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		<title>Radio Kapital: Peter Sloterdijk</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 07:29:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per una teoria dell&#8217;intossicazione intervista in rete a Peter Sloterdijk traduzione dal francese di Francesco Forlani La sua diagnosi del nostro tempo inizia con una strana professione di fede. Lei dichiara che, per capire il mondo di oggi, bisogna essere &#8220;leggermente intossicati&#8221;. Cosa ci vuole dire con questo? Peter Sloterdijk: I medici omeopati del diciannovesimo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok-300x278.jpg" alt="" title="radiok" width="300" height="278" class="aligncenter size-medium wp-image-36096" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/radiok.jpg 517w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Per una teoria dell&#8217;intossicazione</strong><br />
<a href="http://www.paris-philo.com/article-36863649.html">intervista in rete</a> a <a href="http://www.petersloterdijk.net/french/"><strong>Peter Sloterdijk</strong></a><br />
traduzione dal francese di <em>Francesco Forlani<br />
</em><br />
<em>La sua diagnosi del nostro tempo inizia con una strana professione di fede. Lei dichiara che, per capire il mondo di oggi, bisogna essere &#8220;leggermente intossicati&#8221;. Cosa ci vuole dire con questo?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: I medici omeopati del diciannovesimo secolo credevano che il professionista dovesse  sperimentare prima su se stesso  le medicine che  avrebbe in seguito prescritto alla clientela. Diciamo allora che  un buon filosofo è una specie di intossicato illuminato e che il suo sapere  consiste in una sorta di polifonia dell&#8217; avvelenamento. Questo per me vuol dire che il sapere filosofico non è solamente il risultato di una riflessione approfondita, nè tanto meno soltanto l&#8217;espressione di sé quale  soggetto, ma il risultato di un tipo di successo immunologico. La verità deve essere interpretata, a mio parere, come un fenomeno immunitario che il discorso  del filosofo contemporaneo porta al termine di una serie di vaccinazioni o addirittura di auto-avvelenamenti. Nelle reazioni del pensatore moderno emerge un nucleo di verità che non è altri che la lotta del sistema in grado di sopravvivere grazie a una serie di produzioni di anticorpi, sia logici che semantici, che fanno da diga all&#8217;invasione di virus ostili.<br />
<span id="more-36085"></span><br />
Questo modello è, a mio parere, una buona risposta alla domanda: che cosa è la saggezza contemporanea? Il pensatore contemporaneo, dopo molteplici intossicazioni, forte di una lunga serie di piccole morti e di reazioni immunitarie,  sfugge alla definizione tradizionale  e universitaria di logico del discorso. Vorrei accostarlo alla poesia attuale che pure ha la tendenza  a diventare una reazione di un sistema immunitario che libera la capacità allucinatoria del suo autore. Provare allucinazioni &#8211; e non soltanto sognare &#8211; significa creare  uno spazio autenticamente vivibile  per gli esseri umani. E la questione fondamentale di ogni politica è il modo di sapere come provocare allucinazioni per le persone a ritmi più o meno sincronizzati.</p>
<p><em>Allo stesso tempo, a proposito del crollo del sistema socialista, lei dice che non è da poco aver perso una verità basata su un&#8217;illusione &#8230;</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: C&#8217;era, in quelle società, un sistema che produceva allucinazioni ma che non ha funzionato a sufficienza. Nessuna società può sbarazzarsi del compito di riorganizzare lo spazio allucinatorio in cui gli esseri umani si ritrovano . Spostarsi da un&#8217; allucinazione ad un&#8217; altra, non significa sostituire l&#8217;errore con verità, come si pensava in modo un po&#8217; troppo semplicistico durante l&#8217;Illuminismo &#8230;</p>
<p><em>L&#8217;illusione è una percezione distorta, ma l&#8217;allucinazione è una percezione senza oggetto. In quale categoria si colloca l&#8217; utopia? Non assistiamo a un processo di laicizzazione dell&#8217; utopia, più particolarmente dell&#8217;utopia comunista?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk:</strong> Indubbiamente. Ma laicizzazione significa anche che i flussi dei desideri si riorganizzano attorno a nuovi nuclei di cristallizzazione. Il modo di sognare l&#8217;avvenire  rappresentato dal comunismo classico è stato sostituito da altri modi di sognare. Ma la necessità di gestire i sogni non è affatto scomparso.  Il crollo del sistema comunista non ha agevolato il compito della sinistra classica, che è quello di creare un nuovo ponte tra, da un lato, i sogni, i desideri delle persone e, dall&#8217;altro, lo spazio politico. È un lavoro che deve essere fatto incessantemente sul concetto stesso di lavoro. Vorrei qui  ricordare che tutti i miei riferimenti alla funzione allucinatoria negli esseri umani si rifanno ad un pensatore francese a cui dobbiamo molto, senza rendercene conto, Gabriel Tarde, illustre sconosciuto della sociologia francese, ripubblicato in questi giorni dalle edizioni <em>Synthélabo/ Empêcheurs de penser en rond.</em> Pubblicarlo oggi significa avere cento anni di ritardo, ma fortunatamente abbastanza in tempo per le esigenze teoriche del nostro tempo</p>
<p><em>Usciamo, dice lei,  da due secoli di individualismo, dove ognuno ha avuto la tendenza a rivendicare diritti d&#8217;autore su se stesso e sulle relazioni  con gli altri. A cui aggiunge la rivendicazione che ciascuno fa del copyright sull&#8217;aspetto esteriore. Cosa vuol dire con questo? </em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: Se  passeggia per cinque minuti, in una bella giornata di sole, sul Boulevard Saint-Germain, capisce cosa intendo con questo. Si osservano   sui marciapiedi, persone che hanno trovato  praticamente  quasi tutti i loro diritti d&#8217;autore nell&#8217; aspetto esteriore. Vestirsi è anche una forma di scrittura. Si diventa  autori ogni volta che ci si veste. E questa è una scoperta che contribuisce all&#8217; inflazione della funzione dell&#8217;autore del nostro tempo. La maggioranza degli individui  acquista la loro parola ai grandi magazzini. Non vanno molto lontano nella loro sperimentazione. Eppure, a New York, per esempio, l&#8217;individualismo vestimentario è ben più pronunciato che in Europa. In teoria, questa evoluzione potrebbe essere creatrice. Ma al tempo stesso, è all&#8217;origine di un enorme messa in pericolo esistenziale. Ogni individuo vive la sua vita come se lui (o lei) volesse dirci: &#8220;<em>Sono felice di essere l&#8217;ultimo uomo, l&#8217;ultima donna. Se il mondo dovesse finire dopo di me, sarei stato il consumatore della mia vita,  consumatore finale, il che equivale a dire  che avrò approfittato delle mie possibilità fino all&#8217;ultimo  e non mi pongo la domanda  se ci saranno persone dopo di me ad avere, come me, la possibilità di consumare la loro vita </em>&#8220;. L&#8217;ultimo uomo e il consumatore finale sono in una convergenza profonda. Qui troviamo un elemento apocalittico che è insito nella società dei consumi di se stessi  e del mondo. Siamo entrati in una crisi di consumi assoluta. Le guerre locali del nostro tempo sono da collocarsi in questo contesto. Si dovrebbe ripristinare la coscienza di  ciò che io chiamo processo generativo. Dobbiamo ripensare lo statuto del soggetto a partire dal campo delle  generazioni e reimparare a contare fino a tre. Dobbiamo capire che essere  mediatori, significa essenzialmente occupare una posizione tra la generazione precedente e quella successiva.<br />
<em><br />
Cosa prevarrà secondo la sua constatazione: viviamo in un vecchio mondo  in declino o in un nuovo mondo che emerge? </em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: Declino e la ricostruzione sono, dal mio punto di vista, un solo e unico processo. Ma c&#8217;è un conflitto di interpretazioni. I giovani delle nostre società sono di solito molto più pessimisti degli intellettuali della generazione mediana. Provo ad aprire spazi di riflessione, reazioni immunitarie, che contribuiscano a sconfiggere la cupezza che ci circonda. Oggi, tutto è pensato attraverso miti. La mitologia classica è un sistema di organizzazione dell&#8217;oblio per rimuovere le nuove esperienze, di ridurre il nuovo al vecchio. Il mito è una narrazione che si ripete all&#8217;infinito con piccole variazioni in risposta alla realtà movimentata del reale e ridurlo ancora a  un modello identico di quello che succede, in fondo, al mondo, da sempre. Allo stesso tempo, vi è una mitologia moderna che funziona come un sistema di gestione dell&#8217;oblio collettivo. Vale a dire, organizzare il presente come un bagno di informazione permanente. I nostri informatori sono, da un punto di vista sistemico, i mitologi  che contribuiscono in permanenza alla soppressione della memoria. L&#8217; informazione sul presente  scompare dietro al mito che crea un universo in cui, in fondo, nulla cambia. Racconta una molteplicità di  storie  per non raccontare La Grande Storia, che  è la strada della Rivoluzione.</p>
<p><em>Lei dice però che il mondo moderno ha lasciato lo spazio delle  le rivoluzioni politiche </em><em>per entrare in quello,</em><em> più lento, delle rivoluzioni tecnica e mentale ?</em></p>
<p><strong>Peter Sloterdijk</strong>: La rivoluzione è stata sostituita  da correnti multiple,  con i loro stravolgimenti  e ramificazioni. Bisogna  lanciarle, canalizzarle e interpretarle.  il canale e interpretare. Noi abbiamo esportato l&#8217;idea della rivoluzione nei dispositivi. Indubbiamente siamo troppo inerti per una vera rivoluzione. Le macchine, invece,  conoscono un&#8217;evoluzione senza fine. Il che porta il progresso a diventare, sempre più, un epifenomeno di ciò che sta accadendo nel campo della scienza e della tecnologia. Gli intellettuali più avveduti sono quelli che hanno compreso di non essere a capo di un&#8217; evoluzione, ma in una retroguardia avveduta che misura lo scarto e l&#8217;anticipo della tecnologia sull&#8217;umano. Bisogna salvaguardare qualcosa di questo ritardo. Questa è, a mio avviso, l&#8217;attuale definizione di progresso: salvaguardare il nostro status di arretrati rispetto a un progresso non vivibile.</p>
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		<title>Radio Kapital: Luc Boltanski</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 11:16:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono talmente ambizioso da pensare che guadagnare dei soldi sia facile, mentre fare un’opera è molto più complicato. Christian Boltanski Krisis di Anna Maria Merlo PARIGI. La crisi colpisce duramente il mondo attuale, da finanziaria, è diventata economica e sta trasformandosi in sociale. Vediamo gli stati correre dietro al mercato, piegarsi ad esigenze che vengono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radio.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36008" title="radio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radio-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radio-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radio.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Sono talmente ambizioso da pensare che guadagnare </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>dei soldi sia facile, mentre fare un’opera è molto più complicato.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Christian Boltanski</strong></p>
<p><strong>Krisis</strong><br />
di<br />
<strong>Anna Maria Merlo</strong><br />
PARIGI. La crisi colpisce duramente il mondo attuale, da finanziaria, è diventata economica e sta trasformandosi in sociale. Vediamo gli stati correre dietro al mercato, piegarsi ad esigenze che vengono considerate “oggettive”, ineluttabili, contro le quali non si puo’ intervenire. A Luc Boltanski, il sociologo che nel ’99, pubblico’, assieme a Ève Chiapello, l’importante libro <em>Le nouvel esprit du capitalisme</em> (Gallimard, in uscita per Feltrinelli), chiediamo una lettura della crisi attuale. Alla discussione partecipano due giovani sociologi, Bruno Cousin e Cyprien Tasset.</p>
<p>Luc Boltanski: “<em>Siamo di fronte a una doppia crisi: la crisi del capitalismo e quella del nuovo stato che si è istituito in relazione con il capitalismo. Negli anni ’50-’60 era stato raggiunto un compromesso tra lo stato e la grande impresa: lo stato garantiva al capitale la riproduzione della forza lavoro e le grandi imprese pagavano le tasse. Questo modello è andato in crisi dalla fine degli anni ’60, crisi approfondita nel periodo ’75-’90. La risposta è stata allora la deregulation, l’esternalizzazione del lavoro, la finanziarizzazione. Con l’effetto, per le grandi imprese, di poter eludere il pagamento delle imposte. Quindi, quando oggi si sente dire che lo stato è povero, la cosa puo’ apparire assurda, ma in fondo è vera.<br />
<span id="more-36007"></span><br />
 La novità è che, al contrario di trent’anni fa, lo stato si è costituito sul modello della grande impresa. Nel libro Le nouvel esprit du capitalisme, scritto con Ève Chiapello, parlando di “cité per progetto” – il nuovo criterio di valutazione, fondato su reti e progetti, promosso dal management degli anni ‘90 &#8211; a partire da un certo numero di indizi, avevamo identificato la possibilità di un’orientamento riformista del capitalismo. Anche se questa “cité per progetto” non corrispondeva peraltro alla nostra aspirazione personale. Ma questa possibilità riformista non si è realizzata: il capitalismo, invece di riformarsi, ha intensificato la violenza e le contraddizioni che gli erano inerenti, fino ad arrivare alla crisi attuale”</em>.</p>
<p>Bruno Cousin: <em>“Oggi vediamo bene che il cosiddetto rigore non vale per tutti, ma solo per i più poveri e le classi medie. In Francia, lo scudo fiscale, che impedisce di pagare in tasse più del 50% del reddito, esonera i redditi più alti da ulteriori forme di solidarietà. Inoltre, in Francia come in Italia, i giovani che entrano sul mercato del lavoro sono già e saranno i più colpiti dalla crisi e dalla politica di austerità. Siccome sono spesso precari e dunque designati come la variabile di aggiustamento, sono già vittime di una disoccupazione record, e subiranno inoltre per tutta la loro carriera occupazionale le conseguenze di averla iniziata in un periodo di crisi”.</em></p>
<p>Cyprien Tasset: <em>“Pensiamo anche alla questione delle pensioni, oggi in discussione. Sono un fattore di redistribuzione a cui sarà molto difficile accedere per coloro che moltiplicano i contratti precari. I giovani cercano di realizzarsi, ma vivono con una nera inquietudine rispetto all’avvenire”</em>.</p>
<p><strong>-Che cosa intende per violenza nelle democrazie occidentali? E come viene usata nello specifico contesto attuale della crisi?</strong></p>
<p>L.B.:“<em>Prendiamo la questione dal punto di vista della critica del capitalismo, che era stata molto intensa nel decennio ’65-’75 e che poi si era ritrovata quasi ridotta al silenzio tra l’85 e il ’95. In molti casi, c’è stato un rinnovamento della critica, nel mondo artistico e intellettuale, nel mondo del lavoro – penso al movimento contro il Cpe, il contratto di primo impiego per i giovani nel 2006, o alle proteste contro la riforma del Cnrs e dell’università nel 2008-2009. Nelle imprese, scioperi e movimenti di rivolta si sono intensificati nel corso degli ultimi cinque anni. Anche nel campo politico, vari indizi vanno nella stessa direzione. Eppure, salta agli occhi la differenza rispetto al ’65-’75: non per un diverso livello di intensità né per una marginalizzazione dei critici, ma perché allora la critica era seguita da effetti, cioè aveva una presa sul mondo sociale e sul campo politico. Oggi, è come se la critica avesse sempre maggiori difficoltà ad aver presa sulla realtà. E secondo me vanno analizzati i cambiamenti intervenuti nella governance, che sia pubblica o privata, poiché oggi sono più o meno la stessa cosa, cioè i dispositivi che permettono ai responsabili di contenere la critica. C’è stato un perfezionamento degli strumenti di gestione e l’importazione nella sfera pubblica e politica di tecniche di management che si erano sviluppate, in un primo tempo, nelle grandi imprese. Non siamo quindi al dominio attraverso il terrore, il modo più semplice. Né a un modo di dominazione ideologica, in un periodo in cui si è sviluppato il tema della fine delle ideologie. Ma negli ultimi decenni del XX secolo si sono sviluppate altre forme di dominio compatibili con delle società ipercapitalistiche che si basano, politicamente, sulla democrazia elettorale. Si tratta di forme di dominio che possiamo chiamare “di gestione”, che rinviano a una logica della causalità. Cioè a una forma di necessità annunciata. La critica, la cui validità viene pure riconosciuta in questo contesto, ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di essere realisti. Cioè di accettare i vincoli, in particolare economici, come si presentano, non perché siano buoni o giusti in sé, ma perché si pretende che non possano essere altro da quello che sono”.</em></p>
