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	<title>roberto benigni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La lezione di storia di Benigni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:58:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Ripubblico questo articolo di Banti, uno dei migliori storici italici (e che, detto per inciso, ha scritto un eccellentissimo manuale per le scuole), per restituire la giusta dimensione all&#8217;intervento del non-più-comico toscano a Sanremo che ha ahimé suscitato plausi bipartisan, plausi che &#8211; quantomeno quelli non di destra, laddove quelli di destra sono naturaliter interessati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Ripubblico questo articolo di Banti, uno dei migliori storici italici (e che, detto per inciso, ha scritto un eccellentissimo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842110345/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842110345&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">manuale</a> per le scuole), per restituire la giusta dimensione all&#8217;intervento del non-più-comico toscano a Sanremo che ha ahimé suscitato plausi bipartisan, plausi che &#8211; quantomeno quelli <em>non di destra</em>, laddove quelli di destra sono <em>naturaliter </em>interessati a restituire una dimensione mitologica all&#8217;idea di Nazione &#8211; evidentemente non hanno saputo valutare la sua superficialità, la sua ignoranza di alcuni dati ormai acquisiti del dibattito storiografico, e dunque la sua nocività. Sui temi in questione Banti ha scritto, di recente, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842095346/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842095346&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Sublime madre nostra</a></em>. mr]</p>
<p>di <strong>Alberto Mario Banti</strong></p>
<div id="_mcePaste">Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che &#8211; con gentile soavità &#8211; insieme a Troisi scherzava su Fratelli d&#8217;Italia &#8230; Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell&#8217;Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l&#8217;esegesi dell&#8217;Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un&#8217;apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall&#8217;Inno. E &#8211; come ha detto qualcuno &#8211; ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.</div>
<div id="_mcePaste">Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia?<span id="more-38251"></span> Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt&#8217;altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell&#8217;Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l&#8217;infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po&#8217; che si va a scoprire in una sola serata televisiva.</div>
<div id="_mcePaste">Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori &#8211; stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all&#8217;Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l&#8217;azione politica degli ultimi quarant&#8217;anni.</div>
<div id="_mcePaste">Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?</div>
<div id="_mcePaste">E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull&#8217;altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l&#8217;idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l&#8217;idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l&#8217;idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l&#8217;integrità della nostra comunità.</div>
<div id="_mcePaste">Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com&#8217;è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l&#8217;identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che &#8211; in quanto diversi &#8211; sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l&#8217;esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c&#8217;è da restare veramente stupefatti.</div>
<div id="_mcePaste">Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell&#8217;internazionalismo, del pacifismo, dell&#8217;europeismo, dell&#8217;apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni &#8211; pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo &#8211; sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l&#8217;area geopolitica di riferimento.</div>
<div id="_mcePaste">Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell&#8217;Italia dal Risorgimento al fascismo.</div>
<div><em>(pubblicato sul manifesto, 20/2/2011)</em></div>
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		<title>Cartolina da Sanremo indirizzata a sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 20:48:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente. Gianni Morandi con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente.<span id="more-38240"></span> Gianni Morandi con il sorriso sempre uguale, sottolineato dalle poche rughe intorno agli occhi. Roberto Vecchioni che canta e vince con il vestito del prof di lettere. E Roberto Benigni, lui stesso e la sua arte che sembrano sottratti al tempo, capaci di volarci sopra, compiere il miracolo di far risorgere il Risorgimento. Abbiamo riconosciuto un nostro desiderio nell’onda di emozione condivisa con venti milioni di spettatori diventati concittadini. Abbiamo pensato che finalmente il festival era anche per noi e che per questa volta abbiamo vinto. Ma il tricolore e l’inno di Mameli non sono stati che la metafora del desiderio profondo che Benigni ha toccato. Vorremmo non sbattere più contro il muro dell’impossibilità di comunicare quando parliamo con colleghi, clienti, conoscenti, familiari. Siamo stanchi di essere così bloccati da divisioni che fanno male, stanchi di sentirci dire che non abbiamo nient’altro che la spocchia dei perdenti che si credono la parte migliore, stanchi noi stessi di vestire questo abito difensivo. Vorremmo un paese unito. E’ questo il miraggio che abbiamo sognato sintonizzati sul rito nazional-popolare del festival di Sanremo. Persino Luca e Paolo, il giorno dopo aver obbedito alla par condicio, hanno letto Gramsci, fondatore di un giornale che si chiama “L’Unità”. Cosa si può chiedere di più al palco del Teatro Ariston e a una trasmissione di Rai Uno?</p>
<p>Ho azzardato un “noi” per qualcosa che credo di condividere e capire. Capisco che ridiamo quando due col colbacco in testa prendono in giro i politici che dovrebbero rappresentarci, suggerendo che il solo che possa unire l’opposizione sia “Berlusconi comunista”. Capisco che appena ne sentiamo il nome in bocca ai due comici ci appaia come un atto liberatorio. E un po’ di par condicio, per quanto grottesca applicata alla satira, ci sembra nulla di eccezionale. Il numero su Saviano e Santoro è stato meno divertente dello sputtanamento di Gianfranco e Silvio. Fine, amen. Nessuno pare essersi accorto che quella gag batteva sugli stessi tasti dei giornali governativi, a partire dai bersagli scelti sino agli argomenti per colpirli. Saviano è il buono per definizione di cui sparlare è tabù. Ma gratta gratta, cosa dice? Che in Campania…. c’è la camorra! Banalità, cose che sapevamo. Santoro poi: quello manda il povero Ruotolo nei peggio posti d’Italia, mentre si tiene vicino la bella Giulia Innocenzi cui proprio pochi giorni fa Belpietro aveva comunicato di essere approdata a “Annozero” per meriti identici a quelli delle veline. In più, Santoro è da quindici anni che protesta che lo vogliono far fuori, mentre in realtà sta sempre lì. E mentre sghignazzi alla battuta, ti sei già scordato l’editto bulgaro, ossia i circa quattro anni in cui il conduttore era stato allontanato dalla Rai per volere esplicito di Berlusconi. Ma il punto più dolente è Gianfranco Fini, il capobranco sempre più azzoppato, messo alla berlina due volte consecutive. L’acclamato “ti sputtanerò” è stato più pesante della postilla successiva. Gianfranco e Silvio rappresentati come in un regolamento di conti in famiglia, che si tirano addosso fango a secchiate, fango che si equivale. Di nuovo, il benedetto appartamento monegasco che nella peggiore delle ipotesi sarà stato venduto da Alleanza Nazionale al genero, viene messo sullo stesso piano di uno scandalo culminato con l’imputazione di Berlusconi per due reati penali, dove in più ci sono favorite promosse a ruoli politici, nonché l’intera maggioranza parlamentare che ha avallato la palla della nipote di Mubarak. Inoltre Gianfranco Fini, nel momento in cui figura come colui che spara fango sul ex-alleato somiglia tanto a quel burattinaio di un piano eversivo quale è stato additato da Berlusconi. Non importa se qualcuno abbia mai visto sul “Secolo d’Italia” qualcosa che possa sembrare l’opposto e speculare alla campagna del “Giornale” sulla casa di Montecarlo. E’ la licenza degli artisti, la libertà dei comici.</p>
<p>Ma è una strana libertà, quella per cui puoi sfottere il premier solo se contemporaneamente colpisci un avversario. Se fai confusione, confusione sistematica, veicolando il messaggio che tutti hanno qualcosa di cui vergognarsi. Ridendo e scherzando, ti trovi perfettamente allineato con la linea di attacco dei fedelissimi. E infatti il successivo numero su Berlusconi, dove Luca e Paolo sono seduti a un tavolo con un fiasco di vino, a rappresentanza di un’ipotetica <em>vox populi</em>, non fa altro che smontare una per una le ragioni per cui il presidente del consiglio sarebbe condannabile. Le belle ragazze piacciono a tutti, avrei fatto anch’io così. Il problema non è l’abuso di una carica pubblica perché in Italia tutto funziona con il <em>do ut des</em>. Non ha mentito sino in fondo perché non ha mai nascosto che gli piace la vita allegra. Non ha mercificato le donne perché quelle lì erano consenzienti…Conclusione: stavolta gli è soltanto andata di sfiga. Una difesa a forma di presa in giro che nemmeno Ghedini e Ferrara insieme avrebbero saputo fare in maniera più credibile.</p>
<p>Voglio immaginare che Luca e Paolo non sanno ciò che fanno. Voglio credere che pensano di fare satira di costume, come hanno detto loro stessi, quando, pur affaticati dalle formalità bipartisan, hanno fatto satira politica a vantaggio di una parte precisa. Però tranquilli, non se n&#8217;è accorto nessuno: né noi, né loro, né il consigliere Rai di maggioranza Verro che li ha criticati o il consigliere di opposizione Rizzo Nervo che li ha difesi. Ernst Jandl, poeta sperimentale austriaco, ha scritto una poesia meno famosa di quella di Gertrude Stein che comincia così: “Alcuni credono/ che sestra e dinistra non si possano<span id="_marker"> confondere./ Che errore!”                   </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial; font-size: 12pt; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"> </span></p>
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