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		<title>Appunti nomadici 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Sep 2016 12:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Cossuto Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><b>di Giuseppe Cossuto</b></p>
<p align="justify">Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e degenerare” le popolazioni stanziali.</p>
<p align="justify"><b>I nazisti, “Il gene del nomadismo” e l&#8217;eliminazione degli “Zingari Bianchi”</b></p>
<p align="justify">I “nomadi” o, meglio, coloro che si spostano e sembrano non avere dimora se non carri e tende, sono quasi sempre stati visti con sospetto dalle popolazioni stanziali dell&#8217;Europa medievale e moderna. Tollerati in quanto utili alle società stanziali, siano state esse urbane o rurali, in quanto soli in grado di poter esercitare mestieri poco consoni o molto specialistici, spesso vietati o malvisti dalle consuetudini proprie dei sedentari.</p>
<p align="justify">I nomadi veri e propri, gli allevatori di cavalli e armenti e conquistatori d&#8217;imperi nell&#8217;Eurasia antica e medievale, o allevatori di renne nell&#8217;estremo nord d&#8217;Europa poco avevano a che vedere (e meno che mai hanno attualmente) con i grandi gruppi di persone che, dagli inizi del IX secolo (Jenisch, di lingua tedesca) e dal XV secolo (rom e sinti), cominciano a spargersi per l&#8217;Europa occidentale. Questi ultimi infatti sono caratterizzati economicamente non da un movimento da transumanza o da organizzazione militare, ma da spostamenti in piccoli gruppi che andavano spesso a supplire alle esigenze periodico di commercio, piccolo artigianato o funzione ludica (di ogni genere) di città murate o villaggi remoti.</p>
<p align="justify">I gruppi, anche specializzati (compagnie teatrali e circensi, mercenari, artigiani del metallo e del legno) col tempo, si moltiplicano a causa delle guerre, degli editti di allontanamento o di esclusione. Guerre ed editti che causano anche il loro spostamento dalle zone dove abitualmente girano e delle quali ben conoscono le necessità (fiere, mercati periodici, tempi di raccolta, ecc.). Spesso, per necessità, i singoli erranti o scacciati si uniscono a gruppi già esistenti.</p>
<p align="justify">Il &#8220;Fahrendes Volk&#8221; (popolo errante) ossessiona gli Europei dell&#8217;Europa Centrale, almeno nei documenti, dal IX secolo, ovvero mezzo millennio prima dell&#8217;arrivo degli Zingari Sinti e Rom. Questi gruppi di erranti di lingua tedesca sono presenti in Europa occidentale nello stesso periodo durante il quale alcuni popoli delle steppe, nomadi veri e propri si susseguono nell&#8217;Europa centro-orientale e orientale (Ungari, Peceneghi, Cumani, Tatari).</p>
<p align="justify">I grandi sconvolgimenti politici e frontalieri che smembrano gradualmente gli imperi dell&#8217;Europa Centrale e gli Stati dalla metà del XIX secolo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, provocano, oltre a grandi crisi economiche, grandi e disordinati spostamenti umani, determinati dalla mancanza di lavoro, dalle incertezze della vita e dalla distruzione del tessuto sociale abituale. Questi spostamenti aumentano fortemente il numero dei coloro che vagano cercando di arrangiarsi in ogni modo, che si vanno ad aggiungere ai precedenti “zingari” e vaganti, in un&#8217;Europa post-bellica devastata dalla crisi economica e squassata dalle rivoluzioni riuscite o fallite o dalle controrivoluzioni.</p>
<p align="justify">Il numero degli “zingari bianchi” (<i>Weisse Zigeuner</i> in tedesco, <i>Tsiganes Blancs</i> in francese) e di coloro che le società sedentarie considerano come tali, aumenta in relazione ai periodi di crisi economica, di mutamento territoriale o di torbidi sociali e politici.</p>
<p align="justify">La marginalizzazione spesso si protrae qualora si sedentarizzino in gruppi più o meno grandi, e persiste sino ai nostri tempi, come ad esempio è avvenuto a Marsiglia, nella bidonvile di Ruisseau Mirabeau.</p>
<p align="justify">Dopo l&#8217;esclusione, la persecuzione e la tolleranza temporanea del medioevo e dell&#8217;età moderna (a volte erano addirittura apprezzati dalla nobiltà settecentesca come svago e divertimento) verso questi gruppi di erranti, assistiamo, dalla metà del XIX secolo a forme di controllo sempre più attente. da parte delle autorità e delle popolazioni stanziali, con frequentissimi episodi persecutori che arrivano all&#8217;organizzazione di battute di caccia in grande stile per catturare gli erranti.</p>
<p align="justify">Per le autorità ed i sedentari lo jenisch è quindi, anche se si sedentarizza, sempre “errante” e figlio di errante, anche se ha un mestiere ed è sottopostosto agli stessi obblighi e dovere degli altri cittadini.</p>
<p align="justify">Secondo l&#8217;opinione comune anche lo jenisch, come il rom o il sinto, trasmetteva geneticamente il suo patrimonio culturale e il suo “modo vita errante”, considerato arcaico ed inferiore socialmente. Nel 1899, a Monaco di Baviera, venne istituito un&#8217;apposito ufficio come centro studi sugli zingari (ricordiamo, nei paesi di lingua tedesca, in buona parte di tipo jenisch) che cambiò denominazione nel 1929, in “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara”.</p>
<p align="justify">Piaga zingara che il governo tedesco (oramai nazista) si proponeva estirpare nelle maniere più assurde, come la deportazione di massa in Polinesia o la più attuabile reclusione in campi di lavoro, dapprima come “asociali” (tringolino nero, lo stesso riservato a molti anarchici tedeschi).</p>
<p align="justify">Un punto di svolta nell&#8217;attuazione delle ricerche sul “gene del nomadismo” si ebbe dal 1936 con l&#8217;opera del direttore dell&#8217;istituto di ricerca <i>Rassenhygienische und bevölkerunsgbiologische Forschungsstelle</i> (Istituto di ricerca sull&#8217;igiene razziale e la biologia della popolazione), il neurologo, psichiatra e psicologo sociale Robert Ritter. E già dal 1936 gli “zingari asociali” cominciarono ad essere inviati a Dachau in numero di 400, per disposizione di Heinrich Himmler in persona che, proprio grazie a queste azioni, consolidava il suo prestigio. Allo stesso modo, in occasione dei Giochi Olimpici del 1936, tutti gli zingari di Berlino vennero rastrellati e confinati nel lager di Marzahn. L&#8217;insediamento coatto era il primo passo per andare, in seguito, nel lager di lavoro.</p>
<p align="justify">Lo staff di Ritter identificò un “gene pericolosissimo” tra i rom, gli Jenisch ed altri gruppi di “erranti”: <i>l&#8217;istinto del nomadismo, </i>ovvero il “<i>wandertrieb&#8221;</i> (l&#8217;istinto migratorio).</p>
<p align="justify">Se i Rom e i Sinti, secondo Ritter, provenendo dall&#8217;India, avevano perso la loro “arianità” mischiandosi con le popolazioni e gli strati sociali più infimi e diversi, la soluzione trovata per far quadrare il cerchio con gli “zingari bianchi” era quella che costoro fossero degli europei pre-ariani, quindi una “razza parallela”, mischiatasi anch&#8217;essa poi durante i secoli con altre minoranze degenerate (ebrei e rom) o con ariani degenerati (prostitute, criminali, ecc.).</p>
<p align="justify">Il “campo di lavoro” per gli asociali con il gene del nomadismo era eufemisticamente “educativo” e di avviamento al lavoro. In realtà, Ritter stesso aveva scritto (1940) che: “Il primitivo non cambia né si lascia cambiare. E&#8217; necessario arrestare mediante la separazione dei sessi e la sterilizzazione l&#8217;ulteriore natalità di asociali primitivi e di delinquenti ereditari”.</p>
<p align="justify">I “sangue misto” e gli Jenisch erano per Ritter più pericolosi dei Rom, in quanto rappresentanti la degenerazione razziale e, essendo fisicamente non distinguibili dagli altri Europei, potevano facilmente “infettare” il resto della popolazione.</p>
<p align="justify">La classificazione degli zingari (Jenish inclusi) era indicata con la sigla ZN (zingari). Con ZN+ se si avvicinava più allo zingaro puro e ZN- se si avvicinava alla classificazione del &#8220;non zingaro&#8221;, mostrando un grado di ibridità con una certa percentuale di sangue zingaro.</p>
