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	<title>raul castro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cuba, l&#8217;isola che c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 08:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giampaolo Graziano Prima la liberalizzazione della vendita di lettori dvd, personal computer e forni a microonde, poi l&#8217;accesso ai telefoni cellulari, finora riservati a funzionari e dipendenti di società con capitali esteri: costano nove mesi di un salario cubano, ma chi traffica con i turisti o riceve le rimesse dei familiari emigrati a Miami, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giampaolo Graziano</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lavana-foto-di-paolo-graziano1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6058" title="lavana-foto-di-paolo-graziano1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lavana-foto-di-paolo-graziano1.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Prima la liberalizzazione della vendita di lettori dvd, personal computer e forni a microonde, poi l&#8217;accesso ai telefoni cellulari, finora riservati a funzionari e dipendenti di società con capitali esteri: costano nove mesi di un salario cubano, ma chi traffica con i turisti o riceve le rimesse dei familiari emigrati a Miami, finisce che può anche permetterselo. Domani potrebbe essere la volta dei viaggi all&#8217;estero e di una piccola rivoluzione nell&#8217;organizzazione agricola. Forse. Perché quando si parla di trasformazioni sociali ed economiche, nell&#8217;isola di Cuba, un discreto condizionale è d&#8217;obbligo, soprattutto a prevenire le incomprensioni occidentali.<span id="more-6056"></span></p>
<p>Sono atterrato all&#8217;Avana in una notte limpida del gennaio scorso, quando di riforme si parlava con l&#8217;interesse che si riserva all&#8217;ultimo incontro del <em>Campeonato de Pelota</em>, il torneo nazionale di baseball: un argomento appassionante proprio perché squisitamente superfluo. L&#8217;errore sta tutto qui, nella riduzione della questione cubana (e di quella tibetana, cinese, venezuelana&#8230;) alle parole chiave della società euroamericana: libertà, democrazia, consumo, individuo. L&#8217;incomprensione occidentale per questo socialismo in salsa caraibica trabocca interamente nel primo sguardo spaesato all&#8217;antica capitale coloniale, L&#8217;Avana <em>vieja</em>, brulicante di vita e passioni nella penombra della notte tropicale. Per essere una metropoli insonne di circa 3 milioni di abitanti, al viaggiatore occidentale L&#8217;Avana apparirà inspiegabilmente buia. Colpa della nebbia atlantica o squisita sensibilità crepuscolare? Niente di tutto ciò: è soltanto l&#8217;effetto della crisi energetica che, dall&#8217;inizio degli anni &#8217;90, costringe a ridurre all&#8217;osso l&#8217;illuminazione pubblica. Di questo si preoccupa il cittadino cubano, con apprensione molto maggiore di quanta ne riservi al tema delle &#8220;liberalizzazioni&#8221;: quando migliorerà la situazione energetica? e quando s&#8217;allargheranno le maglie dell&#8217;embargo statunitense? <em>Cuándo</em>?</p>
<p>Frutto dell&#8217;atteggiamento pragmatico che s&#8217;esercita nelle ristrettezze, le riforme del neopresidente Raul Castro, succeduto in piena continuità al <em>líder maximo</em> Fidel, suo fratello, non derivano da un diverso punto di vista sul problema delle libertà personali, ma sono il risultato del migliore approvvigionamento del paese: un (temporaneo?) incremento delle disponibilità di energia che, secondo alcuni osservatori, sarebbe l&#8217;indizio più eloquente del progressivo sgretolamento della struttura dell&#8217;embargo.</p>
