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	<title>roberta salardi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un esperimento di fabbrica-laboratorio sociale: GKN</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 05:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[GKN]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Roberta Salardi</strong> <br /> Da un certo punto in poi il Cammino dell’acqua dell’associazione culturale Repubblica nomade si trasforma in una marcia di solidarietà alla GKN di Campi Bisenzio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-109023" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/gkn.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Seconda parte del Cammino dell’acqua (la prima parte è uscita il 19 luglio, g.m.)</p>
<p>Da un certo punto in poi il Cammino dell’acqua dell’associazione culturale Repubblica nomade si trasforma in una marcia di solidarietà alla GKN di Campi Bisenzio. Il percorso attraverso le terre romagnole e toscane che furono alluvionate nella primavera e nell’autunno 2023, fra il 16 e il 29 giugno di quest’anno non è mai stato una flânerie anzi il contrario, per motivi organizzativi e d’impulso attivista; diventa comunque decisamente più arduo sull’appennino tosco-emiliano, soprattutto per motivi climatici. Un sorprendente nubifragio contrassegnato da allarme meteo si abbatte anche sui camminanti, ma non impedisce la continuazione a un drappello dei più determinati. Passata la burrasca, in prossimità dell’arrivo, il gruppo si ricompatta e si amplia. Vi si aggiungono altre e altri solidali con la lotta degli occupanti e si arriva davanti ai cancelli la mattina del 29 giugno.</p>
<p>Dal 18 maggio gli ex operai avevano iniziato una tendata di protesta sotto la Regione, in quanto da sei mesi erano stati lasciati senza stipendio né ammortizzatori sociali, sempre in attesa di risposte chiare a domande semplici. La tendata è poi durata 35 giorni con 13 giorni di sciopero della fame. In tutti questi anni ai lavoratori non sono mancate la forza di volontà, l’inventiva, la determinazione. Ben presto, a breve distanza da quel 9 luglio 2021, da quando tutti i 500 lavoratori GKN si ritrovarono licenziati dal fondo britannico Melrose con un semplice sms, insieme con ingegneri ed economisti solidali si iniziò a pensare a un piano di reindustrializzazione dal basso: così leggiamo nel libro di Valentina Baronti (una degli attivisti di supporto esterno), <em>La fabbrica dei sogni</em>, che ripercorre con chiarezza le varie tappe di un percorso complesso e accidentato. Si cercò di allargare l’orizzonte e di coinvolgere nella lotta il maggior numero di soggetti possibile. Questa era una pratica già nota agli operai molto sindacalizzati della fabbrica ex Fiat (il colosso GKN aveva rilevato il complesso dalla Fiat negli anni ’90, un colosso aveva inglobato un altro colosso); in seguito continuò a essere utilizzata e incrementata con sempre nuove trovate, per l’esigenza di tener viva l’attenzione su una questione anno dopo anno mai risolta. Un’intera comunità “ora è chiamata a farsi intelligenza collettiva, per uscire dal calcolo solito con cui si chiudono le fabbriche: un ammortizzatore sociale che serve solo a coprire, con soldi pubblici, la fuga della multinazionale o del fondo finanziario, la nomina di un advisor che deve trovare un reindustrializzatore, che però non arriverà mai e piano piano la vertenza si spegne, i lavoratori si licenziano alla spicciolata, lo stabilimento si svuota e rimane uno scheletro industriale su cui avviare una speculazione edilizia”: osserva Valentina Baronti (cit., pag 40). Del resto, si trova scritto poco più avanti, “quando ti compra un fondo finanziario, lo sai che prima o poi chiudi. Comprano per <em>ristrutturare</em>, dicono loro, che in realtà vuol dire licenziare e poi rivendere, guadagnando in borsa”. GKN fu acquistata dal fondo Melrose nel 2018; non si dovette attendere molto perché si concretizzasse ciò che un po’ si temeva fin dall’inizio. Diverse volte, fra il 2021 e la fine del 2023, i giornali cantarono vittoria annunciando una svolta decisiva a favore dei lavoratori, ma le speranze vennero puntualmente frustrate. Si rispose cercando di lanciare la palla sempre più lontano: fu organizzato, anche con l’apporto di sindacati e associazioni straniere, un Festival di letteratura working class a inizio aprile 2023, cui perfino il regista Ken Loach fece pervenire un forte messaggio di sostegno; nello stesso anno si promosse una consultazione popolare e si raccolsero 17000 firme che esprimevano il desiderio di una fabbrica pubblica e aperta alla società. Tanti giovani di diverse associazioni, fra cui Fridays for future, manifestano per un nuovo tipo di fabbrica che vuole avviare una produzione sostenibile. Scrive un autore fra i partecipanti al Festival di letteratura working class: “Siamo <em>le seconde generazioni</em> della classe operaia. Spesso siamo i primi in famiglia che sono andati all’università. Scriviamo sulle spalle dei nostri vecchi, a volte con un inquietante senso di colpa, pensando ai sacrifici che hanno fatto per farci studiare. Non di rado con le nostre scritture cerchiamo una sorta di <em>giustizia poetica</em> che possa in qualche modo compensare tardivamente la durezza della vita dei nostri genitori.” (Alberto Prunetti, <em>Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class</em>). Giustizia sociale e giustizia climatica che diventano <em>giustizia poetica</em>… una bella sintesi di tutto ciò che si vorrebbe nello slogan <em>Abbiamo fame di un mondo nuovo</em>… Si forma e si estende sempre più quel progetto di “fabbrica socialmente integrata” di cui parlano i volantini e che si propone come tema centrale anche alla festa-ricorrenza del 12 luglio 2024 a Firenze. Intanto si progettano e si cominciano a costruire prototipi di pannelli solari e cargo bike, biciclette per il trasporto ecosostenibile.</p>
<p>Da varie iniziative nel 2023 erano nate la società operaia di mutuo soccorso Insorgiamo e la cooperativa Gff per avviare la nuova attività produttiva e la raccolta fondi, poi confluita nella campagna di azionariato popolare. Con questi atti era stato possibile fornire un aiuto concreto a lavoratrici e lavoratori, rimasti senza stipendio e senza ammortizzatori per lunghi periodi, ma anche costituire una prima base di capitale sociale per la neonata cooperativa, indispensabile per avviare la nuova impresa industriale; inoltre scrivere una proposta di legge regionale per la costituzione di consorzi industriali atti a sostenere la riconversione delle aziende in crisi.</p>
<p>Nella conversione ecologica dal basso di un’azienda, scrive Paola Imperatore nel saggio <em>L’era della giustizia climatica</em>, ci si domanda in primo luogo di cosa abbiamo bisogno noi, noi come lavoratori, come famiglie dei lavoratori, come esseri umani che vivono in quest’ambiente in cui è situata la fabbrica. Nel caso esemplare di GKN, si richiede il commissariamento di QF (nuovo nome della ex GKN) e la creazione di un consorzio pubblico per promuovere un’industria sostenibile che non abbia un impatto così grave da causare gli ingenti danni e i morti dell’alluvione 2023, per esempio. Nella piana di Campi Bisenzio, più in generale della provincia di Firenze, nulla sarebbe meno indicato di nuovi supermercati o dell’allargamento di un aeroporto, quella cementificazione a tutto spiano che è generalmente il primo obiettivo degli amministratori locali.</p>
<p>Ma in questi giorni si parla di tutt’altro. Proprio il 29 giugno, quando arriviamo alla fine del Cammino dell’acqua a Campi Bisenzio, leggiamo sul “Tirreno” che il Tribunale di Firenze ha dato ragione al Collettivo di fabbrica e torto a QF per “comportamento antisindacale”. QF dovrà attivare gli ammortizzatori sociali e pagare gli stipendi sospesi da gennaio. La Regione Toscana approva la decisione del tribunale e invita l’azienda a rispettare l’iter previsto dalla legge. Altrimenti il governo dovrà valutare il commissariamento di QF. Il commissariamento e una fabbrica “socialmente integrata” è proprio ciò che si desidera per il futuro. I lavoratori levano le tende del dissenso a Firenze ma non dichiarano finita, per il momento, l’agitazione, invitando tutti al grande evento del 12 luglio, in un’altra piazza fiorentina, piazza Poggi, in occasione della ricorrenza dell’inizio della protesta tre anni fa: una festa estiva con tanta musica, divertimento, discussioni e riflessioni.</p>
<p>Si riprende fiato per continuare.</p>
<p>Fa piacere condividere questa frase di Goffredo Fofi tratta da un articolo del Manifesto del 6 luglio 2024: “… il capitale ha vinto su tutti i fronti o quasi, e però il lavoro, il mondo dei lavoratori, non è mai stato sconfitto del tutto” (“Con la lotta GKN ritorna il sole”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Libri (attinenti o sconfinanti) citati durante il Cammino dell’acqua</p>
<p>Valentina Baronti, <em>La fabbrica dei sogni</em>, ed. Alegre, Roma 2024</p>
<p>Marco D’Eramo, <em>Il selfie del mondo</em>. <em>Indagine sull’età del turismo</em>, Feltrinelli, Milano 2017</p>
<p>Nancy Fraser, <em>Capitalismo cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta,</em> Laterza, Bari 2023</p>
<p>Silvia Giagnoni, <em>GKN diaries</em>, Fandango, Roma 2023</p>
<p>Amitav Ghosh,<em> La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile</em>, Neri Pozza, Milano 2016</p>
<p>Paola Imperatore, <em>Territori in lotta. Capitalismo globale e giustizia ambientale nell’era della crisi climatica</em>, Meltemi, Milano 2023</p>
<p>Paola Imperatore, Emanuele Leonardi, <em>L’era della giustizia climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso</em>, Orthotes, Napoli 2023</p>
<p>Serge Latouche, <em>Breve trattato sulla decrescita serena</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2008</p>
<p>Bruno Latour, <em>La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico</em>, Meltemi, Milano 2020</p>
<p>Alessandro Leogrande, <em>Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud</em>, Feltrinelli, Milano 2016</p>
<p>Antonio Moresco, <em>Repubblica nomade</em>, Effigie 2016</p>
<p>Walter Orioli, <em>Passo dopo passo</em>. <em>Perché camminare ci aiuta a pensare e vivere meglio</em>, Sonda 2022</p>
<p>Paolo Pileri, <em>L’intelligenza del suolo</em>. <em>Piccolo atlante per salvare dal cemento l&#8217;ecosistema più fragile</em>, Altreconomia, Milano 2022</p>
<p>Leonardo Poli, Eugenio Dal Pane, <em>Fatti accaduti in Romagna</em>, Itaca, Castel bolognese, 2023</p>
<p>Alberto Prunetti, <em>Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class</em>, Minimum fax, Roma 2022</p>
<p>Guido Viale, <em>Vita e morte dell’automobile</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2007</p>
<p>(foto di Maria Luisa Guidi)</p>
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		<title>Costeggiando un terreno franoso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jul 2024 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alluvione della Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Pileri]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica Nomade]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
		<category><![CDATA[Terrestra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Roberta Salardi</strong> <br /> Turismo di prossimità, agroecologia, visita solidale a realtà alternative e a una fabbrica occupata… il cammino di quest’anno di Repubblica nomade si preannuncia particolarmente denso di eventi e significati.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-108932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/IMG-20240620-WA0055.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Prima parte: un esperimento di agricoltura sostenibile, la comunità Terrestra</p>
<p>“Attenti alla macchina!”. All’uscita da Ravenna percorriamo chilometri su asfalto statale e provinciale, a tratti senza marciapiede. Paolo Pileri (ordinario di pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano), che ci accompagna per un lungo tratto, ci segnala le varie brutture, tecnologiche e no, che si sarebbero potute evitare o mascherare meglio (armadi tecnologici, ex capannoni, aree dismesse recintate e incolte, mancanza di siepi, soste degli autobus senza marciapiede), ma deve spesso interrompersi perché dobbiamo soprattutto prestare attenzione alle auto, che possono sorprenderci alle spalle in qualsiasi momento, persino in qualche via laterale. Benché Guido Viale abbia scritto <em>Vita e morte dell’automobile,</em> con una certa fiducia in una svolta decisiva, nel lontano 2007, eccoci ancora completamente circondati… La vettura privata con motore a scoppio è dura a morire, purtroppo lo constatiamo giorno dopo giorno. Ma qui siamo solo all’inizio di un percorso che vuole portarci fuori dal tessuto urbano in pieno ambiente rurale.</p>
<p>Turismo di prossimità, agroecologia, visita solidale a realtà alternative e a una fabbrica occupata… il cammino di quest’anno di Repubblica nomade si preannuncia particolarmente denso di eventi e significati.</p>
<p>Di chi stiamo parlando? Parafrasando alcune parole di Moresco, contenute nella prefazione a <em>Stella d’Italia</em>, potremmo dire che Repubblica nomade (che a quel tempo era ancora in germe, ma molto desiderosa di nascere) non è qualcosa di puramente culturale, anche se si denomina “associazione culturale” e c’è dentro una forte spinta culturale e ancor più poetica; non è qualcosa di puramente politico, anche se c’è dentro una forte spinta politica e una trascendenza civile; non è qualcosa di puramente atletico, anche se ha comportato per molti partecipanti un superamento delle possibilità fisiche individuali. In parole più povere, prive di tutte le sfumature sopra accennate, Repubblica nomade è un’associazione che organizza cammini, in Italia e in Europa, caratterizzati da una forte connotazione simbolica e politica (non partitica, dal momento che le idee sono varie e le scelte in cabina elettorale pure). Inevitabile, il notevole impegno fisico, dal momento che è proprio il passaggio dal pensiero all’azione (dalla passività abitudinaria del nostro tran tran quotidiano all’attivarsi per qualcosa di socialmente significativo) che si desidera, sebbene in modo giocoso, incentivare. Perché, invece delle solite vacanze organizzate o familiari o di consumo (nel distruttivo turismo transcontinentale), non utilizzare parte dei nostri giorni liberi dell’anno per un’esperienza di turismo di prossimità, che ci faccia riscoprire una vita in comune con altri, ci faccia incontrare persone anche molto diverse da quelle del nostro ambiente, ci porti, gambe-cervello-cuore, a contatto con realtà di cui magari si è sentito parlare, si è letto fuggevolmente qualcosa ma non si sono mai viste né conosciute, benché fossero qui a due passi, a qualche centinaio di passi… prendendo il treno subito raggiunte, da poter vedere e conoscere camminandoci dentro.</p>
<p>Il Cammino dell’acqua, fra il 16 e il 29 giugno di quest’anno, si propone di attraversare le terre alluvionate l’anno scorso in due ondate successive, nella primavera e nell’autunno 2023, romagnole e toscane, per raggiungere una realtà di lotta sindacale attiva da tre anni, da quando, nel luglio del 2021 alla GKN di Campi Bisenzio, si attuò uno dei primi licenziamenti dopo il periodo di sospensione della pandemia. Da un tipo di solidarietà all’altro… da quel prodigare aiuti e partecipazione in Romagna, da parte di genti affluite da tutt’Italia, alla capacità di reazione e di organizzazione dimostrata dal Collettivo di fabbrica GKN in Toscana, insieme con le moltissime associazioni solidali del territorio e oltre, nel corso di tre anni per difendere i posti di lavoro in una vertenza che non si è ancora conclusa (… e difenderli per giunta con attenzione consapevole alla sostenibilità e al futuro che ci attende). Pure il territorio di Campi Bisenzio, sempre nel 2023, a novembre, fu investito da un’alluvione, che vide i lavoratori della fabbrica sia nelle vesti di soccorritori sia nelle vesti di vittime, quindi il cammino può definirsi correttamente “dell’acqua” fino alla fine.</p>
