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	<title>romanzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una repulsione per l’origine. Storia e critica di un’eredità in Bärfuss</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[eredità]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu</strong>  <br /> Con Il cartone di mio padre (trad. Margherita Carbonaro, L’orma), Lukas Bärfuss porta avanti un’indagine sulla demitizzazione dell’esistenza attraverso la solennità della morte iniziata con uno studio storico, filosofico e letterario sul suicidio in Koala.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-117042" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x.jpg" alt="" width="350" height="519" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-150x222.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/i__id2500_mw600__1x-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p style="text-align: left;">Con <em>Il cartone di mio padre</em> (trad. Margherita Carbonaro, L’orma), Lukas Bärfuss porta avanti un’indagine sulla demitizzazione dell’esistenza attraverso la solennità della morte iniziata con uno studio storico, filosofico e letterario sul suicidio in <em>Koala </em>(trad. Margherita Carbonaro, L’orma).<br />
Lo scrittore si interroga sulla contaminazione del ricordo in relazione a un trauma che condensa il tempo anteriore in un istante tramutato in un’ossessione ricorrente. A invadere il quotidiano è l’emblema di un lascito ideale, un cartone rimasto chiuso per venticinque anni che Bärfuss decide finalmente di aprire, non sopportando oltre quella presenza muta. “Era l’unica testimonianza di un uomo del quale si diceva fosse stato mio padre”.<br />
Lungi dal porsi come memoir o biografia paterna, l’opera è uno studio sul ruolo dei vincoli famigliari nella definizione e nella crescita dell’individuo, nei condizionamenti e nell’idea di appartenenza. Interrogativi suscitati da una storia privata ripercorsa in parte da Bärfuss, dalla notizia della morte del padre giunta via fax quando si trovava in Camerun, al disinteresse dei parenti nel pensare a un funerale, alla perdita dell’urna sino all’assenza della tomba.<br />
La storia di suo padre è un racconto dal margine, una vita di espedienti sancita nell’ultimo periodo dalle notti all’addiaccio. Si tratta di una condizione ben nota all’autore che a sua volta visse per strada sperimentando per un periodo della sua vita la sensazione di minaccia perenne, di assenza di rete sociale e di impassibilità generale, fino al momento in cui trovò un modo, diventando un libraio, per provare a sfuggire al suo destino.<br />
“Mi reputavo fortunato perché con la letteratura avevo trovato qualcosa che non avrei mai esaurito”.<br />
Nell’aprire il cartone di suo padre trovò pile di solleciti di pagamento e documenti emessi da tribunali distrettuali e fallimentari: tentativi di arrancare tra debiti insolvibili.<br />
“Conoscevo i calcoli approssimativi annotati con disperazione sui bloc-notes, le liste della spesa con a fianco i soldi disponibili per la settimana, così da non farsi traviare dalle offerte e attenersi a una rigorosa dieta di patate, pasta e carne in scatola”.<br />
Nel partire dalla fine, Bärfuss rievoca il ruolo della casa come luogo dove nascondere la propria miseria; il principio dominante della famiglia – “Dove regna la mancanza di tutto, la prima virtù è l’improvvisazione” –; l’assenza di una figura paterna autorevole; la necessità maturata negli anni di allontanarsi dalla madre per sottrarsi al suo influsso; il sentore di disgrazia imminente simboleggiato dalla cassetta delle lettere considerata il cancello per l’inferno viste le numerose ingiunzioni ricevute.<br />
La domanda che aleggia tra le pagine riguarda la natura dell’essere umano, la capacità dell’individuo di vivere nel momento e al contempo di astrarsi anche da sé, dal mondo che abita, dal suo pensiero, e dalla sua lingua: proprio grazie a tale capacità l’essere umano costruisce la propria cultura.<br />
Il grande nodo riguarda la lingua, utilizzata troppo spesso per definire l’origine. Questo aspetto centrale dell’opera è sviluppato sotto angolazioni diverse, nella consapevolezza che non esista alcuna “eredità spirituale che non possa essere rifiutata. Al contrario di quella biologica, ogni origine culturale è una scelta”.<br />
Si rivela necessaria in tale prospettiva una nuova grammatica per descrivere la famiglia e l’origine e in questo senso si può cogliere un’ideale affinità con gli assunti di Judith Butler in merito alla concezione del linguaggio come condizione di possibilità dell’esistere degli individui, gettati nel linguaggio e quindi inesorabilmente superati da esso.<br />
Su una nuova narrazione della famiglia e sul significato dei vincoli verso i genitori, la scrittura della storia personale è vista da Bärfuss come un’opportunità per rintracciare un senso alla casualità della nascita. Il cartone di suo padre diventa così il simbolo di una repulsione per l’origine e per l’ossessione di volersi definire attraverso i propri antenati.<br />
“Raccontare significava innanzitutto sottoporsi a una trasformazione. Avrebbe potuto salvare o distruggere, e non c’era garanzia né per l’una né per l’altra opzione”.<br />
A partire da ingrandimenti su una vicenda privata l’autore si chiede per estensione quale idea della famiglia abbia la società e per farlo sviluppa riflessioni sulla proprietà, sulla correlazione tra bancarotta privata e decesso sociale, riservando una particolare attenzione al diritto ereditario e al nesso tra l’indebitamento privato e il benessere occidentale secondo un’idea di libertà degli esseri umani subordinata a vincoli economici.<br />
Per raccontare la storia della società borghese, della società industriale di massa, sarebbe sufficiente, secondo Bärfuss, partire dai suoi rifiuti. Si tratta di un aspetto esplorato in letteratura con approcci radicalmente diversi tra gli altri da Baudelaire, Benjamin, Dickens, Mayhew, sino ad arrivare oggi, come ricorda Donata Meneghelli nel saggio <em>Il valore degli oggetti</em> (nottetempo), a coniare il neologismo ‘spazzaturocene’ (Baptiste Monsaingeon, <em>Homo detritus. Critica della società dei rifiuti</em>) per definire l’epoca contemporanea a partire dal suo rapporto con gli scarti per l’incremento della loro produzione, i ritmi frenetici di consumo e dismissione delle merci, la crisi ecologica, le scorie industriali nocive e il loro smaltimento improprio, e la centralità assunta dal residuo anche nelle arti.<br />
Per Bärfuss si tratta di un’eredità senza eredi, di un bene senza padrone che opprime la civiltà e necessita di una regolamentazione nuova perché quelle che governano la proprietà, l’eredità e la famiglia si rivelano incapaci di cogliere la realtà attuale e affossano la cultura contemporanea. Al centro della riflessione risuona una responsabilità riconosciuta nel problema del possesso e del controllo.<br />
L’autore dedica un’ampia critica a <em>L’origine della specie </em>di Charles Darwin ritenendo che il teologo abbia trasferito il dominio cristiano nel dominio dell’evoluzione.<br />
“Il darwinismo sociale è incompatibile con i presupposti di una società democratica fondata su uno stato di diritto, che crede all’inalienabilità dei diritti umani. […] <em>L’origine della specie</em> è un racconto scritto in un’epoca, l’Ottocento, ossessionata da una particolare narrazione delle origini. Questa segue una parabola di ascesa, lotta e infine declino, e descrive la vita stessa come una battaglia, un conflitto di forze, istinti, pulsioni”.<br />
Ritenendola fuorviante e patriarcale, Bärfuss denuncia la definizione espressa da Claude Lévi-Strauss nell’introduzione a <em>Storia della famiglia</em>. L’antropologo sociale parla della doppia natura della famiglia come fondata non solo su necessità biologiche ma soggetta a costrizioni sociali nella convinzione che nessuna società potrebbe esistere se le donne non partorissero una prole e non godessero di una protezione maschile durante la gravidanza e la crescita dei figli.<br />
“Gli esseri viventi hanno bisogno di cura, di coesione, di affidabilità, di fedeltà, di amicizia e di amore. Ma l’etnologo fa di questa necessità un sistema patriarcale e ne deduce un dominio”, scrive Bärfuss, convinto che oggi la famiglia abbia perso forza coesiva e continui a “scavare profondi fossati nella società”.<br />
Con <em>Il cartone di mio padre</em> Lukas Bärfuss consegna un’acuta riflessione sull’origine, sulla proprietà, sul peso dei vincoli biologici, sul privilegio e la genealogia, invocando la possibilità di contemplare un altro tipo di eredità emancipandosi da dinamiche oppressive e narrazioni che nei secoli hanno contribuito a una distorsione di significato. E se, come sostiene Byung-Chul Han ne <em>Le non cose</em>, esistono oggetti capaci di ancorarci all’essere, un cartone rimasto chiuso per decenni può rappresentare la rivendicazione di un’origine rimasta incerta e la possibilità di gioirne.</p>
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		<title>La cerimonia del possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Camurri]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Timeo Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-116886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg" alt="" width="350" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />L’antico filosofo Sesto Empirico diceva che chiunque cerca qualcosa arriva a questo punto: o dice che l’ha trovata, e che non si può trovare, o che ne è ancora in cerca. Tutta la filosofia è divisa in questi tre generi, diceva.<br />
Se questo è vero, <em>La vita che brucia</em> di Edoardo Camurri (<a href="https://timeo.store/products/la-vita-che-brucia">Timeo Editore</a>, 18 euro) appartiene certamente al genere numero tre. Con una particolarità: il <em>Qualcosa </em>si trova ad ogni istante durante il cammino, ed anche nell’attualità del rendere partecipi gli altri delle proprie scoperte, perfino con l’urgenza di avvertire di una possibilità che si è intravista.<br />
Un libro di filosofia dunque, non però nel senso corrivo e ormai quasi unico di esibizione culturale, bensì “la filosofia, in questo libro, sarà un fenomeno atmosferico, un discorso che scaturisce e si sviluppa nella vita di un giorno, seguendo e sentendo il percorso del sorgere e del tramontare del Sole, dalla notte all’alba”.<br />
Il libro si trova a fare un dittico con <em>Introduzione alla realtà</em>, uscito l’anno scorso per lo stesso editore e ne è in qualche modo il dispiegamento nel pensiero. Se nel dirlo fosse possibile dimostrarne l’umiltà, si tratta di un ricco libro sapienziale mosso, appunto, da un’urgenza, un’urgenza di dire accorata e a tratti commovente ma soprattutto nitida e rigorosa, che riguarda una possibilità che abbiamo e che si potrebbe perfino definire spassionata, nel senso che come possibilità c’è sempre stata, per l’essere umano, quella di diventare se stesso. L’uomo è l’unico essere vivente che ha la possibilità, o l’onere, di diventare se stesso, ai gatti o alle antilopi non passa nemmeno per l’anticamera. Se si tratti di destino, di un privilegio oppure di una condanna si è dibattuto a lungo nei millenni, anche se serve a poco chiederselo, perché il dato di fatto è che l’uomo può superare l’aporia del diventare quello che è già, e magari trarne dei vantaggi.<br />
