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		<title>Il premio «Dar» e la letteratura russa – una conversazione con Michail Šiškin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 05:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulia Marcucci </strong> <br /> Conversazione con Michail Šiškin: "Perché la popolazione russa nella sua maggioranza ha sostenuto questa guerra infame? Finché non ci sarà pentimento per quello che è stato fatto sia da questo regime sia da quello sovietico, il paese non uscirà dalla palude sanguinosa"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_115863" aria-describedby="caption-attachment-115863" style="width: 393px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-115863" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06.png" alt="" width="393" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06.png 393w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-222x300.png 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-150x203.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-300x405.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/Schermata-2025-09-19-alle-14.42.06-311x420.png 311w" sizes="(max-width: 393px) 100vw, 393px" /><figcaption id="caption-attachment-115863" class="wp-caption-text">©Igor Bitman</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Giulia Marcucci</strong></p>
<p>Lo scorso agosto, a Parigi, durante il convegno internazionale degli slavisti ho incontrato lo scrittore Michail Šiškin (1961), invitato lì per presentare il premio «Dar». L’ultima volta ci eravamo incontrati, almeno 15 anni fa, a Pisa, dove lui aveva tenuto una lezione all’università, o forse aveva presentato uno dei suoi romanzi – non ricordo con precisione. Di sicuro, in italiano erano già stati tradotti <em>Capelvenere</em> (2006) e <em>La presa di Izmail</em> (2007), e forse anche <em>Lezioni di calligrafia</em> (2009), tutti usciti per Voland nella traduzione di Emanuela Bonaccorsi. In quegli anni, la sezione di lingua e letteratura russa dell’università pisana era una sorta di seconda casa per alcuni fra i più grandi scrittori russi contemporanei, che venivano a trovarci, tenevano lezioni e con i quali non di rado instauravamo rapporti professionali (ideando progetti editoriali e di traduzione) e d’amicizia. Oltre al moscovita Šiškin, infatti, in quegli stessi anni ho avuto la fortuna di conoscere il poeta concettualista Dmitrij Prigov (1940-2007), la poetessa leningradese Elena Švarc (1948-2010), lo scrittore moscovita Evgenij Popov (1946) – tra gli ideatori, alla fine degli anni ’70 e insieme a Viktor Erofeev (1947; anche lui tra i presenti a Pisa), dell’almanacco «Metropol’» (che raccoglieva testi inediti e scatenò per questo un vero e proprio caso di risonanza internazionale), e poi Vladimir Sorokin (1955) e altri ancora. Tutte voci libere, che già avevano vissuto le contraddizioni sovietiche e già avevano lottato per l’affermazione di una letteratura libera dai vincoli del realismo socialista, sperimentando nuove forme di scrittura postmoderna e denunciando con ironia e sarcasmo, non sempre senza conseguenze spiacevoli, le storture del sistema passato. E il mio non è stato un privilegio esclusivo: questi scrittori organizzavano spesso dei veri e propri tour in altre città italiane, parlando liberamente di letteratura e cultura russa, senza imbarazzo e senza correre il rischio di equivoche censure.<br />
Dopo i primi anni Duemila, sappiamo tutti del cambiamento nello scenario politico che ha investito la Russia; nell’autunno del 2014, dopo l’annessione alla Russia della Crimea, Šiškin ricorda il suo arrivo a una grande fiera dell’editoria in Siberia, paragonabile a quella di Francoforte quanto a dimensioni; era&nbsp; positivamente impressionato dall’organizzazione dell’evento, ma al contempo rimase anche molto perplesso: a differenza di quanto avveniva in Europa, dove spesso gli ponevano molte domande su Russia e Ucraina, a Krasnojarsk tutti tacevano. Ora c’è una guerra che dura oramai da quasi quattro anni, e sappiamo che questa guerra ha spaccato nettamente in due la Russia: qualcuno è rimasto, in molti hanno lasciato il paese; c’è chi, rimanendo, resta nell’ombra e in silenzio (il silenzio è spesso un mezzo di sopravvivenza), oppure sconta pene durissime: è il caso, uno fra moltissimi, della regista di teatro Ženja Berkovič e della drammaturga Svetlana Petrijčuk, accusate di «apologia di terrorismo» per la loro pièce <em>Finist jasnyj Sokol</em> (<em>Finist falco coraggioso</em>). Mentre di settimana in settimana in Russia si ingrossa la lista dei cosiddetti «agenti stranieri», e dalle librerie russe vengono ritirati e definitivamente banditi i libri di grandi studiosi e studiose (anche loro oramai emigrati), di scrittori e scrittrici, fuori dai confini della Federazione sorgono intanto nuove case editrici indipendenti che pubblicano in russo, nuovi premi, nuovi movimenti, a testimoniare la vivacità di una cultura resiliente che merita maggiore attenzione. A Parigi ho conversato con Michail Šiškin, uno dei principali promotori di questa nuova fase culturale, un «agente straniero» che in Russia nei primi anni Duemila ha ottenuto i più prestigiosi premi letterari – Russian Booker Prize (2000), The National Bestseller Prize (2006) e il Big Book Prize (2006 e 2011) – e che nel 2022, ex aequo con Amélie Nothomb, ha vinto il Premio Strega europeo con il romanzo <em>Punto di fuga</em> (edito da 21lettere). Il premio «Dar» da lui ideato ci ha portati a parlare, più in generale, di cultura russa, del valore dell’emigrazione e della dissidenza oggi, e anche di alcune cambiamenti che, per il mercato editoriale in Russia e la libertà d’espressione, costituiscono un ulteriore giro di vite, mentre in Italia il dibattito è diventato sempre più fioco su entrambi i fronti: sia quello culturale interno russo sia quello, all’esterno, della dissidenza.<br />