<p align="justify">Ritter e i suoi collaboratori, tra i quali spicca la zelante figura dell&#8217;educatrice, antropologa e pedagoga Eva Justin, detta la “Missionaria”, con le loro analisi genealogiche, cercavano di stanare gli Jenisch “sedentarizzati” ad un livello tale che avere persino due ascendenti di quarto grado considerati “nomadi” poteva compromettere (e spedire al lager, almeno dal 1943) anche iscritti allo stesso Partito Nazionalsocialista.</p>
<p align="justify">La Justin già dal 1933 con fare da missionaria, appunto, aveva imparato la lingua romanì ad un buon livello e si era introdotta tra vari gruppi di zingari e si era specializzata nell&#8217;identificazione del “gene del nomadismo” tra i bambini, sia tra quelli presenti negli orfanotrofi, sia tra quelli adottati da famiglie “non nomadi”. Sinteticamente le conclusioni della Missionaria erano che i bambini “primitivi” se educati da sedentari diventavano asociali e quindi era del tutto inutile qualsiasi tentativo di educarli. Per gli adulti, invece, l&#8217;unica soluzione era la sterilizzazione.</p>
<p align="justify">A livello legislativo, sempre nel 1933, erano stati varati dei provvedimenti (14-7-1933) contro i &#8220;girovaghi non-gitani&#8221;, tesi alla “prevenzione di prole tarata” e la “legge per la sicurezza e il miglioramento della stirpe” (24-11-1933).</p>
<p align="justify">Gli Jenisch, quindi, vennero quasi completamente sterminati nei lager e il loro notevole numero attuale (circa 200.000) ha fatto ipotizzare ad alcuni esperti, quali il dottor Siegmund A. Wolf (uno studioso e linguista molto esperto della questione e molto quotato prima della sua opposizione al nazismo) che gli Jenisch in Germania e in Austria del dopoguerra non siano imparentati con gli Jenisch d&#8217;anteguerra ma siano famiglie e singoli tedeschi datisi al vagabondaggio come è sempre successo dopo ogni catastrofe sociale o guerra. E, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale, milioni di profughi, specialmente di lingua tedesca, migrarono senza mezzi dall&#8217;Europa dell&#8217;Est nella Repubblica Federale Tedesca.</p>
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		<title>Un brusio di fondo &#8211; Giorgio da Genova e lo sterminio dei rom a Radio 24</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 17:00:45 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49930" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg" alt="davide-racca" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca.jpg 512w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />        di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> La vita oscilla/tra il sublime e l&#8217;immondo/</em><br />
<em>con qualche propensione/per il secondo.</em><br />
E. Montale</p>
<p> <strong>Della parola come mangime<br />
</strong></p>
<p>E&#8217; sera. La rotellina della radio cerca una stazione, la montagna riduce i segnali, non la trova, ricerca. Poi d&#8217;improvviso le parole fuoriescono dalle casse come un rigurgito. Schizzano ovunque, non si piegano, restano nella direzione della lama. E&#8217; una lama che ride, che dice il peggio con un ghigno. Mi fermo, raggelo.</p>
<p><em>&#8211; Qualcuno c’ha detto, qualcuno ha scritto, l’avete cassato, l’avete tolto, l’avete buttato via dalla trasmissione. Noi non lo facciamo questo, e ce lo abbiamo qui in carne e ossa, caro Parenzo: Giorgio da Genova. Io voglio capire da Giorgio da Genova se veramente vuol fare dei rom mangime per gli animali?</em></p>
<p><em>&#8211; Un campo di concentramento, un autocompattatore, da una parte entrano zingari, dall’altra esce <strong>mangime per maiali</strong> .</em><br />
<em>Il <strong>Mein Kampf</strong> se non sbaglio, dice: un animale se lo addestri cambia, uno zingaro non cambia.</em></p>
<p>Ho un conato, lo trattengo. La voce che domanda è di Giuseppe Cruciani. E&#8217; radio24, La Zanzara: &#8220;l&#8217;attualità senza tabù, senza censura&#8221;.<br />
I minuti passano. Cruciani e il compagno della radio cotinuano la scenetta con una gag che non ha nulla di ridicolo – piuttosto di pietoso e osceno, che appunto esonda, esce dalla scena inondandola: Parenzo l&#8217;indignato-che-resta indignato-ma-resta, Cruciani l&#8217;uomo delle spallucce, il &#8220;suvvia, tutti possono dire quello che vogliono&#8221;. E quella scena inondata diventa presto una sostanza vischiosa, umor acqueo in cui tutto si confonde.</p>
<p>Passano altri secondi. I conati non si arrestano, spengo la radio.</p>
<p>Uno può dire quello che vuole – ribadisce Cruciani.<br />
La parola è libera, i filtri scemano, i no non sono ammessi : è la nuova formula del godere ad ogni costo. L&#8217;ascoltatore deve eccitarsi, deve accendersi in un focolaio, deve ascoltare per poi dire, deve dire per poter ascoltare, deve urlare. E ad urlo corrisponde urlo. Perché non è la direzione a contare, non la posizione, non il detto ma la forma di quel detto. I toni devono essere pieni, la violenza deve essere stereotipica, a tratti caricaturale, purché d&#8217;effetto e richiami altri effetti:</p>
<p>chivawa • 7 giorni fa (da <em>Il Fatto Quotidiano</em>)<br />
<em>la zanzara è uno specie di cloaca dove anche chi non è provvisto di cervello può parlare . da genova suggerirei un <strong>bel crematorio</strong> e mi raccomando infilatecelo da vivo. per gli altri soggetti della zanzara <strong>iniezione letale</strong> o sperimentazione di farmaci.</em></p>
<p>Un autocompattatore : da una parte entrano parole, dall&#8217;altra esce un rigolo di sangue, una bava, il resto di uno sputo. Le voci effettate di una presunta libertà di parola. Del resto c&#8217;è già stata un&#8217;altra Casa che della libertà faceva motto e bandiera, un uomo/casa che ci aveva rubato significanti buoni per restituirceli pervertiti e snaturati. Ci siamo abituati allo scempio, al tutto è concesso.<br />
E&#8217; possibile prendere ad esempio il Mein Kampf, è possibile dire il mangime dei maiali, è possibile dire quanto due culi vendano molto più che la parola di una donna, è possibile incitare la violenza degli stati di alterazione di Borghezio, è possibile parlare di</p>
<p>&#8220;sterminio completo di zingari, donne uomini e bambini&#8221;. (di nuovo, Giorgio da Genova)</p>
<p>La parola perde peso, si scarnifica, diventa pretesto di pretesto, un semplice passaggio di saliva che di bocca in bocca finisce col suggerire che sì : è possibile. Che il dire non ha a che fare con l&#8217;etica, che la libertà si confonde con il vuoto troppo pieno dell&#8217;urlo. Si chiedono megafoni, amplificatori del pensiero : perché non è mai abbastanza, non è ancora abbastanza.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Dire la parola/dare la parola</strong></p>
<p>Nei giorni seguenti ho cercato in rete.<br />
Scopro che questo dialoghetto è in realtà un secondo round : Giorgio da Genova era già intervenuto qualche giorno prima con le sue tesi sul genocidio.<br />
Quelli de <em>La Zanzara</em> hanno (ovviamente) deciso di ricontattarlo.</p>
<p>Diventa così l&#8217;oltre della spettacolarizzazione : una manovra che coglie un fiammifero per appiccare l&#8217;incendio. Ma l&#8217;incendio non si muove, resta un dire che passa, un discorso da cinque minuti, due chiacchiere da bar, un tweet veloce. Parenzo l&#8217;indignato chiede il numero dell&#8217;ascoltatore per denunciarlo, Cruciani lo blocca, Giorgio chiede non tradirmi, un po&#8217; si ride, un po&#8217; no, un po&#8217; si stride. L&#8217;importante è che tutto punti all&#8217;estremo, che l&#8217;estremo non resti una vetta ma un punto di partenza, un luogo dal quale muoversi per il gusto di muoversi. Nessuna concessione al limite, il limite non esiste, un velo non esiste. Anzi : va strappato. Non per moto di rabbia e indignazione, non per mettere a nudo l&#8217;invisibile ma per rendere visibile l&#8217;osceno che attrae. Lo sguardo e l&#8217;udito concentrati nel verso del piacere.</p>