Qui è il racconto di una giornata che comincia dall’alba e odora forte di eterno ritorno. Trae spunto dal tempo ciclico per una rinascita, se non è parola brutta anzi “sciagurata”, o una meditazione se non è parola brutta anch’essa e soprattutto se serve a <em>Qualcosa</em>.<br />
Non si può che partire dalla sofferenza che è la vera trama nel tessuto della nostra vita, è ciò che non puoi nascondere se vuoi dare valore al <em>Qualcosa</em> che fai o che sei. Come sappiamo se tentiamo di ignorarla diventerà una cosa mostruosa, una paura molto profonda radicata nel corpo e nella mente, farà ulteriori danni. “È il dolore che proviamo che ci fa essere chi siamo”, è forse questo il famoso stile di una vita, il modo in cui ci barcameniamo, ed è anche forse la ragione necessaria per ogni tentativo filosofico: bisogna trovare un modo o una maniera per convivere con il dolore. Forse l’antico detto popolare Siamo nati per soffrire è stato tràdito male, forse l’originale era Siamo nati per sopperire.<br />
Nel libro infatti si ripercorre con la propria voglia un cammino già fatto da tanti altri, si rifà a modo proprio tutta la strada costeggiando e anzi corteggiando l’indicibile, ci accompagna fino alle soglie dell’indicibile, perché oltre ci si va solo con l’esperienza personale. Non si può spiegare, solo sperimentare.<br />
Si tratta così di un’esperienza, “l’espressione di un’esperienza”, basterebbe questo al giorno d’oggi a tacciare il libro di sovversivo, avendo l’avventatezza di presentarsi come un richiamo, un appello, persino una preghiera, in un Mondo Nuovo che ci si è imposto senza quasi che ce ne accorgessimo e che ha fatto dell’esperienza diretta uno dei suoi nemici giurati.<br />
Quindi il tentativo di comunicare un&#8217;urgenza, insieme alla possibilità di un mutamento di visione che è forse la cosa più lontana dal nostro orizzonte, da quello che crediamo ci sia utile e necessario.<br />
Viviamo in un’epoca, molto più di altre, in cui ogni mutamento del rapporto con la realtà viene considerato pericoloso per l’ordine costituito, quindi vengono definiti realisti soltanto coloro che accettano l’esistente come dato di fatto immodificabile. Questo era già il terreno di lotta identificato nel primo libro del dittico, in cui la Realtà in questo senso veniva definita addirittura “uno stato di polizia”.<br />
E viviamo anche in un’epoca in cui vige sempre più un equivoco micidiale: la pretesa e proditoria coincidenza tra Realtà e Verità, fonte primaria e motivazione principe a ben vedere degli assolutismi e totalitarismi crescenti nel mondo: vale a dire che ciò che è reale, o percepito o fatto percepire come tale è vero, falso tutto ciò che non è reale. E questo proprio mentre si celebra la pare definitiva perdita di privilegio del vero nei riguardi del falso.<br />
Nonostante tutto restiamo convinti di avere saldo un controllo delle operazioni, diciamo così, anche quando risulti un bel po’ sgangherato con l’invasione nelle nostre teste dei <em>device</em>, e nonostante gli scienziati cognitivisti ci avvertano che non esiste alcun centro di diramazione permanente nel nostro cervello, di come quindi il nostro famoso Io sia in definitiva soltanto virtuale. È una finzione certo a cui è assolutamente necessario credere, ma altrettanto assolutamente rimane una finzione, anche a ristretto rigore di logica.<br />
Ognuno di noi ha in testa una mappa della realtà che non solo crede vera, cioè perfettamente aderente a quello che c’è fuori, ma crede che coincida con quella degli altri. In realtà, e al contrario delle avventurose mappe di Borges, esse non coincidono in nessun caso.<br />
E insomma qui si racconta un processo di liberazione mimetico del pensiero, si indice una cerimonia che sa solo una cosa: un mutamento di prospettiva è possibile, ed è allo stesso tempo radicale e naturale: “Siamo partiti dal sussulto dell’essere, dalla sofferenza come sensazione primaria, e siamo alla ricerca di una liberazione possibile – anche attraverso la comprensione e il ragionamento – dal dolore che caratterizza la vita”. Una cerimonia rituale fatta con le parole dettate dal cuore: un processo che si disidentifica subito dal tempo della logica lineare e si reidentifica con quello ciclico, magari così ci abitua meglio all’impermanenza di ogni cosa al mondo, noi compresi, e anche alla forza insita nella ripetizione.<br />
E si fa luce la necessità di un addestramento, ne abbiamo assolutamente bisogno come di una strategia per uscire dall’inganno, ma il libro fa già parte dell’addestramento, in questo senso è una guida, un manuale per orientarsi.<br />
C’è una frase che unisce i due libri del dittico: “Nessuno deve rimanere indietro”, che in <em>Introduzione alla realtà</em> viene definitita “una legge spirituale universale e necessaria come, nel mondo fisico, la forza di gravità”. È il modo della compassione da cui parte e per la cui ragione si dipana il racconto, ma non come un’ansia sentimentale, è più quel modo della compassione di stampo orientale che proviene dalla possibilità appunto, e dal piacere si potrebbe addirittura dire, di poter vedere le cose da più punti di vista e quindi anche da quello dell’altro. La compassione è l’aprire le mani del pensiero, della visione rigida che ci vuole arroccati, di quella illusione ottica della coscienza che ci fa credere separati dal resto. È la percezione reale che tutto quello che incontro diventa parte del mio corpo.<br />
Quella frase però coincide ad esempio con il voto del bodhisattva buddista, il rinunciare a liberarsi fino a che non sono liberi tutti gli altri, e così diventa anche un trucco, un <em>upaya</em> si direbbe in sanscrito, l’espediente perché nell’addestramento l’io non si accorga del risultato raggiunto, serve affinché non possa farlo. Per giungere al risultato quindi bisogna che l’ego non raggiunga il risultato, bisogna che il soggetto non se ne accorga: ecco l’unico modo per aggirare l’egosistema.<br />
Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. Questa per esempio: “Come il cacciatore che spara in cielo agli uccelli e ritorna a casa soddisfatto col suo bottino di volatili, così la nostra vita non è altro che la predazione di tutti i pensieri che sono in volo nel cielo della nostra coscienza”, ossia il nostro ordinario modo di pensare consiste nel pensare di afferrare la cosa pensata, quindi una tautologia inconsapevole, inesausta, spiritata, la condanna a una mente delusa. È un&#8217;immagine che fa venire in mente la possibilità che abbiamo di abbandonare quella caccia per dedicarci al bird-watching: se lo facciamo a lungo, come una disciplina (una parola che già da molto tempo abbiamo lasciato alla destra, coi risultati orripilanti che solo potevano scaturirne), se lo facciamo a lungo ci possiamo accorgere di quanto noi siamo, anche, parte di quel pomeriggio nella vita del cielo e nella vita di ogni singolo uccello.<br />
Incontriamo durante il cammino molta tradizione filosofica occidentale, ad esempio nei dialoghi che sono il mezzo più sicuro per non raggiungere conclusioni se non momentanee, e su su traverso la meraviglia dei frammenti eraclitei fino alle sorgenti orientali, fino al capitolo finale: la possibilità, la rivelazione avviene per mezzo di tre semplici righe tratte dal Ṛgveda (una immagine, anche qui, perché persino ove si tratti di percorsi di pensiero gli orientali preferiscono descrivere piuttosto che spiegare). Dunque: appaiono due uccelli che sono molto amici e stanno sul ramo di un pìppala, albero sacro dell’India, l’albero della chiaroveggenza: uno dei due mangia, l’altro semplicemente guarda. Uno è la verità di un Io che si identifica con se stesso e quindi agisce, l’altro sa bene che è una finzione. Siamo nella via mediana del buddismo, o nel non-due dei cinesi: vale a dire ci dice che possiamo essere, allo stesso momento e, è meglio ribadirlo, proprio nello stesso, la verità assoluta e quella relativa, nello stesso tempo io posso essere pienamente convinto di essere me e pienamente consapevole che è una finzione. Ed ecco la possibilità che subito avvertiamo come comoda, naturale, di come sia l’attività normale per la nostra mente, mentre quella precedente ci appare ora solo inutile e dolorosa.<br />
Ne scaturisce un tipo di attenzione che, dando fiducia all’intuizione, diviene man mano una speciale qualità di percezione delle relazioni tra noi e le cose del mondo.<br />
Ecco che un altro giorno inizia.</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Le lettere scarlatte (Letteratura e diritto #1)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/01/15/le-lettere-scarlatte-letteratura-e-diritto-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2025 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Dürrenmatt]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Scerbanenco]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e diritto]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Se dagli anni 2000 in poi il giallo italiano è stato nobilitato, il filone del Diritto e Letteratura è sì apparso nei titoli di molti libri ma non ha attirato la stessa attenzione. Non esistono, neppure tra i contemporanei, autori italiani come Friedrich Durrenmatt.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111291" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-584x1024.jpg" alt="" width="380" height="666" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-584x1024.jpg 584w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-171x300.jpg 171w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-768x1346.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-150x263.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-300x526.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-696x1220.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_-240x420.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/01/71G4T6HTYrL._SL1472_.jpg 840w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Perché Giorgio Scerbanenco non è diventato popolare come i nuovi giallisti italiani? Solo di recente lo scrittore, ucraino di nascita e milanese di adozione, è stato recuperato e rivalutato. In passato i suoi romanzi al più avevano fornito soggetti per il cinema poliziesco anni ’70, anche questo snobbato e rivisitato solo di recente sull’onda di Quentin Tarantino. In questi giorni, e per curiosità, ho visto il film di Duccio Tessari, <em>La morte risale alla notte scorsa</em>, tratto dal romanzo <em>I milanesi uccidono al sabato</em>. Nelle sale uscì nel 1970. In quel periodo non esistevano commissari italiani resi famosi dalla letteratura. Cattani arriva nel 1984 con <em>La Piovra</em>, grazie alla televisione e alla lotta alla Mafia.</p>
<p>Se dagli anni 2000 in poi il giallo italiano è stato nobilitato, il filone del Diritto e Letteratura è sì apparso nei titoli di molti libri ma non ha attirato la stessa attenzione. Non esistono, neppure tra i contemporanei, autori italiani come Friedrich Durrenmatt. Forse, solo Leonardo Sciascia si è occupato delle relazioni esistenti tra temi, parole, storie derivanti dal diritto e la creazione letteraria. Fanno eccezione singole opere, rimaste isolate. E per ironia della sorte, il grande scrittore siciliano viene presentato troppo spesso nelle antologie scolastiche come un autore di gialli, con una connotazione che sullo scaffale dei classici suona ancora come una minorità.</p>
