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	<title>Radovan Karadžić &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Amare lettere Montenegrine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Sep 2008 07:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Marko Vešović]]></category>
		<category><![CDATA[montenegro]]></category>
		<category><![CDATA[Radovan Karadžić]]></category>
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					<description><![CDATA[O l’uno o l’altro di Azra Nuhefendić «Noi che abbiamo vissuto l’assedio di Sarajevo non ne ricaveremo, si capisce, alcun profitto &#8230; questa conoscenza è la spada che non sguaineremo in ogni momento [ma] io almeno terrò sempre la mano sul suo manico». Marko Vešović, da La cavalleria polacca Marko Vešović, poeta, ha rifiutato l’importante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/montenegro.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/montenegro-300x276.jpg" alt="" title="montenegro" width="300" height="276" class="alignnone size-medium wp-image-8646" /></a><br />
<strong>O l’uno o l’altro</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendić </strong></p>
<p>«<em>Noi che abbiamo vissuto l’assedio di Sarajevo<br />
non ne ricaveremo, si capisce, alcun profitto &#8230;<br />
questa conoscenza è la spada che non sguaineremo<br />
in ogni momento [ma] io almeno terrò sempre la mano<br />
sul suo manico».</em></p>
<p>Marko Vešović, da <em><strong>La cavalleria polacca</strong></em></p>
<p>Marko Vešović, poeta, ha rifiutato l’importante premio letterario “Risto Ratković” che gli è stato assegnato in Montenegro per libro di poesie “Rastanak s Arencanom” (“Addio ad Arenzano”). Non vuole accettare quel riconoscimento che nel 1993 fu conferito a Radovan Karadžić.<br />
Radovan Karadžić, accusato per crimini contro l’umanità, scriveva poesie molto prima che diventasse un politico. Però, i premi letterari cominciò a ottenerli solo dopo essere divenuto Presidente della Repubblica Srpska di Bosnia.<br />
<span id="more-8633"></span><br />
In occasione del premio conferitogli nel 1993, Karadžić giunse a Bijelo Polje (città del Montenegro) su un carro armato; nei punti principali della città e sui tetti delle case si piazzarono i cecchini. “Fu un’occupazione, altro che evento culturale!”, scrisse a proposito lo scrittore Andrej Nikolaidis.<br />
Marko Vešović, è un grande personaggio del mondo culturale sarajevese; narratore, giornalista, intellettuale di feroce ironia. È considerato tra i poeti più importanti nell’area dell’ex Jugoslavia (tra le sue opere: “<em>La cavalleria polacca</em>”, ”<em>Chiedo scusa se vi parlo di Sarajevo”</em>).<br />
Nel rifiuto di Vešović c’è molto più di una consueta protesta civile contro qualcuno che, dei diritti umani e civili, non ha alcuna considerazione. “È inaccettabile il silenzio che vi è in Montenegro su quello che è successo durante la guerra in Bosnia Erzegovina … Rifiuto di far parte di questa vergogna montenegrina”, ha spiegato Vešović.</p>
<p>Prima della guerra, sia Karadžić che Vešović facevano parte dei circoli culturali di Sarajevo: entrambi poeti, per giunta legati da un’amicizia che risaliva ai tempi dell’università. Poi, connazionali montenegrini, arrivati a Sarajevo per studiare.<br />
Con la guerra, le loro vite hanno preso due vie opposte, e oggi sono su posizioni totalmente antitetiche. Mentre Karadžić &#8220;affilava i coltelli&#8221; per risolvere il problema dei turchi in Bosnia, Marko Vešović “ha affilato” la sua scrittura. E sul piano individuale, Vešović si è confermato il personaggio che tanti, me compresa, speravamo che fosse.</p>