<p>Nelle settimane della camminata, sul territorio nazionale due notizie fanno particolarmente parlare di sé: l’omicidio doloso nell’ambito del bracciantato ai danni del trentenne Satnam Singh, abbandonato e morto per dissanguamento senza soccorso fra il 17 e il 19 giugno dopo un incidente sul lavoro in un’azienda in provincia di Latina, preceduto e seguito purtroppo da altre morti bianche, che cadono ormai con regolarità quasi quotidiana (nel 2024 sono in aumento rispetto agli anni precedenti); l’approvazione alla Camera il 19 giugno del disegno di legge sull’autonomia differenziata. Questo lo sfondo su cui ci muoviamo: lavoro precario e sfruttato mentre vengono emanate nuove leggi molto contestate, di dubbia utilità, forse addirittura pericolose. A proposito delle morti fra i lavoratori agricoli, più che altro irregolari e trattati come schiavi, viene ricordato più volte <em>Uomini e caporali</em> di Alessandro Leogrande, ma non trovo avulso dal discorso il capitolo “Affamato di diseredati. Perché il capitalismo è strutturalmente razzista” in <em>Capitalismo cannibale </em>di Nancy Fraser. Sull’autonomia differenziata scrive subito qualcosa Paolo Pileri: il 24 giugno su Altreconomia sottolinea che questa nuova direttiva “poggerà sui piedi dell’ignoranza ecologica”. Verrà trasferita alle Regioni anche la tutela degli ecosistemi e questo renderà tutto più difficile. È noto infatti che i piccoli comuni sono meno efficienti dei grandi nella tutela; inoltre la gestione degli ambienti sarà più frammentata e per parti differenziate (“Un Paese fatto a pezzi in nome dell’autonomia differenziata. L’addendum ecologico”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si parte da Ravenna il 16 giugno, a pochi giorni dalla ricorrenza dell’alluvione del   maggio 2023. Sulle colline dell’Appennino, raggiunte dopo qualche giorno, dopo Faenza, vediamo i segni profondi dei calanchi di questa terra argillosa e, un po’ più in alto, dopo Brisighella, prima dell’arrivo al rifugio Fontana Moneta, nei pressi di Palazzuolo sul Senio, pure le tracce di alcune delle migliaia di frane che si verificarono da queste parti un anno fa. Puntale, Pileri: la terra franata purtroppo va a intasare i corsi d’acqua e rende più difficile il defluire degli allagamenti, ma il danno non si limita a questo: le frane significano anche perdita di suolo in quota. Le strade sono riparabili, il suolo scivolato a valle è ormai perduto. All’origine di questi disastri: l’abbandono delle alture, per cui nessuno più cura e coltiva il terreno montano, lasciato a sé stesso e all’erosione delle piogge; il consumo di suolo a valle, con la cementificazione che toglie ai suoli, con le erbe e le piante, il respiro, la possibilità di rigenerarsi, drenare e frenare le acque.</p>
<p>In mezzo a tutto questo, si dialoga con associazioni virtuose (come gli Ortisti di strada della Casa volante di Ravenna, che curano un orto in un’area dismessa e piantano alberi da frutto dove possono lungo le strade; il Vascello vegano, sempre in provincia di Ravenna, fonte inesauribile di ricette rispettose degli altri animali; la Cooperativa di comunità a Legri; l’instancabile attività a favore di chi ha bisogno della Collegiata di Lugo, tra cui il “velocibo”, raccolta e rapida distribuzione con le biciclette del cibo recuperabile ogni giorno rimasto invenduto nei mercati; l’Orto collettivo di Calenzano, che si propone di coltivare pure le zone di mezza montagna, oltre a quelle di pianura e collina, per non abbandonare all’incuria e al disboscamento un terreno prezioso), mentre gli amministratori locali vengono pungolati con domande rigorose, talvolta indisponenti da alcuni di noi, considerato che l’Emilia-Romagna è fra le regioni con maggiore consumo di suolo (la Lombardia è la peggiore),</p>
<p>Ma ecco un fiore all’occhiello: incontriamo una realtà che ha accettato la sfida di fare agricoltura nel modo più virtuoso possibile, e naturalmente può costituire un esempio. Ciascuno di noi può scegliere di appoggiare questo nuovo modo di fare agricoltura, poiché le CSA (comunità a supporto dell’agricoltura), sono diffuse sul territorio italiano e se ne trovano anche in provincia di Milano e Bergamo, rintracciabili su internet. La cooperativa agricola che visitiamo a Sant’Agata sul Santerno (il comune, molto vicino a Lugo, maggiormente colpito dall’alluvione del 2023 in Romagna), Terrestra appunto, si propone di agire in armonia con la terra da coltivare e tutti i suoi abitanti, nei limiti del possibile: gli animali, le piante selvatiche, la boscaglia, l’argine del torrente, cittadini e compaesani del circondario. Si è calcolato che gli animali possono danneggiare le coltivazioni solo fino a un certo punto e si è messa in conto questa perdita piuttosto che adottare l’uso di prodotti di sintesi, che avrebbero effetti peggiori. Questo vecchio podere era già molto impoverito e rovinato per la trascuratezza di decenni quando Silvia Pattuelli, laureata in economia, ha deciso di cambiare la sua vita, spostandosi dalla città alla campagna, e di orientarsi con alcuni amici verso un’agricoltura che non depauperasse irrimediabilmente il suolo, come già avvenuto in passato, gli permettesse di rigenerarsi, di ospitare radici e alberi, con particolare attenzione alla biodiversità, valutando con accuratezza cosa coltivare in modo da non esaurire le risorse nutritive del terreno in poco tempo. Occorreva decostruire le tecniche agricole convenzionali, che vanno sempre più verso il latifondo (vaste estensioni di terra chimicamente trattate nelle mani di pochi possessori di ingenti capitali), per rendere l’agricoltura un bene comune. L’agroecologia, cui ci si ispira, è lievemente diversa dall’agricoltura biologica, ha un approccio più globale e organizza l’economia del cibo in funzione del rispetto dell’ecosistema (molte volte l’agricoltura biologica si è dimostrata uno specchietto per allodole, più apparenza che sostanza).</p>
<p>Il cibo di per sé crea comunità. L’agricoltura può essere pure un vettore d’inclusione (le donne, per esempio, racconta Silvia, sono sempre meno impiegate in questo settore economico, a prevalenza maschile e maschilista; alcune poche donne le troviamo pastore in montagna, in ambiente più povero). “Chi si associa può prendere parte ad ogni fase del processo produttivo ed economico, condividendo i rischi e i benefici dell’attività agricola. Smette quindi di essere semplice consumatrice o consumatore e diventa co-produttrice o co-produttore solidale con le contadine e i contadini…” si trova scritto nella home page di Terrestra. E ancora “ci si riconosce come esseri eco-dipendenti”. I molti soci di questa CSA consentono con una quota annuale, versata in anticipo ma flessibile (eventualmente concordata, rinegoziata in caso di imprevisti) un tipo di agricoltura sostenibile anche un po’ sperimentale (non viene usato, per esempio, nemmeno il letame affinché non ci si debba appoggiare ad allevamenti che potrebbero non rispettare gli animali*; si usano invece dei macerati e fermentati naturali), che si sottrae alla volatilità dei prezzi e delle speculazioni del mercato; ogni settimana gli stessi soci ritirano una cassetta di frutta e verdura sana. Il desiderio di avere un controllo sulla filiera del cibo che si mangia è sicuramente una delle motivazioni più forti nella scelta di far parte di una delle CSA che in Italia sono in aumento, attualmente sono molto diffuse soprattutto in Germania, per quanto attiene all’Europa; nate secondo alcune ricerche in Giappone negli anni Settanta (Alessandra Piccoli, ricercatrice presso la libera università di Bolzano, in un articolo su Humusjob del 15.06.2021 che si può reperire in rete: “Le comunità a supporto dell’agricoltura o CSA. Un modello concreto per costruire un cambiamento in agricoltura e nelle comunità”). Tuttavia, sempre in rete, si trova che l’agroecologia in senso lato era già presente in Sudamerica nell’agricoltura indigena, ripresa e rilanciata negli anni Ottanta (viene nominato soprattutto il Messico). L’agricoltura preindustriale in ogni caso anche qui in Italia consentiva una maggiore cura del territorio, si osserva da più parti durante il cammino. Io non me ne intendo e lascio la parola a chi volesse aggiungere o puntualizzare qualcosa. Mi limito ad aggiungere che chiunque può decidere di collaborare a queste esperienze di sostegno all’agricoltura (tranne a Terrestra, che ha già raggiunto il numero massimo di soci), le quali sono più complesse dei GAS, gruppi di acquisto solidale: nelle CSA, abbiamo detto, il socio è in qualche modo coproduttore non soltanto consumatore. Le “CSA sono forme di economia sociale e solidale che offrono reali opportunità di superare logiche capitaliste, imperialiste e inique verso le persone e il pianeta” conclude Alessandra Piccoli nell’articolo citato.</p>
<p>*Breve appendice sugli allevamenti</p>
<p>Va detto che nei bar, come nei supermercati come nei locali che s’incontrano lungo le strade e che ci circondano nella nostra vita quotidiana, quasi tutto è farcito di affettati e di carni. Anche la semplice focaccia o pizza, in origine vegetariana, si trova spesso arricchita di ciò che vegetale non è, con conseguente sovrapprezzo. Prezzo a parte, non ci è ignoto il problema degli allevamenti. Il 27 giugno esce su Extraterrestre del Manifesto “L’orrore di una vita vicino agli allevamenti”, dove si ribadisce ancora una volta che i territori dove si allevano più animali (in Italia nella Pianura padana, più in generale lungo tutta la valle del Po) sono inquinati nell’aria e nell’acqua. L’allevamento intensivo, metodo prevalente in Europa e nel mondo per produzione di carne, latticini e uova, è fra i settori più inquinanti al mondo, in crescita a partire dagli anni Ottanta, responsabile di circa il 15% dei gas serra. Soprattutto per via dell’emissione di ammoniaca, ha come conseguenza difficoltà respiratorie, asma e malattie bronchiali nelle popolazioni circonvicine. L’ammoniaca unita ad altre sostanze presenti si trasforma in particolato e polveri sottili, che possono penetrare nel terreno e raggiungere le falde acquifere, da qui il rischio di malattie più gravi ed epidemie. In cifre, l’articolo firmato Helena Spongenberg, che parla di situazioni di angoscia e disagio nei pressi di allevamenti in Italia, Spagna, Danimarca e Polonia, riporta purtroppo i numeri elevati di una grande bruttura (e di una grande ingiustizia, quando già si potrebbero produrre e diffondere maggiormente carne coltivata e proteine vegetali): “142 milioni di suini, 76 milioni di bovini, 62 milioni di pecore, 12 milioni di capre, oltre 11 miliardi di polli: questa è la popolazione degli animali invisibili allevati in Europa ogni anno, che nascono e muoiono all’interno di una enorme catena di montaggio e smontaggio”.</p>
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<p>Libri (attinenti o sconfinanti) citati durante il Cammino dell’acqua</p>
<p>Valentina Baronti, <em>La fabbrica dei sogni</em>, ed. Alegre, Roma 2024</p>
<p>Marco D’Eramo, <em>Il selfie del mondo</em>. <em>Indagine sull’età del turismo</em>, Feltrinelli, Milano 2017</p>
<p>Nancy Fraser, <em>Capitalismo cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta,</em> Laterza, Bari 2023</p>
<p>Amitav Ghosh,<em> La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile</em>, Neri Pozza, Milano 2016</p>
<p>Paola Imperatore, <em>Territori in lotta. Capitalismo globale e giustizia ambientale nell’era della crisi climatica</em>, Meltemi, Milano 2023</p>
<p>Paola Imperatore, Emanuele Leonardi, <em>L’era della giustizia climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso</em>, Orthotes, Napoli 2023</p>
<p>Serge Latouche, <em>Breve trattato sulla decrescita serena</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2008</p>
<p>Bruno Latour, <em>La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico</em>, Meltemi, Milano 2020</p>
<p>Alessandro Leogrande, <em>Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud</em>, Feltrinelli, Milano 2016</p>
<p>Antonio Moresco, <em>Repubblica nomade</em>, Effigie 2016</p>
<p>Walter Orioli, <em>Passo dopo passo</em>. <em>Perché camminare ci aiuta a pensare e vivere meglio</em>, Sonda 2022</p>
<p>Paolo Pileri, <em>L’intelligenza del suolo</em>. <em>Piccolo atlante per salvare dal cemento l&#8217;ecosistema più fragile</em>, Altreconomia, Milano 2022</p>
<p>Leonardo Poli, Eugenio Dal Pane, <em>Fatti accaduti in Romagna</em>, Itaca, Castel bolognese, 2023</p>
<p>Guido Viale, <em>Vita e morte dell’automobile</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2007</p>
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<p>Foto della frana scattata da Letizia Debetto sul tratto di strada tra Fognano e il rifugio di Fontana Moneta, non lontano da Palazzuolo sul Senio</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un tesoro (sperimentale) ritrovato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/01/08/un-tesoro-sperimentale-ritrovato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2024 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Gramigna]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo sperimentale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Roberta Salardi</strong> <br /> Nel romanzo circola l'aria libera, frizzante e innovativa degli anni Sessanta. Uno dei primi segnali che ci avvisano di trovarci di fronte a uno scrivente alla ricerca di un proprio stile fuori dalle convenzioni è lo scivolamento dalla terza alla prima persona]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-106071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-768x1151.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-1025x1536.jpg 1025w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-696x1043.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-1068x1601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Marceo.jpg 1200w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>Giuliano Gramigna, <em>Marcel ritrovato</em> (Il ramo e la foglia, con una nota di Ezio Sinigaglia, Roma 2023, euro 17.)</p>
<p>&#8220;Passai portandomi dietro quel segnale di marrone e azzurro. Il mio cuore aveva accelerato, addirittura extrasistoli, ma era una specie di dilatazione euforica come quando ci si mette a correre, poi manca il fiato e ci si sente bene, si sta per scoppiare e ci si sente ancora meglio con energie intatte. Galoppavo a cavallo della mia nevrosi: sindromi spastiche dell&#8217;apparato digerente, neurosi splancnica, stipsi spastica, neurosi cardiaca e vasale, instabilità circolatoria, vertigini, distonie funzionali degli ipotesi, iperemesi, vertigini labirintali, mal di mare, affezioni del sistema nervoso extrapiramidale, colangiopatie, disfagie esofagee, vomito, acroasfissia, acroparesia, claudicazione intermittente (…) travaglio di parto eccetera, a cavallo non guarito ma in certo senso esultante. Anch&#8217;io avevo avuto quei capelli castani sulla fronte, la pelle nuova con la peluria bionda dietro le mandibole scampata al primo, ostinato rasoio; naturalmente senza rimpianto, però come mi erano piaciuti nei primi dieci, trenta secondi che li avevo incrociati. Neppure Marcello era sempre stato il manichino-a-successo del Tennis Club: per non dire niente altro, oltre le guance giovani, i muscoli elastici, l&#8217;aria di cuccioli, eccetera, c&#8217;erano state anche le speranze del &#8217;45. Un momento di eccitazione non romantica ma proprio fisica, un&#8217;estasi corporale, una scossa elettrica data dalle cose, come inspirando nel momento che scrivo di me e di Marcello l&#8217;aria limpida, sottozero di Milano 8 gennaio 1967, dove sembra di stare quasi a Irkutsk.&#8221; (pag 266)</p>