<p>Il dialogo tra diritto e letteratura a oggi ha seguito tre distinti percorsi: studi sul diritto nella letteratura, che analizzano come gli avvocati, le indagini giudiziarie, le leggi sono descritte nella narrativa; l’ermeneutica giuridica, ovvero lo studio delle teorie sul rapporto tra il lettore di opere di diritto e il testo giuridico; infine la stilistica giuridica, ovvero l&#8217;analisi degli stili, degli elementi narrativi, strutturali e retorici dei testi giuridici. Negli Stati Uniti questo rapporto risale agli anni ’70. Esiste persino un movimento di pensiero nato nel 1973 con l’opera <em>The Legal Imagination</em> di James Boyd White. La tesi è che diritto e letteratura sono uniti da una visione del linguaggio come comunità di discorso su specifici mondi culturali. Tanto il diritto quanto la letteratura dipendono dal linguaggio e questo lega i loro mondi particolari.</p>
<p>Adelphi ha pubblicato quest’anno <em>Greco cerca greca</em> di Friederich Durrenmatt, tradotto da Margherita Belardetti. Il sottocontabile di origine greca Arnolph Archilochos non immagina che la sua vita possa cambiare radicalmente, così come considera stabile e perenne la sua gerarchia di valori e il suo personale pantheon di grandi personalità. Sarà un innocente ma inconsulto annuncio matrimoniale a stravolgere la sua esistenza, non solo sentimentale ma anche etica. Una dopo l’altra cadranno tutte le sue certezze. Cosa che avviene progressivamente man mano che egli si trova a salire rapidamente e facilmente la scala sociale grazie all’incontro con una connazionale, la bellissima Chloé Saloniki. Il destino di Achilochos è quello di un Giobbe capovolto, al quale all’improvviso comincia ad andargli tutto bene, fino a raggiungere traguardi impensabili e imprevedibili. In ciò sta il mistero e in fondo la sua tragedia. L’intero sistema sociale nel quale verrà a trovarsi si rivelerà fondato sull’impostura, facendo della sua caduta il paradigma del crollo di un intero continente e della sua civiltà. Cosa rimane? A quale valore finale affidarsi? Le storie nere o gialle, angoscianti o grottesche di Durrenmatt non sono interessate alla meccanica dell’investigazione, che invece disarticola quasi con godimento. Eppure, questa profondità non ne ha limitato la capacità d’ispirazione più popolare come nel cinema. Su tutti ricordo <em>La promessa</em>, film perfetto girato da Sean Penn nel 2001. Insomma, Durrenmatt non ha avuto tanto bisogno di commissari.</p>
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		<title>Discorso intorno a un sentimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 May 2021 05:00:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[carlo cannella]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Frascati]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola Evaristo Dandini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Quelli della V E</strong> <br />Intendiamoci, non voglio stare qui a raccontarvi per filo e per segno tutto quello che accadde quel giorno, perché altrimenti non potrei smettere di pensare a quanto fossi stupido]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Quelli della V E</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-91158" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris.jpg" alt="" width="350" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-235x300.jpg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-801x1024.jpg 801w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-768x982.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-150x192.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-300x384.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-696x890.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/copertina-def-2-fronte_bassa-ris-328x420.jpg 328w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a></p>
<p>Intendiamoci, non voglio stare qui a raccontarvi per filo e per segno tutto quello che accadde quel giorno, perché altrimenti non potrei smettere di pensare a quanto fossi stupido e a tutte le battute cretine che feci su di lui. Sono cose di cui oggi mi vergogno profondamente, ma che in quel tempo mi sembravano normali. Mi limiterò dunque alle cose essenziali.<br />
Tanto per cominciare i miei genitori erano appena tornati a casa dall’ospedale con un fagotto stretto fra le braccia. Era nata mia sorella. La sua voce era un gorgoglio simile a una risatina, mi sembrava un miracolo, così restai sveglio tutta la notte a contemplarne il viso nella culla. La mattina dopo non mi reggevo in piedi. Mi trascinai in strada a fatica, arrivai a scuola in ritardo e una volta in classe fui costretto a occupare l’unico posto rimasto libero. Naturalmente nessuno aveva voluto sedersi accanto a Leonardo, di conseguenza mi ritrovai al suo fianco senza potermi opporre in alcun modo. Mamma mia, che spavento! Sembrava uno zombie. La sua faccia era un ammasso informe di carne bruciata. Gli occhi, mangiati dalle infezioni, vagavano timidi alla ricerca di uno sguardo amico che non c’era. Il naso era piatto come quello dei serpenti. In aggiunta a questo gli mancava la mano destra; al suo posto aveva una specie di palloncino rosso, di cuoio duro.<br />
Il cuore mi si fermò in gola. Rimasi immobile, come imbalsamato, senza la forza di muovere un solo muscolo. Pensai: “È stato investito? È caduto dalla cima dell’Everest? È stato usato come cavia per esperimenti atomici?”<br />
Il ragazzo che mi sedeva davanti sembrò leggermi nel pensiero. Si chiamava Alessio, ma questo l’avrei scoperto più tardi. Si girò lentamente verso di me, mi dedicò un sorriso da dentifricio e sussurrò:<br />
«Gli è successo allo zoo. È caduto nella vasca dei piranha e quando l’hanno tirato su gli mancava mezza faccia.»<br />
Cercate di capirmi, non potevo farcela. Per quanto i miei genitori mi avessero sempre raccomandato di rispettare gli altri, non riuscivo ad accettare che il caso mi avesse riservato un destino tanto crudele: passare tutto il giorno vicino a quella specie di mostro. Mi faceva star male solo a pensarci. Era una sensazione davvero sgradevole, simile a quando da bambino sognavo di camminare per una strada buia, rincorso da ombre scure e minacciose. Così cercai di distogliere lo sguardo da quella maschera, provando pian piano a staccare il mio banco dal suo. L’operazione durò una decina di minuti. Alla fine riuscii a guadagnare quel metro di distanza che mi diede l’opportunità d’immaginare un mondo nuovamente meraviglioso, in cui avrei potuto vivere per sempre libero, lontano dalla malattia più orribile di tutte: l’infelicità. Naturalmente stavo solo cercando una via d’uscita a una situazione che rischiava di farsi ogni giorno più disperata.<br />
Sennonché il professore di matematica, un uomo dalla faccia quadrata, con folti baffi neri e un’espressione austera che lasciava trasparire un carattere di fuoco, alzò a un tratto lo sguardo su di me, interrompendo la lezione e fissandomi con una tale intensità che mi sentii mancare. Per un istante ebbi la sensazione che volesse trasmettermi la stessa impavida e ferrea determinazione con cui per una buona mezz’ora aveva cercato di instillare nei suoi nuovi alunni il senso di responsabilità.<br />
«È il senso di responsabilità» aveva detto «che ci consente di comprendere e condividere i sentimenti altrui. Pensate alla sofferenza, pensate al dolore e alla tristezza.»<br />
Beh, doveva essere pazzo. Io non volevo pensarci nemmeno per un momento, alla tristezza. Al contrario, la mia aspirazione era vivere spensierato e felice.<br />
«Come ti chiami?» mi chiese.<br />
«Emanuele Alfieri.»<br />
«Le grandi utopie avanzano sempre a piccoli passi, non è così Emanuele? Dimmi, perché hai deciso di andartene a spasso per l’aula trascinandoti dietro il banco e la sedia? Non è faticoso?»<br />
Sentivo gli occhi dei miei compagni addosso, stavano tutti aspettando una risposta che non avevo intenzione di dare. Dei sussurri e delle risatine soffocate rendevano l’atmosfera ancora più opprimente.<br />
«Torna immediatamente al tuo posto» concluse il professore «e che io non debba più affrontare questo argomento, intesi?»<br />
Avrei voluto piangere, tanta era la rabbia che mi consumava in quel momento, ma la paura mi paralizzò e non riuscii a fare altro che obbedire.<br />
Durante l’intervallo Leonardo s’immerse nella lettura di un libro. Non so per quale motivo, immaginai che fosse uno di quei libri che quando li finisci è come se un amico ti salutasse per l’ultima volta, lasciandoti un senso di vuoto che non ti abbandonerà più. Noialtri ci radunammo in fondo all’aula per definire meglio la situazione. Alessio, con una voce rauca e spesso punteggiata da una tosse secca e stizzosa, cominciò a prenderlo in giro in maniera sempre più decisa e determinata. Sembrava non volesse finirla più fino al giorno del giudizio universale.<br />
«Appena l’ho visto mi è passato il singhiozzo» disse. E poi ancora:<br />
«Non ha un bell’aspetto, vero? Dovrebbe farsi visitare da un veterinario.»<br />
«Sua madre deve averlo immerso nella varechina per provare a renderlo immortale, ma la sua pelle era così delicata che ne è uscito fuori un maialino arrosto.»<br />
Insomma, avete capito, no? Tutta una serie di offese e prese in giro che avrebbero fatto impallidire un generale dell’esercito. Eppure Leonardo si limitò a dedicargli qualche occhiata indifferente, contornata a volte da un lieve sorriso. Era una situazione ai limiti del paradossale. Più trascorrevano i minuti più le offese di Alessio diventavano feroci. Cercai d’immaginare cosa avrei fatto io al posto di Leonardo; di sicuro sarei saltato su come un diavolo e gliel’avrei fatta vedere, a quello lì. Lo avrei riempito di pugni, ecco quello che avrei fatto. Lui invece non si lasciò andare a nessuna reazione; se ne restò in silenzio, impassibile, a leggere il suo libro fino alla ripresa delle lezioni. Sembrava indossasse una corazza, era insensibile a tutto.<br />
All’uscita da scuola trovò sua madre ad aspettarlo. Era una bella signora bionda, dai modi gentili, vestita in maniera elegante. Mentre i miei compagni sciamavano tutt’intorno affrettando il passo per tornare a casa, io restai a osservarli mezzo imbambolato. Li vidi abbracciarsi in un modo molto tenero. Rimasero stretti l’uno all’altra per un tempo che mi sembrò interminabile, per poi avviarsi tranquilli lungo il viale di betulle che fiancheggiava l’ingresso della scuola. Per un po’ li seguii in silenzio, a una decina di metri di distanza. Ridevano, scherzavano, si raccontavano storie. A un tratto Leonardo accennò una canzoncina. Mi sembrò perfino di sentirlo fischiettare allegramente mentre svoltava l’angolo, giù in fondo alla via, cingendo con un braccio il fianco della madre. Ero sconvolto. Tornai a casa con l’angoscia dentro. Per lo sbigottimento non riuscivo quasi a respirare, mi sentivo morire, e forse per la nausea mi rifugiai in camera rifiutando il pranzo. Mia madre non faceva altro che chiedermi come fosse andata a scuola, come mi ero trovato con i compagni, che impressione mi avessero fatto i professori, ma io non riuscivo ad ascoltarla, né tanto meno a risponderle. Per tutto il giorno non riuscii nemmeno ad avvicinarmi alla culla di mia sorella, non avrei potuto guardarla negli occhi, non più, c’era qualcosa che mi faceva pensare di esserne indegno. Continuavo a ripetermi che ero stato un vigliacco e che avrei dovuto difendere Leonardo da tutte quelle cattiverie gratuite, invece non me l’ero sentita, perché avevo temuto di diventare un bersaglio, di essere evitato da tutti come la peste. In preda a una sorta di ossessione passai tutto il pomeriggio a fare una ricerca sui vampiri, sul tipo di sangue che preferivano, sui forti traumi infantili che potevano innescare il consumo di sangue umano, sui grossi sassi che venivano infilati in bocca ai vampiri prima di essere seppelliti nelle fosse comuni, cose così. La sera faticai ad addormentarmi, ma al di là dei miei tormenti, c’era una domanda che continuava a girarmi in testa come un criceto sulla ruota. Non facevo altro che chiedermi: “Cosa è davvero successo a Leonardo?”</p>
