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	<title>rifugiati europei &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’umanità generica, Kant e i rifugiati: un collage e qualche riflessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2014 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese 1. Il profugo è un uomo? “pròfugo s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. profŭgus, der. di profugĕre «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-48763" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-300x199.jpg" alt="profughi italiani in_fuga-caporetto" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong><br />
<em>Il profugo è un uomo?</em><br />
“<strong>pròfugo</strong> s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. <em>profŭgus</em>, der. di <em>profugĕre</em> «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato).”</p>
<p>Cosa fa sì che il profugo sia un uomo, e non un peso morto, e non una quantità di umanità residua, destinata a cadere – il cui destino fatale è la caduta? Cosa fa sì che un profugo non debba inevitabilmente e più facilmente morire, di chi non è profugo? Perché un profugo non dovrebbe suscitare, quando muore, le lacrime che gli altri esseri umani, morendo ingiustamente, suscitano? È possibile che l’umanità sporga da quell’essere fuggitivo, senza scampo, che è il profugo?<span id="more-48761"></span></p>
<p><em>Ama il prossimo tuo come te stesso</em>. Se una qualsiasi forma di etica universalistica ha senso, se gli ideali illuministici hanno senso, se il marxismo ha senso, questo precetto evangelico deve avere senso. Ed esso dice questo: l’uomo che tu vedi, e che sembra non rassomigliarti, che non assomiglia a te stesso oggi, ti ha assomigliato <em>ieri</em> o ti assomiglierà <em>domani</em>. Perché io ami qualcuno come me stesso, debbo poterlo <em>vedere come fosse me stesso</em>. Non c’è universalismo etico senza questa reciprocità di visione, mi sembra. Perché quest’uomo mi assomigli, perché sia riconosciuto come un uomo, e come un uomo quale sono io, ossia importante, in quanto portatore di una serie densa e intrecciata di valori: io sono i miei diritti, le mie proprietà, la mia cittadinanza, la mia bellezza, la mia lingua, la mia cultura, ecc., perché quest’uomo che viene dai barconi, che ha le tasche vuote, gli occhi spenti, la voce rotta dalla fatica, dalla fame e dalla sete, perché quest’uomo che non è lavato e profumato, che spesso galleggia inerte in mezzo alle acque, sia considerato ugualmente uomo come me, lo stesso uomo, <em>io devo vedermi come rifugiato</em>. E non ho bisogno di inventare un sogno o una favola. Posso cominciare con il chiedere ai padri e alle madri di mia madre e di mio padre. Loro questa verità la conoscono, questa nostra identità non più ricordata.</p>
<p><em>L’umanità oscena del profugo</em><br />
Il profugo non è un cittadino, non è <em>più</em> un cittadino, non è più riconducibile a un gruppo umano determinato, non porta con sé gli emblemi di un’appartenenza particolare che lo situano “naturalmente” dentro i confini di una certa nazione, al riparo dalle istituzioni di uno Stato. Privo di appartenenze certe, senza istituzioni che lo difendano, senza un luogo “naturale” che gli spetti come membro di una nazione particolare, il profugo non porta con sé che la sua generica umanità, quella sola che ha valenza universale. Non si sa bene dove si debba metterlo, quale nazionalità riconoscergli, che statuto fornirgli di fronte alla legge, ma non si può negargli la sua generica appartenenza all’umanità. Il profugo, anche quando deve interamente la sua condizione di sradicato e di esule al fatto di appartenere a una minoranza etnica o politica o religiosa, è comunque testimone dell’umanità universale. Il profugo non può essere inserito nella rete di diritti dell’individualismo liberale né nel cerchio comunitario della cultura d’origine. Ci presenta semplicemente, oscenamente, la sua umanità. Si muove, dorme, mangia, ragiona, ha un passato, potrebbe avere un futuro, ma gli è negato il presente, non ha un presente <em>reale</em>. Se ancora esiste una qualche forma di universalismo, esso dovrà prendere le mosse dal profugo, da colui che è sul punto di diventare apolide, ossia un essere umano superfluo, ingombrante, ingiustificato, spettrale. Se siamo in grado di riconoscerlo, se siamo in grado di avvicinarci a lui, e di parlargli come faremmo a un cittadino che paga le tasse, che è dotato di diritti e possiede una carta d’identità, allora è ancora possibile una forma di universalismo dell’essere umano in quanto tale.</p>
