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	<title>Riccardo Ferrazzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Islario fantastico argentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Oct 2023 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Muñoz]]></category>
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		<category><![CDATA[Gonzalo Monterroso]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Salvador Gargiulo</strong> e <strong>Gonzalo Monterroso</strong>  <br /> Contrariamente ad altre geografie più accomodanti, dove il semplice fatto di gettare un seme viene ricompensato nella primavera dell’anno seguente, in molte delle nostre isole questo patto non viene osservato. Ricoveri di uccelli e di lupi, aperte alle inondazioni, scoscese, circolari, sterili, desertiche. Tutti aggettivi che sembrano escludere l’essere umano, allontanarlo con tutti i mezzi di cui si avvale la natura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Salvador Gargiulo </strong>e <strong>Gonzalo Monterroso<br />
</strong></p>
<p><em>Introduzione</em> (Salvador Gargiulo)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105490" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi.jpg 397w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />La nostra toponimia insulare, opportunamente studiata, ci sorprenderebbe per il suo pessimismo. Le isole, come gli esseri umani, portano il nome che si meritano, e molte di esse certificano lo stupore che provocarono ai loro primi visitatori, cioè coloro che le hanno battezzate. Desolación (Desolazione), Soledad (Solitudine), Peligrosas (Pericolose), Inaccesibles (Inaccessibili), Decepción (Delusione), sono alcuni dei nomi sopportati dalle nostre isole più onorate, le quali, stando a certi illustri marinai, “non parlano e non capiscono il linguaggio degli esseri umani”. Affermazione che contiene in sé una verità abissale che ben potrebbe applicarsi a molte delle nostre isole: la loro indifferenza.<br />
Contrariamente ad altre geografie più accomodanti, dove il semplice fatto di gettare un seme viene ricompensato nella primavera dell’anno seguente, in molte delle nostre isole questo patto non viene osservato. Ricoveri di uccelli e di lupi, aperte alle inondazioni, scoscese, circolari, sterili, desertiche. Tutti aggettivi che sembrano escludere l’essere umano, allontanarlo con tutti i mezzi di cui si avvale la natura. Isole indomite, selvagge, che anche nei secoli XX e XXI sembra che esigano il diritto di passaggio a chi vuol posarvisi il piede.<br />
Il mito, la sua disposizione al fantastico, si tesse a partire da queste condizioni. Non c’è niente di più propenso alla leggenda che una casa abbandonata in mezzo a un’isola deserta. Niente è più suggestivo di un faro decrepito sulla cima più alta di un’isola assediata dalla nebbia. Gli esilii più crudeli hanno il sapore di queste afflizioni. La ragione pretende anche una certa dose di cinismo quando considera che le isole sono anche diretti sinonimi del Paradiso.<br />
L’Eden è un’isola, Saint Marteen, Margarita, e tutte le isole che formano l’arco del mar dei Caraibi sono paradisi.<br />
Paradisi ardenti e inferni gelati. D’altronde, nell’immaginario argentino le isole quasi non esistono. Per noi non ci sono isole, tutto si riduce a pampa e montagna, a fiumi senza sponde, a deserti in altitudine e in pianura. Non si dovrebbero aggiungere le isole a questo inventario, perché, in realtà, non esistono. E questa è la misura in cui cresce il loro paradosso e si afferma il loro mistero. Su molte di esse si può arrivare solo affittando un battello. In altri casi, per sbarcare si richiede uno sforzo del quale può dar conto solo un marinaio sperimentato. In tanti parlano di quanto sia bella l’Isla de los Estados, ma nessuno, o pochissimi, la conoscono. Ci sono isole occulte, bracci di terraferma che si dicono isole, paesi insulari di pianura, ma le isole propriamente dette sono poche. Alcune sono abbandonate, miserrime parenti di leggendari paradisi turistici, germogli di terra in mari infami, alcune sferzate dal vento, altre minute ed ermetiche. Isole di clausura, orgogliose della loro mezza paginetta di storia. Di esse si sa poco o niente: sono tacche su un planisfero fisico, senza un toponimo che le tenga a battesimo. Isole perdute, lontane, proibite, funeree. Oppure con un loro simbolo impresso, come le Malvine. Ed ecco che un islario di terraferma – con la pampa come succedaneo del mare – può essere considerato anche più reale di quello che riguarda esclusivamente le nostre acque.<br />
Dunque, un islario argentino potrà ridursi all’evocazione di viaggiatori illustri o sfrontati, a un inventario faunistico monotono e prevedibile, a un’ispezione della flora cespugliosa, a uno scartafaccio sulle rocce sedimentarie o, nel migliore dei casi, all’elenco di ruderi che a suo tempo furono fabbriche di guano, depositi, nascondigli. E fari. Forse questi ultimi, vivi e morti, sono i più illustri abitanti delle isole. Dopodiché il quadro è completato dall’abbandono e dalla solitudine. Un islario argentino è dunque ancora da scrivere. Si tratta di storie minime: le isole rifuggono dalle frasi concatenate: preferiscono le parole isolate per intonare la loro triste canzone. Per questo abbiamo scelto di abbordare ciascuna isola in punta di piedi e interrogarla a bassa voce per ascoltare i suoi segreti, la sua squallida biografia. E non abbiamo lesinato su toni e registri: ci troverete citazioni di viaggiatori, dialoghi fortuiti, chiacchiere, materiali d’archivio, documenti e notizie pescate in vecchi libri, abbordaggi metodici ed eleganti sbandate. Ma è inutile spingere tali ricerche oltre queste pagine. Su ciò che non fu mai scritto non si può mentire. Perciò in queste pagine non tutto è vero e non ci sono menzogne. Le leggende hanno da guadagnare dalla fantasia, ma soltanto a partire da qualcosa di radicalmente vero. Tutte queste isole compaiono nelle carte, ma quel che accade nei loro territori cavalca tra verità e menzogna, fra testimonianza e buona fede. Un buon lettore saprà capire cosa intendiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Isola del Cerrito </em>(Salvador Gargiulo)</p>
<p>L’isola del Cerrito è la storia biblica raccontata a rovescio. All’inizio fu la discordia. Poi il paradiso. Prima la civiltà, poi la foresta. Come un quadro di Piranesi o una piramide Maya divorata dalla selva.<br />
Il primo uomo bianco che raggiunse l’isola fu Alejo García, nel 1521. Sopravvissuto della spedizione di Juan Díaz de Solís, risalì il Paraná cercando la Sierra de la Plata (i Monti dell’Argento). Giunto alla confluenza con il fiume Paraguay, si prese qualche giorno di riposo nel Cerrito, ma in seguito trovò la morte per mano degli indios Payaguaes.<br />
Due secoli più tardi Cerrito fu una base operativa nella guerra della Triplice Alleanza, la più dura e sanguinaria di cui si abbia memoria nel nostro Paese.<br />
Peraltro, un tocco fantastico è stato posto dalla fondazione, nel 1926, dell’ospedale modello Màximo Aberastury, per malati di lebbra. Come una specie di “Montagna incantata”, l’ospedale e le sue dépendances furono costruite nella zona più alta dell’isola, mentre le adiacenze furono occupate dagli alloggi per i familiari. Cerrito divenne così un chiostro su un’isola, la ridotta di una società maledetta da Dio e dagli uomini.<br />
Il lebbrosario funzionò dal 1926 al 1967. Alcuni abitanti del posto lo ricordano come una colonia arcana e fosca, con guardie e cimitero privati. Rodolfo Walsh passò qualche giorno nel Cerrito e lì scrisse il suo reportage “L’isola dei risuscitati”.<br />
Nel 1967, dopo aver guarito più di cento pazienti, l’ospedale chiuse per sempre le sue porte. Rimasero nel passato chimere, battaglie e lebbrosi. La vegetazione tornò a impadronirsi di quanto l’uomo aveva usurpato. Oggi l’isola del Cerrito non ha niente da invidiare a un paesaggio di Rousseau. “Destinazione preferita dai pescatori e spiagge di sabbia bianca” ripetono con insistenza i cartelli promozionali del turismo. Come se la morte non l’avesse mai toccata. Come se fosse fuggita lontano, stanca di devastare l’isola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Isole dell’Iberá </em>(Gonzalo Monterroso)</p>
