<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>rose &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/rose/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 Jan 2009 17:10:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>sette quattordici ventotto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/sette-quattordici-ventotto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/sette-quattordici-ventotto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 12:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[baustelle]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore di tenebra]]></category>
		<category><![CDATA[festivaletteratura di Mantova]]></category>
		<category><![CDATA[figlio]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[illusionista]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[pesce rosso]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[rose]]></category>
		<category><![CDATA[ScrittureGiovani]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=13297</guid>

					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-13298" title="prestotz9" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/prestotz9.jpg" alt="" width="400" height="241" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Non ho niente in mano. Fossi un illusionista sarebbero cinque parole sorprendenti, di più, sarebbero un sipario, avrei addosso gli occhi di tutti, lucidi e pronti a stupirsi per la comparsa di un coniglio o di un mazzo di fiori, magari di una colomba. Io preferirei i fiori. Rossi gialli e bianchi, grandi e callosi, niente rose, niente verde. Le rose si sciupano e il verde imbrunisce. Nei mazzi degli illusionisti le rose non ci sono mai, neanche in quelli dei maghi da fiera. Perché si sciupano. Gli innamorati regalano rose perché l’amore si sciupa. Lo sanno, mentono e sempiterni regalano rose.<br />
<span id="more-13297"></span><br />
Non vorrei mai ricevere un fiore così. Che è un monito. E poi sussurrare che profumo che profumo e sorridere, emozionarmi un poco dimenticando che le rose appassiscono e l’amore e le scarpe nuove e altro ancora e che esistono i fiori di plastica e di stoffa che comunque non rappresentano una soluzione. Specie per gli allergici alla polvere. Io dico non ho niente in mano e mi guardo i palmi asciutti perché in questo niente che stringo non riesco a tenere nemmeno un segreto. Tutte le volte che mi sono coperta la bocca con una mano non sono stata in grado di tacere. Tutte le volte che da bambina giocavo a Indovina dove tengo la caramella, destra o sinistra, sinistra o destra, qui o qui, ho sempre ceduto lo zucchero. Perdere è amaro. Non ho niente in mano e non so mantenere un segreto. Il mese scorso, era di mercoledì, ho incontrato un uomo e siamo finiti a letto dopo una birra e quattro chiacchiere sconclusionate. Io ho pagato la prima, lui la seconda che però era la stessa. Una chiara doppio malto in un bicchiere che pareva e forse era una piccola boule per pesci rossi. I pesci rossi spesso sembrano ubriachi, girano in tondo fino a stordirsi e alle volte saltano fuori e finiscono sul pavimento. Capita poi che qualcuno arrivi trafelato e non se ne accorga. Del pesce sul pavimento. E ci scivoli sopra e cada e muoia. Capita che qualcuno sbatta la testa. Non si avveda dell’assenza del rosso nella trasparenza opaca d’acqua e mangime. Sul pavimento di casa calpestato mille volte. E i vicini sussurrino Doveva essere ubriaco. Invece era il pesce, ma non può dirlo a nessuno, acqua in bocca, lingua in gola. Le boule se la intendono con l’ubriachezza molesta e i segreti dovrebbero dirsi solo ai morti che però non hanno niente in mano. Forse una moneta. O sotto la lingua?</p>
