestire il profilo insieme a lui e mi sembrava ancora più imbarazzante. Allora glielo abbiamo lasciato, e mentre aumentavano i followers lui ha iniziato a uscire di testa. Appena è arrivato al milione, mischiando video di Elizabeth e attivismo animalista, ha iniziato a delegare il suo lavoro ai colleghi fino a smettere del tutto. Amava quella mucca come se fosse un’altra figlia, forse in realtà anche più di quanto amasse noi. Per farle capire, una volta mia sorella chiese del latte per colazione e lui si incazzò così tanto che poi chiedemmo a mamma di non farci andare da lui per settimane.</p>
<p>«Non lo vedemmo per un mesetto, forse un po’ di più, e a scuola tutti mi prendevano in giro perché papà faceva centinaia di migliaia di like con i video sui bagnetti a Elizabeth. Aveva persino annunciato che si sarebbe incatenato a un allevamento intensivo, mi pare in provincia di Modena. Il fatto è che da quando mamma l’aveva lasciato si sentiva solo… senza uno scopo, e a quanto pare in quel periodo pensava di averlo trovato».</p>
<p><em>«La ascolto. Scusi se sfoglio le pagine dei fascicoli che ha portato, ma ero colpito da tutti questi screen e dai numeri. Cosa sono, delle chat con l’AI?».</em></p>
<p>«Però se va avanti da solo mi è difficile mantenere il filo. Vorrei che vedesse le cose nell’ordine in cui le ho viste io, e tra poco inizierà a capire. Allora, appena mia sorella smise di impuntarsi sul fatto che papà l’aveva spaventata con quella storia del latte, tornammo a Frascati per il weekend. Elizabeth era in riabilitazione, le fratture quasi guarite, e la figlia dei vicini si era praticamente stabilita a casa nostra per badare a lei, mentre papà passava le giornate fisso alla scrivania con due laptop, un iPad e un telefono sempre accesi. Non ci cagava neanche un po’ e passava tutto il tempo a scrivere chissà cosa sui dispositivi, passando dall’uno all’altro. Riesce a immaginarselo? Un uomo adulto che vede i figli solo il fine settimana e invece di stare con loro chatta compulsivamente.</p>
<p>«Quel giorno, a cena, ci chiese se sapevamo cosa fosse l’antispecismo – ovviamente non ne avevamo idea. Ci fece un excursus infinito che partiva da Jeremy Bentham e arrivava al concetto di “animale domestico”, passando per quello di “carne” e tanti altri, ed effettivamente sia io che le ragazze – c’era anche la figlia dei vicini, che aveva mangiato con noi – pensammo fosse figo. Poi però ci iniziò a parlare di come non gli andasse giù che buona parte di quelli che lo insultavano sui social network, dicendogli cose tipo “porta la vacca in braceria e vai a lavorare”, avessero dei cani a casa e li trattassero come figli. Qualcuno gli diceva anche, esplicitamente, di cucinare la mucca e prendersi un cane. Quindi iniziò a urlare cose come “nessuno capisce un cazzo” o “fanculo i cani”, nonostante ci fosse sua figlia piccola, e ci disse con un tono da pazzo che per vincere una guerra a volte bisogna fare cose che non si vuole fare e che lui doveva proprio vincerla questa guerra. Io gli dicevo che stava spaventando mia sorella, provavo a farlo ragionare, e lui ogni volta scriveva due cose sul tablet, altre due cose al pc, e poi mi faceva una spiega sul perché io fossi come loro. Loro chi, non si sa. Ci facemmo venire a prendere da mamma la sera stessa».</p>
<p><em>«Poggio il fascicolo, la ascolto, ma questa non è decisamente la storia che conosco, quindi mi scusi se mi metto a scrivere nonostante stia registrando. È che mi sembra di iniziare a capire. Dopo questa scena immagino non siate andati per un po’. Se è così, vi mancava?».</em></p>
<p>«La verità è che non lo vedemmo più, mamma ce lo proibì, anche per quello che successe dopo. Io l’ho rivisto dopo un paio d’anni ma non era più la stessa persona. La parte di storia che arriva adesso, però, in qualche modo la conosce già. Anch’io l’ho dovuta ricostruire usando le notizie dei giornali e i ricordi di quello che vedevo sui social ai tempi. Mi passi il fascicolo… Ecco, a pagina cinque, le leggo quello che ho scritto:</p>
<p>Fine 2024. Papà era a un milione e mezzo su TikTok e mezzo milione su Instagram; Elizabeth stava diventando enorme e le fratture erano guarite. Io guardavo ogni tanto i suoi video, e ancora più spesso me li facevano vedere gli altri per sfottermi e chiedermi cosa cazzo stesse combinando mio padre. I contenuti erano aumentati, e oltre a quelli che già faceva aveva iniziato a fare una rubrica in cui parlava delle caratteristiche degli animali non domestici, in particolare quelli considerati “da carne” – aveva preso molto in simpatia anche i maiali.</p>