<p>Una ventina d’anni fa, nel 1985, a Belgrado, dividevo l’appartamento con la mia amica Jelena, serba dalla Bosnia Erzegovina; suo marito, tale Dragan, era un srbijanac, cioè un serbo di Serbia. Tutti e tre giornalisti, ma Dragan anche aspirante poeta. Ci credevamo grandi intellettuali, facevamo tante chiacchiere e dibattiti presuntuosi sui temi “cruciali” dell’umanità.<br />
Eravamo spensierati e ci godevamo la vita. La logistica l’avevamo in Bosnia. Da là, gli sponsor, ovvero i genitori di Jelena, ci spedivano tutte le “porcherie” del maiale. Prima di Natale, come era usanza, abbattevano un suino e ci mandavano in continuazione salami, prosciutto, salsicce, lardo, pancetta. Noi, di sera, facevamo fuori tutto quanto, con molta cipolla, aglio, vino e un infinito bla, bla, bla.<br />
La guerra non ci passava neanche per la testa, neppure per un attimo. Era una cosa che succedeva ad altri, in luoghi lontani. Eravamo molto contenti e volevamo che quella vita durasse a lungo.<br />
Una di quelle sere avevamo discusso, come ipotesi teorica, su cosa dovesse accadere affinché cambi tutto, rovinando la nostra amicizia. Mi ricordo di aver detto che speravo di non cambiare sino al punto di non riconoscere più me stessa. </p>
<p>Questo particolare me lo ricordai ripetutamente, anche perché presto gli eventi ci avrebbero messo a dura prova, anche la nostra amicizia.<br />
Spero davvero di non aver tradito me stessa. Ma tocca agli altri giudicarlo. Intanto esiste un personaggio sul quale non ci sono dubbi. Questi è, appunto, Marko Vešović. Dalla guerra è uscito con una tale coerenza personale, un’onestà intellettuale e una forza morale, da assurgere a simbolo.<br />
Dalla prima sensazione di incredulità provata all’inizio della guerra (“ma è vero che sta succedendo proprio a noi?!”), Vešović si è risvegliato per comprendere di essere stato tradito e attaccato, non solo dai propri connazionali, ma anche dagli amici più stretti come Radovan  Karadžić, nonché da poeti-amici come Rajko Petrov Nogo,  Branko Čuljak e altri. “Il mio migliore amico mi ha fato bere il mio sangue come fosse una zuppa”, ha scritto Vešović.</p>
<p>Conosco quelli che durante la guerra si sono dimostrati deboli; quelli che non hanno potuto reggere gli orrori e sono scappati; quelli delusi, che hanno smesso di resistere, o altri, che si nascondevano dietro cariche politiche o sociali. Marko Vešović ha combattuto contro il male come un semplice fante. Nel modo migliore che sapeva fare, con le parole. Scriveva e scriveva.<br />
Per la gente di Sarajevo la sua presenza (poteva, ma non voleva lasciare la città) era importantissima. La sua scrittura infondeva coraggio, risvegliava la speranza. Li proteggeva dalla disperazione totale, da quello che temevano: che tutti i serbi fossero contro i bosniaci.<br />
Vešović affermava che è possibile essere prima un uomo, e poi magari un montenegrino, un serbo,  un bosniaco, un cattolico o un musulmano.<br />
Per il suo atteggiamento, per quello che scriveva e diceva, Vešović fu messo sotto un fuoco feroce da parte dei suoi connazionali. </p>
<p>In Montenegro diventò la personificazione del traditore, “il turco”, “il convertito”, “un balija” (termine spregiativo per indicare i bosniaci musulmani). La sua famiglia lo ripudiò, si vergognavano di lui. Gli tolsero la cittadinanza montenegrina, la chiesa serbo-ortodossa lo scomunicò, tutti lo maledivano.<br />
Ancora oggi, in Montenegro, quanto Karadžić viene considerato un eroe, tanto Vešović è considerato un traditore.<br />
Vešović è rimasto fedele a se stesso e ai suoi principi. Analizzava il male, lo metteva a nudo, lo ridicolizzava lo demistificava.<br />
