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	<title>Ribot &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Darsi all&#8217;ippica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 07:30:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo La verità è che io non ci sono mai entrato. Mi ricordo quando, da bambino, mio padre mi portava allo stadio e si passava davanti all&#8217;ippodromo ed era tutto un racconto di cavalli, scommesse, gran dame, nobiltà. Una specie di mondo incantato, una favola, una realtà parallea a quella che frequentavo io, [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La verità  è che io non ci sono mai entrato. Mi ricordo quando, da bambino, mio padre mi portava allo stadio e si passava davanti all&#8217;ippodromo ed era tutto un racconto di cavalli, scommesse, gran dame, nobiltà. Una specie di mondo incantato, una favola, una realtà parallea a quella che frequentavo io, piccolo sottoproletario milanese. Come poteva mio padre conoscere quel mondo magico e misterioso, sapere di galoppo, trotto e alta società?<br />
<span id="more-30388"></span><br />
Non ci sono mai entrato, dicevo. Ma lo conosco da sempre. L&#8217;ippodromo è uno degli scenari più tipicamente milanesi. È depositato nel nostro immaginario collettivo, presente in moltissimi film girati a Milano. (Sono molti di più di quanti crediamo i lungometraggi girati in questa città, non ostante lo strapotere romanocentrico del cinema italiano). Anche perché quel vuoto clamoroso nel cuore di una città così densamente costruita, creava una anomalia affascinante per i cineasti. Non l&#8217;ho mai visto, ma ho girato questa parte di città in lungo e in largo. Una delle zone più eterogenee di Milano, dove vivono a stretto contatto di gomito, quartieri sperimentali da antologia come il QT8, palazzoni ultrapopolari in attesa di decennali manutenzioni straordinarie e gruppi di ville altoborghesi, spesso di una qualità edilizia davvero unica. Una borghesia che negli anni Sessanta, negli anni del boom, ha deciso di andarsene dal soffocante centro storico per cercare spazio, salubrità, sport. Ha deciso di vivere qui e mandare i propri figli a lezione di equitazione. Io non sono mai salito su un cavallo in tutta la mia vita. I cavalli sono animali strani; eleganti e spaventosi. Per me, sia ben chiaro, bambino di periferia, che i cavalli li vedeva solo nei film western. </p>
<p>Il catino dell&#8217;ippodromo, l&#8217;ho visto da lontano, sul Monte Stella, l&#8217;unica corrugazione della piatta tavola che è Milano, non ci sono mai entrato ma ora che leggo che lo hanno chiuso mi è venuta una sorta di nostalgia per un passato che non ho mai vissuto. Non so se fra un mese tutto si rimetterà a posto, se la politica lo farà riaprire. Da quello che leggo la crisi è profonda e tocca anche altre realtà nazionali. Mantenere un ippodromo è davvero costoso e, ironia della sorte, i fondi vengono dalla più aleatoria delle attività, le scommesse. Chiaro che mio padre conosceva l&#8217;equitazione come scommettitore, mica come sportivo. Ma dietro le corse, dietro le scommesse, c&#8217;è anche una storia leggendaria che chiude. Nomi che sono scolpiti nella memoria collettiva (come non pensare a Ribot?).</p>
<p>Da sempre quest&#8217;area ingolosisce la speculazione edilizia meneghina. Ricordo già negli anni Ottanta la costruzione di una serie di palazzoni di appartamenti di lusso come avamposto di un definitivo sfruttamento dell&#8217;area. Edifici di particolare bruttezza e arroganza, primo sintomo del cancro dell&#8217;indifferenza civica. Il nuovo PGT in discussione proprio in questi giorni, dopo che per anni il mercato privato ha cercato in tutti i modi di metter le mani su quest&#8217;area pregiatissima, pare voglia definitivamente bloccare l&#8217;eventuale colata di cemento. Meno male. Milano na ha un bisogno vitale di vuoti urbani di tali dimensioni. Da una parte il Parco Sud e qui tutto il sistema di verde da riorganizzare che comprende il Parco di Trenno, il Bosco in Città, il Monte Stella. Ma perché un ippodromo possa svolgere la sua funzione sociale &#8211; scuola di equitazione, area verde, spazio collettivo &#8211; deve anche funzionare. Se lo si terrà fermo per anni diventerà una zona depressa, degradata, morta. E ancora una volta gli avvoltoi del cemento saranno lì in attesa, fregandosi le mani. Scongiuriamolo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Corriere della Sera <em>del 14.02.2010</em>]</p>
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