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	<title>rizzoli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Luca Ricci. È fondamentale avere dei difetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2017 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani  In pochi mesi, nel 1925, Horacio Quiroga, scrittore uruguiano e tragico, stilò, sulle pagine del settimanale illustrato “El Hogar”, il Decalogo del perfecto cuentista, il Manual del perfecto cuentista e, infine, Los trucos del perfecto cuentista; tre sintetiche emanazioni di un magistero che, tutt’ora, fa di Quiroga uno dei massimi scrittori di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68879" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-577x1024.jpg 577w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1.jpg 640w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /></p>
<p>In pochi mesi, nel 1925, Horacio Quiroga, scrittore uruguiano e tragico, stilò, sulle pagine del settimanale illustrato “El Hogar”, il <i>Decalogo del perfecto cuentista</i>, il <i>Manual del perfecto cuentista</i> e, infine, <i>Los trucos del perfecto cuentista</i>; tre sintetiche emanazioni di un magistero che, tutt’ora, fa di Quiroga uno dei massimi scrittori di racconti del novecento. Da Quiroga, Cortázar sviluppò l’idea della circolarità del racconto – o, più esattamente, della sua sfericità: un sentimento che, tenuto conto dell’intrusione nel racconto del suo autore, “deve preesistere in qualche modo all’atto di scrivere il racconto, come se il narratore, sottomesso dalla forma che adotta, si muovesse implicitamente in essa e la portasse alla sua tensione estrema, conducendola così esattamente alla perfezione della forma sferica”. Che a dirsi – e a citarsi – è facile ma in pratica è più complicato che risolvere un’equazione differenziale in cui la funzione incognita sia un rebus teologale.</p>
<p><span id="more-68450"></span>Non a caso, William Faulkner riteneva il racconto ben più difficile del romanzo e secondo solo alla poesia, perché, data la misura, come nella lirica non c’è spazio per sbagliare, non c’è la possibilità romanzesca di riprendere fiato o rimediare a dieci pagine scadenti nelle cinque, mirabili pagine successive – cui possono seguire quindici interlocutorie prima di riprendere le montagne russe della tensione per altre venti. Con Roberto Bolaño, poi, dai dieci comandamenti di Quiroga si arriva al dodecalogo, che al secondo punto recita: “la cosa migliore è scrivere racconti a tre a tre, o a cinque a cinque. Se ve la sentite scriveteli a nove a nove o a quindici a quindici” perché (punto terzo) “la tentazione di scriverli a due a due è pericolosa come mettersi a scriverli a uno a uno, e per di più si porta dentro il gioco piuttosto appiccicoso degli specchi amanti: una doppia immagine che mette malinconia”. Tra gli autori consigliati dal cileno, oltre Quiroga, una schiatta ragguardevole: Felisberto Hernández, Jorge Luis Borges, Cortázar e Bioy Casares, ma anche Jules Renard, Marcel Schwob, Alfonso Reyes, Edgar Lee Masters, Pseudo Longino, Villa-Matas, Marías e, su tutti, Edgar Allan Poe. Ma più ancora, Čechov e Raymond Carver, perché (dodicesimo punto) “uno dei due è il più grande scrittore di racconti che abbia dato” il novecento. Pure, entrambi, il russo e l’americano, sono campioni nel medesimo campo da gioco, quello del racconto realistico (lo stesso in cui gioca “Papa” Hemingway), ma l’idiosincratico – e canonico &#8211; Harold Bloom invita a non trascurare la corrente di segno uguale e contrario, quella del racconto fantastico, che fa capo proprio a Borges e passa, per metterci un po’ d’Italia, anche per Landolfi. Tra i dieci comandamenti e i dodici precetti, però, probabilmente il numero magico del racconto è nove, come le <i>Nine Stories</i> di J.D. Salinger, tra le massime vette del genere. Quello che è certo, ad ogni modo, è che il racconto, la <i>short-story</i>, di sicuro non è, come spesso si potrebbe pensare, il parente povero del romanzo, anzi. Che poi tra i due possa esistere una relazione e che non è escluso che uno scrittore possa eccellere tanto nell’uno che nell’altro… beh, in questo senso basta sfogliare Maupassant o passare in rassegna la bibliografia di James Joyce e João Guimarães Rosa… L’<i>Ulisse </i>non nasce dopotutto dall’idea di un racconto che avrebbe dovuto far parte di <i>Gente di Dublino</i>? E <i>Il grande sertão</i> cos’è se non un’appendice elefantiaca delle raccolte <i>Sagarana</i> e <i>Corpo di ballo</i>?&#8230; E in fondo, non sono forse romanzi sotto vuoto, cioè privati dell’aria della narrazione, i cento micro-racconti di Manganelli che l’autore stesso consiglia di leggere “nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale”?&#8230;</p>
