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	<title>ravenna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>GraffITI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 13:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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					<description><![CDATA[Abbellire il Moderno? di Alberto Giorgio Cassani «La gente si arreda la casa in stile antico, si circonda di mobili che appartengono a un’epoca ormai sepolta da secoli che non le è per nulla congeniale, e questo basta a farla vivere nella menzogna, pensavo. In realtà la gente è talmente debole rispetto alla propria epoca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_49848" aria-describedby="caption-attachment-49848" style="width: 302px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.1.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-49848" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.1.jpg" alt="Fig. 1: Vista del lato est della palestra dell’I.T.I.S. con il graffito di Millo." width="302" height="417" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.1.jpg 361w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.1-217x300.jpg 217w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49848" class="wp-caption-text">Vista lato est della palestra dell’I.T.I.S. con il graffito di Millo</figcaption></figure>
<p><strong>Abbellire il Moderno?</strong></p>
<p>di <strong>Alberto Giorgio Cassani</strong></p>
<p>«La gente si arreda la casa in stile antico, si circonda di mobili che appartengono a un’epoca ormai sepolta da secoli che non le è per nulla congeniale, e questo basta a farla vivere nella menzogna, pensavo. In realtà la gente è talmente debole rispetto alla propria epoca che si sente costretta a circondarsi di mobili di un’epoca da tempo passata, da tempo scomparsa, da tempo morta e sepolta, e si può dire che lo fa per tenersi a galla, pensavo, ed è quindi segno di uno stato di orrenda debolezza quando la gente si arreda la casa con mobili di epoche passate e non con mobili della propria epoca, della quale non riesce a sopportare la durezza e la <em>brutalità</em>, pensavo. La gente si circonda di mollezza, la mollezza del passato da cui è scomparsa ogni contraddizione». Questa formidabile pagina di Thomas Bernhard, tratta da <em>A colpi d’ascia</em>  , con la sua lucida, feroce e <em>tagliente</em> scrittura, basterebbe da sola a far da commento alla recente <em>querelle</em> sui graffiti alla palestra dell’Istituto Tecnico Industriale Statale “Nullo Baldini” di Ravenna. Certamente i graffiti sono una manifestazione dell’arte contemporanea e non hanno in apparenza nulla a che vedere con l’antico, ma sono stati motivati come un “abbellimento” di due scarne, <em>dure</em> e <em>brutali</em> pareti di cemento.</p>
<figure id="attachment_49849" aria-describedby="caption-attachment-49849" style="width: 586px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.2.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-49849" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.2.jpg" alt="Particolare del graffito di Millo" width="586" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.2.jpg 602w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.2-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49849" class="wp-caption-text">Particolare del graffito di Millo</figcaption></figure>
<figure id="attachment_49850" aria-describedby="caption-attachment-49850" style="width: 362px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.5.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-49850" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.5.jpg" alt="" width="362" height="264" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.5.jpg 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.5-300x218.jpg 300w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49850" class="wp-caption-text">Smithdon High School di Hunstanton (Norfolk, Gran Bretagna), architetti Alison e Peter Smithson, 1949-1954, foto d’epoca</figcaption></figure>
<p>Il termine “brutalità”, utilizzato da Bernhard, ben di addice, fra l’altro, a definire un tipo di architettura come quella dell’I.T.I.S., edificio progettato, tra il 1959 e il 1961, dagli architetti Gino Gamberini, Antonino Manzone e Danilo Naglia in quello stile definito, appunto, brutalista, iniziato da Le Corbusier con i suoi edifici indiani (<em>Ahmedabad</em> e Chandigarh), ma compiutamente realizzato soltanto con l’opera degli architetti inglesi Alison e Peter Smithson nei progetti della Smithdon High School di Hunstanton (Norfolk, Gran Bretagna, 1949-1954)  e nel non realizzato, ma ancor più “brutalista”, progetto per la Sheffield University (concorso del 1955), come ha ben scritto un grande storico dell’architettura contemporanea come Reyner Banham (<em>The New Brutalism</em>, in «Architectural Review», dicembre 1955). In Italia, un precedente dell’I.T.I.S. fu l’Istituto Marchiondi Spagliardi a Baggio (1954-1957), ideato da Vittoriano Viganò (con Franz Graf e Letizia Tedeschi), oggi senza utilizzo.</p>