<p>B.C.: <em>“Lo si è visto con il movimento dei ricercatori: malgrado esista una forte domanda di riforma che viene dall’interno, c’è stata un’incapacità completa ad esprimere un’alternativa al sistema in modo comprensibile nello spazio pubblico. Col risultato di una ripresa in mano dal governo, spesso fondata su una retorica populista e blandamente anti-intellettuale”.</em></p>
<p><strong>-La violenza viene quindi dai mercati, considerati una realtà oggettiva che né lo stato, né l’azione politica possono modificare?</strong></p>
<p>B.C.: <em>“Prendiamo le agenzie di rating, di cui si parla molto ultimamente: sembra che lo stato valga solo quanto lo valuta il mercato”.</em></p>
<p>L.B.:<em>“In un regime politico “di gestione”, il realismo è al centro dei dispositivi di dominio. Costituisce, contemporaneamente, il principio di giustificazione principale a cui i dominanti fanno appello e la virtù che reclamano dai dominati. Ma non si tratta solo di un discorso o di un’ideologia. Cio’ che caratterizza un regime del genere è in effetti la sua capacità a legare, non solo idealmente, ma nei fatti, i diversi elementi che compongono la realtà in modo da renderli strettamente interdipendenti. Dirigenti e dominati sono nella stessa posizione: entrambi devono essere al servizio della realtà, a tutti è richiesto di essere realisti. Ma questa eguaglianza di principio nasconde una profonda asimmetria. Mai nel passato era stato raggiunto un tale grado di oggettivazione della realtà, di feticizzazione del reale. Sono tecniche di gestione che si sono sviluppate nelle grandi imprese multinazionali e poi si sono diffuse non solo nella piccola impresa, ma anche nello stato e negli enti locali. Il progresso delle tecnologie informatiche non ha fatto che accelerare il processo. Questo tipo di governance, strumentalizzata dal management, rende la critica difficile e, sovente, poco efficace, almeno nelle forme politiche ereditate dalle lotte del XX secolo, sia che si tratti delle lotte operaie che di quelle per la democrazia”.</em></p>
<p>C.T.:<em> “Dal 3 maggio, per esempio, c’è in corso uno sciopero dei disoccupati, che si articola soprattutto con occupazioni delle agenzie di collocamento e con il rifiuto di accettare, come sarebbe obbligatorio, qualsiasi lavoro venga proposto – “disoccupato piuttosto che manager”, rifiuto di lavori implicati nel disastro ambientale ecc. &#8211; oppure i continui controlli. Ma nessuno ne parla, a parte quando hanno occupato una trasmissione tv”.</em></p>
<p><strong>-Il governo degli esperti, che prendono le cose in mano seguendo leggi che vengono definite naturali, cerca di limitare la critica. E’ per questo che, malgrado l’impegno della strategia di Lisbona di trasformare l’Europa nella zona più creativa, le professioni intellettuali vengono emarginate, con forte incidenza del precariato?</strong></p>
<p>L.B.: “<em>La tendenza alla precarizzazione è generale. E’ palese nel caso di chi ha meno, in particolare sul piano scolastico. Ma tocca anche, come sappiamo, i giovani laureati. Per quanto riguarda questi ultimi, in particolare, il fatto di disporre o meno di un patrimonio familiare, per esempio sotto forma di un appartamento, è un fattore molto importante di diseguaglianza. Ma c’è anche un’altra tendenza: la politica, più che l’economia, ha paura di veder nascere una pericolosa plebe intellettuale. Era già successo nel XIX, sull’onda di Burke e della sua analisi della rivoluzione francese, che puntava l’eccesso di gente istruita. Sarkozy ha dunque preso delle decisioni che hanno come obiettivo la diminuzione del numero di questi intellettuali: ci sono tagli per gli intermittenti dello spettacolo e il numero di dottorandi è calato ai livelli del 1980 (mentre nelle grandes écoles il tasso di studenti provenienti dalla classi superiori non è mai stato cosi’ alto). Il potere ha paura che questa gente possa unificare le lotte sociali, oggi disunite, dalle banlieues al vecchio proletariato francese. Ma la paura domina anche l’altro fronte: impedisce di unirsi e lottare; il precariato impedisce alla gente di incontrarsi”.<br />
</em></p>
<p>B.C.: <em>“La cultura, l’istruzione e la ricerca vengono sempre più spesso considerate come superflue, come non meritassero investimenti, nonostante gli impegni europei. Cosicché, paradossalmente, il governo è uno dei primi responsabili della pauperizzazione degli intellettuali precari. Ma non è l’unico paradosso: in altri settori, l’economia francese ha bisogno dei sans-papiers e li fa lavorare, mentre il governo li espelle…”.</em></p>
<p>C.T.: <em>“Il tentativo attuale è di risolvere la questione tagliando alla base, cioè tagliando le aspirazioni, rendendo più difficile e selettivo l’accesso all’insegnamento superiore”</em>.</p>
<p><strong>Articolo uscito sul manifesto&#8221; del 12 giugno -pag.9</strong></p>
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		<title>Radio Kapital: Elisabeth Badinter</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 11:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anna Maria Merlo, corrispondente a Parigi del Manifesto e amica da oltre un decennio mi ha segnalato un articolo pubblicato qualche tempo fa sul blog FranciaEuropa, da lei curato, a proposito dell&#8217;ultimo libro di Elisabeth Badinter. (effeffe) “Sii madre e allatta” Elisabeth Badinter si rivolta contro la donna-natura di Anna Maria Merlo La Francia è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Anna Maria Merlo, corrispondente a Parigi del Manifesto e amica da oltre un decennio mi ha segnalato un articolo pubblicato qualche tempo fa sul blog <a href="http://blog.ilmanifesto.it/franciaeuropa/2010/02/12/sii-madre-e-allatta-elisabeth-badinter-si-rivolta-contro-la-donna-natura/">FranciaEuropa, </a>da lei curato, a proposito dell&#8217;ultimo libro di Elisabeth Badinter.</em> (effeffe)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/marx.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/marx-300x300.jpg" alt="" title="marx" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-35983" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/marx-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/marx-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/marx.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>“Sii madre e allatta”</strong><br />
<em>Elisabeth Badinter si rivolta contro la donna-natura</em><br />
di<br />
<strong>Anna Maria Merlo</strong></p>
<p>La Francia è il paese europeo con il più alto tasso di natalità. Ed è anche quello dove le madri lavorano di più fuori casa e dove l’attività viene ripresa in modo massiccio dopo il periodo del congedo maternità. Questo grazie a una politica di asili nido e di aiuti vari. Ma, poco per volta, negli ultimi anni un discorso fa la sua strada nella società: si insinua il dubbio che l’asilo nido non sia il posto ideale per dei neonati (qui li prendono a partire dai due mesi, dalle 7,3 del mattino fino a sera). Un decreto del ’98 (ministro della sanità Bernard Kouchner) ha proibito la pubblicità del latte in polvere nelle maternità pubbliche. Le neo-mamme sono spinte ad allattare. L’obiettivo del ministero è che da quest’anno il 70% delle mamme allattino quando sono nel reparto maternità. Chi non vuole viene colpevolizzata.<br />
La filosofa Elisabeth Badinter, trent’ani dopo <em>L’Amour en plus</em>, pubblica in questi giorni <em>Le conflit. La femme et la mère </em>(Flammarion) , un saggio di denuncia di questa situazione, che definisce una deriva reazionaria. <em>“Ho constatato un rovesciamento dei valori – afferma – qualcosa che minaccia la libertà delle donne</em>”.<a href="http://flammarion.qc.ca/bulletins/Bulletin_item.aspx?bid=147"> Il libro fa polemica.</a><br />
<span id="more-35981"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/1715_Image1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/1715_Image1-150x150.jpg" alt="" title="1715_Image1" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-35982" /></a><br />
 Elisabeth Badinter è accusata di essere una “veterofemminista”, di far riferimento a Simone de Beauvoir, che non ha mai parlato della questione della maternità.  Elisabeth Badinter, che nella vita privata di figli ne ha tre, ribatte che il discorso “naturalista” che sta diventando dominante mira a riportare le donne a casa, a ristabilire una società patriarcale, mentre la tradizione francese era ben diversa, visto che fin dal XVIII secolo c’era un consenso sociale per non considerare la donna solo una mamma (e proprio grazie a questo le donne qui fanno più figli che altrove).</p>
<p> <em>”Tutti i discorsi che si ispirano al naturalismo e che, quindi, proibiscono la diversità di scelta sono un ritorno indietro” </em>afferma. Badinter sostiene che anche le argomentazioni sempre più diffuse sull’istinto materno sono sintomi di un ritorno all’ordine: <em>“l’inconscio, la storia personale di ognuna e il modello sociale pesano di più degli ormoni”</em>. Badinter spiega: <em>“mi pongo dal punto di vista delle donne che vogliono essere madri e proseguire la carriera e che vivono questo conflitto. La pressione esercitata su di loro non è mai stata così forte”.</em> Le statistiche dicono che, in Francia, ad ogni bambino in più che arriva in una famiglia il lavoro casalingo della donna aumenta. L’80% del lavoro domestico e di cura dei bambini è ancora svolto dalle donne. E la spinta all’allattamento non farà che aumentare questa percentuale. ”<em>Il bébé è il miglior alleato della dominazione maschile”</em>, scrive Badinter, in una società dove il discorso naturalista riprende terreno. Gli ecologisti si sono visti presi di mira e hanno protestato. Badinter inserisce l’ecologia radicale nel movimento neo-naturalista. Prende l’esempio della promozione dei pannolini lavabili, considerati più ecologici di quelli usa e getta, che inquinano. Ma perché, si chiede, invece di proporre dei pannolini lavabili – e chi li lava secondo voi? – gli ecologisti non propongono dei prodotti biodegradabili? Per Badinter, “al di là del problema della donne, la società attuale è molto regressiva. Il tema dell’indipendenza economica delle donne non è più centrale. E il femminismo di conquista, quello che difende l’eguaglianza, dorme”.</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/hxBx_Oc1KgQ&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
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		<title>Radio Kapital: Sergio Bologna (come un&#8217;invettiva)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/radio-kapital-sergio-bologna-come-uninvettiva/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 11:36:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di sciopero]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Grêveries]]></category>
		<category><![CDATA[Pomigliano]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[immagine di effeffe Grêveries di Sergio Bologna Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap-300x205.jpg" alt="" title="radiokap" width="300" height="205" class="aligncenter size-medium wp-image-35912" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/radiokap.jpg 594w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<em>immagine di effeffe</em></p>
<p><strong>Grêveries</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong></p>
<p>Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).<br />
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?<br />
<span id="more-35911"></span><br />
 La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.</p>
<p>Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.</p>
<p>Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?</p>
<p><strong>Sergio Bologna</strong></p>
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		<title>Radio Kapital: la scuola s&#8217;è destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 23:43:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca E. Magni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
		<category><![CDATA[riforma Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero degli scrutini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca E. Magni e Lorenzo Galbiati L’importante è che nessuno lo sappia, soprattutto i diretti interessati. Altrimenti non sarebbe così semplice licenziare l’equivalente dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat e di tutto il petrolchimico italiano: 150 000 persone, in cinque anni. Per un po’ ha funzionato: la riforma delle elementari è stata fatta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesca E. Magni e Lorenzo Galbiati </strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/s0qjQDxnxDE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>L’importante è che nessuno lo sappia, soprattutto i diretti interessati. Altrimenti non sarebbe così semplice licenziare l’equivalente dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat e di tutto il petrolchimico italiano: 150 000 persone, in cinque anni.<br />
Per un po’ ha funzionato: la riforma delle elementari è stata fatta passare in fretta e furia l’anno scorso, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale in estate, ma era illegalmente già in vigore da mesi (e con lo stesso metodo si sta facendo passare quella delle superiori). Sì, hanno protestato in tanti, pure in una trasmissione Rai, ma il silenzio successivo sui media nazionali ha funzionato.<br />
Secondo: quando se ne parla, se proprio è necessario, basta parlarne male, denigrare la classe dei lavoratori e la cosa finisce lì. Fannulloni, statali, eccetera, piove sul bagnato, il consenso è immediato. Certo non è gente che “si fa un culo così” a detta di Brunetta, lui che ama chiudere l’aria con il gesto del rubinetto.<br />
Era inevitabile, si è raggiunto il culmine. Succede così anche con la brina, quando l’aria è satura di umidità, non ce la fa più: passa direttamente allo stato solido o – a seconda della temperatura – liquido e diventa o brina o rugiada. “Collassa”.<br />
Dai e dai, alla fine ce ne siamo accorti.<br />
Se ne sono accorti i genitori delle elementari che si sono visti negare il diritto al tempo pieno. Se ne sono accorti i genitori dei bambini ai quali hanno negato l’insegnante di sostegno: ecco che cosa è successo dall’anno scorso con la riforma delle scuole primarie.<br />
<span id="more-35740"></span><br />
Bambini che quando non c’è la maestra prendono la seggiolina e vanno a gruppetti nelle altre classi, perché non ci sono i soldi per un supplente. ( <em>Mia figlia che è in prima elementare, quando manca la maestra, oltre a farsi per caso due ore di religione in una classe non sua – cose che capitano anche se si è scelta l’ora alternativa – e costretta per tutto il giorno a non fare nulla se non qualche disegnino, mi ha detto “mamma è stato il giorno più brutto della mia vita”, non è poco a sei anni… A gennaio arriva una mail di una mamma “anche a voi risulta che il vostro bambino è rimasto per due ore in un’altra classe seduto per terra sul pavimento freddo, senza poter disegnare, con il libro sulle ginocchia?!”.</em>nd Francesca)<br />
Poi è  uscita la foto sul giornale locale perché i bambini hanno vinto un bel concorso e che cosa hanno vinto? Una risma di carta per ogni classe! Bel premio, una risma di carta intera per tutta una classe. Ed erano tutti sorridenti nelle foto. Maestre comprese, che fortuna, finalmente la carta in classe.</p>
<p><strong>In sala professori non trapelava nulla.</strong></p>
<p>Ma ce ne siamo accorti anche alle superiori eccome. Me ne sono accorta a settembre, entrando nella mia nuova terza, con 33 studenti, tutti stipati nell’aula. [la petizione contro le classi pollaio è <a href="http://www.politeia.emr.it/petizione_contro_classi_affollate/">qui</a>:  l’8 giugno è finita la raccolta delle firme, la petizione è stata inviata alla Corte Costituzionale, e alla VII Commissione Cultura della Camera e Commissione Cultura del Senato mercoledì 9 giugno]<br />
L’attuale governo vede fin dove può arrivare, vista la classe docente, ormai rassegnata. Ma non conosce il fenomeno della saturazione, evidentemente.<br />
È scattata la rivolta, lo è da mesi, con tante iniziative di protesta e di informazione sulla situazione della scuola pubblica italiana, da parte di coordinamenti di genitori, di docenti, di lavoratori Ata, da parte dei sindacati e anche dei Partiti di opposizione, in tutta Italia.</p>
<p>Ecco solo alcuni fra i tanti casi di protesta (ci scusiamo per eventuali dimenticanze ma vi invitiamo ad usare lo spazio dei commenti per aiutarci ad allungare la lista o correggere inesattezze):<br />
&#8211; <a href="http://www.presidiouspmi.splinder.com/">presidio permanente dei precari da settembre 2009 </a>davanti all’ Ufficio Scolastico Provinciale (Usp) di Milano; <a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/pages/Catania-Italy/Provveditorato-di-Catania-occupato/120072879732?ref=mf&amp;ajaxpipe=1&amp;__a=13">presidio permanente dei locali dell’Usp di Catania </a> da settembre 2009; assedio al Provveditorato di Modena del 19 marzo; <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=371336653507&amp;v=info&amp;ref=ts#!/event.php?eid=131267920217113&amp;ref=mf">occupazione Usp di Agrigento</a>, 3 giugno , ecc…</p>