<p><em>Il profugo è fuorilegge</em><br />
Se l’umanità esiste in un senso universale, se l’umanità non è una semplice costruzione mitica, che poggi sull’irriducibile molteplicità e dispersione dei popoli e delle loro nazioni, allora essa deve essere riconoscibile proprio nei profughi, i quali presentano a noi e ai nostri criteri di legittimazione una fisionomia spaventosa ed esorbitante: la povertà radicale. La mancanza non solo di un lavoro e di una casa, ma di un paese, di una terra, di un naturale insediamento dentro una popolazione e una legge.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
<em>…nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra</em><br />
Nel 1795, Kant pubblicò la prima edizione di <em>Per la pace perpetua. Un progetto filosofico.</em><br />
Riporto qui il “terzo articolo” seguito dal suo commento. In questo commento lessi una frase che non mi ha più abbandonato e che riguarda il “diritto al possesso comune della superficie della terra (…) nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra”. C’è molta utopia in questa frase, c’è anche molta ragione, e anche molta dinamite. Vorrei ricollocarla nel contesto più ampio del discorso kantiano.</p>
<p>“<strong>Terzo articolo definitivo per la pace perpetua:</strong></p>
<p>«Il <em>diritto cosmopolitico</em> dev&#8217;essere limitato alle condizioni dell&#8217;<em>ospitalità</em> universale».</p>
<p>Qui, come negli articoli precedenti, non si tratta di filantropia ma di <em>diritto, e ospitalità</em> significa quindi il diritto di uno straniero che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente. Può venirne allontanato, se ciò è possibile senza suo danno, ma fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, l&#8217;altro non deve agire ostilmente contro di lui. Non si tratta di un <em>diritto di ospitalità</em>, cui lo straniero può fare appello (a ciò si richiederebbe un benevolo accordo particolare, col quale si accoglie per un certo tempo un estraneo in casa come coabitante), ma di un <em>diritto di visita</em> spettante a tutti gli uomini, quello cioè di offrirsi alla socievolezza in virtù del <strong>diritto al possesso comune della superficie della terra</strong>, sulla quale, essendo sferica gli uomini non possono disperdersi all&#8217;infinito, ma <strong>devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra</strong>. Tratti inabitabili di questa superficie, il mare e i deserti di sabbia, impongono separazioni a questa comunità umana, ma la nave e il cammello (la nave del deserto) rendono possibile che su questi territori di nessuno gli uomini reciprocamente si avvicinino e che il diritto sulla <em>superficie</em>, spettante in comune al genere umano, venga utilizzato per eventuali scambi commerciali. L&#8217;inospitalità degli abitanti delle coste (ad esempio dei Barbareschi) che si impadroniscono delle navi nei mari vicini o riducono i naufraghi in schiavitù, l&#8217;inospitalità degli abitanti del deserto (ad esempio dei beduini arabi) che si credono in diritto di depredare quelli che si avvicinano alle tribù nomadi è dunque contraria al diritto naturale. Ma questo diritto di ospitalità, cioè questa facoltà degli stranieri sul territorio altrui, non si estende oltre le condizioni che si richiedono per rendere possibile un <em>tentativo</em> di rapporto con gli antichi abitanti. In questo modo parti del mondo lontane possono entrare reciprocamente in pacifici rapporti, e questi diventare col tempo formalmente giuridici ed infine avvicinare sempre più il genere umano ad una costituzione cosmopolitica.</p>