<figure id="attachment_49851" aria-describedby="caption-attachment-49851" style="width: 315px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.6.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-49851" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.6.jpg" alt="Istituto Marchiondi Spagliardi, Baggio (Milano), architetti Vittoriano Viganò, Franz Graf e Letizia Tedeschi, 1954-1957. Foto di Emanuele Piccardo" width="315" height="385" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.6.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.6-245x300.jpg 245w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49851" class="wp-caption-text">Istituto Marchiondi Spagliardi, Baggio (Milano), architetti Vittoriano Viganò, Franz Graf e Letizia Tedeschi, 1954-1957. Foto di Emanuele Piccardo</figcaption></figure>
<p>Ecco quanto scriveva, a proposito del progetto dell’I.T.I.S., lo stesso Manzone: «Perché inventare ogni volta l’ombrello? Perché non utilizzare i prodotti verificati? Ha senso il “segno personalizzato” quando nessuno ha più tempo di guardare? Ormai contano i fatti macroscopici, le grandi masse, i grandi motivi, le grandi stesure cromatiche. Non ha più senso un’architettura da contemplare. Solo pochi intellettuali nostalgici di un mondo ormai superato s’interessano al particolare raffinato, all’oggetto individualizzato. Siamo sottoposti a troppe sollecitazioni visive. Ogni forma è sottoposta a un consumo così rapido da risultare, alla fine, esteticamente neutra. Diciamolo francamente: giocare con ideuzze formali è, ormai, delittuoso» .</p>
<p>Dunque ancora oggi, l’architettura moderna – permettetemi di utilizzare quest’aggettivo in senso comprensivo, escludendo soltanto, da un lato, gli inizi del Novecento, caratterizzati dallo Jugendstil, altrimenti detto Art Nouveau, Liberty, Floreale, Modernismo catalano, secondo le diverse declinazioni proprie alle varie regioni europee, e, dall’altro, il cosiddetto Postmoderno (che pure a quel Moderno, almeno nel nome, fa riferimento, seppur <em>e contrario</em>) – non viene accettata in sé e per sé; come accade in tanti altri casi: per l’Avanguardia artistica (ancora qualcuno ritiene che Picasso non sapesse dipingere) o per l’avanguardia musicale (il <em>Pierrot lunaire</em> di Schönberg è ancora ostico alle orecchie di molti) e potremmo continuare a lungo. Di tutte queste espressioni artistiche non si riesce ancora a <em>sopportarne</em>, a reggerne, la «durezza e la brutalità». Forse è colpa del Moderno e dell’Avanguardia? Forse sono mancati e mancano tuttora gli strumenti per educare a questi linguaggi “anti-classici”? Come che sia, è ritenuto lecito addolcire la pillola attraverso decorazioni e abbellimenti, in questo caso ricorrendo al graffitismo. Ma la Street Art non era nata come un pugno allo stomaco per lo sguardo “borghese e perbenista” del cittadino? E non era un’arte clandestina? Non è perlomeno curioso che ora si concedano legalmente superfici della città per quest’espressione artistica? Dov’è andata la critica, dov’è finita la protesta? E perché <em>proprio</em> il Moderno ha bisogno di essere abbellito? Perché una parete nuda, bianca o grigia, provoca ancora un senso di <em>horror vacui</em>?</p>
<figure id="attachment_49852" aria-describedby="caption-attachment-49852" style="width: 371px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.4.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-49852" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.4.jpg" alt="Vista parziale del lato ovest dell’I.T.I.S., architetti Gino Gamberini, Antonino Manzone e Danilo Naglia, progetto 1959-1961, inaugurazione a.s. 1963-1964" width="371" height="555" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.4.jpg 322w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.4-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49852" class="wp-caption-text">Vista parziale del lato ovest dell’I.T.I.S., architetti Gino Gamberini, Antonino Manzone e Danilo Naglia, progetto 1959-1961, inaugurazione a.s. 1963-1964</figcaption></figure>
