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	<title>rino gaetano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Sale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/07/mots-cles__-9/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bene come il sale]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe italiane]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Sale di Giulia Scuro Rino Gaetano, I tuoi occhi sono pieni di sale -&#62; play ___ ___ Da Italo Calvino, Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2017 54. Bene come il sale (Bologna) C&#8217;era una volta un Re che aveva tre figlie: una bruna, una castana e una bionda: la prima era bruttina, la seconda così e così e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sale</strong><br />
di <strong>Giulia Scuro</strong></p>
<p style="text-align: right;">Rino Gaetano, <em>I tuoi occhi sono pieni di sale </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Hy0Xtiv_wB0">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_87760" aria-describedby="caption-attachment-87760" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-87760" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno.jpg" alt="" width="1024" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-768x433.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/8880063-k57-U46050686896693Q0G-1024x577@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-87760" class="wp-caption-text">Mimmo Paladino, &#8220;Montagna di sale&#8221;, Napoli, 1995</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Da Italo Calvino, <em>Fiabe italiane</em>, Milano, Mondadori, 2017</p>
<p><strong>54. Bene come il sale (Bologna)<br />
</strong>C&#8217;era una volta un Re che aveva tre figlie: una bruna, una castana e una bionda: la prima era bruttina, la seconda così e così e la più piccina era la più buona e bella. E le due maggiori erano invidiose di lei. Quel Re aveva tre troni: uno bianco, uno rosso e uno nero. Quando era contento andava sul bianco, quando era così così sul rosso, quand&#8217;era in collera sul nero.<br />
Un giorno andò a sedersi sul trono nero, perché era arrabbiato con le due figlie più grandi. Esse presero a girargli intorno e a fargli moine. Gli disse la più grande: &#8211; Signor padre, ha riposato bene? È arrabbiato con me che la vedo sul trono nero?<br />
&#8211; Sì, con te.<br />
&#8211; Ma perché, signor padre?<br />
&#8211; Perché non mi volete mica bene.<br />
&#8211; Io? Io, signor padre, sì che le voglio bene.<br />
&#8211; Bene come?<br />
&#8211; Come il pane.<br />
Il Re sbuffò un po&#8217;, ma non disse più nulla perché era tutto compiaciuto di quella risposta.<br />
Venne la seconda. &#8211; Signor padre, ha riposato bene? Perché è sul trono nero? Non è mica in collera<br />
con me?<br />
&#8211; Sì, con te.<br />
&#8211; Ma perché con me, signor padre? &#8211; Perché non mi volete mica bene. &#8211; Ma se io le voglio così bene&#8230;<br />
&#8211; Bene come?<br />
&#8211; Come il vino.<br />
Il Re borbottò qualcosa tra i denti, ma si vedeva che era soddisfatto.<br />
Venne la più piccola, tutta ridente. &#8211; O signor padre, ha riposato bene? Sul trono nero? Perché? L&#8217;ha con me, forse?<br />
&#8211; Sì, con te, perché neanche tu mi vuoi bene. &#8211; Ma io sì che le voglio bene.<br />
&#8211; Bene come?<br />
&#8211; Come il sale.<br />
A sentire quella risposta, il Re andò su tutte le furie. &#8211; Come il sale! Come il sale! Ah sciagurata! Via dai miei occhi che non ti voglio più vedere! &#8211; e diede ordine che la accompagnassero in un bosco e l&#8217;ammazzassero.<br />
Sua madre la Regina, che le voleva davvero bene, quando seppe di quest&#8217;ordine del Re, si scervellò per trovare il modo di salvarla. Nella Reggia c&#8217;era un candeliere d&#8217;argento così grande, che Zizola &#8211; così si chiamava la figlia più piccina &#8211; ci poteva star dentro, e la Regina ce la nascose. &#8211; Va&#8217; a vendere questo candeliere, &#8211; disse al suo servitore più fidato, &#8211; e quando ti domandano cosa costa, se è povera gente di&#8217; molto, se è un gran signore di&#8217; poco e daglielo -. Abbracciò la figlia, le fece mille raccomandazioni, e mise dentro al candeliere fichi secchi, cioccolata e biscottini.<br />