<p>Si è sempre immaginato che anticamente il fiume Paraná seguisse il corso dell’Iberá e, dopo averlo abbandonato, abbia lasciato una sequela di lagune, pantani e paludi che nella stagione delle piogge straripano in tutte le direzioni verso boschi e giuncheti, dando origine ai fiumi della provincia di Corrientes. Nell’immensa pianura sommersa certe piante galleggiano e sembrano isole: l’aguapé (pontederia), l’irupé (piattone acquatico) il vistoso vassoio rotondo che D’Orbigny elogia come parente della ninfea francese. Gruppi di pontederie solidificate intorno a una malta di terra e radici diventano spesso grandi zattere che navigano alla deriva spinte dalla corrente. Per questo motivo Martin de Moussy annotò nel suo Atlante: “Reunion de lacs, de marais e d’Iles noyées quelques unes sont flottantes”. (Insieme di laghi, paludi e isole inondate, alcune delle quali sono flottanti). Il suolo leggermente convesso verso sudovest convoglia le acque dell’Iberá come anticamente avrebbe indirizzato il Paraná. Il diplomatico e commerciante Woodbine Parish ritiene che qualche collegamento sotterraneo riempia le lagune dell’Iberá in corrispondenza con le periodiche piene del Paraná. Le sue esplorazioni conducono a supporre l’esistenza di una etnia di pigmei che, secondo la tradizione, avrebbe vissuto sulle isole che si trovano al centro della laguna (etnia che il viaggiatore inglese vorrebbe mettere in relazione con certe prodigiose formiche che costruiscono nidi conici a prova di acqua).<br />
La presenza di un’isola inaccessibile nel ginepraio acquatico dell’Iberá è condivisa anche da D’Orbigny. Nell’estate del 1826, il naturalista francese – contrariamente alle informazioni di Azara, che egli ritiene di seconda mano – esplora una parte dell’Iberá attrezzandosi con una carovana di carri anfibi. Gli indios delle vecchie missioni che accompagnavano la carovana ritenevano impossibile raggiungere il centro della laguna, dove credevano ci fosse terra asciutta, e che l’unico individuo che ci era riuscito aveva raccontato che l’isola era popolata da animali selvatici. Dicevano che durante le prime guerre delle Missioni alcune tribù guarany avevano attraversato le paludi e avevano popolato le isole dell’Iberá, da dove intraprendevano spedizioni di saccheggio nelle vicinanze di Corrientes.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: i testi che precedono, rispettivamente di Salvador Gargiulo e Gonzalo Monterroso, sono tratti (il primo è un frammento dell&#8217;introduzione) dall&#8217;opera a otto mani &#8220;Islario Fantastico Argentino&#8221; (gli altri autori sono Alejandro Winograd e Alberto Muñoz), pubblicato recentemente <a href="https://tarka.it/tarka-shop/libri/viedellaseta-libri/islario-fantastico-argentino/">dall&#8217;editore Tarka</a>, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, e curata da Alessandro Gianetti. </em><br />
<em>Utili informazioni sull&#8217;opera si possono trovare, oltre che nei due prologhi, anche <a href="https://escritoresdelmundo.art.blog/2021/06/01/a-proposito-de-islario-fantastico-argentino-por-miguel-vitagliano/">qui</a>:</em><br />
<em>&#8221; &#8230; Siguiendo el modelo de los antiguos bestiarios –hasta en la elección tipográfica de su impecable edición-, Islario describe en su primera parte cada isla del territorio argentino, las del mar como las de los ríos, las del presente y las que se cayeron de los mapas, las islas ínfimas, las buscadas sin éxito, las soñadas, las proyectadas. Y en la segunda, ofrece registros y relatos expedicionarios sobre el Delta del Paraná. Saber de una isla es, en definitiva, una invitación a emprender un viaje para encontrarla, o para dejar atrás la que habitamos como cualquier Robinson. Ese albur es conocido por los autores de Islario, Alejandro Winograd, Gonzalo Monterroso, Alberto Muñoz y Salvador Gargiulo, cuatro como los puntos cardinales y los vientos, que tiran a la suerte la brújula para que algún lector se anime a perderse en su propio mapa. &#8230;&#8221; </em></p>
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		<title>Enigmi a Busto Arsizio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/06/il-caravaggio-scomparso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[golem edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il Caravaggio scomparso]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Riccardo Ferrazzi</strong> <br />(cappello di <strong>Marino Magliani</strong>)<br /> Per chi non è pratico della zona, sarà meglio chiarirlo subito: Busto Arsizio dista da Milano venti chilometri oppure duemila. Dipende dai punti di vista. In autostrada]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Riccardo Ferrazzi </strong>(cappello di <strong>Marino Magliani</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<div dir="ltr"><em>In questo romanzo (&#8220;Il Caravaggio scomparso. Intrigo a Busto Arsizio&#8221;, Golem edizioni, 2021) l&#8217;unica autopsia possibile occorrerebbe farla alle rughe del Caravaggio, forse ritrovato. Ma lo è? Si tratta di un giallo dove a condurre l&#8217;indagine è un giornalista, ironico e scanzonato, e ci si muove tra fabbriche e industriali, anzi, tra industriali, anche in questo caso, scomparsi&#8230; Riccardo <span class="il">Ferrazzi</span> è un traduttore, ha scritto saggi su Napoleone da giovane e sui miti, ed è un affabulatore. Di solito spazia tra mesetas e i quartieri di Madrid, dove ha vissuto a lungo. Oppure a Vienna e Coblenza, ma prima o poi le sue trame si spostano dalle parti del milanese e dimostra di conoscerlo bene, in tutte le sue rughe. Qui di seguito un passo.<br />
</em></div>
<div dir="ltr" style="padding-left: 560px;"><em>M. M.</em></div>
<div dir="ltr"></div>
<div dir="ltr"></div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-93891" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg" alt="" width="300" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso.jpg 452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-300x425.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Il-Caravaggio-scomparso-297x420.jpg 297w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Per chi non è pratico della zona, sarà meglio chiarirlo subito: Busto Arsizio dista da Milano venti chilometri oppure duemila. Dipende dai punti di vista. In autostrada sono venti, in tutto il resto sono di più. Il fatto è che a Milano vive un milione e mezzo di persone, e ogni giorno ne vanno e vengono almeno altrettante, invece a Busto siamo ottantamila in tutto e siamo sempre quelli. Ma soprattutto a Milano si compera, si vende, si intermedia, si pubblicizza; invece a Busto si fabbrica. La differenza è tutta qui perché chi vende deve ruotare lo sguardo a 360 gradi; invece chi fabbrica deve stare concentrato sul prodotto, e così non vede quel che gli succede intorno. In compenso, dove si fabbrica succedono cose che altrove manco se le sognano. A Busto Arsizio sessantamila bustocchi originari (o integrati da precedenti migrazioni) convivono con ventimila siciliani, tutti oriundi di Gela (ridente cittadina in provincia di Caltanissetta). In un altro posto sarebbe scoppiata la guerra civile, a Busto no. Finché hanno madre e padre da riverire, i gelesi fanno i bustocchi in fabbrica e i siculi in casa. Quando poi si affrancano dalla famiglia, si assimilano fin quasi a confondersi con gli indigeni. Dev’essere colpa (o merito) dell’aria, quest’aria nebbiosa e pesante dell’Alto Milanese, che incombe sul cranio di tutti noi figli di Eva e ci costringe a tenere gli occhi bassi. Anche chi ha memoria di cieli azzurri e siepi di ficodindia quando timbra il cartellino da queste parti diventa un nibelungo.</p>
<p>Con Mick Navarra, gelese a metà, non ero mai stato amico nel vero senso della parola. Avevamo fatto le medie e il liceo assieme ma non nella stessa classe. Lui aveva un anno meno di me e parecchi milioni in più. Niente di male: fino ai quindici anni certe differenze si sentono poco. Si gioca al pallone, si fa il filo alle ragazzine, i contrasti si aggiustano con la personalità o a cazzotti. È quando cominci a intravedere l’età della patente che scatta il meccanismo perverso: tu ce l’hai la macchina? E che macchina è? Mick aveva in mente la Porsche e Salvatore gliela comprò: da buon siculo era sensibilissimo al fascino degli status symbol. Ma anche chi nasce con la camicia ha i suoi guai e Mick dovette fare i conti con i condizionamenti psicologici: anche se papà ti scuce la paghetta in dosi omeopatiche, tutti sanno che un giorno i milioni saranno tuoi ed è meglio esserti amico che nemico. Siccome prima o poi te ne rendi conto, cominci a pensare che 24 25 la gente non ti sorride perché sei simpatico ma perché vuole qualcosa da te. E diventi un sospettoso stronzo col quale non c’è verso di entrare in confidenza. Mick era così. Potevi incontrarlo al bar Haiti all’ora dell’aperitivo e tra un crodino e un camparisoda potevi chiacchierare da pari a pari sulle prospettive di classifica della Pro Patria. Magari ti raccontava anche una barzelletta. Ma appena usciti dal bar tornavi a essere un perfetto estraneo.</p>
