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	<title>Raimondo di Maio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Rivista Sud on line</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jun 2013 06:22:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da qualche settimana l&#8217;intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente qui Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Luis de Miranda per noi ed è stato pubblicato sul numero tre, edito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche settimana l&#8217;intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente<a href="http://indypendentemente.com/it/sud-periodico.html"> qui </a> Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Luis de Miranda per noi ed è stato pubblicato sul numero tre, edito da Raimondo di Maio <a href="http://www.dantedescartes.it/">(Dante &amp; Descartes</a>) .(effeffe)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Pages-from-SUD-03.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Pages-from-SUD-03-716x1024.jpg" alt="Pages from SUD 03" width="700" height="1001" class="alignleft size-large wp-image-45756" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Pages-from-SUD-03-716x1024.jpg 716w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Pages-from-SUD-03-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/Pages-from-SUD-03.jpg 1006w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><strong>Divenite plastico. Poi esplodete</strong>.<br />
di<br />
<strong>Luis de Miranda</strong><br />
<em>traduzione di Laura Toppan</em></p>
<p>Un libro uscito di soppiatto lo scorso marzo, intitolato <em>Che fare del nostro cervello?</em>, esprime un concetto ‘politico-neuronale’ che potrebbe divenire la parola-chiave del prossimo decennio: plasticità. O quando il nostro cervello ridiventa dinamite.</p>
<p>Altolà: tutti quelli che si disperano, perché non credono più in una possibile rivoluzione all’interno del nostro nuovo mondo concentrazionario, aspettino prima di suicidarsi. Un barlume di speranza sembra ancora permesso, e non arriva né dalla Cina né da Cuba, ma esplode dall’interno del nostro cervello.</p>
<p>Jean-Pierre Changeux, nel suo libro <em>L’uomo dei neuroni</em>, ci aveva messo in guardia vent’anni fa: la <em>«scoperta della sinapsi e delle sue funzioni sarà rivoluzionaria tanto quanto quella del DNA»</em>. Alla lettura di questo libercolo fondamentale della filosofa Catherine Malabou (Che fare del nostro cervello?, edito da Bayard) siamo costretti a constatare che il DNA fascista si sta opponendo ad una teoria moderna che fa della corteccia (e non solamente del pensiero) un alleato dell’ideale della liberazione. Di che cosa si tratta? Innanzitutto di una buona notizia, in questi tempi di mimetismo gregario, perché «sono gli uomini che costruiscono il loro cervello e non sanno nemmeno di farlo: quindi il nostro cervello è un’opera». Ed è questa la plasticità, perché il cervello non è mai fissato una volta per tutte: durante tutta la vita i neuroni si attivano o si disattivano a seconda della storia e della volontà dell’individuo; così il cervello non è una macchina, ma è capace di rimodellarsi. E in che cosa è una nuova potenza rivoluzionaria? Per capirlo bisogna passare attraverso <em>Il nuovo spirito del capitalismo</em> di Luc Boltanski ed Eve Chiapello, che notano come <em>«il funzionamento dei neuroni e il funzionamento sociale si diano mutuamente forma, come se il funzionamento dei neuroni si confondesse con il funzionamento naturale del mondo»</em>. Ma questa situazione potrebbe anche essere rovesciata.</p>
<p>Sappiamo, almeno sin dai tempi di Deleuze, che viviamo in una società reticolare. «Abbiamo compreso da un pezzo &#8211; sottolinea Catherine Malabou &#8211; che oggi sopravvivere significa essere connessi in rete, essere capaci di modulare la propria efficacia. Sappiamo bene che ogni perdita di flessibilità corrisponde ad una pura e semplice messa in gioco». Insomma, bisogna essere flessibili, ma è proprio qui che prende forma una tesi illuminante: la flessibilità nel lavoro, divenuta il leitmotiv del neocapitalismo, non ha nulla a che vedere con la plasticità autocreatrice. O, detto in termini più filosofici, <em>«la flessibilità è la metamorfosi ideologica della plasticità. Essere flessibili significa ricevere la forma o l’impronta, poter piegarsi, essere docili, non esplodere. Manca, alla flessibilità, il potere di creare, di stilare, di inventare o anche di cancellare un’impronta. La flessibilità è la plasticità meno il suo genio»</em>. E non si tratta di