Il servitore portò il candeliere in piazza e a quelli che gli domandavano quanto costava, se non gli andavano a genio domandava uno sproposito. Finalmente passò il figlio del Re di Torralta, esaminò il candeliere da tutte le parti, poi domandò quanto costava. Il servitore gli disse una sciocchezza e il Principe fece portare il candeliere al palazzo. Lo fece mettere in sala da pranzo e tutti quelli che vennero a pranzo fecero gran meraviglie.<br />
Alla sera il Principe andava fuori a conversazione; siccome non voleva che nessuno stesse ad aspettarlo a casa, i servitori gli lasciavano la cena preparata e andavano a letto. Quando Zizola sentì che in sala non c&#8217;era più nessuno, saltò fuori dal candeliere, mangiò tutta la cena e tornò dentro. Arriva il Principe, non trova niente da mangiare, suona tutti i campanelli e comincia a strapazzare i servitori. Loro, a giurare che avevano lasciato la cena pronta, che doveva essersela mangiata il cane o il gatto.<br />
&#8211; Se succede un&#8217;altra volta, vi licenzio tutti, &#8211; disse il Principe; si fece portare un&#8217;altra cena, mangiò e andò a dormire.<br />
Alla sera dopo, benché fosse tutto chiuso a chiave, capitò lo stesso. Il Principe pareva facesse venir giù la casa dagli strilli; ma poi disse: &#8211; Vediamo un po&#8217; domani sera.<br />
Quando fu domani sera, cosa fece? Si nascose sotto la tavola che era coperta fino a terra da un tappeto. Vengono i servitori, mettono i piatti con tutte le pietanze, mandano fuori il cane e il gatto e chiudono la porta a chiave. Sono appena usciti, che s&#8217;apre il candeliere e ne esce fuori la bella Zizola. Va a tavola e giù a quattro palmenti. Salta fuori il Principe, la prende per un braccio, lei cerca di scappare ma lui la trattiene. Allora la Zizola gli si butta in ginocchio davanti e gli racconta da cima a fondo la sua storia. Il Principe ne era già innamorato cotto. La calmò, le disse: &#8211; Bene, già d&#8217;adesso vi dico che sarete la mia sposa. Ora tornate dentro il candeliere.<br />
A letto, il Principe non poté chiudere occhio tutta la notte, tant&#8217;era innamorato; e al mattino ordinò che portassero il candeliere nella sua camera, perché era tanto bello che lo voleva vicino la notte. E poi diede ordine che gli portassero da mangiare in camera porzioni doppie, perché aveva fame. Così gli portarono il caffè, e poi la colazione alla forchetta, e il pranzo, tutto doppio. Appena gli avevano portato i vassoi, chiudeva l&#8217;uscio a chiave, faceva uscire la sua Zizola e mangiavano insieme con gran gioia.<br />
La Regina, che restava sola a tavola, si mise a sospirare: &#8211; Ma cos&#8217;avrà mio figlio contro di me che non scende più a mangiare? Cosa gli avrò fatto?<br />
Lui continuava a dire che avesse pazienza, che voleva star per conto suo; finché un bel giorno disse: &#8211; Voglio prendere moglie.<br />
&#8211; E chi è la sposa? &#8211; fece la Regina tutta contenta.<br />
E il Principe: &#8211; Voglio sposare il candeliere!<br />
&#8211; Ohi, che mio figlio è diventato matto! &#8211; fece la Regina coprendosi gli occhi con le mani. Ma lui<br />
diceva sul serio. La madre cercava di fargli intendere ragione, di fargli pensare a cosa avrebbe detto la gente, ma lui duro: diede ordine di preparare il matrimonio di lì a otto giorni.<br />
Il giorno stabilito partì dal palazzo un gran corteo di carrozze e nella prima ci stava il Principe, con a fianco il candeliere. Arrivarono alla chiesa e il Principe fece trasportare il candeliere fin davanti all&#8217;altare.<br />
Quando fu il momento giusto, aperse il candeliere e saltò fuori Zizola, vestita di broccato, con tante pietre preziose al collo e agli orecchi che risplendevano da tutte le parti. Celebrate le nozze e tornati al palazzo, raccontarono alla Regina tutta la storia. La Regina, che era una furbona, disse: &#8211; Lasciate fare a me che a questo padre gli voglio dare io una lezione.<br />
Difatti, fecero il banchetto di nozze, e mandarono l&#8217;invito a tutti i Re dei dintorni, anche al padre di Zizola. E al padre di Zizola la Regina fece preparare un pranzo apposta, con tutti i piatti senza sale. La Regina disse agli invitati che la sposa non stava bene e non poteva venire al pranzo. Si misero a mangiare; ma quel Re aveva la minestra scipita e cominciò a brontolare tra sé: &#8220;Questo cuoco, questo cuoco, s&#8217;è dimenticato di salare la minestra&#8221;, e fu obbligato a lasciarla nel piatto.<br />