<p>Comunque, per Navarrone e Navarrino i rapporti sociali erano il minore dei problemi. Narra infatti la leggenda che, dopo aver lasciato Gela in giovane età, Salvatore Navarra approdò a Busto con la classica valigia di cartone legata con lo spago e le idee confuse: suonava i campanelli delle fabbriche, il portinaio si affacciava, lui chiedeva in tono altero di parlare col padrone, il portinaio gli domandava paternamente: «Cosa sai fare?». Lui alzava il mento e rispondeva: «Tutto!». Con queste credenziali non lo assumeva nessuno. E lui girò per aziende meccaniche, chimiche e della plastica, ma anche per tipografie e salumifici, prima di bussare alla porta giusta: una tintoria di filati che aveva bisogno di un apprendista. Lì cominciò il suo cursus honorum. La tintoria era piccola, quasi artigianale, e lui fungeva più che altro da uomo di fatica quando c’erano da consegnare o ritirare i subbi, gli enormi rocchetti sui quali si avvolge il filo, tinto o da tingere; ma in questo modo Salvatore poté ficcare il naso dappertutto: filature, torciture, amiderie, tessiture e stamperie, tanto che riuscì a farsi un’idea dell’intero ciclo del cotone, dal batuffolo colto sulla pianta in Georgia o in Mississippi fino ai vestiti griffati esposti nelle vetrine di via Montenapoleone. Se ne venne fuori con l’idea di un marchingegno da applicare ai telai per renderli più versatili e migliorare la produttività. Fu il primo dei suoi successi: tutte le tessiture lo adottarono. Quando le richieste cominciarono ad arrivare anche dall’estero, Salvatore vendette il brevetto e si dedicò a svilupparne altri. Verso la fine degli anni ’80, quando la crisi del tessile aveva già mandato in rovina i cotonifici e i colossi delle fibre sintetiche, lui calzava scarpe Church, ordinava le camicie in Savile Row e collezionava le cravatte di tutti i reggimenti inglesi. Suscitando commenti di ogni genere, aveva sposato la Teresa Barlocco, procace sciampista di chiara fama nelle discoteche dove la gioventù bustocca praticava la 26 27 caccia grossa. Ma a Salvatore la fama della Teresa non faceva né caldo né freddo: ormai aveva capito che a Busto Arsizio l’uomo d’onore è colui che paga le cambiali prima che vadano in protesto, dopodiché quel che succede a letto o sui sedili reclinabili di un’automobile sono soltanto fatti suoi. Salvatore pensò che gli occorreva una donna per il riposo del guerriero e, mentre gli altri puntavano alla camporella spensierata, lui propose il matrimonio. La Teresa fece i suoi conti e decise che le conveniva. In qualità di guerriero, Salvatore si riposò abbastanza per mettere al mondo due figli. Ma fra un riposo e l’altro seguitò a inventare congegni e meccanismi, tanto che in una ventina d’anni la sua “fabbrichetta” arrivò a contare una cinquantina di dipendenti. L’industria tessile era in crisi, invece la meccanica aveva un gran bisogno di brevetti. Salvatore era l’uomo adatto e passò di successo in successo. Ormai, oltre ad abitare in un attico, era proprietario di un discreto numero di appartamenti in giro per la città, possedeva il dieci per cento de “La Subalpina” (che a Busto vende come il Corriere della Sera, o quasi) e una quota del circolo del golf, dove si faceva vedere ogni tanto, solo per incontrare al bar gli altri industriali. Aveva fatto anche l’abbonamento alle partite casalinghe della Pro Patria e, con esiti esilaranti, si azzardava a pronunciare poche brevi frasi in dialetto. I guai cominciarono quando Mick finì gli studi laureandosi in qualche cosa. Salvatore Navarra, il geniale inventore, come padre era un disastro: non concepiva l’idea che il suo erede potesse desiderare, per esempio, di fare il medico o l’avvocato. Mick doveva entrare in fabbrica, punto e basta. Doveva entrarci da figlio del padrone, ma guai a lui se si fosse permesso di spostare un chiodo! Aveva studiato, sì, ma cosa sapeva? Niente! Era un bamboccio, uno sprovveduto, un babbeo. Aveva tutto da imparare. Doveva guardare e tacere. Come per il delfino di Francia, si sarebbe visto chi era solo dopo che il padre fosse sceso nella tomba. E così Mick si ritrovò piazzato in un ufficio dal quale avrebbe dovuto vedere tutto e imparare tutto; ma non era responsabile di niente, neanche dell’archivio, e l’unica iniziativa che poteva prendere era andare a bere il caffè alla macchinetta. Voi direte che da qualche parte bisogna pure cominciare e uno che ha la Porsche in garage ha poco da lamentarsi. Ma Salvatore sembrava che facesse apposta a trattare suo figlio come l’ultimo dei cretini. Ogni volta che lo incrociava in giro negli uffici lo assaliva rimproverandogli errori e omissioni (soprattutto omissioni, dato che per sbagliare bisogna pur avere qualcosa da fare) e non si tratteneva dal chiamarlo fesso, pirla e coglione, facendosi sentire fino in Perù.</p>
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		<title>su Mascaró</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/22/su-mascaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jan 2021 06:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Ho scoperto Haroldo Conti grazie a Adrián Bravi. «Racconta l’acqua» mi disse, «le inondazioni, come faccio io, ma lui l’ha fatto tanti anni fa, perché è nato negli anni Venti, e da Chacabuco è andato a vivere il delta, tra i banchi di sabbia e le isole del Paraná, con in lontananza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-87974" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/conti-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Ho scoperto Haroldo Conti grazie a Adrián Bravi. «Racconta l’acqua» mi disse, «le inondazioni, come faccio io, ma lui l’ha fatto tanti anni fa, perché è nato negli anni Venti, e da Chacabuco è andato a vivere il delta, tra i banchi di sabbia e le isole del Paraná, con in lontananza i palazzi di Buenos Aires, e dalla sua barca guardava le rive». E Adrián ha ragione, Haroldo Conti ha raccontato l’acqua del delta dal centro dell’acqua.</span></span><br />
<span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">La prima cosa su cui ci si sofferma, tuttavia, quando si legge di Haroldo Conti, non sono l’acqua di </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Sudeste</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> e la costa inzuppata di </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Mascaró</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, o la stessa amicizia con Gabriel García Márquez, la passione per il cinema, ma richiama il numero esiguo di libri a suo nome. Allora vai a vedere qualche notizia biografica e a quel punto ti è tutto chiaro. Conti è morto molto presto, a cinquantuno anni, perché questa è la data che riportano le carte (ma solo alcune), in genere accanto a Chacabuco, profonda pampa, 1925, un luogo di morte non viene riportato, e una data, un giorno, un mese, uno di quei mesi in cui in Argentina fa freddo e qui si soffoca. Nulla, Haroldo Conti non c’è, c’è stato e poi non più, scomparso, </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>desaparecido</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">.</span></span><br />
<a name="_GoBack"></a> <span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">Uno di quei giorni in cui a Buenos Aires fa freddo e in Italia la notte odora di alberi e le rane nel torrente si cercano. 5 maggio, di notte, Haroldo era andato con la compagna al cinema a vedere “Il Padrino”, era il 1976, e quando è tornato un gruppetto di fascisti </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>malparidos</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> lo stava aspettando in casa, avevano già sequestrato la coppia di amici (costoro avevano trascorso la serata coi bambini piccoli, e i </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>milicos</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> avevano narcotizzato i bambini), e poi demolirono Haroldo, ma non gli tapparono gli occhi, come fecero alla compagna… Era già ben chiaro che Haroldo non l’avrebbe mai detto a nessuno chi erano. Erano stati mandati da Videla. Lo portarono via, di solito viaggiavano in Falcon. Ma queste cose le racconta molto bene proprio Gabriel García Márquez nell’introduzione a </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Mascaró</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, che uscì in Argentina nel 1975 e che Exòrma ha riportato in Italia (era uscita una traduzione di Francesco Saba Sardi, per Bompiani nel 1983). È stato lo stesso Videla a confessare ai giornalisti, alla fine della dittatura: «Haroldo Conti non cercatelo».</span></span><br />
