<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Robert Louis Stevenson &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/robert-louis-stevenson/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 Sep 2015 13:09:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Asterusher è la mia casa. Intervista a Michele Mari</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/23/asterusher-e-la-mia-casa-intervista-a-michele-mari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2015 06:15:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Falco]]></category>
		<category><![CDATA[Asterusher. Autobiografia per feticci]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Jack London]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mari]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Louis Stevenson]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=56515</guid>

					<description><![CDATA[di Antonella Falco N.I. La casa, intesa sia come spazio fisico che come luogo immaginario, declinata come nido in cui rifugiarsi o come carcere castrante e opprimente, come ricettacolo di affetti e ricordi familiari o come luogo congeniale allo sprigionarsi di forze psichiche irrazionali e violente, è un ambiente che ha spesso ispirato gli scrittori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonella Falco</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-56517" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p15-201x300.jpg" alt="Michele Mari, Asterusher. Autobiografia per feticci" width="300" height="449" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p15-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p15-684x1024.jpg 684w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p15-900x1347.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p15.jpg 1300w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />N.I</strong>. La casa, intesa sia come spazio fisico che come luogo immaginario, declinata come nido in cui rifugiarsi o come carcere castrante e opprimente, come ricettacolo di affetti e ricordi familiari o come luogo congeniale allo sprigionarsi di forze psichiche irrazionali e violente, è un ambiente che ha spesso ispirato gli scrittori, in ogni epoca e a qualsiasi latitudine. Molti di questi scrittori sono tra l’altro a te particolarmente cari, penso a nomi quali Landolfi, Borges, Gombrowicz, Poe, Kafka, Canetti e tanti altri. D’altra parte tu stesso hai posto la casa al centro di molti tuoi romanzi e racconti. In tal senso <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/09/23/michele-mari-asterusher-lautobiografia-per-feticci-di-un-puer-aeternus/"><em>Asterusher </em>(leggi qui la recensione, <em>ndr</em>) è dunque un atto dovuto, l’esito naturale e inevitabile di un preciso percorso letterario?</a></strong></p>
<p><strong>M.M.</strong> Un atto dovuto, sì. Penso che queste fotografie siano il corrispettivo figurativo (e il loro oggetto il corrispettivo plastico) di tante mie pagine, e che, tanto in termini di autobiografia quanto in termini di poetica, siano molto più significative di quanto potrei scrivere articolatamente e diffusamente. In ogni caso non stiamo parlando di fotografie “secche”, ma di fotografie integrate da brevi testi.</p>
<p><strong>N.I.</strong> <em>Asterusher</em> si compone di novanta foto. Immagino ne siano state scattate molte di più. Il lavoro di selezione è stato particolarmente difficile?</p>
<p><strong>M.M.</strong> Abbastanza: come scrivo nella prefazione, lasciato a me stesso avrei teso all’esaustività enciclopedica dei cartografi dell’imperatore borgesiano&#8230; Ancora adesso rimpiango immagini che sono rimaste fuori (una di queste, in particolare, non figura in <em>Asterusher</em> soltanto perché il suo oggetto è venuto alla luce quando il libro era già chiuso: si tratta di un antico pallone di cuoio, deformato e gibboso, perfetto per illustrare un passo dei <em>Palloni del signor Kurz</em>).</p>