Venne la pietanza, senza sale anche quella. Il Re posò la forchetta. &#8211; Perché non mangia, Maestà? Non le piace?<br />
&#8211; Ma no, è buonissima, è buonissima.<br />
&#8211; E perché non mangia?<br />
&#8211; Mah, non mi sento tanto bene.<br />
Provò a portarsi alla bocca una forchettata di carne, ma ruminava, ruminava senza poterla mandar giù. E allora gli venne in mente la risposta della sua figliola, che gli voleva bene come il sale, e gli prese un rimorso, un dolore, che a poco a poco ruppe in lagrime, dicendo: &#8211; O me sciagurato, cos&#8217;ho fatto!<br />
La Regina gli domandò cos&#8217;aveva, e lui cominciò a raccontare tutta la storia di Zizola. Allora la Regina s&#8217;alzò e mandò a chiamare la sposina. Il padre ad abbracciarla, a piangere, a domandarle come mai era là, e gli pareva di risuscitare. Mandarono a chiamare anche la madre, rinnovarono le nozze, con una festa ogni giorno, che credo siano lì ancora che ballano.</p>
<div class="page" title="Page 112">
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<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
</div>
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		<title>NEW DIRECTIONS &#8211; Le stelle del &#8217;79</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/02/25/new-directions-le-stelle-del-79/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 05:00:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Jazz from Italy Illustrazioni di Maurizio Ribichini In effetti non capitava spesso, ma quella volta mia madre si era proprio impuntata. L’ultima volta che avevano litigato per lo stesso motivo, era all’inizio di quell’anno, alla fine di un freddissimo gennaio, quando mio padre volle andare a Genova per partecipare ad un funerale. Lui, alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://jazzfromitaly.splinder.com/">Jazz from Italy</a></strong></p>
<p>Illustrazioni di <a href="http://www.maurizioribichini.it"><strong>Maurizio Ribichini</strong></a></p>
<p>In effetti non capitava spesso, ma quella volta mia madre si era proprio impuntata.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/impuntata-02.jpg" alt="impuntata-02" title="impuntata-02" width="450" height="319" class="aligncenter size-full wp-image-14926" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/impuntata-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/impuntata-02-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><br />
<span id="more-14532"></span></p>
<p>L’ultima volta che avevano litigato per lo stesso motivo, era all’inizio di quell’anno, alla fine di un freddissimo gennaio, quando mio padre volle andare a Genova per partecipare ad un funerale.<br />
Lui, alla fine, se ne andò sbattendo la porta, infuriato e praticamente cieco alla ragione, ed io ricordo ancora la corsa di mia madre alla finestra, dalla quale anche io mi affacciai, per vedere solamente mio padre salire in macchina di Sergio, lo zio Sergio.<br />
L’altro ricordo è legato al suo rientro,  a notte fonda. Mentre mia madre gli scaldava una tazza di latte lui se ne stava seduto al tavolo della cucina, in silenzio.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/cucina-02.jpg" alt="cucina-02" title="cucina-02" width="450" height="218" class="aligncenter size-full wp-image-14927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/cucina-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/cucina-02-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Quando li raggiunsi, mio padre aveva gli occhi rossi, mi fece sedere sulle sue gambe e mi chiese perché non dormivo.<br />
Io gli dissi che volevo sapere perché era andato lontano, come era questa città e di chi era il funerale.<br />
Lui mi mise addosso il suo maglione grigio e mi disse soltanto che era morto un amico, che avevamo perso un fratello, che avevano ammazzato un compagno.<br />
Mi disse che era stata anche colpa sua, se Guido non c’era più.<br />
Poi aggiunse che non si può restare fermi a guardare, che la vita di un fratello vale quanto la tua.<br />