<p>Tutte queste cose – e molte altre – le sa bene Luca Ricci, autore, da ultimo, de <b>I difetti fondamentali</b> (Rizzoli). Pisano, classe 1974, Ricci è, tra gli scrittori italiani contemporanei, sicuramente il più fedele al racconto. Fedele quasi al limite, se non del paradosso, probabilmente dell’ossessione. Come autore, certo, ma anche come lettore. Una fedeltà che, al giorno d’oggi, è anche una presa di posizione estetico-ideologica. Ma come, nell’epoca del romanzo per l’estate, del libro di natale, della lettura di pasqua, perché ostinarsi a scrivere raccolte di racconti? I racconti &#8211; sembrano dire, nei fatti, gli editori &#8211; non si vendono bene, non si possono sintetizzare in una bandella, hanno poco fascino. Come si può costruire un caso, con auspicabile per quanto deprecabile ricaduta commerciale, su un oggetto che per sua natura ha mille facce e almeno due interpretazioni per ciascun lettore di ogni singolo racconto (il che vuol dire che se la raccolta in cui è ricompreso il racconto supera la soglia dei mille lettori, siamo almeno a duemila interpretazioni; se poi i racconti, secondo la regola Salinger, sono almeno nove, le interpretazioni diventano diciottomila)… Come si può, dicevo? Si può, eccome. E <i>I difetti fondamentali </i>sta lì a dimostrarlo. Si può, innanzitutto, perché la letteratura italiana è, storicamente, una letteratura di tradizione, oltre che lirica, novellistica. Una tradizione risalente che, per rimanere al secolo che ci siamo appena lasciti alle spalle, annovera Palazzeschi e Pirandello, Buzzati e Soldati (vincitori, entrambi, del Premio Strega – il premio degli editori! – proprio con due raccolte di racconti), Moravia e Fonzi, Tondelli e Mari. E si può, anche, perché la letteratura egemone dello stesso secolo – il novecento – ovvero quella americana, ha cresciuto molti dei suoi più importanti esponenti a pane e racconti (Fitzgerald, Malamud, e Cheever, tanto per fare solo tre nomi). E si può, ancora, più che per qualsiasi altro motivo, perché il successo di una raccolta di racconti non è frutto di un algoritmo ma solo di un paio di elementi difficilmente clonabili nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte: costanza e bravura. Elementi che Ricci ha coltivato – il primo – sin dai suoi esordi (con i microracconti di <i>Duepigrocoerre d’amore</i> e i racconti de <i>Il piede nel letto</i>) e affinato – il secondo – nei successivi titoli (<i>L’amore e altre forme d’odio</i> e <i>La persecuzione del rigorista</i>), scrivendo un romanzo che non è se non un racconto lungo (<i>Mabel dice sì</i>), un pamphlet narrativo (<i>Come scrivere un best seller in 57 giorni</i>) e inanellando ora quattordici difetti fondamentali. Ma quali sono questi difetti fondamentali, a chi corrispondono? Ciascuno intestato a un prototipo, i racconti di Ricci gravitano tutti intorno a un asse che è qualcosa di più e di diverso che un punto d’equilibrio tematico. Si tratta, infatti, di un sentimento comune più che di un tema: un paesaggio emotivo – quello del mondo che a diverso titolo gravita intorno alla “cosa letteraria” (scrittori, aspiranti tali, editori, giornalisti, mondani culturali sempre meno divini etc.) – che condiziona le esistenze individuali dei suoi protagonisti e connota un’identità collettiva. Per quanto marcata, però, non si tratta, a ben vedere, che di una cornice entro la quale lo scrittore si muove con sguardo rapido e curioso, sarcastico ma partecipe (un po’ alla maniera del Bernhard di <i>A colpi d’ascia</i>, ovvero con lo stesso affetto spietato che si nutre per i propri simili): attento ai riflessi condizionati delle mode (“Il rothiano”), alle piccole manie che creano dipendenze (“Il rifiutato”) e al bozzetto di costume (“Lo stregato” o “La canonizzata”); ma