<p>In ogni caso, Cuba continua a lottare con la carenza di combustibile e risorse energetiche sin dal 1991, anno in cui la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica ha abbattuto del 90% il volume di scambi con l&#8217;estero. Da allora il sistema nazionale dei trasporti è entrato in una lunga crisi, che il popolo cubano affronta con un misto di rassegnazione e spirito d&#8217;iniziativa: sulle strade, compresa l&#8217;<em>Autopista Nacional</em>, che collega la capitale a Camagüey, sono ricomparsi i carri trainati da muli, mentre le auto d&#8217;epoca ­- le Mercury, le Buick, le Cadillac importate sull&#8217;isola prima della rivoluzione del &#8217;59 e golosamente fotografate dai reporter di tutto il mondo &#8211; sono state dichiarate da Castro patrimonio nazionale e circolano ancora nelle vie dell&#8217;Avana, magari taroccate con i robusti motori Lada di produzione russa.</p>
<p>Grazie alla necessità di tenere in vita il più a lungo possibile queste vecchie signore, i cubani sono diventati i migliori meccanici del pianeta, e non è raro vederli trascorrere i pomeriggi festivi con la testa nel cofano, in cerca di quel dannato rumore metallico. Ma soprattutto, il Governo cubano ha trasformato l&#8217;antiquato parco auto dell&#8217;isola in un sistema di trasporto pubblico informale e tuttavia adatto allo scopo: «la <em>botella</em>, l&#8217;autostop di Stato &#8211; dice Esteban Morales, dirigente del Dipartimento dell&#8217;Economia &#8211; è un modello di solidarietà socialista e una risposta all&#8217;assedio economico che Cuba subisce da più di quarant&#8217;anni». Tutti i crocevia delle principali arterie di comunicazione dell&#8217;isola, specie quelli che si trovano alle porte delle maggiori città, sono presidiati da decine di persone in attesa del passaggio giusto, del mezzo che procede nella propria direzione: alcuni sventolano qualche <em>peso</em> cubano per indicare che sono disposti a condividere le spese della benzina, altri si affidano soltanto al buon cuore dei conducenti. Qualora non bastasse, ci pensano gli <em>Amarillos</em> a fermare i &#8220;veicoli di Stato&#8221; (l&#8217;80% del totale, contrassegnati dalle targhe blu) e a stiparli di autostoppisti, fino a esaurimento dei posti. Li riconosci perché sono vestiti di giallo, distribuiscono foglietti numerati agli astanti, ogni tanto alzano il palmo per fermare un autocarro o un camion militare: gli <em>Amarillos</em>, che prendono il nome dalla divisa giallo-ocra,<em> </em>sono funzionari addetti a regolare la richiesta di un passaggio, seguendo alcune regole basilari: una donna, ad esempio, ha sempre la precedenza, se accompagna un bambino ancor di più. Qualche volta la <em>botella</em> è necessaria anche ai lavoratori, categoria alla quale si riservano i maggiori riguardi: se è possibile, bisogna farli arrivare in orario.</p>
<p>Percorrendo l&#8217;Autopista in direzione Santa Clara, il cuore geografico e morale della Cuba rivoluzionaria, gli operai che aspettano di essere caricati vanno tutti alla stessa destinazione: al Cayo Santa Maria, un isolotto della costa atlantica situato proprio di fronte a Caibarien, un tempo porto di prim&#8217;ordine, poi soppiantato da L&#8217;Avana, Cienfuegos, Santiago. «Il problema è che le acque sono troppe basse per l&#8217;approdo delle navi da carico», spiega Xavier, marinaio di lungo corso, che ora si dedica alle immersioni con i turisti lungo la barriera corallina. Da quando l&#8217;abbiamo caricato, sulla strada che da Santa Clara conduce verso il mare, non ha smesso di raccontare: «prima il carico dello zucchero avveniva al largo, con le chiatte da trasporto. Ora è più rapido e meno costoso farlo direttamente nei porti dove si può attraccare. E poi, dopo che hanno costruito quella strada, l&#8217;acqua è veramente troppo bassa!».</p>