<p>Venendo al caso dei “graffITI”, forse era opportuno, com’è stato già evidenziato da qualcuno, essendo vivo e vegeto (e in gran forma di spirito) uno dei progettisti dell’edificio scolastico più bello di Ravenna   (assieme al Polo per l’infanzia “Lama Sud” di Giancarlo De Carlo e Associati), sentire il suo parere. So che l’architetto non ha diritti sulla sua opera, una volta che questa è terminata (solo Santiago Calatrava ha provato a intentare una causa di questo genere a Bilbao per il suo ponte pedonale, perdendola), e che Le Corbusier, a fronte dei cambiamenti apportati dagli abitanti alla sua cité Frugès a Pessac (1924-1926, Gironda), aveva esclamato: «la <em>vie</em> [&#8230;] a raison, et l’<em>architecte</em> [&#8230;] a tort»; ma sarebbe stato un gesto veramente unico e degno di una città capitale europea della Cultura, farlo per la prima volta.</p>
<p>Queste riflessioni non vogliono essere contro qualcuno e soprattutto contro la Street Art. Tra l’altro, uno dei due artisti, Millo, ha svolto studi di architettura e si vede, perché il suo graffito si lega molto di più con il volume della palestra di quanto fa, invece, il lavoro di SeaCreative (alias Fabrizio Sarti), per il quale la parete è una pura superficie.</p>
<figure id="attachment_49853" aria-describedby="caption-attachment-49853" style="width: 254px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.3.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-49853" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.3.jpg" alt="Vista del lato nord della palestra con il graffito di SeaCreative" width="254" height="381" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.3.jpg 322w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cassani_ITI_Fig.3-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49853" class="wp-caption-text">Vista del lato nord della palestra con il graffito di SeaCreative</figcaption></figure>
<p>Se “tatuare” gli edifici non deve più essere considerato da “degenerati”, come sosteneva, all’inizio del secolo scorso, l’architetto Adolf Loos (<em>Ornamento e delitto</em>, 1908) , forse occorre lasciare “liberi” i writers di scegliere su quali muri e su quali architetture compiere tale azione. Ricordando però loro che l’architettura non è solo superficie, ma soprattutto volume, materia, texture, luce ed ombra, «<em>le jeu</em><em>, </em><em>savant</em><em>, </em><em>correct et magnifique des volumes sous la lumière»</em> (Le Corbusier, <em>Vers une architecture</em>, 1923). Una cosa viva, non morta, che forse non ha così tanto bisogno di essere “abbellita”.</p>
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		<title>Il costo della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2013 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti sul lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mario dondero]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Ferracuti George Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi La strada di Wigan Pier, una cittadina mineraria dell’Inghilterra del sud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortuni fra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività, che le morti sono accettate come cosa normale, quasi come si farebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/05/29/il-costo-della-vita/img407a/" rel="attachment wp-att-45693"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45693" alt="img407a" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a-183x300.jpg" width="183" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a.jpg 392w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></a>George Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi <i>La strada di Wigan Pier</i>, una cittadina mineraria dell’Inghilterra del<i> </i>sud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortuni<i> </i>fra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività,<i> </i>che le morti sono accettate come cosa normale, quasi<i> </i>come si farebbe in una guerra minore≫. Come succede in Italia,<i> </i>dove attualmente ci sono 8oo.ooo invalidi e 130.000 tra<i> </i>vedove e orfani che percepiscono una pensione. E’ una cosa<i> </i>che viene da lontano se si pensa che nel ventennio 1946-66 si sono verificati 2.2860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e 966.880 invalidi: quasi un milione di menomati, il doppio di quelli causati dalle due guerre mondiali, che furono mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e delle malattie professionali negli anni della ricostruzione e del boom economico è stata lievemente superiore a un milione di casi annui, dal 1967 al 1969 la cifra è salita a oltre 1,5 milioni e nel 1970 a 1.650.000. Con un primato successivo: il nostro paese nel decennio 1996-2005 è risultato quello con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa. Infatti continuano a creparne più di quattro al giorno. Rachid Chaiboub, un operaio marocchino di trentadue anni, è morto a Desio mentre stava pulendo una tramoggia spargisale. Ha sollevato la grata di protezione dei rulli ed è precipitato all’interno del