Dopo la guerra ha continuato a vivere come una persona qualunque. In nessun modo ha “commercializzato” il suo patriottismo: vive nel piccolo appartamento che possedeva prima del conflitto, fa il docente, insegna, scrive. </p>
<p>Ma a Sarajevo, per alcuni si è dimostrato difficile da digerire il simbolo Ve`sovi`c. È più facile accogliere quelli che ci hanno tradito, che perdonare chi si è dimostrato migliore di noi.<br />
Questa malattia disturbava un altro poeta e scrittore bosniaco: Džemaludin Latić. Stretto collaboratore dell’ex presidente bosniaco Alija Izetbegović, patirono insieme il carcere per la loro appartenenza a un gruppo di musulmani nazionalisti, l’ala ultranazionalista  del partito SDA. Ma, ahimè, scappò da Sarajevo all’inizio della guerra per tornarci quando tutto era già finito.<br />
Non fu l’unico, ma si distinse perché in pubblico non poteva perdonare a Vešović di aver dimostrato quello nel quale egli non riuscì. E lo ha attaccato, non per la poesia, non per il comportamento, ma per il fatto di essere un montenegrino.<br />
Chi non trova le ragioni nei fatti, le trova nell’assurdità.<br />
Latić scrisse uno sporco articolo intitolato “Baš onako vlaški” (“Proprio come un vlah”, termine spregiativo per i serbi). Rimproverava a Vešović di essere “ancora a Sarajevo”, ovvero gli suggeriva di trasferirsi “tra i suoi”, gli negava l’autorità e il diritto di difendere i bosniaci e la Bosnia Erzegovina. </p>
<p>Vešović fu difeso dai colleghi scrittori (anche se non nel modo dovuto e sufficientemente risoluto, secondo il parere di un altro scrittore, Ozren Kebo). Due di loro, scrittori, e anche colonnelli dell’esercito bosniaco, hanno invitato Latić “a stare zitto”. In fine, dall’ufficio dell’Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, giunse l’ordine a Latić di scusarsi pubblicamente con Vešović “per averlo aggredito con parole di odio”.<br />
In Montenegro e in Serbia il caso fu preso “come l’inevitabile conferma ”dell’errore commesso da Vešović nel mettersi dalla parte dei turchi”.<br />
Neanche quella mazzata ha cambiato lo stile di vita che conduce Vešović. Lo aiutano un team di supporto, la gente comune, gli sconosciuti che quando lo incontrano per le vie di Sarajevo gli chiedono con un sorriso:<br />
”Come va professore?”<br />
In queste parole ingenue è compreso tutto: “un grazie, un riconoscimento, la complicità, la scelta identica”.</p>
<p>Il Montenegro non si è mai, almeno ufficialmente, scusato con la Bosnia per il comportamento tenuto durante la guerra. I soldati montenegrini combattevano dalla parte dei serbi, la polizia montenegrina catturava e consegnava ai serbi, i bosniaci che si erano rifugiati in Montenegro (molti di essi sono stati uccisi o sono scomparsi). Per il fine settimana dal Montenegro partivano le cosiddette brigate “degli elettrodomestici”, civili che durante il weekend andavano in Bosnia per saccheggiare, uccidere, distruggere.<br />
La società montenegrina è sempre stata e lo è ancor oggi, patriarcale; conta molto l’appartenenza alla propria tribù. Nei discorsi sia privati che pubblici, spesso si fa appello all’onestà e al coraggio. In questo contesto ai montenegrini piace citare Marko Mljanov, un eroe montenegrino, scrittore e ufficiale dal diciottesimo secolo, che ha fissato la differenza tra  “eroismo e umanità” (čojstvo i junaštvo).<br />
Per Miljanov l’eroismo è difendere i deboli dagli aggressori, l’umanità è  proteggere gli altri da se stessi.<br />
Durante la guerra in Bosnia, i montenegrini hanno tradito se stessi in tutte e due le cose. E ancora non hanno né il coraggio, né l’umanità per riconoscere d’aver sbagliato.<br />