<p><strong>N.I.</strong> Presso molte culture gli oggetti sono considerati cose tutt’altro che neutre. Le scienze etnoantropologiche, ad esempio, hanno dimostrato come presso diverse popolazioni melanesiane sia diffusa la credenza secondo cui gli oggetti possiedano una sorta di potere spirituale, una facoltà intrinseca che li assimila alla persona che li ha posseduti e che permane in essi anche dopo il loro passaggio nelle mani di un’altra persona. L’oggetto partecipa della forza magica (che i maori chiamano <em>hau</em>) del possessore originario, forza magica la cui qualità può essere positiva o negativa. Le tue case sono piene di oggetti assolutamente impregnati, come questo libro dimostra, della tua energia vitale e tu stesso hai più volte affermato di avvertirli come “radioattivi”. Quanto è ambivalente il tuo rapporto con essi? Quanto c’è di benefico e quanto di malefico nell’energia che questi oggetti ti rimandano?</p>
<p><strong>M.M.</strong> Vorrei poter dire (e anzi dico) che me ne viene solo del bene. Fin dall’infanzia gli oggetti, come i personaggi dei libri e dei fumetti, come gli animali e le piante e i mostri, sono sempre stati i miei interlocutori privilegiati, i miei compagni e i miei amici; forse perché, a differenza degli umani, non smentiscono le illusioni del nostro pensiero magico, e, lungi dal sollecitarci alla crescita e (orrore) alla “maturazione”, ci trattengono in un mondo fisso e immutabile.</p>
<p><strong>N.I</strong>. È appena uscita la tua traduzione de <em>Il richiamo della foresta</em> di Jack London, pubblicata da Rizzoli, editore per il quale hai tradotto anche <em>L’isola del tesoro</em> di Stevenson e <em>Ritorno all’isola del tesoro</em> di Andrew Motion. Pensando al racconto <em>La freccia nera</em>, contenuto in <em>Tu, sanguinosa infanzia</em>, credo di non sbagliare se dico che per te l’attività traduttoria costituisce un cimento entusiasmante. Tenendo conto del fatto che London è uno dei tuoi numi tutelari e che ne <em>I demoni e la pasta sfogli</em>a lo hai definito «l’ultimo grande epico della letteratura occidentale», come ti sei accostato a questo lavoro di traduzione? Quali sono stati i tuoi strumenti e quale la tua prassi di lavoro?</p>
<p><strong>M.M.</strong> Traduco in modo istintivo e di getto; poi, in un secondo tempo, verifico e controllo sui dizionari, e in certi casi confronto la mia soluzione con quelle di altri traduttori, se ce ne sono; infine rileggo la traduzione come un testo a sé stante, limandola secondo le “ragioni dell’orecchio” imposte dalla lingua d’arrivo.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignright wp-image-56519" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p26-204x300.jpg" alt="Michele Mari, Asterusher. Autobiografia per feticci" width="240" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p26-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p26-698x1024.jpg 698w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p26-900x1321.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/p26.jpg 1287w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" />N.I.</strong> Un altro autore che ami, Gesualdo Bufalino, giunse all’opera di traduzione da autodidatta per poi regalarci non solo splendide traduzioni ma anche interessanti riflessioni sull’arte del tradurre, quale ad esempio questa: «Il traduttore è come uno scassinatore di casseforti. Guai se gli tremano le mani […] Freddezza e passione, dunque, ci vogliono entrambe. Il traduttore deve essere insieme un mistico e un ingegnere. Quindi tradurre è più di un esercizio: è un gesto di ascesi e di amore». Quali sono gli aspetti che per te contano di più nella traduzione di un testo? Saresti disposto a sacrificare la fedeltà a favore di una maggiore letterarietà, insomma, per dirla con il Monti, «una bella infedele fa sempre miglior fortuna di una brutta fedele»?</p>
<p><strong>M.M. </strong>In moltissimi casi una certa quota di infedeltà letterale è indispensabile per salvare lo spirito, il senso, il ritmo, le suggestioni subliminali dell’originale (tant’è vero che una buona traduzione non deve dare l’impressione di essere una traduzione, ma imporsi al lettore come testo a sua volta originale): bisogna però sapersi fermare un attimo prima di cedere alla tentazione (pur generosa e nobilissima) di “migliorare” l’originale. Ai fini di questa profilassi mi aiuta il fatto che, non essendo un traduttore professionale, posso permettermi il lusso di tradurre solo testi che, come <em>Il richiamo della foresta</em>, mi incutono un sentimento di reverenza e di adorazione.</p>