<p>Dunque c&#8217;è un <em>dire</em> la parola e un <em>dare</em> la parola.<br />
E in quel dare Cruciani è salvo, tutti sono assolti. Non è lui ad aver detto, anzi, ha solo concesso il dispiegarsi di &#8220;un&#8217;opinione&#8221;. Si può passare ad altro. Ai culi che vendono di più, alla Boldrini, uno stacchetto musicale, una nuova alzata di toni.</p>
<p>Se il discorso razzista talvolta <em>smette di essere discorso per diventare azione</em>, anche dare la parola è un&#8217;azione. E&#8217; passare il testimone, agire la scelta. Di quanto spazio dare, se darlo, quanto tempo, se c&#8217;è un tempo, se è necessario, se etico è darlo, se e quando &#8211; per sottrazione &#8211; mettere l&#8217;altro, su cui il discorso razzista agisce, nella posizione del silenzio : è il <em>silencing.</em></p>
<p>Ma l&#8217;etica – che venga <em>après coup</em> o che stia a monte &#8211; ora vacilla. Se quando denuncia riceve l&#8217;accusa di moralismo, là dove tace, incassa il colpo e tace.<br />
Quello che continua a parlare è un brusio di fondo, una <em>zanzara</em>, il fumo passivo di un discorso (mal)mediato che produce mostri e riproducendoli si ripara nella frase, ancor più debole e perversa della prima [<em>uno può dire quello che vuole</em>] e che sottovoce afferma : &#8220;suvvia, in fondo il mostro sta dentro ognuno di noi&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* immagine :<em><span class="_5yl5" data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0.$end:0:$0:0"> Ein Wort ohne Sinn</span></span></span></em> di Davide Racca</p>
<p>Qualche link utile:</p>
<p><a href="http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/14Nov2014/14Nov201479184684465cdbaafa6eb926ad17a0ee.pdf">Trascrizione completa della seconda conversazione da Il Fatto Quotidiano</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LDMu7OjI6rQ">Il video completo, l&#8217;audio completo [ dal minuto 1:23 in poi ] </a></p>
<p><a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/11/20/rom-termovalorizzati-cristiano-zuliani_n_6190476.html">Sulle dichiarazioni di Cristiano Zuliani</a></p>
<p><a href=" http://www.unipa.it/gpino/Pino,%20Discorso%20razzista.pdf">Giorgio Pino &#8211; <em>Discorso razzista e libertà di manifestazione del pensiero</em></a></p>
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			</item>
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		<title>Ciao Fabrizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 May 2014 11:28:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[commiato]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Casavola]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[rom]]></category>
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					<description><![CDATA[un breve ricordo di Gianni Biondillo Non ho avuto internet per alcuni giorni ed ho scoperto solo ora che domenica scorsa Fabrizio Casavola ci ha lasciati per sempre. Fabrizio non era un rom, uno zingaro, un camminante, un sinti, un gagé, un italiano. Era un uomo. Un ponte fra mondi, culture, persone. Ci lascia il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/fabrizio-casavola.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48184" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/fabrizio-casavola.jpg" alt="fabrizio casavola" width="377" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/fabrizio-casavola.jpg 377w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/fabrizio-casavola-294x300.jpg 294w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/fabrizio-casavola-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 377px) 100vw, 377px" /></a>un breve ricordo di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non ho avuto internet per alcuni giorni ed ho scoperto solo ora che domenica scorsa <strong>Fabrizio Casavola</strong> ci ha lasciati per sempre.</p>
<p>Fabrizio non era un rom, uno zingaro, un camminante, un sinti, un gagé, un italiano.</p>
<p>Era un uomo.</p>
<p>Un ponte fra mondi, culture, persone.</p>
<p>Ci lascia<strong><a href="http://www.sivola.net"> il suo lavoro on line</a> </strong>e l&#8217;affetto di moltissimi.</p>
<p>Non ho mai saputo restituirgli neppure un grammo di tutto quello che ha saputo regalarmi.</p>
<p>Aveva 55 anni.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vu&#8217; cumprà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:55:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/vu+cumpra.jpg" alt="" title="vu+cumpra" width="200" height="202" class="alignleft size-full wp-image-41024" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non chiedetemi di entrare nella mente dell’assassino. Ci penseranno i criminologi da strapazzo a sbizzarrirsi negli show televisivi. Parleranno di follia, di impulso criminale, analizzeranno la triste storia personale del sicario suicida. Qualcuno spruzzerà di sociologismo il tutto: la crisi, l’incertezza del futuro, la paura del diverso. Altri si dissoceranno dalle sue frequentazioni neonaziste: non basta essere simpatizzanti di Casa Pound per trasformarsi in un delirante giustiziere della notte. Giustificazioni d’accatto, buone per tutte le stagioni.<br />
La televisione nazionale, che ha colonizzato il nostro immaginario di questi ultimi decenni, richiede spiegazioni semplici, facili da applicare nel mondo reale. Tipo quelle dei bravi cittadini torinesi che hanno trovato ovvio organizzare un pogrom in un campo rom alla notizia (falsa) di uno stupro ai danni di una minorenne. Le nostre donne le difendiamo noi. “Nostre”, come se ci appartenessero. Che poi lo stupro fosse una menzogna della ragazzina per difendersi da due genitori oppressivi cambia poco. Non era vero, è stato detto, ma non ne possiamo più dei nomadi. Curioso sillogismo. Cioè: non è che siamo razzisti, è loro che sono zingari! In pratica: non siamo interessati alla responsabilità personale, sono cose da democrazia matura. A noi interessa avere un capro espiatorio, là quando occorre. <span id="more-41023"></span><br />
Io, insomma, di Gianluca Casseri non so nulla. E nulla sanno neppure i fascisti della rete che già lo esaltano ad eroe nazionale. Prevedo un’impennata delle vendite delle 357 magnum, il revolver che ha stroncato la vita dei due ambulanti senegalesi.<br />
Della tragedia di Firenze sono le parole usate per raccontarla che mi interessano. Le parole, in fondo, sono il mio mestiere. Le notizie lette sul web in tempo reale, parlavano di un “folle” che aveva sparato e ucciso due “vu’ cumprà”. “Folle”&#8230; C’è molto poco di folle nel selezionare chi uccidere e chi no. Basta un semplice manuale di criminologia forense per saperlo: lo squilibrato spara a casaccio, nella folla, indistintamente. Qui Casseri ha scelto su base etnica le sue vittime. Sapeva esattamente cosa voleva dire al mondo.<br />
E poi “vu&#8217; cumprà”, così, come si diceva, con quel malcelato razzismo, oltre vent’anni fa quando arrivarono i primi immigrati dall’Africa. Quasi non fossero passati questi anni, quasi fossimo ancora una “innocente” nazione di emigranti che andava trasformandosi in una di (colpevoli) immigrati. Scrivere di un folle che uccide due vu cumprà è già, intimamente, un modo di giustificarlo. Cosa avrebbero scritto i solerti giornalisti patri se un senegalese avesse sparato a due fiorentini? E quale fiaccolata capitanata dal solito politico indignato si sarebbe organizzata per dichiarare la propria insofferenza di fronte a questi stranieri che vengono qui ci rubano il lavoro, sporcano le nostre città e &#8211; certo non siamo razzisti, ma, si sa &#8211; stuprano le “nostre” donne?<br />
Nominare le cose significa dare loro un senso. Quando diciamo, ad esempio, che l’Italia <em>sta cambiando</em> &#8211; quasi che questo mutamento possa ancora trovare un’inversione di rotta &#8211; ci raccontiamo la più patetica delle bugie. Perché non vogliamo ammettere che l’Italia <em>è già cambiata</em>! Da una generazione ormai. Il paesaggio antropologico è radicalmente mutato, ne prendano atto i fascistelli in pectore che propugnano la difesa di una razza inesistente. Ma soprattutto ne prenda atto la più retriva delle politiche che abbiamo avuto, miope e securitaria, che al posto di gestire il cambiamento ha fomentato col suo linguaggio da bar l’incertezza e la paura. Questo è ciò che ora raccogliamo, dopo aver seminato vento per un quarto di secolo. Tempesta.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> l&#8217;Unità<em>, oggi</em>]</p>