Quelli che hanno stabilito che la poesia di Marko Vešović merita un premio per il suo valore letterario, non trovano la forza di riconsiderare i motivi e togliere i dubbi che esistono sul fatto che lo stesso riconoscimento lo conserva anche l’ex Presidente Radovan Karadžić.<br />
I due si escludono. O Marko o Radovan. </p>
<p>Editing:<em> Ljiljana Avirovic</em></p>
<p>articolo uscito su <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/10124/1/42/">Osservatorio Balcani</a></p>
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		<title>Dalla parte dei Serbi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2008 12:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Goran Paskaljevic]]></category>
		<category><![CDATA[Radovan Karadžić]]></category>
		<category><![CDATA[serbia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendic Tra tutti i commenti che ho sentito dopo la cattura di Radovan Karadžić, le parole che mi cono piaciute di più sono state quelle di un anonimo passante di Belgrado (TV Belgrado, 22/07): “Questo vuol dire la fine della srpstvo”. Se fosse vero, sarebbe davvero un ottimo segnale! Srpstvo per i serbi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6XbzZhAmwtE&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param></object></p>
<p>di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>Tra tutti i commenti che ho sentito dopo la cattura di <strong>Radovan Karadžić</strong>, le parole che mi cono piaciute di più sono state quelle di un anonimo passante di Belgrado (TV Belgrado, 22/07):  “<em>Questo vuol dire la fine della <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZGlWXj_JPFk">srpstvo</a></strong></em>”. Se fosse vero, sarebbe davvero un ottimo segnale!<br />
Srpstvo per i serbi è l&#8217;equivalente del vostro “italianità”. Io, come presumo la maggior parte della gente, associo l’italianità alla storia, alla cultura, alla moda, al design, al buon vino, alla cucina tipica ecc.<br />
La parola <em>srpstvo</em>, al contrario, non mi fa pensare a neanche una cosa positiva.<br />
<span id="more-7258"></span><br />
La verità triste e tragica è che negli ultimi 20 anni il termine srpstvo si è riempito di significati essenzialmente negativi: la guerra, la distruzione, il genocidio, lo stupro, i crimini, i campi di concentramento, il nazionalismo, il fascismo. </p>
<p>&#8220;L&#8217;identità della Serbia è legata al crimine&#8221;, sostiene il noto avvocato, editore a Belgrado,  <a href="http://www.aforcemorepowerful.org/films/bdd/story/cast.php">Srdja Popović.</a><br />
Alcuni nomi serbi come Milošević, Mladić o Karadžić, anche essi legati al srpstvo, hanno ottenuto fama mondiale;  sono diventati il sinonimo del male, pari ai nomi di Hitler, Eichmann, o Bin Laden.<br />
Lo stesso termine coniato all’inizio della guerra in Bosnia, “pulizia etnica”, si rifà a <em>srpstvo</em>. Infatti l&#8217;English Lexicon, famoso dizionario inglese, , che ogni anno si aggiorna prendendo  nuovi termini dalle varie lingue nazionali, nel 2007 ha preso proprio dalla lingua serba l’espressione “pulizia etnica” sancendone il legame con serbi e con la srpstvo, finché ci sarà parola scritta.</p>
<p>“<em>La distruzione è il monumento principale della cultura serba di oggi</em>”, dichiara lo scrittore bosniaco <a href="http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/karadzic/interviews/vesovic.html">Marko Vešović </a>(“Dani”,28/07/08)<br />
Più in generale , <em>srpstvo</em>, oggi significa una politica fatale e fallita che la Serbia ha conseguito negli ultimi due decenni e grazie alla quale, cercando di costruire uno stato etnicamente puro,  ha voluto e perso quattro guerre.</p>