<span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">Nel 1976, un paio di settimane dopo il sequestro di Haroldo Conti, J.L. Borges e Ernesto Sabato, invitati a pranzo da Videla per parlare di cultura, hanno avuto la possibilità di chiedere cosa ne era della gente sequestrata (in quei tempi l’etichetta di </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>desaparecido</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> non si usava ancora, era semplicemente gente sequestrata e prigioniera), ma non l</span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>&#8216;</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">hanno fatto. O la domanda, da parte del solo Sabato è stata posta senza convinzione, buttata lì, come una semplice (timida?) richiesta di informazioni. Questo risulta dalle ammissioni dello stesso Sabato. Sta di fatto che di Haroldo Conti si parlò sempre meno, non aveva lasciato certe opere come </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Operación masacre</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, di Rodolfo Walsh, Conti aveva parlato dell’acqua e del popolo dell’acqua, di malinconie, della ricerca della libertà, certo, (e anche di ferocia subita dal popolo, certo) nella fauna circense di Mascaró, di cui siamo a dire qualcosa, non ci sono genocidi. Conti era dunque un </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>desaparecido</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> e basta, e </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>desaparecida</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> in Europa risultò essere la sua letteratura. Lo conoscevano in pochi, e chi lo conosceva lo amava, lo studiava, come il saggista Luca Leotta che ha scritto la tesi su di lui e sull’altro grande </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>desaparecido</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, il fumettista Héctor Hoesterheld, al quale la dittatura ha fatto sparire e uccidere le quattro figlie, di cui due incinta. Conti era un sommerso e nessuno sapeva dove. Uno che diceva di sé: «Non sono un uomo libero, ciononostante ho il culto della libertà».</span></span><br />
<span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">Mentre traducevo </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Mascaró</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> con Riccardo Ferrazzi non pensavo a chi dedicare il lavoro, non ci si pensa a chi dedicare le traduzioni, i libri sono degli autori, non dei traduttori, ma quando il libro esce qualcosa a riguardo si può dire e io vorrei dire che dedico la mia traduzione a Giulio Regeni. Siccome siamo in due e le traduzioni che si fanno in due non si fanno a metà, ma si integrano, in un confronto e in una riscrittura delle due voci (perché non ci sia acqua salata o dolce ma l’acqua della traduzione sia nella forma delle due cose: un’acqua quasi salmastra) perché siano in effetti quasi una, quasi la voce di una lingua che lavora su ciò che un autore non ha gettato via in un’altra lingua, ho chiesto a Riccardo Ferrazzi di raccontare qualcosa ma stavolta più che sulla vita e l’opera scomparsa, di farlo sulla lingua presente di Haroldo Conti che non è scomparsa. </span></span><br />
Ho ricevuto questa mail:<br />
<span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">&#8220;La caratteristica che più mi affascina nei veri scrittori è la capacità di presentare al lettore dei “pezzi di bravura” che sono manifestamente tali ma si fanno leggere senza fatica e, anzi, lasciano nel lettore la sensazione di aver viaggiato fra le nuvole. Sono molti i brani di questo genere in </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Sudeste</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, e l’intero esordio di </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>Mascaró</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL">, la notte di Arenales mi ha lasciato stupefatto per la precisione e l’abilità con cui l’autore indaga tutti i particolari di una complicata fotografia. Si sa: la precisione nei dettagli è un </span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"><i>atout</i></span></span><span style="font-size: x-large;"><span lang="nl-NL"> narrativo. Ma non è come dirlo. Per rendere affascinante una descrizione bisogna sì rappresentare la realtà nei suoi particolari, ma soprattutto è necessario dare la sensazione che ciò che si descrive ha un senso e uno scopo. Bisogna saper parlare di ogni singola cosa senza specificare quale peso abbia e quale ruolo rivesta nel tutto, ma lasciando intendere che sia indispensabile per cogliere il significato del quadro. L’abilità di Conti è tale che, quando Oreste si imbarca e lascia Arenales, comprendiamo che lascia alle sue spalle nient’altro che un piccolo agglomerato di baracche dove vivono alla giornata uomini e donne sbandati e senza futuro. Eppure la minuziosa descrizione di quel posto sperduto ci ha tenuti agganciati alla pagina e ci lascia la stessa impressione del primo capitolo di un giallo: quello in cui viene ritrovato il cadavere e l’indagine ha inizio. La notte di Arenales è il mistero dell’esistenza: la somma di inutilità, casualità, noia e oppressiva sensazione di impotenza con cui finiamo per guardare alla vita quando ci troviamo in uno di quei vicoli ciechi nei quali non abbiamo potuto evitare di infilarci e dai quali è così difficile districarsi. L’entrata in scena del Principe Patagón darà la prima svolta alla vicenda. Oreste esce, quasi suo malgrado, dal vicolo cieco di Arenales per seguire un’avventura alla quale non avrebbe mai pensato. Il successivo intervento di Mascaró gli darà uno scopo nella vita.&#8221;</span></span></p>
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		<title>Le città e il desiderio: Daniel Guebel tra utopia e storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/07/luomo-che-inventava-le-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Amos edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luigi Marfè In uno dei suoi racconti più fulminanti, Del rigor en la ciencia (Del rigore nella scienza, 1946), Jorge Luis Borges immagina un impero i cui cartografi si propongono di disegnare la mappa più minuziosa che il mondo abbia visto. Ma ogni volta, al cospetto di quel collegio di saggi, qualunque tavola topografica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luigi Marfè</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/index.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-83352" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/index.jpg" alt="" width="191" height="263" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/index.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/index-160x220.jpg 160w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /></a></p>
<p>In uno dei suoi racconti più fulminanti, Del rigor en la ciencia (Del rigore nella scienza, 1946), Jorge Luis Borges immagina un impero i cui cartografi si propongono di disegnare la mappa più minuziosa che il mondo abbia visto. Ma ogni volta, al cospetto di quel collegio di saggi, qualunque tavola topografica risulta manchevole e inesatta, tanto da richiederne un’altra, e poi un’altra, e un’altra ancora, finché non ne è realizzata una in scala 1:1, che, una volta srotolata, sovrappone la sua perfezione al mondo, rischiando di soffocarlo, rendendo impossibile ogni consultazione e finendo abbandonata nei deserti dell’Ovest.<span id="more-82856"></span><br />
Ne La Infección vanguardista (L’uomo che inventava le città, 2012), Daniel Guebel, scrittore, sceneggiatore e giornalista argentino, sembra ripensare all’apologo borgesiano, riflettendo sul desiderio impossibile, ma nondimeno umano, di arginare la complessità del reale attraverso un modello che lo renda comprensibile, e che tuttavia, inesorabilmente, alla resa dei conti, si rivela imperfetto, destinato allo scacco.<br />
A partire dall’esordio, nel 1987, con Arnulfo o los infortunios de un príncipe (Arnulfo o le sventure di un principe), Guebel ha pubblicato una ventina di volumi, alcuni dei quali, come i recenti El absoluto (L’assoluto, 2016) ed El hijo judío (Il figlio giudeo, 2018), hanno ottenuto premi prestigiosi. Tratto distintivo della sua scrittura è la tendenza ostinata a un realismo che tiene aperta la porta del fantastico, dando ai suoi personaggi la forma di ipotesi mentali e lasciandoli come sospesi, in bilico, sulla soglia dove verità e finzione si confondono, per mostrare al lettore che tutto ciò che sa del mondo potrebbe essere un sogno.<br />
Rafael Zarlanga, il protagonista di questo racconto, è un artista argentino, che negli anni sessanta viene contattato da Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, per realizzare una scultura mediante la quale rappresentare gli ideali politici del suo partito e dare un simbolo per la futura riscossa. L’opera immaginata da Zarlanga è una sorta di cono rovesciato, surreale incrocio tra la torre Eiffel, la torre di Pisa e una più familiare salsiccia argentina. A Perón piace così tanto, che il progetto diventa presto decisamente più ambizioso: progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”.<br />
Fin dal tempo della polis istoriata sullo scudo di Achille, la forma della città ideale è da sempre al centro della fantasia di artisti e scrittori, che di volta in volta ne hanno fatto una metafora dell’io, del libro, dell’intero universo. Come l’isola, luogo ideale dell’utopia, anche lo spazio urbano, entrando nel mondo scritto, si tramuta in uno spazio mentale, in cui è possibile, per lo scrittore, dare forma, nello stesso tempo, a un’organizzazione del territorio, a un modello di interazione sociale, a una mappa della mente umana.<br />
Guebel immagina Zarlanga lavorare per anni a un progetto che, come quello dei cartografi di Borges, finisce per eccedere ogni limite e ampliarsi a dismisura: “a un certo punto, a causa del ritmo di lavoro e dell’accumulo di disegni e modelli, la crescita costante di quanto veniva accantonato fece sì che lo spazio della progettazione si trasformasse in una allegoria del progetto, come se la città utopica peronista avesse abbandonato lo spazio previsto per lei e avesse invaso il luogo dove si ideava il suo progetto”.<br />