<p><em>NdR: questo è il secondo capitolo di un romanzo scritto dai bambini della scuola elementare Evaristo Dandini di Frascati, in collaborazione con i loro insegnanti, e che è diventato un libro. Ecco come Carlo Cannella, docente all&#8217;origine dell&#8217;iniziativa, mi ha presentato la cosa: </em></p>
<p style="padding-left: 40px;">&#8220;Quest&#8217;anno abbiamo provato a dedicarci tutti insieme, docenti e alunni, a un progetto piuttosto complesso per bambini così piccoli, quello di scrivere un romanzo intorno ai temi della pace e della guerra. Ne è venuto fuori questo &#8220;Discorso intorno a un sentimento&#8221;, in cui immaginiamo un mondo finalmente pacificato, nel quale si affermano i principi del mutuo appoggio e della gentilezza disinteressata. Il risultato mi sembra buono. L&#8217;intera narrazione è il prodotto di innumerevoli spunti offerti da ogni singolo bambino, &#8220;ricuciti&#8221; dal team docente, soprattutto in ordine a uno &#8220;stile narrativo&#8221; che potesse dare omogeneità al lavoro.&#8221;</p>
<p><em>Ed ecco come Cannella, su mia richiesta, spiega più in dettaglio il lavoro che hanno fatto:</em></p>
<p style="padding-left: 40px;">Due anni fa, i bambini della III E della scuola Evaristo Dandini di Frascati, scrissero un libro intitolato “C’era (quasi) una volta… e poi?”. Dopo aver letto delle fiabe provarono a immaginarne il seguito, divertendosi a volte a far vincere i cattivi, un modo come un altro per non nascondersi il mondo reale, che sempre porta con sé qualche ferita. Presi dall’entusiasmo decisero di dedicare i successivi due anni alla stesura di un romanzo. L’idea era quella di organizzarsi in gruppi di lavoro che a partire dall’ideazione di una storia (un bambino orribilmente sfigurato da una bomba inesplosa risalente all’ultimo conflitto mondiale che con il proprio esempio convince l’umanità a rinunciare per sempre alla guerra), riuscissero ad accompagnare il testo in tipografia. In quel tempo nessuno poteva però immaginare che i bambini avrebbero trascorso una buona parte di quei due anni in solitudine davanti a un computer, o che non sarebbero comunque riusciti a lavorare insieme nel rispetto delle norme sul distanziamento. Poco tempo, dunque, per fare un mucchio di cose. Sennonché quelli della V E sono bambini testardi, e aiutati dai loro docenti (che hanno confrontato i diversi testi, selezionandone via via gli spunti più interessanti e lavorando con loro alle riscritture) hanno infine dato vita a questo “Discorso intorno a un sentimento”. Buona lettura.</p>
<p><em>E qui di seguito l&#8217;introduzione che nel libro precede il testo del romanzo collettivo:</em></p>
<p style="padding-left: 40px;">Lo stesso sbalordimento sembra tormentare i bambini di scuola primaria non appena prendono coscienza di cosa sia la Storia, non solo una trasmissione della memoria a livello collettivo, il fondamento e l’espressione dell&#8217;identità di un gruppo, ma anche un continuo conflitto fra gli uomini per brama di ricchezza e di potere, l’imprigionamento e la riduzione in schiavitù di interi popoli, sconfitti in guerra e perciò annullati nella loro umanità. Da qui la necessità di una ricerca che produca la possibilità di un mondo nuovo, fondato su principi altrettanto innovativi, quali ad esempio, per usare le parole espresse dai bambini nel loro libro, l’aiuto reciproco e la gentilezza disinteressata.<br />
Proprio intorno alle riflessioni sulla guerra e sulla pace, che i bambini della V E hanno consolidato attraverso la conoscenza di testi quali il De monarchia di Dante Alighieri o il saggio di filosofia Per la pace perpetua di Immanuel Kant (che non a caso viene citato nel testo) nasce e si sviluppa questo breve romanzo, scritto durante un anno certamente particolare. Inutile dire che le condizioni dettate dall’emergenza sanitaria non hanno loro permesso di lavorare a stretto contatto, rendendo quindi la riuscita dell’operazione piuttosto difficile. Sono mancati il confronto, la condivisione degli intrecci narrativi, le fasi di riscrittura a piccoli gruppi per armonizzarne quanto più possibile lo stile. Ciononostante non sono mancati loro il coraggio e la perseveranza per portare a termine l’impresa. Al riguardo ci piace sottolineare come il lavoro sia stato sempre contraddistinto dall’impegno e dall’entusiasmo. Ogni venerdì pomeriggio, partendo da una discussione intesa a fissare via via i punti essenziali della trama, ognuno di essi ha praticamente scritto il proprio romanzo personale, affrontando la storia con una sensibilità, una modalità e uno stile narrativo propri. Si potrebbe dire che ogni autore si è rivelato con una sua voce personale e irripetibile. Compito degli insegnanti è stato quello di confrontare i diversi testi, cercare di selezionarne gli spunti più interessanti, farli convergere quanto più possibile verso una linea comune e soprattutto uniformarli nello stile affinché la lettura risultasse quanto più possibile fluida e omogenea. Laddove si è reso necessario, in particolar modo nei capitoli 10 e 11, si è lavorato in proprio su aspetti storici e geopolitici un po’ troppo impegnativi per bambini così piccoli. I possibili scenari di guerra da introdurre nel romanzo sono stati tuttavia presentati ai ragazzi in sessioni distinte (in particolare sono state affrontate le questioni relative all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, al conflitto isreaelo-palestinese, a quello fra India e Pakistan per la rivendicazione del Kashmir). Un interesse particolare ha suscitato la possibilità di un futuro conflitto fra Stati Uniti e Cina, che più volte è comparso nei loro testi originali, ma che non è stato possibile introdurre in quello collettivo per problematiche strutturali e di coerenza narrativa.<br />
Cos’altro dire? Al termine di questi cinque anni, vissuti in maniera certamente intensa, districandoci fra mille difficoltà e inquietudini, eppure in modo sempre gioioso, la nostra gratitudine va ai bambini per averci dato la possibilità di condividere il nostro tempo e il nostro impegno con le loro intelligenze. A ognuno di essi rivolgiamo oggi il nostro pensiero e la nostra preghiera. Non dimenticate: siate gentili, siate altruisti, siate solidali verso i discriminati e gli oppressi, vicini a chiunque abbia bisogno del vostro sostegno per affrontare un momento di difficoltà. Conservate con amore la possibilità di un grido, quell’indignazione nei confronti del sopruso e della prevaricazione che ci permette di restare ancorati al nostro essere persone. Quel grido che farà, di ognuno di voi, nel momento delle scelte, un sostenitore della giustizia e un costruttore di pace.<br />
Che il canto dell’addio non sia altro da quel grido. In alto i cuori. Ora e per sempre, gridiamo insieme: “Nemecsek non deve morire”.</p>
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		<title>Il paese degli uomini umidi (e una prefazione di Adrian N. Bravi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adrian N. Bravi]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique González Tuñón]]></category>
		<category><![CDATA[Letti da un soldo]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio. Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada. Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76782" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-160x240.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg 427w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio.<br />
Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada.<br />
Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di luce.<br />
Nessuna geografia contiene il profilo del paese degli uomini umidi, perché il paese degli uomini umidi è uno stato dell’anima. Uno stato di tristezza senza rimedio dove i giorni appendono manifesti di noia e le ore dicono con la loro monotonia che la vita non vale la pena di essere vissuta.<br />
Terra senza orizzonte: paese degli esiliati, dei poveri diavoli ai quali il mondo ha voltato la faccia. Persino il sole&#8230;<br />
Complice del destino, che con un vento tragico ha spazzato via il baluginare dell’ultima speranza, il sole gli ha voltato le sue spalle ombrose, negandogli la profilassi spirituale dei suoi raggi.<br />
L’allegria è straniera nel paese degli uomini umidi, di quelli che hanno smarrito l’intatto serpeggiare della risata nel labirinto del dolore.<br />
Da quando è morta mia madre ho iniziato ad appuntarmi medaglie di amarezza per ottenere la cittadinanza nel paese degli uomini umidi.<br />
Sul confine della gioventù ho abbandonato il contrabbando di ingenuità e mi sono tuffato nell’acqua benedetta sulla cui superficie si rifletteva la mia infanzia.<br />
Prima ero un cittadino del mondo che si rinnova. Adesso sono un abitante della pozzanghera dimenticata. Del paese indifferente, della terra degli uomini umidi.<br />
La mia tristezza è autentica. E questo vale molto. Più ancora oggi, che il mondo si intristisce quando glielo ordina il calendario.<br />
Ora che le stelle si frantumano contro l’angustia che mi impicca l’anima, ascolto sorpreso il faticoso sospiro di un ricordo.<br />
Perché io un ricordo ce l’ho. L’ho esibito come un passaporto per diventare inquilino nel paese degli uomini umidi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il racconto che precede è contenuto nel volume &#8220;Letti da un soldo&#8221; pubblicata da poco da Arkadia nella collana Xamaica 2, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, con una postfazione di Luigi Marfè; il volume comprende tutti i racconti della raccolta &#8220;Camas desde un peso&#8221;, e una selezione da &#8220;El alma de las cosas inanimadas&#8221; e da &#8220;La rueda del mulino mal pintado&#8221;;</em></p>