divagazioni filosofiche, perché il biologo Jean-Pierre Ameisen aveva già insistito (nel 1999 ne <em>La scultura del vivente</em>) sul fatto che il cervello, lontano dall’essere &#8211; come si è creduto a lungo &#8211; un organo ben costituito interamente sin dalla nascita, è un’istanza che riceve e si dà forma allo stesso tempo. Da cui riconciliare con la natura quelli che sarebbero tentati, ancora una volta, dal disprezzo del corpo. <em>«L’idea</em> &#8211; sottolinea Catherine Malabou &#8211; <em>di un rinnovamento cellulare, di una rigenerazione, di una risorsa ausiliare della plasticità sinaptica, mette in luce la potenza della guarigione &#8211; cura, cicatrizzazione, compensazione, rigenerazione, capacità del cervello di elaborare delle protesi naturali» </em>e di diffondere le sue trovate attraverso la contaminazione (per esempio attraverso un articolo in un’altra rete: il Net). Sembrerebbe quindi, visti i risultati recenti delle neuroscienze, che il famoso mind-body problem &#8211; come lo chiamano i cognitivisti &#8211; prenda un nuovo orientamento. Già due anni prima Marc Jeannerod concludeva così il suo libro <em>La natura dello spirito:</em> «<em>il paragone tra cervello e computer non è pertinente»</em>. Deleuze, uno dei rari filosofi a interessarsi alle ricerche neuroscientifiche degli anni ’80, l’aveva presentito nel suo libro sul cinema <em>L’image-temps</em>, in cui parla del cervello come di un «sistema accentrato», di un «effetto di rottura» con l’immagine classica che ci si fa di lui. <em>«La scoperta di uno spazio celebrale probabilistico o semi-fortuito, an uncertain system </em>&#8211; afferma Deleuze &#8211;<em> evoca l’idea di un’organizzazione multipla, frammentaria, un insieme di micro-poteri piuttosto che la forma di un comitato centrale</em>». Si può allora paragonare il cervello a un regista cinematografico, poiché la sua plasticità diventa l’immagine reale del mondo. Un’immagine che ispirerà altri registi, non sempre ben intenzionati. «<em>Così</em> &#8211; nota Catherine Malabou &#8211; <em>è in riferimento a questo tipo di funzionamento che la letteratura di management di oggi raccomanda il lavoro di squadra flessibile, di neuroni, ove il capo è un connettivo. Chi non è flessibile deve scomparire»</em>. E prima di scomparire, merita di soffrire.</p>
<p>In <em>Fatica di essere se stessi</em>, libro dedicato all’esaurimento nervoso e alla nuova psichiatria, il sociologo Alain Erhenberg dimostra che esiste una frontiera tra sofferenza psichica e sofferenza sociale. La depressione è ciò che un altro sociologo, Robert Castel, chiama la «dis-affiliazione». In entrambi i casi si tratta spesso di una sofferenza d’esclusione, che si declina in altrettante malattie della flessibilità. «In un mondo ‘connessionista’, ove la grandezza sociale presuppone lo spostamento &#8211; aggiungono Boltanski e Chiapello &#8211; i grandi approfittano dell’immobilità dei piccoli; l’immobilità è infatti la fonte principale della miseria di quest’ultimi. Ognuno vive così nell’angoscia permanente di essere sconnesso, lasciato, abbandonato da coloro che si spostano». Ma, ed è l’altra buona notizia veicolata dalla plasticità, la depressione, che è divenuta oggi un fenomeno troppo massiccio per non annunciare un cambiamento più generale, potrebbe essere la prima tappa dialettica di una riconfigurazione collettiva delle coscienze. Jean-François Allilaire, professore di psichiatria all’università Sorbonne Paris-VI, ha messo in evidenza i legami tra depressione e spostamenti di neuroni: «la depressione, cioè la sofferenza psichica in generale, è associata ad una diminuzione delle connessioni di neuroni»; una diminuzione che corrisponde, la maggior parte delle volte, ad una inibizione né involontaria né tangibile. Insomma, la depressione potrebbe essere una forma collettiva di resistenza passiva contro la flessibilità. Nonostante ciò, a livello individuale, «dobbiamo imparare nuovamente &#8211; afferma Christine Malabou &#8211; a metterci in collera, a esplodere contro una certa cultura della docilità, dell’amenità, della cancellazione del conflitto; proprio ora che viviamo in uno stato di guerra permanente».</p>