Questo lo disse due volte, guardandomi negli occhi e chiedendomi se avevo capito.<br />
Io non capii molto, ma ero contento di averlo a casa e nelle sue parole trovai il senso recondito di una grande lezione, un legame indissolubile tra amore e dolore ed una necessaria bellezza nel partecipare alle cose.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/bimbo-02.jpg" alt="bimbo-02" title="bimbo-02" width="450" height="532" class="aligncenter size-full wp-image-14928" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/bimbo-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/bimbo-02-253x300.jpg 253w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Ma questa volta no, questa volta era diverso.<br />
Intanto eravamo nel bel mezzo dell’estate, una delle più calde dicevano, poi mio padre non urlava ed anzi cercava di convincere mia madre, rassicurandola e, allo stesso tempo, era fermissimo sulla sua scelta. Infine aggiunse che era solo un concerto, nient’altro che un concerto Jazz, musica improvvisata, spontanea, un modo come un altro per ampliare la sua mente e l’occasione giusta per dimostrare che lui era uno spirito libero.<br />
Anche questa volta c’era di mezzo Sergio, ma mio padre disse che sarebbe andato lui a prenderlo, perché era di turno smontante alla Voxson.</p>
<p>Mentre si preparava per uscire, ripeté a mia madre che era la scelta giusta, che lei avrebbe dovuto capire e che non doveva preoccuparsi di niente.<br />
Non erano forse quasi vent’anni che si capivano anche senza parlare? E poi, fin’ora, lui non aveva sempre mantenuto la sua promessa, quella cioè di stargli accanto tutta la vita, di proteggere il suo amore dalle intemperie del mondo e di scaldarlo tutte le notti, stretti nell’abbraccio sincero?</p>
<p>Di cosa si preoccupava lei?</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stretti-02.jpg" alt="stretti-02" title="stretti-02" width="450" height="233" class="aligncenter size-full wp-image-14929" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stretti-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stretti-02-300x155.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Mia madre alla fine cedette, ma volle che papà si portasse dietro almeno uno di noi, che non andasse da solo a quel concerto.</p>
<p>Mia sorella, più grande di me, iniziò a lagnarsi che, se proprio sarebbe dovuta andare ad un concerto, avrebbe voluto vedere Miguel Bosè, Alan Sorrenti o i Bee Gees, non quei musicisti che suonavano una musica che lei non capiva.<br />
Io che l’anno prima mi ero innamorato di Goldrake, ora che non lo davano più, come tutti i giovedì alle 18:15 mi piazzavo davanti alla TV dove al suo posto, sulla rete 2, c’era Capitan Harlock, il pirata dello spazio.<br />
Quando mio padre si abbassò per chiedermi se volevo andare, mi promise che, se fossi andato con lui, mi avrebbe fatto vedere da vicino le stelle.<br />
Per me un’avventura valeva un’altra, e poter scegliere di avere come compagno mio padre, mi sembrava quella tra le più accattivanti che mi potessero capitare, per cui balzai giù dal divano e gli diedi la mano, chiedendo solo di poter portare con me il mio mangiadischi.</p>
<p>Una volta in macchina mio padre aprì tutti i finestrini, e partimmo senza parlare. Lui continuava a guardarsi intorno, poi girava la testa verso la mia direzione, sorridendomi, e tornava con gli occhi sulla strada.<br />
Solo ad un certo punto mi disse <em>“sai, stiamo andando in un posto magico, dove cielo e terra si incontrano, dove è possibile essere veramente se stessi restando attaccati alle radici e dove, alzando solo un poco gli occhi, puoi toccare il cielo e guardare avanti. Ma prima dobbiamo andare a prendere Sergio”<br />
</em></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/auto-02.jpg" alt="auto-02" title="auto-02" width="450" height="225" class="aligncenter size-full wp-image-14930" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/auto-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/auto-02-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Il posto si chiama “La Quercia del Tasso”, ed è una scalinata in cotto che costituisce quasi un anfiteatro, nato su una cavea naturale sulle pendici del colle Gianicolo.<br />