<p>&#8211; scuole occupate: come il liceo classico Tito Livio di Padova, il 18 marzo 2010 si è riunito per tre giorni in assemblea (“L&#8217;istituto, che vanta un credito di 155 mila euro dallo Stato, non ha soldi per pagare le supplenze e per coprire le spese dell’esame di Stato. Aderiscono anche personale Ata e genitori”)  o <a href="http://www.aetnascuola.it/categorie/51-news/483-roma-occupazione-scuola-elementare-principe-di-piemonte-23-24-25-febbraio-2010">come le elementari del Circolo Didattico “Principe di Piemonte” di Roma</a> 23, 24, 25 febbraio  ecc ecc…</p>
<p>&#8211; Manifestazioni di protesta: dal 12 al 31 marzo “L<a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=371336653507&amp;ref=ts">a scuola va a rotoli”</a> ( a questo indirizzo trovate i link a tutti gli altri coordinamenti in Italia che hanno aderito, come Le scuole in rosso, Il coordinamento dei CdC e CdI di Bologna, Il coordinamento dei CdI e CG di Modena e Provincia, Retescuole, La rete dei CdC e CdI di Venezia, CGD &#8211; Coordinamento Genitori Democratici, Coordinamento genitori e insegnanti x la scuola pubblica di Padova e Provincia, La scuola siamo noi &#8211; Coordinamento Scuole Parma,  Comitato in difesa della scuola pubblica, SOSscuola Genova, L&#8217;istituto comprensivo Montagnola-Gramsci di Firenze); i<a href="http://www.idocentiscapigliati.com/2010_04_18_archive.html">ngressi di quasi 100 scuole sigillati con scotch in Piemonte il 25 aprile</a> ; iniziativa “Tutti devono sapere” dal 14 maggio del Gruppo di Lavoro dell&#8217;Assemblea genitori insegnanti <a href="http://www.assembleascuolebo.org">delle scuole di Bologna e provincia</a>; l’11 giugno ultimo giorno di scuola a Firenze con banchi, lavagne e cattedra in piazza, i<a href="http://lanazione.ilsole24ore.com/firenze/cronaca/2010/06/11/344364-banchi_scuola_piazza.shtml">niziativa promossa dalla Regione Toscana</a> , ecc… </p>
<p>&#8211; il preside dell’ITC “Tosi” di Busto Arsizio (Va), dopo 32 anni di servizio, <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=174730">si è dimesso per protestare contro la riforma della scuola: </a><br />
Adesso non si riesce più a tacere. Collasso, saturazione.<br />
E oltre alle tante mozioni e delibere dei Collegi dei Docenti di tanti Istituti contro la riforma Gelmini, oltre a proteste come quella ad esempio dell’ Istituto Commerciale &#8220;Primo Levi&#8221; di Quartu Sant&#8217;Elena, in provincia di Cagliari, del 9 giugno, con le dimissioni in blocco dal ruolo di coordinatore di venti insegnanti (che ha provocato l’aggiornamento degli scrutini anche delle classi terminali), oltre a tutti gli scioperi fatti quest’anno.<br />
Non abbiamo parlato di tante cose, di tutto quello che non va in questa “riforma”, né abbiamo detto dei tagli di materie intere, dell’eliminazione dei laboratori, dello sfascio degli ITIS (nei quali la riforma parte non solo dalla classe prima, ma anche da quelle successive!), non abbiamo parlato dei tagli alla scuola pubblica e dei regali a quelle private (“<a href="http://www.corrierediaversaegiugliano.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=11371&amp;Itemid=66">19mila euro per ogni classe delle scuole private”</a> ) degli aumenti di 200 euro mensili solo agli insegnanti di religione….</p>
<p>Non abbiamo parlato dei tagli alle Università, agli Enti di ricerca….<br />
Ma vogliamo finire con tre appunti: il primo è l’elenco infinito di tutte le eccellenze, i lavori che a scuola si fanno con tanta professionalità, con passione e voglia di fare da parte di tutti, studenti, docenti, tecnici, perché a scuola si sta bene, si cresce, si vive. Ne cito solo pochissimi: la manifestazione “<a href="http://www.scienza-under-18.org/">Scienza Under 18” </a> partita tredici anni fa da un’idea dei docenti della scuola media “Rinascita” di Milano e che adesso si è diffusa a livello nazionale; il premio <a href="http://www.giornalistinellerba.org/">“Giornalisti nell’erba”</a> che coinvolge i ragazzi dalle scuole materne fino a quelle superiori. Chiedete agli organizzatori se hanno qualche finanziamento, chiedeteglielo… devono recuperare poche migliaia di euro per le spese, tutto il resto è volontariato, sono attività che senza ore e ore di volontariato morirebbero immediatamente. Ma che ci volete fare, c’è chi vive ancora di passione: partecipare alla voglia di fare dei ragazzi, vederli parte attiva della società, vederli valorizzare le proprie potenzialità ripaga di tutto, la scuola non è un’azienda.</p>
<p>E i casi dei singoli docenti, che incoraggiano, preparano gli studenti che vincono premi prestigiosi? Eccone qui due, assassinati dalla “riforma” Gelmini: il professor Mario Iodice, docente di lettere classiche al liceo Cairoli di Varese. Degli otto allievi preparati per sostenere competizioni nazionali in lingua latina o greca, il professore ha “incassato” sempre prestazioni da podio o da menzione speciale. Una performance che non è passata inosservata al Ministero che ha preso carta e penna per esortarlo a proseguire nella sua opera formatrice con tanta passione e devozione. Peccato che con la riforma perda il posto. L’articolo se vi interessa è<a href="http://www3.varesenews.it/scuola/articolo.php?id=171308"> qui</a>.</p>
<p>O ancora: Rossella Zamparini, insegnante di matematica, dal suo osservatorio di frontiera, l’IISS Von Neumann, «la scuola più complessa di Roma» (due sedi nella periferia di San Basilio, una terza nel carcere di Rebibbia), la vede così: «La distruzione della scuola pubblica è iniziata, i nostri ragazzi sono stati premiati in Cina per i progetti sulla robotica, ma l’insegnante che li ha seguiti con questa riforma rischia di perdere il lavoro, <a href="http://www.unita.it/news/scuola/95216/contro_la_deforma_gelmini_andremo_alla_consulta ">come molti insegnanti tecnico-pratici, dicono “più matematica”</a> e poi scopro che il prossimo anno la mia materia verrà tagliata del 30 per cento».</p>
<p>Il secondo appunto è l’episodio gravissimo dell’Emilia Romagna <a href="http://www.foruminsegnanti.it/images/materiali/Circolare_Limina.pdf">della circolare ministeriale</a> che il 27 aprile 2010, Marcello Limina, numero uno dell’Ufficio scolastico regionale ha spedito a tutti i presidi della Regione, nella quale ci si appella a “gerarchia e obbedienza” per impedire agli insegnanti di esprimere il proprio pensiero sulla riforma [si veda anche il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/13092-la-circolare-limina-breve-preludio-e-prove-di-regime/">seguente articolo.</a> Il 31 maggio l’assemblea dei docenti delle scuole superiori di Bologna ha approvato all’unanimità le dimissioni di Marcello Limina. Vale la pena di sentire la voce di questa insegnante:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/7ZIcBC5K4Yo&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object><br />
(27 maggio 2010)</p>
<p>E il terzo è sulla necessità di abrogare questa riforma, perché non è con i tagli di personale che si risolvono i problemi della scuola. Bisogna fare quello che non è ancora mai stato fatto: un lavoro di risanamento basato sulla conoscenza reale della situazione scolastica, ma da parte di persone competenti, di chi nella scuola lavora e ha quindi l’esperienza, le capacità, i titoli e i meriti necessari per risolvere e migliorare le cose. Come possiamo accettare lezioni sul “merito” da chi merito non ha? Quali pubblicazioni, quali libri, quali studi, quali esperienze, quali titoli ha la signora ministra per poter gestire una situazione complessa come quella scolastica? Vogliamo un gruppo di ricerca con i nomi dei migliori docenti, pedagogisti, formatori, dirigenti scolastici, esperti di management complesso, che sono tanti e che da anni lavorano e fanno ricerca nel campo, che studiano, pubblicano e hanno idee.<br />
Diamo quindi subito la disponibilità a creare nelle nostre città comitati promotori per un Referendum che abroghi questa scellerata “riforma”. Il gruppo su facebook <a href="http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=114629541915812">è questo</a><br />
(indirizzo e-mail: abrogazionegelmini[@]libero.it)</p>
<p>Dimenticavamo un fatto importantissimo: dopo Bolzano, a<a href="http://www.flcgil.it/notizie/news/2010/maggio/la_regione_sicilia_ha_votato_il_rinvio_dell_attuazione_dei_regolamenti_sulla_scuola_secondaria_superiore">nche la Regione Sicilia, il 23 maggio, ha votato</a> il rinvio di un anno dell’attuazione dei Regolamenti della Scuola Secondaria Superiore . Però <a href="http://www.facebook.com/notes/mila-spicola/quando-la-lotta-alla-mafia-si-fa-vera-e-silenziosa-allimprovviso-si-rimane-da-so/420583443216">leggiamo adesso  che a Palermo all’ Istituto alberghiero di Corso dei Mille,</a> sono state rifiutate 550 iscrizioni di ragazzi come primo effetto dei tagli agli organici nella scuola superiore, tra cui anche disabili. Vergogna.</p>
<p>Da parte di noi docenti, oltre a tutte le forme di lotta e protesta già citate, nell&#8217;immediato ci stiamo prodigando per far arrivare ai media la necessità di abrogare questa riforma con una forma di sciopero eccezionale: il blocco degli scrutini. Lo sciopero degli scrutini convocato dai Cobas e dal Coordinamento dei Precari della Scuola è iniziato il 7 e l&#8217;8 giugno in Emilia-Romagna, in Calabria e in provincia di Trento provocando il blocco di quasi un migliaio di scrutini. È proseguito il 10 e l’11giugno in Puglia, in Veneto e nelle Marche, l’11 e il 12 giugno in Sardegna e in Umbria, e ha ottenuto ottimi risultati come il blocco del 12 per cento degli scrutini in Veneto e del 26 per cento in Sardegna.</p>
<p><a href="http://docentiprecari.forumattivo.com/sciopero-degli-scrutini-tutti-gli-aggiornamenti-in-tempo-reale-f19/comunicato-stampa-cobas-su-sciopero-scrutini-t3503.htm ">Secondo il Forum dei docenti precari, </a>in Veneto sono stati bloccati gli scrutini di moltissime scuole superiori, in particolare nelle province di Venezia (per esempio l’Istituto d’Arte, il Liceo Artistico, lo Scientifico e il Nautico di Venezia, gli ITIS Zuccante di Mestre e Volterra di S. Donà di Piave, l’IPSIA D’Alessi di Portogruaro) e di Padova (per esempio l’ITC Calvi, l’ITIS Marconi, il Modigliani, il Leonardo da Vinci e il Newton). Tanti docenti e collaboratori scolastici hanno versato 10 euro alla Cassa di Resistenza per risarcire gli scioperanti della trattenuta.</p>
<p><strong>Ora lo sciopero toccherà il suo apice, estendendosi il 14 e il 15 giugno in tutte le altre regioni italiane e nella provincia di Bolzano.</strong></p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/scuola/2010/06/12/news/scuole_scrutini_bloccati_cos_i_prof_contestano_i_tagli-4778759/?ref=HREC1-2">Fino a ora sono stati bloccati complessivamente almeno 4 mila scrutini</a> nella scuola superiore, secondo il leader dei Cobas Bernocchi  e se la protesta dilagherà potrebbero essere a rischio le prove  d´esame nazionale per gli alunni delle scuole medie e superiori.</p>
<p>Poiché il fronte sindacale è diviso, la settimana appena trascorsa ha visto i docenti partecipare  a forme di protesta molto diversificate. A Milano è stato improvvisato un &#8220;flash mob&#8221; in piazza Duomo, a Torino è stato occupato da alcuni docenti l&#8217;ex istituto magistrale Regina Margherita, a Cagliari si è svolto un sit-in di protesta davanti ai locali dell&#8217;Ufficio scolastico regionale.<br />
I docenti più colpiti dai tagli del governo saranno come sempre quelli precari: con la scomparsa di 40 mila posti di lavoro, a settembre 15 mila precari rischiano di restare disoccupati. Ma in generale si constata come la situazione in cui versa la scuola italiana sia di grande sofferenza da tutti i punti di vista. Sofferenza che assumerà il carattere della disperazione per tutti quei docenti, precari e no, che perderanno il posto di lavoro, oppure dell’esasperazione per tutto il personale addetto alla scuola, docente e no, che pur rimanendo in servizio perderà, dal 2011 a fine carriera, dai 29 mila ai 42 mila euro. In molte scuole superiori, già da tempo depotenziate economicamente, non saranno attivati i corsi di recupero estivi, previsti per legge per gli alunni con giudizio “sospeso” fino a settembre, perché non è arrivata la garanzia della loro totale copertura finanziaria. Forse, secondo il nostro governo i docenti appartengono a una categoria che gode di tali e tanti privilegi che dovrebbe lavorare gratis d’estate.</p>
<p>A fronte di questa situazione, appare del tutto inadeguata la risposta data dai maggiori sindacati italiani, CGIL, CISL e UIL, che non hanno promosso il blocco degli scrutini. Lo sciopero degli scrutini sta quindi prendendo una svolta del tutto auto-organizzata. Infatti, <a href="http://www.orizzontescuola.it/node/8286">in provincia di Milano  aumentano </a>di giorno in giorno le adesioni allo sciopero da parte dei professori di famose scuole della città di Milano come il Varalli , il Giorgi, il Tenca, il Tito Livio, il Luxembourg, il Brera, il Marconi, l&#8217;Oriani Mazzini, il Marie Curie, lo Steiner, il Leonardo da Vinci, l&#8217;Einstein, il Galvani, l&#8217;Arcadia Pertini e l&#8217;Itsos di Cernusco, il Bellisario di Inzago, l&#8217;Olivetti di Rho, il Marconi di Gorgonzola, il Mosè Bianchi di Monza.</p>
<p>La sezione provinciale milanese della FLC CGIL, vedendo questa mobilitazione generale del corpo docente, ha deciso di partecipare al blocco degli scrutini del 14 e del 15 giugno con uno sciopero orario.</p>
<p><a href="http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/flccgil/FLC%20CGIL/S0A259C1C-0A259C49?WasRead=0 ">In una nota della CGIL milanese</a>, si legge che in attesa della proclamazione dello sciopero generale contro la manovra del governo, la FLC CGIL ha proclamato lo sciopero orario dei docenti impegnati in attività collegiali (scrutini e altro), che potrà svolgersi a condizione che i docenti non siano impegnati negli scrutini delle classi quinte. Questo sciopero si rivolge soltanto alla categoria dei docenti della secondaria superiore soprattutto perché quei professori non potranno partecipare, per la quasi totalità, allo sciopero generale previsto per il 25 giugno in quanto impegnati negli esami di stato;<br />
<strong>si vuole denunciare</strong> l&#8217;iniqua misura che taglia l&#8217;orario scolastico d&#8217;ordinamento alle classi seconde, terze e quarte degli istituti tecnici e professionali;<br />
<strong>si chiede</strong> che gli esuberi derivanti dai tagli siano utilizzati nelle scuole di provenienza per progetti professionalmente qualificati deliberati dal collegio docenti; infine,<br />
<strong>si chiede</strong> l&#8217;assunzione in ruolo su tutti i posti vacanti.</p>
<p>Mentre scriviamo, lo sciopero orario della CGIL per i giorni 14 e 15 giugno, sta ancora aspettando l’approvazione della Commissione di garanzia dato che, a differenza di quello lanciato dai Cobas, che prevede una trattenuta sullo stipendio dell’intera giornata di sciopero, quello della CGIL avrebbe come conseguenza la trattenuta delle sole ore di scrutinio per le quali il docente sciopera.<br />
Restiamo in attesa, noi docenti, anche di domenica. L’Italia dell’istruzione e della cultura, del resto, è in attesa da decenni di una vera riforma, non di tagli di bilancio e di organico spacciati per riforma.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Radio Kapital: Alberto Abruzzese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 09:44:23 +0000</pubDate>
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<p><strong>Nel segno di Zorro </strong> </span></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alberto Abruzzese</strong></p>
<p><em>[…] mi sono permesso in questo campo quasi o del tutto la stessa libertà di cui mi sarei servito se i fatti fossero stati frutto della mia immaginazione. Insisto soltanto sulla autenticità dell&#8217;abbozzo. […] La lettera serbava per me uno strano interesse, e vecchia e scarlatta com&#8217;era, i miei occhi si fissavano su di essa e non riuscivano a staccarsene. Certo doveva esserci in essa qualche profondo significato, che ben sarebbe valso le fatiche di un&#8217;interpretazione, e che, allo stato attuale, aveva per me qualcosa del simbolo mistico, che si comunicava impercettibilmente ai miei sensi, ma sfuggiva all&#8217;analisi della mia mente (Hawthorne, 1850). Poiché il male, per Lautréamont (come per Hegel), è la forma in cui si presenta la forza motrice dello sviluppo storico, è importante fortificarlo nella sua ragion d’essere, e questo può essere fatto nel modo migliore solo basandosi sui desideri proibiti, inerenti all’attività sessuale primitiva, come si manifestano in modo particolare nel sadismo. […] É noto che dalla sistematizzazione di  questo modo d’espressione prende le mosse il surrealismo</em> (André Breton).</p>
<p>Un guizzo di frusta o di spada: un marchio, un tatuaggio tra pelle e carne, tra interno e esterno; qualcosa di inverso eppure simile al segno di giglio che già aveva bollato di infamia la bella Milady di Dumas. Ecco l’immagine di tortura che suggerisco: una Z &#8230; quella con cui Zorro, eroe tra lettura ottocentesca e novecentesco spettacolo, giudica e punisce chi si macchia di colpa nella sua piccolagrande Cacania hollywoodiana. “Tre rapidi graffi”, riassume Wikipedia, rimandando ai graffiti che mani invisibili tracciano ogni notte sui muri della città, così firmando la propria anomia (e anonimia: né nome né legge, come le spie, gli agenti segreti, gli attentatori, i reparti speciali, i boia).</p>
<p><span id="more-35692"></span></p>