<p>L’ultimo dell’anno fece una diretta su tutti i social in cui annunciò una sorpresa che avrebbe rivelato a inizio 2025, e alle domande rispose solo che “si trattava di cani”. Alle 20 esatte del 5 gennaio 2025 pubblicò un video in cui sedeva a una grande tavolata in un paesino del nord del Vietnam; lui era al centro e a ogni lato aveva cittadini del posto, tutti di una certa età, e con una foto di Elizabeth davanti alla telecamera diceva: “Buonasera a tutti. Immagino stiate cenando. In questa foto c’è Betty, la mia bambina che sta ancora crescendo, e nel vostro piatto, con ogni probabilità, ci sarebbe potuta essere lei: la chiamereste ‘vitellone’. Io ho provato, con tanta pazienza, a farvi capire che tra lei e i cani che vi stanno scodinzolando ai piedi del tavolo non c’è nessuna differenza, ma voi dite che sono matto. Che Betty sarebbe buona giusto per una grigliata. Allora ho deciso di farvi capire quello che si prova. Buon appetito”. Il resto del video seguiva lui che partecipava a uno di quelli che al giorno d’oggi chiamiamo “mukbang”. L’unica differenza era che il menù includeva solo carne di cane, tutti i tagli possibili e anche le interiora. Tra una portata e l’altra spiegava come in quel villaggio fosse tradizione, un po’ come in Italia lo è mangiare bovini. Dopo uno zoom ottico sul contenuto di ogni piatto, dove si vedevano anche le singole fibre di muscolo rotte dai denti di qualche commensale, il video si chiudeva con lui che addentava un pezzo di carne senz’osso, dicendo “e questo è il filetto”».</p>
<p><em>«E siamo arrivati al primo episodio. Quando lo vidi mi venne quasi da vomitare… mi scusi. Ma sentivo ci fosse qualcosa di più, anche perché sembrava tutto così gratuito: cosa deve passarti nella testa per farti fare una cosa simile? Ma penso che lei mi ci stia portando. Le volevo chiedere inoltre, se si sente a suo agio, di raccontarmi come si sentiva in quel periodo».</em></p>
<p>«Primo episodio, secondo, terzo… Cosa importa? Il punto della serie era quello di spettacolarizzare l’odio e la sofferenza. È vero che lui ha continuato a girare il mondo in cerca dei posti più sperduti dove fare questi video assurdi, ma loro hanno fatto sembrare si divertisse a farlo. Non era così. Per quanto riguarda me e mia sorella, beh… eravamo i figli del mangiacani. Lei a scuola se la passava male perché, anche se le compagne di classe non avevano ancora i telefonini per guardare i video, i genitori impedivano a tutte di parlarle. Piangeva giorno e notte. Io venivo insultato continuamente, a volte mi hanno anche picchiato, e non sognavo altro che mio padre morisse. Quando beccavo compagni di classe a spasso coi cani me li nascondevano o gli urlavano di scappare perché “il figlio di un mangiacani mangia sicuramente i cani”. Appena i giornali locali e nazionali iniziarono a uscire con titoli come “Tutto il web contro avvocato romano: gira il mondo e mangia cani in diretta social”, mia madre perse la pazienza e decise di farci cambiare scuola e cognome, ma per il secondo lasciammo perdere».</p>
<p><em>«Mi interessa quello che lei ha detto sul divertirsi. È vero che nei restanti episodi sembra quasi che suo padre fosse un turista in quei posti, ma a me non hanno convinto. Attirare l’odio di tutti, persino dei familiari stando a quello che mi dice, non può essere divertente. Mi aiuti, mi faccia capire cosa vedeva quell’uomo. Però non voglio interromperla, mi dica del cognome se vuole».</em></p>
<p>«Guardi, quella è una storia molto semplice: a voi può sembrare che tutti quei viaggi abbiano coperto un grande lasso di tempo, ma la realtà è che ha fatto tutto in pochi mesi. Nella serie non c’erano coordinate temporali. Dopo un po’ è imploso e si è rinchiuso in casa, e con i casini internazionali tra il 2025 e il 2026 si sono tutti scordati rapidamente; quindi, il mio cognome non destava più troppi sospetti. Almeno fino a quella cazzo di serie. Ultimamente, ogni tanto vagava per le vie di Frascati scrivendo sui suoi centomila telefonini, e quando gli hanno sparato era in queste condizioni. L’ultima volta che sono andato da lui, forse due annetti fa, sono entrato in casa e sembrava uscita da un episodio di black mirror: schiere di computer assemblati, chat aperte su ogni schermo e gli hardware che rombavano così forte da prenderti la testa. Lì ho capito tutto».</p>
<p><em>«Innanzitutto, le faccio le mie condoglianze. Indipendentemente da questa storia, nessuno merita quella fine. Ho visto che si trattava di un ventiseienne di Roma, una specie di giustiziere sociale che dopo aver visto questa storia su Netflix ha pensato di rintracciare suo padre, di procurarsi una pistola e giocare a fare dio». </em></p>
<p>«Non si preoccupi, io non ce l’ho col ragazzo. Ce l’ho con i media, col governo, ma non con quel ragazzo che non mi sembra molto diverso da papà. Come se, facendosi uccidere da qualcuno di così simile, si fosse in realtà suicidato. Adesso mi ascolti, e guardi con me il resto del fascicolo. Si ricorda i numeri che stava fissando prima? Ecco, dalle indagini sull’omicidio e sulle circostanze, è emerso che mio padre teneva una chat quotidiana con l’intelligenza artificiale: cinquantamila messaggi da ottobre 2024 a ottobre 2025. Oltre trecentomila nei sette anni successivi. Parlavano di tutti i temi che gli interessavano, dalle maniere migliori per crescere una mucca in un ambiente domestico a questioni filosofiche. Il punto è che mio padre incalzava l’AI che, in particolare nei primi anni, era compiacente nei confronti dell’utente, fino a fargli giustificare tutte le sue conclusioni. Era la sua camera dell’eco. Hanno usato la chat per stabilire se ci fosse un legame tra lui e l’assassino, poi ci hanno consegnato i dispositivi e io l’ho letta tutta in questi mesi. I computer, i tablet, i cellulari, gli servivano solo a trovare conforto mentre precipitava nell’ossessione. La sua unica luce era un chatbot che gli dava ragione e lo fomentava. C’è scritto anche che era tormentato dagli incubi da quando era andato in Vietnam, ma erano d’accordo che fosse razionalmente la scelta più sensata.</p>