<p>Nel romanzo circola l&#8217;aria libera, frizzante e innovativa degli anni Sessanta. Uno dei primi segnali che ci avvisano di trovarci di fronte a uno scrivente alla ricerca di un proprio stile fuori dalle convenzioni è lo scivolamento dalla terza alla prima persona; prima persona, quella del protagonista Bruno, dubitativa, inquieta e dispettosa.</p>
<p>La vita borghese, impiegatizia e affaristica di Milano, inquadrata nella prima parte del volume, verrà ben presto lasciata alle spalle dopo la rappresentazione di qualche cena e dialogo irritanti per il protagonista, il quale si accinge a scrivere un nuovo romanzo ma non sa ancora come. L&#8217;occasione di un viaggio a Parigi offertagli dalla necessità di aiutare un&#8217;amica amata in gioventù, il cui marito pare volatilizzatosi nella Ville Lumière, viene colta dal protagonista come chance per sbloccare la situazione penosa in cui pare impantanata la sua vita.</p>
<p>A Parigi nuove sensazioni ed emozioni danno subito al personaggio uno slancio inaspettato. La varietà linguistica e dialettale sperimentata nelle prime pagine si arricchisce dell&#8217;invenzione di neologismi italo-francesi (per esempio a pag 182: &#8220;buttechaumontando, menilmontandosi con un frémicourt, lafayettato, senza courcellare un montsouris&#8221;). Bruno precisa: &#8220;Uso diverse lingue ma non per colore locale: come Ennio ho due o tre cuori e cioè nessun cuore: meticcio al massimo, se mai ve ne furono…&#8221; (pag 259). La questione dell&#8217;identità molteplice, che s&#8217;intreccia a quella delle nevrosi, si rifrange in molte pagine del libro. È messa in evidenza da Ezio Sinigaglia nella sua ampia nota al testo, accanto alle preziose osservazioni sugli autori di riferimento, dichiarati e criptici. Sinigaglia fa presente che non solo Proust è il maestro che s&#8217;aggira come un fantasma nell&#8217;opera. Il protagonista si trova invischiato in un rapporto irrisolto col padre morto di recente e la sua condizione pare molto simile a quella dello Zeno di Svevo. A questo si potrebbe aggiungere che il gusto per il plurilinguismo, per i giochi verbali e per lo slittamento dalla terza alla prima persona era anche di Joyce.</p>
<p>Il libro che sta venendo fuori non sarà d&#8217;impianto prettamente sociologico o sentimentale, come sembrava nella prima parte, sempre più dissestato dai tic nevrotici del narratore, che giunge a curiosamente lamentare, anche dopo la full immersion nella stimolante Parigi, una sua insofferenza per la propria stessa scrittura: a pag 195 fa dell&#8217;autoironia quando dice che scappa dal foglio bianco e inventa continue fughe minime &#8220;da questo pensum (peso? vuoto?)&#8221;, dall&#8217;impegno di scrivere. Il centro sarà l&#8217;io, la sua complessità e inafferrabilità, con annesse e connesse le difficoltà dei rapporti, l&#8217;incertezza delle conoscenze, la fragilità delle situazioni e via di seguito con le tematiche care a tanti romanzi del Novecento. Non mancheranno episodi derivati dalla vita quotidiana né incontri con personaggi poco affascinanti e poco &#8220;romanzeschi&#8221;: &#8220;… il romanzo è una pompa aspirante, pompa tutto, tutto gli fa brodo&#8221; (pag 234).</p>
<p>In un capitolo che inizia già in modo singolare (con la lettera minuscola e con il periodo che prosegue dal capitolo precedente senza soluzione di continuità) si susseguono pagine a ritmo accelerato (pagg 256-259), in coincidenza con la visita a Versailles, fonte di una nuova emozione del tutto differente dalle precedenti, &#8220;semplice chimicamente e subito trasformata in conoscenza&#8221;. È allora che Bruno riesce finalmente a &#8220;calettare&#8221; dentro gli anni-vita gli anni-lettura, secondo il metodo proustiano descritto con mirabile sintesi alle pagine 187-188 (che citerò).</p>
<p>Disseminati un po&#8217; dappertutto sono i riferimenti al maestro per eccellenza, a cominciare dal titolo e dal nome del personaggio amico, Marcel, sulle piste del quale ci si mette alla ricerca. Tra i maggiori riferimenti alla <em>Recherche</em> svettano, a mio parere, la decisione del protagonista di scrivere il romanzo al termine del libro, come avviene nel settimo dei sette volumi della <em>Recherche,</em> e una sintesi efficace di quale sia il significato essenziale della maggiore opera proustiana: &#8220;Nella sua dilatabilità infinita di calderone dove bollivano un po&#8217; tutte le carote e sedani e fagioli e cotiche del reale, la <em>Recherche</em> gli era sembrata, probabilmente, l&#8217;ideale stampo interpretativo. Qui Bruno sentì quella scossa un po&#8217; agra, mista di compiacimento e delusione tipica di quando si va vicino a una verità senza acchiapparla del tutto. Ma poi: interpretativo di che cosa? non semplicemente della vita o della letteratura ma piuttosto del modo di percepire e di organizzare la vita. La <em>Recherche</em>, a ben guardare, è una tecnica percettiva e strutturatrice: la sua grandezza sta tutta qui e sfido che deborda insieme vita e letteratura e lascia di stucco critici ed esteti. Un metodo per prendere coscienza di tutte le zone della realtà e ipotizzarne una struttura completa dove tutto si tiene (…) La méthode o techne proustiana è insieme parcellare e organica. Riconoscere alla <em>Recherche</em> questa natura di metodo (…) è il massimo elogio. (…) Insomma: dalla <em>Recherche</em> non si esce dicendo: vivrò così o: scriverò così, ma: ho tra le mani un esempio di sistema per percepire l&#8217;insieme dell&#8217;esistenza e rilevarne in ipotesi le strutture significanti&#8221; (pagg 187-188). Starà al lettore fare tesoro dei suggerimenti di Gramigna e dei suoi maestri per rendere migliore la qualità della sua vita.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Bookcity</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/03/bookcity/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2023 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bookcity]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Roberta Salardi</strong> <br />Olio di gomito per pulire gli elementi della cucina, poi di corsa a un evento pomeridiano di Bookcity. Quest'anno forse riesco a seguirne due o tre, anche se me ne ero prefissa cinque o sei.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-105740" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/640px-Logo_Bookcity_Castello_Sforzesco.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Olio di gomito per pulire gli elementi della cucina, poi di corsa a un evento pomeridiano di Bookcity. Quest&#8217;anno forse riesco a seguirne due o tre, anche se me ne ero prefissa cinque o sei.</p>
<p>Nel grande teatro del centro la sala principale è dedicata alla presentazione di un romanzo storico-rosa che sta spopolando. È difficile entrare per la ressa: una moltitudine di ragazze in coda per farsi firmare le copie dall&#8217;autrice ostacola non poco l&#8217;accesso alle altre sale che ospitano diversi eventi. Il mio è al primo piano: <em>Mappe nel caos della poesia contemporanea</em>. I relatori cercano di dire qualcosa su un mondo corporativo e autoreferenziale (sic), quello della poesia contemporanea che cita e ordina sé stessa, consegnandosi alla posterità già confezionata in alcune antologie e mappe orientative.</p>
<p>La saletta non è proprio vuota, anzi più piena del solito, perché, a differenza dei tre-quattro ascoltatori che abitualmente costituiscono il fedelissimo pubblico dei reading, qui si stanno concentrando una decina di persone, forse qualcuna in più, delle quali soltanto alcune si salutano, altre è la prima volta che si vedono: e questa sì che è una gran differenza rispetto alle solite letture pubbliche di poesia, dove i pochi convenuti si conoscono, si sono già letti e ascoltati, se la cantano e se la suonano, comunque contenti di ascoltarsi e auscultarsi vicendevolmente. I lettori di poesia sono i poeti stessi, si diceva qualche tempo fa; ora si può aggiungere che i poeti stessi sono anche i critici della poesia. Un relatore osa di più: per un certo periodo i veri e propri critici (quelli non poetanti?) hanno avuto paura a pronunciarsi sulla poesia attuale.</p>
<p>Qui solo un gruppetto chiacchiera, mentre altri presenti, perlopiù estranei, sono calati ciascuno sui suoi appunti, su pagine sfogliate qua e là della rivista che viene presentata o sull&#8217;immancabile telefonino. Il mio l&#8217;ho spento per evitare spiacevoli interruzioni, odiatissime in questi casi, in ogni altro luogo invece perfettamente consone all&#8217;ambiente, tranne in chiesa forse. Il silenzio discreto mi predispone bene fin dall&#8217;inizio.</p>
<p>Osservo la quantità di carte stampate e foglietti scritti a mano visibili un po&#8217; dovunque. Se addirittura qualcuno sfoglia degli appunti, vuol dire che vi saranno tanti interventi, rifletto però con una punta di ansia. Rischio di perdere l&#8217;evento successivo, non ho molto tempo per fiondarmi da una location all&#8217;altra. Vedo schierati alla cattedra quattro relatori: un professore universitario + un assistente che introduce il discorso (era quello pieno di appunti) + un poeta anche giornalista anche conoscitore del mondo editoriale (così si presenta) + un altro poeta anche editore. Tutto si tiene, tutto delinea fin dalle premesse la ragnatela sottostante i discorsi che seguiranno. Gli ambienti di provenienza degli attori/autori in questione sono: l&#8217;editoria, il giornalismo culturale annesso e connesso, la frangia di accademia limitrofa alla società culturaleditoriale. Buona parte dei poeti nominati durante tutte le quattro relazioni sono a loro volta redattori o editori o addetti al lavoro editoriale, tra i pochi fortunati superstiti in un settore sempre più ridottosi nei decenni, con manovalanza ormai esigua, marginalizzato dalla più proterva industria dello spettacolo, dell&#8217;informazione e dei media.</p>
<p>In ogni caso noi lettori sfigati, che ancora si ritrovano perdendo ore di tempo libero intorno a una rivista cartacea vecchio stampo, siamo ospitati al piano di sopra, in una stanzetta piccola ma sopraelevata; l&#8217;esordiente romanziera con grande seguito di pubblico e tante follower in attesa di una copia-feticcio, al pianterreno, che appena fai qualche passo sei sulla strada nella polvere.</p>
<p>&#8220;La polvere mangia i libri,&#8221; asseriva mia madre invitandomi a spolverare la libreria cui ero tanto affezionata. &#8220;Più polvere in casa meno polvere nei nostri cervelli,&#8221; pensavo io, la mente fissa agli slogan femministi, il corpo buttato in tutto tranne che nei lavori domestici.</p>
<p>Si analizzano i principali orientamenti della poesia contemporanea, fondamentalmente due, veniamo edotti con un certo sollievo: i lirici e non, i classici e non, i neo-neo-neoavanguardisti (si potrebbero aggiungere prefissi a iosa) e i tradizionali, avanti di questo passo. Uno dei relatori, il più simpatico, pare per un attimo confondersi nel groviglio interpretativo. Sta elencando le ulteriori biforcazioni e ramificazioni (sottocategorie in cui addirittura compaiono sottoinsiemi occupati da un solo poeta, il che comporta una serietà della situazione, perché è vero che ogni artista deve avere una sua originalità, ma anche una comicità derivante dall&#8217;immaginarsi il poeta solo sull&#8217;isola deserta, tipo il disperato Tom Hanks nel film che tutti conosciamo) di quei due rami principali dell&#8217;albero sempre più biforcatosi, che mostrano etichette difficilmente distinguibili l&#8217;una dall&#8217;altra, espressione di una maniacale esigenza di <u>linneico</u> ordinamento (quasi a dire: siamo qui, canonizzati sul nascere… nasciamo già canone… canonici, codificati, etichettati e chiusi nel nostro apposito  contenitore o posti sull&#8217;apposito scaffale di una biblioteca nazionale… tutti questi fogli imbrattati ma anche ragionati, ponderati, categorizzati sono già tradizione, nuova, ma pur sempre tradizione, la futura storia della letteratura… ci affrettiamo a sigillare il tutto, a salvarlo dall&#8217;oblio in saecula saeculorum eccetera eccetera).</p>
<p>Valuto a più riprese se acquistare una copia della rivista. Accanto alla scrivania delle vendite la maneggio un po&#8217;. Hanno parlato molto della copertina, che in effetti è significativa: mostra una grande nuvola foriera di tempesta che sta per abbattersi su delle rovine o su di una città, non è chiaro, la città potrebbe anche trovarsi sotto i bombardamenti e quella nuvola essersi levata dopo un&#8217;esplosione. Ci si sofferma sulle possibili letture dell&#8217;enigmatica copertina, si scattano molte foto a testimoniare che l&#8217;evento c&#8217;è stato davvero, nel caso qualcuno per i motivi più strani decidesse di dubitarne. Tutti ammiriamo la copertina ma il ragazzo volontario assegnato alle vendite ci mette in mano un opuscolo, non so se dell&#8217;editore o di Bookcity, incoraggiandoci a guardare quello, che è una sintesi e ha il considerevole vantaggio di stringere i tempi: &#8220;Questo è gratis&#8221;. Non ho tempo di guardarlo; gli avventori dell&#8217;evento successivo ci spingono per entrare. Ho rinunciato alla rivista: non sono riuscita a vedere l&#8217;indice, troppo complicato in mezzo alle correnti di entrata e di uscita. Le sottocategorie &#8220;conoscenza e mondo&#8221;, &#8220;mondo&#8221; senza conoscenza e &#8220;conoscenza&#8221; senza mondo m&#8217;incuriosivano non poco: non era affatto intuitivo capire la differenza tra l&#8217;una e le altre.</p>
<p>Il pomeriggio precedente a un altro incontro di Bookcity avevo visto un film sulla biblioteca di Umberto Eco; il film compreso e applaudito, Umberto Eco un po&#8217; meno. In una delle interviste registrate aveva asserito che chi non legge non ha curiosità intellettuali quindi non è vivo. Quanto di più contraddetto dalla mia esperienza di vita: per quello che ho potuto constatare, le persone meno istruite e meno attratte dagli studi sono in genere le più vitali e gioiose. Del docufilm mi avevano affascinato i molti libri inquadrati nella casa di Eco e quelli distribuiti su molteplici piani in alcune grandi biblioteche del mondo, ma le parole dell&#8217;erudito showman sotto sotto lasciavano intravedere una sua spocchia da aristocratico che aveva accumulato un non indifferente capitale culturale e, con esso, sapere potere ricchezza. La curiositas certo l&#8217;aveva sospinto, ma la sua chiusura nello studio lo aveva forse allontanato da quella sensibilità profonda che invece dimostravano Leopardi, Proust, Cortázar quando parlavano del più bel fiore dell&#8217;anno e della vita o delle intermittenze del cuore che casualmente, per una suggestione esterna, un sapore, una luce, ci fanno recuperare il nostro passato perduto o dei nuovi rapporti umani, e sinceri, che potrebbero formarsi se un mutamento radicale avvenisse nel nostro stile di vita.</p>
<p>Mentre mi faccio largo per guadagnare l&#8217;uscita, sono attirata dal romanzetto rosa ma ironico della giovane autrice dal nome inglese ma italiana, si sussurra, mentre viene narrato già qualcosa di lei tra le fanciulle in coda. Sì, perché la fila per la firma delle sue copie, passata un&#8217;ora, non è ancora terminata. Troppo rosa però per i miei gusti, che sono ancora una ragazza degli anni Settanta e corro a un altro appuntamento con Bookcity, spero problematico, discutibile, contraddittorio, segnato su una mappa ingarbugliata sia per arrivare sia per uscirne.</p>
<p>( Nota dell&#8217;autrice: il presente racconto è ispirato a un aneddoto rielaborato liberamente)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una trilogia scombinante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Zaggia]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
		<category><![CDATA[Trilogia della scomparsa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Claudia Zaggia</b><br />Trilogia della scomparsa di Roberta Salardi, Effigie, Pavia 2020 Penso a una frase di Nabokov: “La realtà non è né il soggetto né l’oggetto della vera arte, la...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Claudia Zaggia</p>