<p>Ma si può anche dire che lo svolazzo di Zorro – del segno che lascia – è un grafico sberleffo: immediata sintesi espressiva tra voce e immagine. La parola sberleffo proviene dal “taglio obliquo sulle labbra”: dunque bocca sfregiata, costretta a una smorfia che somiglia a qualcosa di più di una risata, di più pesante e definitivo, come per L’uomo che ride di Victor Hugo (Hugo, 1869) o per la gaia smorfia del Joker che fa da antagonista del volto impenetrabile di Batman, Giustiziere e Vampiro. La bocca di Zorro è civilissima – da divo: perfetta la piega ironica e insieme nostalgica che le ha dato Tyrone Power in un celebre film del 1940 – ma la sua vera espressione appare sulle superfici (soglie e abiti, spesso, ovvero segni di distinzione e di ruolo) – che il suo esercitato braccio taglia in un solo guizzo. Da grande professionista: vera e propria arte applicata, che richiama il gesto del tagliare dei protagonisti di due recenti film di Tim Burton: Edward, mani di Forbice (1990) e Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007).</p>
<p>Dunque la Z … un segno alfabetico futile e superficiale, davvero agli antipodi della lettera scarlatta, l’auratica A … che – infissa sul petto dell’eroina del notissimo romanzo di Nathaniel Hawthorne (Hawthorne, 1850) – campeggia come emblematico veicolo, medium, di una pena e una redenzione inflitte in nome di una sola tortura. Al posto delle traumatiche immagini che l’informazione, nei suoi strategici disegni, ci rivela ogni giorno e più ancora ci nasconde, scelgo qui la mossa eretica di parlare di questa irriverente, persino ridanciana lettera Z … insegna ambigua di una carnevalesca e insieme autoritaria messa in scena. É figura d’ordinato disordine, di tragedia volta in commedia, gioco delle parti e degli equivoci, se si pensa al Zorro mascherato, doppio volto del potere, prototipo degli uomini che popoleranno gli anni Trenta con grande esibizione di marchi di fabbrica e di socializzazione. Senza tuttavia dimenticare che il Zorro per l’infanzia – quello di The Curse of Capistrano, pubblicato nel 1919 da uno scrittore di riviste pulp, Johnston McCulley, e già film nel 1920 (Fred Niblo, Il segno di Zorro) – viene fatto risalire all’eroe messicano Guillén Lombardo, bruciato sul rogo dall’Inquisizione, sofisticato apparato di torture in nome della verità di Dio e della Chiesa Cattolica. E ricordando infine che della sua leggenda di eroe di massa si è occupata in modo adulto e sapientemente umanitario la scrittrice contemporanea Isabel Allende, legata per via familiare e di donna al colpo di Stato di Pinochet in Cile, accaduto in un infausto 11 settembre del 1973. (cfr. Allende, 2005)</p>
<p>Prima di stendere la presente nota su questa nostra idea ̶ noi chi, con quali diritti e quali doveri, quale identità? ̶ di trovare una immagine che potesse valere da abbozzo per un discorso tra noi sulla tortura, ho lasciato che il tema da affrontare potesse frullarmi a lungo e a suo piacimento nella testa. E frullare è proprio il verbo giusto, richiamando nella sua etimologia un qualcosa che in-forca per sconvolgere e insieme il battito rapido di un’ala e infine il fru fru che piace all’operetta. Mi sono preso il tempo a me necessario per vincere la resistenza che provo ad affrontare un tema come la tortura. Pudore di chi, non torturato, si azzarda a nominarla e insieme se ne ritiene indenne, presumendo di non essere né torturato né torturatore? Senso di colpa di chi sa di stare dalla parte di coloro che agiscono la tortura per mezzo d’altri e anche per mezzo di se stessi seppure in forme apparentemente meno barbare, culturalmente sottili, persino umanitarie? Paura di dire ciò che per convenzione ci si attende da una denuncia morale e civile nei confronti di quanti – individui, stati, religioni, ideologie, società – si macchiano di qualcosa di più di un atto delittuoso, criminale, e cioè si valgono di una crudeltà all’ennesima potenza? Tema peraltro trito e ritrito, la tortura, per quanto essa sia sempre presente nel mondo, sempre prossima al nostro sentire, e insieme distante, oggettivamente lontana, per il semplice fatto che chi è in grado di parlarne è già solo per questo in una posizione di privilegio assoluto (di assolutismo personale): gli è infatti concesso di sostare ai bordi della abissale insignificanza della tortura. Insignificanza? Sì, nel senso che la tortura è il luogo in cui l’essere umano scompare, il luogo in cui si rivela la verità che gli è stata celata, quella di essere un animale. Un animale mascherato da uomo. Verità dunque di non essere mai stato liberato dalla naturalità della violenza che lo assoggetta e lo abbandona all’insieme di cose di cui le forme di potere si contendono la sovranità per mezzo del dolore. La tortura non è dissennata ma – assai più tremendo esito delle sue pratiche spettacolari o subliminali – è la messa in scena di un dramma in cui la pazzia, la perdita di senno, ovvero di luogo e di tempo, è la reale con-venienza tra carnefice e vittima, la base concreta, materiale, di una giurisdizione dello Spirito che ingiunge all’essere umano di negare la propria natura sino a strapparsi le vesti e la carne di dosso (così nella Lettera ai Corinzi, 2:14: &#8220;L&#8217;uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente&#8221;). La tortura è dunque una via breve alla conoscenza, la quale conoscenza, ridotta alla propria essenza, al suo fine ultimo, consiste nel paradosso di una formula tra sofferenza della carne e felicità dello spirito che non consente alcuna mediazione, aggiustamento: se lo spirito è fonte di felicità, la sofferenza della carne può produrre felicità. Puro realismo dello spirito. É il risvolto inquietante – e assai meno pacificatorio di quanto si voglia credere – del sacrificio di Cristo: salto di qualità di una potenza salvifica – decisamente post-monoteista e mondana – che giudica il piacere della carne con i valori attribuiti al perdono e alla socialità, usandoli al posto dei valori attribuiti alla pena e all’autorità, ma pur sempre in nome di un sacrificio – tortura solidale e condivisa – che si è compiuto in origine (la somministrazione omeopatica della tortura e della morte è di fatto alla radice dell’idea di guerra umanitaria, guerra di pace, che l’ipocrisia dei benpensanti laici ritiene soltanto l’aberrazione etica, strumentale e politica, delle nazioni imperialiste).</p>
<p>Recentemente è ad Abu Ghraib che questo scambio tra il bene assoluto e il male assoluto si è manifestato al mondo civilizzato – e dunque fintamente incredulo di fronte a tanto orrore – con tutti gli ingredienti mediatici della spettacolarità di massa e dell’indiscrezione personale. Ad Abu Ghraib si sono viste – grazie alla vocazione pornografica di piattaforme on line come YouTube – forme di mortificazione della carne e dello spirito spinte all’estremo, tanto che erano proprio la carne e lo spirito dei segregati a scontrarsi tra loro per effetto di quella stessa mortificazione, cosicché lo scellerato lavoro del torturatore era preso a carico dello stesso torturato, ed era questi a tormentarsi ancor più di quanto i suoi carcerieri lo tormentassero. Tutto ciò è stato visto come raccapricciante deformità dell’essere umano invece che rivelazione della sua più autentica natura di animale. Invece che rivelazione di ciò che di reale, irriducibile, inestinguibile, continua a vivere dentro la realtà sociale di cui l’umano è costituito. Quei fatti – emersi come eventi mediatici commerciabili, per rientrare poi nella loro gestione  ordinaria,  sommersa, e poi affiorare di nuovo nello stesso luogo o altrove nelle tante Abu Ghraib del pianeta Terra – sono stati una ennesima dimostrazione della stretta analogia tra le torture militari e le torture psicosomatiche agite dalle pratiche educative di apparati più ordinari, di istituzioni in cui lo spirito non è quello dei regimi di guerra ma quello dei regimi di pace: dalle case di rieducazione e dagli istituti di pena ai collegi e alle scuole. Qui è facile dimostrare la perfetta compatibilità tra le sbarre e celle di segregazione dei regimi penitenziari e il flessibile righello con cui, nelle scuole di una volta, il maestro infieriva sulla mano dei suoi studenti al fine di insegnare loro il senso della vita. E la crudeltà del righello si è potuta trasmettere agli effetti di una voce tagliente e oggi persino all’ottusità di istruttori senza più alcuna facoltà per istruire. La sequenza pedagogica qui osservata è sempre questa: ripetizione del dolore (fisico, mentale, affettivo) e quindi costruzione della memoria come interiorizzazione di norme marchiate sulla persona, sulla sua carne. La modernità è questo: intensificare e diffondere i suoi fondamenti mediante pratiche sempre più leggere e, proprio in virtù di tali qualità, in grado di manipolare più rapidamente e efficacemente il mondo: così, dalle carceri di pietra al panopticon di Bentham.</p>
<p>Così, dalla A di Hawthorne alla Z di Zorro. Dalla penitenza richiesta dalle religioni alla ricreazione e al divertimento concessi dalle logiche di mercato del tempo libero. Il termine evasione – così caro ai denigratori di tutto ciò che per effetto dell’industria culturale e dei consumi diffusi sembri sfuggire all’etica del lavoro e alle retoriche identitarie della cittadinanza – è un termine ambiguo: allude a una persona in fuga ma lo dice facendo riferimento non al mondo in cui la persona si sarebbe finalmente liberata in quanto persona, ma al mondo che la ha educata ad essere prigioniera, ad essere meritevole di pena. Ad essersi liberato non è l’individuo ma il prigioniero, il cattivo: non il corpo integro ma il corpo torturato. É quest’ultimo a divertirsi, a consumare, e a fare professione di libertà. A rivendicare la propria persona. La finzione non riguarda i prodotti con cui il mercato strapperebbe gli esseri umani alla loro autenticità, ma è esattamente il contrario: la finzione è l’essere umano in tutta la sua inautenticità ovvero in tutta la sua distanza e differenza dall’animalità che gli viene negata in nome della verità (etimologicamente il fingere non è molto distante dal trasformare e quindi dal distorcere, dal torturare e, come si dirà più avanti, dal depravare). Il carattere disumano attribuito alla tortura discende da un ordine del discorso storicamente prefissato – canonizzato – da quei valori universali di cui gli apparati giuridici moderni si sono fatti garanti: diritti civili e diritti umani. Questi valori tuttavia non sono altro che frutti di quella immaginazione sociale che produce e consuma le forme di potere e le mette in conflitto tra loro nel tempo e nello spazio. Sono dunque valori immanenti rispetto alla realtà della tortura e solo la tradizione trascendentale degli apparati di potere moderni può credere e far credere che la tortura non appartenga alla loro costituzione proprio in quanto valori. I valori della civilizzazione non sono nati come antidoto alla tortura ma ne sono la conseguenza, lo sviluppo tecnico e organizzativo, la specializzazione, l’applicazione assurta a sistema complesso.</p>
<p>Chi prova la tortura sulla propria carne si trova immerso al di là dei propri sensi, privato di ogni significante e significato. La tortura è dunque il regno del non-senso e della distrazione rispetto alla presunzione umana di governare il mondo che lo ha ospitato. La tortura si nasconde in ogni piega della quotidianità ovvero di quell’insieme di pratiche volte alla sopravvivenza, all’impulso automatico, remoto, naturale che spinge l’animale a evitare il dolore e induce invece l’essere umano ad amministrarlo. Amministrazione del dolore: ovvero sovranità delle norme etiche, estetiche e politiche sulle ragioni senza storia e senza destino della carne, sovranità delle leggi sulle ragioni del desiderio, sovranità dei contratti sociali e dunque della scrittura sulla persona. Produzione di dolore a mezzo di dolore. Tutto questo si è fatto necessario anche nell’ordine umano delle cose. L’essere umano è dal suo principio alla sua fine una cosa del mondo, partecipa dei suoi rapporti di forza oggettivi. Essere consapevoli di questo, essere formati e formarsi nella consapevolezza di questo disincantamento dell’umano, invece che nell’illusione umanistica e illuminista dei regimi moderni, gioverebbe – forse assai più della formalità delle leggi – a moderare le pratiche di tortura nel piccolo mondo finito dell’umanità. Per me è qui la questione che la tortura evoca e il ripensamento che dovrebbe imporci. É qui la verità da cercare nella tortura, nel sentimento della tortura. E questo è il mio modo di ribattere a chi stia pensando che, nel trattare il tema di questo libro, io vada perdendo il filo del discorso e finisca per scambiare l’eccezione con la regola; finisca cioè per scambiare la tortura, ovvero una pratica esclusa o quantomeno tendenzialmente esclusa da qualsiasi sistema civile, con questioni che rischiano di fare crollare ogni impalcatura sociale. Sino al punto di confondere una generica condizione umana del dolore – quella violenza tra potere e vita quotidiana che appunto i regimi democratici cercano di limitare e riportare dentro le regole di una possibile convivenza – con l’interdizione che merita lo statuto pubblico e privato della tortura in quanto tattica e persino strategia di estorsione della verità per mezzo di strumenti non legittimi la cui forza sta nel procurare umiliazione e sofferenza, degrado e paura.</p>
<p>Ma è proprio la tortura – non in quanto mezzo ma in quanto pratica, processo, relazione – a estorcere il senso della vita, a dire la verità che le istituzioni civili preservano e occultano sotto il loro manto. Appartengono al genere tragico le esperienze di tortura e il corpo torturato o il corpo torturatore?</p>
<p>All’origine la tortura è un rituale: è la cerimonia sacrificale con cui l’essere umano mima le leggi spietate della natura per poterne sopportare il vuoto di affettività. Sarei tentato di dire che la tortura è la soluzione, la spiegazione, che la tragedia affida al dio o che, caduta la fede, rinuncia a dare. Qui “il resto è silenzio”. Forse la tortura è invece la commedia umana – quella che appunto si manifesta nel disincanto moderno – che il tragico si ostina a non riconoscere, a rifiutare, a irridere. Due passaggi in uno, due passi: una piroetta (Zorro è un danzatore, un acrobate, un funambolo): la tortura è il tragicomico spinto all’eccesso (qui ridiamo della tragedia per non esserne schiantati, per non esserne impietriti: a patto di non fare morire i suoi anti-eroi, a patto di renderli marionette, il genere comico è disposto al fallimento di qualsiasi azione in una serie di salti mortali che fanno ridere grazie agli stessi remoti automatismi psicosomatici con cui si piange).</p>
<p>Tra le prime icone della tortura troviamo Tantalo costretto alla inesauribile fatica del vivere oppure Prometeo per il quale gli dei hanno scelto il destino di soffrire come gli esseri animali che ha emancipato al rango di umani oppure San Sebastiano trafitto da frecce che sono la sua morte e insieme l’esito felice del suo desiderio di martirio. E così via. La tortura – ovvero il dolore che gli uomini hanno presunto essere contro natura, non necessario, perverso – è invenzione, scoperta e insieme elaborazione, del tutto umana. É la civiltà che ha saputo trovare un senso positivo e progressivo all’ordinaria tragedia per cui il mondo si trasforma e vive. Sono state e sono le narrazioni umane a immaginarsi che la carne sofferente del mondo potesse trovare la sua ragione ultima in null’altro che i disegni divini. La tortura è l’increspatura di un sentimento soggettivo del mondo che soffre della sua stessa carne per legge di natura. La tortura – condizione comune dell’inumano, essenza del divenire e dell’accadere – ha dunque accolto in se stessa le stigmate umane del sacro, di ciò che non può essere umanizzato. La tortura – sradicata dalla sua natura preumana e post-umana, là dove essa non poteva avere nome e non poteva dunque riconoscersi – nasce dall’impulso delle civiltà a trascendere il dolore fisico nell’unità salvifica dello spirito e quindi a consentire che le astrazioni della volontà e del desiderio possano servirsi della sofferenza umana sino al punto di tradurre la potenza affettiva di un corpo martoriato in armi e moneta, in economia politica, in economia di scambio. Si dice passione di Cristo la tortura con cui si fondano le religioni cristiane, e nella Epistola ai Romani (8:7-9) si legge &#8220;&#8230;infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui&#8221; (Romani 8:7-9).</p>
