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	<title>Rocco Scotellaro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Zona d&#8217;ombra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2014 07:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza Percepire la civiltà greco-romana partendo unicamente dal suo mitico passato rimane un’abitudine tenace che è dura a morire, tanto è vero che è tuttora presente. Basti pensare all’Europa mediterranea immaginata dai teorici dell’école barisienne e da alcuni intellettuali della destra radicale. Un’entità mitica che non esiste poiché sia gli uni che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Percepire la civiltà greco-romana partendo unicamente dal suo mitico passato rimane un’abitudine tenace che è dura a morire, tanto è vero che è tuttora presente. Basti pensare all’Europa mediterranea immaginata dai teorici dell’<i>école</i> <i>barisienne </i>e da alcuni intellettuali della <i>destra radicale</i>. Un’entità mitica che non esiste poiché sia gli uni che gli altri confondono la rappresentazione della realtà – la sua immagine – con la realtà stessa.</p>
<p>Il Sud, oggi, appare come un’<i>ombra</i>, che, a sua volta, è coestensiva alle tenebre trasparenti che coprono il Mediterraneo, in cui signoreggiano da sempre i <i>demoni meridiani</i>. Il Mediterraneo assomiglia sempre più a una frontiera, che si estende da levante a ponente per separare l’Europa dall’Africa nonché dall’Asia Minore. Non è in alcun modo possibile considerare questo mare come un «insieme». Infatti, non si possono non tenere presenti sia le vecchie fratture e le antiche divisioni determinate dagli eventi storici del passato sia i recenti conflitti che lo dilaniano: in Siria, in Libano, in Palestina, in Egitto, in Libia, a Cipro, nel Magreb, nei Balcani.</p>
<p>Il Mediterraneo si è sempre configurato come un luogo di incontri, e, insieme, di scontri. Certo, sulle coste di questo mare hanno avuto luogo rare – ma anche significative e, a volte, preziose – <i>coabitazioni</i> fra culture diverse: la Sicilia normanna, la Spagna dei mori e la mitica civiltà catara. Nei porti di questo mare la «dimensione erotica» delle merci ha consentito, a dispetto delle scissioni e dei conflitti, di riannodare i rapporti fra i diversi popoli producendo contaminazioni nonché modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili. In questo senso, «i tenui prezzi delle sue merci» – dicono Marx ed Engels – sono diventate «l’artiglieria pesante con cui la borghesia abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero».</p>
<p>La storia di questo mare è costellata anche di scontri che hanno avuto come protagonisti sia gli Stati con la loro violenza organizzata sia gruppi di privati dediti alla pirateria. Di fatto nel Mediterraneo occidentale gli atti di pirateria – sia dei pirati tunisini e algerini sia dei corsari maltesi – sono terminati solo nella seconda metà dell’Ottocento in seguito alla colonizzazione europea delle coste settentrionali del continente africano.</p>
<p>La colonizzazione di quelle terre, col suo carico mostruoso di sfruttamento e di etnocidi, ha prodotto un risentimento che è tutt’oggi presente. Basti pensare all’attacco dei Senussi al consolato italiano di Bengasi del 17 febbraio 2006, in seguito alla provocazione messa in atto dal ministro leghista Calderoli. In quell’occasione, i Senussi si scagliarono contro un simbolo italiano poiché memori del genocidio compiuto nel 1930-31 dagli Italiani nei confronti del loro popolo. D’altronde, non va dimenticato che in Libia, dopo trent’anni di dominazione italiana, vi erano solo tre diplomati!</p>
<p>L’accelerazione della modernizzazione capitalistica, il conseguente venir meno dei vincoli sociali, l’esigenza di ricomporre il tessuto delle relazioni sociali e di ripristinare la comunità infranta, sono queste le situazioni che hanno contribuito a creare, nei Paesi che si affacciano sulla riva sud del mediterraneo, lo sfondo da cui si è originato il processo – innescato dalle insurrezioni della «Primavera araba» – di <i>islamizzazione della modernità</i> (fascismo islamico), che porterà alla <i>compressione</i> dell’effervescenza sociale.</p>