<div class="wp-block-cover has-background-dim"><img class="wp-block-cover__image-background wp-image-89304" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/COP-TRILOGIA-1-1.jpg" data-object-fit="cover"/><div class="wp-block-cover__inner-container">
<p class="has-text-align-center has-large-font-size"></p>
</div></div>



<p><em>Trilogia della scomparsa</em> di Roberta Salardi, Effigie, Pavia 2020</p>



<p>Penso a una frase di Nabokov: “La realtà non è né il soggetto né l’oggetto della vera arte, la quale si crea una realtà sua propria”.</p>



<p>Quasi tutto ciò che si trova in libreria oggi viene definito “romanzo”, sarà anche per questo che i più intendono solo un certo tipo di cosa, ci si aspetta una trama, un inizio e una fine e dei personaggi ai quali poter comodamente girare intorno. E una storia ben comprensibile che non lasci molte incertezze soprattutto quando si arriva alla parola fine.</p>



<p>Capita di incontrare opere di un altro tipo e la parola “romanzo” sembra non andar più bene, altri nomi o etichette non ne abbiamo, diciamo questo è un libro e fa parte di quel gran mondo della narrativa, vario e non sempre così rotondo.</p>



<p>Capita che i romanzi uno dopo l’altro si assomiglino tutti, qualcuno è un poco meglio ma dopo un certo tempo tutti si dimenticano. Scritti anche bene, insomma corretti, non molto di più. A volte scritti e basta ed è veramente troppo poco.</p>



<p>L’ottimismo che si trova poi in tanta letteratura, messo in bella mostra, è un prodotto commerciale. Dopo lo scaffale dei cibi in scatola per umani e animali, c’è quello dei libri, ma mi raccomando che non sia triste, che altrimenti non lo digerisco.</p>



<p>Roberta Salardi ha osato molto, fiduciosa di trovare dopo lettori adatti, non so se li ha trovati, non so se io qui sono un lettore adatto, so che mi piace incontrare l’inconsueto, l’azzardo, l’opera che osa senza mai tralasciare quella che si chiama qualità, quella della scrittura prima di tutto, altrimenti potremmo decidere di lasciare, di non continuare a leggere e invece si arriva inquieti e soddisfatti a pag. 352, l’ultima.</p>



<p>Credo che più di tanto non si debba spiegare o cercare di chiarire. In un libro come questo, in questa intrigante <em>Trilogia della scomparsa</em> (che bel titolo, e anche quelli che troviamo dopo promettono bene), sarebbe cosa ben superficiale credere di poter comprendere tutto o addirittura di aver compreso tutto.</p>



<p>C’è molta destrezza intellettuale in quest’opera e incontrarla così spesso fa parte del piacere di leggerla, un piacere pieno di sfumature.</p>



<p>Era da parecchio tempo che non leggevo un libro di narrativa così complesso, ricco, intenso e problematico. Con gli aggettivi potrei continuare ma mi fermo qui. L’abitudine a tanti romanzetti anche di buona qualità ma infine sempre quelli, ci impigrisce, come se la narrativa fosse questo e non altro. Poi un bel giorno l’assolutamente altro arriva e restiamo stregati ma anche un poco travolti. E adesso di quest’opera cosa diciamo? L’opera peraltro è di felicissima lettura, la scrittura è molto bella, non affatica il lettore che procede e procede ma vive anche continui stati di smarrimento.</p>



<p>Di cosa parla questa trilogia, cosa racconta? E chi sono i personaggi? Perché qualcosa racconterà e ci saranno dei personaggi di un qualche tipo. Certamente, anche.</p>



<p>Se si racconta si presuppone un certo ordine e anche un certo realismo. Questo sarebbe fuorviante per un’opera che è affascinante perché accidentata, succede e non succede, è e non è. La trilogia non teme di allontanarsi dal realismo, di giocargli brutti scherzi, di far riapparire quello che è imprevedibile, riapre gli orizzonti, non vuole che il lettore stia comodamente seduto in poltrona.</p>



<p>La forma scelta è quella del diario o dei diari, ma nessuno pensi a qualcosa che già è conosciuto e se poi anche qualcuno di voi tiene un diario: ebbene questa è un’altra cosa, anzi parecchie altre cose.</p>



<p>Mi faccio anche alcune domande sull’autore, un’autrice in qualche modo geniale che non sarà contenta di quello che si dice della sua opera, che vorrebbe ascoltare altro, ma si rende conto questa autrice misteriosa di che cosa ha fatto?</p>



<p>Cerco adesso di mettere ordine non nel libro ma nella mia testa.</p>



<p>I personaggi femminili creano realtà e subito dopo la frantumano, la dissolvono: è vero questo o è vero quello? O forse non è vero niente, solo vince la scrittura. E non fidiamoci troppo dei nomi che dovrebbero fare personaggio; tremende comunque le due sorelle, scrivono diari per modo di dire, s’inventano storie e ci cascano dentro. Le due sorelle scrivono, veramente in questa trilogia scrivono un poco tutti e sono abili affabulatori ma s’ingarbugliano, si aggrovigliano. Perché di solito si scrive un diario? Per ritrovarsi, per stabilizzarsi, anche per cercare di capire, ma i diari di Martina e Fabiola fanno altro. Nella terza parte della trilogia Andrea cerca di far meglio usando anche scritture altrui, autori importanti o anche no, i risultati non sono così rassicuranti, almeno per noi.</p>