<p>La strada di cui parla Xavier, che abbisogna di continua manutenzione ed è sostenuta ogni giorno da decine di carpentieri, è una lingua d&#8217;asfalto sul mare lunga 48 km: chilometri di solitudine percorsi su ponti e scogliere, tra mangrovie e fenicotteri in volo. L&#8217;opera -monumentale &#8211; è uno dei più arditi risultati delle nuove direttrici governative in materia di economia e sviluppo, che indicano il turismo come &#8220;nuova priorità nazionale&#8221;: consente infatti di raggiungere i paradisi tropicali delle isole senza prendere alcun aereo, portando agevolmente migliaia di villeggianti negli <em>all inclusive</em> dell&#8217;arcipelago.</p>
<p>Nel 2007, dopo la conclusione di questa e altre infrastrutture analoghe, il Ministero del Turismo ha puntato ad una crescita del settore dell&#8217;8,1%, registrando l&#8217;ingresso di 2,4 milioni di turisti, in buona parte finiti nei <em>resort</em> di Cayo Coco, Varadero, Cayo Santa Maria. Lì spendono in <em>peso convertible</em>, la moneta che il Governo conia appositamente per gli stranieri, stabilendo una provocatoria equivalenza con la valuta statunitense: un peso uguale un dollaro. La moneta che i cubani hanno in tasca vale 24 volte di meno e questo doppio corso costituisce uno dei maggiori problemi del paese: «ce ne libereremo presto», promettono al Ministero dell&#8217;Economia, ma intanto il <em>peso</em> dei turisti sorregge robustamente lo sviluppo del paese, che ha operato una vigorosa riconversione produttiva dopo gli anni terribili del <em>Periodo Especial</em>, succeduto all&#8217;interruzione degli scambi con le nazioni del blocco socialista. Tra il &#8217;90 e il &#8217;95 sbarcare il lunario a Cuba è stato davvero un&#8217;impresa, con la carne di gallina e persino i <em>platani</em> (le banane da friggere in olio di semi) che raggiungevano prezzi vertiginosi al mercato nero.</p>
<p>Nonostante questo &#8211; dicono oggi i cubani più fiduciosi nel modello castrista &#8211; non una scuola è stata chiusa, non un ospedale. Anzi, il prestigio del <em>welfare</em> cubano cresce nel continente latinoamericano e oltre, tanto da inaugurare i primi esperimenti del cosiddetto &#8220;turismo della salute&#8221;. Allo scopo sono stati già firmati accordi con  Colombia, Cile, Messico e Germania, mentre ci sono trattative aperte con le compagnie di assicurazione sanitaria del Canada. «Aumentano le persone che, da questi paesi, vengono a Cuba per fare terapie o subire un intervento &#8211; spiega Yulieta &#8211; poi restano qui per riposarsi e trascorrere la convalescenza in un villaggio vacanze».</p>
<p>Yulieta ci lavora, in un villaggio. Alle cucine, due settimane al mese: 23 anni, studentessa creola, abita a Remedios, una cittadina sulla costa davanti ai <em>cayos</em>, con un bambino e nessun marito. La scuola alberghiera, quella che frequenta da quasi due anni per imparare la professione, le piace abbastanza: «il ritmo è di quattro settimane in aula e quattro di lavoro nei <em>resort</em> o negli alberghi, ma si guadagna anche qualcosa. Mi piace, imparo le lingue, conosco persone che vengono da tutto il mondo».</p>
<p>E cosa le sembra del mondo che ha sentito raccontare, quello che non fa i conti con la <em>tarjeta</em>, la tessera alimentare; quello che non subisce quotidiane interruzioni dell&#8217;energia elettrica? Yulieta non ne sembra sedotta. Abbiamo dormito presso di lei due giorni, i suoi genitori hanno una <em>casa particular</em>, una delle soluzioni del socialismo di transizione che  permette l&#8217;iniziativa privata in alcuni settori: la loro è una sorta di pensione casalinga autorizzata dallo Stato, cui pagano circa 280 <em>pesos</em> convertibili di tasse al mese. Sono tanti, ma ce la fanno: «sono quelli che ci vogliono per le scuole, per i servizi, per la sanità», taglia corto Yulieta. Suo figlio Ozmel ha avuto la meningite da piccolissimo, «una forma lieve &#8211; dice &#8211; ma ho potuto tenerlo due mesi in ospedale, con tutte le cure, senza sborsare un soldo».</p>
