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	<title>reality show &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Rubafiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 14:23:31 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“Sembra la sceneggiatura di un film di Natale, con Christian de Sica che implora di rilasciare Belen spacciandola per la nipote di Chavez”, disse qualche mese fa Carlo Freccero, invitato da Gad Lerner a commentare la telefonata in questura, pietra di inciampo di Berlusconi. Parlava di una trama da neorealismo che, grazie alla trovata del primo attore, vira sulla commedia all’italiana &#8211; “questo genere così mortuario in fondo al suo vitalismo”. La grande fiction diventata storia italiana che si infrange contro la realtà da cui viene superata e fagocitata. E Berlusconi che prima l’ha prodotta, poi ne è stato il protagonista sceso in campo, ora rischierebbe di esserne distrutto come il Dr Frankenstein dalla sua creatura.<span id="more-37867"></span></p>
<p>La realtà che i giornali ci propongono attorno alla vicenda di Ruby è un incalzare di comunicati, interviste, dichiarazioni e articoli che a loro volta sottendono altri tipi di testo come le intercettazioni, i tabulati, i verbali. Ci sono troppe forme di “racconto” e troppo disparate. Troppi filoni, troppi personaggi, troppi luoghi. Il troppo stroppia. E il pubblico non apprezza più questo genere di esagerazioni. Predilige le Isole e le Case: sia quella del Grande Fratello, sia la villette di Cogne e di Avetrana. Unità di tempo, personaggi, luogo. Così Berlusconi continua a fare chiasso sul clamore, consapevole che la sua voce verrà amplificata più delle altre. Ma forse è soprattutto fiducioso che una storia dove entrano dozzine e dozzine di ragazze, tra cui addirittura una ex portaborse pdl, poi corriere della droga per una rete di narcos colombiani in combutta con mafia e camorra, e infine collaboratrice della Procura di Palermo, non convincerà la gente che segue i reality o Bruno Vespa. Tutto l’eccesso verrà scartato come –  il punto è questo &#8211; inverosimile. E poco importa che non significhi sia falso.</p>
<p>Di tutte le forme di narrazione proposte da “Raiset” o da Medusa, nessuna sembra in grado di contenere tutti i materiali raccolti dai giornali. Come si fa, al giorno d’oggi, a rappresentare una realtà che sembra un romanzo d’appendice impazzito? La si smembra, la si riduce, la si uniforma. Da un lato c’è l’opzione del film di Natale, dall’altro quello della ragazza marocchina che finisce sulla cattiva strada: l’opzione “neorealista”, buona per il nostro cinema d’autore, al patto però che non vi compaiano più nipoti di Mubarak o capi di stato ospitati durante i party.</p>
<p>Questa supposta inenarrabilità d’insieme non gioca solo a favore di Berlusconi, ma ci fa cogliere una nostra più profonda inadeguatezza. Perché se fossimo i telespettatori di un altro paese, la vicenda di Karima-Ruby ci suonerebbe oltremodo familiare.</p>
<p><em>Senza tette non c’è paradiso</em> è il nome di una telenovela colombiana che racconta la storia di Catalina, una povera ragazza che si prostituisce per una protesi al seno. Senza tette i narcos non la vogliono e può scordarsi di farsi strada verso la tv o il cinema: l’unico paradiso che riesca a immaginare.</p>
<p>La serie, nata dal romanzo di un giornalista che aveva fatto un’inchiesta sulla prostituzione minorile, ha avuto un tale successo in Colombia da aver ottenuto presto due remake altrettanto popolari: uno prodotto dall’emittente ispanico-statunitense “Telemundo”, l’altro iberico, trasmesso dalla ex-berlusconiana “Telecinco”. Tutti paesi del Centro- e Sudamerica hanno visto le due serie latinoamericane, ma anche Serbia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Bosnia e Macedonia.</p>
<p>L’edizione italiana è finalmente approdata su Canale5 il 6 ottobre, ma dopo due puntate è  stata degradata su La5. La tv di Berlusconi sembra aver anticipato giusto di un pelo la realtà di Berlusconi, prima che qualcuno se ne accorgesse. Verrebbe da scomodare dietrologie, se gli indici di ascolto non fossero dati inequivocabili. Sarà stata pure la sfortuna di incappare nella rivelazione live del assassino di Sarah Scazzi, ma dietro al naufragio ci sono anche ragioni intrinseche al prodotto e al suo lancio in Italia.</p>
<p>Prima di tutto il titolo: <em>Le due facce dell’amore!</em> Grande storia d’amore impossibile fra una studentessa di giurisprudenza “che crede fortemente nel valore della legalità” e un boss della periferia romana, fiction per tutta la famiglia. Niente più tette da rifarsi disperatamente, niente prostituzione, almeno non nella presentazione ufficiale.</p>