Il modello si espande e si ritrae, fin quasi a palpitare, come se fosse – e qui sta l’analogia con l’atto creativo – un organismo vivente. Allora Zarlanga, innamorato della propria opera, decide di andare a vivere al centro di quello stesso respiro, dormendo in mezzo alle sue carte, “forse perché” ormai il suo modello “aveva dimensioni sufficienti, o perché lì dentro si sentiva protetto: un artista cullato dalla sua opera”.<br />
Ma un modello vive sempre in un tempo proprio, diverso da quello del resto del mondo. La storia, alla fine, torna a bussare alla porta dell’inventore, travolgendolo insieme alle sue illusioni. Eppure le condizioni a un certo punto sembrerebbero propizie: nel 1972 Perón torna in patria e Zarlanga si decide infine a mandargli il piano definitivo. Ma, due anni dopo, prima di poter ottenere risposta, il presidente muore e la “città utopica peronista”, come la mappa dell’impero borgesiana, viene dimenticata: la sua unica sopravvivenza ha la forma di un gioco da tavola, che le offre l’esistenza minore di una curiosità bislacca.<br />
Questo racconto di Guebel era uscito in origine in un volume, La carne de Evita (La carne di Evita, 2012), che seguiva il precedente La vida de Perón (La vita di Perón, 2004), a riprova dell’importanza, nell’immaginario dell’autore, di quella pagina della storia recente dell’Argentina. Il peronismo, qui come sempre nelle opere di Guebel, prima ancora che un movimento politico reale, è un mito letterario, che si allontana nella nebbia di storie non verificate, leggende private, aneddoti inattendibili. Come avevano già fatto altri scrittori, da César Aira a Copi, attraverso vicende come quella di Zarlanga, Guebel ne dà una lettura parodica, e così gli toglie ogni possibile aura, ogni senso di nostalgia.<br />
Molte delle storie di Guebel vivono di aneddoti come quelli che riempiono la vita di Zarlanga, così inverosimili che quasi si sarebbe tentati di prenderli sul serio. La sua scrittura si fa beffe dell’ansia di verità dei documentari, secondo la lezione del Woody Allen di Zelig (1983). Zarlanga non esiste, ma ciò che lo rende così credibile è il suo dare sostanza a un atteggiamento mentale: è l’artista puro, sedotto dal potere non con il denaro o con altri favori, ma con l’illusione che la sua arte possa servire a cambiare il mondo.<br />
È questa l’“infezione avanguardista” cui allude il titolo originario del racconto, vale a dire la pretesa di poter riformare il reale attraverso l’arte. Non è un caso che Guebel avvicini la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta.<br />
Alla fine, nella disfatta della sua stessa vita, Zarlanga scopre di aver sempre detestato l’arte del futuro: l’“infezione avanguardista” è la “malattia che aveva reso mutevole il suo stile”, quell’“incorreggibile devianza” che aveva causato il “difetto fondamentale della sua esistenza di artista”, per cui “neanche una delle linee che aveva tracciato corrispondeva a quelle che aveva in mente”.<br />
Forse allora – sembra suggerirci lo sfortunato architetto di Guebel – il valore dell’utopia non sta nella ricerca ossessiva di una forma perfetta, né nell’affidarsi a chi promette, ingannevolmente, di mettere al tappeto il disordine del mondo, ma nella forza visionaria con cui i desideri si mischiano all’istante presente. È la scoperta di un’utopia che ha rinunciato all’infinito futuro per farsi immanente, pulviscolare, circostante: Zarlanga “non cercava di duplicare la realtà in un altro mondo, e nemmeno di sovrapporne uno a quello esistente, ma di scoprire uno spazio insospettato e riempirlo di cose mai fatte prima”.<br />
“Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, potremmo dire con le parole di un altro inventore di città, il Marco Polo di Calvino, che al suo imperatore non portò mai mappe in scala 1:1, ma una collezione di visioni inafferrabili, convinto che immaginare “città invisibili” fosse il primo passo per sottrarsi alla pietrificazione delle “città invivibili”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo testo è la postfazione di Luigi Marfé al racconto lungo &#8220;L&#8217;uomo che inventava le città&#8221; (&#8220;La infección vanguardista&#8221;) di Daniel Guebel, pubblicato recentemente da Amos Edizioni, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Maglian; <a href="https://ilmanifesto.it/daniel-guebel-una-inabitabile-utopia-peronista-in-forma-di-citta/">qui</a> ne parla anche Stefano Tedeschi sul Manifest, e <a href="https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/i-romanzierie-l-urbanisticafra-umanesimoe-utopia">qui</a> Fofi su Avvenire. </em></p>
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		<title>Sobre Mascarò</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/01/15/sobre-mascaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:00:11 +0000</pubDate>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/08/il-postino-di-mozzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il paese degli uomini umidi (e una prefazione di Adrian N. Bravi)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/21/letti-da-un-soldo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adrian N. Bravi]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique González Tuñón]]></category>
		<category><![CDATA[Letti da un soldo]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio. Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada. Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76782" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-160x240.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg 427w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio.<br />
Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada.<br />
Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di luce.<br />
Nessuna geografia contiene il profilo del paese degli uomini umidi, perché il paese degli uomini umidi è uno stato dell’anima. Uno stato di tristezza senza rimedio dove i giorni appendono manifesti di noia e le ore dicono con la loro monotonia che la vita non vale la pena di essere vissuta.<br />
Terra senza orizzonte: paese degli esiliati, dei poveri diavoli ai quali il mondo ha voltato la faccia. Persino il sole&#8230;<br />
Complice del destino, che con un vento tragico ha spazzato via il baluginare dell’ultima speranza, il sole gli ha voltato le sue spalle ombrose, negandogli la profilassi spirituale dei suoi raggi.<br />
L’allegria è straniera nel paese degli uomini umidi, di quelli che hanno smarrito l’intatto serpeggiare della risata nel labirinto del dolore.<br />
Da quando è morta mia madre ho iniziato ad appuntarmi medaglie di amarezza per ottenere la cittadinanza nel paese degli uomini umidi.<br />
Sul confine della gioventù ho abbandonato il contrabbando di ingenuità e mi sono tuffato nell’acqua benedetta sulla cui superficie si rifletteva la mia infanzia.<br />
Prima ero un cittadino del mondo che si rinnova. Adesso sono un abitante della pozzanghera dimenticata. Del paese indifferente, della terra degli uomini umidi.<br />
La mia tristezza è autentica. E questo vale molto. Più ancora oggi, che il mondo si intristisce quando glielo ordina il calendario.<br />
Ora che le stelle si frantumano contro l’angustia che mi impicca l’anima, ascolto sorpreso il faticoso sospiro di un ricordo.<br />
Perché io un ricordo ce l’ho. L’ho esibito come un passaporto per diventare inquilino nel paese degli uomini umidi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il racconto che precede è contenuto nel volume &#8220;Letti da un soldo&#8221; pubblicata da poco da Arkadia nella collana Xamaica 2, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, con una postfazione di Luigi Marfè; il volume comprende tutti i racconti della raccolta &#8220;Camas desde un peso&#8221;, e una selezione da &#8220;El alma de las cosas inanimadas&#8221; e da &#8220;La rueda del mulino mal pintado&#8221;;</em></p>
<p><em>qui di seguito la prefazione di Adrian N. Bravi:</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante gli anni Venti a Buenos Aires inizia un processo inedito di ristrutturazione e di ripensamento sociale. Sono gli anni in cui la città vive una crescita esponenziale della popolazione, in particolar modo dovuto alla migrazione. La periferia, quel fuori ampio e desolato, diventa più visibile; per certi aspetti, centrale e dominante rispetto al resto. È un processo iniziato alla fine del XIX secolo, ma nei primi del Novecento, in particolar modo dopo la Grande Guerra, subisce una grande intensificazione. Buenos Aires si trasforma in una città cosmopolita, cambia il profilo culturale e il tessuto urbano. La letteratura accoglie questo processo attraverso la lingua e le nuove estetiche che entrano nel panorama letterario. Nascono nuove poetiche e, allo stesso tempo, il suburbio, per conto suo, diventa lo scenario per eccellenza. Non più un’alterità che minaccia i costumi tradizionali, ma qualcosa che entra a far parte di un immaginario. Si potrebbe dire, scrive Beatriz Sarlo in Una modernità periferica, che «gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche». Quindi, di conseguenza, prendono vita nuovi soggetti sociali: il migrante, il bordello, la malavita, i contrabbandieri, i vagabondi che dormono nei Letti da un soldo, come I cinque personaggi che Enrique González Tuñón descrive e affresca nel primo racconto che apre la raccolta.<br />