<p><em>“Tutto quello che Miloševic e i suoi seguaci sapevano fare era diffondere l’odio e mettere i vicini uno contro l’altro</em>”, scrive <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Charles_Simic">Charles Simić </a> (The New York Review, 12/2008), poeta americano di origine serba, stigmatizzato traditore perché era contro la politica nazionalista serba negli anni novanta.</p>
<p>Sui campi di battaglia la Serbia è stata sconfitta, eppure gli ideatori e i teorici del nazionalismo serbo sono “sani e salvi” senza rinunciare all’idea di una grande Serbia. Circa il 40 per cento della popolazione della Serbia ancora oggi li segue.</p>
<p>“<em>Il nazionalismo serbo è ancora vivo nelle scuole, nelle università, nei media</em>”, sostiene <a href="http://www.usip.org/specialists/bios/archives/biserko_sonja.html">Sonja Biserko</a>, presidente dell&#8217;Helsinki Committee in Serbia. Il nazionalismo però non è una pianta selvatica che cresce da sola, va nutrito, incoraggiato, sollecitato.</p>
<p>Tra i principali sostenitori del nazionalismo serbo, della srpstvo, c&#8217;è la Chiesta serbo ortodossa. Nega i crimini di guerra, nega il genocidio di Srebrenica, è contro l’Europa, odia Tribunale dell&#8217;Aja.<br />
Il suo silenzio a proposito della cattura di Karadžić è stato, nei fatti, più chiaro di qualsiasi dichiarazione. </p>
<p><em>“La sorte di Radovan Karadžić è la sorte di tutto il popolo serbo”</em>. Con questa pretesa il Patriarca Pavle ha iniziato e firmato, nel 1997, insieme ad altri 60 intellettuali serbi, la dichiarazione per la difesa di Karadžić.<br />
Stesso silenzio della Chiesa ha accompagnato la pubblicazione del filmato dei paramilitari serbi “Scorpioni”, battezzati da un prete ortodosso, prima che andassero a uccidere 16 bosniaci di Srebrenica.(vd fine del <a href="http://it.youtube.com/watch?v=HdMOG3gJvYs">filmato)</a></p>
<p>Come reagire allora di fronte alla dichiarazione rilasciata dalla Chiesa serbo ortodossa, nel 1993, dopo che il mondo aveva scoperto l&#8217;orrore dei campi di concentramento in Bosnia: ”<em>Nel nome della verità di Dio… Confermiamo, con tutta la responsabilità morale, che i campi di concentramento non sono esistiti e non esistono in Bosnia</em>”. </p>
<p>Poi ci sono gli intellettuali serbi che nutrono la srpstvo, la tengono viva. La lista è vergognosamente lunga. Lo scrittore <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dobrica_Ćosić">Dobrica Čosić</a>, autore dell&#8217;idea di “trasferimento umano”, cioè della pulizia etnica; lo storico Milorad Ekmecić secondo cui <em>200.000 morti non sono nulla a confronto dei risultati storici della guerra</em>; lo scrittore Dragos Kalajić che, vedendo Sarajevo in fiamme, aveva scritto “<em>ho sentito caldo intorno al cuore</em>”; il poeta Rajko Petrov Nogo che sosteneva invece: ”<em>noi serbi abbiamo bisogno di bere il nostro bicchiere di sangue</em>”; il poeta Matija Becković che, infelice del fatto che la guerra fosse finita, aveva scritto la poesia “Ceracemo se još” (Non è finita) promettendo ancora morte e sangue; oppure lo storico Kosta Cavoski, insieme all&#8217;ex primo ministro Vojislav Kostunica fiero “custode e garante di Karadžić e Mladić”; lo scrittore Todor Dutina, che aveva dichiarato: ”<em>Se non sappiamo scrivere, almeno sappiamo bruciare le biblioteche</em>”.</p>
<p>Poi i giornalisti e i direttori dei principali quotidiani e della TV di Belgrado. I media in Serbia, secondo la giornalista di Belgrado Svetlana Vuković, “<em>sono il centro della politica revisionista e nazionalista e concedono spazio agli ultra-nazionalisti e ai clerico fascist</em>i”.<br />