macchinario. Fabrizio Pagliano, trent’anni, e morto alla cartiera di Torre di Mondovì: era rimasto impigliato con la tuta in una apparecchiatura che poi ne ha provocato la morte per soffocamento. Francesco Calderaro, operaio di quarant’anni, è scomparso tragicamente a Palagiano cadendo dall’impalcatura di un capannone mentre stava rimuovendo alcune lastre in eternit dal tetto. A San Nicandro Rachid Douioi, trentun anni, bracciante agricolo, è stato travolto brutalmente e senza scampo dalla macchina rotante del trattore mentre recuperava dei tubi per l’irrigazione. Sono alcune vittime di una strage infinita, e sembrano i personaggi della piccola America di fine Ottocento cantati da Edgar Lee Masters nell’<i>Antologia di Spoon River</i>. Dopo  un secolo ecco i nuovi Butch Weldy, che saltò in aria mentre la cisterna esplodeva nella fabbrica di scatolame e ricadde ≪con le gambe spezzate e gli occhi bruciati come uova fritte≫, o Herman Altman, ≪arso nella miniera≫; per non parlare di quel Mickey M’Grew che per pagarsi la scuola finì operaio giornaliero e morì mentre puliva la torre dell’acqua:</p>
<p>Sempre la solita storia la mia vita:</p>
<p>qualcosa al di fuori di me mi trascinava in basso,</p>
<p>non fu la mia forza ad abbandonarmi.</p>
<p>Ci fu una volta che mi guadagnai i soldi</p>
<p>per andarmene via a studiare,</p>
<p>e all’improvviso mio padre si trovò in difficolta</p>
<p>e dovetti dargli tutto.</p>
<p>E così un giorno mi ritrovai</p>
<p>uomo tuttofare a Spoon River.</p>
<p>E quando si trattò di pulire la torre dell’acquedotto</p>
<p>e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,</p>
<p>mi sciolsi la fune dalla cintola,</p>
<p>e slanciai allegramente le braccia gigantesche</p>
<p>verso il liscio orlo d’acquaio della cima della torre –</p>
<p>ma scivolarono sul perfido limo,</p>
<p>e giù, giù, giù, affondai</p>
<p>nella tenebra ruggente!</p>
<p>Massimo Occhiuzzi, quarantun anni, è stato schiacciato da una pressa in una fabbrica di Avezzano dove si lavorano ferro e profilati. Al povero Gaetano Saraceni, trentuno anni, è stata fatale una sbarra metallica mentre lavorava vicino a un macchinario in un’azienda specializzata in stampaggio di metalli, a Solbiate Arno. Michela Vagaggelli, portalettere di quarantun anni, è morta a Siena: mentre percorreva una via in ciclomotore è stata urtata da un’auto che viaggiava a forte velocita nel senso opposto di marcia. Per lei non c’è stato scampo. Cambiano i nomi, i cognomi, ed eccone di nuovi. Nella società dello spettacolo parlarne significa cancellarli. Sono esistiti per trenta secondi, per un minuto, qualche loro familiare diventa protagonista di un programma di intrattenimento del primo pomeriggio. La faccia di un conduttore mostra un’espressione commossa, l’invitato piange, lo share si alza, si impenna, va su. Per altri di questi operai il lavoro è fisiologicamente letale, perché è rischioso ed espone a malattie a volte incurabili.</p>
<p>Forse pochi lo sanno, ma nel nostro paese ci sono ancora i minatori. Non vanno quasi più nelle miniere, non scavano cunicoli per estrarre il carbone come accadeva nel distretto di Marcinelle, ma uno di loro, Pietro Mirabelli, crepato a cinquantadue anni nella galleria Alptransit del Canton Obvaldo, in Svizzera, anche lui aveva lavorato insieme ad altri suoi compagni nei cantieri dell’alta velocita del Mugello: otto ore e più a massacrarsi di fatica nel sottosuolo e una paga da fame. I rischi per la salute sono ancora altissimi: il più comune si chiama silicosi. Per capire quanto la silicosi sia legata a questo genere di mansioni, basti pensare che qualcuno l’ha soprannominata la tisi dei minatori: una malattia che attacca i polmoni causata dall’esposizione prolungata a un minerale molto pericoloso, il biossido di silicio. I sintomi più frequenti possono comparire anche dopo tanti anni dall’esposizione: difficolta respiratorie, tosse, insufficienza cardiaca, tubercolosi. Sempre George Orwell, in quel libro ormai diventato di culto, definì con esattezza estetica la condizione degli uomini del sottosuolo: ≪Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro e cosi esageratamente orribile, ma anche perché è cosi virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene≫. Molti di questi lavoratori non li vediamo, nessuno ce li racconta, come gli addetti ai fumi, che rischiano l’avvelenamento da mercurio, o quelli che lavorano nelle cave, soggetti a gravissime malattie dell’apparato uditivo che causano ipoacusia da rumore. Per non parlare della costante esposizione ai gas che aumentano il rischio di cancro ai polmoni. Qualcuno sa dei palombari che resistono alla mitologia di Jules Verne e dei suoi romanzi avveniristici, per caso? Ebbene, molti sono vittime di un’infermità che colpisce chi opera in cassoni subacquei o dentro scafandri elastici. E ancora ci sono gli operai delle fonderie costretti a maneggiare materiali che contengono amianto e quelli che lavorano in spazi ristretti, all’interno di condotti, cunicoli di servizio, oppure pozzi, fognature, serbatoi e caldaie, un lavoro invisibile come i tanti lavoratori che si calano nelle segrete di una nave, nei bassifondi lerci, oscuri, puzzolenti, e che si chiamano in gergo <i>picchettini</i>.</p>