<p>Riapro il libro, primo romanzo della trilogia: <em>Il corpo della casa</em>. Quello che già dopo alcune pagine stupisce è come la scrittura ci conduca avanti affascinante e convincente pur avendo a che fare con frammenti, allusioni, appunti e altro.&nbsp; Anche il probabile incontro con i morti perché “loro forse hanno pietà di noi e ogni tanto ci vengono a trovare”. Ad ogni capitolo o quasi una citazione, alcune richiedono una certa attenzione, cerchiamo di legare la citazione con quello che troviamo dopo, una sfida anche questa.</p>



<p>Chi è Fulvio, cosa gli succede? Di lui si sanno cose molto contraddittorie, vorremmo fermarlo da qualche parte: è un artista, è malato, malato come e dove? E poi anche forse muore, forse è anche tutta una cosa immaginaria.</p>



<p>Secondo romanzo della trilogia: <em>Doppio diario</em>. Ecco l’altra sorella: Fabiola, però in questo secondo romanzo scrive anche la figlia di Fabiola, Virginia, Virginia sembra sino a un certo punto la tipica adolescente, forse per questo non così simpatica, ma non semplifichiamo. Lei commenta, interviene, si mostra preoccupata e consapevole dell’attuale stato del pianeta.</p>



<p>Una madre e una figlia: situazione tra le più complicate, che è impossibile chiarire.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Siamo giunti alla terza parte della trilogia, ecco Andrea, lui incidentato, sua madre malata, lui giovane che qualcosa vuole fare, vuole essere e si fa aiutare da autori importanti, quelli che avrà letto durante i suoi studi, e che continua a leggere. Poi nel suo diario c’è anche molto altro, siamo in una sorta di diario-laguna, troviamo veramente molto, isolotti, pantani, percorsi interrotti. Andrea si occupa soprattutto di filosofia. Ci sono anche due racconti: <em>Notturno</em> e <em>La città ctonia</em>. <em>La città ctonia</em> è il racconto di una utopia, un luogo che sembra dover essere molto bello, ma il lettore può benissimo essere di tutt’altro parere.</p>



<p>C’è anche l’altro Andrea, i due sono amici, si scrivono, discutono… sembra prevalere in questa terza parte della trilogia la forma del racconto-saggio, mi piace quando la narrativa incontra la saggistica, è un altro steccato che va giù (anche se occorre maneggiare con cura le proprie conoscenze, non esagerare, non far sembrare che si tratti di un lavoro costruito troppo meccanicamente).</p>



<p>Ma quel dito insepolto che viene portato in giro (conservato forse come i resti degli antenati nei popoli nomadi di un tempo) ci turba o ci fa pensare, non si vorrebbe seppellire i morti, è una cosa troppo definitiva.</p>



<p>C’è un ordine in questa trilogia, ci sono richiami, riferimenti, ben si capisce che l’autrice su questo ha lavorato molto senza però mai voler dare ai lettori un filo per poter ripercorre con una certa sicurezza i labirinti. Se è, come ha detto l’autrice in una intervista, un’opera al limite, cosa potrebbe mai esserci dopo? Resto però convinta che rimanga ben all’interno della narrativa, sicuramente in modi non tranquillizzanti, problematici invece, ma non è forse in buona compagnia? Perché ci sono molte opere del Novecento che, uscendo fuori dai binari più tradizionali, hanno preso altre strade. Forse l’autrice da alcune opere è stata anche influenzata, forse si tratta soprattutto di corrispondenze.&nbsp;</p>



<p>L’autrice ha creato riferimenti, richiami, suggestioni, emozioni che ritornano, niente sembra lasciato al caso, un gran bel lavoro, un’opera complessa, ci sono alcune presenze che più di altre ritornano, a me sembra che soprattutto sia dominante quella dei morti. Il morire, l’essere ammalati, essere scomparsi ma si sa che “i morti non i xe mai morti e i rampa sempre fora dapartuto”. Accanto alla morte, con lei sempre c’è la solitudine e non solo perché si muore soli.</p>



<p>La terza parte della trilogia significativamente si chiama <em>Nell’altra</em> <em>stanza</em> (l’altra stanza è quella dove sta morendo la madre di Andrea). <em>L’altra stanza</em> è titolo evocativo e suggestivo, evitiamo questa altra stanza, passiamo davanti alla porta chiusa, sentiamo dall’altra parte qualcuno che respira. Infine ogni respiro cessa. La madre è morta, ci affidiamo, come sempre, a quello che ci dice il narratore, ma forse non dovremmo, in questa intera trilogia ben lo sappiano che i narratori sono inaffidabili, sono anche logorati da forme di follia più o meno passeggera. Siamo anche tutti noi.</p>



<p>Adesso dovrei concludere e invece mi verrebbe voglia di riaprire tutto. Vengo ripresa da quella prosa frammentata, interrotta, dal ritmo vario… Un ritmo fluido anche, o accidentato.</p>