Šiškin è indubbiamente una delle voci più significative della letteratura russa contemporanea; la sua testimonianza è dunque oggettivamente importante e oggi necessaria, anche laddove potrà sembrare discutibile: è, come ovvio, un punto di vista precisamente situato, quello di un intellettuale russo che fin dagli anni Novanta ha scelto per motivi personali di vivere in Occidente e che non solo ha (con ottime ragioni) una posizione di condanna nettissima sull’operato di Putin, ma ha anche tesi molto nette sulla continuità fra il regime attuale e i metodi e le ideologie del periodo sovietico. Altri scrittori, che oggi hanno fatto altre scelte di vita, o riservano alla storia dell’Unione Sovietica un altro giudizio, hanno probabilmente un’idea almeno in parte diversa della cultura russa attuale. L’auspicio è dunque che a questo dialogo ne possano seguire altri – anche con scrittori e scrittrici che, appunto, hanno fatto scelte diverse. Ma per chi è rimasto in Russia oggi è verosimilmente impossibile rispondere liberamente; e dunque, perché le idee espresse da Šiškin in questo dialogo, come in molti suoi scritti, possano dar vita a un dibattito vero e fecondo, la condizione (e l’auspicio più grande) è – banale ma necessario ripeterlo – che finisca presto questa guerra.</p>
<p>_</p>
<p>GM: <em>Michail, subito dopo il 24 febbraio 2022, insieme ad altri scrittori e altre scrittrici russi e bielorussi sei stato tra i primi firmatari di una lettera, in cui chiedevate al popolo russo di non mentire e di non tacere di fronte all’aggressione militare della Russia all’Ucraina, di proteggere la dignità della lingua e della cultura russe (si veda </em><a href="https://www.unistrasi.it/1/577/7042/Voci_contro_la_guerra.htm"><em>qui</em></a><em>). Da allora i tuoi interventi pubblici contro la guerra e in difesa della cultura e letteratura russe si sono moltiplicati, molti scrittori hanno definitivamente lasciato la Russia, nel frattempo nuove case editrici indipendenti sono sorte in Germania, Israele e altri paesi, a riprova di un “letteraturocentrismo” di tipo nuovo, che ha spostato il suo “centro” fuori dai confini territoriali russi. Che cosa sta accadendo in questo presente se lo mettiamo in relazione con il passato</em>?</p>
<p>In Russia c’è di nuovo una dittatura e di nuovo questa dittatura porta con sé una guerra. Una dittatura non può esistere senza nemici, senza guerre, senza lo slogan «la madrepatria chiama!». Io sono uno scrittore e il regime di Putin vuole privarmi della mia lingua, trasformandola nella lingua degli assassini. Il regime mi ha dichiarato suo nemico e questo perché, da tempo, anche io mi sono autodichiarato tale. E non sono il solo. Di scrittori così, per i quali il russo è la lingua madre e che non sono disposti a cedere la propria lingua al nemico, ce ne sono in abbondanza.<br />
Oggi si ripete la catastrofe culturale vecchia di cent’anni. La fine della cultura cent’anni fa, però, era solo parziale. All’epoca, una grande quantità di intellettuali non scelse l’emigrazione, e in molti, in modo ingenuo, appoggiarono le tenebre in arrivo, credendo nelle belle parole sul futuro socialista radioso. E alla fine le tenebre li hanno divorati. Con le classificazioni la situazione fu quasi subito chiara: la cultura si divise tra «cultura russa», che trovò la strada della libertà, e «cultura sovietica», che rimase dietro il filo spinato.<br />
Nel «paese che leggeva più di tutti» i detentori della cultura furono annientati strato dopo strato.&nbsp; Avrebbero raschiato fino al fondo, ma dopo la morte del «principale amico delle arti» [la definizione virgolettata si riferisce sarcasticamente a Stalin, <em>ndt</em>] hanno aperto un po’ il finestrino e attraverso la grata ha cominciato a fluire aria fresca. Il venticello ha portato con sé parole-semi di concetti forestieri: libertà, pensiero critico, dignità umana. Negli anni ’60 e ’70, sui miseri avanzi del campo letterario sono spuntati nuovi germogli. Siamo cresciuti guardando al Tamizdat. L’esistenza di una cultura libera dell’emigrazione era il nostro punto di riferimento, ci dava l’idea della normalità. Il centro della nostra civilizzazione era là dove si pubblicavano i libri, che ci restituivano la dignità umana, e da dove giungevano fino a noi le voci delle persone libere, che non portavano il collare.<br />