Questo lo seppi solo anni dopo, ma per me quel posto è ancora lì dove cielo e terra si incontrano.</p>
<p>Quando arrivammo a Tor Sapienza, Sergio ci attendeva fuori dalla fabbrica. Mio padre fece come per proseguire, passandogli davanti senza nemmeno rallentare troppo e lui, non ci perse mai di vista.<br />
Poi, di colpo e senza frenare, la macchina fece un’inversione, riportandoci nella direzione da cui eravamo venuti, e si fermò proprio davanti ai cancelli della Voxson.<br />
Sergio lavorava da poco lì e prima, più di dieci anni fa, aveva lavorato per diverso tempo alla tipografia Apollon, dove anche mio padre aveva fatto per alcuni mesi apprendistato. È in quella fabbrica che si erano conosciuti, dove erano diventati amici e dove, durante l’occupazione della stessa, durata più di un anno, avevano iniziato ad amare la musica improvvisata.<br />
Perchè quando nel 1968 il proprietario decise di chiudere per vendere lo stabile, nonostante lo stabilimento fosse in grado di funzionare e l’alta produttività degli operai, Sergio era stato tra quelli che avevano organizzato l’occupazione, arrivando perfino a contattare un regista che riprendesse quel pezzo di storia <strong>(1)</strong> ed un gruppo di musicisti che con la loro musica libera dovevano aggiungere un grido alla voce degli operai. <strong>(2)</strong><br />
Poi Sergio, che all’epoca era nel sindacato, aveva aiutato mio padre ad uscire dalla tipografia e gli aveva trovato un lavoro alle poste perché, gli diceva, lui era giovane e teneva famiglia, e quel posto non sarebbe durato tanto. Ma lui non se ne era andato, no, Sergio era rimasto, fino alla fine, fino a quella vittoria sulle scelte economiche del proprietario, perché la fabbrica venne riaperta, che sa tanto di sconfitta.<br />
Una sconfitta che però ha cambiato alcune regole.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/corteo-02.jpg" alt="corteo-02" title="corteo-02" width="450" height="143" class="aligncenter size-full wp-image-14931" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/corteo-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/corteo-02-300x95.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>“Comparetto”</em> mi disse appena aprì lo sportello, <em>“sono contento che ci sei anche tu, ma mica vorrai sederti sulle mie ginocchia no? Ora sei diventato grande, comparetto mio…”<br />
</em>Mi chiamava così, mentre mi apriva lo sportello di dietro. Comparetto, perché quella storia dell’Apollon li aveva talmente legati che mio padre decise che Sergio sarebbe stato il mio padrino al battesimo.<br />
Mia madre ancora s’incazza quando la racconta, perché dice che il giorno del mio battesimo lui, mio padre, e quell’altro, il suo amico Sergio, se ne restarono tutto il tempo fuori dalla chiesa, a bere bitter campari e fumare, fino a quando il prete, spazientitosi, li mandò a chiamare almeno per assistere al ricevimento del sacramento, almeno per essere presenti mentre mi bagnava la fronte nell’acqua.</p>
<p>Mio padre fece muovere la macchina, senza mai guardare dalla sua parte e Sergio, accendendosi una sigaretta disse solo <em>“stai tranquillo, va tutto bene”</em>.<br />
Poi si girò verso di me e porgendomi un pacchettino mi disse <em>“dato che questa è una serata tra uomini, queste sono per te. Tieni.”</em><br />
Io aprii il pacchetto e tirai fuori una sigaretta, non di quelle vere, ma di quelle fatte di gomma americana e, per sentirmi più all’altezza della situazione la infilai in bocca, così come avevo visto fare a Yanez di Sandokan diverse volte, tenendola all’angolo delle labbra, mentre gustavo il sapore caramellato e resistevo alla tentazione di scartarla.<br />
Mi piaceva guardare dentro alle altre macchine così, con la faccia seria e la cicca in bocca, sfidando tutti.<br />
Volevo diventare grande ed anzi, ora lo ero.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/grande-02.jpg" alt="grande-02" title="grande-02" width="450" height="310" class="aligncenter size-full wp-image-14932" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/grande-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/grande-02-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>A quell’epoca non mi spostavo frequentemente dal quartiere e quella sera Roma, che cambiava insolitamente fuori dal finestrino, calda e praticamente aperta ad ogni nostro passaggio, mi piaceva e mi eccitava.</p>