<p>Scrivere libri così mi sembra voglia dire avere anche molta fiducia nella letteratura, in quello che ancora può essere, malgrado tutto ovviamente. Non salverà il mondo la letteratura, non salverà neppure noi singolarmente presi, però qualcosa abbiamo, e “par che s’ingrandisca l’anima del lettore” come diceva Leopardi. Romanzi lodati sono quelli che anche a scuola, o soprattutto lì, possono andar bene perché sono testimonianze, racconti di cose vissute, sono pezzi di vita da prendere assolutamente sul serio. Gli schemi narrativi non cambiano se vengono raccontati i nuovi fatti e fattacci della nostra attuale situazione di esseri sull’orlo dell’estinzione. Questo è davvero strano. Viviamo in un gran brutto momento e non sto parlando di covid e virus, c’è ben di peggio. Il peggio che ci riguarda tutti è che viviamo in pieno Antropocene. I più, anche tra gli scrittori, fanno finta di niente e continuano a scrivere come sempre. Come sempre non è più possibile, anche per questo c’è questa <em>Trilogia della scomparsa</em>.</p>
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		<title>Dialoghi con le tubature</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
		<category><![CDATA[Trilogia della scomparsa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi Frammento tratto da Trilogia della scomparsa di Roberta Salardi, Effigie, settembre 2020 (pagg 99-102) &#160; T&#8217;è mai capitato di mangiarti le mani? Io ho continuamente voglia di masticare qualcosa, qualunque cosa. Finito il pane e le sigarette, mi mangio le unghie, i capelli, le pellicine&#8230; Finiti i miei, vorrei passare ai tuoi. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-86713" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/trilogia-della-scomparsa-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/trilogia-della-scomparsa-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/trilogia-della-scomparsa-200x315.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/trilogia-della-scomparsa-160x252.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/trilogia-della-scomparsa.jpg 234w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></p>
<p>Frammento tratto da <em>Trilogia della scomparsa</em> di Roberta Salardi, Effigie, settembre 2020 (pagg 99-102)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>T&#8217;è mai capitato di mangiarti le mani? Io ho continuamente voglia di masticare qualcosa, qualunque cosa. Finito il pane e le sigarette, mi mangio le unghie, i capelli, le pellicine&#8230; Finiti i miei, vorrei passare ai tuoi. Ma dopotutto non credo affatto che staresti meglio senza tua madre. Nonostante tutto, ti sono necessaria. Qualcuno deve pur piangere sul latte versato! Tu saresti capace di sprecare persino l&#8217;olio senza fare una piega.</p>
<p>«Senti quello che dico?»</p>
<p>Mi fai blaterare e blaterare al vento. Dov&#8217;è quel disgraziato di tuo fratello? Non è colpa sua se non risponde. Sei tu che l&#8217;hai ridotto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È difficile per te immaginare una corsa per portare a qualcuno, da qualche parte, a qualcuno, un corpo freddo, bagnato, ferito, esanime, svenuto, trascinato correndo, prendendo in braccio un corpo morto, incespicando, sollevato ansimando, pesantissimo, caduto, cadendo a corpo morto, rialzandosi, facendosi aiutare da qualcuno sulla strada, forse dietro l&#8217;angolo, fuori dalla boscaglia, credendo che fosse un tuffo non un scivolata, mettendo male il piede, raddrizzandosi, il corpo di qualcuno respirante, gorgogliante però muto, assente, snodato, annegato, il corpo di un fiume, di un mare scivolato per sbaglio in una bocca, in una gola aperta, con i pesci che vogliono nuotare, saltare, respirare, il naso che vuole respirare, uscire tra le foglie, gli occhi chiusi che anelano alla luce oltre i rami, oltre la superficie delle foglie, ma la testa riversa, un braccio pesantissimo, il corpo molle, sciolto, libero di nuotare sbracciato, con la testa indietro, in giù, crollata, scrollando l&#8217;acqua, vomitando i pesci, la sabbia, le mie collane, nuotando, affogando, sbagliando strada, rifacendola a testa in giù, sott&#8217;acqua, ma respirando ancora, soffiando, senza dimenticare di saltare le onde, mangiare i pesci, passare sotto i rami, dandomi la spinta, ancora un colpo di reni, incrociando qualcuno, chiamando a gran voce, a grandi bracciate&#8230;</p>
<p>È difficile immaginare le fatiche inutili, le corse controvento, il tempo perso per salvare qualcuno: per qualcuno che era già morto tanto tempo fa, a sedici anni: felice di esserlo, di sedici anni e morto per sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lasciatemi stare! Sto tanto bene dove sono&#8230; Voi scherzate! Non tornerò per due donnette stupide, per una madre che straparla e per una ragazzina presuntuosa e petulante, favola di tutto il quartiere. Tutti ridono a crepapelle alle nostre spalle per le sue stramberie e vanterie. Una che vorrebbe darsi a tutti ma nessuno si prende, tanto per capirci. C&#8217;è da vergognarsi ad avere una famiglia così. Non tornerò per un inferno ammobiliato con cucina abitabile, meglio non abitarle troppo le cucine: pane e sangue marcio, sangue marcio con e senza pane&#8230; Soprattutto se torna mio padre, quello proprio non fatemelo rivedere. Lavorava ma era sempre povero in canna; manco a farlo apposta, più lavorava e più era povero&#8230; Qua in giro non lo poteva vedere nessuno. Doveva dei soldi a metà isolato e tutti a chiedere a me, da quando era sparito, manco m&#8217;avesse lasciato l&#8217;eredità, lo stronzo. Mia madre, una scema e mia sorella, una stronza anche peggio di mio padre. Due gocce d&#8217;acqua. Mai una volta in sedici anni che mi abbia regalato uno dei suoi ciondoli, delle sue collanine, che so, da rivendere tanto per farci qualche dose, per sballare un po&#8217; con gli amici. Poteva venire anche lei se voleva. Ma no, lei faceva la freddina, la perfettina. Si dava un tono, la cretina, poi si sarebbe fatta scopare da cani e porci, soprattutto i porci. Se per caso c&#8217;era un nuovo arrivato scartato da tutti con la faccia da depravato, quello le piaceva. E chiedeva a me come arrivarci, come fare a conoscerlo. Ah, sì? E tu cosa mi dai in cambio? Inutile stare a spiegarle, solo tempo perso. Quante volte avevo provato a dirle che volevo ritrovare nostro padre per spaccargli la faccia? Ma lei non ascoltava, le parole le entravano da un orecchio e le uscivano dall&#8217;altro. Solo canzonette. Non aver tirato un pugno a mio padre, questo sì, questo lo rimpiango. Ma non rovinatemi il trip, se no m&#8217;incazzo. Questa è la dose più figa che mi son fatto, se permettete.</p>
<p>Non torno indietro certo per quella faccia di merda di chi ha avuto la viltà di mettermi al mondo. Prima si è scopato per bene mia madre, ma non è tutto. Non gli è bastato. Ci ha pure lasciato a galleggiare tutti quanti in questa fogna. Grazie tante. È questo che dovrei dirgli? Bastardi!</p>
<p>Dovrei tornare  indietro per voi, figli di puttana?</p>
<p>Le fighe&#8230; ho capito dove volete arrivare. Ma io non ne ho bisogno. Visto che ci tenete, v&#8217;insegnerò un trucco. Si può arrivare al bello saltando quel passaggio, tutta la rottura di coglioni delle donne. Io ci ho dato un taglio. Be&#8217; c&#8217;è chi può, modestamente&#8230;</p>
<p>Quando scopri la chimica, sei salvo. Sei Dio, cazzo!</p>
<p>Modestamente, ce l&#8217;ho fatta. Io sono in paradiso. E voi crepate, stronzi!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mia madre che correva per le scale cercando di capire, di sentire: «Cos&#8217;è successo?» Ma il fiato era fermo in gola, allacciava le parole. Scendendo, risalendo le scale. Correndo con lentezza, la voce arrotolata, le gambe annodate&#8230; «Ho sentito qualcosa…» &#8230; i piedi&#8230;  «un rumore&#8230; » &#8230; pietrificati&#8230; «Perché i piedi sono così freddi?» Non un rumore, un grido.  «Mi avete chiamata?» I piedi pesantissimi. Un corpo scomposto, un grido disarticolato, caduto giù per le scale&#8230; Scendendo, non più salendo, solo scendendo&#8230; «Non sarà&#8230;?» Il corpo ghiacciato. «Fulvio! Martina!» Credevo fosse un tuffo, non una scivolata. Quando uno salta sugli scogli e sta provando&#8230; salta sui lastroni&#8230; «Martina!» Credevo fosse una finta, non una caduta&#8230; «Non è possibile!» Una passeggiata, non una corsa. «C&#8217;era qualcuno con te, se no&#8230; » Saresti capace&#8230; «Dov&#8217;eri?» Soltanto una stupida&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Greta Thunberg e il mondo che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Thunberg]]></category>
		<category><![CDATA[leader]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi Un&#8217;asceta che in altri tempi sarebbe stata considerata una piccola santa? San Francesco in versione laica e moderna? Una novella Antigone che si appella a leggi non scritte le cui radici affondano in un sentimento di empatia e rispetto verso tutti gli esseri viventi? Greta si discosta molto dal modello di attivista [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p>Un&#8217;asceta che in altri tempi sarebbe stata considerata una piccola santa? San Francesco in versione laica e moderna?</p>
<p>Una novella Antigone che si appella a leggi non scritte le cui radici affondano in un sentimento di empatia e rispetto verso tutti gli esseri viventi?</p>
<p>Greta si discosta molto dal modello di attivista politico sessantottino, il quale mirava allo sdoganamento di comportamenti repressi e di nuove libertà individuali. &#8220;Vietato vietare&#8221; era uno dei motti liberatori dell&#8217;epoca.</p>
<p>Il modo di porsi di Greta pare modellato su un altro tipo di morale. Si percepisce motivato da un forte legame con la natura, che i popoli nordici coltivano da sempre, come pure da una tradizione culturale e religiosa protestante, che responsabilizza molto i singoli, che richiede fermamente coerenza e rigore. Perché parlo di una tradizione religiosa? La sua attenzione è rivolta al pianeta vivente, non unicamente alla società. Greta è anche vegana, per esempio, probabilmente non solo per motivi strettamente ecologisti. Questi in molti casi puntano a una semplice riduzione del consumo di carne e non necessariamente a una rinuncia completa (vedi Greenpeace e altre associazioni). Greta è una figura ascetica che potrebbe sembrare d&#8217;altri tempi. Ma riproponendo l&#8217;antica questione del limite, dell’autocontrollo, particolarmente avversata dalle società iperproduttive in cui viviamo, riporta sulla scena abitudini improntate alla parsimonia che evidentemente non si possono dimenticare o trascurare, in quanto favoriscono gli equilibri dell&#8217;ecosistema.</p>
<p>Per non compromettere il già difficile rapporto uomo-natura, il suo impegno è esteso a tutto campo. Dice come è attenta nell’alimentazione, nei viaggi, negli acquisti. La coerenza è una parte fondamentale della sua immagine e del suo carisma: è grazie a questa coerenza inflessibile che riesce così convincente.</p>
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<p>L’altro lato della medaglia, l’intransigenza, viene lasciato un po’ più nell’ombra poiché probabilmente non così gradito agli occidentali viziati dal consumismo, mentre si preferisce enfatizzare il richiamo ai potenti. Forte delle sue virtù inattaccabili, infatti, è nella posizione giusta per lanciare strali ai potenti di tutto il mondo. Non manca di sottolineare comunque, rivolta a tutti noi: “Non si può essere sostenibili solo in parte: o si è sostenibili o non lo si è”.</p>
<p>Nel momento in cui potrebbe rischiare di essere presa in antipatia (non per sua colpa ma perché il messaggio che porta contiene una sua severità) entra in gioco un aspetto che la differenzia da celebri figure di censori del passato, nell’iconografia anziani e accigliati. L&#8217;aspetto esteriore quasi infantile, delicato, e la giovane età non solo alludono chiaramente all’innocenza; si prestano pure a suggerire l&#8217;impressione che Greta sia facilmente controllabile e manipolabile, una specie di Pippi Calzelunghe che si può far comparire e scomparire all’occorrenza come il personaggio di un cartone animato. E&#8217; stata questa una delle fortune del movimento: la parvenza innocua, per cui i capi politici maggiori del pianeta e le istituzioni internazionali l&#8217;hanno accettata, inclusa nelle foto di gruppo dei vertici al fine di mostrarsi amici del clima, contribuendo così alla propaganda delle sue idee. Il movimento ne ha ricavato pubblicità ma un evidente rischio di strumentalizzazione. Un esempio, l&#8217;incontro di Davos del gennaio 2020: alla presenza della finanza internazionale, l&#8217;icona-Greta figurava a garanzia di un interesse diffuso per la sostenibilità, largamente smentito dai fatti, se si va a controllare la percentuale effettiva degli investimenti finanziari delle banche nelle rinnovabili o nel fossile. Probabilmente fa piacere a tutti, potenti e popoli sparsi per un mondo che si regge ancora in discreto equilibrio strategico dopo il secondo conflitto mondiale (gettiamo un velo sulla lotta inesausta fra potenze medie e grandi, che, pur mantenendosi a intensità contenuta, ha prodotto terribili guerre mai finite; sulle ripetute crisi economiche; sulle ingiustizie sociali planetarie), l&#8217;illusione che la conversione ecologica o addirittura un cambiamento di modello di sviluppo possa avvenire in modo graduale, pacifico, razionale, progettato nei dettagli e organizzato, con costi contenuti.</p>
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<p>Un leader tipo Che Guevara immagino suscitasse tutt’altra impressione sui suoi contemporanei: un comandante, un soldato. Agitando l&#8217;immagine di Greta credo che sia lo spettro dei conflitti e delle rivoluzioni che soprattutto si desideri tenere lontano.</p>
<p>Non c’è neanche da parlarne: non siamo a quel punto. Tutti sperano di non arrivarci e si concentrano sulla green economy. Sarà possibile attraversare la crisi climatica con alcuni accorgimenti tipo auto elettriche anziché inquinanti, cibo bio anziché da allevamento, locali plastic free, sigarette elettroniche e così via? Sarà sufficiente continuare a consumare scegliendo semplicemente merci un po’ meno dannose oppure occorreranno scelte drastiche anche a livello personale? Lo stile di vita viene chiamato in causa dallo stato di emergenza e dalle evidenti difficoltà a correre ai ripari con politiche globali radicali: è la volta dell’individuo a essere esaminato, interrogato, sanzionato. Se è vero che il consumismo è distruttivo, un cambiamento delle nostre abitudini, vizi e capricci è inevitabile. Dobbiamo metterlo in conto.</p>
<p>Amitav Ghosh tuttavia osserva: &#8220;Negli ultimi tempi, molti attivisti e persone sensibili hanno cominciato a definire il cambiamento una <em>questione morale</em>. E&#8217; una sorta di ultima spiaggia, dato che appelli di altro tipo non hanno prodotto un&#8217;azione concertata sul cambiamento climatico. E così, per uno sgambetto del destino, la coscienza individuale è vista sempre più come il campo di battaglia privilegiato di un conflitto che è invece palesemente globale e richiede un&#8217;azione collettiva: è come se, esaurita ogni altra risorsa democratica, non restasse che la morale.&#8221; (<em>La grande cecità</em>, Neri Pozza, Vicenza 2019). Lo scrittore rimarca il problema del progressivo depotenziamento democratico nei Paesi occidentali quando dice che sono ormai &#8220;per molti versi <em>spazi postpolitici</em> gestiti da apparati di vario tipo. Per molte persone, ciò crea un angosciante senso di smarrimento, che si manifesta in un desiderio sempre più disperato di recuperare una vera democrazia partecipativa.&#8221; (162) In realtà secondo lo scrittore indiano nel cambiamento climatico giocano un ruolo decisivo i Paesi dell&#8217;Anglosfera (Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda), i quali ostentano indifferenza o negazionismo nei confronti dell&#8217;allarme ambientale per difendere il loro elevato standard di vita, restando dell&#8217;opinione che alla peggio i costi di questa scelta ricadranno come già in passato su una parte dell&#8217;umanità che non coincide con la loro.</p>