<p>Per di più, sulle coste africane del Mediterraneo è presente una popolazione in crescita, la cui età media è di appena venti anni e, viceversa, sulle coste europee del medesimo mare la popolazione ha un’età media di quaranta anni. Va da sé che gli abitanti della costa sud, visto il processo di desertificazione che investe le loro terre, cerchino una via di salvezza attraverso la migrazione in altri luoghi e, in particolare, attraverso i porti dell’Italia meridionale.</p>
<p>Qui la modernizzazione capitalistica ha ormai da tempo dissolto le forme di sociabilità della civiltà contadina. Il fantasma della merce signoreggia sulle altre ombre; combatte contro lo scambio asimmetrico; contrasta le attività ritenute inutili; dà valore <i>solo </i>al lavoro produttivo, a ciò che è <i>omogeneo</i> e <i>commensurabile</i>; cerca, infine, di trasformare gli individui in <i>monete viventi</i>. Si tratta di situazioni che costituiscono la struttura portante dell’immaginario che regna in modo sovrano nel mondo occidentale. In questo senso l’identità latino-mediterranea non è in alcun modo diversa dell’identità italiana in generale, poiché non ha alcuna attitudine autonoma ed è, comunque, riconducibile all’area della cultura occidentale.</p>
<p>Un giudizio questo che può imporsi con la sua limpida evidenza solo se si fanno i conti con il composito immaginario del Meridione: ossia col modo in cui la popolazione del Nord guarda al Sud; con il modo in cui gli abitanti del Meridione si autorappresentano; e, infine, con l’autentico modo d’essere del Mezzogiorno.</p>
<p>Gli abitanti del Nord ritengono che il Sud non appartenga alla modernità. Rappresenta ciò che di per sé è arretratezza. Il Sud è colpevole di: aver prodotto la mafia e la camorra; scarsa produttività; assenza di senso civico; familismo amorale; ignoranza; mancanza di pulizia sia fisica che morale.</p>
<p>Viceversa, gli abitanti delle regioni meridionali – pur riconoscendo i disservizi nella pubblica amministrazione e nella sanità – affermano che il senso della famiglia, dell’onore, della solidarietà e dell’ospitalità fanno parte della loro essenza. E pertanto perché dobbiamo, si chiede la gente del Sud, insieme ai suoi intellettuali, rinunciare a noi stessi? Dobbiamo vergognarci della nostra identità? D’altronde, fuori dal nostro mondo c’è solo l’individualismo che regna sovrano nelle regioni del Nord!</p>
<p>Da questo complesso di inferiorità e, insieme, di superiorità, scaturisce la coscienza latino-mediterranea. Un proverbio siriaco afferma: «Dimmi ciò di cui ti vanti e ti dirò ciò che ti manca!». Ebbene tanto più la gente del Sud rivendica sul piano fantasmatico gli ideali di solidarietà e di ospitalità, quanto più vuol dire che quegli ideali vengono negati nella vita reale. Di fatto non è in alcun modo vero che le pratiche sociali che signoreggiano nello spazio pubblico meridionale stazionino nell’atmosfera della solidarietà, dell’ospitalità e del dono. Gli abitanti del Sud, al pari di quelli del Nord, non avvertono alcun obbligo morale nei confronti degli altri e informano i loro comportamenti all’etica dell’utilitarismo e dell’individualismo.</p>
<p>Già agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ormai la civiltà contadina iniziava il suo definitivo declino, Rocco Scotellaro – il poeta contadino, sindaco socialista di Tricarico – denunciava la deriva utilitaristica con queste parole: «Ho perduto la mia schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà».</p>
<p>Contrariamente a quanto si pensa, il termine «comunità», in origine, non indicava l’appartenenza, ossia ciò che è caratteristico di un gruppo di individui, ma al contrario, il <i>debito</i>, la <i>mancanza</i>, l’<i>obbligo</i>, ovvero ciò che era non specifico, aperto alle influenze che arrivavano dall’esterno. A sua volta, il termine «libertà» non rimandava alle istanze più personali e individualistiche, ma a ciò che legava ciascun individuo agli altri, al <i>legame con gli altri</i>, all’obbligo nei confronti degli altri.</p>