E quando alla fine degli anni ’80, di colpo, anche noi siamo stati liberati da quel collare, ci è ingenuamente sembrato che le cose sarebbero andate in modo diverso, che sarebbe stato così per sempre, che il nostro paese avrebbe cercato di essere degno della sua cultura (che con tanto zelo era riuscito a umiliare); che avrebbe mostrato il suo pentimento. Gli autori che tornarono nel paese della Perestrojka furono accolti da vincenti; sale enormi, piene zeppe, <em>standing ovations</em> in segno di pentimento, di riconoscimento e di gratitudine per quella vera cultura che si era conservata durante l’emigrazione. Le case editrici tornarono a Mosca e a Pietroburgo dall’America e dalla Germania. Una vita letteraria libera è ripresa là dove si era interrotta per alcune generazioni: ricordiamo i festival letterari, le fiere, i premi degli anni ’90 e inizio anni Duemila.<br />
Ed ecco che oggi tutto è tornato al punto di partenza. Dopo una leggera debolezza, la «patria-madre» si è ripresa e ha ricominciato a staccare a morsi le teste dei suoi ragazzi e delle sue ragazze. E sta ripulendo con il raschietto gli avanzi dello strato culturale. Questa volta raschierà via tutto. La differenza tra chi rimase allora, appoggiando il regime, e chi è rimasto in Russia oggi, ugualmente appoggiando il regime, balza agli occhi. Basta citare due nomi: Majakovskij allora e Šaman [cantante, sostenitore della guerra in Ucraina, <em>ndt</em>] oggi. Quelli che non vogliono indossare il collare, vengono spremuti, perseguitati, dichiarati agenti stranieri, estremisti. Non fa una piega: le persone che capiscono che cos’è la cultura, ecco chi sono i loro peggiori nemici.<br />
Noi ci siamo ritrovati in una situazione che non esisteva cent’anni fa: gli avanzi del ceto culturale si sono di fatto interamente riversati nell’emigrazione. Dai tempi della Perestrojka, quante persone che possiedono il pensiero critico hanno abbandonato il paese? 20, 30 milioni? Di più? Davanti a noi sta avvenendo nel senso letterale del termine un cambiamento globale: il territorio e la cultura si dividono ancora e, a quanto pare, durerà a lungo.<br />
Una cultura senza l’impero è sinonimo non solo della possibilità di respirare, ma è anche l’equivalente di una responsabilità che non si può scaricare su nessuno. La cultura può esistere solo se farai qualcosa per il suo sviluppo. È Belinskij che è uscito dal <em>Cappotto</em> di Gogol’. La società che ci ha partoriti, invece, è uscita dalla giubba imbottita del gulag e dal pastrano della guardia carceraria. L’iniziativa è privilegio degli uomini liberi. L’iniziativa dal basso, il sentimento di solidarietà è ciò che il potere russo ha ridotto in cenere e questo riguarda intere generazioni. Come «i russi non abbandonano i loro» lo vediamo ogni giorno sui canali Telegram nelle storie mostruose della totale deumanizzazione di milioni, cresciuti nella società con la mentalità del gulag: «Mors tua, vita mea». L’iniziativa, la capacità e l’esigenza di fare qualcosa di buono per gli altri, creare uno spazio per la libera espressione artistica è ciò che ci distingue dai «costruttori del comunismo» e dai loro epigoni, che dicono «La Crimea è nostra».</p>
<p>GM: <em>A questo proposito</em>, <em>riguardo alla «creazione di uno spazio per la libera espressione artistica», ci racconti qualcosa sul Premio «Dar» da te ideato? Mi sembra significativo che il nome scelto richiami il titolo dell’ultimo romanzo in russo di Vladimir Nabokov, scritto a Berlino nel 1938</em>, <em>e al contempo questo premio mi colpisce molto perché valorizza insieme l’opera originale e la sua traduzione. </em></p>
<p>Sotto i nostri occhi oggi vediamo compiersi importanti iniziative a opera di persone per le quali la cultura russa è importante come parte della cultura mondiale, per questo è sorta l’esigenza di nuove case editrici non schiacciate dallo stivale di Putin. Ne sono comparse diverse in questi tre anni e pubblicano libri bellissimi in russo. Di case editrici del genere c’è bisogno in ogni grande città, che pubblichino libri con prefazioni di scrittori e organizzino eventi correlati. Servono fiere del libro, e a questo proposito ricordo che già ne sono state organizzate a Praga («La torre del libro») e a Berlino («Berlin Bebelplatz»), ma sono sicuro che iniziative come queste si moltiplicheranno presto in altri paesi. Servono progetti legati all’istruzione sull’esempio di «Marabu» per la matematica, che apre le sue porte a bambini e adolescenti in Francia, Serbia, America, Israele, Finlandia. Servono festival culturali in russo, come «Voices» a Berlino, «Kulturus» a Praga. Servono dei forum, come «SlovoNovo», che riuniscano sia gli esordienti sia i veterani di diverse sfere – letteraria, cinematografica, teatrale, artistica. Personalmente, sono molto felice del fatto che, grazie a degli entusiasti, si stia realizzando l’idea di una vita letteraria al di fuori del territorio di un impero che resiste sulle sue ceneri. Per fare questo bisogna praticamente partire da zero.<br />