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		<title>Favole nere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 08:39:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek (una proposta alla Città di Torino) Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta. Ha sedici anni, età in cui in altre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>(una proposta alla Città di Torino)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840-300x280.jpg" alt="" title="25_101518283840" width="300" height="280" class="alignnone size-medium wp-image-41013" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840-300x280.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/25_101518283840.jpg 440w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Racconta favole nere per difendere il suo amore &#8211; quelle sentite da bambina, quando a metterle paura e farla obbedire c’erano gli zingari. Le viene istintivo scaricare addosso a loro la terribile disobbedienza della sua prima scelta adulta. Ha sedici anni, età in cui in altre nazioni europee è normale andare in vacanza con il ragazzo, persino uscir di casa e convivere. Qui invece essere giovani significa essere subalterni. Se sei femmina, lo sei due volte. Tre, se di famiglia povera. Peggio sono messi solo i rom e gli islamici, quelli non integrabili, perché non è nel nome di Gesù e Maria che, nel loro caso, la famiglia deve vigilare sulle figlie.<span id="more-41012"></span><br />
I mandanti morali del rogo di Torino e della strage di Firenze, sono anche responsabili del fumo con cui il razzismo, divenuto passepartout politico, ha saputo occultare i problemi di un paese incagliato tra arretratezza e recessione, proiettandoli sugli stranieri. I loro complici sono i media per i quali uno stupro commesso su un’italiana da un rom rumeno africano fa notizia (e le notizie calde si danno subito, senza troppe verifiche), mentre una donna straniera merita solo un trafiletto persino quando viene uccisa.<br />
Vorrei che a tutto questo ci fosse una risposta non indignata, non retorica, non per un giorno atterrita affinché quello dopo torni tutto come prima. Vorrei che al processo per il pogrom delle Vallette si costituisse parte civile la città di Torino: come è avvenuto a Milano per Piazza Fontana o a Brescia per Piazza della Loggia. Perché la strage è stata evitata, ma non l’eversione che l’ha innescata, come dimostra la mattanza fiorentina. Perché non sono solo i rom o i senegalesi a esserne le vittime, ma pure i nostri figli: <em>disgraziati</em> anch’essi nella sommersa quotidianità cattiva, come scopre chi osa guardare oltre le cronache e le favole nere.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità<em>, 14 dicembre 2011.</em></p>
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		<title>Il disastro del rame</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 15:04:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Una mattina di marzo sono incappata in un disastro dovuto all’estrazione delle materie prime. Non ero in una miniera delle Ande, ma su un treno che collega Milano a Varese, Domodossola, Ginevra, Torino. Eppure è a causa del rame che siamo arrivati con tre, quattro, persino cinque ore di ritardo. Mancando appuntamenti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Una mattina di marzo sono incappata in un disastro dovuto all’estrazione delle materie prime. Non ero in una miniera delle Ande, ma su un treno che collega Milano a Varese, Domodossola, Ginevra, Torino. Eppure è a causa del rame che siamo arrivati con tre, quattro, persino cinque ore di ritardo. Mancando appuntamenti, perdendo coincidenze, mezza giornata di lavoro. Un tassista di Gallarate mi ha raccontato che lo cercavano “fin giù da Magenta”. Ha caricato ogni genere di persona, persino una donna disposta a sborsare quasi cento euro pur di arrivare in tempo per rinnovare il permesso di soggiorno.<span id="more-36009"></span></p>
<p>Tutto questo per un furto nemmeno riuscito. Ma uno dei metodi più diffusi per ricavare il cosiddetto oro rosso è rubarlo. Sparisce ovunque, tutti i giorni: da cantieri, cimiteri, chiese e soprattutto dalle ferrovie. La rete italiana di 16.000 km può essere considerata una lunghissima miniera a cielo aperto.</p>
<p>I furti sulle linee ferroviarie sono diminuiti rispetto a prima, ma restano frequenti. Se toccano un binario morto, nessuno se ne accorge. Ma quando colpiscono il luogo sbagliato al momento sbagliato- come lo snodo di Milano Certosa alle 6 del mattino- le conseguenze e il danno sono mostruosi. </p>
<p>Quel giorno è andata male a tutti. I ladri, mi diceva un giornalista di Varese che sa tutto sui treni, avrebbero cercato di isolare i cavi della linea aerea attaccandovi dei pesi e invece hanno mandato in cortocircuito la centralina. Da quel momento in poi, i ferrovieri hanno dovuto traghettare un centinaio di treni con telefono e paletta, tornando per otto ore agli albori del trasporto su rotaie. “Miracolo che tutto sia filato liscio”, rimarcavano alcuni con orgoglio e amarezza perché gli utenti, al solito, si sono resi conto solo del peggio, non delle prodezze dei colleghi fuori.</p>
<p>Però c’era anche qualcuno, come il capotreno con cui sono capitata io, al quale avresti dato il titolo “capitano del treno”, per meriti mostrati nella bufera ferroviaria. Ai passeggeri del regionale su cui ci ha fatti trasbordare è andata peggio: “175 min” di ritardo ufficiale, senza informazioni né ossigeno, a porte chiuse. “Sequestro di persona, facciamo causa”, sbottava una signora, ma senza urlare. Quelli che perdono le staffe ci sono sempre, però la maggior parte sprofonda in un mansueto fatalismo. La forza lavoro delle regioni più produttive, affronta le defaillance del trasporto ferroviario come calamità naturali.</p>
<p>“E’ vero che sto rame vale molto?” chiedo a un agente Polfer, avendo letto di quotazioni fino a 10 euro al chilo per quello reso irriconoscibile dalla fusione, pronto a sparire nei container per la Cina.</p>
<p>“Mah”, scuote la testa.”Gliene daranno uno, massimo due. Rubare il rame è roba da disperati. Lo strappano persino dai passaggi a livello.”</p>
<p>Zingari. Rom-Romeni. Il campo di Via Triboniano, commentavano sul treno, è a due passi dalla stazione di Certosa. Non è esploso nessun “zingari di merda”, ma dev’essere stato un caso.</p>
<p>Nei giorni dopo il disastro si è diffusa una voce nuova. I ladri non sarebbero venuti dal Triboniano, ma da certe baracche ai bordi della ferrovia. Quattro baracche abusive che, dopo ogni sgombero, tornano presto lo schifo abitato che erano prima.</p>
<p><em>Vite di scarto</em>, <em>Ultimi degli ultimi</em>. E’ attraverso una simile esperienza che diventa misurabile il significato di certe espressioni: da un lato il danno incalcolabile inferto all’economia del Nord-Ovest, privata per molte ore di 100.000 lavoratori, dall’altro un reato che vale uno o due euro al chilo, col rischio che non finisca fulminata solo una centralina. E’ capitato a un ragazzo italianissimo, a Marsala, mentre tagliava i fili di un palo della luce. A Milano, in un piccolo campo abusivo, Emil Razvani, 13 anni, è morto il giorno dopo il “disastro del rame”: carbonizzato per l’incendio di una stufa.</p>
<p><em>pubblicato su  &#8220;Internazionale&#8221;, 18/24 giugno.</em></p>