<p>Il significato di questo passo – già così chiaro nel dire che l’essere umano non abita il mondo ma è abitato dall’aldilà del mondo, è cioè territorio invaso e torturato, colonizzato dal potere divino, forma archetipica di ogni Sovranità – si fa esplicito più avanti, con questa terribile predizione religiosa della costruzione identitaria del soggetto moderno &#8220;&#8230;com&#8217;è scritto: “Non c&#8217;è nessun giusto, neppure uno. Non c&#8217;è nessuno che capisca, non c&#8217;è nessuno che cerchi Dio” (Romani 3:10,11). La società degli esseri umani si instaura qui come emancipazione dalla moltitudine della carne (là dove l’essere umano è equivalente a nulla e dunque può essere tradotto in carne da macello: non si può annientare il nulla e la sua sofferenza non ha senso) e immersione nella totalità del Potere (là dove l’essere umano, corpo inscritto nelle sue Leggi, cioè corpo scritto dalle sue Leggi, è riscattato come identità spirituale fatta a immagine e somiglianza della natura in tutto astratta, disincarnata, di ogni entità universale). La tortura è dunque frutto dell’immaginazione umana, che ha trasformato in ragione strumentale – e dunque strategia di dominio – ciò che di violento si esprimeva nei mutamenti della natura. É questa capacità immaginativa generata dalla stessa natura umana, a rendere la tortura uno strumento di potere consapevole. Non un istinto ma una decisione. Così, l’immaginazione al potere – slogan che il patetico umanesimo dei rivoluzionari tardo-moderni ha ancora pronunciato nel senso di liberazione, riscatto e felicità – è il momento culminante di una sovranità che si manifesta come diritto-dovere della tortura. Se la politica e le leggi sono la forma pacifica della guerra, la tortura è la forma più autentica della pace, la condizione in cui qualche orribile sacrificio umano o ambientale sta comunque dando i suoi più benefici risultati. E non è un caso che la tortura agisca ai margini e nelle pieghe dei conflitti tra pace e guerra. Senza specializzazione non c’è tortura in senso umano. Si è detto di Zorro – della rapidità, nitidezza e efficienza con cui questo futile eroe infantile esegue le sue sentenze sui corpi – divise, eserciti, proprietà – del Potere. La sua professionalità in questo non è un dettaglio, come non lo è per i boia quando devono fare uso di esperienza nello stringere la corda al collo dell’impiccato, trattare i comandi della sedia elettrica, strappare le unghie in modo efficace: la tortura ha bisogno di buone esecuzioni, come una orchestra.</p>
<p>La tortura deve essere di esempio. L’esperienza è il territorio di coltura dei torturatori e dei torturati. E nel romanzo di Hawthorne è la perfezione di un ornamento a farsi enigma e questo enigma ad essere sciolto per mezzo della narrazione di una tortura: Era facile vedere che era opera di una ricamatrice abilissima, e il punto (come mi hanno assicurato delle signore iniziate a questi misteri) testimonia un&#8217;arte ormai scomparsa, che non potrebbe essere riscoperta neppure disfacendone i fili. Questo straccio di stoffa rossa, perché il tempo, l&#8217;uso e la trama sacrilega lo avevano ridotto a poco più di uno straccio, assumeva, a un più attento esame, la forma di una lettera. Era una A maiuscola. Una misurazione accurata dimostrò che ogni asta era lunga tre pollici e un quarto. Era chiaro che si era voluto farne un articolo di vestiario, un ornamento, ma come dovesse essere portato, quale rango, carica o dignità comportasse in passato, era un rebus che (tanto sono effimere le passioni del mondo per questi particolari) non avevo molte speranze di risolvere (Hawthorne, 1850) . Tortura rimanda a depravazione. La etimologia di tortura è tortus participio passato di torquere. Niente che alluda a uccidere. La morte è semmai qui una liberazione per il torturato e un intoppo per il torturatore. La tortura è il risultato di una torsione – ovvero di una trasformazione, metamorfosi, del corpo ottenuta facendo violenza sulla sua carne – che, non avendo raggiunto il suo scopo ultimo, non avendo strappato la confessione di essere stata meritata e dunque di essere riconosciuta fondata e salvifica, finisce per oltrepassare la soglia di resistenza dell’imputato, del prigioniero, del nemico, del peccatore. Il dolore estremo è la facoltà di linguaggio che resta al torturato. Il torturatore ascolta le urla di sofferenza come menzogna e insieme verità della sua menzogna. Come prova, attestato, documento della sua depravazione. Etimologicamente: depravazione sta per deformità. Il corpo viene deformato dalla tortura per raggiungere la verità che lo ha messo “ai ferri”: il fatto di essere un corpo fatto solo di carne, un essere animale, quindi senza diritti umani.</p>
<p>Se vado a cercare depravazione su Google (capace com’è di creare in modo immediato quel tipo di associazioni casuali ma esatte che nel tempo dei libri si sono attribuite alla serendipity) trovo già nelle prime posizioni un sito che si interroga sulla legittimità di reputare forma di depravazione l’omosessualità e un sito porno dedicato al sesso anale, ma prima c’è Wikipedia con la voce “depravazione totale”. Detta anche “incapacità totale” e “corruzione totale”, essa fa riferimento a varie dottrine della teologia cristiana, germinate nella riflessione agostiniana sul peccato originale ma radicalizzatesi nelle confessioni di fede del protestantesimo e in particolare nel Calvinismo. In questo quadro ha avuto uno specifico ruolo normativo il Sinodo di Dordrecht (1618-1619): “Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo nella vostra casa”. In sostanza qui si sostiene che l’essere umano ̶ macchiato di una indelebile colpa originaria che ha deformato la natura spirituale alla quale era stato destinato ̶ ha senso solo in Dio, solo annullandosi in Dio. E sappiamo da Weber quanto tutto ciò abbia significato nella costruzione sociale del mondo capitalista della società borghese (cfr. Weber, 1904-1905). La costruzione dell’identità sociale è passata attraverso la costruzione di un mondo interiore alieno, marchiato nella carne viva dal segno di Dio. Da una interiorità senza riscatto. É dunque la sensibilità moderna che fa scrivere a Hawthorne:</p>
<p><em>Rimuginando tra me questi pensieri, e vagliando, tra le altre possibilità, quella che la lettera fosse una di quelle decorazioni che i bianchi indossavano per fare effetto agli indiani, me l&#8217;appoggiai casualmente sul petto. Mi parve allora, rida pure il lettore, ma non dubiti della mia parola, mi parve di provare una sensazione, per nulla fisica, ma tuttavia quasi corporea, di un calore bruciante, come se la lettera non fosse stata di stoffa, ma di ferro rovente. Rabbrividii, e involontariamente la lasciai cadere a terra</em> (Hawthorne, 1850).</p>
<p>Una sensazione per nulla fisica ma tuttavia quasi corporea: trasferite questa sensazione dalla dimensione eroica della nascita del capitalismo e dei suoi marchi alla dimensione consumista della società di massa dei regimi democratici ed ecco apparire la Z di Zorro. Partite dall’infantilizzazione delle masse attivata dai consumi metropolitani e poi mondializzata dalla televisione – Zorro è stato uno dei più costanti eroi seriali del quotidiano e domestico intrattenimento televisivo per l’infanzia – e ritornate alle punte ottocentesche di una gioventù maledetta come quella di Rimbaud. Come quella di Lautréamont, che, nato nel 1846 a Montevideo ed ivi registrato con il nome Isidore-Lucien e il cognome Ducasse, pubblica già nel 1868, e dunque giovanissimo, il primo dei suoi Canti (Lautréamont, 1868).</p>
<p>I Canti di Maldoror – “il libro più nero della tradizione nera”, secondo Ivos Margoni, che ne curò e introdusse l’edizione einaudiana del 1967 – sono l’oscuro quanto lampante attestato di un autore votato all’esasperazione romantica di una estetica stravolta dall’etica. E non tanto di una estetica delle rovine come piacque a molti romantici abbacinati dal progresso, ma di un’etica del disumano, un’etica che attinge all’origine terribile del mondo immanente della vita organica. Gaston Bachelard ha sottolineato la “densità animale” dei contenuti espressivi della sua poesia, affidata interamente alla “eccitazione” e “impulso muscolare” dei sensi (Bachelard, 1939). Una rivolta – si pensi agli scarti costanti che il tema dell’uomo in rivolta ha avuto a fronte delle ideologie razionaliste del soggetto rivoluzionario – che viene direttamente dalle viscere del mondo. Pura volontà di potenza. Al di là del bene e del male. Qui, l’essere umano si manifesta, del tutto nietzschianamente, come suranimale. Lo scrittore Ducasse rovescia la tradizione e i canoni del sapere ̶ come Benjamin amerà torcere all’indietro il volto dell’Angelus Novus (Benjamin, 1955) – e dissolve le sue numerose fonti libresche nel sentimento della violenza cosmica con cui Lautréamont, per mettere a nudo il lettore, contravviene a qualsiasi dispositivo di sicurezza e controllo elaborato dall’ordine civile.</p>
<p>Leggiamo un suo passo celebre, particolarmente significativo dei deliri di Maldoror (“nato malvagio”; “non era bugiardo, confessava la verità e diceva di essere crudele”), del suo sfrenato umorismo (in senso romantico: l’ironia che si apre nella terra di mezzo tra commedia e tragedia; nella coincidenza o meglio reciproca elisione tra i bagliori del genere sublime e le oscurità del genere macabro):</p>
<p><em>Bisogna lasciarsi crescere le unghie per quindici giorni. Oh! Com’è dolce strappare brutalmente dal letto un fanciullo che non ha ancora nulla sul labbro superiore, e, con gli occhi bene aperti, far finta di passargli soavemente la mano sulla fronte, volgendo indietro i suoi bei capelli! Poi, di scatto, quando meno se l’aspetta, affondargli le lunghe unghie nel petto tenero, in modo che non muoia; ché, se morisse, non avremmo più tardi lo spettacolo delle sue miserie. Dopo, si beve il sangue leccando le ferite; e, per quel tempo che dovrebbe durare quanto dura l’eternità, il fanciullo piange. Nulla è buono quanto il suo sangue, estratto come ho detto, e ancora caldo, se non le sue lacrime, amare come il sale</em> (Lautréamont, 1868).</p>
<p>Lascio al lettore esperto in delizie del loisir il compito di scoprire in questa sola pagina – rappresentazione dell’eternità oceanica del mondo e della fragilità momentanea del dolore – tutto l’armamentario sadico di cui ha fatto e fa sfoggio l’immaginario collettivo novecentesco e postmoderno, giocando di sponda tra le atrocità “vere” dell’informazione, attinte ai fatti di cronaca di cui la vita quotidiana abbonda e ha sempre abbondato, e le atrocità “finte” dell’industria culturale di massa e delle tecnologie di rete digitali, sino a fare proprio della tortura della carne la “forza motrice” dei processi di socializzazione e di desocializzazione della civilizzazione occidentale ovvero della sua globalizzazione. Il richiamo che qui sto facendo all’esperienza letteraria di Ducasse – che come per Blake e per Nietzsche e tanti altri ha spinto la volontà pubblica a rimuoverlo dalla sfera ordinaria e istituzionale del sapere sociale confinandolo nella sfera della pazzia o al massimo dell’arte – è motivato dalla stretta interdipendenza che mi è parso giusto mettere in rilievo in questa nota: l’equivalenza tra la superficialità della Z di Zorro e la profondità della A di Hawthorne, ambedue vere e proprie insegne moderne delle tortura, della carne martoriata.</p>
<p>Della tortura in quanto precipitare della coscienza in un mondo in continua metamorfosi, in perenne mutamento. Un mondo che ha affidato alla carne umana e alle sue innumerevoli concertazioni identitarie – ai loro conflitti e alle loro immaginazioni – lo specifico ruolo di fluidificare ogni resistenza dei suoi mondi organici e inorganici, ogni inerzia delle sue risorse minerali, vegetali e animali (ciascuna di esse, del resto, fattore di fluidificazione rispetto alla precedente). Lautréamont si presta assai bene a questo ragionamento, basato sui processi di permutazione digitale del linguaggio e di biotecnologia della carne, e su una teoria generale della tecnologizzazione dell’esperienza vissuta come doppio movimento tra la progressiva emancipazione dell’essere umano dalla animalità della natura inumana del mondo e la sua progressiva immersione in quella stessa sostanza porosa di cui è sin dall’inizio destinato ad essere una episodica increspatura soggettiva. Un parassita necessario – si pensi a tutti gli animali che infestano e popolano e spiegano le visioni surreali di Maldoror – al farsi del mondo come mondo e non come civiltà, civiltà che, usando la tortura ai propri fini, usa la stessa potenza destinata e distruggerla.</p>
<p>Oltre a Bachelard (“Il suo linguaggio – scrive in un suo saggio del 1939 dedicato a Lautrèamont – non è l’espressione d’un pensiero predisposto. É l’espressione d’una forza psichica che, subitamente, diventa un linguaggio. Insomma è una lingua istantanea.” (Bachelard, 1939, p.LXXVII)), è Breton a cogliere l’intima intelligenza psicofisica della Z di Zorro, il gesto istantaneo con cui sfregia l’umano (Bachelard scrive “Si graffia il potere”). La sua ispirazione poetica, ci dice Breton “si offre come il prodotto della rottura tra il buon senso e l’immaginazione , rottura consumata per lo più a favore di quest’ultima e ottenuta grazie a un’accelerazione volontaria, vertiginosa, dell’elocuzione. (Lautréamont parla dello “sviluppo estremamente rapido” delle sue frasi)”(Breton, 1927 p. LXXVI). ). Eccoci di nuovo alle virtù dell’abbozzo. Ed ecco contestualizzato il profano gioco di irrisione con cui la Z guizzante di Zorro si fa giustizia mimando la “lingua istantanea” della tortura. É lo schizzo del pittore moderno colto da Baudelaire. L’essenziale che spoglia e denuda l’immagine cogliendone il repentino mutamento in altro da sé, mortificando la realtà e costringendola a confessarsi. Valeria Giordano, che partecipa all’idea e alla scrittura di questo libro collettivo, ha più volte individuato la sofferenza che si nasconde in queste apparenze di futilità moderna. Questa mianota è dedicata alla sua cura dell’istantaneo “frattempo” in cui viviamo.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>Allende I. (2005), <em>Zorro. L’inizio della leggenda</em>, Feltrinelli, Milano 2005.</p>
<p>Bachelard G. (1939), &#8216;Antologia critica&#8217; in Ducasse I. conte di Lautréamont, <em>Opere Complete</em>,</p>
<p>Einaudi, Torino, 1967.</p>
<p>Breton A. (1927), &#8216;Antologia critica&#8217; in Ducasse I. conte di Lautréamont, <em>Opere Complete</em>, Einaudi,</p>
<p>Torino, 1967.</p>
<p>Benjamin W. (1955), <em>Angelus Novus. Saggi e frammenti</em>, Einaudi, Torino 2007.</p>
<p>Blanchot M. (1980), <em>La scrittura del desiderio</em>, SE, Milano 1990.</p>
<p>Ducasse I. conte di Lautréamont (1868), <em>Opere complete: i canti di Maldoror, poesie, lettere,</em></p>
<p>Feltrinelli, Milano 1968.</p>
<p>Hawthorne N. (1850), <em>La lettera scarlatta</em>, Einaudi, Torino 2008.</p>
<p>Hugo V. (1869), <em>L’uomo che ride</em>, Mondadori, Milano 1999.</p>
<p>McCulley J. (1919), <em>The Curse of Capistrano</em>, Dodo Press, 2008.</p>
<p>Weber M. (1904-1905), <em>L’etica protestante e lo spirito del capitalismo</em>, Biblioteca Universale</p>
<p>Rizzoli, Milano 2006.</p>
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		<title>Radio Kapital: Romano Alquati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 08:25:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Hommage di Sergio Bologna Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2-300x225.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-32643" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bologna2.jpg 810w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Hommage</strong> <br />
di<br />
<a href="http://www.lumhi.net">Sergio Bologna</a></p>
<p>Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, quando anch’io bene o male stavo imparando da lui e dai compagni che avevano messo in piedi i “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Quaderni_Rossi">Quaderni Rossi</a>”. Ho detto in altre testimonianze e debbo ribadirlo anche adesso che alle riunioni generali dei “Quaderni” non ricordo di aver mai aperto bocca, parlando solo se interpellato, poi magari nel gruppo milanese mi davo abbastanza da fare ma in sostanza gli anni dei “Quaderni” sono stati per me Bildungsjahre.</p>
<p>Conricerca quindi. Non è mica facile dire che significato aveva questa parola. Perché certamente si tratta di una tecnica ma non formalizzata e forse non formalizzabile. Possiede lo stesso carattere sfuggente se la chiamiamo metodo, approccio. Quindi proviamo a procedere per esclusione. L’inchiesta sociologica può essere formalizzata, anzi può essere ridotta a procedura, c’è un metodo alle spalle, un sistema di pensiero. Il metodo della storia orale anch’esso può esser formalizzato in una serie di prescrizioni, anzi, dal punto di vista della tecnica può essere ridotto a manuale.<br />
<span id="more-32642"></span><br />