E così l’anno scorso con alcuni miei amici, slavisti svizzeri, ho fondato il premio «<a href="https://darprize.com/">Dar</a>» («Il dono»). Non è un premio russo, né un premio della letteratura russa. È un premio che vuole scoprire nuovi approcci alla letteratura e alla vita letteraria fuori dai confini di uno Stato arcaico; è un premio per tutti coloro che scrivono opere in russo indipendentemente dal loro passaporto e dal paese in cui vivono – Bielorussia, Lituania, Polonia, Georgia, Armenia, Israele, Germania ecc. Vi possono partecipare anche gli scrittori ucraini, che scrivono in russo, e gli editori ucraini – e questo per noi è molto importante.&nbsp; Il russo, infatti, appartiene alla cultura mondiale e non alla feccia sul trono, non alla «madrepatria» che ha la bocca piena di cadaveri. L’obiettivo del premio è offrire la possibilità alla letteratura in lingua russa di un nuovo inizio, supportando in particolare gli scrittori più giovani per i quali l’accesso alla traduzione è praticamente precluso. Negli ultimi vent’anni è stata tradotta in diverse lingue una grande quantità di opere russe, e questo si spiega così: era Mosca a finanziare i progetti di traduzione. Oggi, in Russia nessuno dà soldi a un autore che prende posizione contro la guerra. La nuova letteratura in lingua russa – e non parlo solo degli scrittori emigrati dalla Russia, ma anche di scrittori che più in generale scrivono in russo in altri paesi – si è ritrovata di fronte al muro della traduzione. Bisogna abbatterlo questo muro. Il premio principale per il vincitore di «Dar», quindi, è un riconoscimento in denaro per la traduzione della sua opera in inglese, tedesco e francese. Per ora queste sono le lingue che abbiamo scelto per la traduzione. Le opere in concorso, tutte in prosa, vengono dapprima selezionate da un <a href="https://darprize.com/experts-2025/">consiglio</a> di esperti con a capo il critico Nikolaj Aleksandrov, poi iniziano i lavori della giuria che è composta da una trentina di esperti (critici, filologi, slavisti, traduttori, ecc.: <a href="https://darprize.com/jury-members-2026/">qui</a>); il voto è espresso in forma scritta, ma tutto viene poi pubblicato sul nostro sito in modo che, chi vuole, possa essere al corrente delle scelte di ciascun giurato.<br />
Il nome, «Dar», mi piace molto perché è una parola corta, in cui coesistono significati importanti. E chi vuole potrà riconoscervi il titolo dell’ultimo romanzo scritto in russo da Vladimir Nabokov, che, per quanto mi riguarda, è il suo migliore romanzo.<br />
La posizione sociale del premio è questa: tutti coloro che fanno parte dell’organizzazione (tra i suoi fondatori ci sono scrittori, poeti, musicisti, critici, registi e culturologi come Ljudmila Ulickaja, Boris Akunin, Michail Ėpštejn, Ivan Vyrypaev, Anton Dolin ecc.), e gli autori che ci inviano le loro opere sono contrari alla guerra, contro la dittatura e appoggiano l’Ucraina nella lotta per la libertà e l’indipendenza.</p>
<p>GM: <em>Ci racconti come si è conclusa la prima edizione?</em></p>
<p>Alla prima edizione si sono candidati più di 150 libri pubblicati tra il 2022 e il 2023; il consiglio degli esperti ha selezionato 12 finalisti. La short-list è stata annunciata alla fine di gennaio 2025 e la giuria ha indicato il vincitore in maggio. La maggioranza dei voti è andata al bellissimo libro di Maria Galina, il diario <em>Okolo vojny</em> (<em>Vicino alla guerra</em>); la scrittrice si è trasferita da Mosca a Odessa immediatamente dopo l’inizio della guerra.<br />
Sin dall’inizio è stato chiaro che il tema dell’Ucraina nella prima edizione del premio, durante la guerra, sarebbe stato centrale. Così come è stato subito chiaro che un premio in lingua russa al quarto anno di guerra avrebbe incontrato riscontri non univoci in Ucraina: lì gli scrittori di lingua russa subiscono le pressioni degli ultranazionalisti. Sin dall’inizio mi aspettavo che non sarebbe stato semplice, per questo sono rimasto colpito e mi sono rallegrato quando ho visto che editori e scrittori provenienti dall’Ucraina iniziavano a proporre le loro opere. Poi, però, tutto è andato a finire come temevo. I miracoli non succedono.<br />
Marija Galina ha accettato che il suo libro venisse promosso, è apparsa alla televisione tedesca con un’intervista durante la quale ha sottolineato l’importanza del premio, ma, una volta saputa la decisione della giuria, ha deciso di non accettare il riconoscimento. È probabile che sulla sua scelta abbiano influito le pressioni all’interno dell’Ucraina sugli scrittori in lingua russa e il timore di un accanimento nei suoi confronti, come è accaduto con lo scrittore Jurij Andruchovič: dopo che siamo intervenuti insieme, i suoi colleghi hanno scritto in un post su Facebook: «Ogni russo, non importa se stia con Putin o contro Putin, è una merda. L’hai sfiorata e ora puzzi». Per cui, occorre avere comprensione per la rinuncia al premio da parte di Galina all’ultimo minuto. Lei poi mi ha scritto: «Caro Michail! Un grande grazie a lei per la comprensione e la pazienza! E per il sostegno che, dal primo momento, ha riservato all’Ucraina. In una situazione del genere, una posizione così ha richiesto non poco coraggio e fermezza. Questo resterà per sempre. Marija Galina».<br />
Che cosa si può dire, tirando le somme, di questa prima edizione? Innanzitutto, che, nonostante tutte le difficoltà, il premio è nato. E questo è già un successo. Abbiamo attirato l’attenzione di molti lettori russofoni, e molti traduttori ed editori occidentali si sono interessati ai nostri autori e ai loro testi. Questo è un altro successo. Dopo il rifiuto di Galina, abbiamo ricevuto molti messaggi di solidarietà da parte del PEN International, che è tra i nostri sostenitori dall’inizio, da parte di editori e scrittori, anche ucraini. E noi andiamo avanti: il primo settembre è cominciata ufficialmente la seconda edizione. Staremo a vedere quali libri arriveranno. Ci saranno voci dall’Ucraina e dalla Federazione russa? Non sta a noi decidere, ma a chi scrive e pubblica là. Se arriveranno libri dalla Russia di Putin, sarà una responsabilità personale degli autori verso i loro libri. In Russia, ogni giorno aspirano via l’aria, prima o poi non ne resterà per respirare. È per questo che bisogna creare qui gli strumenti per garantire alla letteratura di continuare a vivere in un mondo libero; il premio «Dar» è uno di questi, ma ne occorrono molti di più.</p>