<p>Mio padre parlò per primo, dicendo che ora si era raggiunto il limite.<br />
La faccenda di Moro aveva fatto entrare nell’organizzazione gli americani e addirittura quelli dei servizi, si sapeva, e i compagni, come vuoti burattini, si erano lasciati manovrare facendo il loro sporco gioco.<br />
Poi l’assurda pretesa di sostituire lo Stato, anche negli aspetti peggiori.<br />
Ma dopo Genova, no, basta, dopo Genova non si può più.<br />
<em>“Ora siamo i cattivi, Sé? Imponiamo noi le leggi e permettiamo pure ai cani sciolti di azzannare liberamente le prede? E magari poi li riprendiamo nel branco…”</em></p>
<p>Sergio si girò a guardarmi.<br />
Mi sorrise, a lungo, poi guardò il mangiadischi sulle gambe e mi chiese cosa mi ero portato dietro.<br />
<em>“Rino Gaetano”</em> risposi <em>“Gianna, Gianna”</em>.<br />
<em>“È bella Gianna”</em> disse lui <em>“perché non la metti?”</em><br />
Io spinsi il disco fino in fondo e subito la voce di Rino cantò</p>
<p><em>Gianna Gianna Gianna<br />
sosteneva tesi e illusioni<br />
Gianna Gianna Gianna<br />
prometteva pareti e fiumi…<br />
</em></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/gianna-02.jpg" alt="gianna-02" title="gianna-02" width="450" height="490" class="aligncenter size-full wp-image-14933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/gianna-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/gianna-02-275x300.jpg 275w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Ma, nonostante io amassi quella canzone, era la voce di mio padre che mi interessava, perché aveva ripreso a parlare con Sergio.</p>
<p><em>“Era uno di noi, Sé. Guido era tuo fratello, era me, era pure il padre di questo ragazzino qua dietro. Ti rendi conto?<br />
Guido era uno di noi.<br />
Tu, al funerale, hai stretto la mano a quella ragazza di sedici anni, Sergio?<br />
No vero, non ci sei riuscito ad andarle vicino è Sé?<br />
Avevi forse  paura a guardarla negli occhi?<br />
Io invece sono salito su quel palco, e  l’ho guardata.<br />
Ho visto cosa provava e piangevo, piangevo come un bimbo, ma non per lei, e forse nemmeno per Guido.<br />
Io piangevo per me, Sergio, per me che stavo in piedi davanti a lei e stavo pure dentro quella bara.”<br />
</em><br />
<em>Ma la notte la festa è finita<br />
Evviva la vita<br />
La gente si sveste<br />
Comincia un mondo<br />
Un mondo diverso…</em></p>
<p><em></em></p>
<p><em>“Guido era uno di noi”</em> continuava a ripetere mio padre, <em>“…uno di noi.”</em></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/in-auto-02.jpg" alt="in-auto-02" title="in-auto-02" width="450" height="196" class="aligncenter size-full wp-image-14934" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/in-auto-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/in-auto-02-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>Gianna Gianna Gianna<br />
non cercava il suo pigmalione<br />
Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione</em></p>
<p><em></em></p>
<p><em>“Potevamo cambiare le regole di questo mondo, e invece ne abbiamo create altre, ugualmente rigide e pure più sporche.<br />
Dov’è la spontaneità in tutto questo? Quale sogno racconta di un fratello che ammazza un altro fratello, Sé? Questo è il peggiore degli incubi”<br />
</em><br />
<em>Gianna Gianna Gianna<br />
Non credeva a canzoni o U.F.O.<br />
Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo</em></p>
<p><em></em></p>
<p><em>“Non ci sto più, Sergio, io scendo”<br />
</em><br />
La macchina si fermò sul ponte, mio padre scese subito seguito da Sergio.<br />
Li sentii ancora discutere, ma non riuscivo a capire, poi qualcuno aprì il cofano ed allora li sentii meglio.<br />
Si stavano picchiando.<br />
Io alzai il volume del mangiadischi, ma la rotella era già sul massimo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-14718" title="eddai-spara" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/eddai-spara.jpg" alt="eddai-spara" width="362" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/eddai-spara.jpg 362w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/eddai-spara-217x300.jpg 217w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></p>