E’ chiaro che nessuno di questi approcci poteva interessare Romano anche se li conosceva bene e ne prelevava tutti gli elementi utili. Ma qualunque approccio disciplinare gli sarebbe stato troppo stretto perché lui e molti di quella generazione più che un bisogno di strumenti di conoscenza avevano un bisogno identitario prepotente e sofferto, quello di liberarsi dalla stretta della storia ormai conclusa del conflitto fascismo-antifascismo, dell’Italia repubblicana, della DC e del PCI. I conflitti erano altri, il ciclo mondiale era un altro, era una cosa grossa, pesante come sarebbe stata anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Per capire i contorni del nuovo ciclo storico e trovarvi piena cittadinanza (questo intendo per bisogno identitario) Romano e prima di lui Danilo Montaldi, al quale a mio avviso Alquati deve moltissimo, scelsero di indagare<em> “l’uomo che verrà”</em>, per riprendere il titolo di un film fortunato. Cosa intendo dire? Quando Danilo parla con il militante politico di base che le ha fatte tutte o con i personaggi inurbati delle periferie milanesi, o quando Romano parla con un operaio delle Ferriere, anch’esso ancora legato più o meno al mondo contadino, mettono in moto un sistema complesso di conoscenze, memorie, sensazioni, affetti, brandelli di letture, esperienze, schiudono un piccolo “vaso di Pandora” trabordante di indicazioni su “chi siamo”, “come funziona adesso la baracca”, “chi e che cosa ci impedisce di essere liberi”, “chi ci sta raccontando delle balle”, “quali sono le cose serie, che anche tra trent’anni ci troveremo tra i piedi”, “la tecnica da che parte la prendiamo, ci opprime soltanto o ci mette in mano degli strumenti”, “quanta parte della tua memoria mi porto dentro senza saperlo”, “per cavarmela, per difendermi io ho imparato questo e questo” ecc., ecc.. Cose che possono essere riassunte nella definizione “ricerca della soggettività altrui”, io penso invece che fossero in primo luogo un modo per chiarire a se stessi la propria identità, per trovare la propria cittadinanza dentro un mondo i cui contorni si chiarivano man mano che il dialogo e la partecipazione alla vicenda operaia andavano avanti. Chi attiva veramente conricerca non si sente mai “un ricercatore”, non percepisce mai se stesso come tale, non sente mai di essere qualcosa di diverso, di “altro&#8221; dalla persona con cui sta parlando. Pertanto non ha come bisogno primario quello di conoscere i tratti formali di una disciplina, di un metodo di ricerca. Il suo bisogno primario è quello di assumere un comportamento, uno stile di relazione, un’affettività, una complicità. E’ un gesto dove mette in gioco tutta la propria fragilità e insicurezza, dove le idee confuse sulla propria identità e collocazione storica si chiariscono poco a poco. Dev’essere un gesto alla pari e al tempo stesso di distanza, niente di peggio che un rapporto vischioso, il rispetto per gli altri esige distanza. E qui, inutile girarci attorno, c’è chi ci riesce e chi no, chi ha la struttura umana, la sensibilità, l’intelligenza, la passione e chi non le ha oppure riesce ad esprimerle in altri campi. Qui c’è l’uomo e Romano era quest’uomo, inimitabile.</p>
<p>Così riusciva a vedere quel che altri non vedono, riusciva ad attribuire un valore a cose che gli venivano trasmesse che altri non sarebbero stati in grado di cogliere o che fraintendevano. Un esempio: l’analisi della passività operaia. Per gli sciocchi militanti tradizionali gli operai esistevano solo quando lottavano. Leggere in senso positivo o, meglio ancora, ambivalente i lunghi periodi di passività della classe operaia è stato un forte passo avanti, anche per indagare meglio certi periodi storici (si pensi al problema del consenso durante il fascismo). Quindi Romano ci ha insegnato a cogliere le sfumature, le sfaccettature, le enormi differenziazioni all’interno del corpo della classe operaia. Da qui nasce il concetto di composizione di classe, che poi si è rivelato assai utile per non incorrere in quelle generalizzazioni senza senso che sono la negazione stessa sia dell’indagine che dell’iniziativa. Il conflitto industriale infatti parte sempre da una situazione specifica. Dalle condizioni generali di sfruttamento (salari, ritmi, orari, ambiente, rischio), che costituiscono per così dire la piattaforma costante del conflitto, per arrivare al dunque c’è sempre bisogno di qualcosa di specifico, di esemplare.</p>
<p>Ancora due cose vorrei aggiungere. Romano non solo ci ha insegnato a non assumere il ruolo di “ricercatore” facendo conricerca, non solo ci ha insegnato a mettere da parte un ruolo professionale formalizzato per raggiungere obbiettivi più alti e a più lunga scadenza, ma ci ha anche insegnato a sostituire il concetto di “direzione” con quello di “servizio”. Non ha mai pensato di voler essere né di voler formare “dirigenti” della classe operaia, rompendo in tal modo il cordone ombelicale con la cultura e la tradizione comuniste. Aveva però chiaro in testa che c’è chi è in grado di tirare, chi ha le idee più chiare degli altri, chi vede più lontano e chi no. Non gli importava un fico secco di “scrivere per tutti”, aveva sviluppato un linguaggio tutto suo, uno stile di scrittura inimitabile, chi era in grado di seguirlo bene, chi lo trovava astruso, peggio per lui. Segno evidente di un caratteraccio, come si dice in gergo. Ma proprio per questo coloro che lo hanno conosciuto non solo cercavano di ascoltare i suoi insegnamenti, ma anche gli volevano bene. </p>
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		<title>Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti. S.B. Intervista, che potete trovare anche qui a Sergio Bologna su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale. Egea Editore, Milano 2010, pp. 325 Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="298" class="aligncenter size-medium wp-image-32285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg 631w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a>   a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica. Questo tuo nuovo libro, “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, ha a che fare con quella esperienza? </em></p>
<p>Direi di no, la parte dedicata ai porti italiani è una parte marginale. Per ritrovare dei collegamenti con la mia attività di ricerca si dovrebbe risalire piuttosto agli Anni 70, alle inchieste sul settore trasporto merci di “Primo Maggio” – la rivista che dirigevo allora e la cui collezione completa tra poco sarà disponibile su CD presso Derive&#038;Approdi. In un numero del 1976 già si tentava di abbozzare una “Storia del container”. Un altro mio saggio di quei tempi, la cui impostazione in un certo senso anticipa quella delle multinazionali del mare, è “Petrolio e mercato mondiale”, pubblicato su “Quaderni Piacentini” nel 1974 sull’onda del primo shock petrolifero. </p>
<p><em>Nel senso che tra la crisi attuale e la crisi petrolifera del 1973 tu trovi delle analogie?</em></p>
<p>Nel senso che si tratta di fenomeni globali, la cui portata si avverte in ogni angolo del mondo. Il settore dello shipping è per sua natura un settore globale, anzi è una delle forze motrici della globalizzazione. La novità, che io cerco di analizzare in questo libro, è che questa caratteristica si è estesa anche all’attività portuale, che per sua natura invece ha un carattere municipale.  Oggi esistono grandi organizzazioni che controllano terminal portuali in tutto il mondo. E’ un fenomeno assai recente, esploso negli Anni Novanta.<br />
<span id="more-32278"></span><br />
Non c’è un solo porto italiano di rilievo che non sia controllato da queste organizzazioni, da Gioia Tauro a Genova, da Trieste a Taranto, da La Spezia a Napoli. Sono cinesi, tedesche, di Singapore, di Dubai, vere e proprie multinazionali che impiegano le tecnologie più avanzate e portano quindi un livellamento degli standard di servizio e delle pratiche organizzative in qualunque parte del globo. L’area maggiormente interessata da questi investimenti oggi è l’Africa Occidentale. L’altra novità, anch’essa assai recente, è che le compagnie marittime, tradizionali clienti dei porti, hanno cominciato ad investire anche loro in terminal portuali, quindi è saltata la secolare divisione del lavoro tra chi trasporta la merce (il vettore marittimo) e chi fa il carico e lo scarico nei porti. La nave e il porto sono sempre stati in un certo senso antagonisti: la nave voleva fare in fretta, il porto cercava di rallentare. Oggi i porti, soprattutto nei terminal container, lavorano secondo tempi ed esigenze della nave, là dove il porto e la compagnia marittima fanno parte dello stesso gruppo c’è una perfetta integrazione tra le due fasi principali del ciclo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg" alt="" title="bologna" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-32279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-732x1024.jpg 732w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg 1321w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p><em>Ma quando dici che queste organizzazioni multinazionali, queste società, controllano un porto o un terminal portuale, vuoi dire che ne sono proprietarie, come funziona la cosa?</em></p>
<p>Nella grande maggioranza dei casi sono concessionarie, ottengono cioè la possibilità di gestire in esclusiva per un lungo numero di anni una determinata banchina in cambio di un canone annuo. L’infrastruttura però rimane di proprietà dello Stato o della municipalità, le quali consegnano al concessionario delle infrastrutture che corrispondono agli standard richiesti e spesso ne sostengono i costi della manutenzione. Man mano però, visto che gli Stati, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non avevano risorse, le multinazionali si sono impegnate anche a sostenere una parte dei costi per portare a standard l’infrastruttura portuale, cioè per fare una banchina in grado di sopportare certi pesi, per approfondire i fondali, per consolidare le opere marittime. In genere lo fanno secondo il sistema pubblico-privato del project financing, che coinvolge quindi istituzioni finanziarie private e organismi internazionali come la Banca Mondiale che forniscono i capitali o le garanzie bancarie allo Stato povero di risorse. In questo caso il canone può essere ridotto a una cifra simbolica, si tratta di vedere chi sopporta i costi della manutenzione, alla fine della concessione tutto ritorna allo Stato. Ma ci sono anche casi, la Gran Bretagna è quello più famoso, dove la multinazionale diviene proprietaria dell’infrastruttura portuale. </p>
<p><em>Il ruolo della finanza, i modi di operare dell’investitore, pubblico o privato, mi sembrano aspetti importanti del tuo libro. Come mai questa forte attenzione al fenomeno finanziario</em>?</p>
<p>Sono contento che tu l’abbia colto, questo aspetto, perché lo considero il filo conduttore del mio libro, non solo nel capitolo dedicato esplicitamente alla finanza dello shipping. Intanto distinguiamo la finanza che si occupa di navi e quella che si occupa di porti. La prima raccoglie e convoglia i capitali necessari alla costruzione delle navi. Capitale mondiale di questo settore della finanza è la Germania. Quindi mi è parso opportuno dedicare un intero capitolo allo straordinario sviluppo di questo settore, ma anche alle follìe che ha commesso durante l’ultima fase del ciclo economico mondiale, quella che precede la crisi, con dei comportamenti che sono stati molto simili a quelli sui derivati e con conseguenti crolli che hanno dato un severo colpo alla stabilità del mondo bancario tedesco nel suo insieme, pubblico e privato. La massima parte di questi investimenti sono stati realizzati per costruire navi portacontainer di dimensioni sempre maggiori. Con la crisi, una parte di queste navi sono state bloccate nei cantieri, un’altra, appena varata, è stata messa in disarmo. Si valuta che l’11,6% della flotta mondiale di navi portacontainer sia ferma per mancanza di carico. “Le navi come titoli tossici”, recita infatti uno slogan di noti analisti finanziari. </p>
<p><em>Quindi questo mercato finanziario si è fermato? Le banche sono state risanate dagli Stati, sono fallite? Oppure gli investimenti si sono diversificati?</em></p>
<p>Esattamente. Assistiamo a un fenomeno interessante di diversificazione, che ho cercato di analizzare nel capitolo “non si vive di solo container”. Le navi portacontainer sono una delle tante tipologie di navi in circolazione e non sono state le uniche ad essere colpite severamente dalla crisi, per esempio le car carrier, specializzate nel trasporto di veicoli, sono state investite dalla crisi del settore dell’auto in maniera ancora più pesante, così come le bulk carrier per il trasporto di rinfuse solide (carbone, altri minerali). Invece gli investimenti oggi si orientano verso le navi multipurpose che possono trasportare prodotti di ogni genere, ma anche container, stivati su ponti diversi, oppure sulle navi per il trasporto di pesi eccezionali, le cosiddette heavy lift autoaffondanti. Dal punto di vista del mercato della logistica si dice che questo è il segmento del project cargo, molto remunerativo. Lo spostamento dell’interesse dell’armamento e della finanza verso questo settore è simboleggiato dalla costituzione, nella primavera del 2009, del cosiddetto Heavy Lift Club, un’Associazione, a fini di lobbying evidentemente, cui partecipa una dozzina di compagnie marittime specializzate in questo tipo di traffici. Analoga diversificazione si verifica anche negli investimenti portuali ed io ho dedicato un’analisi particolare a un caso specifico, quello del fondo d’investimenti Babcock&#038;Brown, giunto sull’orlo del fallimento, che ha dovuto cedere i suoi asset portuali a una grande società finanziaria canadese, la Brookfield Asset Management, specializzata nelle energie alternative e nella costruzione di pubbliche utilities. Il criterio dell’investimento è stato quello di scegliere terminal portuali non di container, ma bensì terminal specializzati nelle rinfuse o nel cargo tradizionale, nella filiera della carta e così via. In conclusione, sia la finanza specializzata nella costruzione di navi, sia l’armamento, sia la finanza specializzata negli investimenti in utilities sta abbandonando il settore del container e si orientano decisamente verso il settore del general cargo cosiddetto “tradizionale”, che nel frattempo però ha avuto uno straordinario sviluppo d’innovazione tecnologica nel disegno delle navi, per cui chiamarlo “tradizionale” è un modo con cui si rischia di falsificare la realtà. I porti italiani, che invece sono ossessionati dal container e progettano tutti investimenti faraonici in banchine dedicate al container, dovrebbero tener conto di questa tendenza e non percorrere la strada suicida della monocultura del container.</p>
<p><em>Mi sembra che nel tuo libro ci sia anche il tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno della diversificazione. In particolare tu parli di un possibile spostamento dei flussi di traffico dalle rotte est-ovest verso le rotte nord-sud a seguito della crisi. La relazione tra questi due fenomeni non è chiara immediatamente, per chi non è addentro nel settore. Potresti provare a spiegarla in modo che sia percepibile anche al lettore non specializzato?</em></p>
<p>La sequenza del ragionamento a me pare assai limpida, mi dispiace di non esser riuscito nel libro, evidentemente, ad essere chiaro. Primo passaggio: lo sviluppo del traffico container è stato trainato dai consumi delle società avanzate (Nordamerica ed Europa) di prodotti fabbricati in Cina o in altri Paesi del Far East. I volumi sulle direttrici est-ovest hanno avuto una crescita spettacolare tra il 2002 e il 2007, il cosiddetto “super ciclo”. La crisi è stata determinata dalla caduta dei consumi nel Nordamerica e ingigantita dall’avventurismo della finanza. Secondo passaggio: i Paesi avanzati (Nordamerica ed Europa) forse non raggiungeranno mai più i livelli di consumo di questi anni, la Cina ha cambiato il suo modello di sviluppo, non più export oriented ma tutto concentrato sullo stimolo della domanda interna. Quindi il mercato del container sulle rotte est-ovest è destinato a restare stagnante per molti anni a venire, Drewry valuta che nel Sudeuropa solo nel 2013 si raggiungeranno di nuovo i volumi del 2008, per crescere poi a tassi molto meno elevati che nel periodo 2002-2007. Terzo passaggio: quali sono invece le prospettive positive dei traffici? Quelle generate dalla domanda dei Paesi dell’Asia (India in primo luogo), dell’America Latina (Brasile soprattutto) e dell’Africa, una domanda non tanto di beni di consumo ma soprattutto di beni d’investimento nella ingegneria civile, nella ricerca di fonti energetiche, nell’impiantistica, tutte merci che vengono trasportate su navi multipurpose o heavy lift su rotte nord-sud. A questo si aggiungono nicchie di mercato che sono tutt’altro che secondarie, la sostituzione delle piattaforme off shore divenute obsolete, per esempio. Intendiamoci, questo mercato non avrà la forza sostitutiva per riempire il buco del container, però sarà una grande occasione di business per operatori logistici, compagnie marittime e investitori. L’armamento italiano tra l’altro dispone di due specialisti del settore: Grimaldi per le multipurpose e Messina per le rotte nord-sud, mentre nel settore heavy lift l’industria italiana dispone di un grande operatore logistico come Fagioli. Mancherebbero all’appello solo i porti italiani, che non vedono altro che container e crociere.</p>
<p><em>Conoscendoti, i tuoi lettori si sarebbero aspettati un libro focalizzato più sul lavoro portuale che sulla finanza.</em></p>