<p>Il poeta lucano poteva dire di aver perso la propria libertà proprio perché la identificava con ciò che lo legava agli altri individui. Il rito del bere il vino assieme ai suoi contadini aveva ormai perso la sua capacita di addomesticare la distanza con l’altro da sé. Scotellaro, infatti, era disperato proprio perché coglieva nelle pratiche rituali del mondo contadino l’insinuarsi del germe dell’utilitarismo e dell’individualismo borghese, che sortiva una <i>prossimità</i> che diventava sempre più <i>distanziante</i>. Insomma abbiamo perduto l’o<i>bbligo </i>nei confronti degli altri, ciò che sta a fondamento del legame sociale. Ciò che, invece, abbiamo conservato è il fantasma del nemico: ci consente di avere una ragione per vivere!</p>
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		<title>Rocco Scotellaro: così vicino così lontano! ( a sessant’anni dalla morte del poeta lucano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Dec 2013 07:00:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/page1-181px-Scotellaro.pdf.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47150" alt="page1-181px-Scotellaro.pdf" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/page1-181px-Scotellaro.pdf.jpg" width="181" height="240" /></a>Di Nicola Fanizza</p>
<p>Nei confronti di Rocco Scotellaro – morto di infarto, ad appena trent’anni, il 15 dicembre 1953 a Portici (Napoli) – ho sempre avvertito una <i>prossimità distanziante</i>. Una vicinanza dovuta al fatto che nella sua storia di intellettuale contadino ho ritrovato gli stessi accidenti che hanno costellato la mia adolescenza. Tuttavia, mentre Scotellaro si è trovato nella condizione di poter rappresentare la civiltà contadina nel suo crepuscolo – cogliendone anche i prodromi della sua imminente decomposizione –, a me, invece, il caso ha voluto che fossi testimone della sua definitiva dissoluzione.</p>
<p>Di fatto, nell’Italia Meridionale degli inizi degli anni Sessanta, la professione del contadino diventò una vera e propria <i>condizione infernale</i>. I braccianti venivano denigrati e il loro <i>sex appeal</i> era vicino allo zero assoluto. Le ragazze preferivano gli impiegati, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini che erano oggetto di disprezzo. Tutto ciò lo coglievo nei racconti dei mie fratelli più grandi, i quali a volte mi parlavano delle loro disavventure sentimentali. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni quando iniziai a frequentare la scuola media. I miei compagni di classe stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il <i>patèma</i> che investiva il mio animo ogni qualvolta mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del mio Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.</p>
<p>Questa vicinanza non può essere disgiunta, tuttavia, da una buona dose di diffidenza nei confronti dei poeti, che mi porto dietro sin da quando frequentavo il Liceo. Allora non riuscivo a giustificare l’entusiasmo con cui la maggior parte dei nostri rimatori nel 1914/1915 si era schierata a favore dell’entrata dell’Italia in guerra. Di fatto siamo entrati in guerra <i>anche</i> grazie alla follia dei poeti, alla loro <i>tenerezza aggressiva</i> e, insieme, priva di tormenti. In seguito ho capito le motivazioni che stanno a fondamento di quella esiziale determinazione: essa, infatti, diventa intellegibile solo se si tiene nel debito conto l’inflessione irrazionalistica che caratterizzava la temperie culturale dell’Italia giolittiana. All’inizio del secolo si affermarono i crepuscolari che univano al misticismo dell’anima «nordica» il nazionalismo – e a volte anche il pacifismo – dell’anima «latina»; e, in seguito, i futuristi, i nuovi poeti incendiari, pronti a lanciarsi nelle fiamme della guerra per mettersi alla prova. La guerra fu vissuta sia dagli uni che dagli altri come un <i>rito di iniziazione</i>: la vertigine che essi avrebbero provato di fronte alla morte appariva loro come un <i>viatico</i> verso l’estasi mistica.</p>