<p>Potrebbe essere che Greta anticipi lo stile di vita della decrescita che verrà, felice o infelice che sia. E&#8217; molto probabile che una crescita continua e inarrestabile registrerà una battuta d’arresto, prima in alcuni Paesi che in altri ma a lungo andare diffusamente. L&#8217;esplorazione dello spazio non ha portato al reperimento di maggiori risorse e quelle che abbiamo, sempre più ridotte a causa della corsa all’accaparramento e allo sfruttamento sregolato, sono quelle dell&#8217;unico pianeta che abitiamo. Con l&#8217;aumento demografico e le migrazioni, inoltre, tali risorse andranno sempre di più distribuite. Mentre la sovrabbondanza di merci si trasforma rapidamente in rifiuti che non si sa più dove stoccare, come disperdere nella maniera meno pericolosa possibile. La società del boom economico, a poco più di cinquant&#8217;anni dal suo nascere, la vediamo degenerare a vista d&#8217;occhio in una società i cui eccessi non si riescono più a contenere, i cui rifiuti la natura non ha il tempo di riassorbire e che vanno a soffocare, ridurre, compromettere gravemente la capacità rigeneratrice della Terra.</p>
<p>Vedo dunque Greta ben più di una piccola santa adolescente: è simile a un angelo (intendendo il termine secondo l&#8217;etimologia greca), l&#8217;annunciatrice di un&#8217;era completamente diversa che sta per iniziare.</p>
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		<title>Se l&#8217;io è una proliferazione immaginaria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/23/se-lio-e-una-proliferazione-immaginaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2020 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi Se l&#8217;io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p>Se l&#8217;io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di cemento armato, «puoi star sicuro che ti vendo un buon prodotto, tenuto insieme dal rigore sintattico e da una logica ferrea. Sei sicuro che non ti si sfascerà fra le mani privo di senso.» Il modello del cemento armato è probabilmente il modello con cui sono costruiti questi parallelepipedi romanzeschi che promettono la tenuta realistica di matrice ottocentesca, senza infiltrazioni o bolle d&#8217;aria, cioè senza nulla che minacci la coesione interna, neanche un piccolo dubbio. Blocchi pieni di parole tenute insieme con griglie d’acciaio, forse per far fronte all&#8217;elevata competizione: si sa, un vaso di coccio non viaggia bene in mezzo a vasi di ferro. Ecco, queste narrazioni in cui ogni personaggio ha un suo carattere definito, un suo destino inscritto nel carattere, o in cui entrano in relazione soltanto delle maschere sociali più o meno stereotipate, ci dicono qualcosa di appena un po’ diverso da un saggio sociologico. Un saggio di sociologia o di economia ha il vantaggio che può entrare maggiormente nei dettagli, può fornire risposte più precise e argomentate sul contesto sociale in cui viviamo. Ma perché anche nella prosa d&#8217;immaginazione vengono riproposti schemi rigidi, assertivi, convenzionali simili a fortini inattaccabili? Come a dire: «Non ti vendo un libro, ti vendo un piccolo fortino in cui trincerarti contro tutte le tue paure».</p>
<p>A parte il discorso meramente commerciale, suppongo che conti anche il punto di arresto cui erano arrivati gli esperimenti stilistici del Novecento. Afasia, incomunicabilità, rimozione, inconscio, alienazione, poliedricità&#8230; scogli pressoché insormontabili di fronte a cui si è trovato colui o colei che volesse diventare narratore o narratrice dalla seconda metà del secolo scorso in poi. Il <em>nouveau roman</em>  o &#8220;romanzo dello sguardo&#8221; negli anni cinquanta e sessanta aveva aggirato il problema, cercando di evitare come la peste l&#8217;interiorità e decidendo di osservare tutto dall&#8217;esterno (lasciando al massimo intuire un&#8217;interiorità appena accennata, dal momento che l&#8217;oggetto che viene descritto è comunque scelto fra tanti altri e quella scelta rimanda pur a una volontà, a uno stato d&#8217;animo o a un affetto). Per chi si accontenta&#8230;</p>
<p>Un romanzo è costituito sostanzialmente dalle relazioni fra i personaggi, quindi il personaggio-uomo è in gioco, c&#8217;è poco da fare. Difficile metterlo fuori campo. Ma come rappresentare la sua mente (volubile, mutevole, addirittura parzialmente inconscia)?<br />
Questa è la sfida letteraria che lo straordinario secolo che abbiamo alle spalle ci ha lasciato.</p>
<p>«Ma la storia non si fa con i se,» potrebbe rispondere un ipotetico scrittore marxista che desideri esporre una narrazione del mondo essenzialmente in chiave di conflitto di classe, mettendo in luce soprattutto i rapporti di forza in cui sono immersi i gruppi sociali; un marxista scrittore, che si ostini a mettere in pratica i suoi ideali fabbricando romanzi, ben conscio tuttavia che la stragrande quantità della popolazione cui intende rivolgersi non legge o, se legge, preferisce fumetti, gialli, libretti Harmony o best-seller simili ad Harmony formato gigante, con più pepe, i Big Mac degli scaffali. Questo scrittore che suppongo marxista potrebbe obiettare: «Lasciamo perdere mamma e papà, squilibri nevrotici (che riguardano la solita maggioranza della popolazione su cui è meglio gettare un velo pietoso), deragliamenti psicotici (in genere confinati nei reparti ospedalieri), roba per medici, roba per poveretti che non ce l&#8217;hanno fatta a diventare combattenti per una società migliore, che non sono all&#8217;altezza delle sfide della storia. Chi ce l&#8217;ha fatta ha il compito d&#8217;illuminare la strada. Nella storia che cosa resta delle molteplici ansie e vicissitudini umane? Una serie di fatti concatenati fra loro da cause che sono state appurate. Questi fatti vengono esposti dagli storici in modo che trapeli tutto il lavorio di attività, progetti, aspirazioni dei vari gruppi sociali. Analogamente, nelle trame romanzesche la cosa più importante è narrare alcuni fatti e lasciar emergere, dietro a questi, i rapporti che intercorrono tra figure sociali in equilibrio, competizione o contrasto fra loro.» Si può rintracciare sicuramente qualche trama in cui questi rapporti intercorrono per esempio tra un capitalista dal volto umano, coraggioso proprietario di una piccola azienda, il rampante spregiudicato e fedifrago, e il precario intelligente ma condannato a non emergere per destino di classe squattrinata e per mitezza di carattere; le donne, come al solito, in ruoli ancillari di contorno, deputate esclusivamente alla continuazione biologica della specie, cioè a fare figli.</p>
<p>L&#8217;autore ipotetico marxista può levarsi quindi con agilità e obiettare al mio attacco polemico (e invidioso) contro molti romanzi odierni, paragonati a blocchi di cemento armato fitti di parole e personaggi unidimensionali, che gli stessi romanzi possono essere piuttosto paragonati a esplosivi al plastico, necessariamente ben congegnati e collaudati per smuovere le coscienze dei lettori e mandare in mille pezzi i Big Mac dell&#8217;editoria!</p>
<p>Di fronte all&#8217;obiezione politica non mi resta che concludere: tra il discorso di Freud e quello di Marx, in Italia ha circolato di più e abbattuto le convenzioni in special modo quello di Marx&#8230;</p>
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		<title>Conversazione con Ezio Sinigaglia sui suoi due romanzi Eclissi e Il Pantarèi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di Eclissi (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che Il pantarèi (ora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><em>All’inizio si pone una questione di metodo. “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Era inesplicabile a lui stesso. Eppure era il progetto più forte e preciso che avesse mai formulato in vita sua.”: così l’incipit di </em>Eclissi<em> (Nutrimenti, Roma 2016, pag 7). Allo stesso modo si potrebbe ipotizzare che </em>Il pantarèi<em> (ora riproposto da TerraRossa edizioni, Bari 2019, a quasi trentacinque anni dalla prima edizione – SPS-Sapiens, Milano 1985) punti all’oscurità, alla complessità tipiche dei maggiori romanzi del Novecento, per cogliervi un’indicazione su come proseguire il lavoro in questo che diviene un genere completamente diverso nel secolo che ci precede.</em></p>
<p>Non è certo arbitrario questo parallelo metodologico o, se vogliamo, progettuale fra i miei due soli romanzi finora pubblicati. In più di un’occasione ho lasciato capire che l’incipit di <em>Eclissi</em>, “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce”, appeso lassù in cima alla prima pagina come un esergo, è anche una dichiarazione d’intenti, una promessa fatta al lettore più attento, o viceversa un monito rivolto a quello più frettoloso e meno disposto all’avventura. In questo senso, dunque, il progetto di Akron, il protagonista, coincide con il progetto dell’autore, ed è quindi lecito ipotizzare che non si tratti di un progetto isolato, ma che per l’autore scrivere voglia dire proprio questo: tuffarsi nelle tenebre per sfruttare la sorprendente potenza che una flebile luce può assumere quando è circondata dall’oscurità più totale. Perché naturalmente la luce che noi (intendo noi poveri artigiani della scrittura, che non osiamo più nemmeno chiamarci artisti), la luce che noi, dicevo, nella migliore delle ipotesi, riusciamo ad accendere è una fiammella davvero minuscola, come quella di un cerino, e dunque può essere di qualche utilità soltanto nelle tenebre assolute. Ma non credo che questo principio, nel quale adesso – a settant’anni – mi sembra condensarsi il segreto stesso della letteratura, mi fosse così chiaro a ventott’anni, quando concepii il progetto del <em>Pantarèi</em> e mi accinsi a realizzarlo. Il mio movente di allora era piuttosto, come ho cercato di chiarire nella Prefazione a questa seconda edizione, l’ambizione di dimostrare che il romanzo non era affatto morto. Certo, per realizzare un simile progetto era necessario calarsi a fondo dentro la vicenda del romanzo del Novecento e aprirsi una strada fra i cespugli dei suoi apparenti paradossi fino a trovare un filo di coerenza da seguire. Il che equivale forse a dire che occorreva inabissarsi nell’oscurità fino a cogliervi una piccola luce. Di questo però non ero consapevole a quei tempi: credo di essermi lasciato guidare dall’istinto o, se preferisce, dalla mia passione di lettore, che era già forte e consolidata, e dalla mia vocazione di scrittore, che cominciava ormai a palpitarmi sottopelle. In fondo il progetto del <em>Pantarèi</em> è nato nella mente di un ragazzo che, fino ad allora, aveva avuto della letteratura un’esperienza esclusivamente passiva: una mente ingenua e avventata, anche se provvidenzialmente armata di senso critico e ironia. Eppure questo romanzo si colloca così armoniosamente all’inizio del mio percorso, lungo e accidentato, di scrittore, che si direbbe un esordio studiato <em>a posteriori</em>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A pagina 98 del </em>Pantarèi<em> in un momento di esaltazione il narratore protagonista leva una preghiera a padre Joyce: “Lode a te, organismo uno e trino. Gloria al padre intelletto, al cuore figlio e alla santa spiritualità del corpaccio nostro gaudente e dolente. Padre Joyce che sei nei cieli, posa i tuoi occhi sofferenti su di noi, […] Amen.” Se non bastasse questa dichiarazione di poetica, </em>Il pantarèi<em> </em><em>si dimostra nel complesso joyciano: molte sono le parti di flusso di coscienza, le variazioni stilistiche di capitolo in capitolo, i giochi di parole, i termini-macedonia sintesi di più vocaboli, la radicale opposizione al linguaggio semplificato in auge nell’attuale industria editoriale. Nel romanzo successivo, </em>Eclissi<em>, </em><em>è stata invece rintracciata da vari commentatori soprattutto l’influenza di Proust. Verso quali Maestri si sente in particolare debitore?</em></p>
<p>I due autori che lei cita, Joyce e Proust, costituiscono in effetti, con Svevo, la mia personale trinità letteraria: sono cioè i tre grandi sulle cui pagine mi sono formato come romanziere. Di conseguenza rappresentavano anche, per me, a quel tempo, tre padri, tre ingombranti modelli dai quali era necessario che mi allontanassi se volevo conquistare una mia autonoma personalità di scrittore. <em>Il pantarèi</em> mi ha offerto la preziosa occasione di separarmene mentre rendevo loro omaggio. Ciò detto, non posso negare che Joyce abbia nel <em>Pantarèi</em> un ruolo privilegiato, che sia una sorta di <em>primus inter pares</em>. E la buffa preghiera che Stern gli rivolge ne è la prova. La conferma viene da questa frase rivelatrice: “Ricordagli che, come tu hai stabilito, non vi sarà altro romanzo dopo di te.” Insomma, l’ho dichiarato esplicitamente: la mia intenzione di dimostrare che il romanzo non era morto, che al contrario aveva ancora un futuro, era principalmente una sfida a Joyce. Era una sfida ad armi impari, si capisce, ed era anche una dichiarazione d’amore. Ma, proprio come il mio protagonista Stern, io rifuggo, in ogni campo, dalle unioni monogamiche. Perciò l’amore da me portato a Joyce in quella mia stagione non esclude affatto, e neppure ridimensiona, l’amore per gli altri miei modelli. <em>Il pantarèi</em> è tutto un gioco a rimpiattino fra discorso esplicito sul romanzo del Novecento e discorso nascosto, crittografato, sullo stesso tema. Ciascuno degli otto autori trattati nel romanzo ha a sua disposizione un capitolo in cui si parla di lui nella parte saggistica e si celebra qualcosa di suo nella parte narrativa. La cosa è tutt’altro che scoperta, anzi, spesso è ben celata, ma chi ha pazienza (e una buona conoscenza degli autori in questione) se ne può sincerare. Ora, la maggior parte degli autori compare soltanto nel suo capitolo “di pertinenza”, Svevo e Proust affiorano invece in vari luoghi, anche – per così dire – in casa d’altri, e per finire Joyce mette lo zampino un po’ dappertutto. Posso aggiungere che il progetto del <em>Pantarèi</em>, che già accarezzavo da diversi anni, si fece più concreto grazie a una memorabile rilettura dell’<em>Ulisse</em>, durante una vacanza fuori stagione in Liguria, fra il settembre e l’ottobre del 1976. Quindi: sì, è vero, nel <em>Pantarèi</em> Joyce è <em>primus inter pares</em>. La stessa cosa accade, a ruoli in parte rovesciati, in <em>Eclissi</em>, dove il nume tutelare è Proust (la svolta irreversibile della narrazione è legata a un’irruzione violentissima di un ricordo involontario nella coscienza del protagonista), ma anche Joyce e Svevo ricevono i loro debiti omaggi, grazie all’occhieggiare continuo, dal passato, di Trieste e del suo dialetto (che Svevo parlava ogni giorno e che Joyce ha consacrato, facendone una delle tessere del mosaico linguistico di <em>Finnegans Wake</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Uno dei più pesanti attacchi alla struttura del romanzo positivista da parte del romanzo moderno è quello al narratore onnisciente, come ben messo in luce a pag 63 del </em>Pantarèi<em>. Tuttavia </em>Eclissi<em> è interamente scritto in terza persona, nonostante l’abbondante uso dell’indiretto libero, e </em>Il pantarèi<em> </em><em>in parte: come mai questa fedeltà alla terza persona?</em></p>