<p>Se si paragona con questo la condotta <em>inospitale</em> degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l&#8217;ingiustizia ch&#8217;essi commettono nel <em>visitare</em> terre e popoli stranieri (il che è per essi sinonimo di conquistarli). L’America, i paesi dei negri, le Isole delle spezie, il Capo di buona speranza ecc., all’atto della loro scoperta erano per loro terre di nessuno, non tenendo essi in nessun conto gli indigeni. Nell’India orientale, con il pretesto di stabilire ipotetiche stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la rimanente serie dei mali, come li si voglia elencare, che affliggono il genere umano.</p>
<p>La Cina e il Giappone avendo fatto esperienza tali ospiti, hanno perciò saggiamente provveduto, la prima a permettere solo l&#8217;accesso, ma non l&#8217;ingresso agli stranieri, il secondo a permettere anche l&#8217;accesso ad un solo popolo europeo, agli olandesi, che però sono, quasi come prigionieri, esclusi da qualsiasi contatto con gli indigeni. II peggio (o il meglio, se si considera la cosa dal punto di vista di un giudice morale) è che tali Stati non traggono poi nemmeno vantaggio da queste violenze che tutte queste società commerciali sono sull&#8217;orlo della rovina, che le Isole dello zucchero sedi della schiavitù più crudele e raffinata, non danno alcun reddito reale ma lo danno solo indirettamente e per di più per uno scopo non molto lodevole poiché servono a fornire marinai per le flotte militari e quindi di bel nuovo a intraprendere guerre in Europa; e questo fanno gli Stati che ostentano una grande religiosità: e mentre commettono ingiustizie con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d&#8217;acqua, vogliono farsi passare per nazioni elette in fatto di ortodossa osservanza del diritto.</p>
<p>Siccome ora in fatto di associazione (più o meno stretta o larga che sia) di popoli della terra si è progressivamente pervenuti a tal segno, che la violazione del diritto avvenuta in <em>un punto</em> della terra è avvertita <em>in tutti i punti</em>, così l&#8217;idea di un diritto cosmopolitico non è una rappresentazione fantastica di menti esaltate, ma una necessaria integrazione del codice non scritto, così del diritto pubblico interno come del diritto internazionale, al fine di fondare un diritto pubblico in generale e quindi attuare la pace perpetua alla quale solo a questa condizione possiamo lusingarci di approssimarci continuamente.”</p>
<p><strong>3.</strong><br />
<em>I profughi che siamo stati</em></p>
<p>“Oggi l’immaginario collettivo fa riferimento a uomini e donne che sbarcano sulle coste italiane in fuga da guerre e persecuzioni; ma quasi un secolo fa i profughi erano gli europei.<br />
(…)<br />
Siamo nel 1922 e Federico Nansen, primo presidente dell&#8217;Alto Commissario per i Rifugiati della Società delle Nazioni, crea il primo passaporto internazionale che riconosce lo status di apolide principalmente ai profughi della guerra civile in Russia.<br />
(…)<br />
Ventitré anni dopo, nel 1945, con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa conosce il primo enorme spostamento di masse umane: <strong>sono almeno 10 milioni i profughi mossi dal conflitto</strong>.”<br />
(da <a href="http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/profughi-la-schiuma-della-terra/23530/default.aspx">I profughi:schiuma della terra</a>)</p>
<p>“<strong>Rifugiati:</strong><br />
La pratica internazionale del primo e del secondo dopoguerra ha coniato due termini, che coprono, con un notevole grado di approssimazione, le varie categorie di profughi che dànno luogo ad un problema internazionale: i rifugiati o profughi (<em>refugees</em>); e le <em>displaced persons</em> (DP). I <em>refugees</em> sono i profughi internazionali in senso proprio e cioè &#8220;tutti coloro che si trovino fuori del loro paese&#8221; e che, per essere stati perseguitati, o per timore di persecuzioni per ragione di nazionalità, religione, razza o opinioni politiche, non vogliano o non possano far ritorno in patria o valersi all&#8217;estero della protezione diplomatica dei rappresentanti del loro paese. Nella categoria sono inclusi anche coloro che non desiderino ritornare nel loro paese per avversione al regime politico in esso esistente. <em>Displaced persons</em> sono invece coloro che non per loro volontà, ma per effetto dell&#8217;azione diretta o indiretta delle autorità civili o militari dei paesi belligeranti si siano trovati a guerra finita fuori del loro paese di origine.<br />