In questi anni la città vede confrontarsi nello scenario letterario due gruppi contrapposti: Florida e Boedo (entrambi prendono il nome da due strade rappresentative: Florida, centrica, lussuosa e cosmopolita; Boedo, invece, è una strada di sobborghi, di boliches, notturna). Alvaro Yunque, uno degli scrittori più rappresentativi di Boedo scriveva: «Quelli di Boedo volevano trasformare il mondo, a quelli di Florida, bastava trasformare la letteratura. I primi erano rivoluzionari, gli ultimi, avanguardisti». Erano due modi di vedere e di percepire la città e le sue trasformazioni. Gli autori di Florida guardavano all’Europa e a tutti i movimenti di avanguardia; gli autori di Boedo, invece, avevano come riferimento sia la Russia di Dostoevskij che quella di Gor’kij e Maiakovskij. Uno cercava una nuova espressione letteraria e l’altro parlava il lunfardo.<br />
In questo contesto sociale si inserisce Enrique González Tuñón, nato a Buenos Aires nel 1901 e morto prematuramente a 42 anni, fratello maggiore del poeta Raúl González Tuñón. È stato un narratore, un rinnovatore dello stile giornalistico, ha scritto per il teatro, ha scritto anche tanghi, tra cui Pa’l cambalache, registrato nel 1929 da Carlos Gardel. Il poeta César Tiempo, che era nato in Ucraina a inizio del ’900, ha detto di Enrique González Tuñón: «Preferirà circondarsi di ladri e di teppisti, dormire in alberghi orribili, quando ha un peso per il letto, o nei banchi delle piazze; cantare la Tosca nei più improbabili caseifici, visitare le compravendita dove si trafficano i vestiti dei cadaveri e, abbandonato da ogni pietà, sognare, dalle profondità dei porcili – come gli eremiti posseduti dal demonio – con la gloria fatta donna o viceversa». Basterebbe questa descrizione per poterlo immaginare come un personaggio uscito da un romanzo di Roberto Arlt o come un iconoclasta della bohème di Buenos Aires, con i tratti di un anarchico romantico. A metà degli anni Venti si era affermato nel panorama letterario porteño e nel 1927 il giovane Borges aveva recensito con entusiasmo il secondo libro pubblicato da Enrique González Tuñón, L’anima delle cose inanimate.<br />
Letti da un soldo esce nel 1932 da Manuel Gleizer, un emigrato russo che nel 1922 aveva fondato una casa editrice, la quale aveva pubblicato molti libri importanti, tra cui L’idioma degli argentini di Borges (prima di quella data Gleizer vendeva biglietti della lotteria a Villa Crespo, vicino al fiume Maldonado che stabiliva uno dei limiti della città). Letti da un soldo è uno dei libri più riusciti di Enrique González Tuñón ed è una fortuna che oggi veda la luce in quest’ottima traduzione. È composto da cinque racconti che si intrecciano tra di loro, di ispirazione dostoevskiana (tenendo conto che le traduzioni spagnole dei romanzi russi hanno fornito sistemi di riferimenti agli scrittori rioplatensi di quell’epoca). Racconta la storia di cinque cialtroni che dividono una stanza in un tugurio di Buenos Aires chiamato “La Pignatta Misteriosa”, sottosuolo di una città che accoglie i marginati a un centesimo. Si tratta di una sorta di locanda evocata anche dal fratello Raúl e da altri scrittori dell’epoca. Un luogo dove molti intellettuali, che non appartenevano a quell’ambiente, potevano incontrare i marginati del bassofondo porteño.<br />
Enrique González Tuñón ha nei confronti di questi personaggi uno sguardo privo di ogni sorta di giudizio, come quando introduce Il Mancino, uno dei cinque coinquilini: «Verso sera lasciava il ricovero e, con le mani nelle tasche di un soprabito nocciola, andava a piazzarsi all’angolo tra Corrientes e Talcahuano, o all’angolo tra Victoria e Salta, in attesa di un cliente disposto a strapagare la cocaina che lui e la Nucha avevano tagliato col bicarbonato». Il disagio sociale diventa il filo conduttore di tutte queste storie, in cui la vita è sempre in bilico e ogni giorno tocca lottare contro la miseria nella fatale ricerca di un piatto di zuppa o di un bicchiere di vino. La prematura morte di Enrique González Tuñón, però, ha contribuito a far dimenticare un po’ la sua opera, quella dello scrittore che conosceva meglio di chiunque la intimità della città, i suoi infiniti segreti e le storie che oggi fanno parte di quella mitologia che abbiamo imparato ad amare nel tempo.</p>
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		<title>Fu vera gloria?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/14/fu-vera-gloria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2018 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Saliceti]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone Buonaparte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani “Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le petit caporal avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive Riccardo Ferrazzi nel capitoletto conclusivo di N.B. Un teppista di successo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo.png" alt="" width="200" height="243" class="alignleft size-full wp-image-76161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/N.B.-Un-teppista-di-successo-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>“Le sue vittorie in battaglia restano nella Storia, incancellabili; ma non si può negare che le <em>petit caporal</em> avesse un carattere incline a risolvere tutti i problemi con la violenza e a raggiungere i suoi scopi con la menzogna.” Così scrive <strong>Riccardo Ferrazzi</strong> nel capitoletto conclusivo di <em>N.B. Un teppista di successo</em>, romanzo appena pubblicato da Arcadia, collana Eclypse. € 16.<br />
Romanzo? Ma sì, in un certo senso romanzo, perché la vita di <strong>Napoleone Bonaparte</strong> viene raccontata in modo romanzesco e perché del romanzo ha la vena e il potere avvincente.<span id="more-76160"></span></p>
<p> Però attenzione, non si tratta di una biografia di tutta la vita, non si raccontano Jena e Austerlitz, e neanche l’infelice campagna di Russia, ma si parla di quella scapestrata giovinezza, solitamente poco frequentata, poco nota, quella che non viene ritenuta importante dai manuali e dalle biografie usuali. Il racconto infatti si ferma al 1796, quando Napoleone sposa (ed è in occasione delle pubblicazioni del matrimonio che egli cambia il cognome da <em>Buonaparte</em> in <em>Bonaparte</em>) Marie Josèphe Rose Tascher de La Pagerie, vedova Beauharnais, che lui chiamerà sempre Joséphine; per partire poi subito per la campagna d’Italia, che sarà l’inizio dei suoi molteplici successi, fino all’insuccesso finale.<br />
La narrazione dei suoi primi  27 anni – il nostro era nato ad Ajaccio nel 1769 – è piuttosto sorprendente e mostra di questa parte della sua vita aspetti inaspettati. Si potrebbe dire che il libro racconta la sua scalata al potere, scalata tutta volta in una prima fase alla lotta per la libertà della sua amata Corsica, mentre poi, quando intravede la possibilità del potere vero, quello di comandare l’intera armata francese, e poi la Francia stessa, dapprima agli ordini del Direttorio e poi con piena autonomia, col titolo di imperatore, il nostro teppista dimentica la non abbastanza amata Corsica e si dedica al bersaglio grosso. </p>
<p>Non è facile smettere di leggere questo libro, anche perché la vita del nostro si svolge ovviamente negli anni cruciali della rivoluzione e Ferrazzi ha cura di riportarne gli avvenimenti principali, tutti più meno connessi con la sua vita, la presa della Bastiglia, le incertezze del re e della regina, le Tuileries, la Convenzione, la ghigliottina implacabile, sia con i reali che con esponenti di primo piano del Terrore e infine il Direttorio e la guerra con l’Austria.<br />
Eccovi ad esempio un non proprio confortante passo sulla difesa, da parte della repubblica, di Nantes dai ribelli realisti della Vandea:</p>
<blockquote><p>&#8220;Nell’atmosfera da ultima spiaggia che dominava la Francia in quegli ultimi mesi del 1793, fra i commissari inviati a organizzare la difesa di Nantes dai rivoltosi vandeani si diffuse la psicosi dello spionaggio. Nelle prigioni vennero ammassate dodici o tredicimila persone (uomini, donne e bambini) e in questa massa di disperati si sviluppò un’epidemia di tifo. Il commissario Carrier li fece sterminare senza neppure l’ombra di un processo. Le stragi avvennero prima con fucilazioni di massa, poi imbarcando i prigionieri – legati fra loro – su chiatte che nottetempo venivano fatte affondare nella Loira.&#8221;</p></blockquote>