anche all’intrusione del fantastico nella realtà (“Il suggestionabile”, “L’eccitato” o “Il folle”) e alla grammatica dei sentimenti (“L’adultero”, “L’invidioso” e “Il manierista”). Tutti insieme, i suoi personaggi sono spesso ritratti alle prese con speranze elementari, poco favoriti dal destino e molto dall’imprevisto, colti con una partecipazione ironica che non esclude la fermezza del giudizio. Pure, in questi racconti non c’è ombra di satira, bensì lo scarto tipico e non lineare della mossa del cavallo nel gioco degli scacchi: quando prepara una strategia (delineando un setting, dandoci delle coordinate), sotto sotto Ricci già ne elabora una opposta e alternativa che fa provare alla nostra attenzione una vertigine di senso: la ridesta, la porta alla soglia di stanze impreviste. La satira, invece, presupporrebbe una pagina bidimensionale e, per quanto divertente, un po’ scontata, mentre nell’universo di Luca Ricci, <i>perfecto cuentista</i>, così come anche nei suoi libri precedenti, i confini tendono a dissolversi e, con poche parole, alle volte appena con una torsione della frase, a aprire squarci che, delle storie che racconta, ci dicono più di quanto non faccia il loro contesto. Alla fine, le pagine si confondono, lavorano lentamente nella coscienza del lettore, lo mettono come di fronte a uno specchio che gli restituisce l’unica possibile immagine di sé: un’immagine scontornata di cui è impossibile – e forse ozioso – dire se sia fantastica o verosimile; un’immagine che è l’insieme dei difetti fondamentali di cui siamo fatti, perché l’essere umano – come la Letteratura &#8211; cos’è “se non una splendida rovina?”</p>
<figure id="attachment_68880" aria-describedby="caption-attachment-68880" style="width: 203px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-68880 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-768x1134.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-694x1024.png 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80.png 1000w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /><figcaption id="caption-attachment-68880" class="wp-caption-text">[Finalista al Premio Chiara 2017]</figcaption></figure>
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		<title>D&#8217;Arrigo, magari nella BUR?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/30/darrigo-magari-nella-bur/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Aug 2012 07:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Horcynus Orca]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Arrigo]]></category>
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					<description><![CDATA[Amici di Rizzoli, ristampate D&#8217;Arrigo? Potreste inserirlo nella BUR, collana &#8220;Scrittori contemporanei&#8221; (se vi avete pubblicato L&#8217;arcobaleno della gravità, si può fare anche questo!).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Amici di Rizzoli, ristampate D&#8217;Arrigo? Potreste inserirlo nella BUR, collana &#8220;Scrittori contemporanei&#8221; (se vi avete pubblicato <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>, si può fare anche questo!).<br />
</strong><br />
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		<title>Dioblù [shots]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 11:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Dioblù]]></category>
		<category><![CDATA[paolo colagrande]]></category>
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					<description><![CDATA[1. Sono nato con dentro la scomunica, diceva mia nonna Giacoma ormai centotrentasette anni or sono. Facevo tutto con la mano sinistra, mangiavo con la mano sinistra picchiavo mio fratello con la mano sinistra incendiavo gli zolfanelli per bruciare al volo le zanzare e versavo il vino nel bussolotto con la mano sinistra. 2. Hubel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/dioblu_shot1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-30199" title="dioblu_shot1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/dioblu_shot1.jpg" alt="" width="281" height="449" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/dioblu_shot1.jpg 281w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/dioblu_shot1-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" /></a></p>