<p>E’ vero, è un libro che guarda al capitale più che al lavoro. Tuttavia mi pare di aver lanciato qua e là degli spunti di riflessione. Innanzitutto nel porre l’interrogativo se un terminal portuale può essere ridotto alla logica della catena di montaggio. Ho risposto di no, il lavoro in un terminal portuale è sottoposto a tante incognite che non sarà mai possibile averne la certezza del funzionamento quanto in una catena di montaggio. Attenzione: questa imprevedibilità, che richiede quindi decisioni prese al momento da parte del fattore lavoro, persiste anche in presenza di una forte automazione del ciclo di sbarco e imbarco. Amburgo e Rotterdam oggi presentano dei terminal container con il massimo di automazione possibile allo stato attuale della tecnologia eppure l’incognita quotidiana richiede sempre un intervento umano decisivo. L’altro spunto che ho offerto riguarda proprio il settore multipurpose e dei carichi eccezionali. Nel presentarsi alla stampa, il Club Heavy Lift appena costituito, ha lamentato apertamente che nei porti, a causa della monocultura del container, siano andate perdute molte professionalità specializzate nello stivaggio di navi “tradizionali”. Anche i capitani delle navi ormai hanno perduto questa capacità, abituati al fatto che nel container tutto è programmato da un piano di carico fatto al computer. Infine uno spunto è stato proposto nella parte riguardante i costi operativi delle navi portacontainer. Il costo dell’equipaggio è ancora la voce più importante (sul 35% in media del totale) ma la voce di costo che è andata aumentando di più negli ultimi anni è quella maintenance and repair. Perché il prezzo dell’olio lubrificante è andato alle stelle? Non prendiamoci in giro: perché la forza lavoro sulle navi è sempre meno qualificata e non sa effettuare operazioni anche elementari di manutenzione e riparazione, ma soprattutto perché le tabelle d’armamento sono ridotte all’osso, il numero di marinai presente sulla nave è il minimo richiesto, non ha nemmeno il tempo di effettuare operazioni di manutenzione e riparazione. Negli anni del “super ciclo” lo sfruttamento in termini di ritmi di lavoro è stato davvero pesante e altrettanto la sollecitazione cui sono stati sottoposti i motori e le apparecchiature ausiliarie. Tra l’altro, le tecnologie impiegate sulle navi sono sempre più sofisticate e quindi la forza lavoro dovrebbe essere all’altezza di questi progressi. Purtroppo spesso accade il contrario.</p>
<p><em>Nel primo capitolo, memore della tua passata attività di storico, ti sei concesso un divertimento sul passato di Trieste, oppure è solo un omaggio alla tua città natale?</em></p>
<p>Né l’uno, né l’altro. Ho voluto sottolineare l’importanza della finanza nello sviluppo delle grandi infrastrutture di trasporto. Bene o male sia Genova che Trieste sono nate come porti moderni grazie a due uomini di finanza. Il Canale di Suez e le linee ferroviarie dell’Ottocento sono state finanziate grazie a delle operazioni bancarie azzardate ma innovative. La banca d’affari moderna nasce dal Crédit Mobilier dei fratelli Péreire, le società per azioni nascono in quel contesto. Anche qui c’è un collegamento con la mia attività di ricerca degli Anni 70 ed in particolare con il mio saggio sugli articoli di Marx per la “New York Daily Tribune”, fondamentali per comprendere la sua teoria del credito e illuminanti sulla natura delle crisi finanziarie moderne. Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</p>
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		<title>Radio Kapital : Alain Badiou</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 01:38:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Badiou]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Tuong]]></category>
		<category><![CDATA[radio kapital]]></category>
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					<description><![CDATA[Elogio dell’amore di Alain Badiou (intervistato da Nicolas Tuong) traduzione di Roberto Bugliani N.T. -: Perché non progettare una “politica dell’amore”, allo stesso modo in cui Jacques Derrida aveva abbozzato una “politica dell’amicizia”? A.B. &#8211; Non penso che amore e politica si possano confondere. A mio parere, “politica dell’amore” è un’espressione priva di senso. Ritengo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-30552" title="marx" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg" alt="" width="507" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg 507w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 507px) 100vw, 507px" /></a></p>
<p><strong>Elogio dell’amore</strong><br />
di<br />
<strong> Alain Badiou</strong> (<em>intervistato da Nicolas Tuong</em>)<br />
<em>traduzione di Roberto Bugliani</em></p>
<p><em>N.T. -: Perché non progettare una “politica dell’amore”, allo stesso modo in cui Jacques Derrida aveva abbozzato una “politica dell’amicizia”?</em></p>
<p>A.B. &#8211; Non penso che amore e politica si possano confondere. A mio parere, “politica dell’amore” è un’espressione priva di senso. Ritengo che quando si dice “Amatevi gli uni con gli altri” si faccia una morale, ma non una politica. Perché in primo luogo in politica vi sono persone che non si amano. E’ incontrovertibile. Non possono chiederci di amarle.</p>
<p>N.T. <em>&#8211; Contrariamente al protocollo dell’amore, la politica sarebbe innanzitutto scontro tra nemici?</em></p>
<p>A.B.- Veda, in amore la differenza assoluta esistente tra due individui, che è anche una delle più grandi differenze rappresentabili perché è una differenza infinita, un incontro, una dichiarazione e una fedeltà possono dunque cambiarla in un’esistenza creatrice. In politica non si produce niente di tutto ciò per quel che concerne le contraddizioni fondamentali, il che permette l’effettiva esistenza di nemici designati. Una questione molto importante del pensiero politico, oggi difficilissima da affrontare – in parte a causa del particolare contesto democratico in cui ci troviamo – è quella dei nemici. Si tratta della domanda: ci sono dei nemici? Ma dei nemici per davvero. Colui che lei, triste e rassegnato, vede assumere con regolarità il potere, solo perché molte persone hanno votato per lui, non è un vero nemico.<br />
<span id="more-30551"></span><br />
E’ soltanto qualcuno la cui presenza al vertice dello Stato la rattrista, perché avrebbe preferito il suo concorrente. E lei aspetterà il suo turno, per cinque o dieci anni, se non di più. Ma un nemico è tutt’altra cosa! E’ qualcuno che lei non sopporta minimamente che decida su ogni cosa che la riguardi. Un vero nemico, dunque, esiste o no? Bisogna cominciare da qui. In politica è una questione d’estrema importanza, che abbiamo preso un po’ troppo l’abitudine di trascurare. Ora, la questione del nemico è assolutamente estranea alla questione dell’amore. In amore lei incontra degli ostacoli, è atteso al varco da drammi immanenti, ma non vi sono nemici, propriamente parlando. Lei potrà dirmi: e il mio rivale? Colui che il mio o la mia amante preferisce a me? Ebbene, ciò non ha niente a che vedere. In politica la lotta contro il nemico è costitutiva dell’azione. Il nemico fa parte dell’essenza della politica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-30550" title="9782081233010" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010.jpg 400w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a><br />
Ogni vera politica identifica il suo vero nemico. Mentre il rivale è del tutto esterno, non entra affatto nella definizione dell’amore. Si tratta di un punto capitale di disaccordo con tutti coloro che pensano che la gelosia sia costitutiva dell’amore. Il più geniale di costoro è Proust, per il quale la gelosia è il vero contenuto, intenso e diabolico, della soggettività innamorata. A mio parere, essa non è che una variante della tesi moralista e scettica. La gelosia è un parassita artificiale dell’amore e non entra minimamente nella sua definzione. Forse che ogni amore per dichiararsi, per cominciare, deve identificare fin dapprincipio un rivale esterno? Nient’affatto! Semmai è il contrario: le difficoltà immanenti dell’amore, le contraddizioni interne alla scena del Due si possono cristallizzare su un terzo, su un rivale reale o supposto. Le difficoltà dell’amore non dipendono dall’esistenza di un nemico identificato. Esse sono interne al loro processo: il gioco creatore della differenza. E’ l’egoismo il nemico dell’amore, non già il rivale. Si potrebbe dire: il nemico principale del mio amore, quello che devo vincere, non è l’altro, sono io, l’”io” che vuole l’identità contro la differenza, che vuole imporre il suo mondo contro il mondo filtrato e ricostruito dal prisma della differenza.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>N.T. &#8211; Malgrado tutto, è possibile ravvicinare amore e politica senza cadere nel moralismo d’una politica dell’amore?</p>
<p>A.B. &#8211; Vi sono due nozioni politiche, o filosofico-politiche, che possiamo ravvicinare in modo puramente formale nelle dialettiche presenti nell’amore. In primo luogo, nella parola “comunismo” c’è l’idea che il collettivo è capace di integrare ogni differenza extrapolitica. Che le persone siano questo o quello, venute da fuori o nate qui, che parlino o no tale lingua o talaltra, che siano forgiate da questa o quella cultura, tutto ciò non impedisce la loro partecipazione al processo politico di tipo comunista, non più di quanto le identità non siano in se stesse degli ostacoli alla creazione amorosa. Soltanto la differenza propriamente politica con il nemico è, come diceva Marx, “irriconciliabile”. Ed essa non ha alcun equivalente con la procedura amorosa. Poi c’è la parola “fraternità”. “Fraternità” è il più oscuro dei tre termini che compongono la divisa repubblicana. Della “libertà” si può discutere, ma sappiamo di che si tratta. Dell’”uguaglianza” si può dare una definizione piuttosto precisa. Ma la “fraternità” cos’è? Senza dubbio, essa appartiene alla questione delle differenze, della loro compresenza amichevole nel processo politico, che ha come limite essenziale il faccia-a-faccia con il nemico. Ed è una nozione che può essere recuperata dall’internazionalismo, poiché se il collettivo è effettivamente capace di farsi carico della propria uguaglianza, ciò significa anche che può integrare i più grandi scarti differenziali e controllare severamente l’influenza dell’identità.</p>
<p>Estratti a cura del traduttore, da <strong>Alain Badiou avec Nicolas Truong,</strong> <em>Éloge de l’amour</em>, Flammarion, Paris 2009, pp. 49-56).</p>
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		<title>Radio Kapital: Bernard de Mandeville</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 16:16:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[any-Robert Dufour]]></category>
		<category><![CDATA[Bernard de Mandeville]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[La favola delle api (Vizi privati pubbliche virtù) di Bernard de Mandeville Un numeroso sciame di api abitava un alveare spazioso. Là, in una felice abbondanza, esse vivevano tranquille. Questi insetti, celebri per le loro leggi, non lo erano meno per il successo delle loro armi e per il modo in cui si moltiplicavano. La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/ape-piaggio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/ape-piaggio-300x216.jpg" alt="" title="ape piaggio" width="300" height="216" class="aligncenter size-medium wp-image-30488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/ape-piaggio-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/ape-piaggio.jpg 507w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>La favola delle api</strong><br />
<em>(Vizi privati pubbliche virtù)</em><br />
di<br />
<strong>Bernard de Mandeville</strong> <br />
Un numeroso sciame di api abitava un alveare spazioso. Là, in una felice abbondanza, esse vivevano tranquille. Questi insetti, celebri per le loro leggi,  non lo erano meno per il successo delle loro armi e per il modo in cui si moltiplicavano. La loro dimora era un perfetto seminario di scienza e d’industria. Mai api vissero sotto un governo piú saggio; tuttavia mai ve ne furono di piú incostanti e di meno soddisfatte. Esse non erano né schiave infelici di una dura tirannia, né erano esposte ai crudeli disordini della feroce democrazia. Esse erano condotte da re che non potevano errare, perché il loro potere era saggiamente vincolato dalle leggi.<br />
Questi insetti, imitando ciò che si fa in città, nell’esercito e nel foro, vivevano perfettamente come gli uomini ed eseguivano, per quanto in piccolo, tutte le loro azioni. Le opere meravigliose compiute dall’abilità incomparabile delle loro piccole membra sfuggivano alla debole vista degli uomini; tuttavia non vi sono presso di noi né macchine, né operai, né mestieri, né navi, né cittadelle, né armate, né artigiani, né astuzie, né scienza, né negozi, né strumenti, insomma non v’è nulla di ciò che si vede presso gli uomini di cui questi operosi animali pure non si servissero. E siccome il loro linguaggio ci è sconosciuto, non possiamo parlare di ciò che le riguarda se non impiegando le nostre impressioni. Si ritiene generalmente che tra le cose degne d’esser notate, questi animali non conoscevano affatto l’uso né dei bossoli né dei dadi; ma, poiché avevano dei re, e conseguentemente delle guardie, si può naturalmente presumere che conoscessero qualche specie di giochi. Si vedono mai, infatti, degli ufficiali e dei soldati che si astengono da questo divertimento?<br />
<span id="more-30476"></span><br />
Il fertile alveare era pieno di una moltitudine prodigiosa di abitanti, il cui grande numero contribuiva pure alla prosperità comune. Milioni di api erano occupate a soddisfare la vanità e le ambizioni di altre api, che erano impiegate unicamente a consumare i prodotti del lavoro delle prime. Malgrado una cosí grande quantità di operaie, i desideri di queste api non erano soddisfatti. Tante operaie e tanto lavoro potevano a mala pena mantenere il lusso della metà della popolazione.<br />
Alcuni, con grandi capitali e pochi affanni, facevano dei guadagni molto considerevoli. Altri, condannati a maneggiare la falce e la vanga, non potevano guadagnarsi la vita se non col sudore della fronte e consumando le loro forze nei mestieri piú penosi. Si vedevano poi degli altri applicarsi a dei lavori del tutto misteriosi, che non richiedevano né apprendistato, né sostanze, né travagli. Tali erano i cavalieri d’industria, i parassiti, i mezzani, i giocatori, i ladri, i falsari, i maghi, i preti, e in generale tutti coloro che, odiando la luce, sfruttavano con pratiche losche a loro vantaggio il lavoro dei loro vicini, che non essendo essi stessi capaci d’ingannare, erano meno diffidenti. Costoro erano chiamati furfanti; ma coloro i cui traffici erano piú rispettati, anche se in sostanza poco differenti dai primi, ricevevano un nome piú onorevole. Gli artigiani di qualsiasi professione, tutti coloro che esercitavano qualche impiego o che ricoprivano qualche carica, avevano tutti qualche sorta di furfanteria che era loro propria. Erano le sottigliezze dell’arte e l’abilità di mano.</p>
<p>Come se le api non avessero potuto, senza istruire un processo, distinguere il legittimo dall’illegittimo, esse avevano dei giureconsulti, occupati a mantenere le animosità e a suscitare malefici cavilli: questo era lo scopo della loro arte. Le leggi fornivano loro i mezzi per rovinare i loro clienti e per approfittare destramente dei beni in questione. Preoccupati, soltanto di ricavare degli elevati onorari, non trascuravano nulla al fine d’impedire che si appianassero le difficoltà attraverso un accomodamento. Per difendere una cattiva causa, essi analizzavano le leggi con la stessa meticolosità con cui i ladri esaminano i palazzi e i negozi. Ciò soltanto allo scopo di scoprire il punto debole in cui potessero prevalere.<br />
I medici preferivano la reputazione alla scienza e le ricchezze alla guarigione dei loro malati. La maggior parte, anziché applicarsi allo studio dei princípi della loro disciplina, cercavano di acquistarsi una pratica fittizia. Sguardi gravi e un’aria pensosa erano tutto quello ch’essi possedevano per darsi la reputazione di uomini dotti. Non preoccupandosi della salute dei pazienti, essi lavoravano soltanto per acquistarsi il favore dei farmacisti, e per conquistarsi le lodi delle levatrici, dei preti e di tutti coloro che vivevano dei proventi tratti dalle nascite o dai funerali. Preoccupati di acquistarsi il favore del sesso loquace, essi ascoltavano con compiacenza le vecchie ricette della signora zia. I clienti, e tutte le loro famiglie, erano trattati con molta attenzione. Un sorriso affettato, degli sguardi graziosi, tutto era impiegato e serviva ad accattivarsi i loro spiriti già prevenuti. E si badava pure a trattare bene le guardie, per non doverne subire le impertinenze.<br />
Tra il grande numero dei preti di Giove, pagati per attirare sull’alveare la benedizione del cielo, ve n’erano ben pochi che avessero eloquenza e sapere. La maggior parte erano tanto presuntuosi quanto ignoranti. Erano visibili la loro pigrizia, la loro incontinenza, la loro avarizia e la loro vanità, malgrado la cura ch’essi si prendevano per nascondere agli occhi del pubblico questi difetti. Essi erano furfanti come dei borsaioli, intemperanti come dei marinai. Alcuni invece erano pallidi, coperti di vestiti laceri e pregavano misticamente per guadagnarsi il pane. E, mentre che questi sacri schiavi morivano di fame, i fannulloni per cui essi officiavano, si trovavano bene a loro agio. Si vedevano sui loro volti la prosperità, la salute e l’abbondanza di cui godevano.</p>