<p><strong>N.I.</strong> Nei prossimi mesi arriveranno in libreria anche le nuove edizioni di alcuni tuoi libri, quali per l’esattezza?</p>
<p><strong>M.M.</strong> A novembre il nuovo tascabile di <em>Euridice aveva un cane</em>, a febbraio quello di <em>Roderick Duddle</em>, e in primavera la ristampa di <em>Io venìa pien d’angoscia a rimirarti</em> nelle collana Arcipelago (tutti da Einaudi).</p>
<p><strong>N.I.</strong> Nelle ultime settimane due decani della critica italiana, Franco Cordelli e Pier Vincenzo Mengaldo, il primo dalle pagine de <em>Il Fatto Quotidiano</em>, il secondo dalle colonne de <em>La Lettura</em>, inserto culturale del <em>Corriere della Sera</em>, hanno tracciato un quadro a tinte fosche della letteratura italiana contemporanea, dichiarandone sostanzialmente, se non proprio la morte, uno stato di coma pressoché irreversibile: dopo Calvino, Volponi e Levi i romanzieri italiani sarebbero dei mediocri intrattenitori, la poesia non esisterebbe più da tempo e la critica si sarebbe ridotta all’arte della marchetta. A dire il vero queste analisi relative al declino o alla morte della letteratura italiana ricorrono ciclicamente ormai da diversi anni, lo stesso Mengaldo non è nuovo a dichiarazioni di tal fatta. Qual è la tua opinione in merito?</p>
<p><strong>M.M.</strong> Lavoisier, Spallanzani e Volta erano tristi, perché Galvani aveva rivelato che le rane non erano più quelle di una volta. Intervistato, il rospo si sottrasse al quesito.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Note Pop per la Letteratura: Robert Louis Stevenson</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/08/note-pop-per-la-letteratura-robert-louis-stevenson/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/08/note-pop-per-la-letteratura-robert-louis-stevenson/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 09:05:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[pirata Long John Silver]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Louis Stevenson]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Birindelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2009/10/08/note-pop-per-la-letteratura-robert-louis-stevenson/</guid>

					<description><![CDATA[Grazie al pirata Long John Silver intervenuto in un recente post su Nazione Indiana ho ricevuto il prezioso testo di Robert Louis Stevenson che inaugura questa rubrica, ovvero una cartografia possibile di una critica pop della letteratura. Una critica letteraria, dunque, che in modo diretto individui le questioni chiave della letteratura di ogni tempo e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Grazie al pirata Long John Silver intervenuto in un </em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/01/note-per-un-libretto-delle-assenze-livraisons-librazioni/">recente post</a> s<em>u Nazione Indiana ho ricevuto il prezioso testo</em>  <em>di Robert Louis Stevenson che inaugura questa rubrica, ovvero una cartografia possibile di una critica pop della letteratura. Una critica letteraria, dunque, che in modo diretto individui le questioni chiave della letteratura di ogni tempo e lingua. </em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/steve.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/steve.jpg" alt="steve" title="steve" width="160" height="257" class="aligncenter size-full wp-image-23607" /></a><br />
<strong>I lanternai</strong> (estratto)<br />
di<br />
<strong>Robert Louis Stevenson</strong><br />
traduzione Roberto Birindelli</p>
<p> Era un’attività tipica del posto, più particolarmente di una settimana o giù di lì della nostra vacanza di due mesi. Forse è ancora fiorente nel suo luogo di origine; dato che i ragazzi e i loro passatempi sono soggetti a forze periodiche, imperscrutabili per l’uomo; per questo motivo trottole e palline di vetro ricompaiono quando torna il loro tempo, regolari come il sole e la luna; e l’arte inoffensiva del nocchino ha testimoniato della caduta dell’Impero Romano come della nascita degli Stati Uniti. Può darsi che sia ancora fiorente nel suo luogo d’origine, ma in nessun altro luogo, ne sono convinto; perché personalmente ho cercato di introdurla su nel nord e sono stato vergognosamente sconfitto; ha un fascino che è squisitamente locale, come un vino di contadino che non si può esportare.</p>