<p><strong>1. </strong>Sono nato con dentro la scomunica, diceva mia nonna Giacoma ormai centotrentasette anni or sono. Facevo tutto con la mano sinistra, mangiavo con la mano sinistra picchiavo mio fratello con la mano sinistra incendiavo gli zolfanelli per bruciare al volo le zanzare e versavo il vino nel bussolotto con la mano sinistra.</p>
<p><strong>2. </strong>Hubel possedeva un pungolo di gomma durissima, lungo e stretto come la zampa di una francesina battagliera da pollaio, che lui piegava con movimento automatico delle dita e lo faceva partir di scaravento sulla testa o sulle gambe o sul culo del prossimo</p>
<p><strong>3. </strong>&#8230; come la voce di un dio soffice benevolo, con tre principi sultani che soffiavano e bussolavano con gli strumenti un suono che prendeva la cantilena poco alla volta, tra la tristezza e l’allegrezza, sempre più rapido, e io mi son trovato al centro della piazza a girare e volteggiare come un angelo celeste o magari un uccello verzellino in mezzo a quel suono stregone.<br />
<span id="more-30197"></span><br />
<strong>4. </strong>Alla fine siam tutti come invisibili e girevoli, dico a Hevelius, anche se siam dei miliardi in movimento e forse anche di più, se mettiamo insieme tutti gli uomini le donne gli animali le macchine, in generale le cose semoventi.</p>
<p><strong>5. </strong>Il nemico viene di notte col fuoco le spade le pentolacce le fionde i marassini, pensavo sulla strada per la ferrovia mentre un po’ tiravo un po’ spingevo il carretto birocciaio, scaravolta la terra, ribalta le case, spezza gli alberi, spacca i fanali&#8230;</p>
<p><strong>6. </strong>&#8230;Rifaceva le carte da capo e poi ritornava sempre lì. Quale liberazione? le ho chiesto. Non lo so, mi fa l’Adelisa, lo dice qui, ma forse dice il contrario. Che contrario, le ho chiesto. Il contrario di liberazione.</p>
<p><strong>7. </strong>C’era un bell’insieme di rumore invitante dentro l’officina, e io ed Hevelius siam rimasti lì davanti in osservazione dell’uomo fabbro che non ci vedeva, perché era concentrato sul lavoro della rettificatrice e sul pezzo di ferro, e teneva gli occhi un po’ chiusi per schivare le schegge.</p>
<p><strong>8. </strong>Ammazzalo ammazzalo, diceva l’uomo coi baffi al suo amico Giulio, e Giulio andava giù di badile piatto approssimativo, che finiva soprattutto contro il motocoltivatore facendo un suono balordo.</p>
<p><strong>9. </strong>Ci son dei momenti che non si vede la fine e cominci a sperare che la fine arrivi purchessia, anche se la fine magari è sciagurata o mortuaria, ma che comunque è sempre una fine e te la fai andar bene purché arrivi presto.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/foto_colagrande1.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-30198  aligncenter" title="foto_colagrande1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/foto_colagrande1.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/foto_colagrande1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/foto_colagrande1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>P. Colagrande, Dioblù, Rizzoli (2010), € 17,50.</strong></p>
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		<title>San Lorenzo è con te</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/11/10/san-lorenzo-e-con-te/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Nov 2007 09:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[luciano liboni]]></category>
		<category><![CDATA[niente resterà pulito]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Liboni, S. Lorenzo è con te! (spray rosso su un muro a san Lorenzo, Roma) 31 luglio 2004 Nero. Mi faccio avanti, dal più buio dei sonni, e mi trovo circondato da medici: sento il loro vigore, tenuto a stento sotto controllo, come la sovrabbondanza dei loro peli corporei; e il tocco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="pistola1.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/pistola1.jpg"><img alt="pistola1.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/pistola1.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><em>Liboni, S. Lorenzo è con te!<br />
(spray rosso su un muro a san Lorenzo, Roma)</em></p>
<p><strong>31 luglio 2004</strong></p>
<p>Nero.<br />