<p><em>Ma dove vai<br />
Vieni qua<br />
Ma che fai<br />
Dove vai<br />
Con chi ce l’hai<br />
Vieni qua<br />
Ma che fai<br />
Dove vai<br />
Con chi ce l’hai<br />
Di chi sei<br />
Ma che vuoi<br />
Dove vai con chi ce l’hai<br />
Butta là vieni qua<br />
Chi la prende e chi la dà<br />
Dove sei<br />
Dove stai<br />
Fatti sempre i fatti tuoi<br />
Di chi sei ma che vuoi<br />
Il dottore non c’è mai<br />
</em><br />
Sembrava non finisse più. E sarebbe stato meglio, perché quando il disco, di colpo uscì fuori, sentii ancora mio padre che diceva<br />
<em>“eddai, spara, ma spara pure a quel ragazzino là dentro, spara sul tuo domani Sergio, che il tuo oggi è morto, ed il tuo passato puzza già da un po’. Spara cazzo, spara”<br />
</em><br />
Io ero rimasto immobile, con gli occhi chiusi e la mano sul 45 giri, pronto a ributtarlo dentro. Ma volevo sentire, dovevo sentire, non potevo nascondermi e in quel momento mi tornò alla mente la frase che mio padre mi aveva detto:<br />
<em>“non si può restare fermi a guardare, la vita di un fratello vale quanto la tua”<br />
</em><br />
Fu allora che riuscii ad aprire lo sportello ed a scendere dalla macchina.<br />
Sergio mi venne incontro per primo, si abbassò, mi mostrò la pistola e mi disse <em>“non è successo niente, comparetto, e tu non devi avere paura, mai, neanche di questa”</em><br />
Mi parlava piano, con la faccia vicinissima alla mia, ma non tolse mai lo sguardo da mio padre, che aveva tirato fuori due sacchi dal bagagliaio ed ora li gettava nel Tevere.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-14719" title="ponte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/ponte.jpg" alt="ponte" width="424" height="552" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/ponte.jpg 424w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/ponte-230x300.jpg 230w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></p>
<p>Poi si avvicinò a me, mi prese per un braccio e fece per tirarmi via. Sergio mi teneva per il mangiadischi e guardava mio padre, che continuava a tirarmi a sé. Alla fine io lasciai la presa, mio padre mi fece entrare in macchina e partimmo, lasciando Sergio sul ponte, con la pistola in una mano ed il mangiadischi arancione nell’altra.</p>
<p>In macchina nessuno dei due parlò, arrivammo al Gianicolo che il concerto era già iniziato <strong>(3)</strong>. Ci sedemmo sulle scale ed io mi accovacciai tra le sue gambe.<br />
“New Directions” <strong>(4)</strong>, così si chiamava il gruppo.<br />
Allora non sapevo assolutamente cosa significasse, però mi piaceva il suono.</p>
<p>La musica era forte, coraggiosa, libera dagli schemi imposti e viva, terribilmente viva.<br />
Niente a che vedere con le canzonette di Sanremo, tutte uguali, scritte per distrarre e non far pensare. Niente a che vedere con tutte, o quasi tutte, ma non con Gianna, Gianna no, Gianna era una di noi.</p>
<p>Mio padre, che davanti a me non aveva mai fumato, chiese continuamente sigarette in giro.<br />
Io, che quella sera avevo perso la puntata di Capitan Harlock, non avrei più rivisto le stelle così da vicino.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stelle-02.jpg" alt="stelle-02" title="stelle-02" width="450" height="405" class="aligncenter size-full wp-image-14935" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stelle-02.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/stelle-02-300x270.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>*</p>
<p><small><strong>(1)</strong> <em>Apollon, una fabbrica occupata</em> di Ugo Gregoretti, 1969.<br />
<strong>(2)</strong> Mario Schiano (alto sax), Marcello Melis (bass) e Marco Cristofolini (perc., fl).<br />
<strong>(3)</strong> III° rassegna Jazz della Quercia del Tasso – Roma dal 17 al 29 luglio 1979 – New Directions, Antonello Salis, Massimo Urbani, Paolo Damiani, S.I.C., Maurizio Giammarco, Air, Rena Rama, Saxes Machine, Orchestra di Ritmi Moderni della Rai con Enrico Rava, Giancarlo Schiaffini, John Tchicai, Steve Lacy, Alex von Schlippenbach.<br />
<strong>(4)</strong> New Directions: Lester Bowie (tp), John Abercrombie (g), Eddie Gomez (bass), Jack De Johnette (drums).</small></p>
]]></content:encoded>
					
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