<p>Il cervello sta forse riscoprendo, all’alba del XXI secolo, che è un processo dialettico ed è quindi giunto il momento di rileggere Hegel e anche Bergson, per il quale ogni movimento vitale è plastico, nel senso che deriva da un’esplosione e allo stesso tempo da una creazione: è solo fabbricando degli esplosivi che la vita dà forma alla propria libertà e che volta le spalle al determinismo. E poiché oggi le parole sono più potenti degli esplosivi creati dalla natura con la complicità del cervello, leggiamo, per concludere, questo passaggio dall’Energia spirituale: «l’artificio costante della coscienza, dalle sue origine più umili e nelle forme viventi più elementari, è di cambiare la legge della conservazione dell’energia ottenendo dalla materia una fabbricazione sempre più intensa di esplosivi sempre più utilizzabili. È sufficiente allora un’azione estremamente debole, come quella di un dito che preme senza sforzo il grilletto di una pistola, per liberare, al momento voluto e nella direzione prescelta, una somma il più grande possibile di energia accumulata. Fabbricare ed utilizzare degli esplosivi di questo genere sembra essere la preoccupazione continua ed essenziale della vita, dalla sua prima apparizione nelle masse protoplasmatiche deformabili a volontà fino alla sua completa espansione in organismi capaci di azioni libere». A tutti gli attentatori al plastico, arrivederci.</p>
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		<title>Rivista Sud on line</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2013 09:18:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche settimana l&#8217;intera collezione di Sud è scaricabile gratuitamente<a href="http://indypendentemente.com/it/sud-periodico.html"> qui </a> Moltissime sono state le collaborazioni eccellenti per i quindici numeri pubblicati ma anche gli esordi che la nostra rivista ha reso possibili. Il testo che vi propongo è stato scritto da Yasmina Khadra per noi ed è stato pubblicato sul numero uno, edito da Raimondo di Maio <a href="http://www.dantedescartes.it/">(Dante &amp; Descartes</a>) .(effeffe)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45712" title="Sud n.1" alt="Pages-from-SUD-011-700x500" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011-700x500.jpg" width="700" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011-700x500.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011-700x500-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011-700x500-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Pages-from-SUD-011-700x500-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><strong>Viva il talento</strong><br />
di<br />
<strong>Yasmina Khadra</strong><br />
<em>traduzione di Martina Mazzacurati</em></p>
<p>Sono rimasto pensieroso, quel sabato 30 novembre 2002. Pensieroso e scosso. Letteralmente preso in contropiede. La Francia sempiterna rendeva omaggio ad uno dei suoi più sbalorditivi romanzieri, Alexandre Dumas, innalzandolo all’empireo del Pantheon. Il presidente Chirac ostentava la sua più solenne gratitudine nel rivolgersi alla spoglia di Alexandre Dumas, quel mulatto dai capelli crespi la cui pelle non abbastanza chiara offriva in passato il fianco a tanta indelicatezza. Quella sera, in una Parigi completamente sedotta, abbiamo capito una cosa essenziale: il genio si sottrarrà sempre alla meschinità.</p>
<p>Eppure, in altri tempi, questa stessa Francia non era stata così tenera con i suoi scrittori. Hugo, Zola, Jules Vallès, per citarne solo alcuni, erano stati messi al bando, con schiere di creditori alle calcagna, di sbirri zelanti, quando non si trattava di oscuri critici allergici alla luce radiosa del talento.<br />
Quanti poeti eccelsi, vero, Baudelaire? Quanti romanzieri illuminati, giganti straordinari hanno dovuto subire l’esclusione e la crudeltà dei loro detrattori, restando a vegetare in condizioni penose, aspettandosi il peggio solo perché offrivano ai loro simili il meglio di sé?</p>
<p>Ma la Francia, che non perdona mai, sa come farsi perdonare. Dopo le grettezze e le piccole ingratitudini, ecco arrivata l’ora degli omaggi tardivi, belli, sinceri, magici, grandiosi, per ridare evidenza alla grandezza incontestabile della nazione. Parigi ricorda e si raccoglie; le sue strade si prestano straordinariamente alla messinscena della mitizzazione; la guardia repubblicana cadenza il passo sulla marcia funebre; la Francia degli dei riscopre il suo olimpo, raramente ha superato sé stessa come in quel sabato.</p>
<p>E tuttavia, proprio nel momento in cui Alexandre Dumas viene innalzato al rango che compete alla sua generosità, le consorterie segregazioniste di ieri si preparano a infierire. La cerimonia è appena terminata e già la falsa bohème rimette in campo le sue frustrazioni, le lingue biforcute, abilissime nel dire tutto e il contrario di tutto, riprendono il volo e i guru delle Lettere rinnovano la loro stupefacente vocazione: proscrivere il colpo di genio, destituire i meriti, dequalificare il talento autentico e consacrare volgari scempiaggini a scapito di opere sublimi.</p>