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		<title>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 09:30:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Carmen Pellegrino Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-21963" title="agguato-napoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/agguato-napoli-150x150.jpg" alt="agguato-napoli" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Come si racconta una morte? E una morte tragica? E una morte “per sbaglio”? Come si portano in superficie trafitture, lacerazioni, smottamenti di coscienza che lasciano un irrimediabile senso di umiliazione e vergogna? C’è come un senso di straniamento sottile nel descrivere una morte, c’è come una resistenza emotiva da vincere, cercando segmenti narrativi che riducano lo iato profondissimo tra reticenza e condivisione. C’è questo nella breve storia della morte di Petru Birladeanu, un ragazzo di nazionalità romena che suonava l’organetto nella stazione Cumana di Napoli, quartiere Montesanto, una morte avvenuta “per sbaglio” e poi confinata nel campo della marginalità, della irrilevanza più ostinata.<br />
Siamo a Napoli, il 26 maggio 2009, è un martedì, quasi verso sera, e fa già caldo. L’ultimo taglio di luce rimbalza sulle strade, attraversa il tufo dei vicoli porosi, immobili in un perpetuo andirivieni. Nei pressi della stazione cumana c’è sempre gente di passaggio, Montesanto è nel cuore antico della città, salgono lungo i muri, sulle facce le ombre della sera che viene.<span id="more-21962"></span><br />
Improvvisamente un commando di 8 persone su quattro motociclette attraversa contromano la via Pignasecca fino alla stazione della Cumana. Sono sicari e sparano colpi a raffica, li sparano in aria. Va in scena un ordinario e sanguinario show tra clan rivali per il controllo del territorio; è una delirante azione dimostrativa originatasi nella faida tra i Mariano (i «Picuozzo» protagonisti alla fine degli anni Ottanta della sanguinosa guerra con i De Biase «Faiano») e i Sarno di Ponticelli.<br />
Dalla Cumana sono appena usciti i viaggiatori, ma Petru con la sua fisarmonica in spalla sta risalendo la strada antistante la stazione, in compagnia della moglie Mirela.<br />
In quel momento diversi colpi vengono esplosi, alcuni ad altezza d’uomo: un ragazzino di 14 anni viene ferito a una spalla, due colpi arrivano a Petru, uno alla gamba, l’altro al torace; seppure ferito, il ragazzo cerca riparo all’interno della stazione, ma prima cade e la moglie lo aiuta a rialzarsi. «Sentiamo gli spari – ricorda Mirela che ora è in Romania- Petru mi afferra e dice ‘corri’. Vedo il sangue, ma lui mi dice che è solo un graffio e che devo correre”.<br />
I due ragazzi arrivano ai tornelli, c’è una ridda di persone impaurite, assiepate le une sulle altre quasi a scavalcarsi, ma Petru si accascia: uno dei proiettili gli è arrivato al cuore e al polmone attraverso il torace, bucandoli. Intorno si fa presto il vuoto, gli resta accanto la moglie e più nessuno. Qualcuno chiama i soccorsi, a poche centinaia di metri c’è l’ospedale Pellegrini, ma i soccorsi tardano, non arrivano.<br />
Petru è a terra, si tiene la mano sul petto, agonizza lento, il suo dolore diventa muto, solo lamenti soffusi: «Per 5 minuti ha parlato. Per 10, mi ha guardato fisso negli occhi e, quando io gridavo, lui scuoteva la testa e mi stringeva più forte la mano. Per mezz&#8217; ora il corpo di mio marito Petru è rimasto per terra e nessuno ha fatto niente. Ci guardavano tutti e c&#8217;era anche chi mi scattava fotografie. È arrivata un&#8217; ambulanza, ma non era per noi era per il bambino ferito».<br />
Il giovane era venuto in Italia da Iasi, con la moglie e uno dei suoi due figli; suonava la fisarmonica sui treni ma nel suo paese era un calciatore, un centravanti del Poli Iasi, la serie A romena; “era romeno- sottolinea Mirela- non rom (“Petru canta in piata Cumana, dar era fotbalist. A fost jucator la Poli Iasi, echipa romaneasca din Seria A…. Petru era roman, nu rrom”). Aveva 33 anni.</p>
<p>Nelle ore successive si diffonde la notizia, presto smentita, che fosse proprio Petru l&#8217;obiettivo dei sicari; si rintraccia subito nel “rom” l’esempio paradigmatico dello straniero malvivente, punito per qualche oscuro regolamento di conti. Ma l’evidenza maldestramente sottaciuta emerge rapidamente: Petru, che non c’entrava niente con i sicari, è morto ammazzato accidentalmente, o &#8220;per sbaglio&#8221; come poi è stato scritto. Della vicenda si è parlato poco sui giornali, male nei telegiornali. Anzi, in qualche caso la notizia della morte del giovane è stata fatta seguire proditoriamente dai servizi sulla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta nel 1996, mettendo così foscamente in connessione due vicende lontane nel tempo e nello spazio.<br />
Come per una inquietante assonanza ritorna alla memoria il pogrom del maggio 2008 consumatosi contro i campi nomadi di Ponticelli, periferia est di Napoli, in seguito al presunto tentativo di rapimento di una neonata da parte di una giovanissima rom. I campi rom, sparsi sotto i cavalcavia e su terreni abbandonati, vennero brutalmente assaltati, incendiati e messi in fuga i rom che li abitavano. La ferocia iniziò con l’accoltellamento di un romeno &#8220;regolare&#8221;, un operaio che abitava nei paraggi. Non c’entrava niente, ma si sa, “quelli lì” son tutti uguali.<br />
Difficile non leggere in queste tensioni xenofobe e razziste la conseguenza più immediata di politiche sociali e mutamenti nella legislazione che hanno sapientemente intercettato e cavalcato confuse insicurezze e vecchie paure, attuando politiche sull’immigrazione (un velo semantico, questo, che ne nasconde la natura profonda) totalmente inadeguate, che rivelano quasi un’ossessione che insegue e sovrasta i suoi artefici. Politiche destrutturanti che hanno favorito, se non determinato, il formarsi vorticoso di un nuovo senso comune che riproduce indolenze ed emarginazione, atti di discriminazione e violenza su base “etnica”, oltre che una odiosa cultura del sospetto, per lo più pretestuosa, che attinge largamente a un groviglio di retoriche patriottiche, vecchi sentimenti nazionalistici, miopie da paura del “diverso”, mai del tutto sradicate.<br />
Emiliano Di Marco, militante napoletano pacifista, da sempre in lotta al fianco degli immigrati, portavoce dell’associazione Assopace, ha efficacemente descritto gli scenari dischiusisi con l’approvazione del “ddl sicurezza”, riassumendoli nella loro crudezza: “c’è poco da aggiungere a quanto già detto da Adriano Sofri, Dario Fo, Andrea Camilleri, il cardinale Tettamanzi, padre Zanotelli […] su questo provvedimento: è una legge razzista, una legge che porterà ancora più dolore e che per certi aspetti si spinge anche più in là delle leggi razziali del 1938, laddove verrà impedito alle donne straniere in condizione di irregolarità amministrativa di poter riconoscere i propri figli nati in Italia, costringendo questi bimbi che non hanno nessuna colpa ad essere figli di nessuno, al rischio di essere tolti dalle loro famiglie e dati in affido. Con la Legge 24 luglio 2008, n. 125 verranno impediti i matrimoni misti, se lo straniero o la straniera non hanno il permesso di soggiorno, saranno inoltre ammesse le “ronde” una norma che introduce alla privatizzazione della pubblica sicurezza, uno degli aspetti più controversi ed ignobili di questo intero dispositivo. Questo paese, che non ha imparato niente dalla propria storia meticcia ed emigrante, si vergognerà a lungo del ‘pacchetto sicurezza’”.</p>
<p>Si può cercare di resistere in molti modi a politiche reazionarie, discriminatori, razziste, predisponendosi ad esempio a una seria e responsabile disobbedienza civile, affermando strenuamente principi non negoziabili e mettendo in atto gesti forti e simbolici che si oppongano a rivendicazioni identitarie, in grado di produrre diversità fittizie e simulacri che sono alla base dei meccanismi di dominio<br />