<p>GM: <em>Oltre all’ideazione del premio, come continua la tua attività di scrittore dopo il 24 febbraio 2022</em>?</p>
<p>La creatività artistica per molti scrittori dell’emigrazione diventa un atto per ritrovare un senso dopo la distruzione dei sistemi storici e culturali.<br />
Persone diverse reagiscono in modo diverso a un forte stress. Se nel febbraio del 2022 fossi rimasto seduto ad ascoltare le notizie terrificanti alla televisione e alla radio, e non avessi fatto niente, non so come sarei sopravvissuto. Il mio cuore sarebbe semplicemente andato in pezzi, nel vero senso della parola. Per resistere mi sono buttato a fare quello che potevo fare, e io posso solo scrivere e intervenire pubblicamente. Ho iniziato a pubblicare articoli su testate internazionali, sono intervenuto alla radio, in televisione, nei meeting. Ho invitato le persone a essere solidali con l’Ucraina, a supportarla nella lotta contro l’aggressore.<br />
Il modo di rapportarsi alla cultura russa nel mondo è profondamente cambiato. E quindi per i russi si è posto il compito di mostrare a tutti che a essere responsabile della tragedia a Bucha e a Irpin’ non è la letteratura russa. Di mettermi a scrivere un romanzo non mi è nemmeno passato per la mente. Come si può pensare alla bellezza della frase quando è stata dichiarata una guerra alle persone, e questa guerra ha invaso anche la bellezza, la cultura stessa? Tutti noi ora ci troviamo in uno stato di guerra contro la barbarie che avanza da ogni dove. Ora siamo tutti in guerra, anche chi è lontano dal fronte. Per anni, nelle mie pubblicazioni e durante i miei interventi pubblici, ho cercato di spiegare che il ponte verso Putin è un ponte verso la guerra. Non può essere altrimenti perché la dittatura vive di guerra, è il suo pane quotidiano, ma qui in occidente hanno chiuso gli occhi davanti all’evidenza. Volevo spiegare ai miei lettori di tutto il mondo la Russia e la sua guerra, per cui, ancora prima dell’aggressione, ho scritto in tedesco <em>Frieden oder Krieg. Russland und der Westen</em> [<em>Pace o guerra. La Russia e l’Occidente</em>]. In Italia è uscito con «21 lettere» con il titolo <a href="https://www.21lettere.it/product-page/russki-mir-guerra-o-pace"><em>Russki mir: guerra o pace</em></a>. Qui cerco di spiegare la Russia attraverso la sua storia e la storia della mia famiglia. Gli ultimi due capitoli sono dedicati al futuro, ho raccontato cosa sarebbe successo. In quel futuro, ora, ci siamo pienamente dentro, tutto sta andando come avevo previsto. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina questo libro è stato tradotto in 20 lingue. Nel frattempo, non ho cambiato nemmeno una virgola, ho solo aggiunto una prefazione e una postfazione e ogni giorno che passa questo libro diventa sempre più attuale. Mi arrivano da varie parti del mondo reazioni di questo tipo: «Lei ci ha aperto gli occhi! Perché i nostri politici sono stati così ciechi?». Un lettore mi ha scritto: «Il suo libro ha aiutato il mio amore per la cultura russa, per la lingua russa, a non annegare nel sangue degli ucraini».<br />
Io credo che sia giunto il momento di rivalutare tutti i valori della cultura russa. Occorre fermarsi e di nuovo analizzare daccapo tutto ciò che è stato scritto in russo prima di noi. Un risultato di questo esercizio è il mio libro <em>Moi. Ėsse o russkoj literature</em> [<em>I miei. Saggi sulla letteratura russa</em>]. È uscito nel 2024 per la casa editrice indipendente dell’emigrazione BAbook fondata da Boris Akunin. È come se non l’avessi scritto io questo libro, è venuto fuori da sé. Capita spesso che si viva una vita intera mancando la conversazione più importante – quella con i propri genitori. Capita spesso perché a colazione andiamo tutti di fretta, lo stesso vale per quando si cena – è appena cominciata la partita di calcio, e allora è difficile dire: stop, adesso ci fermiamo e facciamo la conversazione più importante della nostra vita. Questa conversazione con i miei, con mio padre e con mia madre, sono riuscito a farla solo dopo la loro morte, nei miei libri. E in <em>I miei. Saggi sulla letteratura russa</em> ho condotto una conversazione analoga con gli autori che hanno fatto la letteratura russa, cioè quei “genitori” che mi hanno formato per molti anni. Avevo bisogno di capire come fosse venuto fuori dal mio mondo quel male fetido e se per caso non fosse venuto proprio fuori da quei libri con i quali ero cresciuto. Oppure i miei autori avevano tirato su una difesa a tutto tondo in grado di tutelare la cultura dalle barbarie fino allo stremo? Loro hanno perso allora, noi abbiamo perso oggi. Questo libro è una mia conversazione con i miei scrittori sul perché e sul percome perdiamo, e sul perché, nonostante tutto, continueremo a tenere la guardia alta fino allo stremo.<br />