<p>Per questa vicenda tra l&#8217;altro è molto utile leggere <em>Novantatrè</em> di Victor Hugo, splendida cronaca della rivolta in Vandea e della sua sanguinosa repressione.<br />
Un ruolo importante sembra poi giocare un altro còrso, Antoine Christophe Saliceti, sulla cui vera attività nulla si sa di preciso, salvo che durante tutta la prima fase della carriera di Napoleone, indossa una veste di consigliere molto rilevante: Ferrazzi trascrive lettere tra i due, per le quali attinge molto, oltre che a documenti storici, alla propria inventiva e fantasia, come egli stesso confessa alla fine del volume. Eccovene una, tanto per capire:</p>
<blockquote><p>&#8220;Caro Buonaparte,<br />
non perdetevi d’animo. Siamo in guerra con l’Austria e il ministero non può privarsi di un ufficiale di artiglieria. Però è necessario che veniate a Parigi. I vostri amici faranno tutte le pressioni necessarie ma bisogna che i funzionari del ministero vi vedano in volto e ascoltino dalla vostra voce i motivi del mancato rientro al reggimento. Non dubito che saprete essere convincente, magari caricando un po’ le tinte.<br />
Fidatevi della mia parola e venite! Ho parlato del vostro caso a Robespierre che, come sapete, ha grande influenza fra i Giacobini. Faremo il possibile anche per mantenervi il grado di tenente colonnello. Non posso garantire che ci riusciremo, ma abbiamo ottimi agganci al ministero e sapremo sfruttarli.<br />
In attesa di avervi qui con noi, vi saluta il vostro amico<br />
Antonio Saliceti&#8221;</p></blockquote>
<p>Vedete? Saliceti dice sempre “noi”, lasciando nel vago a chi si estenda questo pronome.</p>
<p>E poi il racconto comprende con cura anche la famiglia Buonaparte, il fratello maggiore Giuseppe, l’altro fratello Luciano e la sorella Paolina, ai quali Napoleone affida di volta in volta vari compiti che giochino in suo favore.<br />
Quello che ho provato io leggendo un po’ col fiato sospeso questo libro è stato un misto di stupore e di orrore per un personaggio che in verità non avevo mai particolarmente ammirato per le sue cosiddette imprese e la sua inestinguibile brama di conquista: così che la mia risposta alla domanda del titolo che, come tutti sappiamo, è quella che Alessandro Manzoni si pone nell’ode <em>Il cinque maggio</em>, rimandando ai posteri l’ardua sentenza, non è proprio positiva.</p>
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		<title>Sudeste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Haroldo Conti Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate. Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Haroldo Conti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg 415w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a>Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate.<br />
Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento era arrivato.<br />
– Andiamo! –⁠ disse soltanto. E partirono.<br />
Avevano messo il vecchio in una stanzetta, da solo.<br />
– Come un personaggio importante –⁠ disse il Bastos.<br />
Erano due giorni che non riconosceva più nessuno. Tutto in lui si era consumato gradualmente, lentamente, e solo brillavano i suoi occhi, ancor più profondi.<br />
Rimasero a osservarlo per un paio d’ore, muti e rammaricati, senza saper che fare nessuno dei quattro.<br />
Entrarono due suore e cominciarono a dire il rosario. Ne furono anche più impensieriti. Cosa stavano facendo? Quando capirono che era arrivato il momento, la vecchia si avvicinò al letto e carezzò i capelli del vecchio. E in quel gesto c’era una sollecitudine e una tenerezza indicibile.<br />
Allora il vecchio si rizzò nel letto e guardò tutti con una strana lucidità. Aveva un’aria serena, vittoriosa e tremendamente dignitosa. Afferrò una mano della moglie e disse:<br />
– Vecchia mia!<br />
Fu tutto quel che disse.</p>
<p>I becchini escono dalla fossa e si asciugano il sudore con le maniche della camicia. Ansimano. Loro e il gruppetto si guardano sospettosi. Il Boga osserva i loro stivaletti sudici, screpolati e affondati nella terra umida che hanno spalato. Impugnano la pala con una certa impazienza.<br />
Il cimitero è silenzioso e deserto, come le isole sul fiume aperto. Le croci bianche, le lapidi bianche, dormono al sole.<br />
– Forza! –⁠ dice uno dei becchini, e sollevano la cassa, la depongono sul fondo, trattenendola con le funi.<br />
Si fermano e aspettano. Nessuno si muove.<br />
Allora l’uomo dice:<br />
– Gettate la prima terra.<br />
La vecchia ne raccoglie un pugno e lo getta sulla cassa. Loro ne spingono altrettanta con i piedi. Le zolle di terra cadono sul coperchio producendo un suono sordo, simile a quello della pioggia. Adesso i due becchini cominciano a spalare con regolarità. Quando hanno finito non resta altro che un piccolo monticello di terra smossa. Nessuno riesce a capire come hanno potuto far così in fretta.<br />
I becchini se ne vanno, e loro restano indecisi. La vecchia è lì, senza una lacrima, e tiene in mano il mazzo di fiori. La osservano di sottecchi, aspettando che faccia un gesto. Alla fine, il Colorado dice:<br />
– Nonna, meglio che andiamo…<br />
Lei solleva gli occhi verso il Colorado, con quella antica mansuetudine che si rassegna a tutto. Si china a depositare il mazzo sul monticello di terra smossa.<br />
Escono. Ormai vicino alla porta il Bastos dice:<br />
– Be’, se n’è andato come ha voluto… Quando si metteva in testa una cosa non si fermava fino a quando non la otteneva.</p>
<p>Il fiume cambia. A volte è amaro, ma altre volte sembra fatto a misura d’uomo.<br />
L’inizio dell’estate venne a coincidere con la gran secca di dicembre, che durò cinque giorni. Si videro calare le acque e il fiume svuotarsi interminabilmente. Di notte il livello risaliva un po’, ma nel giro di poche ore le acque tornavano a scorrere verso il fiume aperto, sempre più spesse, perché si portavano via il fango del fondo.<br />
Il Boga e il cane baio erano coperti di sporcizia dalla testa ai piedi. Il cane sembrava contento. Negli altri cresceva una sorda e costante irritazione. Di notte il Boga dormiva sulla veranda con il cane disteso di traverso ai suoi piedi, sentendo il fango che gli si seccava sul corpo e gli tirava la pelle. Gli infiniti fossi e rii che si scaricavano nel canale producevano un mormorio soporifero, sempre più intenso nella notte, fino a penetrare nelle vene. Il rumore secco dei pesci gatto che cercavano di uscire nel fiume aperto spaventava il cane baio. Allora il Boga prendeva la lampada e scendeva giù verso la metà del canale. Si appostava dove trovava un fondale basso e li ammazzava a bastonate. La pinna dorsale del pesce spuntava fuori dall’acqua e lui, per colpire, scaricava il colpo un po’ più avanti. Andò avanti così una notte dopo l’altra.<br />
La mattina del sesto giorno tutta la zona era inondata. Alle ore piccole si alzò il vento di sudest e l’acqua cominciò a espandersi con una velocità incredibile.<br />
La prima cosa che fece il Boga fu di gettarsi in acqua e levarsi di dosso la sporcizia. Poi lui e il cane uscirono ben oltre la foce, fino in mezzo al banco. L’acqua era altissima e loro sembravano sperduti in un mare infinito. Però, con l’acqua alta e il cielo rannuvolato, i rumori risuonavano più vicini.<br />
Gli parve di sentire delle voci dalla parte del fiume, finché scorse, ben oltre il banco, la figura indistinta di un battello che avanzava con tutte le vele spiegate. Lì c’era poco fondale, ma lo yacht ci si era avventurato sfruttando la piena. In effetti era la prima volta che vedeva una simile imbarcazione da quelle parti, sicché l’acqua doveva essere davvero molto alta. Sembrava un grande uccello intento a eseguire dolci e maestose virate. Dalla struttura, gli parve di riconoscere il Pintarrojo, un ketch con le vele alla vecchia maniera.<br />
Ne fu quasi abbagliato. Rimase in piedi in mezzo alla barca contemplandolo a lungo in silenzio. Il vento di sudest continuava a soffiare, ma più leggero, e portava con sé un odore come quello del mare. Il cielo cominciò ad aprirsi sopra l’orizzonte, verso est, e la luce penetrò di lì. Il Pintarrojo virò lentamente e mise la prua in quella direzione. Lo vide allontanarsi e sparire in una lama di luce.</p>
<p>Poteva considerarlo davvero come un segno.<br />
Il giorno stesso andò fino alla capanna del Bastos e quando tornò mise tutte le sue cose in una sacca di tela incatramata. Il cane baio si mise a mugolare e a inseguirlo dappertutto, e lo guardava con aria agitata. Alla fine, il Boga si affacciò alla cucina e disse:<br />
– Nonna, sei lì?<br />
– Ti ascolto –⁠ disse la voce, dal buio.<br />
Gli ci volle un po’ per decidersi.<br />
– Nonna, me ne vado –⁠ disse alla fine, facendo uno sforzo.<br />
– Lo vedo.<br />
Capì che la vecchia si era alzata e veniva da lui. Quando gli fu davanti, lo guardò negli occhi.<br />
– Come vuoi, ragazzo mio –⁠ disse con la sua voce piena di calma, che non si turbava mai.<br />