Mi faccio avanti, dal più buio dei sonni, e mi trovo circondato da medici: sento il loro vigore, tenuto a stento sotto controllo, come la sovrabbondanza dei loro peli corporei; e il tocco ostile delle loro mani ostili: mani di medico, così forti, così pulite, così aromatiche.<br />
Quando mi hanno messo sulla barella ho dato un calcio a un carabiniere. Pensava fossi svenuto, mi stava vicino, era troppo invitante, ho caricato la gamba come una molla, tutti stavano attorno alla mia testa, al busto, le dita sul collo per sentire le pulsazioni, una garza srotolata attorno alla fronte, le voci, il blu dei lampeggianti sui visi, l’ho preso in pieno petto con la suola dello scarponcino, la pelle bianca della bandoliera s’è macchiata di terreno e polvere, il carabiniere ha emesso come uno sbuffo ma non è caduto.<br />
<span id="more-4759"></span></p>
<p>La pallottola brucia, appena muovo la testa un pugno di aghi bollenti mi affonda nelle tempie. Avevo la francese, sono stato stupido a girarmi, avevo un carabiniere davanti e uno dietro, ma c’era la turista di mezzo, non avrebbero mai sparato. Stava appoggiata a un muro, cercava l’ombra mangiando una fetta di cocomero. Il marito teneva i fazzoletti sotto il mento dei figli piccoli, per evitare che il sugo della frutta gli sgocciolasse lungo il collo. Due vigili mi avevano riconosciuto, ho visto che subito s’erano attaccati alla radio. Poi sono arrivati quei due motociclisti del radiomobile. A sirene spente, ma ho capito che era per me. Ho preso la donna bloccandola al collo, l’ho trascinata via puntandole la pistola a un fianco, i caramba sono scesi con le armi in pugno, uno davanti e uno dietro, io urlavo “Tanto sono morto, l’ammazzo!”, quello più basso ha detto qualcosa, e mi sono girato verso di lui per sparare.<br />
L’altro allora mi ha colpito da dietro.</p>
<p><em>Luciano Liboni, sei il padre che non ho mai avuto.<br />
(spray nero nel sottopassaggio pedonale nella zona mare in viale Trieste, Pesaro)</em></p>
<p><strong>25 – 30 luglio 2004</strong></p>
<p>Quei giardini vanno bene.<br />
Chiesa di san Gregorio al Celio, dice il cartello davanti all’edificio. C’è un grosso cespuglio di oleandro accanto a un olmo maestoso, c’è ombra e fresco, e silenzio. Tre barboni stanno seduti a bere, un altro, dieci metri più in là, dorme seminudo sull’erba fresca. Un altro – mi sembra algerino – mi guarda. Gli chiedo se posso stare là. Mi dice di sì. Fa un gesto con la mano sotto al culo. Passandogli accanto vedo che è una copia di Metro. In prima pagina c’è la mia foto. Mi ha riconosciuto. Ma non parlerà, lo so.<br />
Prendo un lungo segmento di cartone e lo sistemo per terra. Dallo zaino tiro fuori un nuovo paio di occhiali con la montatura grossa, cambio la fasciatura alla mano, mi sistemo il cerotto sullo zigomo. Dai trentamila euro, senza farmi vedere, tiro due banconote da cinquanta e vado in una salumeria. Compro panini e prosciutto, sottaceti, mortadella, biscotti, acqua, birra e vino. Torno al campo e li offro in giro senza dire niente.<br />
Gli altri accettano con un movimento della testa, l’algerino mi dice “grazie”.<br />
La mattina mi lavo alla fontana dei giardinetti. Resto in mutande e, in ginocchio sotto il rubinetto, mi faccio una piccola doccia fresca. Ho comprato un pacco di lamette usa e getta e una confezione di schiuma da barba. Mi rado usando lo specchietto di Mohammed, cospargo la testa di crema e passo la bic anche sui capelli. Ho comprato due magliette e un paio di pantaloni dai bengalesi all’angolo, gli ho dato 200 euro, loro hanno intascato subito, ringraziandomi. Le pattuglie della polizia passano davanti al circo Massimo, ma qui non s’avvicinano mai.</p>
<p><em>Luciano Liboni è il mio dio<br />
(Spray nero su un muro, zona porto, Pesaro)</em></p>
<p><strong>24 luglio 2004</strong></p>
<p>In via Terme di Diocleziano, una traversa di piazza della Repubblica, vado al mercatino del giovedì, devo comprare altri occhiali, quelli che ho li ho già usati troppe volte, su un giornale ho visto una ricostruzione del mio volto al computer, di come apparirebbe se indossassi di volta in volta diversi modelli.<br />