Un’altra cosa molto importante per me, in questo momento, è intervenire insieme ai colleghi e amici ucraini. Sto preparando un programma musicale e letterario con il fondatore del festival «Odessa classics» e questa estate siamo intervenuti insieme in Germania durante il festival «Оdessa Classics in Elmau»; insieme a noi c’erano grandi nomi come il pianista Grigorij Sokolov e il violoncellista Miša Majskij.<br />
Non siamo ingenui e bisogna essere realisti: sappiamo bene che la letteratura e la musica non possono fermare la guerra. Ma per noi è importante questo gesto simbolico, che parla di speranza. La cultura è l’antidoto alla paura, alla propaganda e all’oblio. Le nostre esibizioni congiunte, un pianista ucraino con un autore russo, sono un atto morale consapevole che richiede coraggio, poiché sotto l’attacco dei nazionalisti in Ucraina sono finiti anche Čajkovskij, Rachmaninov e Šnittke. I Putin vanno e vengono, ma la musica immortale rimane, e tutte le bombe del mondo sono impotenti al suo cospetto.<br />
Ed è anche importante capire che la vera arte non parla di «politica attuale». Dell’oggi bisogna scrivere sui giornali e nei post su Facebook. L’arte, la letteratura, la musica non combattono contro il male di oggi, ma contro quello eterno. Il mio compito, come scrittore, è scrivere opere che aiutino il lettore a sentirsi parte della coscienza culturale mondiale, a risvegliare in lui la dignità umana. E allora l’uomo deciderà da solo per sé stesso &#8211; se è pronto a essere schiavo sotto una dittatura o a lottare per una riorganizzazione democratica della società. E purtroppo, non c&#8217;è alcuna certezza che davanti al lettore del futuro lontano non si porranno le stesse domande che si pongono oggi davanti a noi. E la principale tra queste sarà sempre la stessa: a cosa sei disposto a rinunciare per preservare la tua dignità?</p>
<p>GM: <em>Nabokov, nel 1937, in una lettera alla moglie Vera, dopo un ritorno a Cambridge a distanza di anni, scrive: «Questa visita è una buona lezione – </em>la lezione sul ritorno<em> – e un preavviso: non bisognerà aspettarsi vita, calore, il risveglio impetuoso del passato, neppure da un altro nostro ritorno – in Russia. Come un giocattolo si vende con la sua chiave, così tutto è già avvolto nella memoria – mentre al suo esterno non si muove niente». Sono parole che non escludono la speranza di un ritorno, ma che al contempo parlano chiaramente dell’impossibilità di riprovare eventualmente le stesse emozioni, la stessa vita di un tempo (i Nabokov avevano lasciato Pietrogrado nel 1917 alla volta di Kiev e nel 1919 emigrano in Europa). Brodskij, costretto a emigrare nel 1972, definiva l’emigrazione un «tornare a casa», una casa cioè straniera e nuova, ma che gli aveva concesso la libertà, non solo creativa. Che cosa distingue gli scrittori che oggi vivono a Berlino, a Parigi, in Georgia ecc. dai russi delle precedenti ondate dell’emigrazione? </em></p>
<p>L’emigrazione diventa di nuovo un punto di riferimento, un punto di appoggio per chi è rimasto dietro la recinzione, per chi è di nuovo con il collare e però vive ancora con l’esigenza di respirare una parola libera, per le generazioni future. Quello che noi facciamo qui ora potrà dare loro un’idea e una nozione della norma, del vero, come è accaduto nella zona del «socialismo vittorioso». È importante che tutti capiscano, finché non è troppo tardi, che l’emigrazione è resistenza.<br />
Un secolo fa una scrittrice e drammaturga russa emigrata nel 1920 a Parigi, Nadežda Teffi, nel titolo di un suo celebre racconto pose con leggerezza una domanda seria: <em>Que faire</em>? La risposta è ancora attuale: non occorre sperare nel ritorno, bisogna vivere qui e ora. Più semplicemente ancora, bisogna vivere con dignità. È tutto semplice: ciascuno deve fare ciò che può fare, e se non c’è verso di salvare il proprio paese, bisogna continuare la vita di una cultura libera dalla «maledizione del territorio», e il corpo di questa cultura è la nostra lingua.<br />
Rispetto all’emigrazione del passato due cose in particolare ci differenziano: da un lato, appunto, la consapevolezza che non ci sarà un ritorno; dall’altro, la possibilità di continuare a vivere in uno spazio particolare che coloro che sono emigrati un secolo fa non possedevano. Loro non avevano lo spazio virtuale che abbiamo noi e che ci permette di sentirci parte di una cultura mondiale, né avevano i nostri dispositivi elettronici. E così noi, che crediamo importante proteggere la dignità della nostra lingua, creiamo online quello spazio di protezione che forse offline non è nemmeno possibile.<br />
Comprendo molto bene quegli scrittori tedeschi che sentivano l’impotenza di fermare il proprio popolo, che con entusiasmo seguiva il Führer verso l’abisso. Stefan Zweig per disperazione si suicidò. E Thomas Mann tenacemente continuava i suoi appelli radiofonici. Sembrava che le sue parole volassero nell&#8217;aria, nel vuoto, non influenzavano in alcun modo l’andamento delle operazioni militari. Ma erano molto importanti, perché la gente sapesse: esiste anche un’altra Germania, non hitleriana. La Federazione Russa oggi è uno stato fascista totalitario. I libri dei cosiddetti «agenti stranieri» non li bruciano ancora, ma li ritirano dalla vendita e dalle biblioteche. Cosa dobbiamo fare? Io per me ho risposto così a questa domanda: se non puoi salvare il tuo paese, bisogna salvare la sua cultura.</p>