<p>«Lo capisco il suo sguardo, ma mio padre non era stupido. Era anche un ottimo avvocato, altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari per fare questa vita. Però con la separazione, la vita in un posto che non lo stimolava e la solitudine era diventato fragile. Appena si è reso conto di avere qualcosa che lo faceva sentire di nuovo speciale, ci si è buttato come un tossico sulla droga preferita. Arrivato a quel punto, piuttosto che dialogare con delle persone con delle opinioni, ha scelto di precipitare in un pensiero sempre più radicale, basato su delle idee nobili ma con delle conclusioni assurde, che alla fine l’ha fatto odiare così tanto da far pensare a qualcuno di ucciderlo».</p>
<p><em>«Guardi, mi serve tempo per elaborare. Quanti sono trecentomila messaggi? Non riesco neanche a immaginarmeli. È simile a quella storia dei modelli linguistici che venivano utilizzati come psicoterapeuti, ma qui c’è dell’altro. Però mi deve spiegare perché mi ha chiamato per farsi intervistare. Mi ha detto che lei odia i media, e adesso onestamente ho paura di fare più danni che altro con questa registrazione e queste pagine».</em></p>
<p>«Perché so quello che lei fa nella vita. Da quando è successo ho pensato a molte cose, ma quella che non riuscivo a levarmi dalla testa è che vorrei che qualcuno scrivesse questa storia, e non come nella serie. Vorrei che qualcuno scrivesse di quanta solitudine, di quanta disperazione ci fossero negli occhi di un uomo che si fa trascinare da un ideale e poi perde la cognizione di sé. Di come fosse difficile per lui guardare le sue mani dopo che avevano toccato quelle ossa, e nonostante ciò continuasse a dirsi che fosse la cosa giusta per saziare l’ossessione che lo divorava da dentro. Adesso le consegno il fascicolo e le inoltro il link col drive su cui sono salvate le chat. Non mi aspetto che legga tutto ma, se vuole, ora può farlo. Però, prima guardi il collage sull’ultima pagina».</p>
<p><em>«C’è una foto di Elizabeth. Mi sembra più adulta, come sta?».</em></p>
<p>«La foto è della settimana scorsa. L’ho portata in un santuario fuori regione e ogni tanto la vado a trovare. Beh, che dirle: alla fine della storia, lei sta meglio di tutti».</p>
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		<title>B</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 06:00:16 +0000</pubDate>
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Un giorno B si presentò a lavoro senza patente: era stato sorpreso a percorrere un viale del centro eccedendo di centotrentasette chilometri l’ora il limite di velocità. “Record!” commentò]]></description>
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<p>di <strong>Timothy Tambassi</strong></p>
<p>“Buongiorno! Sa dirmi dov’è il titolare, per cortesia?” chiese l’anziano signore dal volto tumefatto. “Sono io il titolare!” mentì B, mentre sia io che l’anziano lo guardavamo perplessi. L’anziano passò oltre l’evidente bugia e proseguì: “Vede, io sarei il proprietario di quell’auto”. Io e B seguimmo il suo gesto a indicare un’auto che, dopo aver sfondato due vasi di cemento, aveva proseguito la sua corsa contro il recinto del distributore di benzina, lo aveva sfondato, ed era rimasta sospesa con le ruote posteriori incastrate nel recinto, quelle anteriori nel vuoto e il paraurti ad accarezzare il campo di pomodori un metro e mezzo più in basso. “Ecco…” riprese l’anziano rivolgendosi a B “fra poco verrà un carro attrezzi a prenderla”. “Sarà ovviamente mia premura pagare tutti i danni” aggiunse allontanandosi. “Ma sei stato te?” urlò B all’anziano per farsi sentire. L’anziano arrossì. Poi, rivolgendosi a me, B aggiunse: “Te l’avevo detto che non era stato un ubriaco!”. L’anziano era sempre più rosso. “Ma aspetta, io ti conosco!” B parve illuminarsi “Tu sei il vecchio che va a prendere le prostitute in stazione!”. L’anziano aveva ormai il colore degli ematomi del suo volto. B si rivolse a me: “Questo vecchio” mi disse puntando il dito verso l’anziano “va tutti i giorni in stazione, carica più prostitute che può, le porta nei vari distributori di benzina della zona e ricomincia il giro. Poi la mattina le riporta in stazione. Pensa che una volta un magnaccia si era anche preoccupato! Ma poi quando ha capito che a parte qualche palpatina era innocuo, lo ha lasciato fare. Anche le prostitute lo adorano che non devono farsi tutta la strada a piedi!”. “Non sapevo fossero prostitute!” protestò timidamente l’anziano. “Appena torna il titolare glielo dico che muore dal ridere!” sentenziò B divertito. “Ehm… ecco&#8230;” l’anziano sembrò riprendere un minimo di coraggio “servirebbe un po’ di discrezione… sapete ho una moglie, dei figli e dei nipoti…”. “Solo se mi dici cosa hai combinato!” lo interruppe B. L’anziano non sapeva cosa fare: “Ecco…” disse a voce bassa “una di queste signorine…” quasi un sibilo “ha fra poco l’esame di guida”. B rideva. “Beh… ecco… mi sono offerto di darle qualche lezione…” l’anziano quasi non si sentiva “tra un cliente e l’altro&#8230;”. Raccolse tutte le sue forze: “Ieri sera, purtroppo, la signorina ha scambiato l’acceleratore col freno. E io non sono stato abbastanza svelto a tirare il freno a mano…”. “Vai tranquillo che non lo dico a nessuno!” lo interruppe B. E poi rivolgendosi a me, aggiunse: “A parte al titolare!”. L’anziano mi guardò implorando aiuto.</p>