<p>Il padre di suo figlio è fuggito a Miami molti anni fa, con l&#8217;ultima grande migrazione, quella dei <em>balseros</em> che vide oltre 30.000 cubani tentare il mare verso la Florida, spinti dagli effetti terribili della crisi del &#8217;94. Ogni tanto lo sente, lui domanda del bambino che sta prevalentemente con i nonni; qualche volta le ha anche chiesto di raggiungerla: «ma per affrontare il viaggio e il passaggio clandestino attraverso il Messico &#8211; obietta Yulieta &#8211; ti chiedono 10.000 dollari per un adulto e 2.000 per un bambino. Qui sto bene, ho potuto lasciare la scuola e il lavoro per crescere mio figlio nei primi anni, sapendo che dopo avrei trovato di nuovo il mio posto nella società. A Miami, che ne so? E poi&#8230; se li avessi dodicimila dollari, potrei fare la bella vita nel mio paese. Mica c&#8217;è bisogno di andare altrove!».</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Questo reportage, scritto nel febbraio scorso, è stato pubblicato con alcune modifiche su &#8220;la Voce delle Voci&#8221; (anno XXV, n. 5) di maggio.</em></p>
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		<title>Horror zapping</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Apr 2003 11:52:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[raul castro]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Raul Montanari Io non lo so come fanno quelli, che a un certo punto, esasperati, prendono il televisore e lo cacciano nell’angolo più irraggiungibile che l’appartamento mette a disposizione, sepolto sotto tonnellate di libri, riviste, fumetti, stampate di computer, dépliant pubblicitari stratificati. Io, nel giro di pochissime ore, ho visto in tv queste 4 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Io non lo so come fanno quelli, che a un certo punto, esasperati, prendono il televisore e lo cacciano nell’angolo più irraggiungibile che l’appartamento mette a disposizione, sepolto sotto tonnellate di libri, riviste, fumetti, stampate di computer, dépliant pubblicitari stratificati.<br />
<span id="more-22"></span><br />
Io, nel giro di pochissime ore, ho visto in tv queste 4 cose:</p>
<p><strong>1. Giuliano Ferrara</strong> a <strong>“Otto e mezzo”</strong>. Malamente arginato da un <strong>Luca Sofri</strong> troppo fedele al proprio approccio minimal, in questi giorni Ferrara sta esibendo una processione di afflitti, una sfilata di uomini di varia sinistra (<strong>Minà</strong> e il lugubre <strong>Niki Vendola</strong>, ieri sera, più un tipo dei DS con una barba taglio Mosé, che ha ripetuto per quattro volte – lo giuro! – che “i cubani sono un popolo meraviglioso e non meritano il regime che li governa da 44 anni”&#8230; Ho anche scoperto, per l’occasione, di essere non solo omonimo di <strong>Raul Castro</strong>, questo già lo sapevo, ma pure coetaneo del regime). A tutti Ferrara dice, in sostanza, con maggiore o minore impazienza, arroganza, burbanza, tracotanza, tenerezza (a volte anche questa): “Avete visto che gli USA hanno vinto la guerra? Avete visto che c’era un sacco di gente che festeggiava i marines per la strada? Adesso cos’avete da dire, teste di cazzo? Ci siete rimasti male, eh? Eh? Eh?”.</p>