Sono le dieci. È pieno di gente, è pieno di sbirri, forse ho sbagliato a muovermi. Due tizi mi guardano da qualche minuto. Fanno finta di scegliere i profumi, puntano i beccucci dei tester sui polsi e spruzzano, si portano le mani alle narici odorando. Qualcosa non va. Intanto, i giubbini di jeans che indossano nonostante il sole. È luglio, fa troppo caldo, tutti girano con le canottiere o le magliette. Poi quei marsupi a tracolla, nonostante le tasche dei jeans siano vuote. Mi sposto al centro, mi butto in mezzo alla folla. Non mi giro, non so se mi stanno seguendo. Fendo i corpi sudati, senza fretta. Taglio verticalmente tutto il mercato, arrivo al capo opposto. Mi volto. Non c’è nessuno. Mi giro per proseguire ed eccoli, accanto al furgoncino che vende le scarpe. Merda.<br />
Uno dei due si slaccia un bottone del giubbino, dalla tasca interna brilla un riflesso del sole sulla placca metallica, è la polizia. Tiro fuori la pistola, loro fanno altrettanto, urlano “Liboni, fermo!”, sparo, si nascondono dietro una colonna, la gente urla e scappa, si appiattisce per terra o dietro i banchi, un venditore si lancia nel suo pulmino e si tira dietro il portellone al quale era fissata la struttura del suo banco, crolla tutto, i vestiti si spargono intorno, butto per terra due persone e comincio a correre, in piazza della Repubblica mi infilo in una Fiesta, davanti, assieme al guidatore, c’è una ragazza, dietro un bambino, “Muoviti, cammina!”, grido con la pistola in mano, il bambino non dice niente, nemmeno la ragazza parla, da Largo di villa Peiretti arriviamo in via Principe Amedeo, la stazione Termini è vicina, nemmeno gli dico di fermarsi, apro la porta e mi butto fuori, e corro corro corro.</p>
<p><a title="sanlorenzo.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/sanlorenzo.jpg"><img alt="sanlorenzo.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/sanlorenzo.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p><em>Liboni uccidili tut<br />
(vernice bianca sulle Mura Aureliane, Roma. La scritta è incompleta perché gli autori furono arrestati in flagrante dalla polizia)</em></p>
<p><strong>22 luglio 2004</strong></p>
<p>Parcheggio la Yamaha e scendo. Sono le 12.30, entro in un bar a sant’Agata Feltria. Ordino una birra, chiedo di usare il telefono. La barista me lo indica. Parlo per mezz’ora, la barista mi guarda preoccupata, finge di pulire i bicchieri, fa i caffè ai clienti, batte gli scontrini alla cassa. Mi lancia occhiate lunghe, mi tiene gli occhi addosso. Dopo un po’ prende il cellulare e fa una chiamata. Finisco di parlare, bevo la birra che nel frattempo s’è fatta tiepida. Sto per uscire, quando sulla porta mi ferma un carabiniere.<br />
“Favorisca i documenti,” dice.<br />
La donna abbassa gli occhi, sistema il vassoio delle paste nella vetrinetta.<br />
“Certo – dico – li tengo nel portaoggetti della moto”.<br />
“Andiamo”, fa lui seguendomi.<br />
Facciamo qualche metro in silenzio. Allungo la sinistra sulla moto, con la destra prendo la pistola, mi giro di scatto e sparo. Il proiettile gli apre un foro nella gola, il carabiniere cade a terra con un gorgoglio umido, come un lavandino intasato quando si svuota. Salgo sulla moto, a cavalcioni del mezzo prendo la mira e sparo di nuovo al petto. Metto in moto e imbocco i tornanti delle Balze, in direzione della superstrada E45.</p>
<p><em>Luciano Liboni fuggi per noi<br />
(spray, sottopassaggio della Tombaccia a ridosso della statale, Pesaro)</em></p>
<p><strong>Maggio 200*</strong></p>
<p>E’ una bella giornata di maggio, prendo la moto e vado a farmi un giro in mezzo ai boschi. Mi piace correre. Se mi va bene quell’affare con Lucio, questo è l’anno buono che mi compro la Suzuki che ho visto al concessionario, giù in centro. Accelero. Laggiù, oltre il pendio di pini, c’è un rettilineo veloce. In alto, una specie di luce da visione che sta venendo meno, con il cielo che reprime la propria nausea.<br />
E io dentro, che sono arrivato nel momento sbagliato – o troppo presto o quando era ormai troppo tardi.</p>
<p>[l’inizio e la fine del racconto sono rielaborazioni libere tratte da <em>La Freccia del tempo</em> di Martin Amis. Il racconto fa parte dell&#8217;antologia <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00E7PCGPG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00E7PCGPG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Niente resterà pulito</em></a>, 24/7 Rizzoli]</p>