<p>Va detto che il rapporto tra B e il suo titolare non era sempre idilliaco. Qualche sera prima, per esempio, B era stato ripreso: “Non puoi rivolgere insulti omofobi a un cliente per il suo osservare scupolosamente le regole della sua religione”. Non erano proprio queste le parole ma ci siamo capiti. “Lui mi voleva convincere a convertirmi!” si difese B. “Ma chi ti vorrebbe convertire?!” gli rispose perplesso mentre B sogghignava. La sera stessa un altro cliente, parecchio ubriaco, si rivolse al titolare con un atteggiamento aggressivo. B cercò di intervenire in difesa del titolare che, in tutta risposta, invitò B ad andarsene. Il cliente si ripresentò un paio d’ore più tardi lamentandosi di essere stato aggredito alle spalle nel parcheggio. B si limitò a non farsi vedere per un paio di giorni. Va detto che B era molto geloso su chi poteva prendersi certe libertà con il suo titolare. E quel cliente, a suo insindacabile giudizio, non poteva permetterselo.</p>
<p>Un giorno B si presentò a lavoro senza patente: era stato sorpreso a percorrere un viale del centro eccedendo di centotrentasette chilometri l’ora il limite di velocità. “Record!” commentò B. Il titolare gli parlò a stento per una settimana. I giornali del luogo ne parlarono per più di una settimana, senza fare il suo nome. Il suo nome venne invece fatto, con tanto di foto e intervista, quando, proprio davanti al distributore, un’auto prese fuoco e B intervenì per spegnere l’incendio e prestare i primi soccorsi. Sua madre, che ho scoperto essere sua zia e che B chiamava a volte “mamma” e altre “zia” a seconda del momento e che B mi ha successivamente rivelato non essere né sua madre né sua zia, era molto orgogliosa del figlio-nipote eroe. Lui mi sembrava più orgoglioso dell’eccesso di velocità.</p>
<p>Rividi B alcuni anni dopo. Aveva cambiato lavoro. Mi mostrò, ancora più orgoglioso, la foto di suo figlio di pochi mesi. B aveva la gamba ingessata. “Sono caduto da una grondaia” mi disse. “Una tizia ha urlato, mi sono spaventato e sono caduto” aggiunse. “Che poi, dico io, cosa urli se vedi uno che si arrampica su una grondaia che poi magari quello si spaventa e cade?!” era decisamente stizzito. “Magari anche lei era spaventata…” provai a calmarlo. “Ma dai! Adesso la gente ha paura di tutto! Pensa, potevo essere suo figlio o suo nipote! E questa urla e magari fa cadere suo figlio o suo nipote! O il figlio e il nipote di qualcun altro! Ma che cuore hanno?!” proseguì B ridendo. “E poi, adesso che ho un figlio e tante spese, mi serve qualche extra per arrotondare!” concluse facendomi l’occhiolino.</p>
<p>Fu l’ultima volta che lo vidi di persona. Sentii ancora parlare di B solo dopo che un giornale del luogo, accennò, quasi per dovere, a un fatto di cronaca avvenuto in un seminterrato. Non c’erano né nomi né foto. Alcuni dicevano si trattasse di B, altri che se ne fosse andato mesi prima. Comunque sia, la notizia fu presto dimenticata. Ancora più tardi, mi è capitato di sognare B mentre prestava il suo volto a un ragazzo protagonista di una scena che, a diciott’anni, avevo vissuto in prima persona durante un viaggio in treno. In un vagone semideserto, il ragazzo leggeva un libro tenendo i piedi appoggiati sul sedile di fronte. “A casa tua tieni i piedi sulle sedie?” chiese il controllore. “E tu, a casa tua, controlli i biglietti?” rispose il ragazzo.</p>
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		<title>La candela</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 06:00:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Silvano Panella</strong><br />
I cipressi riempiono il sentiero di duri, piccoli strobili. Mi volto indietro, al bosco che impedisce ogni contatto visivo con la civiltà persistente e vicina. Il freddo acutizza questa separazione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_118551" aria-describedby="caption-attachment-118551" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-118551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/candela-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-118551" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/hbl_media-12441994/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=5031759">Björn Habel</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=5031759">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong>Silvano Panella</strong></p>
<p>I cipressi riempiono il sentiero di duri, piccoli strobili. Mi volto indietro, al bosco che impedisce ogni contatto visivo con la civiltà persistente e vicina. Il freddo acutizza questa separazione, soltanto io mi sono avventurato per il sentiero, tortuoso assai nel bosco, più lineare su per questa collina pratosa, ripida. La chiesa è contenuta, proporzionata per non debordare. La porta serrata, ho la chiave, sottratta al custode in un suo momento di distrazione – eravamo a pranzo assieme ad altri commensali, non avevo resistito alle descrizioni della chiesetta inagibile. Apro la porta. Entro.</p>