A Napoli, ad esempio, sulla vicenda di Petru Birladeanu, è dal basso che sono arrivate spinte propulsive di autentica solidarietà, attraversando il guado di indifferenza che ha ricoperto quella morte. Una parte della società civile, quella migliore che non è una pura aggregazione di individui, ha dimostrato di saper opporre una virtuosità incoercibile all’indifferenza generalizzata. Agli inizi di luglio è stato fondato un gruppo, su iniziativa di un giovane docente napoletano, Luigi Maria Sicca, che in poco tempo è riuscito a coinvolgere giovani e meno giovani, raccogliendo opinioni e sensazioni eterogenee e mettendo insieme pezzi sparsi di sensibilità diverse; in poco tempo sono state raccolte più di 3000 adesioni con una proposta: intestare la fermata di Montesanto della stazione Cumana o la piazza antistante a Petru. La proposta è stata presentata in consiglio comunale e alla municipalità competente ed è tuttora in via di discussione. Ovviamente non sono mancate levate di scudi, rivendicazioni di parte, una sequela di ansie di primogenitura e tensioni legate al &#8220;dover onorare anche tutti gli altri morti”, come se esistesse una gerarchia al loro interno, in una inquietante lotta tra morti e paludati calcoli propagandistici.<br />
Ma i sostenitori della proposta non si sono fatti fiaccare, vigilano, insistono e continuano a tenere vivo il dibattito, animando discussioni che sollecitano gare di solidarietà e dimostrando che anche i gesti simbolici possono generare cambiamenti, contribuendo a spezzare la spirale di indifferenza che ormai sembra inesorabilmente sovrastarci, e a cui i politici locali non sembrano volersi sottrarre, largheggiando prima in promesse, poi in solenni dichiarazioni che fanno sempre bene in vista di competizioni elettorali, e ora chiudendosi in una muta battaglia di “carte bollate”.<br />
Non si può prevedere se una proposta che nella sua radicalità presenta tratti di dirompenza verrà accettata o meno; è prevedibile invece che in una estenuante lotta per gli spazi verrà proposta l’apposizione di una “rassicurante” targa che non scontenti quanti, attraverso oscurità dialettiche, si sono fatti paladini di proposte in senso totalmente contrario, e l’installazione di una teca protetta che custodisca nella stazione la fisarmonica di Petru.<br />
Non di gesti rassicuranti ci sarebbe bisogno, non senza forme particolari di ricomposizione che ne impediscano lo stemperarsi in generico rituale evocativo; occorrerebbe un sovvertimento, anche solo simbolico, in grado di dare un segnale forte, di favorire mutamenti strutturali e culturali, ma Napoli, si sa, è come un alchimista che riesce sempre a trasmutare le sue ferite in arte.</p>
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		<title>I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 05:03:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Ziccardi Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma. Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<figure id="attachment_7064" aria-describedby="caption-attachment-7064" style="width: 500px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-7064" title="piazza George Orwell videosorvegliata" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg" alt="piazza George Orwell videosorvegliata" width="500" height="326" /></a><figcaption id="caption-attachment-7064" class="wp-caption-text">piazza George Orwell videosorvegliata</figcaption></figure>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.<span id="more-7063"></span><br />
Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 euro e deve aggiungerne più o meno altri 1.400 per completare l&#8217;installazione del sistema e pagare il canone annuo del servizio di gestione dei dati.<br />
Il vicesindaco di Milano, De Corato, ha dichiarato al Corriere della Sera (pagina 27 del 30 luglio 2008): &#8220;Siamo orgogliosi di essere la città più videosorvegliata d&#8217;Italia. Le telecamere mettono in crisi i delinquenti&#8221;.<br />
Sempre a Milano, si legge sul Corriere, vi sono 900 telecamere attive in città; l&#8217;ATM, dal canto suo, ha annunciato l&#8217;obiettivo di avere 2.500 telecamere funzionanti nelle zone afferenti la metropolitana entro la fine del 2009.<br />
Ad onor del vero, il quotidiano scrive anche che la proposta in stile orwelliano &#8220;video-taxi 19-84&#8221; ha avuto poco &#8220;appeal&#8221; tra i tassisti milanesi: sono rimasti nella cassa del Comune, inutilizzati, 800 mila euro che però, con ogni probabilità, soddisferanno appetiti simili manifestati dagli edicolanti cittadini. Anche loro hanno sollevato, infatti, l&#8217;esigenza di installare telecamere: si spera, per il loro business, che non inquadrino zone dell&#8217;edicola che espongono film o riviste particolari.</p>
<p>Gli annunci degli esponenti politici milanesi sono l&#8217;occasione per una riflessione sulla normativa in tema di privacy italiana a dieci anni, più o meno, dall&#8217;entrata in vigore della legge.<br />
Le parole provenienti dagli amministratori milanesi, unitamente a ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni, ci suggeriscono di procedere ad un&#8217;analisi al contrario: non ragionare, in particolare, su quali valori e comportamenti siano tutelati oggi dalla normativa sulla privacy in Italia ma, al contrario, su quali siano le eccezioni/limitazioni che rendono la legge italiana per molti settori, &#8220;trasparente&#8221;, come se non ci fosse e, soprattutto, su quali siano i poteri che progressivamente si sono &#8220;chiamati fuori&#8221;.</p>
<p>Quando fu introdotta in Italia, per la prima volta, nel 1996/1997 una normativa sulla privacy, ci fu immediatamente una sorta di &#8220;fuggi fuggi&#8221; generale di gran parte dei settori della nostra società; organi legislativi, giudiziari, di governo e autorità indipendenti fecero finta, in molti casi, di non vedere, oppure concessero proroghe su proroghe sperando in una &#8220;conversione sulla via di Damasco&#8221; di molte amministrazioni geneticamente refrattarie al concetto di privacy.<br />
L&#8217;effetto delle proroghe, soprattutto nel settore pubblico, fu devastante: si percepì il valore privacy come superfluo, poco importante, &#8220;tanto gli adempimenti venivano sempre prorogati&#8221;&#8230;</p>
<p>In ordine temporale, i primi a chiamarsi fuori furono i giornalisti e tutto il mondo dei media e della stampa, in nome di un &#8220;diritto di cronaca&#8221; sacrosanto ma che andrebbe letto e inteso, in Italia, in maniera molto più nobile del puro pettegolezzo/morbosità/&#8221;incontinenza&#8221; che i nostri organi di stampa hanno spesso manifestato. In pratica, l&#8217;idea di un codice di autoregolamentazione/deontologico/disciplinare da concordarsi col Garante e, addirittura, incorporato come allegato nella normativa vigente si è rivelato, in pratica, essere semplicemente un elenco di eccezioni e di zone franche concesse alla stampa.</p>
<p>I secondi a chiamarsi fuori furono quasi tutti gli apparati del settore pubblico, con motivazioni tra le più varie: la prevalenza del diritto all&#8217;accesso sul diritto alla privacy, il problema di costi e mancanza di risorse (&#8220;non abbiamo i soldi per la carta igienica, figuratevi se ci preoccupiamo della privacy nei nostri uffici&#8221; ha comunicato un magistrato a un rappresentante del Garante durante un convegno cui ho assistito), le già dette continue proroghe, di sei mesi in sei mesi, che hanno reso nulla la percezione d&#8217;importanza di questi valori.</p>
<p>Contestualmente, soprattutto dopo l&#8217;attentato di Madrid, vi è stata, anche in Italia, l&#8217;emergenza sicurezza e terrorismo, che ha portato alla custodia a tempo indeterminato dei file di log e delle informazioni sulle comunicazioni (saltando a piè pari i limiti che erano previsti dalla legge sulla privacy e causando anche uno spiacevole &#8220;incidente diplomatico&#8221; in tema di data retention) alla disciplina degli Internet cafè e delle postazioni Internet aperte al pubblico.</p>
<p>Poi si è continuato con la recente polemica sulla raccolta di impronte biometriche dei bambini. Tralasciando questioni politiche e di merito, si noti che la biometria era sempre stata considerata, anche nelle decisioni del Garante, un argomento molto delicato, quasi una extrema ratio: in alcune occasioni il Garante ha vietato la raccolta di impronte digitali perché ritenuta un metodo non proporzionato, in punto di invasività, per gli scopi della raccolta e dell&#8217;obiettivo da raggiungere.<br />