<p>Siamo finiti a letto insieme, e non mi era mai successo, una birra e un uomo sotto le lenzuola, tutto nella stessa sera. Di mercoledì a casa mia e alle undici meno dieci era tutto finito perché mia madre ha chiamato per dirmi Buonanotte tesoro, e io Anche a te mamma e lui Tua madre ti chiama sempre a quest’ora e mia madre Chi c’è lì con te? E io Nessuno mamma è la televisione. Lui ha sorriso abbottonandosi lentamente, come uno si immagina faccia uno spogliarellista redento, illuminato di compiacenza e misericordia come se per una donna di trent’anni fosse umiliante confessare alla madre di tenere la televisione accesa con un film credibilmente anni cinquanta. Quanti uomini domandano Tua madre ti chiama sempre a quest’ora. Quest’ora quale? Tutte le ore sono delle madri. Essere madre è come avere tutto il tempo. Poi se n’è andato e non l’ho nemmeno accompagnato alla porta nel timore che pensasse a una replica. O forse sono le donne a pensare che agli uomini interessino le repliche, che siano esseri sessuali più che salottieri. Le <em>reprises</em> del sesso sicuro e senza esiti. Se è sicuro è senza esiti. Se nelle pubblicità o sulle scatole scrivessero senza esiti, nessuno comprerebbe più alcun tipo di contraccettivo. Senza esito è così esiziale. Senza esito è esiziale.</p>
<p>Ho rassettato, messo in ordine, elencato gli oggetti accarezzandoli con gli occhi uno a uno e spento la luce per riposare. E ho dormito. Da un mese dormo come mai. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e di solito non dormo. Ci siamo rivisti in bar gli ho offerto una birra lui è andato via dicendo Buona serata davanti alla tv. Non conosco bene gli uomini ma mi stupisce che si comportino come donzellette piccate. O forse è lui, e per questo l’ho invitato a casa, forse amo le donzellette piccate, di qualsiasi sesso. Amo le donzellette piccate, coperte di trine anche quando i merletti sono baffi curati e basette intarsiate e le molle degli slip carioca e due orecchini e i capelli tagliati freschi. Che odorano di campi e di falce. Ho spento la luce. Le madri hanno anche il tempo del sonno. Controllano il sonno dei bambini, vegliano perché dormano tranquilli e sognino miele e foreste incantate e non si bagnino la testa se piove e non cadano nei burroni e non si grattino le bollicine che poi è peggio.</p>
<p>Una buona madre non comprerebbe un pesce rosso per il salotto con il pavimento di marmo. Una buona madre non andrebbe mai a vivere con un infante in una casa col pavimento di marmo. Un pavimento duro per una testa vellutata e una creatura malleabile. Pensavo che non avrei mai avuto bambini. Non che sia contraria, ma non credevo che sarebbe successo così, improvvisamente e senza pensieri, un mercoledì sera con uno sconosciuto riottoso a qualsiasi contatto dopo una birra chiara doppio malto. Devo essere incinta perché le mie mestruazioni sono più precise delle passeggiate di Kant e se quella dei ponti di Koninsberg è una leggenda questa non lo è. Ho le mestruazioni ogni ventotto giorni da quando avevo quattordici anni. Che se uno pensa che quattordici è la metà di ventotto non può che ritenere di portarsi dietro una precisione cronometrica da fare impallidire qualsiasi tabella oraria delle ferrovie tedesche o delle poste inglesi. Qualsiasi Holter. E ho un ritardo di sette giorni che è la metà di quattordici e la quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho smesso di bere birra e mi sono ricordata di saper lavorare all’uncinetto. Ho comprato un filo di cotone prezioso e composto un paio di scarpette assai complicate. Sono andata in merceria e so bene che sarebbe stato più semplice intrecciare una copertina o un centrino. Ma volevo le scarpe. Un paio di scarpette per mio figlio. Se non posso fare la madre posso almeno lavorare all’uncinetto. Scarpette rosse. Non importa che la strada sia folle o rivoltosa e vorticosa. Nemmeno che sia un’ossessione, è sufficiente che venga tracciata. Le scarpette rosse tracciano la strada del mio bambino che si annuncia con un ritardo di sette giorni e un dolore al seno e ai reni e un gonfiore come di bere eccessivo e con le tappe in bagno. La gravidanza se la intende con l’ubriachezza molesta e l’impossibilità di buttar fuori l’aria. Vorrei avvicinarmi alla donzelletta piccata con la barba rada per dire che aspettiamo un bambino, che i suoi contraccettivi rosa di fragola o cocomero o rosa di rosa ci hanno regalato un ritardo che non è di treno o di una coincidenza qualsiasi o di un cameriere al tavolo. Un ritardo di carne rosa. Ma non lo conosco e non so cosa dirgli.</p>