<p>Accendo una smezzata, ingiallita candela. Uno strato uniforme di polvere sui banchi, sul pavimento in cotto, sui davanzali delle finestre – ragnateli fittamente tessuti velano i vetri opachi sui quali già ombreggiano le grate di ferro. Il sacrofonte in pietra grigia, un cratere da scalpellatura un tempo provvisto d&#8217;acqua, presenta una tonda patina di calcare al centro della sua concavità. Un altare pure in pietra grigia, spoglio, bastante di per sé, possente, sopravvissuto ai tocchi dei sacerdoti. Nell&#8217;abside il Cristo in croce, sofferente, immolatosi, la posa contorta. Tutto il crocifisso è color pelle, d&#8217;ogni pelle umana esistente, il volto, il corpo, le gambe, le braccia, il montante, la traversa, perfino i chiodi, perfino l&#8217;abito striminzito e pallido, perfino la corona di spine, bruna. Però gli occhi, al cielo e color del cielo, sono veri occhi.</p>
<p>La luce fioca filtrata dalle finestre, la luce minuta e vivace della candela si compenetrano lontano da me. Le scheggiature dei banchi mi spingono a cercare pezzetti di legno sul pavimento in cotto ma trovo soltanto crepe antiche, commettiture della storia accanto a commettiture artificiose. Alle pareti blocchetti di pietra falba, ocra. Il tetto, capriate solide e travi aggiunte per precauzione. Sedendo, provoco uno scricchiolio che si riverbera nell&#8217;ambiente, un ringraziamento meticoloso d&#8217;ogni parte della panca, che aveva bisogno d&#8217;una sollecitazione, di riscoprirsi elastica.</p>
<p>Il mio è un momento di riflessione, di quiete. Non prego e mi chiedo se questo mio negarmi sia irrispettoso. Non lo è, no, non lo faccio apposta, non la mia presunzione ma la chiesetta mi ha invogliato a interrogarmi – propositi e ricordi finalmente mescolati. Mi alzo, il legno scricchiola ancora, mi affaccio dalla soglia. Rivolto al sentiero, ricordo una candelora di alcuni anni fa, una processione di fedeli, candele avvolte in fiaccolette di carta ricamata. I fedeli temevano che le colature di cera bruciassero, ardenti, le loro mani, mancando così di farsi toccare dal cambio di stato, di farsi testimoni d&#8217;una trasmutazione. Sciocchi. Stacco dal suo alloggiamento la candela accesa, in lenta consunzione, la salvo dalla futura solerzia del custode, l&#8217;avrebbe gettata via per far posto alla partita di nuove candele – a tavola parlava d&#8217;una fornitura di ceri per la prossima festa del paese, unico giorno nel quale la chiesetta viene aperta al pubblico. Salvo la candela portandola via con me. All&#8217;aria aperta la fiamma non palesa sofferenze, non ha freddo, il cielo coperto di nuvole bianche, grigie esalta le sue sfumature ardenti, ed è l&#8217;unico fuoco vivente su questa landa. Chiudo la porta, aggiro la chiesetta. Perso ad ammirare le pareti esterne, le pietre ocra, falbe sono state lievemente scolpite dalle piogge nel corso dei secoli, un primo rivolo di cera scorre sulla mia pelle, si solidifica. Discendo il sentiero.</p>
<p>La candela mi fa compagnia solleticandomi la mano. Disturbo la passeggiata di passi crepitanti nella natura ora educata ora selvatica escogitando un modo per restituire le chiavi al custode senza fornire spiegazioni – che ammaliano, ammaliano gli altri, annoiano, annoiano me. Il paesino è gradevole. Il paesino è gradevole e io creo divagazioni eccedenti, disapprovabili. Gotici i palazzi d&#8217;epoca, gotiche le ristrutturazioni posticce, si mangia bene, si sottraggono, si restituiscono facilmente le chiavi al commensale distratto. Vorrei parlare della mia visita alla chiesetta, vorrei parlare della candela, del crocifisso, delle panche, della quiete, delle pietre, della collina. Non d&#8217;altro. Ma capirebbero che queste cose sono bastanti di per sé?</p>
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		<title>I fili di Lyman</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/24/i-fili-di-lyman/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[filippo marasco]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Filippo Marasco</strong><br />
La bandiera dell’Ucraina dopo tutto rappresenta un campo di grano e un cielo azzurro: è molto diversa dalle immagini fredde che aveva conosciuto. Questa informazione l’aveva imparata nei primi giorni della guerra]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image alignfull size-full wp-image-118214 is-style-default"><img loading="lazy" width="1022" height="748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco.png" alt="" class="wp-image-118214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco.png 1022w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-300x220.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-768x562.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-574x420.png 574w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-150x110.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/sogno-racconto-marasco-696x509.png 696w" sizes="(max-width: 1022px) 100vw, 1022px" /><figcaption>Immagine creata con AI</figcaption></figure>