Si è poi passati alla sorveglianza/pattuglia nelle città (che, in pochi lo scrivono, ma comporta anche grossi problemi di privacy) e, ora, alle videocamere sui taxi.</p>
<p>A seguito di tali episodi, anche il semplice osservatore può notare come la legge sulla privacy italiana, in questi anni, sia diventata &#8220;trasparente&#8221; per tanti attori e settori della nostra società; ciò porta al fatto che sono molte di più le eccezioni (ovvero le situazioni che, a seguito di un giudizio di importanza elaborato, di solito, dal mondo politico, sono considerate preminenti rispetto al diritto alla privacy) rispetto alle aree protette dall&#8217;ombrello della legge.</p>
<p>Le motivazioni sono state, in questi dieci anni, sempre le stesse: &#8220;è più importante la sicurezza della privacy&#8221;, &#8220;è più importante il diritto di cronaca della privacy&#8221;, &#8220;le telecamere tengono lontani i delinquenti&#8221; e simili.<br />
Non vogliamo discutere, nel merito, questo modo di ragionare, perché è molto soggettivo, legato alla formazione culturale, alle opinioni politiche e alle esperienze personali di ognuno di noi.</p>
<p>Vorremmo però far notare che un approccio di questo tipo, in Italia, ha dato vita a un problema enorme: tutto sembra essere più importante del diritto alla privacy, e ci stiamo avvicinando alla società sorvegliata perfetta.</p>
<p>Da ogni parte ci informano che siamo &#8220;in emergenza&#8221;: emergenza terrorismo, emergenza immigrazione e clandestini, emergenza Rom, emergenza intercettazioni, emergenza sicurezza, emergenza tagli alle spese. L&#8217;emergenza che può giustificare un annullamento del diritto alla privacy del singolo riguarda, ormai, ogni ambito: niente più privacy in città, in negozio, in metropolitana, in taxi, sul posto di lavoro e così via.</p>
<p>Pensiamo però che anche in (asserita) emergenza sia sempre necessario valutare con cura il bilanciamento tra esigenze di sicurezza e esigenze di privacy, tenendo a mente che il rapporto tra questi due valori non è, come molti vogliono far credere, o bianco o nero, ma può manifestare zone di grigio che possono creare un quadro che sia rispettoso della privacy e contemporaneamente benefico per la sicurezza.</p>
<p>Un primo passo può essere una spiegazione chiara, al cittadino, delle modalità di gestione di tutti i dati trattati e dei limiti che, comunque, devono essere rispettati.</p>
<p>Se il potere politico, sia a livello locale sia a livello centrale, decide legittimamente di prendere un provvedimento lesivo della privacy ma volto a garantire più sicurezza, il cittadino non ha molto margine di azione se non impugnare il provvedimento, ove possibile, o, in occasione di nuove elezioni, non votare più quel soggetto. Ha però il diritto di conoscere nei dettagli, chiaramente e senza dubbi, come i suoi dati siano trattati.</p>
<p>Il Comune decide di mettere le telecamere sui taxi, o nelle edicole? Bene. Che fine fanno le registrazioni delle telecamere sui taxi? Chi le gestisce? Con che misure di sicurezza? È stato fatto un test di sicurezza sulle banche dati a protezione da accessi abusivi esterni? L&#8217;informativa è chiara? Posso mantenere riservato (non ripreso dalla telecamera) l&#8217;indirizzo di destinazione che comunico al tassista, perché magari corrisponde a una struttura sanitaria o a un sexy shop? Posso chiedere al guidatore di spegnere la telecamera, dopo avergli dato opportune garanzie che non sono delinquente, dal momento che devo fare una telefonata importante? Se sono un VIP, magari in compagnia? La telecamera come sarà posizionata? Mobile o fissa? Sul volto o sulle gambe? I dati che mi riguardano verranno distrutti a fine corsa, una volta che ho pagato e il tassista è incolume?</p>
<p>Occorre una maggiore coscienza del cittadino, in una vita sociale che sta diventando completamente controllata, su che destinazione e &#8220;vita&#8221; abbiano i dati. Siamo in un periodo critico per la privacy in Italia e, leggendo le recenti dichiarazioni del Garante, lo stesso sembra mantenersi molto cauto e diplomatico, quasi rassegnato, a volte con consigli più da bonario parroco di provincia che da agguerrito difensore dei diritti alla privacy dei cittadini: fornisce suggerimenti, annuncia analisi, esterna timidi consigli, ma non sembra in grado di arginare, come se avesse armi spuntate rispetto all&#8217;emergenza in corso, questo attacco sistematico a ogni aspetto della privacy.<br />
Non ci sembra di esagerare, per chiudere il discorso, nel dire che oggi la legge sulla privacy sia più un&#8217;eccezione (che va a colpire soprattutto i deboli, contro cui è molto semplice fare la voce grossa) che una regola, tanti sono i settori che si sono &#8220;chiamati fuori&#8221; per i motivi più vari.</p>
<p>Risulta però molto difficile ragionare pacatamente e fare proposte se, veramente &#8220;siamo tutti contenti di vivere nella città più sorvegliata&#8221; e se anche il Garante si è ormai rassegnato a vedere il diritto alla privacy posto dal mondo politico, nella classifica di importanza dei diritti tutelati dalla nostra società, in una posizione inferiore a tutti gli altri.</p>
<p>Biometria, sorveglianza e videocamere, stampa e media, file di log e controllo del traffico, grandi provider sono già &#8220;sfuggiti&#8221; o stanno sfuggendo alla normativa: presto avremo la raccolta delle impronte di tutti i detenuti, la banca dati del DNA (prima il DNA dei colpevoli di crimini di sangue poi, ad abundantiam, di tutti gli altri), le telecamere in dotazione non solo a tassisti, edicolanti, negozianti e aziende di trasporti ma a chiunque ne faccia richiesta, non riusciremo più a distinguere il nobile diritto di cronaca dalla pura morbosità del giornalista (anche quest&#8217;ultima, oggi, tutelata dalla normativa sulla privacy in Italia grazie a un sistema di eccezioni e riserve che il &#8220;potere forte&#8221; della stampa ha ottenuto già da diversi anni) e cercheremo presto, come un ago in un pagliaio, un taxi col bollino &#8220;camera-free&#8221; o &#8220;privacy oriented&#8221;, un angolo non coperto dalle telecamere per scambiarci un bacio che non sia trasmesso in mondovisione con la nostra compagna o un&#8217;edicola dove comprare ciò che più ci piace senza che qualcuno ci osservi.</p>
<p>Leggo, intanto, che negli Stati Uniti d&#8217;America, a New York, vi è il <a href="http://punto-informatico.it/2287898/PI/News/new-york-polizia-video-registra-spari.aspx">progetto di dare alle Forze dell&#8217;Ordine delle armi con installata, sotto alla canna, una telecamera</a> che filmi tutto ciò che succede, soprattutto in caso di scontri a fuoco. L&#8217;agente non ha la possibilità di modificare, cancellare o rimuovere in alcun modo la registrazione cifrata di oltre un&#8217;ora di video e audio, che si attiva non appena l&#8217;agente estrae la pistola e la punta contro un soggetto o una situazione.<br />
Se siete a New York e un poliziotto vi punta una pistola addosso, ricordatevi quindi di dire &#8220;cheese&#8221;; se, invece, a Milano avete la fortuna di &#8220;salire&#8221; su uno dei (pochi) video-taxi 19-84, state attenti a cosa fate e dite.<br />
Consiglio di ascoltare, e mi perdonino le signore che leggono, la prima strofa di una bella <a href="http://www.youtube.com/watch?v=d5m9Is5y8K0">canzone dei Baustelle, &#8220;L&#8217;aeroplano&#8221;</a>, contenuta nell&#8217;ultimo album, traccia n. 5.<br />
Ascoltata la strofa, in questi giorni la battuta è davvero facile: resta un bel video!</p>
<p>Giovanni Ziccardi</p>
<p><em>Giovanni Ziccardi, Avvocato, è Professore di &#8220;Informatica giuridica&#8221; e &#8220;Informatica giuridica avanzata&#8221; presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Milano e siede nel Board of Directors di Ip Justice. Il suo sito è all&#8217;indirizzo <a href="http://www.ziccardi.org">http://www.ziccardi.org</a>, il suo Blog è consultabile all&#8217;indirizzo <a href="http://ziccardi.typepad.com">http://ziccardi.typepad.com</a></em></p>