<p>Avere un bambino con una persona di sesso diverso è un fatto che può capitare. Fossi un cuoco queste quindici parole sarebbero la mia grande hors d’oeuvre, invece immagino di sedere sul divano di fronte a mio padre e mia madre che di bambini se ne intendono. Ma non gli sono capitati. Si sono sposati giovani e tutto il resto, con il mezzo pollo al matrimonio di fine anni settanta e la torta mimosa a due piani e quattro damigelle e le buste con i soldi e la culla in prestito, lei il cappello e la borsa a sacchetto lui i pantaloni quasi a campana sulle caviglie e il borsello e gli occhiali tredici pollici con le lenti variant. Potrei chiedere mamma che fine ha fatto la mia culla, a che punto del giro dei prestiti si è fermata. A quale grado di parentela.</p>
<p>Così con tono skakesperiano e con postura barda, declamare Deh madre dov’è chiusa la mia culla? Serra forse infanti tra le barre di contenzione? Fate atto di contenzione, madre, vostro e della culla e ditemi dov’è, confessate adesso che poi sarà tardi e l’avrò di già comprata! Mia madre riderebbe o potrei sorridere io e semplicemente, una domenica a tavola, perché i pranzi domenicali sono il crogiolo di tutte le ansie e le aspettative e le cattive sorprese mascherate da novità. Mamma papà aspetto un bambino, che bello. Bellezza senz’altre parole, bellezza senz’altro e una culla nuova ché ricordo narcotica la mia verniciata a olio. Crema e cioccolata a pittura tossica. Invece ancora qui in silenzio con un ritardo di una settimana che è metà di quattordici e quarta parte di ventotto.</p>
<p>Ho impiegato una notte a confezionare le scarpette. Sono venute piene di nodi, mi giustifico Nodi maya, per tenere conto dei primi passi del bambino con le manine tra le mie, un passetto alla volta e lui che pretende di rimanere in piedi, punta i piedi perché alzato può guardare più lontano. Fino alla boule col pesce rosso che ritenendo sia troppo piccolo per scivolare e per evitare il salotto ho esiliato sul mobile in ingresso. E invece mio figlio sa che rosso è distrazione, d’altronde ha rosse le scarpe, e allunga le mani al pomello e il pomello è sufficiente per barcollare la boule e capitolare il pesce. Indurre ubriachezza coi marosi nei decimetri cubi di trasparenza torbida. È sempre il mangime che intorbida. Prima solo in superficie, poi per gravità dovunque e fino in fondo. Eppure è necessario. I primi passi, il pesce per terra boccheggiante mio figlio che si abbassa per afferrarlo e modula con le labbra minute prima una piccola <em>o</em> di meraviglia e poi una grande <em>O</em> di fame e conoscenza. Mio figlio si china per mangiare il pesce rosso. Mio figlio affoga col pesce che gli scodinzola le gengive nude mentre io fisso i salvavita alle prese di corrente del bagno e del salone tranquilla perché in ingresso non ci sono prese. Non ci sono prese urlo mentre mio figlio sta gelido sul marmo. Sette giorni in ritardo anche qui, lo facessi oggi, invece di aspettare che nasca e si strozzi, lo avessi fatto ieri notte invece delle scarpette che tanto non gli impediranno di morire, sarei una buona madre. Invece non è ancora nato e sono già inadempiente. Fosse femmina recriminerebbe già.</p>
<p>Le madri hanno tutto il tempo per crocifiggersi. Se fossi una cattolica fervente potrei dire che questo è, che così ha da essere, perché per una che ha dovuto vedere il proprio figlio crocifisso, milioni per solidarietà si devono crocifiggere. In modo da bilanciare quello lì col tempo e il sangue versato o buttato. Quel sangue. Buttare il sangue significa arrabbiarsi, innervosirsi o affaticarsi, sforzarsi per rendere le cose migliori. Le madri buttano il sangue. E anch’io adesso di notte con la luce da tavolo accesa a pensare che ho un ritardo di sette giorni e non so nemmeno come si chiama basette di Fiandra. Mi piacerebbe Alfredo, o Alberto o Alessandro o Andrea, un nome con la A. Non so perché, ma mi piacerebbe, e visto che non andrò mai a chiederlo e lui non verrà mai a dirmelo posso immaginare quello che voglio e cominciare ad allenarmi con i nomi. Di mio figlio so che domani mi farà buttare sangue ma oggi non ho le mestruazioni. Non ho le mestruazioni da sette giorni. Consulto siti, faccio test, compro giornali femminili, in Italia è impossibile sbagliarsi perché non esiste il neutro e ho smesso la carne cruda. Viva o morta. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non mangio carne cruda.</p>