(…)<br />
Entrambe le categorie di profughi, fra le quali prima della seconda Guerra mondiale non si faceva una distinzione, hanno formato oggetto di attività internazionale sin dall&#8217;altro dopoguerra. I gruppi più importanti di profughi che si contavano subito dopo la prima Guerra mondiale erano i varî milioni di Russi allontanati dal loro paese dalla rivoluzione del 1917, gli Armeni, ed altri gruppi (Greci, Bulgari, Siriani) ai quali si dovevano aggiungere, negli anni successivi, le vittime della persecuzione nazista e fascista: profughi politici d&#8217;Italia e di Germania; vittime della persecuzione antisemita condotta dal nazifascismo prima in Germania e poi via via nei paesi occupati prima dello scoppio della seconda Guerra mondiale (Austria e Cecoslovacchia); e i repubblicani spagnoli.<br />
(…)<br />
L&#8217;effetto principale determinato dalla seconda Guerra mondiale è stato innanzi tutto lo straordinario aumento numerico dei rifugiati. Da un lato, come conseguenza diretta delle operazioni di guerra, le forze alleate si trovavano fra le braccia milioni e milioni di persone che erano state deportate dai Tedeschi o costrette ad abbandonare il loro paese (<em>displaced persons</em>). Dall&#8217;altro, al venir meno dei regimi totalitarî nazi-fascisti &#8211; e quindi del problema dei fuorusciti dai rispettivi paesi &#8211; faceva riscontro l&#8217;affermarsi di regimi nuovi in una buona metà dell&#8217;Europa, e quindi una nuova &#8220;fonte&#8221; di profughi politici. E ciò mentre rimaneva ancora da risolvere, per una buona parte, lo stesso problema di tutti quei profughi ante- e durante-guerra.<br />
(…)<br />
La necessità di porre su nuove basi il problema dei profughi venne riconosciuta dalla maggioranza delle delegazioni alla prima sessione dell&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il problema, così come si presentava a guerra ultimata, si riassumeva in un totale impressionante. Nonostante la notevole riduzione del numero di <em>displaced persons</em> rimpatriate dalle forze alleate e dall&#8217;UNRRA (circa 7.000.000), si calcolava che all&#8217;inizio del 1947 il numero dei profughi sarebbe ammontato a circa 2.000.000 di persone, temporaneamente stabilite in Europa &#8211; e specialmente in Germania, in Austria e in Italia &#8211; nel Medio Oriente, in Africa nell&#8217;Estremo Oriente. Esse erano ripartite grosso modo, come segue: 1) 300.000 rifugiati russi anteguerra (cosiddetti profughi Nansen), in Francia, Cina, ‛Irāq, Siria e nelle zone occidentali della Germania e dell&#8217;Austria; 2) 150.000 Tedeschi e Austriaci, per la maggior parte ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste, nel Regno Unito, Francia, Svezia, Svizzera, e Cina; 3) un milione e mezzo di <em>displaced persons</em> dissidenti, cioè persone deportate durante la guerra dalle forze dell&#8217;Asse o rifugiatesi all&#8217;estero, e contrarie al rimpatrio per ragioni politiche o per timore di nuove persecuzioni: fra i quali circa mezzo milione di Polacchi (in Germania, Austria, Italia e nel Medio Oriente); circa 300.000 fra Lituani, Lettoni, Estoni, Ucraini e Iugoslavi (in Germania, Austria, Svezia e anche in Italia, specialmente gli Iugoslavi); 4) nuovi profughi politici dai paesi dell&#8217;Europa orientale, fra i quali Ebrei polacchi (Germania, Austria e Italia), e cittadini Iugoslavi e Albanesi dissidenti (Austria e Italia) calcolati in circa 300.000, ma in continuo aumento a causa dei nuovi esodi.”<br />
(da <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/rifugiati_res-c1acb0b8-87e6-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/">voce &#8220;rifugiati&#8221; enciclopedia treccani</a>)</p>
<p><strong>4.</strong><br />
<em>Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Italia (2013)</em><br />