<p>Pubblicato su <a title="link all'originale su Punto Informatico" href="http://punto-informatico.it/2376232/PI/Commenti/taxi-milano-privacy-tutto-quanto.aspx">Punto Informatico</a> Anno XIII n. 3049 di venerdì 1 agosto 2008. La fotografia non compare nell&#8217;originale, viene da <a title="autoironia" href="http://groups.google.com/group/it.fan.marco-ditri/browse_thread/thread/cabee6c68a4f0db0#">it.fan.marco-ditri</a> ed è un esempio di <a title="autoironia" href="http://monsterlippa.info/2008/06/10/riferimenti-circolari/">corto circuito informativo</a>.</p>
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		<title>Il razzismo e la burocrazia: la costruzione del nemico pubblico zingaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 05:22:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Bernini e Giovanni Hänninen “Dei due principali strumenti politici del dominio imperialista, l’uno, il razzismo, venne scoperto in Sudafrica mentre l’altro, la burocrazia, mosse i suoi primi passi in Algeria, in Egitto, e in India. Il razzismo era in sostanza la fuga in un’irresponsabilità dove non poteva più esistere nulla di umano; la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="photoDescription">
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-6403" title="low450maria__pgh_3786" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/low450maria__pgh_3786.jpg" alt="Maria - foto di Giovanni Hanninen" width="450" height="672" /></p>
</div>
<div class="photoDescription"><span id="more-6392"></span></div>
<div class="photoDescription"><strong>di Lorenzo Bernini e Giovanni Hänninen</strong></div>
<div class="photoDescription">“Dei due principali strumenti politici del dominio imperialista, l’uno, il razzismo, venne scoperto in Sudafrica mentre l’altro, la burocrazia, mosse i suoi primi passi in Algeria, in Egitto, e in India. Il razzismo era in sostanza la fuga in un’irresponsabilità dove non poteva più esistere nulla di umano; la burocrazia derivava la sua coscienza della responsabilità dalla <em>convinzione di governare popoli inferiori, che aveva in certo qual modo il dovere di proteggere, ma per i quali non valevano le leggi del popolo dominante da essa rappresentato </em>”.<br />
(Arendt, Hannah, Le origini del totalitarismo)</div>
<div id="About">
<div class="photoDescription">
<p>&#8220;Esortiamo le autorità italiane ad astenersi dal procedere della raccolta delle impronte digitali dei Rom, inclusi i minori, e dall&#8217;utilizzare quelle già prese in quanto cio&#8217; costituisce chiaramente un <em>atto di discriminazione diretta fondato sulla razza e l&#8217;origine etnica</em>&#8220;.<br />
(Il Parlamento dell’Unione Europea)</p>
<p>Uno dei maggiori lasciti dell’analisi dei totalitarismi novecenteschi compiuta dalla filosofa ebrea tedesca Hannah Arendt è la consapevolezza che il nazismo e lo stalinismo non sono stati fenomeni politici riducibili alla follia di Hitler e Stalin, né meri accidenti della storia. Dalle analisi di Arendt emerge non soltanto che il razzismo e la burocrazia, che nei regimi totalitari hanno avuto uno sviluppo ipertrofico, erano stati già da lungo tempo sperimentati dalle potenze imperialiste europee sulle colonie, ma anche che essi restano come possibilità ancora iscritte nella nostra razionalità politica liberale.</p>
<p>E la storia sembra darle ragione.</p>
<p>Accade, ad esempio, che oggi in Italia sia stato presentato come provvedimento burocratico-amministrativo, motivato dall’esigenza di un censimento e ispirato addirittura al principio della <em>protezione</em> dei bambini Rom, un’azione razzista volta a tracciare, all’interno della popolazione che abita sul suolo del nostro paese, una <em>discriminazione</em> tra un’umanità superiore e una inferiore, tra un regime giuridico che vale per la prima, e uno che vale per l’altra.</p>
<p>Riflettendo sul totalitarismo, Arendt insegna anche che il “male”, che una lunga tradizione ci insegna a pensare nella forma dell’attività, si annida invece, spesso, nella passività: nell’indifferenza, nel compiere atti banali e apparentemente innocui, nell’obbedire alle istruzioni dei propri superiori senza vagliarli prima al setaccio del proprio giudizio morale.</p>
<p>Ecco allora noi vi chiediamo, di fronte a questa foto di Maria: che giudizio esprimereste su chi sarebbe capace di obbedire all’ordine di prenderle le impronte digitali? Immaginate quel possibile poliziotto.Guardate Maria. A chi attribuireste l’appartenenza alla piena umanità?<br />
E ora volgete lo sguardo a voi stessi: tra qualche anno cosa penserà Maria di voi, della vostra umanità, se di fronte a quello che sta accadendo rimarrete indifferenti?</p>
<p><em>Testo di Lorenzo Bernini. Foto di Giovanni Hänninen, pubblicata originariamente su <a title="foto di giovanni hanninen" href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/2620566799/">Flickr</a>.Testo scritto l&#8217;8 luglio 2008.<br />
</em></p>
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<div style="position: absolute; top: 7px; left: 9px; font-family: Arial; font-size: 11px; color: #999999;"><a href="http://www.flickr.com/photos/sanoi/2620566799/map/?view=users"><strong>Visualizza cartina di sanoi</strong></a></div>
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</div>
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		<title>NON TOCCATE I BAMBINI E LE BAMBINE ROM E SINTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 08:20:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[campi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci Il 7 luglio riempiamo di impronte digitali il Ministero dell&#8217;Interno E&#8217; già iniziata la schedatura e la rilevazione delle impronte digitali dei rom, minori compresi, nei campi rom con lo scopo di &#8220;censire&#8221; quanti vi risiedono. Una misura fortemente voluta dal ministro Maroni, nonostante l&#8217;indignazione con cui è stata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Filippo Miraglia</strong>, responsabile immigrazione Arci</p>
<p><span><strong>Il 7 luglio riempiamo di impronte digitali il Ministero dell&#8217;Interno</strong></span><br />
E&#8217; già iniziata la schedatura e la rilevazione delle impronte digitali dei rom, minori compresi, nei campi rom con lo scopo di &#8220;censire&#8221; quanti vi risiedono. Una misura fortemente voluta dal ministro Maroni, nonostante l&#8217;indignazione con cui è stata accolta da gran parte dell&#8217;opinione pubblica.</p>
<p><span id="more-6339"></span>Forti perplessità sulla legittimità di un simile provvedimento ha espresso anche il Commissario europeo ai diritti umani. Associazioni laiche e cattoliche, italiane e internazionali, intellettuali, artisti, giornalisti, politici hanno denunciato il razzismo di questa misura giudicata un grave vulnus della democrazia e della Convenzione per la tutela dei diritti del fanciullo. Un atto discriminatorio e persecutorio.</p>
<p>E&#8217; necessario dare visibilità, anche con azioni simboliche, alla nostra indignazione.</p>
<p>Il <strong>7 luglio</strong>, a <strong>Roma</strong>, <strong>in Piazza Esquilino, dalle 17 alle 20</strong>, l&#8217;Arci, col sostegno dell&#8217;Aned, organizzerà una &#8220;schedatura&#8221; pubblica e volontaria, raccogliendo le impronte digitali di tutte le persone che condividono la nostra protesta. Centinaia di impronte che invieremo al ministro con un messaggio:</p>
<p>Prendetevi le nostre impronte<br />
NON TOCCATE I BAMBINI E LE BAMBINE ROM E SINTI</p>
<p>Con noi, a farsi &#8220;schedare&#8221;, ci saranno anche Moni Ovadia, Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Ascanio Celestini e tanti altri.</p>
<p>A tutte le forze politiche di opposizione, alle forze democratiche, alle associazioni, ai media, ai singoli chiediamo di aiutarci a fermare questo scempio della vita civile e democratica del nostro paese, in cui il razzismo è ormai pratica di governo.</p>
<p>Roma, 2 luglio 2008</p>
]]></content:encoded>
					
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