<p>Ho detto questo a mia madre che ha chiamato per darmi la buonanotte e risposto Sono incinta e lei Hai fatto il test? Mia madre non mi ha chiesto di chi è e perché sto a casa anche se non ho la febbre. Non se ho mangiato. Mi ha chiesto Hai fatto il test? Dovrò ricordarmi con mio figlio di porre sempre domande che lui trovi inopportune. Con una buona madre si è sempre fuori luogo. No mamma, non ho fatto il test, E come fai a saperlo allora, Mamma ho un ritardo di sette giorni, Allora io avrei dovuto essere incinta almeno trenta volte nella mia vita, Buonanotte mamma, fai il test. È notte fonda e devo trovare una farmacia aperta, nella speranza che non sia solo uno spaccio per medicinali di primo soccorso e metadone, che in uno scaffale dimenticato abbia un test di gravidanza. È una cosa da film, solo che dalla pellicola anni cinquanta sono passata a una scena tipo Sundance o TriBeCa, oppure, già archivio, la sposa in tuta gialla che prima della linea fatidica, della striscia reagente della vita, è un killer spietato e poi solo paura, tanta paura con la sicaria orientale che le punta una bocca da fuoco in mezzo agli occhi. Odio quando mia madre mi chiede se ho fatto i compiti a casa. Stessa cosa. Me lo chiede prima che io corra in giardino a rubare la papera al vicino o la rete da pallavolo ai ragazzi del quartiere, odio mia madre che mi chiede se ho fatto il test prima di festeggiare e domandare chi è il padre e come l’ho fatto e se non come almeno quando.</p>
<p>È notte fonda, non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho fatto il test di gravidanza, forse se avessi aspettato altre tre settimane, se io e le mestruazioni avessimo atteso quattro settimane per presentarci in carne e assenza a mia madre lei non avrebbe potuto opporci Hai fatto il test, invece adesso ha ragione. È notte fonda e mia madre è nel giusto. Esco con la macchina e particolare cautela, perché una donna nelle mie condizioni non può che pretendere un attendente al passo. Ma non ce l’ho. Non ho niente in mano non so tenere un segreto e non ho un attendente al passo. La croce verde della farmacia si accende e si spegne si accende e si spegne e mi ipnotizza. Vorrei leccarla come un ghiacciolo alla menta in una giornata estiva o un bombolone pistacchio variegato cioccolato sempre.</p>
<p>Entro. Suono per entrare e trovarmi di fronte a un vetro blindato e oltre il vetro un ragazzo che somiglia molto a basette intarsiate ma dice Sono Giacomo come posso aiutarla. Mi dica che sono incinta Giacomo, mi guardi e mi dica che aspetto un bambino. Ma taccio e mi preoccupo, batto i denti, ho le borse sotto gli occhi e il viso pallido che se non vivi in un film di indiani non dice nulla sulla tua identità ma molto sul tuo stile di vita, dice eccessivo, forse Giacomo pensa che mi droghi, che voglia fracassarmi la testa sul vetro blindato e stravolgergli il sonno per sempre. <em>Ingiusto fece me contra me </em>come?. Sul vetro blindato, ingiustissima. <em>Io son colui</em>. Sono Giacomo come posso aiutarla, Vorrei un test di gravidanza. Giacomo sorride come fosse il padre, io ansimo perché ho un ritardo di sette giorni che è la metà improbabile di quattordici anni e la quarta parte altrettanto di ventotto giorni.</p>
<p>Giacomo dice Sono undici euro. Ed è allegro perché il test è la vita, è come le vitamine. Prodotto da banco stipato di speranza. Penso che undici non è nemmeno pari. Quanto costa un bambino. Madre tirchia e tiranna. E ancora non è nato! Un bambino costa più di un chilo di carne macinata e non ne pesa che un grumo. Costa Più della frutta fresca anche immaturo com’è. Non dico niente a Giacomo, non dico mai niente a nessuno e per questo è superfluo che non sappia tenere i segreti e stringa tra le dita della mano destra le chiavi della macchina e nella sinistra un test di gravidanza. Un parallelepipedo leggero e colorato in modo affidabile. Vorrei fare il test in macchina ma non posso, dovrei aspettare di arrivare nel bagno di casa. Che è lontana. Sono curiosa, ho l’ansia da gravidanza che mi impedirà di continuare la mia vita, anche se vorrei che qualcosa la impedisse, perché non ho niente in mano. Il cellulare suona, mia madre vorrà sapere, finalmente savia, con chi ho fatto questo bambino, ma non rispondo perché devo trovare un bagno.</p>