<p>Anche Scotellaro – come avremo modo di vedere in seguito – sperimentò la <i>trance </i>estatica nel corso della sua breve esistenza. Era nato a Tricarico (Matera) nel 1923. Di umili origini – suo padre era un calzolaio – a dodici anni si trasferì in collegio per portare a compimento gli studi classici. Dopo il liceo, frequentò la facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Roma ma non conseguì la laurea. Nel 1943 si iscrisse al PSI, fu protagonista del movimento che portò all’occupazione delle terre e nel 1946 fu eletto sindaco socialista della sua città natale. Mantenne tale carica fino al 1950, quando fu arrestato con l’accusa di irregolarità amministrative. Rimase in carcere quasi due mesi fino a quando le autorità giudiziarie presero atto della sua totale innocenza. Nello stesso anno, grazie all’intervento di Carlo Levi, ottenne un impiego presso l’Istituto agrario di Portici, diretto dal meridionalista Manlio Rossi Doria. Quest’ultimi furono i suoi mentori.</p>
<p>Allo stesso modo di Rossi Doria, Scotellaro è un dimenticato. Ha avuto forse degli eredi un meridionalista come Salvemini? Hanno forse avuto degli eredi tutti gli altri meridionalisti della prima metà del secolo scorso da Guido Dorso a Umberto Zanotti-Bianco, da Piero Delfino Pesce a  Vincenzo Calace, fino a Tommaso Fiore? Scotellaro ha condiviso il destino di un’intera generazione di intellettuali che per lo più erano di formazione positivistica. Erano dei tecnici: Calace era un ingegnere; Rossi Doria era un agronomo; Salvemini, attraverso la mediazione del geografo Arcangelo Ghisleri, si richiamava a Carlo Cattaneo, fondatore della rivista «Il politecnico». Non hanno avuto eredi, poiché non erano degli accademici o per altri motivi che mi sfuggono.</p>
<p>Eppure tale dimenticanza stride con quello che Carlo Levi dice nella sua Prefazione al volume di Scotellaro <i>L’uva puttanella</i> (1954). Qui parla della difficoltà dei contadini nell’accettare la morte di Scotellaro: «Alcuni vanno dicendo che Rocco è stato rapito e portato in America; […]. altri lo attendono vivo da un giorno all’altro. Non c’è casa di contadini a Tricarico dove il ritratto di Rocco non sia appeso al muro accanto alle immagini dei Santi».</p>
<p>Levi non è stato un buon profeta! Oggi, a sessant’anni di distanza dalla sua morte, si sono dimenticati di lui persino a Tricarico. Due anni fa, l’amministrazione comunale ha autorizzato la costruzione di una gigantesca cappella privata che <i>oscura</i> la tomba di Scotellaro. Il monumento funebre, che si affaccia sulla valle del fiume Basento, fu costruito nel 1957 su proposta di Carlo Levi e fu finanziato da Adriano Olivetti. Il ricordo di Scotellaro si configura ormai come un’ombra che va rimossa, il suo fantasma può sopravvivere <i>solo</i> nel museo Lanfranchi di Matera. Qui, nel grande dipinto <i>Lucania 61</i> di Carlo Levi, appare con il volto da bambino cresciuto. Dal rosso dei suoi capelli – il colore della sua fede politica – sembra irradiarsi una luce che rende meno opachi gli incarnati dei contadini.</p>
<p>Non è mia intenzione ricostruire il dibattito che ebbe luogo sulla sua opera nel Convegno di Matera del febbraio 1995, che vide la partecipazione di Carlo Levi, Franco Fortini, Rainero Panzieri, Tommaso Fiore, Carlo Muscetta, Mario Alicata, ecc. Si tratta di un dibattito datato e, comunque, non rientra nel perimetro di questo breve articolo. Non intendo neppure rappresentare Scotellaro come un <i>santino proletario</i> allo stesso modo in cui gli autori di destra rappresentano Padre Pio. Né, infine, intendo parlare di Scotellaro per farne l’occasione per un viaggio estetizzante fra le macerie della civiltà contadina.</p>
<p>Ciò che qui, invece, mi preme sottolineare è che Scotellaro merita di essere ricordato per due motivi: la sua produzione poetica e la sua inchiesta sul mondo rurale.  Questo non vuol dire, tuttavia, precludersi la via per individuare gli aspetti poco convincenti della sua opera.</p>