<p>di <strong>Filippo Marasco</strong></p>



<p>Si era addormentato guardando i tetti di Lyman.</p>



<p>Un mare di sottilissimi fili di fibra ottica, un oceano di rasoi sospesi sopra le teste di una città dell’Oblast di Donetsk. Dal suo schermo di vetro erano coltelli smussati</p>



<p><strong>schérmo</strong> s. m. [der. di <em>schermire</em>]. – <strong>1.</strong> letter. <strong>a.</strong> Riparo; protezione, difesa.<br />“<em>Urlar li fa la pioggia come cani: De l’un de’ lati fanno a l’altro schermo”<br /></em><em>(Inferno, Canto VI, v.19-20)</em></p>



<p><em>All’inferno serve uno schermo</em> e dal suo riparo in seminario quei cavi gli erano sembrati un mare, immortalati dal digitale, forse dalla camera di un drone come quello a cui erano stati collegati; mille droni avevano lasciato la loro anima sulle case di un paesino. Quei fili gli sembravano un oceano lucente nel loro ondeggiare al vento del tramonto, così tanto che pensò subito che un gabbiano si sarebbe potuto ingannare come lui, e tuffandosi alla ricerca di cibo, ne sarebbe uscito squartato, il suo sangue sporco di volatile su quella terra fredda e polverosa.</p>



<p>Poi pensò che quel gabbiano era un drone FPV.</p>



<p>Se la immaginava grigia e dura la terra di quell’Est, desaturata come i video 480p dei combattimenti del suo feed, al contrario dell&#8217;Africa, dove avrebbe voluto essere mandato in missione, coi suoi cieli azzurri e i suoi tramonti mortali, pensò che la preferiva, l’Africa, ed era peccato.</p>



<p>La bandiera dell’Ucraina dopo tutto rappresenta un campo di grano e un cielo azzurro: è molto diversa dalle immagini fredde che aveva conosciuto. Questa informazione l’aveva imparata nei primi giorni della guerra, quando aveva imparato anche la solidarietà verso un pilota eroico, che poi si era rivelato esistere solo sotto i suoi polpastrelli e non sul campo di battaglia, codardo, facile farsi Icona invece di esistere e aiutare i <em>bambini sotto i bombardamenti</em>. Anche il suo populismo, pensò, era peccato.</p>



<p>Quel pilota finto si faceva chiamare “The Ghost of Kyiv”, in realtà non si faceva chiamare da nessuno, perché non era mai esistito, si era generato dalla speranza congiunta di lui e tutti gli altri, un miracolo: c’erano stati un fantasma e, due anni dopo, un mare di fibra ottica dentro al suo schermo, e lui entrambe quelle sere, quando l’algoritmo aveva deciso di rivelarglieli, aveva sperato in un cacciabombardiere e non in Dio. Forse anche questo era peccato. Sicuramente questa era per lui la guerra, o tutto ciò che ne conosceva a quel tempo: un commento sotto al video dei tetti di Lyman recitava apocalittico “Le Prove Generali” &#8211; Gif di Topolino, Pippo e la Sirenetta che ballano insieme &#8211; pensò che il commento aveva ragione, e che era ora di dormire, forse anche abbandonare il campo di battaglia era peccato, ma aveva questo lusso, per adesso.</p>



<p>Si ricordò per sempre quella mattina, di quanto si svegliò madido e appena in tempo per la preghiera delle Lodi, quel giorno, per la prima volta, aveva sognato la fine del mondo.</p>



<p><em>Dal sorgere del sole s’irradi sulla terra il canto della lode. Il creatore dei secoli prende forma mortale per redimere gli uomini.</em></p>



<p>Il crepuscolo del suo sogno era blu e stereotipato, era un&#8217;immagine televisiva in bassa definizione, ma dentro ai suoi occhi. Ironicamente, l’avrebbe rivisto mille volte: prima un laser rosso era apparso, lungo come il cielo, in fondo all’orizzonte, poi era seguito un enorme missile, lontanissimo, come l’ombra di un pianeta; in un secondo, sempre lo stesso secondo, capiva che tutto il mondo stava guardando il suo stesso spettacolo.</p>