<p>Non ho niente in mano tranne il volante, non so tenere un segreto tranne l’evidenza che mi sono portata un uomo a letto e che non conosco questa zona. Ma c’è la corrente elettrica e le luci al neon sono migliori dei segnali stradali. Freno, inchiodo, mio figlio punterà i piedi fino a quando non avrà un’auto tutta sua. Con l’unica pecca che anche questa insegna si spegne e si accende si spegne e si accende ma il senso è intermittente e mi sento stupida a intendere a tratti. Entro nel bar del quale non sono stata in grado di leggere il nome. Suono per entrare, dietro al bancone c’è una donna con un bicchiere tronco conico. Non quello da Martini, più stretto, dentro c’è un liquido lattiginoso che forse è latte di cocco forse vaccino, forse altro, chiedo un bagno, mi strizza l’occhio mi guarda le mani e indica la porta in fondo. Col mento. Che stupida il bagno è in fondo. Apro la scatola, leggo le istruzioni eseguo e aspetto. Il bagno è lindo e maiolicato, mi sorrido nello specchio illuminato. Sembro sott’acqua. <em>Questa è la luce</em>. Mi guardo nello specchio e nuoto. Manca solo una boule col pesce rosso. Fossi a casa basterebbe andare in ingresso per trovarla. E vuotarla. Fossi a casa il pesce boccheggerebbe sul pavimento ma rimarrei ferma.</p>
<p>Non ho niente in mano non so tenere un segreto non aspetto un bambino e qui non c’è il pesce rosso. Ritardo è un ritardo è un ritardo è un ritardo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>C’è una certezza che adesso stringi<br />
E non è l’Angelo<br />
Non è un miracolo<br />
Non è la mano del Signore<br />
Sei tu</em><br />
<em>Cuore di Tenebra</em>, Baustelle</p>
</blockquote>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <strong>ScrittureGiovani</strong> del Festivaletteratura di Mantova 2007]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/sette-quattordici-ventotto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>16</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La prima bugia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/la-prima-bugia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/la-prima-bugia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[rose]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=12966</guid>

					<description><![CDATA[di Luca Ricci 1 &#8211; Che cosa stai facendo? &#8211; Devo tagliare i gambi. Rimanemmo così, io a tagliare e mia moglie a guardare. Fui costretto a tagliare molto più del previsto. Alla fine riuscii a infilare le rose nell’unico vasetto che avevo trovato. &#8211; S’è staccato qualche petalo. &#8211; Vorrà dire che non sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/rose.jpg" alt="" title="rose" width="303" height="227" class="alignnone size-full wp-image-12968" />di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p><strong>1</strong><br />
&#8211; Che cosa stai facendo?<br />
&#8211; Devo tagliare i gambi.<br />
Rimanemmo così, io a tagliare e mia moglie a guardare. Fui costretto a tagliare molto più del previsto. Alla fine riuscii a infilare le rose nell’unico vasetto che avevo trovato.<br />
&#8211; S’è staccato qualche petalo.<br />
&#8211; Vorrà dire che non sono freschissime.<br />
&#8211; Forse ha voluto risparmiare anche sulla qualità. <span id="more-12966"></span><br />
Sfiorai le cinque rose come un parrucchiere alle prese con un’acconciatura imperfetta, e raccolsi i petali dal pavimento.<br />
&#8211; Vuoi conservarli?<br />
&#8211; Ma che dici?<br />
&#8211; Magari nelle pagine di un libro.<br />