<p>Scusate, forse ho perso un passaggio, ma dov’è la notizia? Gli Usa hanno <strong>vinto</strong> la guerra? Qualcuno pensava che l’avrebbero persa? Non scherzo: c’è qualcuno, a parte il ministro iracheno per l’informazione (ma secondo me neanche lui), che pensava che gli USA avrebbero perso la guerra con l’Iraq? Voglio assolutamente conoscerlo! Andiamo a bere un aperitivo nell’happy hour, prendiamo un brunch, facciamoci un lunch, pago io, se sei carina ti faccio pure un’avance, offro io, ma voglio conoscerti! E tu, che non ti aspettavi che un tot di perseguitati, con dentro la giusta farcitura di vigliacchi e di poveri diavoli pronti a far casino purché gli buttino la cioccolata dal carro armato, tu che non ti aspettavi che questi qua scendessero in strada, sventolassero le Stars &amp; Stripes opportunamente distribuite, linciassero un po’ di fedelissimi di Saddam troppo lenti a buttare via camicia e scarponi, e per buona misura tagliassero la gola a un certo numero di vicini di casa, con cui avevano avuto da ridire sul posto delle biciclette in cortile e sulle spese condominiali, tu, dove stai? Dove ti sei rintanato? Voglio conoscerti, vieni fuori! Happy hour per tutti, pago io! Happy hour in these happy, happy days!</p>
<p><strong>2. </strong> Nel frattempo, oggi, lo speaker del <strong>TG1</strong> che risponde al nome o al cognome di <strong>Giorgino</strong>, sarà sicuramente il cognome ma come nome sarebbe perfetto, è il Giorgino che tutti abbiamo conosciuto nella nostra vita, il Giorgino scarsissimo in matematica e ginnastica, discreto in italiano e sempre dieci in condotta – il Giorgino vittima prediletta del rito del <strong>partorello</strong>, negli anni magici fra i 12 e i 16 in cui tutti noi maschi abbiamo scoperto la nostra vocazione di drughi, il partorello, avete presente?, non so come si chiama dalle vostre parti, si mettono le mani addosso a quello sempre ben pettinato, sempre ordinato, sempre a postino, lo si blocca in quattro o cinque, gli si solleva l’uccello (teatro ideale della gustosa barbarie: gli spogliatoi della scuola, o le colline intorno al paese), gli si schiaffeggiano o sbuffettano i coglioni odorosi di borotalco, a turno, finché gli strilli della vittima innocente non richiamano l’attenzione degli adulti. Insomma, questo Giorgino ha annunciato che un carico speciale di “aiuti umanitari” è in partenza, o forse è già arrivato, a Baghdad, perché bisogna sfamare gli animali dello zoo. Nel casino generale di Baghdad, fra i saccheggi e i linciaggi, i guardiani sono scappati, e le bestie dello zoo stanno morendo di fame, tanto che ieri sera i marines hanno abbattuto alcuni maiali fuggiti dalle gabbie (? Tenevano i maiali allo zoo? Forse da loro sono animali rari, sarà per via della religione, forse visto che non li mangiano non li allevano) per sfamare le tigri e i coccodrilli.</p>
<p>Sono aiuti umanitari, questi, mi domando? Mmh&#8230; La definizione non mi convince. Aiuti animalitari? Come si dirà? Boh.</p>
<p>Sapete una cosa? Io non so cosa pensare di questa notizia. Forse, arrivati fin qui a leggere, immaginate che voglia fare del sarcasmo, suggerire più o meno esplicitamente che le tonnellate di carne che stanno arrivando allo zoo potrebbero darle alla gente che crepa di fame. Ma non è così. Non so davvero cosa pensare. Gli animali mi piacciono, tutti. Non voglio che muoiano. Mi viene subito in mente una soggettiva-coccodrillo, una soggettiva-babbuino: mi hanno preso e cacciato nella gabbia, i guardiani mi bastonavano quando rompevo le scatole, i bambini ridevano di me e cercavano di punzecchiarmi con le stecchette, gli adulti peggio, e adesso devo pure morire di fame perché loro si stanno ammazzando in questo casino di spari e botti e urla e rimbombi, che non avevo mai sentito prima e che mi pisciare addosso dalla paura.</p>
<p>Io (Raul, non più il babbuino, ehm&#8230;) non so cosa pensare davanti a tutto questo. Aiutatemi.</p>
<p><strong>3.</strong> So cosa pensare dello spot a pagamento che vedo su <strong>Odeon TV</strong>, all’ora di pranzo, dopo <strong>Sgarbi</strong>. Come mai Sgarbi si è trasferito a Odeon TV? Mistero. Comunque, dopo l’ultimo minuto di Sgarbi, che parla di quadri e non di politica (sinceramente, lo preferisco quando parla di politica; capisco però che il mio è puro snobismo ideologico), compare <strong>Craxi</strong>.</p>