<p>GM: <em>A proposito dei libri degli «agenti stranieri» (non importa se scritti, curati, prefati e perfino tradotti da uno di loro), fino a fine agosto potevano essere venduti, purché rigorosamente incellofanati per impedire alle persone di sfogliarli, e previo controllo della maggiore età dell’acquirente; dal primo settembre, invece, la normativa russa riguardo agli «agenti stranieri» rende poco chiaro il destino della vendita dei libri in cui compiano questi autori, che oramai sono tantissimi. Di fronte a queste ulteriori restrizioni, quale destino possiamo ipotizzare per la vita letteraria in Russia?&nbsp;&nbsp; </em></p>
<p>Niente di nuovo sotto il sole &#8211; abbiamo già visto tutto questo. Lo stato sosterrà la letteratura «patriottica» fedele al potere, mentre i veri scrittori scriveranno i loro testi «nel cassetto» e li pubblicheranno con le case editrici libere in Occidente.<br />
I boss al potere sono convinti di detenere il monopolio su tutto – sul territorio, sulla popolazione, sulla cultura e sulla lingua: chi parla russo è loro servo della gleba, dove si parla russo è la loro terra. Se invece di baciare patriotticamente lo stivale della patria, li mandi al diavolo in russo, ti dichiarano «agente straniero». Per loro essere russo ed essere loro schiavo sono sinonimi. Io sono russo, ma non ho intenzione di essere loro schiavo.<br />
Il potere ha bisogno solo di chi, sottomesso, mette la testa sul ceppo con un sospiro: «lo zar sa meglio». C’è solo una medicina per la coscienza servile – il pensiero critico, che arriva solo con l’educazione, l’istruzione: proprio per questo la cultura e i suoi portatori «contagiosi» devono essere distrutti per primi. Asili e scuole là oramai esistono solo per educare al «dono dell’obbedienza» (il concetto, introdotto da Nikolaj Danilevskij, è un eufemismo per l’ardente servitù patriottica), l’obiettivo della “letteratura” di cui il regime ha bisogno è educare al «patriottismo» servile. Ci odiano, noi uomini e donne di cultura, perché miniamo il loro monopolio sul potere.<br />
Il principale nemico della cultura russa è lo stato russo. E Charms, e Mandel&#8217;štam, e tutti coloro che tentavano di fare letteratura libera, erano oppositori del regime già per il fatto che volevano togliergli il monopolio sulla lingua russa. Gli «ideologi» putiniani usano la lingua russa come arma nella «guerra ibrida» totale. Lo scrittore, canale per la lingua, deve, secondo i loro concetti, irrigare con le parole i campi patriottici, spiegare chiaramente ai lettori che intorno ci sono nemici assetati di sangue; quindi, «non dobbiamo risparmiare i nostri averi, non dobbiamo risparmiare niente, non dobbiamo esitare a vendere &nbsp;le case, a impegnare mogli e figli, a prostrarci dinnanzi a chi si batte per la vera fede ortodossa ed è nostro capo» &#8211; come avvenne con il famoso appello di Minin nel secolo XVII per raccogliere la milizia e liberare Mosca dai polacchi.<br />
Tutti i regimi hanno oppresso i veri scrittori: al tempo sovietico avevano bisogno di lacchè «scrittori sovietici», e ora di lacchè «scrittori-patrioti». Questo è uno stato criminale, che tollera gli intellettuali solo come subordinati. Vuoi emanare «patriottismo» – ecco il teatro, emana. Non vuoi – sei un «agente straniero». Altrimenti stai zitto-zitto.<br />
Il regime ha sempre usato il patriottismo come una trappola per la popolazione, e la cultura come esca. Il pensiero critico, il rispetto per la personalità si educano attraverso generazioni – e questo a condizione di accettare che è davvero necessario un enorme lavoro minuzioso, vòlto a educare le qualità del cittadino libero in ogni scuola, in ogni asilo, in ogni famiglia. Tuttavia, il compito del ministero dell’educazione in tutti i tempi russi è stato completamente diverso – tirare su «soldati della patria». E in generale, il principale educatore là è sempre stata la strada con la sua mentalità carceraria e le sue leggi. E l’<em>éducation sentimentale</em> la completava il servizio obbligatorio nell’esercito. Chi c’è stato, sa cosa intendo.<br />
Penso spesso a mio padre. Aveva 18 anni quando andò a combattere contro i tedeschi. Credeva di difendere la patria, in realtà lui e milioni come lui furono usati &#8211; difendeva il regime che aveva ucciso suo padre, mio nonno morì nel gulag. Mio padre per tutta la vita è stato orgoglioso di aver liberato l’Europa dal fascismo. E non poteva in alcun modo accettare che avesse portato ai popoli liberati semplicemente un altro fascismo. «Come, noi fascisti?! Noi siamo russi! Loro sono fascisti!» Lui, e tutto il paese si identificavano in questa vittoria. E cosa gli ha portato la «grande vittoria sul fascismo»? Sono diventati solo ancora più schiavi del regime. La gente si identificava con la grandezza dell’impero, così la servitù di corte provava orgoglio per la ricchezza e il potere del padrone.</p>