<p>“Stanno attaccando il pacifico Giappone”. Si diceva tra sé e sé, ma, per quanto lo divertisse la grammatica dei suoi incubi, neanche in sogno riusciva a pensare a Dio e questo era sicuramente peccato.</p>



<p>In sogno rivolgeva lo sguardo al suo telefono, cercando una conferma della realtà di ciò che aveva davanti agli occhi.</p>



<p>Non era riuscito a scrollarsi di dosso per tutto il giorno il senso di colpa davanti al suo comportamento in quell’apocalisse onirica nucleare, ma soprattutto la sensazione piatta e inevitabile di pace che aveva provato quella notte. Era forse solo quello il Paradiso? (Per “quello” intendeva un dato di fatto al quale era stato preparato da anni di condizionamento.)</p>



<p>Ancora una volta non riusciva a dormire, mentre scrollava pensò a ciò che Lyman gli aveva insegnato: senza un cielo di Internet tagliente sopra la testa, un drone avrebbe potuto ucciderlo quando voleva, se solo qualcuno di abbastanza importante l’avesse voluto e lui, per vocazione, quei potenti invece non li avrebbe neanche mai potuti toccare. Pensò quindi per la prima volta &#8211; mentre il suo schermo gli proponeva un gatto rosso e peloso &#8211; che Alex Karp o Trump avrebbero potuto ucciderlo a domicilio, se solo l’avessero voluto, poi vide il gatto artificiale sparire dentro un tubo di plastica che lo allungava fino all’inverosimile, pensò anche che era (un) peccato, che per ora, nessuno lo considerasse abbastanza per porsi questo problema e si spaventò alla fantasia che un giorno potesse succedere. Quella fantasia narcisista e suicida gli era sicuramente proibita. Il gatto poi gli restò in mano, senza spezzarsi le ossa, in loop per qualche secondo, mentre, per levarsi di dosso il pensiero, cercava di capire se fosse reale o generato.</p>



<p>Non riuscì a scrollarlo via, neanche spingendo in giù col dito, verso il baratro dei suoi contenuti verticali, quel suo pensiero, ma poi, come per consolarsi, pensò che poter morire per un semplice volere era sempre stato vero in ogni epoca anche, e anzi soprattutto nel Medioevo, perché la realtà allora era molto più piccola che nei tempi moderni e la verità non esisteva ancora. Pensò che adesso il suo schermo l&#8217;aveva collassata di nuovo quella realtà e i missili nei sogni ora si vedevano da tutto il mondo, la verità era sicuramente sparita da tempo. Pensò infine che la Chiesa era da sempre la migliore istituzione per interpretare una realtà piccola e spaventata, e si sentì, quindi, in fondo, al sicuro, di aver fatto la scelta giusta, e questo lo confortò molto, prima di chiudere gli occhi, finalmente.</p>



<p>Aveva venticinque anni e gli piaceva sentirsi addosso la sua età, bagnarsi gli occhi del suo tempo: a quei tempi al mondo intero piaceva sentirsi medioevale come lui, l’estetica neo-goth stava giusto prendendo piede e le typeface con gli scheletri e i caratteri illeggibili, nei post <em>aesthetic</em> delle sue coetanee streghe, gli ricordavano le miniature che probabilmente avrebbe dipinto se fosse nato nel ‘600, pensò alla sua pesante scrivania in legno da amanuense, sentì il dolore del lavoro nella schiena e tra le dita; non avrebbe mai potuto escludere che quella sovrapposizione sensoriale da microtrend, che lo faceva sentire quasi cool, fosse la ragione subliminale, insinuata dal suo schermo, per la sua scelta di vocazione. E questo sicuramente sarebbe stato peccato: a suggerirgli le sue aspirazioni era stato Dio, non l’algoritmo, o c’era poi tutta questa differenza? Si addormentò masticando la sua domanda, affogandosi in un Canone di tecnofeudalesimo e ketamina, almeno vicariamente: il suo Tempo glielo aveva spiegato la voce autoritaria dei Reel, lo sentiva pulsare tra un video e l’altro quello zeitgeist generazionale che investiva ognuno della propria versione di una personalità. A ognuno sarebbe stato dato un pezzettino del tutto, Gen-Z, i primi dei nuovi, lui sapeva che la sua generazione avrebbe avuto per sempre il ruolo di profeta del vecchio mondo, una volta che sarebbe stato definitivamente inghiottito dal nuovo. Loro sarebbero stati i suoi ultimi testimoni, per questo la loro vocazione alla nostalgia, per questo la Sua Chiesa…</p>