Mia moglie indicò decisa la pattumiera. Buttai via i petali senza che il gesto riuscisse a smorzare il lieve fastidio che stavo provando. Rimanemmo imbambolati a guardare il mazzo. Non sapevamo più che fare. A un certo punto mia moglie si sentì in dovere di rompere il silenzio.<br />
&#8211; Non so davvero chi possa essere stato.<br />
&#8211; Nessun biglietto?<br />
&#8211; Nessuno.<br />
&#8211; Strano.<br />
&#8211; E’ tutto strano.<br />
Le rose erano arrivate quella mattina, mentre ero al lavoro. Non fatte recapitare, bensì poggiate alla porta: nessuna possibilità di un riscontro, nessuna possibilità di saperne di più. Certo, mia moglie era una bella donna. Quel tipo di donna che può far perdere la testa a un uomo. Che può, eventualmente, spingerlo a un atto <em>estremo</em>. Un amico, un compagno dei tempi dell’università, o semplicemente qualcuno con cui aveva avuto a che fare di recente. La lista si allungò e dovetti smettere di pensarci.<br />
Andai a sedermi sul divano del salotto. Accavallai le gambe e presi una rivista dal mobile basso. Facevo solo finta di leggere, più che altro sfogliavo. Proprio come succede nelle sale d’attesa. E in effetti, anche se non ne avevo la perfetta consapevolezza, stavo aspettando qualcosa. Tornai in cucina. Le forbici erano ancora lì, accanto al vaso con le rose. Le misi al loro posto. Quel qualcosa che stavo aspettando salì dalle viscere. Raggiunsi mia moglie in camera da letto.<br />
&#8211; Dovrò farlo, prima o poi.<br />
&#8211; Che cosa?<br />
Era solo rabbia. Che altro poteva essere?<br />
&#8211; Sfregiarti. Un bel taglio secco dallo zigomo al labbro.<br />
&#8211; <em>Buttiamole</em>, vuoi?<br />
&#8211; Non servirebbe a nulla. E’ che sei troppo bella.</p>
<p><strong>2</strong><br />
Per qualche tempo filò tutto liscio. Poi un giorno tornai dal lavoro e mia moglie mi venne incontro raggiante. Non c’era solo gioia nei suoi atteggiamenti. C’era una lieve tensione che faceva pensare a uno spavento recente.<br />
&#8211; Ho capito tutto!<br />
&#8211; Cioè?<br />
&#8211; Sono <em>tue</em>, non è così?<br />
Non dissi niente. Mi limitai a camminare per il corridoio. Mia moglie si fece superare e cominciò a seguirmi, sempre con quella allegria sforzata.<br />
&#8211; Mi stai facendo uno scherzo romantico.<br />
&#8211; Uno scherzo romantico?<br />
Entrai in cucina e vidi il secondo mazzo. Era identico in tutto e per tutto al precedente. Cinque rose rosse coi gambi lunghi. Mi misi seduto. Mia moglie spostò il peso del corpo da una gamba all’altra, come se saltellasse sui carboni ardenti.<br />
&#8211; Sei tu, non è così?<br />
&#8211; Non sono io.<br />
&#8211; Ma via… Ammettilo.<br />
&#8211; Ti ho già regalato dei fiori, mi pare. Scrivo un biglietto col mio nome, e te li porto di persona. Di questi non ne so niente.<br />
Mia moglie si afflosciò su una sedia. La sua delusione non riuscì a consolarmi: non l’avevo mai corteggiata così, e lo sapeva bene.<br />
&#8211; Poggiate davanti alla porta?<br />
&#8211; Esattamente.<br />
&#8211; Nessun biglietto?<br />
&#8211; Nessuno. Adesso le butto nella pattumiera.<br />
Annuii. Guardai mia moglie afferrare le rose. Osservai attentamente il modo in cui le prese. Volevo essere sicuro che ci  fosse unicamente antipatia. C’era poco da fare i galantuomini. Non si trattava di un colpo di testa. Di qualcuno che, per un motivo o per un altro, rimanendo nell’anonimato, aveva scelto l’azzardo fine a se stesso. Il secondo invio faceva supporre un calcolo, una premeditazione, un piano. Ci consegnava l’immagine di un uomo disposto a una lusinga prolungata, già parecchio in là nella passione.<br />
&#8211; Hai conosciuto qualcuno di recente?<br />
&#8211; Non mi pare proprio.<br />
&#8211; Sì o no?<br />
&#8211; No.</p>
<p><strong>3</strong><br />
Per il terzo mazzo mia moglie non mi venne neppure incontro. La trovai seduta al tavolo di cucina. Una sorta di decisa rassegnazione le diede il coraggio di guardarmi negli occhi, come a dire: <em>non è colpa mia</em>. Cinque, rosse, gambo lungo, nessun biglietto, poggiate davanti alla porta. I particolari identici ci proiettavano al cospetto di uno spasimante seriale da incubo. Esaminai il mazzo per l’ennesima volta.<br />