<p>Ritengo che sia opportuno individuare nella sua produzione poetica non tanto i soliti temi che rimandano alla mitica civiltà contadina – il «romanticismo rurale» o il «vittimismo», legato alla metafora dell’<i>uva</i> <i>puttanella </i>(acini piccoli) –, quanto quelle parole che Scotellaro <i>scrive con il sangue</i>. Pongo in questo senso all’attenzione del lettore i primi versi della poesia, <strong><i>Passaggio alla città: </i></strong>«Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà».</p>
<p>Per me questi versi sono stati per molto tempo un vero rompicapo. I miei voli pindarici mi spingevano stabilire ardite analogie e tuttavia non sortivo alcun risultato. Solo in seguito ho capito che il termine «libertà» non rimandava in origine alle istanze più personali e individualistiche, ma a ciò che legava ciascun individuo agli altri, al <i>legame </i>con gli altri, all’<i>obbligo</i> nei confronti degli altri. Il poeta lucano poteva dire di aver perso la propria libertà proprio perché la identificava con ciò che lo legava agli altri individui. Il rito del bere il vino assieme ai suoi contadini aveva ormai perso la sua capacita di addomesticare la distanza con l’altro da sé. Scotellaro, infatti, era disperato proprio perché coglieva nelle pratiche rituali del mondo contadino l’insinuarsi del germe dell’utilitarismo e dell’individualismo borghese, che sortiva una <i>prossimità</i> che diventava sempre più <i>distanziante</i>.</p>
<p>D’altra parte proprio questa distanza diventa il <i>viatico</i> delle sue estasi: la vertigine che egli avvertiva quando sperimentava la lontananza dai suoi contadini, infatti, lo spingeva nei cieli in cui «sbocciavano le stelle d’Oriente».</p>
<p>Il tema della <i>distanza</i> è anche presente nel volume<i> Contadini del Sud, </i>pubblicato nel 1954, in cui sono state raccolte le cinque storie di vita che Scotellaro aveva scritto negli ultimi mesi della sua vita. A partire dal 1950, stringe un rapporto di fraterna amicizia con Rossi Doria, un ex comunista che in seguito aveva aderito al PdA per poi approdare al PSI, il quale lo aveva invitato a diffidare dei politici del Sud che egli prese a definire con l’epiteto di «pidocchi». Nel secondo dopoguerra i politici meridionali, sfruttando l’intervento pubblico, rafforzavano la loro funzione di gestione del potere per conto della borghesia agraria. Un ruolo questo che tutt’oggi continua anche se con modalità diverse. Gli eredi di quegli <i>intellettuali squillo</i>, a partire dagli inizi degli anni ottanta, continueranno a svolgere la stessa finzione nella gestione dei fondi europei, dei  piani regolatori e degli appalti non più per conto del patriziato cittadino, ma della nuova borghesia di origine criminale.</p>
<p>Dopo la sconfitta del 1948, Scotellaro decide di continuare la lotta, anche se in modo diverso rispetto al passato, tracciando una strada che in seguito verrà percorsa da Danilo Montaldi in <i>Autobiografie della leggera,</i> da Gianni Bosio in <i>Il trattore di Acquanegra</i> e da Pietro Marcenaro in <i>Ri</i>p<i>rendere tempo.</i></p>
<p>Il suo merito consiste nell’aver introdotto nella ricerca sociologica e antropologica il <i>metodo biografico.</i> Tutto ciò dava luogo a una inedita forma di scrittura, oscillante fra la <i>ricerca</i> <i>sociologica</i> e la <i>letteratura. </i>Per di più la presenza fra le sue carte di un’annotazione inerente al famoso passo de <i>Il Principe</i> di Machiavelli – «cosí come coloro che disegnano e’ paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano alto sopra monti, similmente, a conoscere bene la natura de’ populi, bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’ principi, bisogna essere populare» –, sta a indicare l’importanza che egli attribuiva alla questione della <i>distanza</i> nel rapporto fra osservatore e osservato.</p>
<p>Si tratta di un modo nuovo di fare ricerca che, valorizzando la soggettività degli intervistati presi in osservazione, dava la possibilità di addomesticare – entro certi limiti – la distanza fra l’osservatore e l’osservato in modo che entrambi fossero coinvolti in un comune processo di trasformazione della realtà.</p>