<p><em>qui di seguito la prefazione di Adrian N. Bravi:</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante gli anni Venti a Buenos Aires inizia un processo inedito di ristrutturazione e di ripensamento sociale. Sono gli anni in cui la città vive una crescita esponenziale della popolazione, in particolar modo dovuto alla migrazione. La periferia, quel fuori ampio e desolato, diventa più visibile; per certi aspetti, centrale e dominante rispetto al resto. È un processo iniziato alla fine del XIX secolo, ma nei primi del Novecento, in particolar modo dopo la Grande Guerra, subisce una grande intensificazione. Buenos Aires si trasforma in una città cosmopolita, cambia il profilo culturale e il tessuto urbano. La letteratura accoglie questo processo attraverso la lingua e le nuove estetiche che entrano nel panorama letterario. Nascono nuove poetiche e, allo stesso tempo, il suburbio, per conto suo, diventa lo scenario per eccellenza. Non più un’alterità che minaccia i costumi tradizionali, ma qualcosa che entra a far parte di un immaginario. Si potrebbe dire, scrive Beatriz Sarlo in Una modernità periferica, che «gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche». Quindi, di conseguenza, prendono vita nuovi soggetti sociali: il migrante, il bordello, la malavita, i contrabbandieri, i vagabondi che dormono nei Letti da un soldo, come I cinque personaggi che Enrique González Tuñón descrive e affresca nel primo racconto che apre la raccolta.<br />
In questi anni la città vede confrontarsi nello scenario letterario due gruppi contrapposti: Florida e Boedo (entrambi prendono il nome da due strade rappresentative: Florida, centrica, lussuosa e cosmopolita; Boedo, invece, è una strada di sobborghi, di boliches, notturna). Alvaro Yunque, uno degli scrittori più rappresentativi di Boedo scriveva: «Quelli di Boedo volevano trasformare il mondo, a quelli di Florida, bastava trasformare la letteratura. I primi erano rivoluzionari, gli ultimi, avanguardisti». Erano due modi di vedere e di percepire la città e le sue trasformazioni. Gli autori di Florida guardavano all’Europa e a tutti i movimenti di avanguardia; gli autori di Boedo, invece, avevano come riferimento sia la Russia di Dostoevskij che quella di Gor’kij e Maiakovskij. Uno cercava una nuova espressione letteraria e l’altro parlava il lunfardo.<br />
In questo contesto sociale si inserisce Enrique González Tuñón, nato a Buenos Aires nel 1901 e morto prematuramente a 42 anni, fratello maggiore del poeta Raúl González Tuñón. È stato un narratore, un rinnovatore dello stile giornalistico, ha scritto per il teatro, ha scritto anche tanghi, tra cui Pa’l cambalache, registrato nel 1929 da Carlos Gardel. Il poeta César Tiempo, che era nato in Ucraina a inizio del ’900, ha detto di Enrique González Tuñón: «Preferirà circondarsi di ladri e di teppisti, dormire in alberghi orribili, quando ha un peso per il letto, o nei banchi delle piazze; cantare la Tosca nei più improbabili caseifici, visitare le compravendita dove si trafficano i vestiti dei cadaveri e, abbandonato da ogni pietà, sognare, dalle profondità dei porcili – come gli eremiti posseduti dal demonio – con la gloria fatta donna o viceversa». Basterebbe questa descrizione per poterlo immaginare come un personaggio uscito da un romanzo di Roberto Arlt o come un iconoclasta della bohème di Buenos Aires, con i tratti di un anarchico romantico. A metà degli anni Venti si era affermato nel panorama letterario porteño e nel 1927 il giovane Borges aveva recensito con entusiasmo il secondo libro pubblicato da Enrique González Tuñón, L’anima delle cose inanimate.<br />
Letti da un soldo esce nel 1932 da Manuel Gleizer, un emigrato russo che nel 1922 aveva fondato una casa editrice, la quale aveva pubblicato molti libri importanti, tra cui L’idioma degli argentini di Borges (prima di quella data Gleizer vendeva biglietti della lotteria a Villa Crespo, vicino al fiume Maldonado che stabiliva uno dei limiti della città). Letti da un soldo è uno dei libri più riusciti di Enrique González Tuñón ed è una fortuna che oggi veda la luce in quest’ottima traduzione. È composto da cinque racconti che si intrecciano tra di loro, di ispirazione dostoevskiana (tenendo conto che le traduzioni spagnole dei romanzi russi hanno fornito sistemi di riferimenti agli scrittori rioplatensi di quell’epoca). Racconta la storia di cinque cialtroni che dividono una stanza in un tugurio di Buenos Aires chiamato “La Pignatta Misteriosa”, sottosuolo di una città che accoglie i marginati a un centesimo. Si tratta di una sorta di locanda evocata anche dal fratello Raúl e da altri scrittori dell’epoca. Un luogo dove molti intellettuali, che non appartenevano a quell’ambiente, potevano incontrare i marginati del bassofondo porteño.<br />
Enrique González Tuñón ha nei confronti di questi personaggi uno sguardo privo di ogni sorta di giudizio, come quando introduce Il Mancino, uno dei cinque coinquilini: «Verso sera lasciava il ricovero e, con le mani nelle tasche di un soprabito nocciola, andava a piazzarsi all’angolo tra Corrientes e Talcahuano, o all’angolo tra Victoria e Salta, in attesa di un cliente disposto a strapagare la cocaina che lui e la Nucha avevano tagliato col bicarbonato». Il disagio sociale diventa il filo conduttore di tutte queste storie, in cui la vita è sempre in bilico e ogni giorno tocca lottare contro la miseria nella fatale ricerca di un piatto di zuppa o di un bicchiere di vino. La prematura morte di Enrique González Tuñón, però, ha contribuito a far dimenticare un po’ la sua opera, quella dello scrittore che conosceva meglio di chiunque la intimità della città, i suoi infiniti segreti e le storie che oggi fanno parte di quella mitologia che abbiamo imparato ad amare nel tempo.</p>
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		<title>Quel diablo di Baldrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2018 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Fanucci]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati L’inglese camminava veloce, col suo passo regolare. Marcia sostenuta, livello 3, uno-due, uno-due, braccia sincronizzate con gambe e respiro. Mani semichiuse. Zaino bilanciato. Percorreva il vialetto che costeggia il canale tagliando un parco lungo e stretto, immerso nel bosco delimitato da case e da una strada molto trafficata. Quell’itinerario, che partiva dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76019" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-250x382.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-200x306.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-160x245.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover.jpg 463w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a>L’inglese camminava veloce, col suo passo regolare.<br />
Marcia sostenuta, livello 3, uno-due, uno-due, braccia sincronizzate con gambe e respiro. Mani semichiuse. Zaino bilanciato.<br />
Percorreva il vialetto che costeggia il canale tagliando un parco lungo e stretto, immerso nel bosco delimitato da case e da una strada molto trafficata. Quell’itinerario, che partiva dal campo abusivo nella periferia nord di Bologna e arrivava fino alla cittadina di Casalecchio di Reno, era lungo una dozzina di chilometri. L’inglese col suo allenamento lo percorreva in circa 90 minuti. Aveva alle spalle migliaia di chilometri di marcia, su strade di città, lungo fiumi fangosi, su terreni incolti, sulle sabbie roventi di deserti sferzati da venti crudeli.<span id="more-75944"></span><br />
Si massaggiò l’orbita vuota, sotto la benda di cuoio nero. Alle prime avvisaglie di primavera gli prudeva sempre. Chissà perché. E con la protesi di vetro era anche peggio. In inverno diventava come un cubetto di ghiaccio piantato in faccia, per cui preferiva tenersi il buco coperto dalla benda da guercio. Anche la placca di metallo che avevo al posto dello zigomo sinistro sotto la profonda cicatrice che partiva dalla radice del naso e arrivava fino all’orecchio strappato sentiva la primavera: prurito, ma anche indolenzimento, o dolore, come se una tenaglia cercasse di strappargli un pezzo di faccia.<br />
Si grattò la cicatrice e si massaggiò lo zigomo. Come li chiamavano quelli come lui gli scrittori di fantascienza? Cyborg. Esseri umani con innesti di organi artificiali.<br />
Esseri umani potenziati.</p>
<p style="text-align: center;">Lui era un piccolo cyborg<br />
con uno zigomo di acciaio inossidabile.<br />
Ma un cyborg guercio.<br />
Potenziato da un lato<br />
indebolito dall’altro.</p>
<p>Decise di fare una piccola sosta.<br />
Non si sentiva stanco in verità.<br />
Il passo regolare e monotono lo rilassava, anziché stancarlo.<br />
Si sedette su una panchina al sole. Si sfilò lo zaino di tela mimetica e prese la borraccia di alluminio. Bevve una lunga sorsata. L’acqua fresca, quasi gelida, aveva il sapore ferroso della fontana del campo, quel vecchio rubinetto incrostato di calcare e di ruggine. Non della borraccia, perché già a quei tempi le rivestivano di vetro per proteggere il liquido dall’ossido del metallo. Curavano molto le dotazioni, questo andava detto. Come gli anfibi, di cuoio spesso, che nel corso di quasi trent’anni di attività ininterrotta avevano assunto un colore scuro, un non-colore che tendeva al marrone nerastro, con striature verdognole.<br />
Anfibi indistruttibili.<br />
Anfibi da guerra.<br />
Aveva sostituito le suole da un artigiano di Milano, uno che, si vantava, costruiva a mano le scarpe per le star di Hollywood, Stallone, De Niro, Al Pacino, George Clooney. Gli erano costate 200.000 lire nel 1999 e ancora resistevano.<br />
Suole italiane.<br />
Suole top gun.<br />
Ripose la borraccia. Lanciò occhiate distratte alle case di quattro-sei piani che racchiudevano quel parco come palizzate di un fortino militare in disarmo. Lo sguardo correva ai tetti e ai terrazzi di copertura, cercandola.<br />
La cercava.<br />
Forse sperava di vederla.<br />
Come un oggetto rassicurante.<br />
Una conferma. Come una ripetizione.<br />
Un ritorno del tempo morto.<br />
La bandiera nera che garriva sul tetto, frustata dal vento.<br />
La bandiera che in passato sventolava sugli antichi coppi della sua casa che lui non riusciva a vedere perché era invisibile come il vento che la gonfiava.<br />
Eppure c’era. La sentiva.<br />
La bandiera nera della sventura piantata sul colmo della mansarda dove aveva la sua camera.</p>
<p>Riprese il cammino.<br />
Attraversò il viale intitolato al pittore Caravaggio, costeggiò il centro sociale dove gli anziani giocavano a carte e cuocevano quelle frittelle chiamate crescentine e imboccò il tratto di strada lungo il canale proveniente dal fiume Reno. Sulla sinistra, muri di pietra chiazzati di umidità rivestiti da strati di rampicanti contenevano edifici residenziali coi loro cortili e una casa di cura. L’acqua scorreva sulla destra, racchiusa da argini a picco con un camminamento sopraelevato che sembrava una copia dell’antica muraglia cinese, con tanto di casematte simili a torrette di guardia. Dominava un color mattone di tonalità calda, l’erba cresceva nelle fessure delle pietre e le anatre nuotavano nell’acqua bassa, seguite da file di anatroccoli. Quando apparve il ponte pedonale di metallo bianco che attraversava il Reno, sostenuto da tiranti d’acciaio come un modellino del ponte di Brooklyn, capì che era quasi arrivato a destinazione.<br />
Scese la scala di sassi e percorse l’ultimo tratto di vialetto quasi a livello dell’acqua. Attraversò il canale sul vecchio ponte di mattoni e raggiunse il bar Melody, sotto al portico di un palazzo pietra a vista.<br />
Fuori dalla doppia vetrata sostavano i soliti tipi di varie età, coi bicchieri in mano.<br />
“Inglese” disse uno, mimando un brindisi.<br />
“Inglese.”<br />
“Inglese.”<br />