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		<title>Cani lebbrosi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/07/18/cani-lebbrosi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jul 2007 11:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[niente resterà pulito]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Paparelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Di là dal muro, la voce si spargeva come il sangue. Avevo sei anni la prima volta che ho sentito i maiali che andavano a morire. Facevo le elementari, stavo a casa dei miei nonni. La nonna mi preparava piatti traboccanti di wurstel e patatine. In tv guardavo Bis e Il pranzo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><a title="laziali.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/laziali.jpg"><img alt="laziali.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/laziali.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>Di là dal muro, la voce si spargeva come il sangue. Avevo sei anni la prima volta che ho sentito i maiali che andavano a morire. Facevo le elementari, stavo a casa dei miei nonni. La nonna mi preparava piatti traboccanti di wurstel e patatine. In tv guardavo <em>Bis </em>e <em>Il pranzo è servito</em>. Passavo molto tempo affacciato alla finestra della sala da pranzo. Non so perché, visto che il panorama era brutto.<br />
Di fronte, a nemmeno trenta metri, la vista si fermava sulla facciata grigia della palazzina gemella, un fabbricato lungo e basso che correva parallelo a quello dove stavo io. Sulla destra, la parete di tufo del macello di via Stadera. A una delle due estremità del muro, quella che andava verso la mia scuola, si allargava un piccolo orto di una manciata di metri quadri, protetto dall’intreccio metallico di una rete sfondata in più punti, dove i tossici, di notte, o nei pomeriggi bui d’inverno, passavano agilmente per andare a bucarsi sotto una fila di platani e piantare le siringhe nel fusto dell’albero.<br />
<span id="more-4185"></span></p>
<p>Mi stupiva sempre molto, affacciarmi e trovare la superficie ruvida del tronco trafitta da quei cilindri di plastica con lo stantuffo spinto fino a fine corsa. Mi sembrava un gesto di una stupidità immedicabile, quello di rendere riconoscibile un posto segreto piantando negli alberi cilindri di plastica che con la luce del sole avrebbero brillato dei raggi che li attraversavano, denunciando immediatamente, anche al più distratto dei passanti, la funzione segreta e terribile di quel luogo.</p>
<p>Una mattina, ispezionando la superficie scabra della parete del macello, mi accorsi di una scritta.<br />
Sono abbastanza certo che fino al giorno prima non c’era. Negli anni seguenti, almanacchi del campionato di calcio alla mano, mi sono convinto che doveva essere stata fatta qualche giorno prima di una partita tra il Napoli e la Lazio.<br />
Tracciata con uno spray azzurro, occupava almeno tre metri della parete giallastra del macello. Le linee delle lettere erano come sfarinate, i frammenti più grossi dello spray, quelle molecole di colore, ancora fresche, appena uscite dal serbatoio metallico nel quale galleggiavano prima di essere sparate attraverso il beccuccio di plastica della bombola, sembravano già consumate, come ingoiate dai mattoni, immediatamente assorbite dalla porosità del tufo.<br />
La scritta diceva:</p>
<p><strong>PAPARELLI BOOM!!!</strong></p>
<p>Le parole si screpolavano soprattutto nei contorni delle lettere più spigolose, sulle sfrangiature a cuspide delle <em>A </em>o nelle vette appuntite della <em>M</em>.<br />
I punti esclamativi, tre, avevano invece quella solidità inscalfibile che è figlia dei movimenti semplici del corpo, uno scatto del braccio tracciato assecondando l’andamento secco del polso: una linea dall’alto in basso, sollevare il dito dall’erogatore, un punto. Facile.<br />
Era un bell’azzurro, né annacquato né carico, una gradazione leggera di celeste che sembrava scollata da un pezzo di cielo di un pomeriggio tiepido di giugno.<br />
Fino in fondo alla conca vegetale del terreno lì accanto, quasi riflessa nei minuscoli laghetti d’acqua stagnante che si formavano sotto i tubi di gomma per l’irrigazione lasciati a sgocciolare, incorniciata dalla superficie granulosa dei mattoni, la scritta sembrava come sospesa, galleggiante sulla lastra minerale del muro del macello.</p>