Lui rimase in silenzio, senza saper che fare.<br />
– Non preoccuparti per me, se è per questo.<br />
Anche lui la guardò.<br />
Lei li conosceva bene questi uomini.<br />
– Ho parlato col Bastos… verrà qui lui… mi sembra la cosa migliore…<br />
– Come vuoi, ma non preoccuparti per me.<br />
– Sì, sì…<br />
– Mi pare che il vecchio ti doveva dei soldi…<br />
– Non voglio niente.<br />
– Non è giusto.<br />
– No, no. Non voglio.<br />
– Vabbè, allora prendi il fucile del vecchio.<br />
– No. Servirà a te… prendo la barca del Bastos, e il tramaglio, quello piccolo, e qualche palamito.<br />
– È poca roba.<br />
– A me sta bene così.<br />
– Quella barca non è nostra, ed è marcia.<br />
– Mi sta bene così.<br />
– Che tipo che sei!<br />
Il Boga si grattò la zucca.<br />
– Quel coltello del vecchio… ti serve quel coltello?<br />
La vecchia ebbe un debole sorriso.<br />
– Che me ne faccio di un coltello?<br />
Lui sorrise a sua volta e tornò a grattarsi la zucca.</p>
<p>La barca del Bastos, come ogni cosa, ha la sua storia. Adesso in pochi pagherebbero qualcosa per averla, ma a suo tempo era stata un’ottima barca e perfino qualcosa di più di una semplice barca. Anche oggi un occhio esperto si rende conto di quanto sia ben fatta. Il Bastos l’aveva comprata dal vecchio Messali quando era già vecchia. Il vecchio Messali, a sua volta, l’aveva comprata dal vecchio Sotelo. Fu quando avevano cambiato alcune assi della chiglia. Quanto al vecchio Sotelo, pare che avesse ricevuto la barca dalle mani del turco Zarur in cambio di una vacca che, pure lei, aveva la sua storia. Ma questi sono fatti troppo lontani e in verità, a partire dal vecchio Sotelo, esistono versioni discordanti. Tante volte si confondono le barche e si confondono le storie. Uno crede di parlare di una barca sola e in realtà sta parlando di due o tre. Per di più, la stessa barca dà luogo a diverse storie. A un certo punto la barca ha subìto tante di quelle modifiche che uno la prende per nuova. Capita che una barca, dopo un certo tempo, non sia più la stessa, salvo per la forma o per quello spirito che vive in lei, perché attraverso gli anni non c’è tavola, non c’è chiodo, non c’è niente che non sia stato sostituito. E non è affatto strano che una barca di una certa lunghezza finisca per diventare un’eccellente lancia. Era questa l’idea del vecchio Messali quando fu sul punto di montarci un motorino Lauson da 2 Hp. Li avevano messi in commercio nel ’38, molto a buon mercato, compreso asse, elica e premistoppa. Ma il destino decise altrimenti.</p>
<p><em>NdR: il testo è un estratto di <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/sudeste/">Sudeste</a>, romanzo di Haroldo Conti, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato recentemente da Exorma, che ringraziamo; Ferrazzi ne parla <a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2018/03/20/sudeste/">qui</a><br />
</em></p>
<div id="single-autore-description">
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-73300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg 220w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a></p>
<p>Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.<br />
Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo <em>Sudeste</em> con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi <em>Alrededor de la jaula </em>(Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo <em>Crecer de golpe</em> – e <em>En vida</em> (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).<br />
Nel 1975 pubblica il romanzo <em>Mascaró, el cazador americano</em>, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.<br />
Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei <em>desaparecidos</em>. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.</p>
</div>
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		<title>Il primo giorno di scuola di Vallejo (Paco Yunque)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/29/primo-giorno-scuola-vallejo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2017 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[César Vallejo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Studiolo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di César Vallejo (traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi) . . . Paco Yunque guardò il maestro che scriveva sulla lavagna. Chi era il maestro? Perché era così serio e metteva tanta paura? Yunque continuava a guardarlo. Il maestro non assomigliava a suo padre o al signor Grieve. Assomigliava più agli altri signori, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69561" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-768x1199.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Vallejo_Cover.jpg 1711w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a>di <strong>César Vallejo</strong> (traduzione di <strong>Marino Magliani</strong> e <strong>Riccardo Ferrazzi</strong>)</p>
<p>. . .</p>
<p>Paco Yunque guardò il maestro che scriveva sulla lavagna. Chi era il maestro? Perché era così serio e metteva tanta paura? Yunque continuava a guardarlo. Il maestro non assomigliava a suo padre o al signor Grieve. Assomigliava più agli altri signori, che venivano in casa a parlare col padrone e avevano la collottola piegata e il naso come un bargiglio di tacchino. E le sue scarpe, quando il maestro camminava molto, facevano riss-riss-riss-riss. Yunque cominciò a stare in pensiero. A che ora sarebbe tornato a casa? Uscendo dalla scuola Humberto l’avrebbe picchiato. E la mamma di Paco Yunque gli avrebbe detto: “No, piccolo, non picchiare Paquito, non fare il cattivo&#8230;” Non gli avrebbe detto nient’altro. E Paco, con la gamba tutta rossa per la pedata di Humberto, si sarebbe messo a piangere. Perché a Humberto nessuno lo toccava. Il padrone e la padrona volevanotroppo bene a Humberto, e Paco ci stava male perché Humberto lo picchiava sempre. Tutti, tutti, ma proprio tutti avevano paura di Humberto e dei suoi genitori. Tutti, tutti, tutti. Anche il maestro. La cuoca e sua figlia. La mamma di Paco. Venanzio col suo grembiule. La Maria che lavava gli orinali e proprio ieri ne aveva rotto uno in tre grossi pezzi. Il padrone avrebbe picchiato anche il papà di Paco Yunque? Che brutta cosa avere a che fare col padrone e con Humberto. A Paco Yunque veniva da piangere. E il maestro, quando avrebbe smesso di scrivere sulla lavagna?<br />
“Bene!” disse il maestro terminando di scrivere. “Ecco l’esercizio. Ora prendete i vostri quaderni e copiate ciò che è scritto sulla lavagna. Dovete copiarlo esattamente uguale.”<br />
“Sui nostri quaderni?” domandò timidamente Paco Yunque.<br />
“Sì, sui vostri quaderni” gli rispose il maestro. “Sai scrivere almeno un po’?”<br />
“Sissignore. In campagna me l’ha insegnato mio papà.”<br />
“Molto bene. Allora, tutti a copiare.”<br />
I ragazzi presero i quaderni e si misero a copiare l’esercizio che il maestro aveva scritto sulla lavagna.<br />
“Non fate le cose in fretta” disse il maestro. “Bisogna scrivere piano piano, per non  fare errori.”<br />
. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il brano è tratto dalla traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi del racconto di César Vallejo &#8220;Paco Yunque&#8221;, con illustrazioni di Federica Orsini, pubblicato da &#8220;Lo Studiolo&#8221; di Sanremo (2017). Il frammento che segue fa parte all&#8217;introduzione di Luigi Marfè:</em></p>
<p>. . .</p>
<p>Con questo racconto, <em>Paco Yunque </em>(1931), lo scrittore peruviano César Vallejo (1892-1938), tra i più noti poeti del Novecento, narratore avanguardista, autore tra l’altro dei <em>Poemas Humanos </em>(1939) e del romanzo sperimentale <em>El Tungsteno </em>(1931), recentemente tradotto in italiano, si accosta a questa tradizione letteraria, creando uno spazio narrativo perfetto e originale, divenuto subito un modello generativo per altri scrittori d’area iberoamericana. C’è un brano delle <em>Historias de cronopios y de famas</em> (1962) in cui Julio Cortázar immagina delle strampalate “istruzioni per piangere”: chissà che tra i manuali di istruzioni di quell’inventore di istruzioni non si possa annoverare anche questo racconto di Vallejo.<br />
<em>Paco Yunque </em>narra la cronaca di una sconfitta annunciata. Il personaggio che dà il nome al racconto è un bambino di umile estrazione sociale, che non sa come sottrarsi alle angherie e ai tormenti di un compagno di classe, Humberto Grieve, il figlio dei signori da cui sua madre lavora come donna di servizio. Vittima infelice, Paco è troppo introverso e spaventato per sfuggire al proprio destino: non risponde mai, non reagisce mai, non si rivolta mai. Il suo unico modo di ribellarsi è in un pianto silenzioso, ostinato, che ricorda sommessamente, nel suo inestinguibile grigiore, l’“I would prefer not to”  del <em>Bartleby </em>(1853) di Herman Melville.</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
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