Non si fermò.<br />
Non si fermava mai.<br />
Salutò tutti con un cenno del capo ed entrò nel bar.<br />
Il proprietario, un uomo di circa quarant’anni col grembiule e gli occhiali gli batté sulla spalla.<br />
“Inglese. Dai che ti aspettano”.<br />
Tre uomini erano seduti a uno dei tavolini di fòrmica marrone. Subito lo invitarono a sedersi per la serie di partite a carte che costituiva il loro evento pomeridiano del mercoledì.<br />
L’inglese si accomodò mentre ordinava una birra. Uno degli uomini, un pensionato dai modi bruschi, iniziò a distribuire le carte. Partivano con le briscole, due e la bella, cui seguivano due e la bella di tressette, fino all’eventuale spareggio con due e la bella di briscola.<br />
Due e la bella di tutto.<br />
Nessun saluto, né convenevoli. Gli piaceva quello stile rude, sbrigativo. Nessuno gli aveva mai chiesto nulla, da dove veniva, se era in pensione e perché lo era così giovane. Oppure se era un vagabondo disoccupato capitato a Bologna per chissà quale gioco del destino.<br />
Lui e il suo socio, un pensionato svelto piccolo di statura che ricordava a memoria tutte le carte, vinsero le briscole. Vinsero anche i tressette. Nessuno spareggio.<br />
“Certo che te, inglese, ci hai un culo esagerato” disse il pensionato che distribuiva le carte. L’inglese confermò con un cenno del capo.<br />
Poiché era presto partì una serie di ramino, poi scala 40 e un’ulteriore serie di briscole. A fine pomeriggio, all’ora dell’aperitivo, aveva totalizzato quasi venti euro di consumazioni.<br />
Finito l’ultimo giro i pensionati sbraitarono ancora per una decina di minuti, poi scapparono tutti, per la cena.<br />
L’inglese si massaggiò l’occhio. Lo sentiva gonfio, stanco. Aveva fissato troppo a lungo le carte. Desiderava chiuderlo, coprirlo con un batuffolo di cotone umido. Era il metodo di riposo più efficace.<br />
Guardò l’orologio. Le 19.30. Gli conveniva mangiare qualcosa nel bar, usando i soldi delle consumazioni. Ordinò due panini e due bottiglie da mezzo litro di acqua minerale. Una l’avrebbe bevuta subito, l’altra portata con sé nello zaino per la marcia di ritorno.<br />
Mangiò nel bar deserto, col barista che seguiva un programma di sport alla televisione.<br />
Restò qualche tempo seduto immobile di fronte alla vetrina, guardando fuori, senza fare nulla, ascoltando i suoni, fissando i rari passanti che sfilavano al di là del vetro.<br />
Si alzò prima che il barista lo informasse gentilmente che il locale stava chiudendo.<br />
Uscì, nel piccolo quartiere già deserto.<br />
Camminò fino al ponte bianco, sostando sulle grosse assi da muratore che formavano la passerella. La struttura vibrò, per il passaggio di un podista. C’era gente che correva sempre, a tutte le ore, anche di notte.<br />
Si appoggiò alla balaustra di metallo, osservando i numerosi lucchetti appesi ai tiranti di acciaio. Erano giuramenti d’amore, gli avevano detto, una moda che si era diffusa da un romanzo giovanile.<br />
Amore eterno. Come un lucchetto chiuso le cui chiavi erano state buttate via.<br />
Sotto al ponte l’acqua limacciosa ruggiva veloce. Il fiume era gonfio. La corrente formava una rapida contro lo sbarramento di rocce del fondale. L’acqua marrone diventava nera mentre si perdeva in lontananza nella notte.<br />
La notte, il buio.<br />
Come la sua casa, con la tromba delle scale senza luce. E il rombo dell’acqua sembrava riempire quel vuoto della casa fredda, quel silenzio rotto solo dai singhiozzi lontani e monotoni di una donna sempre vestita di nero.<br />
Una donna già in lutto anche se nessuno era ancora morto.<br />
Il rombo dell’acqua gli piaceva. Amava addormentarsi con quel suono. Talvolta lo faceva, in estate, sulle rive del fiume in Sicilia dove passava le estati.<br />
Sotto al ponte c’era una panchina. Con una coperta avrebbe potuto sdraiarsi e perdersi nel frastuono della cascata. Ma la serata era fredda e umida, e non aveva una coperta. Spesso al mattino usciva col sacco a pelo legato sotto lo zaino, perché dopo le giornate di vagabondaggio per la città non rientrava, dormiva in un parco o sotto a un portico svegliandosi intontito, barbone tra i barboni, straniero tra gli stranieri.<br />
Tornò indietro e riattraversò il quartiere. Le strade erano vuote. Dalle case, alcune con le finestre socchiuse, provenivano i suoni delle televisioni. Qualche voce. Una risata. Sbattere di piatti e pentole.<br />
L’inglese si sistemò lo zaino sulla schiena, infilò le mani in tasca e si apprestò a percorrere i 12 chilometri del ritorno, nel buio pieno del parco lungo il canale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo è l&#8217;incipit del nuovo romanzo di Mauro Baldrati, “Io sono el Diablo”, appena uscito con l’editore Fanucci; e qui di seguito rispettivamente la presentazione di Valerio Evangelisti sulla quarta di copertina e la scheda preparata dall&#8217;editore:</em></p>
<p><em>&#8220;Spesso si scambia il genere noir per una variante del poliziesco. Non è così: il noir è una tragedia moderna, in cui le tinte scure della vicenda rispecchiano quelle ancor più cupe della società. Mauro Baldrati, con il suo linguaggio parco, privo di compiacimenti, percorre un&#8217;Europa che si preferirebbe non esistesse. Invece c&#8217;è, l&#8217;abbiamo sotto gli occhi. Quella dei traffici di tutto, dalle merci più o meno illegali agli esseri umani. Pochi saprebbero rendercela evidente con la violenza di uno schiaffo. Serve un virtuosismo non comune. Baldrati ci riesce, con brutalità stilistica mista a echi poetici tutt&#8217;altro che inconsapevoli.&#8221;</em></p>
<p><em>“Il passato e il presente dell’inglese, con il suo enigmatico volto sfigurato da un solco sghembo che gli attraversa l’occhio coperto da una benda nera, sono avvolti nel mistero. Le sue giornate seguono una disciplina marziale: pur non essendo un clochard, dorme in un campo nomadi abusivo, si sveglia all’alba e cammina tutto il giorno per le strade di una Bologna degradata e sconosciuta ai più, macinando chilometri senza un’apparente meta. La sua vita scorre così, uguale da anni, finché una sera si imbatte in Violeta, una donna albanese in fuga da un passato pericoloso. È l’incontro tra due solitudini, due anime perse, oscure e affini. Per aiutare Violeta, l’Inglese recupera il suo vecchio nome di battaglia, El Diablo, e si immerge in un frenetico vorticare tra Italia, Inghilterra e Albania, tra legami nocivi con la criminalità organizzata, anime corrotte, botteghe a luci rosse, traffici di merci ed esseri umani Per portare a termine la sua complicata e rischiosa missione, El Diablo si troverà scaraventato in un abisso in fondo al quale pulsa il cuore nero del male. Allora sapremo chi è davvero l’inglese.”</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title> Il doppio sguardo. Su Parlarne tra amici e Lealtà  </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Eloisa Morra]]></category>
		<category><![CDATA[Lealtà]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Pezzali]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Parlarne tra amici]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Sally Rooney]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eloisa Morra                                                      Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Eloisa Morra</b><b>                                                     </b></p>
<p>Ci sono tanti tipi di lettori quanti tipi di romanzi; tra questi ultimi preferisco quelli che chiamo tra me e me “romanzi-gazzella”: testi brevi il cui fascino è racchiuso nella brillantezza dei dialoghi e in una voce narrante capace di rendere interessante il paesaggio o il tipo umano più noto. Certi romanzi di Maugham, tutto Lernet-Holenia, il primo Roth<i>… </i>Leggo questi libri con lentezza esasperante, maledicendo gli autori per non aver scritto un tomo. Poi però mi dico che se li venero è proprio per la <i>brevitas</i>, e che i romanzi “obesi” non sono davvero nelle mie corde: di David Foster Wallace mi divertono i saggi, ma ho ripreso tre volte in mano <i>Infinite Jest </i>senza mai riuscire a finirlo (per Zadie Smith il discorso è diverso, ma forse lei è l’eccezione che conferma la regola). Come mai mi trovo più a mio agio nella Firenze volutamente <i>cliché </i>di Maugham<i> </i>o nella felix Austria di Lernet-Holenia che in quelle pagine ribollenti di attualità?<span id="more-72805"></span></p>
<p>Mi sa che la lunghezza e il passatismo non c’entrano. Forse sono solo allergica agli autori troppo presi dal loro virtuosismo per abbandonarsi al puro piacere di raccontare: «L’intelligenza analitica è la morte del narratore», sussurravo tra me l’altro giorno addentando un mango mentre fuori nevicava. «Vagolare tra accadimenti improbabili, velleità, momenti di noia per tradurli in parole richiede tutto tranne l’intelligenza», concludevo così la mia geremiade mentale, mentre la neve fregandosene di me picchiettava imperterrita. Per fortuna la realtà è sempre più lungimirante di noi, e in meno di due mesi mi ha messo sotto gli occhi due romanzi che mandano ogni teoria a gambe all’aria; vi si respirano brillantezza e attualità, ma funzionali a intrecci e voci narrative avvincenti. Ho iniziato <i>Lealtà </i>di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) e <i>Parlarne tra amici</i> di Sally Rooney (Einaudi, 2018) in due notti similmente fredde e insonni; li ho letti con voracità, senza centellinare. Ad essere sincera non me ne sono ancora fatta un’idea precisa. Come tutti i libri importanti, mi hanno colpito per ragioni di cui non mi sono ancora fatta una ragione.</p>
<p>L’architettura e lo stile dei due romanzi non potrebbero essere più diversi. Letizia Pezzali dà vita a una struttura centripeta, scabra, a tagliola. A guidarci è la voce houellebechiana di Giulia, trentaduenne analista finanziaria che descrive con vibrante precisione l’ambiente della City per poi proiettarci nella Milano che dieci anni prima ha segnato il suo incontro con Michele, l’economista quarantenne divenuto la sua ossessione — e il modo migliore per mettere a tacere i demoni, si sa, è farci i conti. Rooney invece costruisce un romanzo centrifugo, che sdipana le diverse alchimie di rapporti derivanti dall’incontro di Frances e Bobbi, due studentesse impegnate in spettacoli di <i>spoken word</i>, con Melissa e Nick, coppia di trentenni benestanti e affermati. Melissa, anche lei scrittrice, propone di scrivere un profilo sulle due ragazze per un blog; da qui nascerà una frequentazione da cui si susseguiranno tradimenti, rivalità e inaspettate alleanze. La voce di Frances ingloba in sé gli scambi di battute del gruppo di amici per riversarli in un monologo interiore attento all’inarcatura di una frase come all’ombra del bombo sulla carta da parati della villa francese che segna quella che è stata definita la sua “seconda formazione”. A queste scelte in termini di architettura romanzesca corrispondono due modelli agli antipodi, che fanno capolino tra le pagine: Pezzali si ispira al Fenoglio concentrato della <i>Paga del sabato</i>,<i> </i>regalato da Giulia a Michele durante il loro primo appuntamento; la narrazione polifonica di <i>Middlemarch </i>è invece il punto di riferimento di Rooney, che ironicamente lo mette in mano alla mamma della protagonista («Non sono riuscita a oltrepassare pagina dieci»).</p>