<p>Il ricorso alla terza persona non esclude affatto il sovvertimento della regola ottocentesca del narratore onnisciente. Un esempio mirabile di romanzo scritto in terza persona e dove nondimeno tutto è raccontato esclusivamente dall’interno della coscienza dei personaggi è <em>Mrs Dalloway</em> di Virginia Woolf, grandissima scrittrice che non figura nel canone del <em>Pantarèi</em> soltanto perché, nella particolarissima prospettiva critica del mio romanzo-saggio, ho inevitabilmente privilegiato il tema della destrutturazione del genere romanzo rispetto a ogni altro. <em>Mrs Dalloway</em> non è il solo esempio di questo tipo nella produzione di Woolf. Tutt’altro. Lo scelgo perché le sue modalità di scrittura sono facilmente descrivibili e l’effetto di novità (il romanzo, uscito nel 1925, è di soli tre anni posteriore all’<em>Ulisse</em> di Joyce) macroscopico. Qui abbiamo una voce narrante che dobbiamo per forza definire “esterna”, visto che non appartiene a nessuno dei personaggi del romanzo. Ma il suo modo di essere “esterna” è davvero curioso. Basta gettare gli occhi sulle prime due pagine del romanzo, che cito nella traduzione italiana di Nadia Fusini (<em>La signora Dalloway</em>, Feltrinelli, Milano 1996), per farsene un’idea. All’inizio del romanzo Clarissa Dalloway sta uscendo di casa. La prima frase che leggiamo (“La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.”) non ci dice nulla di quel che sarà di questa terza persona, delle sue trasformazioni repentine e infinite. Ma già dopo sette-otto righe cominciamo ad averne un assaggio: “Che gioia! Che terrore! Sempre aveva avuto questa impressione, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda …”. La voce narrante è entrata nella testa della protagonista e ne sfoglia i pensieri, i ricordi, ne capta le sensazioni di gioia, di freddo, il piacere tattile dell’aria che la tocca, che la bacia come un’onda. Se poi voltiamo pagina e ci accontentiamo semplicemente di leggere le prime righe della seconda, possiamo cogliere con poco sforzo qualcosa di veramente nuovo: “Si irrigidì appena sul marciapiede, aspettando che passasse il furgone di Durtnall. Una donna affascinante, pensò di lei Scrope Purvis (che la conosceva come ci si conosce tra vicini a Westminster); somigliava a un uccello, a una gazza verde-azzurra, esile, vivace, malgrado avesse più di cinquant’anni, e le fossero venuti tanti capelli bianchi dopo la malattia.” Non è meravigliosa questa mossa che un uso nuovo della terza persona consente a Virginia Woolf? Quelle notizie banali, eppure preziose, forse indispensabili, che uno scrittore fornisce solitamente circa l’aspetto fisico del suo personaggio ci vengono trasmesse, in virtù di un invisibile gioco di prestigio, attraverso i pensieri di un altro personaggio, un personaggio minimo, che di lì a poco uscirà di scena, ma il cui cervello è stato visitato per un istante dal microbo della voce narrante come per un misterioso contagio. Questo micro-organismo continuerà a saltare di cervello in cervello per tutto il romanzo, incarnandosi via via in una serie di personaggi dei quali il lettore verrà a conoscere il pensiero <em>dall’interno</em>. Ecco perché dico che la scelta della prima o della terza persona diventa indifferente, una volta che si è fatta, a monte, la scelta ben più radicale di un punto di vista interno alle coscienze. L’una e l’altra, prima e terza persona, hanno i loro vantaggi e i loro limiti. Lo stesso Joyce, nell’<em>Ulisse</em>, non sceglie la prima persona, ma una terza instabile, mobilissima, che tende a trasformarsi di continuo in prima: per un istante, come accade spesso, o per un intero capitolo, come nel celebre monologo finale di Molly Bloom. Dei romanzi di cui si parla nel <em>Pantarèi</em> soltanto tre (la <em>Recherche</em> proustiana – con l’importante anomalia di <em>Un amore di Swann</em> –, <em>La coscienza di Zeno</em> di Italo Svevo e <em>Morte a credito</em> di Céline) presentano un Narratore in prima persona che è anche il protagonista della storia. Perciò non c’è nulla di strano nel fatto che <em>Il pantarèi</em>, sorta di beffardo “estratto Liebig” del romanzo del Novecento, sia scritto prevalentemente in terza persona, con frequenti scivolamenti nella prima. L’uso della terza persona mi offriva fra l’altro il grande vantaggio di poter mettere in scena un gioco di specchi fra me stesso, il mio sdoppiamento in autore del romanzo, la figura di Stern come eventuale doppio dell’autore, l’autore dei saggi come doppio di Stern, e ancora Sax – protagonista del romanzo incompiuto di Stern – come altro doppio di Stern lontano anni luce dal primo, e di insinuare così nell’aria del libro un altro dei temi cruciali del romanzo del Novecento: il problema dell’identità, sul quale s’impernia l’intera opera di un grande autore come Max Frisch che – pur non potendo a sua volta figurare nel canone del <em>Pantarèi</em> – meritava certo di essere evocato. La prima persona l’ho usata in un inedito che mi sta particolarmente a cuore, <em>Sciofì, Fifì e l’Amor</em>, perché lì mi era indispensabile. <em>Eclissi</em> è un romanzo per il quale ho scelto una voce narrante ingannevolmente tradizionale, che è classica nella forma e si lascia credere onnisciente nella natura, ma che viene a tal punto intaccata e incrinata dal multilinguismo dei personaggi (ci sono cinque lingue diverse in quel piccolo libro) da trasformarsi nell’officina stessa della mia sperimentazione letteraria.</p>
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		<title>Chi balla sul tetto con le infermiere?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/15/balla-sul-tetto-le-infermiere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[roberta salardi]]></category>
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		<category><![CDATA[Ventriloquio della crisi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi ( pubblico questo brano tratto dal romanzo di Roberta Salardi Ventriloquio della crisi, Milano, Effigie, 2017, g.m.) &#8220;Ragazzi, volete sapere l&#8217;ultima?&#8221; &#8220;Be&#8217;… ragazzi… adesso non esageriamo….&#8221; &#8220;La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!&#8221; &#8220;Stai scherzando? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberta Salardi</strong></p>
<p><em>( </em>pubblico questo brano tratto dal romanzo di Roberta Salardi <em>Ventriloquio della crisi, </em>Milano, Effigie, 2017, g.m.)</p>
<p>&#8220;Ragazzi, volete sapere l&#8217;ultima?&#8221;</p>
<p>&#8220;Be&#8217;… ragazzi… adesso non esageriamo….&#8221;</p>
<p>&#8220;La notizia merita un sussulto di entusiasmo e di ringiovanimento. Ragazzi, udite udite: le infermiere sono salite sul tetto! Stanno protestando contro le minacce di licenziamento!&#8221;</p>
<p>&#8220;Stai scherzando? Qualcuno ha parlato di licenziamenti?&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì. Girava voce di prossimi tagli del personale.&#8221;</p>
<p>&#8220;Non si sapeva quando però… Era un&#8217;ipotesi…&#8221;</p>
<p>&#8220;Recentemente è diventata più chiara, è stata formalmente espressa dall&#8217;azienda.&#8221;</p>
<p>&#8220;Aspetta aspetta… Sono salite sul tetto con gli zoccoli e tutto, proprio con la divisa e le scarpe da infermiere?&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma perché t&#8217;interessa?&#8221;</p>
<p>&#8220;Così… mi sembra piuttosto scomodo…&#8221;</p>
<p>&#8220;Sono salite con giacca a vento, sciarpe, cappelli per il freddo e addirittura delle piccole tende da campeggio perché hanno intenzione di dormire lì…&#8221;</p>
<p>&#8220;Che forza!&#8221;</p>
<p>&#8220;Una di loro è Graziella, la conosco. E&#8217; sola con due figli da mantenere. Ancora adolescenti. L&#8217;unico stipendio è il suo; sarebbe un grosso problema per lei restare improvvisamente senza lavoro…&#8221;</p>
<p>&#8220;Un&#8217;altra è Margherita, la conoscete? Ha quattro figli e un marito in cassintegrazione.&#8221;</p>
<p>&#8220;Il coraggio ti viene per forza in certi casi.&#8221;</p>
<p>&#8220;Sapete che vi dico? Dobbiamo aiutarle!&#8221;</p>
<p>&#8220;Dobbiamo armarci di forza e coraggio e andare anche noi sul tetto a portare la nostra solidarietà!&#8221;</p>
<p>&#8220;Forse è la volta buona che si torna giovani…&#8221;</p>
<p>&#8220;Mi sento già scorrere altro sangue nelle vene…&#8221;</p>
<p>&#8220;Saliamo, saliamo!&#8221;</p>
<p>&#8220;Andiamo a vedere!&#8221;</p>
<p>&#8220;Uniamoci alla lotta!&#8221;</p>
<p>&#8220;Andiamo a vedere chi c&#8217;è!&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le donne salivano sui tetti, i quasi-pensionati e i cassintegrati restavano sospesi a mezz&#8217;aria, in spaccata, da una situazione all&#8217;altra… Tutta quell&#8217;aria fresca aveva schiarito le idee. Le idee erano molto più chiare adesso, e anche i progetti.</p>
<p>&#8220;Ma che dici? Questo è solo un chiacchiericcio, cicaleccio, ventriloquio collettivo, scilinguagnolo, scioglilingua… blablabla… parole vuote… tutto fumo e niente arrosto… Qua non si combina niente…&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma che vuoi combinare?&#8221;</p>
<p>&#8220;Questo lo dici tu, che non si combina niente… Ragazzi, andiamo!&#8221;</p>
<p>&#8220;Andiamo a portare la nostra solidarietà!&#8221;</p>
<p>&#8220;Il nostro aiuto!&#8221;</p>
<p>&#8220;Siamo qui! Ci siamo anche noi!&#8221;</p>
<p>Qualcuno si era portato anche la bandiera, ma quella coi pesci, con tanti pesci piccoli che mangiano il pesce grosso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un discreto gruppetto di pensionati era riuscito a raggiungere le nostre eroine e si era fatto spiegare il perché e il percome.</p>
<p>Volevano lasciarne a casa un bel po&#8217;, circa la metà. Qualcuno parlava addirittura di chiudere prima o poi la struttura perché rendeva poco, dava molte spese che non si sapeva per quanto tempo ancora si potevano sostenere. I posti letto comunque dovevano essere ridotti. Per un certo numero di degenti era previsto il trasferimento in una struttura più grande (un posto dove nessuno voleva andare perché troppo grande, una specie di casermone grigio e malfamato con dentro troppi pazienti tutti trascurati, si diceva, forse legati e picchiati…).</p>
<p>&#8220;Andiamo a dar manforte!&#8221;</p>
<p>&#8220;Ne va anche di noi!&#8221;</p>
<p>Mia figlia era accorsa e seguiva da vicino la situazione. Un po&#8217; si teneva in contatto col telefonino un po&#8217; ci veniva a trovare.</p>
<p>Alla fine anche i più coraggiosi dei vecchietti salirono a far tremare le tegole (perfino le tegole tremavano per paura di un&#8217;imprevedibile caduta!). Io no perché ero in carrozzella, ma li sostenevo dabbasso con un bel po&#8217; di fiato quando si trattava di parlare nell&#8217;altoparlante. La voce certo non mi manca.</p>
<p>Tutte le antenne erano puntate sul gruppetto dei coraggiosi facinorosi.</p>
<p>Ciononostante, qualche maligno malignava: &#8220;Macché occupazione e occupazione… Quelli sono saliti all&#8217;ultimo piano a ballare con le infermiere! Li sento io che cantano e ballano tutto il giorno…&#8221;</p>
<p>Non era vero. Tutte le antenne, i giornali e i telegiornali erano puntati sui ribelli, non più ribelli al voto ma ribelli ai tagli e ai licenziamenti.</p>
<p>Nei momenti di massima adesione della folla io impugnavo il megafono e facevo il mio discorso molto incoraggiante.</p>
<p>Non bisognava perdere il coraggio e le energie.</p>
<p>Si organizzarono turni per sostituire temporaneamente le nostre eroine. Salì pure qualche mamma con i bambini al collo (mogli di alcuni infermieri). Così ci fu un momento che donne, vecchi e bambini erano gli eroi della situazione.</p>
<p>Qualcuno continuava a non crederci e diceva che erano favole, discorsi di una vecchia arterioscheletrica…</p>
<p>Macché arterioscheletrica e arterioscheletrica! Pensate pure quello che vi pare, ma c&#8217;erano le tivù a documentare il tutto e anche di più: l&#8217;osabile e il non osabile, il facile e il difficile, il pensabile e il fattibile.</p>
<p>Una volta il ritornello era Silviocè; adesso era diventato lacrisicè. Si lasciava andare il disco tutto il giorno.</p>
<p>Una cosa molto seria, da prendere sul serio ma anche un po&#8217; allegramente.</p>
<p>Tant&#8217;è vero che si faceva festa. Ci arrivavano torte e manicaretti fatti dalle madri di famiglia per tenerci su. Le amiche delle infermiere e le figlie dei vecchietti saliti agli onori della cronaca ci mandavano ogni giorno nuove prelibatezze fatte in casa con amore e con risparmio.</p>
<p>E se qualcuno diceva: sul tetto ci sono i pensionati che ballano con le infermiere, poteva anche essere vero, tale era l&#8217;entusiasmo che ci aveva preso…</p>
<p>Voi non ci crederete ma io mi divertivo un mondo.</p>
<p>Si raccontava che nelle tende del presidio, in quei piccoli iglù piantati da settimane al freddo e al gelo di notte non c&#8217;era certo da star bene; ed era vero; ma di giorno in compenso c&#8217;erano sempre tante cose da pensare e da organizzare e le malinconie ce le scordavamo tutte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eravamo noi le antenne, puntate con tutti i nostri sensi verso il futuro. Ero io la disc-giocchei della situazione. Non ridete, la cosa era massimamente seria, un divertimento serio e pure allegro.</p>
<p>Ero in onda su tutti i canali, su tutti gli schermi, reali e immaginari.</p>
<p>&#8220;Be&#8217;, ora non esageriamo!&#8221;</p>
<p>Ero l&#8217;antenna più sensitiva, più intuitiva di dove si stava dirigendo il mondo come un dirigibile o mongolfiera… Stava salendo il suo quoziente di gradimento e anche il suo quoziente d&#8217;intelligenza secondo me. Stava prendendo quota un mondo bellissimo mai visto prima.</p>
<p>Ballare sul tetto come i gatti era diventata l&#8217;ultima specialità. Ma non pensate a una passeggiatina di quelle che fate abitualmente in cortile o ai giardinetti… Gioco di equilibrio e di squilibrio insieme, vertigine e massima concentrazione… Non bisognava perdere una sola battuta degli altoparlanti e dei protagonisti tutti, che erano tantissimi. Non bisognava lasciarsi sfuggire un qualunque nullissimo nonnulla.</p>
<p>Bastava poco per perdere di vista il quadro generale. E il quadro d&#8217;insieme era importante per dirigere il nostro dirigibile…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un partito prima delle elezioni ci aveva fatto parlare su un palco in una grande piazza. Era il partito dei grilli parlanti e saltanti. Capitò di vedere salti molto alti e acrobatici. Nessuno poteva immaginare il punto di arrivo…</p>
<p>Era un piacere finalmente che la storia si era messa a correre, aveva le ali ai piedi… Girava pure la testa per tutto quel vuoto, quello spazio nuovo che si aveva attorno al dirigibile o alla mongolfiera.</p>
<p>D&#8217;ora in poi potevamo votare con il compiuter e trovarci tutti nell&#8217;internèt.</p>
<p>Ma, ripeto, non pensate a cose che scorrono lisce lisce o a qualcosa del genere, a uno scivolare morbido da una cosa all&#8217;altra o di una cosa nell&#8217;altra…</p>
<p>La vertiginosa altezza che ci stava intorno ci spaventava pure qualche volta. La spericolatezza ci sbilanciava.</p>
<p>Non si guardava né su né giù.</p>
<p>Nei momenti della massima incertezza una sola immagine chiara ci veniva in mente: i nostri uomini politici, aggrovigliati e ammatassati insieme, che se ne andavano in un unico grosso nodo indistricabilmente annodato spazzato via da una scopa forsennata…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eravamo molto sbilanciati, spericolati, un po&#8217; teste matte, un po&#8217; agitatori dell&#8217;Anno zero, un po&#8217; agitati ed esagitati, un po&#8217; infervorati ed entusiasmati… Volevamo le cinque stelle e molte di più…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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