<p>Ciò nondimeno, benché Scotellaro sia consapevole della distanza che intercorre fra il ricercatore sociale e il soggetto sociale preso in osservazione, spesso sposta <i>significativamente</i> la sua presenza verso l’osservato e <i>sporca </i>in termini irrimediabili la relazione dialettica che pur aveva avviato in modo originale: ossia il lettore non riesce mai a decidere fin dove parla il contadino e fin dove è Scotellaro che parla.</p>
<p>Concludo queste brevi note con due versi in cui Scotellaro si rivolge alla gioventù del Sud: «Venga il mattino per i giovani del 1953 / e sulle bocche arse rispunti il sorriso». E se fosse il 2013?</p>
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		<title>LA LUNA E I CALANCHI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 10:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211; Festival ideato e curato da Franco Arminio &#8211;  &#160; &#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211;</p>
<p>Festival ideato e curato da <strong>Franco Arminio &#8211; </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">&#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il programma</em></p>
<p><strong>Giovedì 29 agosto</strong></p>
<p>Ore 13.00: Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Aspettando la Luna e i calanchi<br />
Un video di <strong>Francesca Catarci</strong></p>
<p>Ore 15,30: Auditorium dei Calanchi<br />
I bambini e i calanchi<br />
a cura di <strong>Maria Delorenzo</strong></p>
<p>Ore 16.00: calanchi<br />
Movimenti, Canti, suoni, letture e narrazioni nel paesaggio inoperoso<br />
<strong>Valerio Apice, Samanta Balzani, Egidia Bruno, Joe Capalbo, Lucia Citterio, Camillo Ciorciarlo, Pietro Colaiacovo, Nicola D’Imperio, Claudia Fofi, Teresa Lardino, Cristiana Liguori, Luigi Marra, Antonio Petrocelli, Gloria Pomardi, Caterina Pontrandolfo, Pino Quartullo, Mariolina Venezia e altri</strong></p>
<p><span id="more-46294"></span><br />
Ore 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Io sono uno degli altri<br />
omaggio a <strong>Rocco Scotellaro</strong> (Altroteatro)<br />
Lettura per Rocco<br />
<strong>Joe Capalbo</strong></p>
<p>Ora 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.00: Piazzetta Panevino<br />
Duo lucano<br />
<strong>Caterina Pontrandolfo</strong> &amp; <strong>Graziano Accinni</strong></p>
<p>Ore 22.00: Piazzetta Panevino<br />
da solo o in buona compagnia<br />
<strong>Antonio Infantino</strong></p>
<p>Ore 23.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti meridiani<br />
<strong>Gaetano Calabrese, Daniel Cundari, Biagio Guerrera, Silvana Kuhtz, Peppe Lanzetta, Vincenzo Mastropirro, Raffaele Niro, Salvatore Ritrovato, Pasquale Vitagliano e altri</strong></p>
<p>ore 2.00:   Auditorium dei calanchi<br />
Visioni notturne<br />
<strong>Rocco Brancati, Paolo De Falco, Luigi Di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Venerdì 30 agosto<br />
dalle ore 10.00 alle ore 20.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Parlamenti sull’Italia interna<br />
Intervengono, tra gli altri, <strong>Pino Aprile, Silvana Arbia, Franco Arminio, Fabrizio Barca, Piero Bevilacqua, Rocco Brancati, Joe Capalbo, Antonello Caporale, Franco Cassano, Luisa Cavaliere, Domenico Cersosimo, Vito De Filippo, Riccardo De Gennaro, Luigi De Lorenzo, Francesco Erbani, Micaela Fanelli, Doriana Laraia, Roberto Leoni, Paride Leporace, Maria Liguori, Laura Marchetti, Angelo Mastrandrea, Mauro Minervino, Raffaele Nigro, Mimmo Parrella, Giampiero Perri, Francesco Pesce, Ulderico Pesce, Marta Ragozzino, Cristiano Re, Isaia Sales, Vincenzo Santoro, Mario Salzarulo, Vito Teti</strong></p>
<p>Ore 21.30: Cortile Palazzo Colonna<br />
Cartoline dai morti<br />
di <strong>Franco Arminio</strong>, spedite da <strong>Rocco Papaleo</strong></p>
<p>Ore 22.30: Piazza San Luigi Gonzaga<br />
Canzoniere dell’ebbrezza:<br />
<strong>Daniele Sepe e il suo gruppo</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti lucani<br />
<strong>Dora Albanese, Domenico Brancale, Antonio Bruno, Antonio De Rosa, Andrea Di Consoli, Elena Di Napoli, Donato Aurelio Giordano, Alfonso Guida, Donato Imprenda, Roberto Linzalone, Antonello Morea, Raffaele Nigro, Eliana Petrizzi, Gilda Policastro, Daniela Riviello, Lidia Riviello e altri</strong></p>