<p>Al porto di Ravenna, nei cantieri navali Mecnavi di proprietà dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987 tredici di loro morirono asfissiati per via delle esalazioni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della <i>Elisabetta</i> <i>Montanari</i>, una nave cisterna in secca adibita al trasporto di Gpl. Davanti all’ingresso del palazzo comunale, a metà della scalinata, c’è una lapide che li ricorda, vicino a quella dei partigiani, perché questa è la citta di Arrigo Boldrini, il comandante Bulow. Ma la lapide e un po’ troppo generica: ≪La citta di Ravenna alla memoria dei morti sul lavoro≫. Morti dove, perché? Parafrasando la frase scritta davanti ai cantieri navali di Monfalcone che ricorda i morti per amianto (≪Costruirono le stelle del mare, li uccise la polvere, li tradì il profitto≫), avrebbero potuto scrivere: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li tradì il profitto. Si chiamavano Filippo Argnani, e aveva quarant’anni, Marcello Cacciatori, ventitré, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove, Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad Mohamed ne aveva solo trentasei, il povero Vincenzo Padua, sessantenne, stava per andare in pensione e si trovò li per puro caso, chiamato all’ultimo momento per uno scherzo del destino, ed era l’unico assunto e veramente in regola dalla Mecnavi; e ancora Onofrio Piegari, ventinove anni, Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove, e infine Paolo Seconi, anche lui di ventiquattro. Tredici lavoratori morti come topi, asfissiati nel ventre della balena metallica. ≪Non credevo che esistessero ancora simili condizioni di lavoro, a Ravenna, alle soglie del Duemila≫, disse il procuratore capo della Repubblica Aldo Ricciuti che svolse le indagini. Fu una giornata tragica e indimenticabile per la città, e ai funerali, tre giorni dopo, arrivarono la presidente della Camera Nilde Iotti, tutti i massimi dirigenti del partito, e le foto in bianco e nero dell’epoca mostrano il primo cordone di uomini e donne delle istituzioni, i cappotti scuri e le cravatte nere, e dietro una folla immensa e impietrita con gli striscioni dei Consigli dei delegati del porto e delle fabbriche della zona, i vecchi comunisti dagli sguardi increduli, gli occhi lucidi, con ancora le bandiere rosse e in cima un cerchio di metallo dorato con la falce e il martello, un clima da messa da requiem. Mancò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che non ritenne opportuno recarsi nella terra dei ≪bolscevichi≫. Tre giorni dopo Miriam Mafai dalle pagine di ≪Repubblica≫ fece una riflessione citando un autorevole commentatore della televisione giapponese, il quale diceva, rivolto a noi italiani: ≪Voi ci avete dimostrato che si possono raggiungere buoni risultati economici senza trascurare la qualità della vita≫. ≪Purtroppo poi, – scriveva la giornalista, – arriva una tragedia come quella di Ravenna a dirci che le cose sono un po’ più complicate: il secondo miracolo economico, l’aumento del Pil, della produttività e del profitto non sono frutto soltanto di robotica informatica elettronica, ma anche di lavoro più o meno nero, lavoro all’antica “al limite delle possibilità umane”, come ha commentato un magistrato, “in un buco senza uscita, sdraiati per dieci ore al giorno, con l’aria che mancava e la testa che girava per le esalazioni di anidride carbonica”, come ha raccontato un ragazzo che si è salvato perché ha preferito licenziarsi. Dunque, nel felice paese che ha superato l’Inghilterra, nella Pirlandia che è il quarto paese industriale del mondo, in una regione che è fra le più progredite d’Italia, si può morire anche così: un giovane disoccupato, diplomato in ragioneria, a fianco dell’ex tossicomane che intendeva liberarsi della droga e dell’immigrato del Nordafrica che aveva trovato alloggio in una baracca dei bagni di Marina di Ravenna. Visto che celebriamo quotidianamente la scomparsa della classe operaia, come classificheremmo dal punto di vista sociologico questi morti?≫</p>
<p><em>(questo testo è tratto da &#8220;Il costo della vita&#8221;, Einaudi, 2013; l&#8217;immagine è una delle</em><em> fotografie di Mario Dondero incluse nel volume</em>)</p>
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