<p>Ne ero rimasto semplicemente folgorato. E non tanto per l’onomatopea esclamativa contenuta nella seconda parola, per identificare la quale la memoria era subito corsa, con successo, al mio ricchissimo lessico topoliniano. No, con la stessa eloquenza misteriosa delle parole sconosciute – la medesima sensazione di esotico l’ho provata, anni più tardi, sentendo per la prima volta la parola epistassi – a rapirmi era quella sequenza buffa di lettere, il raddoppio lallatorio della prima sillaba, lo sdoppiarsi ingordo della L sulla coda del vocabolo.<br />
Me la ripetevo in mente o a voce bassa, sussurrandola fino a che, dal niente semantico che rappresentava per me, trasmigrava nel nulla fonetico che invade le parole a furia di ripeterle decine di volte.<br />
<em>PaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparellipaparellipaparellipaparelli</em>.<br />
Mi ero convinto che doveva entrarci in qualche modo il macello. La coincidenza della scritta e del posto non poteva certo essere casuale. I maiali venivano trasportati lì con uno scopo ben preciso, e quella scritta quindi doveva essere stata deposta lì con una finalità altrettanto chiara.</p>
<p>Quattro volte a settimana, i maiali venivano trasportati nei camion, quelli con il cassone ribaltabile, e fatti scendere su una pedana di fortuna allestita con quattro assi inchiodati alla buona. Poi, dentro, cominciavano a urlare. Non è che gridassero, o guaissero, o piangessero. No, urlavano proprio. Nei pomeriggi silenziosi di primavera, quando il flusso di macchine su via Stadera era ammorbidito dalla <em>controra</em>, riuscivo a sentire anche i primi colpi delle sparachiodi, un <em>tunf </em>subito soffocato dai rimbombi dei maiali crollati su un fianco. Mi ha sempre molto colpito una immediata forma di solidarietà degli uccelli lì intorno, che a centinaia stazionavano nel fazzoletto di terra alle spalle del macello. Come se la dimensione disperata di quei suini disgraziati, invece di eccitarne il canto, moltiplicandolo, si ramificasse tutto intorno, e immediatamente, coinvolgendo il resto degli animali in una specie di paralisi fonatoria. Appena le bestie arrivavano, loro si interrompevano immediatamente, prima ancora che queste fossero massacrate dagli operai addetti alla macellazione. La semplicità della linea melodica dei canarini annidati sui rami degli alberi lì accanto di colpo si frantumava, e il silenzio si posava sulle loro gole piumate. Non volavano via. Semplicemente, smettevano di cantare, e riprendevano solo dopo, quando tutto era finito.</p>
<p>Per me, nato dodici mesi prima del derby Roma-Lazio del 28 ottobre 1979, Paparelli è stato per anni qualcosa che aveva a che fare, indistricabilmente, col macello, e con la morte assurda dei maiali che stramazzavano al suolo con una punta di chiodo infitta nel cranio.</p>
<p>Forse è per questo che, anni dopo, mi stupii veramente molto, leggendo <em>Maus </em>di <strong>Spiegelman</strong>, quando mi accorsi che gli ebrei erano disegnati come topi e gli aguzzini collaborazionisti come maiali.</p>
<p>Forse è sempre per questo che, anni dopo, quando scoprii chi era e come era morto <strong>Vincenzo Paparelli</strong>, invece non mi stupii affatto.<br />
C’era tutto, e tutto combaciava, come avevo intuito fin da piccolo: una massa urlante, un proiettile che arriva da lontano, la morte che ti prende in mezzo al mucchio.<br />
E il silenzio di chi ti sta intorno, dopo.</p>
<p>[<em>questo racconto è incluso nell&#8217;antologia di foto e testi <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00E7PCGPG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00E7PCGPG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Niente resterà pulito</strong></a>, BUR 24/7, a cura di Edoardo Novelli e Giorgio Vasta. Il libro, che ha 421 pagine e costa 15 euro, raccoglie gli scatti di Alberto Negrin e i racconti di Marcello Fois, Raul Montanari, Christian Raimo, Luca Rastello e Piero Sorrentino. Ringrazio Negrin per la foto che correda il testo e l&#8217;editore per il permesso di pubblicazione</em>]</p>
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