Il risultato è che i giovani serbi manifestavano a Belgrado contro la cattura di Karadžić. Molti non erano neanche nati durante l’ultima guerra, o erano così piccoli che non potevano né sapere né capire cosa stesse succedendo. Non sanno cosa è successo a Srebrenica ma promettono che si ripeterà, e cantano:</p>
<p><italic>”Dormi tranquilla, Fata,<br />
Tutti i tuoi sono sgozzati,<br />
Tranne Mujo,<br />
Lui e’ impiccato sulla porta”</italic></p>
<p>I creatori del caos, i maghi del nazionalismo nero, quelli che non hanno ancora rinunciato al sogno di una Serbia grande e etnicamente pulita contano su questi giovani e sul <em>srpstvo</em> risvegliato; contano sui giovani disoccupati e senza futuro nella Serbia di oggi, l’80 percento dei quali non ha mai viaggiato fuori dal Paese. </p>
<p>L’anonimo passante che ha detto che la cattura di Karadžić rappresenta la fine della <em>srpstvo</em>, era disperato per questo fatto. Ma io quella affermazione l&#8217;ho presa come un buon segno, e spero proprio che la srpstvo stia finendo.</p>
<p>Sono convinta che la fine della srpstvo, cioè del nazionalismo serbo, possa fare bene alla Serbia, ai Balcani, e all’Europa. </p>
<p>Per questo tifo per la Serbia! E spero tanto che presto farà altri passi necessari verso l&#8217;Europa, che entrerà a farne parte il più presto possibile. Prima anche della Bosnia Erzegovina e della Croazia. </p>
<p>So che non sarebbe giusto premiare, in tale modo, un Paese considerato come il principale responsabile del male che ha dominato nei Balcani negli anni novanta. Ma, ne sono convinta, la Serbia europea farà bene a se stessa e al resto di noi.</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong></p>
<p><em>Al festival del cinema all&#8217;aperto della Villette a Parigi, poco dopo il conflitto in ex Yugoslavia vidi un bellissimo film, <strong>la polveriera </strong> di Goran Paskaljevic. Un film che uno degli spettatori accanto a me aveva definito, Pulp Fiction dei Balcani. Per me era molto di più. E per questo ho voluto inserirlo nel post di Azra, riportando l&#8217;intervista che ho trovato in rete, del 1999, al regista,  come augurio da parte mia a tutti i miei amici serbi perché &#8221; un&#8217;altra Serbia sia possibile&#8221;.</em></p>
<p><em>La parola al regista</em> </p>
<p><em>Negli ultimi anni, sono stati realizzati diversi film sul conflitto che ha insanguinato e diviso ciò che una volta era la Yugoslavia, tutti quasi esclusivamente imperniati sulla Bosnia.<br />
Come yugoslavo di origine serba, sentivo da tempo il bisogno di mostrare, attraverso il destino di &#8220;gente comune&#8221;, lo stato d&#8217;animo del mio popolo che, non va dimenticato, subisce ancor oggi, nella vita di tutti i giorni, le conseguenze di un lungo embargo, che mirava a indebolire il regime in atto ma in realtà non ha fatto che colpire i più deboli.<br />
Ci sono voluti anni perché la Serbia democratica si risvegliasse e chiedesse la caduta di un regime che ha prodotto una società basata sulla legge del più forte. Oggi, purtroppo, è questa la legge imperante nella maggior parte dei paesi slavi, dove la cultura del fatalismo distrugge qualunque iniziativa di cambiamento.<br />
E&#8217; per questa ragione che Boris, Manè, Dimitri, Ana, Kosta, Natalia e tutti gli altri, credono di avere in pugno la loro vita e sono in realtà trascinati in una spirale di follia balcanica. Il che non fa perdere loro il senso dell&#8217; umorismo e soprattutto, non gli impedisce di dare prova di umanità.<br />
E&#8217; in questa umanità che ripongo le mie speranze.<br />
</em></p>
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