“Veniamo ai rifugiati. Qui il senso comune (e molta politica) sostiene che «ne arrivano troppi, l’Europa non ci aiuta». Vediamo i dati più recenti. Nel 2013 in Italia si sono registrate 27.800 nuove domande di asilo. (1) Un dato nettamente inferiore al numero degli sbarcati (circa 43mila), perché in tanti preferiscono non presentare domanda in Italia e cercare invece di raggiungere la Germania, la Svezia, la Francia o i Paesi Bassi. Difatti l’Italia, pur registrando una sensibile crescita relativa delle domande di asilo (+60 per cento), è soltanto sesta in Europa come paese di accoglienza dei richiedenti. La Germania rimane in testa alla classifica, con 109.600 domande, seguita a distanza dalla Francia con 60.100 e dalla Svezia con 54.300. Entra poi in classifica la Turchia, con 44.800, per effetto soprattutto del tragico conflitto siriano. Ma anche il Regno Unito, lontano dalle zone calde del Medio Oriente, ci precede con 29.200 domande.</p>
<p>Bisogna poi tenere conto del fatto che anche i nuovi paesi membri dell’Unione, di certo meno attrezzati dell’Italia, hanno conosciuto un notevole aumento delle domande di asilo: 18mila in Ungheria (contro le 2mila del 2012), 14mila in Polonia, 7mila in Bulgaria. In definitiva, se vi fosse più solidarietà europea sul dossier rifugiati, difficilmente sarebbe l’Italia a beneficiarne.”<br />
(da <a href="http://www.lavoce.info/litalia-non-e-ancora-un-paese-per-rifugiati/">L&#8217;Italia non è ancora un paese di rifugiati</a>)</p>
<p><strong>5.</strong><br />
<em>Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Europa (2014)</em><br />
“I rifugiati siriani nel mondo hanno superato i tre milioni. Lo ha affermato in una nota l&#8217;Alto commissariato dell&#8217;Onu per i rifugiati, precisando che, in questa cifra, non sono incluse le centinaia di migliaia di persone in fuga che non è stato possibile registrare come rifugiati.</p>
<p>A questi tre milioni di rifugiati siriani bisogna aggiungere i 6,5 milioni di sfollati che vivono nel Paese. Questa situazione ha fatto sì che &#8220;quasi la metà dei siriani siano stati forzati ad abbandonare le loro case e fuggire per sopravvivere&#8221;, ha sottolineato il rapporto dell&#8217;Unhcr. La stragrande maggioranza della popolazione in fuga ha trovato rifugio nei Paesi vicini, soprattutto in Libano (1,14 milioni), Turchia (815mila) e Giordania (608mila). Altri 215mila sono stati contati in Iraq, mentre il resto è stato registrato in Egitto o in altri Paesi.&#8221;<br />
(da <a href="http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=61940&amp;typeb=0">ONU: nel mondo tre milioni di profughi siriani</a>)</p>
<p>“Complessivamente, gli afghani, i siriani e i somali – che insieme rappresentano oltre la metà del totale dei rifugiati a livello mondiale – costituiscono le nazionalità maggiormente rappresentate tra le persone di cui l&#8217;Unhcr si prende cura.</p>
<p>Intanto paesi come il Pakistan, l’Iran e il Libano hanno ospitato un maggior numero di rifugiati rispetto ad altri Stati. Se si guarda alle diverse regioni, l&#8217;Asia e il Pacifico hanno ospitato il maggior numero di rifugiati, complessivamente 3,5 milioni di persone. L’Africa sub-sahariana ha accolto 2,9 milioni di persone, mentre il Medio Oriente e il Nord Africa hanno visto arrivare sui loro territori 2,6 milioni di migranti forzati.”<br />
(da <a href="http://www.vita.it/mondo/migranti/unhcr-superati-i-50-milioni-di-profughi-nel-mondo-record.html">Superati i 50 milioni di profughi nel mondo</a>)</p>
<p>“Nonostante il numero crescente di persone bisognose di protezione in arrivo via mare, è importante sottolineare che l’86% dei rifugiati rimane nei paesi del sud del mondo. Il numero dei rifugiati eritrei è raddoppiato negli ultimi anni a causa del perdurare delle violazioni dei diritti umani nel paese e la maggior parte di loro risiede in Sudan (110mila) ed in Etiopia (84mila), mentre il 20% (65mila) ha trovato protezione in Europa.</p>
<p>Per quanto riguarda la Siria, sono 2.9milioni le persone costrette alla fuga che hanno trovato protezione nei paesi confinanti (Libano 1.1milioni, Giordania 610mila, Turchia 823mila, Iraq 218mila e Egitto 138mila), mentre 123mila si trovano in Europa.”<br />
(da <a href="http://www.unhcr.it/news/raggiunti-i-100mila-arrivi-via-mare-in-italia-oltre-la-meta-sono-persone-in-fuga-da-guerre-e-persecuzioni-necessario-fornire-alternative-alle-pericolose-traversate-via-mare">Raggiunti i 100mila arrivi via mare in Italia</a>)</p>
<p>*<br />
<em>[Immagine: Profughi italiani in fuga dopo Caporetto]</em></p>
]]></content:encoded>
					
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