<p>Eppure i due libri sono abitati da nuclei comuni. L’età di Giulia e Frances scivola tra i venti e i trent’anni; entrambe hanno un rapporto irrisolto con la figura paterna, il che le porta a sviluppare una resistenza alle emozioni declinata nella riluttanza ad esprimere richieste (Frances) e nell’«ossessione comunicativa» (Giulia e i suoi infiniti messaggi); si avvicinano con ansia di riscatto ad un ambiente borghese che non conoscono e finiscono per restare invischiate in rapporti di potere e ossessioni amorose, calate rispettivamente nella Londra finanziaria e in una Dublino allo stesso tempo studentesca e luccicante. Lontane anni luce dalle opere-mondo alla Foster Wallace o De Lillo, Pezzali e Rooney raccontano sentimenti primari apparentemente <i>old-fashioned</i>: il rapporto tra amore, ossessione e potere; le rivalità tra colleghi; quel delicato momento di passaggio, cruciale nella vita di ogni ragazza, dalla prevedibilità dell’analisi alla verità dell’esperienza. L’attualità non scompare, ma acquisisce significato solo perché ci dice qualcosa dei personaggi a loro insaputa. Le discussioni su femminismo e migrazione di Francis, Bobbi, Melissa e Nick in <i>Parlarne tra amici</i> risultano posticce,<i> </i>mettendo in luce il velleitarismo di chi vorrebbe identificarsi in quello che fatalmente non è; la Brexit aleggia nelle chiacchierate tra colleghi a Canary Wharf, ma sembra essere nient’altro che uno sfondo per Giulia, assorbita da una vita che lascia spazio solo al lavoro e all’ossessione amorosa.</p>
<p>Più che nel dipingere spazi o ambienti le due autrici brillano nel descrivere la fisiologia dell’innamoramento. Le loro protagoniste si abbandonano senza volerlo ad amori sbagliati eppure irrecusabili: «Era una persona inconfondibile: vidi la sua sensualità attraversare tutta la sua esistenza», dice Giulia di Michele poco dopo averlo conosciuto per caso a una presentazione all’università. Frances, l’intelligentissima, non può invece fare a meno di innamorarsi di Nick, l’affascinante e fragile attore marito di Melissa: «Provai un improvviso e irresistibile bisogno di dire: ti amo, Nick. Non era una brutta sensazione, nello specifico; aveva un che di divertente e folle, come quando ti alzi dalla sedia e a un tratto ti rendi conto di essere ubriachissima. Ma era vero. Ero innamorata di lui».<i> </i>Chi sono questi due uomini in realtà? Difficile rispondere. Come Robert in <i>Cat Person, </i>anche Nick e Michele ci vengono descritti in modo mobile e complesso, attraverso le progressive idee che di loro si fanno Frances e Giulia. In questa descrizione però resta sempre un vuoto, il che costituisce allo stesso tempo il fascino e il limite di due romanzi centrati sul monologo interiore. Questi uomini carismatici, dolci e fragili danno narrativamente il meglio di sé durante le conversazioni tra le lenzuola. Nei <i>pillow talks </i>— brillanti e senza senso, proprio come nella vita vera— <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>toccano i momenti più incisivi del racconto, sgranando la materia volatile di rapporti che mischiano amore e devozione, gratificazione e dipendenza.</p>
<p>La tenuta del racconto ha qualche cedimento quando ai dialoghi o alle mail viene sostituito il flusso delle chat. Come influiranno i social sulle forme narrative? Gli scambi su Facebook danno senz’altro la misura del divario generazional-comunicativo tra le due coppie e nel caso di Pezzali rappresentano un originale motivo di riflessione sulla natura dei mercati, sulla scia del legame tra economia e passione che è tra i motivi più affascinanti di<i> Lealtà</i>. La sfida però non sembra essere raccolta del tutto: il senso di svuotamento e claustrofobia che ci deriva dalla lettura delle pagine effetto-social è reale o voluto? Queste smagliature forse si spiegano pensando che <i>Lealtà</i> e <i>Parlarne tra amici </i>sono due romanzi sulla fine della giovinezza, e di quest’ultima racchiudono in sé il portato assolutizzante, cerebrale, claustrofobico. Scrivere mail chilometriche, discettare su tutto, amare in modo devoto e senza traccia di umorismo, essere molto<i> self-absorbed</i>; chi non ha vissuto tutto questo a vent’anni? Se arriviamo di filato alla fine però è perché i due libri hanno il pregio di fare un passo più in là, verso una ironica consapevolezza di sé e del mondo<i>. </i>C’è un doppio sguardo che silenzioso si irradia tra le pagine di questi due libri, illuminandole: «Prima di capire certe cose» conclude Frances «le devi vivere. Non puoi sempre assumere una posizione analitica».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Infrangere i tabù è un tabù</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/19/infrangere-tabu-un-tabu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta «Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione». E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><i><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69423" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione».</i></p>
<p>E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il baluardo della propria intera esistenza, e tenta in ogni modo di perseguirle, maniacalmente, fino allo strenuo delle forze, prova a spingere ogni più sistemica, forse anche in nuce già perversa situazione, fino alle estreme, decisive e drastiche  conseguenze, che risultino poi essere possibili o impossibili poco importa. <span id="more-69421"></span></p>
<p>Piero Origo è l’indomito protagonista (pazzo? ammalato? pateticamente insincero, sicuramente oltraggioso, pressoché squallido, ripugnante persino) di questo “Tabù”, il complesso e articolato romanzo di Giordano Tedoldi edito da Tunuè, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.<br />
Un uomo, dicevamo, totalmente preda dei suoi istinti più carnali, ma anche &#8211; quasi specularmente &#8211;  delle sue più cervellotiche riluttanze, prono e incline ai suoi stessi blocchi mentali che gli angosciano istericamente le giornate, e contestualmente desideroso, avvinto da un desiderio purulento, a tratti viscido, a tratti invece quasi candidamente infantile, di infrangere ogni regola imposta o autoimposta dalla società, dalla morale, dall’etica, dallo stesso circo parossistico che sono, in estrema sintesi, i balletti ridondanti e rigeneranti in cui s’articola la fitta schiera dei suoi personalissimi rapporti umani.<br />
Piero ha un migliore amico, Domenico, di cui poco o nulla sappiamo se non che è il marito di Emilia, quella che potremmo definire, anche un po’ cinicamente, la più canonica delle “donne qualunque”. Emilia non è particolarmente bella, non è particolarmente spigliata o gioviale, non è particolarmente acuta o intelligente. E forse proprio per questo, diventa ben presto l’ossessione perenne di Piero.<br />
Un’ossessione che si consolida col passare del tempo, dentro e fuor di metafora, un’ossessione che si trasforma in statua, che si trasforma in nugolo di vermi, che si trasforma in contagio panico, incontrovertibilmente universale. L’ossessione, che &#8211; come ogni grande turba che si rispetti, è qui evidentemente prima di tutto letteraria &#8211; giunge dai sensi alla parola, si propaga esattamente come un virus dalle estremità degli arti alle sugosità delle intenzioni, e arriva ad impedire totalmente il corretto fluire dei pensieri ma anche della narrazione stessa, che infatti, all’incirca a metà libro (ma in effetti anche da prima) muta forma, colore e calore, fino a mutare anche nella voce.<br />
Piero, da un certo momento in poi, diventa Eusebio, che diventa Messabianca, ma sostanzialmente sono tutti tutto, sono tutti l’unica eterna emanazione di un solo spirito guida, di un furore &#8211; tanto sessuale quanto mistico &#8211; che è il più autentico io narrante di tutto il romanzo.<br />
Ci troviamo perciò davanti ad un romanzo proteiforme, dunque, cangiante e mutevolissimo come i più biechi desideri dell’animo umano (per non parlare di quelli del corpo pulsante!). Un romanzo che, sulle prime, potrebbe apparire a giusta ragione iper-realista, e poi trascende nel più sfrenato e quasi saccente surrealismo.  Un romanzo che, sulle prime, sembrerebbe voler infrangere ogni tipo di tabù residuale (ammesso che, oggi, ce ne sia ancora rimasto qualcuno, con cui fare i doverosi conti) ma poi perde di vista la sua meta, si sfalda e si scardina proprio per negare l’esistenza stessa di quel tabù, anzi, di quei tabù (il tradimento, l’amore fra consanguinei, l’ascesi…) che forse ci riguardano ancora, ma solo a un livello nostalgico, quasi leggendario.<br />
La creazione di una comune, il cannibalismo, l’ortodossia, il timore della paternità, lo svelamento di sé, la guarigione miracolosa, tutto diventa sogno agitato, straniamento del pensiero e dell’azione, strafottente e spietata presa in giro della parola e del contenuto. La forma scelta da Tedoldi si mescola coi più basilari nessi di senso, fino a scioglierli &#8211; in modo apparentemente inconsapevole &#8211; fra mille contraddizioni, e porta il lettore a dimenticarsene totalmente, preso com’è da una sorta di trance evanescente, che trova il suo unico perno nel sentimento del desiderio, anzi di più, nell’atto stesso del desiderare.</p>
<p><i>M’importava solo di prendere per il collo il destino, prima che fosse troppo tardi. L’imponderabile mi avrebbe plasmato. </i></p>
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		<title>Il bacio di Puig</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jul 2017 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alan pauls]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Morino]]></category>
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		<category><![CDATA[Il bacio della donna ragno]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Puig]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Testa]]></category>
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		<category><![CDATA[sudamerica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Recentemente le Edizioni SUR hanno ripubblicato &#8220;Il bacio della donna ragno&#8221;, un brillante e commuovente romanzo-dialogo dello scrittore argentino Manuel Puig, già tradotto da Angelo Morino, con la prefazione di Alan Pauls, tradotta da Martina Testa. I due protagonisti, Valentín e Molina, sono due detenuti, alle prese coi piccoli grandi demoni della loro vita. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68873" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/SURns6_Puig_IlBacioDellaDonnaRagno_cover-199x300.png" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/SURns6_Puig_IlBacioDellaDonnaRagno_cover-199x300.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/SURns6_Puig_IlBacioDellaDonnaRagno_cover.png 663w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></p>
<p>Recentemente le Edizioni SUR hanno ripubblicato &#8220;Il bacio della donna ragno&#8221;, un brillante e commuovente romanzo-dialogo dello scrittore argentino Manuel Puig, già tradotto da Angelo Morino, con la prefazione di Alan Pauls, tradotta da Martina Testa.<br />
I due protagonisti, Valentín e Molina, sono due detenuti, alle prese coi piccoli grandi demoni della loro vita.<br />
Di seguito, un estratto.</p>
<p><span id="more-68872"></span>*</p>