<p>Questa scelta comunicativa di Canale 5, per quanto sintomatica, è solo l’atto finale di un processo graduale di edulcorazione. Nell’originale colombiano tutto è esplicito. Si vedono i quartieri miseri a fianco delle megaville dei narcos. Questi sono panzoni, vecchi o viscidi e allungano le mani in modi inequivocabili. Persino l’ultima scena in cui Catilina, dopo morte violenta, ammonisce dal paradiso che quella da lei imboccata non è la strada giusta, somiglia più alla morale brechtiana dell’<em>Opera da Tre Soldi</em> che a un finale edificante: un messaggio di cui comprendi che è impraticabile. Nella versione ispanoamericana pensata soprattutto per il Messico tutto è già più ripulito, artificiale, per questo ambivalente. Il mondo dei narcos diventa glam e appare anche un boss bello e desiderabile.</p>
<p>Ma la trasformazione più radicale avviene con il passaggio in Europa. La protagonista della sempre più patinata e inverosimile fiction spagnola, non si vende più per carriera, ma per amore. Ha perso la testa per un poco di buono e per lui è disposta a tutto: storia antica che c’entra poco con il punto di partenza, e che sarà la stessa proposta in Italia.</p>
<p>Se ci fosse stato il coraggio di adattare l’originale colombiano, dai quartieri da Romanzo Criminale saremmo forse arrivati alla periferia di Napoli, ma non a Arcore. In Colombia,  invece, <em>Sin tetas no hay paraiso</em> è stato l’apripista per molte telenovelas seguitissime, rispetto alle quali <em>La Piovra</em> fa ridere come affronto al buon nome dell’Italia. Narrazioni che parlano della corruzione di polizia e politica, creando dei feuilleton sporchi e duri che virano sul tragico.</p>
<p>Esistono paesi più evidentemente disastrati dell’Italia che hanno saputo rinnovare le forme con cui si raccontano, creando rappresentazioni fittizie poco censorie. Se questo è vero per la telenovela, vale anche per la letteratura “alta”. In <em>2666</em>, capolavoro postumo del cileno Roberto Bolaño, vi è una parte centrale dedicata agli omicidi seriali di donne a Santa Teresa, reinvenzione della città messicana di Ciudad Juárez. Fra quelle pagine terribili, calcate sulla cronaca giudiziaria, compare il personaggio di un donna, politico di grande potere, che fa indagare sulla scomparsa di un’amica, titolare di un’agenzia di eventi. Scopre così che quegli “eventi” erano orge. Festini frequentati non solo dai pezzi grossi dei cartelli, ma soprattutto delle istituzioni, inclusi i suoi compagni di partito. Bolaño, che in Messico ha vissuto, è un romanziere iperletterario, lontanissimo da ogni idea di piatto realismo. Eppure ha raffigurato lo stato di un paese e continente, dove tutto, a cominciare dalle donne, è diventato preda o merce disponibile per i potenti.</p>
<p>Non è solo per colpa di Berlusconi e del suo dominio sul nostro immaginario tenuto in un limbo datato agli anni ‘50 rivisitati negli ‘80, che fatichiamo a creare narrazioni in grado di farci orizzontare nel nostro presente. Dovremmo mettere a fuoco un quadro molto più ampio e doloroso. Scoprirci non troppo dissimili a quel ”terzo mondo” che evochiamo con la spensieratezza di uno sfogo: non solo per certe area geografiche o periferiche, ma per dinamiche trasversali sempre più estese e radicate. Forse è questa la morale che potremmo trarre dalla vicenda di Silvio e Ruby. Se la storia di Berlusconi è anche la storia dell’Italia, come dice Freccero, l’uomo che aveva creato “centomila posti di lavoro” e oggi mantiene un indotto di ragazze, riflette come uno specchio di Dorian Gray il declino di un paese che si credeva potenza economica mondiale. Per questo, Ruby Rubacuori è anche l’altra faccia di Fiat Mirafiori. La classe operaia ridotta a cinquemila voti, da sola e fino a ordine contrario, ha dovuto scegliere se permanere o meno in purgatorio, mentre nella Fabbrica Italia che sta ad Arcore sognava il paradiso chi vendeva il proprio plusvalore in carne e ossa &#8211; l’unico disponibile &#8211; a un vecchio imprenditore.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, 19.1.2011</em></p>