<p>In quella medesima settimana, mentre i Francesi esumavano il loro Grande estinto per portarlo alle stelle, in Algeria si continuava a profanare le tombe e a “resuscitare” i nostri cari dispersi solo per buttarli nel fango. Un superbo poeta, Tahar Djaout, assassinato dagli integralisti nel 1993, viene bruscamente strappato al sonno eterno per essere esposto agli anatemi. Ed è così che un tale scrittore fallito, Tahar Ouettar, autore di lingua araba nonché guru nei suoi momenti bui, trova che il fatto di scrivere in francese sia gravemente oltraggioso.<br />
Oltraggioso per chi?</p>
<p>Per la letteratura algerina o per quei pennivendoli da serraglio, a lungo adulati in mancanza di concorrenza nell’epoca in cui le vere vocazioni erano imbavagliate dalla canaglia messianica che ci governava e che oggi si ritrovano faccia a faccia con la loro mediocrità?<br />
A quei nostalgici del tempio virtuale vorrei dire che la letteratura non è una questione di lingua, ma una questione di “verbo”. E il “verbo” è innato, viscerale – lo si possiede o non lo si possiede. E certo non s’improvvisa, né se ne fa merce di scambio, e se – per le esigenze della Causa – lo si dovesse costruire di tutto punto, non durerebbe che il tempo di uno slogan, perché l’autenticità del talento si valuta a conti fatti, in funzione della sua longevità. Gogol non è un genio perchè è russo, lo è grazie alle eccezionali doti di domatore di parole, come Camus, Naguib Mahfouz, Mutis, o Musil. Questi esseri divini addomesticano la lingua a beneficio delle parole; quando scrivono, si innalzano al di sopra dei vocaboli per raggiungere gli spiriti; diventano maghi, incantatori, visionari illuminati, e mettono il loro talento al servizio degli uomini, di tutti gli uomini senza distinzione di razza o di costumi perché la letteratura è la patria di tutti.</p>
<p>Lo scrittore che non ha ancora centrato il problema, commette un grossolano errore di processo; il suo posto non è nei libri, ma nel disprezzo degli assennati.<br />
“Scrivere” non ha bisogno di complementi, è un verbo autosufficiente. In arabo, in cinese, poco importa; tutti gli incantesimi si assomigliano, a patto che non ci siano guastafeste. La felicità di uno scrittore sta nell’essere letto. I lettori non sono più Australiani, Indiani, Fiamminghi, Croati, Italiani o Libanesi; sono i SUOI lettori. Le frontiere non hanno senso quando gli uomini si capiscono. E quando degli energumeni riescono a perdere il treno, quando sanno che non hanno niente da dare, quando la loro insignificanza li riacciuffa, diventano malvagi come iene.<br />
Non c’è peggiore orrore della gelosia.</p>
<p>Invece di mobilitarsi intorno ad uno splendido progetto, di consolidare i bastioni delle nostre ambizioni e di operare perché l’intelligenza dia scacco matto al gioco d’astuzia e alle connivenze, nel mio paese ci si accanisce a sgozzare le teste che predominano.<br />
Brahim Llob scrive al riguardo: <em>“ In Algeria, le cose vanno così, senza scampo. C’è in noi una sorta di piacere perverso nel non dissociare il successo altrui dall’eresia, o dalla fellonia. Questo pregiudizio esercita su di noi un prurito doloroso e piacevole al tempo stesso; potremmo grattarci a sangue senza pertanto volerci fermare. Cosa volete? Ci sono persone strutturate così: contorte perché incapaci di restare dritte, cattive perché hanno perso la fede, infelici perché amano profondamente esserlo. A memoria di Algerino, non abbiamo mai nemmeno tentato di riconciliarci con la nostra verità. Quale salvezza possiamo mai prescrivere ad una nazione quando il fior fiore dei suoi figli, che dovrebbe risvegliare le coscienze, comincia con il travestire la sua?”</em></p>
<p>Quello che dovremmo ritenere della nostra rovina odierna è, senza ombra di dubbio, questa cecità morbosa che ci impedisce di vedere la bellezza di ognuno di noi, questa ostilità cretina che ci aizza come un’orda di cani rabbiosi contro le nostre prodezze, questa grettezza che ci rende fragili ogni volta che la notorietà apre le braccia ad uno di noi. Dal momento che una rondine non fa primavera, nessuno scrittore può, da solo, incarnare la letteratura.<br />
Così come, quando il talento eccelle, diventa ridicolo contestarlo. Anzi, bisogna saperlo salutare. E’ là che risiede il buonsenso. La grandezza non consiste nello sminuire gli altri nello scopo di sovrastarli; essa è il coraggio e la probità intellettuali di inchinarsi davanti alla magnificenza che li distingue.</p>
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