<p><i>La chiesetta di legno, il cieco e la zitellona fanno da testimoni, qualche candela accesa sull’altare senza fiori, i banchi vuoti, le facce gravi, vuoto il sedile dell ’organista e il palco per i coristi, le parole del prete, la benedizione, il rimbombo dei passi nella navata deserta all ’uscita degli sposi seri, la sera che cala, il ritorno a casa in silenzio, le finestre aperte per far entrare l ’aria tiepida dell’estate, il letto di lui spostato nello studio, la camera da letto della domestica spostata nella camera da letto di lui, nell ’ex camera da letto di lui, la cena di nozze già preparata dalla zitellona, la tavola con due coperti nel soggiorno vicino alla finestra, il candelabro fra i due piatti, la buonanotte della zitellona, il suo scetticismo dinnanzi a un simulacro d’amore, la smorfia amara sulle sue labbra, la coppia in silenzio completo, la bottiglia di vino d ’annata, il brindisi senza parole, l ’impossibilità di guardarsi negli occhi, il cri cri dei grilli lì nel giardino, il lieve rumore – mai udito prima d’allora – delle fronde del bosco che la brezza culla, lo splendore strano – mai visto prima d’allora – dei candelabri, lo splendore sempre più strano, il contorno sfumato d’ogni cosa, della faccia tanto brutta di lei, della faccia sfigurata di lui, la musica quasi impercettibile e dolcissima che non si sa da dove provenga, il volto di lei e tutta la sua figura avvolta fra bruma e luce bianca, percettibile solo lo scintillio dei suoi occhi, la bruma che svanisce poco a poco, un grazioso volto di donna, lo stesso volto della servetta ma le rozze sopracciglia trasformate in delicate linee di matita, illuminati da dentro gli occhi, allungate ad arco le palpebre, la pelle una porcellana, le labbra schiuse in un sorriso dai denti perfetti, i capelli ondulati in serici riccioli, e il semplice vestito di percalle?, un elegante vestito da sera di pizzo, e lui?, impossibile distinguere i suoi lineamenti, la vista deformata dai riflessi dei candelabri o magari come attraverso uno sguardo carico di lacrime, il volto di lui visto da occhi carichi di lacrime, le lacrime s’asciugano, il volto di lui visto in tutta chiarezza, un volto di ragazzo allegro e bello che più non si può, ma con le mani tremanti, no, lei con le mani tremanti, l’avvicinarsi di una mano di lui a una mano di lei, mormorio del vento tra le fronde del bosco o violini e arpe?, gli occhi negli occhi l ’uno dell’altra, entrambi convinti di sentire violini e arpe portati dalla brezza profumata dalle araucarie, la stretta delle mani, le labbra che s’avvicinano, il primo e umido bacio, il palpito dei cuori&#8230; all ’unisono, la notte tempestata di stelle, non sono più a tavola&#8230; i tavoli vuoti nel ristorante, i camerieri seduti mentre aspettano i clienti, le ore lente e calme dopo la mezzanotte, la sigaretta appena accesa a un angolo delle sue labbra, l ’angolo sinistro o destro delle sue labbra, la sua saliva dal gusto di tabacco, di tabacco nero, lo sguardo triste smarrito in lontananza, alla finestra il passaggio di auto bagnate di pioggia, un’auto dopo l ’altra, si ricorda di me?, perché non è mai venuto a trovarmi?, non potrebbe un giorno fare a cambio di turno con un collega?, sarà andato dal medico per il dolore all ’orecchio?, rimandava da un giorno all’altro, di notte a volte dolori orribili, a sentire lui giurava sempre che il giorno dopo ci sarebbe andato, il giorno dopo il dolore passava e si dimenticava di andare dal dottore, e la notte mentre aspetta nel ristorante i clienti dopo mezzanotte sicuramente si ricorda e pensa e si dice che domani verrà a trovarmi, e guarda dai vetri le auto che passano, e la cosa più triste è se nel ristorante i vetri sulla facciata sono rimasti bagnati di pioggia, come se il ristorante si fosse messo a piangere, perché lui non molla mai, stringe i denti perché è un uomo e non molla una lacrima, e quando io penso forte forte a qualcuno vedo nel mio ricordo la faccia riflessa, su un vetro trasparente e bagnato di pioggia, la faccia sfumata che vedo nel mio ricordo, la faccia di mami e la faccia di lui, certo che si ricorda, e magari venisse, magari venisse, prima una domenica, e poi nella vita è tutta questione d’abitudine, viene un altro giorno, e un altro, e al momento dell ’indulto lui m’aspetta davanti al carcere, prendiamo un taxi, la stretta delle mani, il primo bacio è timido e secco, le labbra chiuse sono secche, le labbra schiuse sono già un po’ più umide, la saliva al sapore di tabacco?, e se muoio prima di uscire da questo carcere non saprò mai che gusto ha la sua saliva, cos’è successo quella sera?, al risveglio la paura che sia stato tutto un sogno, con infinita paura un’occhiata reciproca alla luce del giorno, in quella casetta vivono una ragazza graziosa e un ragazzo bello che più non si può. </i></p>
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		<title>Letteratura e memoria/2: Michele Mari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2017 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Leggenda privata]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mari]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani Michele Mari Leggenda privata pp. 171, € 18,50 Einaudi, “Supercoralli” Torino, 2017 La riedizione (rivista e aggiornata) dei saggi contenuti ne I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore; già Quiritta e Cavallo di ferro) e quella del romanzo leopardiano Io venía pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi prima, Einaudi ora) ha preparato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p><b><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68554" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/leggenda-privata-1490791253.jpg 250w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /><br />
Michele Mari<br />
</b><b><i>Leggenda privata<br />
</i></b>pp. 171, € 18,50<br />
<b>Einaudi</b>, “<b>Supercoralli</b>”<br />
Torino, 2017</p>
<p>La riedizione (rivista e aggiornata) dei saggi contenuti ne <i>I demoni e la pasta sfoglia</i> (Il Saggiatore; già Quiritta e Cavallo di ferro) e quella del romanzo leopardiano <i>Io venía pien d’angoscia a rimirarti</i> (Longanesi prima, Einaudi ora) ha preparato, nei mesi scorsi, l’uscita dell’ultimo libro di Michele Mari: <b>Leggenda privata </b>(Einaudi, “Supercoralli”, pp. 171, € 18,50). Tre anni dopo l’<i>aperçu</i> ottocentesco di <i>Roderick Duddle</i> e sette dopo la psichedelia letteraria di <i>Rosso Floyd</i>, Mari vira su se stesso come già esplicitamente nel suo romanzo più vertiginoso, <i>Rondini sul filo</i> (Mondadori, 1999) o, in maniera più trasversale, nel volumetto fotografico <i>Asterusher</i> (Corraini Edizioni, 2015), non a caso sottotitolato “autobiografia per feticci”. <span id="more-68448"></span>Pure, in questo <i>Leggenda</i> il gesto, inconfondibile come la voce, si traduce da subito in una programmatica critica elusiva del suo proprio mandato (raccontarsi a un indistinto pubblico di lettori), dando vita a una <i>fantasmagonia</i> (così un suo titolo del 2012) i cui poli sono, vorticosamente, quelli del vero e del falso. Di qui l’escamotage che dà origine al racconto, ovvero l’essere stato all’autore, lo stesso, commissionato, o più esattamente istigato,  dai sadici vertici di una non meglio precisata Accademia dietro i quali (personaggi, o piuttosto figure, a chiave, sì, ma dalla complessa serratura) ciascun lettore può intra-leggere chi vuole; non la sola committenza della fatica, peraltro, posto che lo stesso compito gli viene affidato anche da un’altra Accademia, quella dei Ciechi della Cantina, più grottesca ma non meno inquietante della setta omonima che in<b> </b><i>Sopra eroi e tombe</i>, di Ernesto Sabato, ordisce trame ai danni del mondo; entrambe le bizzarre istituzioni, ad ogni modo, mosse dall’ansia di sapere “chi sono, come se avermi sempre osservato non contasse nulla: l’idea è che io finga anche quando sono da solo, che mi muova e faccia gesti come uno che finge”. Da subito, insomma (queste righe sono tratte dalla prima pagina), Mari scopre le carte, ma solo per dimostrare che a telesina non si bara meno che giocando il poker tradizionale; perché scrivere è e resta, soprattutto quando si confondono deliberatamente i piani della memoria e della sua trasfigurazione nel tempo, ovvero il ricordo, un azzardo: un bluff. In altre parole: una macchinazione verbale, di modo che, nella rievocazione, i nomi, i luoghi e gli oggetti – che sono massimamente quelli di un’infanzia <i>privata</i> &#8211; diventano serie, come i souvenir di Michel Leiris nella <i>Regola del gioco</i>: stringhe che si ripetono di capoverso in capoverso e da cui germinano associazioni o scaturiscono digressioni, riflessioni e confutazioni dall’ieri per oggi: quale la radice di un comportamento, quale la sua declinazione nell’età adulta? O quale, in termini psicologici, la sua sublimazione? Ogni cosa mette in scacco la tendenza odierna a fare della vita dello scrittore ben più che il rovescio – o negativo – della sua attività artistica: qualcosa a metà tra la confessione e lo smascheramento. Ecco il perché di quelle pagine, sembra sussurrare il lettore-investigatore con compiaciuta crudeltà; ecco da dove quell’immagine ricorrente. Eppure, proprio a questo si oppone l’oltranzismo stilistico di Mari, il suo rostro linguistico: confesso – stavolta a sussurrare è lo scrittore alla sbarra -, ma per il fatto stesso di confessare non è detto che sveli la verità. Già, perché a scavare nemmeno troppo le righe, una volta che l’esperienza si fissa in un giro di frase (inconsueto come l’italiano che lo tesse), non si danno più né vero né falso, né giusto o sbagliato, ma un indistinto verosimile in cui i nodi da sciogliere (il padre Enzo, la madre Gabriela, le prime pulsioni sessuali per la cameriera della trattoria Bergonzi) chiedono il sacrificio dell’esibizione dell’io: un io esplicitato, irriso ma anche, e più di ogni altra cosa, difeso: “la mia autobiografia – scrive Mari – sarà il testamento con cui li autorizzerò a sapermi e, saputo, impazzirò. Ovvero, finissimi esegeti, interpreteranno la mia scrittura, e mi ci metteranno davanti come a uno specchio, e allora altro che impazzire, allora mi ricongiungerò tutto e per sempre all’angoscia che mi tempesta da prima che nascessi”. Ogni atto di questa indagine-processo, perciò, da quello dello scrittore a quello del lettore, si rovescia nel suo ineffettuale contrario, anche quando all’apparenza si trincera dietro un principio: “il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti, su questo punto le mie idee non potrebbero essere più chiare”. Ma cosa succede quando la forma diventa fatto? Cosa, quando le idee, da chiare, si intorbidano fino a creare, come nella genealogia familiare in cui il nonno somiglia al nipote e il padre al figlio, solo l’illusione dell’identità? Succede che i sogni reclamano lo statuto del reale, il quotidiano si popola di fantasmi e la caduta libera di <i>Rondini sul filo</i> diventa, in <i>Leggenda privata</i>, un’evoluzione acrobatica: una prodigiosa, disincantata prova di abilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Questo articolo è apparso su &#8220;Radar&#8221; de <em>L&#8217;Unità</em>, il 20 aprile 2017]</p>
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