<p>Il futile meccanismo di questo gioco era il seguente.<br />
<span id="more-23600"></span><br />
Verso la fine di settembre, quando si avvicinava la riapertura delle scuole e le notti erano già scure, prendevamo a dipartircene dalle rispettive residenze, tutti muniti di una lanterna di latta con lente sporgente. La cosa era talmente nota che veniva segnata nell’attivo della bilancia commerciale della Gran Bretagna; e i droghieri, quando si approssimava l’epoca, prendevano ad addobbare le lor vetrine con la nostra marca preferita di luminarie. Le portavamo appese ai fianchi a un moschettone e sopra, tale era il rigore del gioco, un cappotto abbottonato. Mandavano un odore orrendo di latta rovente; non bruciavano mai del tutto, anche se ci bruciavano sempre le dita; la loro utilità era nulla; il piacere una pura questione di immaginazione; eppure un ragazzo con una lanterna a lente sporgente sotto il cappotto non avrebbe desiderato altro. I pescatori usavano delle lanterne sulle loro barche ed era da loro, suppongo, che avevamo preso lo spunto; ma le loro non erano lanterne a lente sporgente, e poi non giocavano mai a fare i pescatori. I poliziotti le portavano alla cintura ed in questo noi li avevamo semplicemente copiati, anche se poi non pretendevamo di fare i poliziotti. Agli scassinatori potevamo in effetti aver dedicato qualche assillante pensiero, e avevamo, come no, davanti agli occhi i vecchi tempi in cui le lanterne erano più comuni, nonché certi libri di racconti in cui avevamo scoperto che esse giocavano un ruolo essenziale. Ma tutto considerato, la cosa aveva in sé un piacere superlativo; essere dei ragazzi con una lanterna a lente sporgente sotto il cappotto a noi andava benissimo.</p>
<p>Quando due di questi somari si incontravano c’era un ansioso «Ce l’hai la lanterna?» e un compiaciuto «Sicuro!». Questa era la parola d’ordine, del resto molto necessaria, dato che era obbligatorio tenere l’oggetto della nostra soddisfazione al coperto e nessuno poteva riconoscere un lanternaio, se non (come per la puzzola) dall’odore. Talvolta in quattro o cinque ci si arrampicava nella pancia di un bragozzo da dieci persone, coi soli banchi dei rematori al di sopra — visto che la cabina era di solito chiusa a chiave; oppure sceglievano qualche anfratto fra le dune dove il vento ci passava sulla testa ululando. Lì i cappotti venivano sbottonati e le lanterne messe allo scoperto; e in quelle isole di luce fioca, nell’enorme antro ventoso della notte, confortati dall’abbondante vapore della latta surriscaldata, questi fortunati giovani di buona famiglia si rannicchiavano uno contro l’altro nella fredda sabbia delle dune o nelle sentine piene di scaglie di pesce dei pescherecci per starsene allegri con discorsi strampalati. Mi piange il cuore a non saper qui riportare qualche campione — alcune delle loro intuizioni circa la vita, oppure le profonde investigazioni circa i rudimenti dell’uomo e della natura, discorsi così accalorati e così innocenti, così ricchi nella loro stupidità, così romanticamente giovani. Comunque il chiacchierare non era altro che un condimento e queste riunioni nient’altro che meri incidenti nella carriera del lanternaio. L’essenza della sua felicità consisteva nel camminare soli nella notte scura; la slitta chiusa, il cappotto abbottonato; neanche un raggio che sfuggisse, a guidare i passi, a rendere pubblica la gloria nascosta; un mero pilastro di tenebra nel buio; e nel cuore, essere consapevole di avere alla cintura una lanterna a lente sporgente, esultare e cantare intimamente per tale sensazione rassicurante.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/08/note-pop-per-la-letteratura-robert-louis-stevenson/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-04 11:26:46 by W3 Total Cache
-->