&#8211; Non c’è neppure la targhetta del fioraio.<br />
&#8211; Saresti andato dal fioraio?<br />
&#8211; Certo che ci sarei andato. Questa è una persecuzione in piena regola.<br />
Mia moglie sospirò. Aveva la fronte imperlata di sudore e le guance un poco scavate. Non volevo incolparla, questo no. Anche se il mio tono non era affatto conciliante.<br />
&#8211; L’unica soluzione è presidiare la porta di casa.<br />
&#8211; Che intendi?<br />
&#8211; Quello che ti ho appena detto. Se viene lui, tanto meglio. Se manda qualcuno, lo farò parlare.<br />
&#8211; Vuoi presidiarla a <em>oltranza</em>?<br />
&#8211; Sì.<br />
&#8211; Non sappiamo quando viene. E’ una follia.<br />
Mia moglie aveva ragione: sarebbe stata una vera e propria follia. Afferrai il mazzo e lo scaraventai nella pattumiera. Di nuovo si staccò qualche petalo. Li raccolsi con le mani, a uno a uno, e me ne liberai rapidamente. Non volevo tracce di quelle rose in casa mia. Ancora guardai le guance di mia moglie, quel turgore perfetto color pergamena che aveva fatto perdere la testa anche a me. Sarei arrivato al punto di assediarla, se si fosse sposata con un altro?<br />
&#8211; Magari non viene più.<br />
&#8211; Sì. Sono convinta di sì.<br />
&#8211; Magari hanno sbagliato porta.<br />
Mia moglie sorrise. Un sorriso che in parte le scrollò di dosso lo spavento. Ci mettemmo a parlare di tutt’altro. L’auto da cambiare, i figli degli altri, i saldi e la programmazione delle ferie. Ogni singola parola ci allontanava dal problema e, in qualche modo, arrivammo al punto di dimenticarcelo. Poi, all’improvviso, tornai pensieroso.<br />
&#8211; Per l’ultima volta. Sai chi potrebbe essere?<br />
&#8211; No. Te lo giuro.</p>
<p><strong>4</strong><br />
L’unico rammarico di questa casa è la terrazza. Ho sempre desiderato una terrazza più grande. Certo, sono a due passi dal lavoro. E molte coppie che conosco farebbero carte false per venire ad abitare in centro. Nonostante sia piccola, l’ho comunque attrezzata di tutto. C’è la tenda pieghevole. Ci sono tavolino e sedie. Dentro una cassapanca sciupata dal sole ho sistemato alcune tovaglie di plastica, il necessario per il barbecue e la cassetta degli attrezzi. Se avessi un figlio, in una giornata come questa, quando il caldo ribolle e in città gli allarmi delle macchine suonano a vuoto, ci metterei anche una piscinetta gonfiabile, poco ma sicuro. La bambina, sulla terrazza dirimpetto, non la smette di fissarmi. La saluto ancora una volta con la mano. Avrà si e no tredici anni. Credo di aver fatto colpo. Una volta le ho offerto del ghiaccio- va matta per i cubetti di ghiaccio-, e da allora siamo diventati amici.<br />
&#8211; Che combini oggi?<br />
&#8211; Mi annoio.<br />
&#8211; Bella attività.<br />
La bambina nasconde l’imbarazzo con una risatina. Probabilmente le piace pensare che anch’io abbia un debole nei suoi confronti. Mi chiede di mia moglie.<br />
&#8211; Non è in casa, adesso.<br />
&#8211; Tornerà?<br />
&#8211; Certo che tornerà. O vorresti che non tornasse più?<br />
Ride ancora. Una risata onesta, che allarga il cuore.<br />
&#8211; Mi offri del ghiaccio?<br />
&#8211; Perché ti piace così tanto?<br />
&#8211; Perché è dissetante, e non fa ingrassare.<br />
La bambina è già stata in cucina ma stavolta si sbaglia, continua a camminare per il corridoio.<br />
&#8211; Stai andando in camera da letto.<br />
&#8211; Posso?<br />
&#8211; Perché vuoi andarci?<br />
&#8211; Una battaglia a cuscinate.<br />
&#8211; Lì non c’è il ghiaccio.<br />
In cucina recupero dal congelatore i cubetti. Se li lascia sciogliere in bocca un po’ per volta, facendo delle smorfie. Di solito mi parla a ruota libera dei genitori, degli insegnanti, delle amiche, dei fidanzatini. Oggi soppesa le parole. Si guarda intorno, poi prende dei lunghi respiri come se dovesse confessarmi qualcosa.<br />
Capisco all’improvviso. Sempre che non le abbia rubate, devono esserle finiti i soldi.  </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/la-prima-bugia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-05 13:46:11 by W3 Total Cache
-->