<p>Cos’è?, mi domando. Il trailer di un programma su Craxi, di una specie di reportage-biografia?<br />
No, è troppo sputtanato: c’è sotto una musica post-new-next-age con evidenti influenze nymaniane, e si vede Craxi che sorride.<br />
Craxi che stringe la mani a capi di stato e di governo variamente assortiti, rispettosi.<br />
Craxi con il garofano all’occhiello.<br />
Craxi meditabondo ma sempre sorridente.<br />
Craxi che prende decisioni sofferte ma ineludibili.</p>
<p>Improvvisamente, un tremendo cambio di atmosfera: urla, stridore di freni, Craxi che cerca di entrare in un’auto e la gente che grida e gli tira addosso le monetine. Scritta: <strong>“Fondazione Craxi”</strong>. Scritta sovraimpressa più voce di <strong>Stefania Craxi</strong> che legge: un frase introduttiva che non ricordo, poi il finale: “a dieci anni da questa infamia&#8230; bla bla&#8230; nella speranza che l’Italia diventi finalmente un paese civile”.</p>
<p>Questa sequenza mi crea meno difficoltà del babbuino di Baghdad. Il latitante di Hammamet mi induce meno conflitti interiori del coccodrillo affamato. Giuro.<br />
So cosa pensare. Non c’è problema.</p>
<p><strong>4.</strong> Di nuovo <strong>Giorgino</strong>, il nostro idolo! Servizio sulla <strong>Pasqua</strong>. Come passeranno <strong>gli italiani</strong> le vacanze di Pasqua? Cosa mangiano <strong>gli italiani</strong> a Pasqua? Arrivano le festività di Pasqua: cosa ne pensano <strong>gli italiani</strong>? Ma perché, domando io allo schermo televisivo e alla sua spaventosa vocazione al monologo, perché <strong>gli italiani</strong> sono, come al solito, i romani? Perché come campione rappresentativo <strong>degli italiani</strong> compaiono una cicciona romana in età pretombale, vagamente simile ad Ave Ninchi, che con accento romanesco, quell’accento simpaticissimo a cui tutti siamo adusi, quell’accento che fa allegria, che suggerisce familiarità, che insinua complicità, quell’accento che mica è indigeribile come il bergamasco, mica fa ridere e basta come il barese, mica suona spocchioso come il fiorentino, ma no, è l’accento neutro, è la viceintonazione dell’italiano, la pronuncia suppletiva che tutti dovremmo emulare, insomma la panzona terribile dice: Maaah, io ppreparo l’abbacchiooo, e pprima le lassagne ar fornooo, come al ssolito inzomma, e poi arriva n’artra che ddice che lei va ffori a mangià, e n’artra ancora che ccià ppure lei la sua da ddire, e n’omo che invesce, poraccio, ddice che a llui la gguèra je fa passa’ ppure l’appetitooo, a me mica me stupisce ’sta cosa, sapete?, so’ io che pparlo, rRauletto vostro, io mica sto a pensa’ che mo’ ll’Idalia diventa tutta n’espansione de rRoma, tutto ’n sobborgo dela ccapitale, mica so ccontento che adesso rRaiddue la spostano a mMilano ggiusto perché ce so di mezzo queji stronzi ddela Lega, mortacci sua, mica ve sto a ddi’ che me so rotto li cojoni de ssentì ’sto accento de notte e de giorno, è pproprio quell’artra cosa che me ddisturba ’n po’, quer fatto che er gGiorgino dice “<strong>gli italiani</strong>”, e la trouppe der Tiggì scende de sotto e fa ddu’ minuti de girato, che cce vo’?, che pparlino dela Pasqua o der Natale fa l’istesso, e questi qqua sarebbo <strong>gli italiani</strong>.</p>
<p>E’ tutto qui. ‘Na ccosa così. Me ssona pure ggenerico, non sso. <strong>Gli italiani</strong>! E chi sso’ ’sti itajani? A Giorgi’, di’ <strong>li rromani</strong>, no? Me parrebbe pure più ’nteressante, messa così. “Che ne ppensano d’aa Pasqua <strong>li rromani</strong>? Vai cor servizzio!”</p>
<p>La metto ggiù come ’no scherzo ma magari è pure ’n po’ ggrave. Oh, ma meno der coccodrillo di Bagdadde! Ahò! Che state a ppensa’?<br />
Ostrega.</p>
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