<p>I soldati che erano stati messi in fuga venivano egualmente coperti di onori, se avevano la fortuna di sfuggire all’esercito vittorioso, anche se tra essi vi fossero dei veri poltroni, che non amavano affatto le stragi. Se vi era qualche valente generale che metteva in rotta i nemici, si trovava qualche persona che, corrotta con dei regali, favoriva la loro ritirata. Vi erano pure dei guerrieri che affrontavano il pericolo comparendo sempre nei punti piú esposti. Prima perdevano una gamba, quindi un braccio, infine, quando tutte queste mutilazioni li avevano resi non piú in grado di servire, li si congedava vergognosamente a mezza paga; mentre altri, che piú prudentemente non andavano mai all’attacco, ricavavano la doppia paga, per restare tranquillamente tra di loro.<br />
I loro re erano, sotto ogni riguardo, mal serviti. I loro ministri  li ingannavano. Ve n’erano invero parecchi che non tralasciavano nulla per far progredire gl’interessi della corona; ma contemporaneamente essi saccheggiavano impunemente il tesoro che s’industriavano ad arricchire. Essi avevano il felice talento di spendere abbondantemente, nonostante che i loro stipendi fossero molto meschini; e per giunta si vantavano di essere molto modesti. Si esagerava forse nel considerare le loro prerogative quando le si denominava le loro “malversazioni”? E anche se ci si lamentava che non si comprendeva il loro gergo, essi si servivano del termine di “emolumenti”, senza mai voler parlare naturalmente e senza camuffamenti dei loro guadagni. Infatti non vi fu mai un’ape che sia stata effettivamente soddisfatta nel desiderio di apprendere, non dico quello che guadagnavano effettivamente questi ministri, ma neppure ciò che essi lasciavano scorgere dei loro guadagni. Essi assomigliavano ai nostri giocatori, i quali, per quanto siano stati fortunati al gioco, non diranno tuttavia mai in presenza dei perdenti tutto quello che hanno guadagnato.</p>
<p>Chi potrebbe descrivere dettagliatamente tutte le frodi che si commettevano in questo alveare? Colui che acquistava del letame per ingrassare il suo prato, lo trovava falsificato per un quarto con pietre e cemento inutili; e per giunta qualsiasi poveretto non avrebbe avuto la facilità di brontolare di ciò, perché a sua volta imbrogliava mescolando al suo burro una metà di sale.<br />
La giustizia stessa, per quanto tanto rinomata per la sua fortuna di essere cieca, non era per questo meno sensibile al brillante splendore dell’oro. Corrotta dai doni, essa aveva sovente fatto pendere la bilancia che teneva nella sua mano sinistra. Imparziale in apparenza, quando si trattava d’infliggere delle pene corporali, di punire degli omicidi o degli altri gravi crimini, essa aveva bens’ spesso condannato al supplizio persone che avevano continuato le loro ribalderie dopo esser state punite con la gogna. Tuttavia si riteneva comunemente che la spada che essa portava non colpiva se non le api che erano povere e senza risorse; e che anche questa dea faceva appendere all’albero maledetto delle persone che, oppresse dalla fatale necessità, avevano commesso dei crimini che non peritavano affatto un tale trattamento. Con questa ingiusta severità, si cercava di mettere al sicuro il potente e il ricco.<br />
Essendo cosí ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità. era adulata in pace, temuta in guerra. Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l’equilibrio di tutti gli altri alveari. Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione. Tale era lo stato fiorente di questo popolo. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica. Da quando la virtú, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i piú scellerati facevano qualcosa per il bene comune.<br />
Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L’armonia in un concerto risulta da una combinazione di suoni che sono direttamente opposti. Cosí i membri di quella società, seguendo delle strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado. La temperanza e la sobrietà degli uni facilitava l’ubriachezza e la ghiottoneria degli altri. L’avarizia, questa funesta radice di tutti i mali, questo vizio snaturato e diabolico, era schiava del nobile difetto della prodigalità. Il lusso fastoso occupava milioni di poveri. La vanità, questa passione tanto destata, dava occupazione a un numero ancor maggiore. La stessa invidia e l’amor proprio, ministri dell’industria, facevano fiorire le arti e il commercio. Le stravaganze nel mangiare e nella diversità dei cibi, la sontuosità nel vestiario e nel mobilio, malgrado il loro ridicolo, costituivano la parte migliore del commercio.</p>
<p>Sempre incostante, questo popolo cambiava le leggi come le mode. I regolamenti che erano stati saggiamente stabiliti venivano annullati e si sostituivano ad essi degli altri del tutto opposti. Tuttavia con l’alterare anche le loro antiche leggi e col correggerle, le api prevenivano degli errori che nessuna accortezza avrebbe potuto prevedere.<br />
In tal modo, poiché il vizio produceva l’astuzia, e l’astuzia si prodigava nell’industria, si vide a poco a poco l’alveare abbondare di tutte le comodità della vita. I piaceri reali, le dolcezze della vita, la comodità e il riposo erano divenuti dei beni cosí comuni che i poveri stessi vivevano allora piú piacevolmente di quanto non vivessero prima. Non si sarebbe potuto aggiungere nulla al benessere di questa società.<br />
Ma, ahimè, qual è mai la vanità della felicità dei poveri mortali! Non appena queste api avevano gustato le primizie del benessere, tosto mostrarono che è persino al di là del potere degli dèi il rendere perfetto il soggiorno terrestre. Il gruppo mormorante aveva spesso affermato di esser soddisfatto del governo e dei ministri; ma al piú piccolo dissesto cambiò idea. Come se fosse perduto senza scampo, maledí le politiche, gli eserciti e le flotte. Queste api riunirono le loro lagnanze, diffondendo ovunque queste parole: “siano maledette tutte le furberie che regnano presso di noi!”. Tuttavia ciascuna se le permetteva ancora; ma ciascuna aveva la crudeltà di non volerne concedere l’uso agli altri.<br />
Un personaggio che aveva ammassato immense ricchezze, ingannando il suo padrone, il re e i poveri, osò gridare a tutta forza: “il paese non può mancare di perire a causa di tutte le sue ingiustizie!”. E chi pensate che sia stato queste severo predicatore? Era un guantaio, che aveva venduto per tutta la sua vita, e che vendeva anche allora, delle pelli d’agnello per pelli di capretto. Non faceva la minima cosa in questa società che contribuisse al bene pubblico. Tuttavia ogni furfante gridò con impudenza: “buon Dio, dateci soltanto la probità!”.</p>
<p>Mercurio (il dio dei ladroni) non poté trattenersi dal ridere nell’ascoltare una preghiera cos’ sfrontata. Gli altri dèi dissero che era stupidità il biasimare ciò che si amava. Ma Giove, indignato per queste preghiere, giurò infine che questo gruppo strillante sarebbe stato liberato dalla frode di cui essa si lamentava.<br />
Egli disse: “Da questo istante l’onestà s’impadronirà di tutti i loro cuori. Simile all’albero della scienza, essa aprirà gli occhi di ciascuno e gli farà percepire quei crimini che non si possono contemplare senza vergogna. Essi si sono riconosciuti colpevoli coi loro discorsi, e soprattutto col rossore suscitato sui loro volti dall’enormità dei loro crimini. È cosí che i bambini che vogliono nascondere le loro colpe, traditi dal loro colorito, immaginano che quando li si guarda, si legga sul loro volto malsicuro, la cattiva azione che hanno compiuto”.<br />
Ma, per Dio, quale costernazione! quale improvviso cambiamento! In meno di un’ora il prezzo delle derrate diminuí ovunque. Ciascuno, dal primo ministro sino ai contadini, si strappò la maschera d’ipocrisia  che lo ricopriva. Alcuni, che erano ben conosciuti già da prima, apparivano degli stranieri, quand’ebbero ripreso le loro maniera naturali.<br />
Da questo momento il tribunale fu spopolato. I debitori saldavano di propria iniziativa i loro debiti, senza eccettuare neppure quelli che i loro creditori avevano dimenticato. Si condonava generosamente a coloro che non erano in grado di soddisfarli. Se sorgeva qualche difficoltà, quelli che avevano torto rimanevano cautamente in silenzio. Non si videro piú processi in cui entrassero la malvagità e la vessazione. Nessuno poteva piú accumulare ricchezze. La virtú e l’onestà regnavano nell’alveare. Che cosa potevano fare allora gli avvocati? Anche coloro che prima della rivoluzione non avevano avuto la fortuna di guadagnare molto, disperati, abbandonavano la loro scrivania e si ritiravano.</p>
<p>La giustizia, che sino ad allora si era occupata di far impiccare alcune persone, concedeva la libertà a quelle che teneva prigioniere. Ma, dopo che le prigioni furono vuotate, diventando inutile la dea che ad esse presiedeva, costei si vide costretta a compiere una ritirata, con tutta la sua corte e il suo seguito rumoreggiante. Tra esso si videro i fabbri, addetti alle serrature, ai catenacci, alle inferriate, alle catene e alle porte munite di sbarre di ferro. Poi si videro i carcerieri, i secondini e i loro aiutanti. Venne poi la dea preceduta dal suo fedele ministro scudiero, il carnefice, grande esecutore delle sue sentenze severe. Essa non era armata della sua spada immaginaria, bensí in sua vece portava l’ascia e la corda. La signora giustizia, con gli occhi bendati, seduta su di una nuvola, fu cosí cacciata nell’aria accompagnata dalla sua corte. Attorno al suo seggio e dietro di esso vi erano i sergenti, gli uscieri e i domestici di tale specie, che si nutrivano delle lagrime degli sfortunati.<br />
L’alveare aveva ancora dei medici, cosí come prima della rivoluzione. Ma la medicina, quest’arte salutare, non era piú affidata se non a uomini abili. Essi erano cosí numerosi e cosí diffusi nell’alveare, che nessuno di essi aveva bisogno di una vettura. Le loro vane dispute erano cessate. Il compito di guarire prontamente i pazienti era quello che unicamente le occupava. Pieni di disprezzo per le medicine importate da paesi stranieri, essi si limitavano alle semplici medicine prodotte nel loro paese. Convinti che gli dèi non mandavano alcuna malattia alle nazioni senza donar loro, nello stesso tempo, i veri rimedi, si dedicavano a scoprire le proprietà delle piante che crescevano presso di loro.<br />
I ricchi ecclesiastici, destati dalla loro vergognosa pigrizia, non facevano piú servire le loro chiese da api prese alla giornata; officiavano essi stessi. La probità da cui erano animati li spingeva a offrire preghiere e sacrifici. Tutti coloro che non si sentivano capaci di adempiere questi doveri, o che ritenevano che si potesse fare a meno dei loro servizi, si dimettevano senza indugio dalle loro cariche. Non vi erano occupazioni sufficienti per tante persone, se pur ne restava ancora qualcuna: giacché il loro numero diminuiva intensamente. Erano tutti modestamente sottomessi al pontefice, il quale si occupava esclusivamente degli affari religiosi, abbandonando agli altri gli affari dello stato. Il reverendo capo, divenuto caritatevole, non aveva piú la durezza di cuore di cacciare dalla sua porta i poveri affamati. Mai si sentiva dire ch’egli prelevasse qualcosa dal salario del povero. Era invece presso di lui che l’affamato trovava cibo, il mercenario il suo pane, l’operaio bisognoso la sua tavola e il suo letto.</p>
<p>Il cambiamento non fu meno considerevole fra i primi ministri del re e fra tutti gli ufficiali subalterni. Divenuti economi e temperanti, i loro stipendi bastavano loro per vivere. Se un’ape povera era venuta dieci volte per richiedere il giusto pagamento di una piccola somma, e qualche funzionario ben pagato l’aveva obbligata o a regalargli uno scudo o a non ricevere mai il suo pagamento, prima si era denominata una tale alternativa la “malversazione” del funzionario; ma ora la si chiamava, col giusto nome, una ribalderia manifesta.<br />
Una sola persona era sufficiente per adempiere le funzioni per le quali si richiedevano tre persone prima del felice cambiamento. Non v’era piú bisogno di affiancare un collega per sorvegliare le azioni di coloro a cui si affidava il mantenimento degli affari. I magistrati non si lasciavano piú corrompere e non cercavano piú di facilitare i ladrocini degli altri. Una sola persona compiva allora mille volte piú lavoro di quanto non ne facessero prima parecchie persone.<br />
Non era piú cosa onorevole il far figura alle spese dei propri creditori. Le livree restavano appese nelle botteghe dei rigattieri. Quelli che brillavano per la magnificenza delle loro carrozze, le vendevano a poco prezzo. I nobili si liberavano di tutti i loro superbi cavalli tanto sontuosi e persino delle loro campagne, per pagare i loro debiti.<br />
Si evitavano le spese inutili con la stessa cura con cui si evitava la frode. Non si mantenevano piú degli eserciti all’estero. Non curandosi piú della stima degli stranieri e della gloria frivola che si acquista con le armi, non si combatteva se non per difendere la propria patria contro coloro che attendevano ai suoi diritti e alla sua libertà.<br />
Gettate ora lo sguardo sul glorioso alveare. Contemplate l’accordo mirabile che regna tra il commercio e la buona fede. Le oscurità che offuscavano questo spettacolo sono scomparse: tutto si vede allo scoperto. Quanto le cose hanno mutato il loro volto!</p>
<p>Coloro che facevano delle spese eccessive e tutti coloro che vivevano su questo lusso; sono stati costretti a ritirarsi. Invano tenteranno nuove occupazioni: esse non potranno fornir loro il necessario.<br />
Il prezzo dei poderi e degli edifici crollò. I palazzi incantevoli, i cui muri, simili alle mura di Tebe, erano stati elevati con armonia musicale, divennero deserti. I potenti, che prima avrebbero preferito perdere la loro vita piuttosto che veder cancellare i loro titoli fastosi scolpiti sui loro portici superbi, schernivano ora queste vane iscrizioni. L’architettura, quest’arte meravigliosa, fu del tutto abbandonata. Gli artigiani non trovavano piú nessuno che li volesse impiegare. I pittori non diventavano piú celebri con le loro pitture. La scultura, l’incisione, il cesello e la statuaria non furono piú rinomate nell’alveare.<br />
Le poche api che vi restarono, vivevano miseramente. Non ci si preoccupava piú di come spendere il proprio denaro, ma di come guadagnarne per vivere. Quando dovevano pagare il loro conto alla taverna, decidevano di non rimetterci piú piede. Non si vedevano piú le donne da bettola guadagnare tanto da poter indossare abiti drappeggiati d’oro. Torcicollo non donava piú delle grosse somme per avere del borgogna e degli uccelletti. I cortigiani, che si compiacevano di regalare a Natale alla loro amante degli smeraldi, spendendo in due ore tanto quanto una compagnia di cavalleria avrebbe speso in due giorni, fecero bagaglio e si ritirarono da un paese cosí miserevole.</p>
<p>La superba Cloe, le cui grandi pretese avevano un tempo costretto il suo marito troppo condiscendente a saccheggiare lo stato, ora vende il suo abbigliamento, composto dei piú ricchi bottini delle Indie. Ora sopprime le sue spese e porta tutto l’anno lo stesso abito. L’età spensierata e mutevole è passata. Le mode non si susseguono piú con quella bizzarra incoscienza. Dal canto loro, tutti gli operai che lavoravano le ricche stoffe di seta e d’argento e tutti gli artigiani che dipendevano da loro, si ritirarono. Una pace profonda domina in questo regno; e ha come sua conseguenza l’abbondanza. Tutte le fabbriche che restano producono soltanto le stoffe piú semplici; tuttavia esse sono tutte molto care. La natura prodiga, non essendo piú costretta dall’infaticabile giardiniere, produce bensí i suoi frutti nelle sue stagioni; però non produce piú né rarità, né frutti precoci.<br />
A misura che diminuivano la vanità e il lusso, si videro gli antichi abitanti abbandonare la loro dimora. Non erano piú né i mercanti né le compagnie che facevano decadere le manifatture, erano la semplicità e la moderazione di tutte le api. Tutti i mestieri e tutte le arti erano abbandonati. La facile contentatura, questa peste dell’industria, fa loro ammirare la loro grossolana abbondanza. Essi non ricercarono piú la novità, non hanno piú alcuna ambizione.<br />
E cosí, essendo l’alveare pressoché deserto, le api non si potevano difendere contro gli attacchi dei loro nemici, cento volte piú numerosi. Esse difendevano tuttavia con tutto il valore possibile, finché qualcuna di loro avesse trovato un rifugio ben fortificato.<br />
Non v’era alcun traditore presso di loro. Tutte combattevano validamente per la causa comune. Il loro coraggio e la loro integrità furono infine coronate dalla vittoria.<br />
Ma questo trionfo costò loro tuttavia molto. Parecchie migliaia di queste valorose api perirono. Il resto dello sciame, che si era indurito nella fatica e nel lavoro, credette che l’agio e il riposo, che mettono a sí dura prova la temperanza, fossero un vizio. Volendo dunque garantirsi una volta per sempre da ogni ricaduta, tutte queste api si rifugiarono nel cupo cavo di un albero, dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la contentatura dell’onestà.</p>
<p>MORALE</p>
<p>Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti piú eccellenti.<br />
È cosí che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori.</p>
<p><strong>Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV, pagg. 137-146</strong></p>
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