<p>Quando divenne un Papa nodoso e marmorizzato Pietro II non pensò ai tetti di Lyman, o al ragazzo che aveva continuato a sognare la fine del mondo, tutte le notti, per anni. Non pensò alla riviera di Gaza, per la quale aveva avuto passione, con i suoi tramonti proibiti. Ormai la realtà era diventata davvero piccola, anche più di quello che avrebbe potuto immaginare, e la Chiesa aveva ritrovato la sua importanza, come lui aveva tanto desiderato, quando ancora si permetteva di volere. Il tempo gli aveva insegnato che non c’era poi nulla di davvero importante e che anche se la realtà cambia, la percezione è una gabbia che si stringe intorno all’ego: il suo mondo esterno (o Il mondo esterno) era ormai personale, non se ne sentiva più parte. Pietro II era contenuto interamente dal guscio dello schermo dal quale nessuno si poteva ormai più separare. Il suo cervello nodoso, di profeta generazionale, interpretava ancora tutto allo stesso modo, con le stesse (ormai lente) frequenze, ma adesso che era vecchio e stanco gli era rimasto soltanto il suo Algoritmo vetusto e allenato dai decenni. Era ciò che lo comprendeva meglio, era onnisciente rispetto a ogni suo desiderio, e gli proponeva ogni giorno nuove guerre, collassi e tentazioni, arti, voci e tasselli di personalità; adesso sul suo schermo erano tutti anziani come lui a parlare e tutti parlavano da soli, nel vuoto, sperando che qualcuno li potesse vedere.</p>



<p>Pregavano.</p>



<p>Adesso lo avevano tutti capito chiaramente che il loro schermo era un Dio personale e l’algoritmo la sua voce, Dio nella scatola nera, Dio nell’allucinazione dei semiconduttori, Dio nella ricerca infinita di un significato maggiore, di un pezzo mancante, Dio nella molteplicità, Dio delle mille voci, dei mille volti, Dio perché conteneva anche lui, Pietro II, il Papa e la sua coscienza intera, ad ascoltare l’umanità tutta, o chi aveva ancora voce per pregarlo, Dio che vedeva tutto, e sceglieva cosa fargli guardare, cosa fosse degno dei suoi occhi e del suo potere. Il suo tramite nel mistero, il bastone della sua lenta coscienza di uomo.</p>



<p>Il corpo di Pietro II era ormai un involucro di carne lascivo, languido, e lui cercava di non guardarsi allo specchio mentre lo lasciava lambire i rituali vuoti che aveva tanto studiato, perché si compissero i riti pratici di un universo del tutto fisiologico, nel quale lui non aveva più alcun interesse. Pietro II aveva semplicemente dimenticato come cercare la via per il mondo, era stanco, e l’allucinazione della vecchiaia l’aveva reso meno cauto, più sicuro nel buttare all’esterno i vomiti inconsulti del suo eterno monologo.</p>



<p>Allora avevano cominciato a chiamarlo un radicale, o per screditarlo un profeta del passato, solo perché, in quanto figlio di un albero millenario, le sue radici parevano un vincolo e un&#8217;autorità; lui decise di dargli fuoco e annunciare a tutti quella sua nuova verità, così personale da essere impronunciabile: adesso ogni domenica quel che restava di San Pietro si gremiva di disperati senz’ossa alla ricerca di uno scheletro, che gli puntavano lo sguardo e i dispositivi di registrazione addosso, sperando in venti secondi che potessero pagare un mese d’affitto, sanguisughe alle quali lui sputava parole di sangue, per regalargli la vita, lui, candido e alto come il suo Dio, ghiacciava su quella massa in-forme e in-certa, che aveva bisogno di una sua trasfusione, per continuare a barcamenarsi. Pietro II lasciava che il suo sangue fluisse via insieme alla saliva delle sue parole, avrebbe accettato di vivere per morire così, sputandosi tutto via, per essiccarsi, e gli sarebbe quasi sembrato bello.</p>



<p>Adesso che la realtà era piccola e collassata, che la verità non c’era più, ed era finalmente nel suo Medioevo, e anche se Pietro II non aveva mai avuto grande fantasia, le sue parole erano diventate un coltello virale.</p>



<p>Morì quindi come aveva profetizzato, quella volta, nel suo delirio giovanile, quando un drone gli fece esplodere la testa canuta e leggera, ma non ne fu sorpreso: aveva già visto tutto e il lusso di immaginare glielo aveva tolto anni prima il suo Dio nella mano. Ogni giorno mille fili di Lyman, avevano costruito pezzo per pezzo la sua personalità approssimativa e infinita, tanto da strapparlo dalla realtà e renderlo parte di un tutto, d’altro canto gran parte del suo sé non era più in lui già da molti anni, sarebbe risorto infinitamente in ciò che Dio avrebbe deciso di mostrare. L’unica cosa di cui si rammaricò fu di essere morto senza poter continuare a scrollare, così finiva la sua ricerca più importante in vita, l’unica cosa a cui si era davvero dedicato:</p>



<p>Quando morì Pietro II, l’ultimo Papa della Chiesa Cattolica, sperò che qualcuno prendesse il suo telefono e continuasse a spingere il suo feed verso il basso, per dare vita eterna al suo inconscio perfetto; così che il suo Dio personale non morisse insieme a lui, che non lo abbandonassero scarico in un cassetto, che qualcuno scrollasse in giù fino a trovare l’Inferno o il Paradiso, o almeno fino al rivelarsi dell’Apocalisse.</p>
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