<p>Ore 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
<strong>Rocco Brancati, Francesca Catarci, Paolo De Falco, Luigi di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Ore 5.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche albeggianti<br />
<strong>Nazim Comunale</strong></p>
<p>Ore 5.30, davanti alla tomba di Carlo Levi<br />
Quaderno di legno<br />
<strong>Andrea Di Consoli</strong></p>
<p>Ore 6.00: Piazzetta Panevino<br />
Canti delle sei del mattino:<br />
<strong>Samanta Balzani, Claudia Fofi, Silvia La Ferrara, Roberta Langone, Marzouk Mejri, Caterina Pontrandolfo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 31 agosto</p>
<p>Ore 10.00: in giro per il paese<br />
Esercizi di paesologia</p>
<p>Ore 13.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Laboratori illustrati<br />
gli artisti invitati raccontano il loro lavoro</p>
<p>Ore 18.00 Cortile Palazzo Colonna<br />
Il barbiere di anime<br />
presentazione del libro di <strong>Anton Giulio Scardaccione</strong></p>
<p>0re 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Jennu brigannu, <strong>Teatro della Ginestra</strong></p>
<p>Ore 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.30:  Auditorium dei Calanchi<br />
La farfalla della voce, poesie e canzoni d’amore<br />
Con<br />
<strong>Franco Arminio, Alessandro D’Alessandro, Rocco De Rosa, Canio Loguercio,</strong><br />
<strong> Gloria Pomardi</strong></p>
<p>0re 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Omaggio a <strong>Matteo Salvatore</strong><br />
Video prodotto da <strong>FestambienteSud</strong><br />
<strong>Livio e Manfredi Arminio</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche facoltative, canti notturni, deliri e parlamenti finali<br />
<strong>Biagio Accardi, Alessandro D’Alessandro, Vittorio Nicoletti Altimari, Vittorino Curci, Carmine Ioanna, Mandatari, Marzouk Mejri, Pasquale Innarella, Musici lucani di Sergio Santalucia, SuonidiLuna e tanti altri</strong></p>
<p>Ore 5,00: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
I Basilischi di <strong>Lina Wertmuller</strong> a cinquant’anni dall’uscita<br />
**<br />
LABORATORI<br />
Arte ambientale a cura di <strong>Pietrantonio Arminio</strong><br />
Poesia in azione a cura di <strong>Silvana Kuhtz</strong><br />
Corpo paesaggio a cura di <strong>Lucia Citterio</strong><br />
Maschere provvisorie a cura di <strong>Deni Bianco</strong><br />
Calancart a cura di<strong> Arturoom</strong></p>
<p>AZIONI VISIONARIE<br />
<strong>Roberto Campoli, Paola Livia Di Chiara, Salvatore Di Vilio, Federico Iadarola, Claudia Fabris, Marco Petroni, Michela Pozzi, Maria Grazia Tata, Cristina Balestracci</strong></p>
<p>RIPRESE VIDEO<br />
<strong>Paolo Muran</strong></p>
<p>GRAFICA<br />
<strong>Franco Lancio</strong><br />
WEB<br />
<strong>Davide Ardito</strong></p>
<p>COORDINAMENTO ORGANIZZATIVO<br />
<strong>Antonio Colaiacovo, Luigi Scelzi e Ilenia Fulco</strong></p>
<p>Saranno presenti anche<br />
<strong>Gianluca Mulone, Patrizia Flecchia, Barbara Lottero, Benedetta Ricci, Roberta Sama, Mario Lusi, Grazia Coppola, Fabrizio Carucci, Nicola Baccellieri, Massimiliano Guerrieri, Marcella Zeppa, Andrea Semplici, Valentina Russo, Francesca Di Ciaula, Domenico Porfido, Marco Montanaro, Federico Pommier, Nicola Di Croce, Massimo Ammendola, Marianna Borriello, Diana Senese, Irene Balducci, Barbara Crusco, Mauro Orlando, Fabio Nigro, Paolo Bruschi, Antonella Screti, Alessandra Battaglia, Francesco Ventura, Rocco Calandriello, Filomena Sessa, Mauro De Cillis, Luigi Cazzato, Vassilis Nikolapoulos, Imma Tessitore, Mario Fellet, Riccardo Benetti, Susanna Piccin, Enzo Gioffrè, Mario Vallone, Mariangela Contursi, Brunella Cappiello, Laura Angelino, Ilde Catapane, Francesco Forlani, Carlotta Napolitano e Rossella Della Corte, Palma Bianca, Antonella Sassone, Giovanni Simiele, Ettore Botte, Gianluca Coviello, Marinella Murgolo e Francesco Sivilli, Consuelo Nava, Valentina Del Pizzo, Loretta Amadori</strong></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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