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		<title>l&#8217;ultimo Cavaliere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 09:17:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/berlusconi_6.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-37837 alignleft" style="margin: 8px;" title="berlusconi_6" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/berlusconi_6.jpg" alt="" width="248" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/berlusconi_6.jpg 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/berlusconi_6-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Finalmente tutto ha di nuovo, se non un ordine istituzionale, almeno una motivazione superiore, nobile e quasi anacronistica. L’irrespirabile clima da fine dell’impero che aveva avvelenato la nostra politica interna con incredibili eccessi di linguaggio, pensiero, atteggiamenti e moine non era che un cattivo odore persistente. L’impressione, condivisa e agghiacciante, di programmi e proclami politici somiglianti a palinsesti televisivi, di interviste ripetitive quanto monologhi stanchi di un pallido <em>Drive in</em>, di dichiarazioni vagheggianti persecuzioni in toghe rosse, di una vita quotidiana schiacciata, come uno spot pubblicitario, tra continue messinscena di minorenni a ballare nude in cantina davanti a uomini decrepiti, carabinieri che riaccompagnano a casa orde di sedicenti escort, agende istituzionali piene come elenchi del telefono era davvero solo e soltanto una impressione. Ci siamo sbagliati quasi tutti. Perché questo paese non è guidato da un Primo Ministro senile e dissoluto, da un barzellettiere folle, dalla voce di un duo canoro il cui secondo è Apicella, da un portatore di bandana, dal misero architetto che ha trasformato un paradiso caraibico in una Milano tre. Non è così. Ci siamo sbagliati quasi tutti. <span id="more-37836"></span>Da oggi è chiaro perché a Silvio Berlusconi ci siamo rivolti per anni chiamandolo Cavaliere. Berlusconi, da quando ha lasciato la sua Veronica, ha avuto un unico obiettivo riguardo la propria vita privata, un obiettivo persistente come un’ossessione. Impedire ai giornali di cannibalizzare tutte le sue ore non istituzionali. Quelle in cui dismette la carica e ritorna uomo. Silvio Berlusconi ha difeso il suo “legame affettivo stabile” utilizzando tutte le sue armi, che sono poi il suo mestiere. Il Cavaliere ha imbracciato l’antenna e ha assoldato donne giovanissime, buttafuori, accompagnatori maschi e femmine, caratteristi come Emilio Fede e Lele Mora, nel ruolo di se stessi, gli sceneggiatori di Scuola di Polizia e ha allestito un circo nel quale Palazzo Grazioli sembrasse un bordello di New Orleans senza Louis Malle e Villa Certosa una piccola Salò senza Pasolini. Ha comprato un letto enorme che fosse una sorpresa, preziosa ma possibile, come il cuore d’oro che si trovava nei confetti Crispo. Ha inventato il gingle Bunga-Bunga. E questo perché i giornalisti, i comunisti, tanti altri –isti e tutti i suoi detrattori s’impegnassero nella ricerca disperata di ciascuna di queste figure, si perdessero in questo vorticare di denaro, e non sospettassero neppure l’esistenza di una donna stabilmente al suo fianco. Un legame affettivo stabile che Silvio Berlusconi ha lasciato nella penombra che si addice all’essenziale, come un signore. Gli ultimi anni sono davvero stati la rappresentazione meravigliosa e megalomane, grottesca a tratti, di un mondo che non esiste. Perché quest’uomo al centro di molti nodi che il nostro paese non riesce a sciogliere, ha un legame affettivo stabile. E quindi niente minorenni, niente giro di prostituzione, solo spettacolo. Ha pagato tutti per recitare una parte. Ruby che dichiara di aver preso settemila euro senza mai andare a letto col Premier, dichiara il vero. Silvio Berlusconi ha difeso le virtù, l’identità e l’onore della sua signora. Silvio Berlusconi, e non dimentichiamolo al prossimo avviso a comparire dei giudici milanesi, è l’ultimo Cavaliere cortese. Se non siete in grado di commuovervi per questo gesto, allora non siete in grado di capire la bellezza del mondo e di correggerne le bruttezze. Solo un legame affettivo stabile, un amore, può farti sopportare l’indefesso avanzare della macchina del fango. E se non lo capite, allora non avete mai amato nessuno. Era un reality, non la realtà.</p>
<p><span style="color: #888888;">[questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità del 18 gennaio 2011]</span></p>
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		<title>La responsabilità dello scrittore (in tv)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 09:38:42 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><strong>&quot;NON C’È PIÙ RACCONTO&quot;</strong></p>
<p style="text-align: center;">non solo nell&#8217;isola</p>
<p style="text-align: center;">ma anche nella penisola</p>
<p style="text-align: left;"><em>Grazie Aldo</em></p>
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