<p>GM: <em>Uno dei tuoi saggi di cui ci hai parlato in precedenza è dedicato a Čechov. Riportando il suo pensiero, scrivi che la sua è la «diagnosi del medico»: la Russia è malata di schiavitù nella sua forma più acuta, cioè di schiavitù inconsapevole; e ricordi che per Čechov la cosa più terribile nelle persone era la loro incapacità di distinguere il bene dal male. Nella giovane protagonista di «Voglia di dormire» che, dopo una giornata di duro lavoro, soffoca il piccolo cui dovrebbe badare, vedi l’antesignano di una Russia che durante la costruzione del glorioso, felice avvenire, avrebbe soffocato nei gulag altri milioni di suoi figli. E ancora ti chiedi se il villaggio di Ukleevo, dove è ambientato «Nella bassura», sia veramente solo il simbolo della Russia di Čechov; ti chiedi come poter vivere nella bassura russa, conservando la dignità personale e distinguendo il bene dal male. Un patriota della dignità umana, così definisci Čechov</em>. <em>È davvero possibile che la letteratura perda sempre</em>?<em> &nbsp;&nbsp;</em></p>
<p>Il problema è che la maggioranza della popolazione russa vive ancora con una coscienza tribale patriarcale: «Noi siamo russi, e intorno ci sono nemici che vogliono distruggerci, quindi dobbiamo difendere la nostra madrepatria, la nostra lingua, il nostro Puškin, dobbiamo sacrificare tutto per la conservazione della nostra amata Patria». Bisogna capire che l’umanità nel suo cammino dal mondo animale ha fatto solo mezzo passo. Non contano i computer e le navicelle spaziali: entrambi si possono usare anche per la distruzione barbarica. Tutto sta nel passaggio dalla coscienza tribale primitiva a quella individuale, nello sviluppo della personalità, che si fa carico della responsabilità per ogni cosa, e non la scarica sul potere. Non sono il popolo o il presidente regnante a dirti cosa è bene e cosa è male, ma solo tu stesso decidi cosa lo è e cosa no. Se vedo che il mio paese e il suo «popolo portatore di Dio» commettono il male, sarò contro il mio paese e contro il mio popolo.<br />
La maggioranza dei miei ex compatrioti si strangola con questa coscienza patriarcale, е metterà la testa sul ceppo: «la madrepatria chiama». L’unico strumento per trasformare la coscienza tribale in individuale è l’istruzione. Perciò lo stato in Russia è sempre stato il principale nemico della cultura, e nelle scuole la materia principale è sempre stata pensare in fila e parlare al passo.<br />
Questa guerra infame la popolazione russa la sostiene non perché si è nutrita di Čechov e ha sentito Rachmaninov, ma perché la vera cultura, che è il mezzo per risvegliare il senso della propria dignità, è sempre stata oppressa, mentre alla popolazione versavano nella tinozza la brodaglia patriottica. Nessun insegnante in tutto l’enorme paese appenderà nel suo ufficio, sotto il ritratto di Tolstoj, le sue parole: «Il patriottismo è schiavitù». Riportare la gente allo stato di tribù che confida nel Führer è più semplice che educare la personalità libera. L’abbiamo visto nella Germania nazista, lo vediamo ora nel paese che in eredità da tutta la cultura mondiale ha scelto per sé solo la lettera Z [allusione alla Z sui carrarmati russi, diventata un simbolo ufficiale dell’invasione russa all’Ucraina, <em>ndt</em>].<br />
Nell’infinita lotta tra cultura e barbarie sul territorio del «paese che legge più di tutti», noi, «ceto culturale», perdiamo sempre &#8211; la forza spezza la paglia. Ecco, abbiamo perso di nuovo. Ora il nostro compito è conservare la cultura in lingua russa nell’emigrazione. E il «nevoso mostro» &#8211; secondo Majakovskij &#8211; continuerà oltre, a riprodurre sé stessо, dall’interno non può rigenerarsi (è impossibile immaginare che il regime hitleriano mutasse dall’interno trasformandosi in senso democratico), e senza sconfitta militare esterna, ahimè, non ci sarà niente.<br />
Il regime putiniano si può distruggere solo con la sconfitta militare, come la Germania nazista, ma la presenza di armi nucleari rende questo impossibile. La malattia russa è la futurofobia, paura del futuro. La saggezza popolare russa «non si può augurare la morte a un cattivo zar» è attuale come non mai. La vera democrazia presuppone una rotazione costante del potere. L’arrivo di nuove persone al potere, elette dai cittadini, garantisce il cambiamento del futuro. La nuova élite criminale russa, arrivata al potere negli anni ’90, non ha intenzione di cedere questo potere a nessuno. Il suo compito consiste nel prolungare lo status quo per il più lungo tempo possibile. In una parola, annullare il futuro.<br />
Per la cultura, per la libera creatività quel territorio è ostile. Di generazione in generazione, da regime a regime tutto ciò che è vivo là è stato soppresso, distrutto o spinto nell’emigrazione. Io odio tutto ciò che è ostile alla cultura, alla libertà creativa. I miei libri sono una dichiarazione d’amore a quella forza della libera creatività che si fa strada verso la vita, senza sé e senza ma.<br />
Non dubito che su questa guerra si scriveranno molti libri. I libri che scriveranno gli scrittori ucraini saranno sull’eroismo, sulla lotta contro il male evidente. Gli scrittori in Russia dovranno rispondere a questa domanda: perché la popolazione russa nella sua maggioranza ha sostenuto questa guerra infame? Finché non ci sarà pentimento per quello che è stato fatto sia da questo regime sia da quello sovietico, il paese non uscirà dalla palude sanguinosa.</p>
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		<title>A San Pietroburgo con Dostoevskij &#8211; Antonina Nocera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2024 06:10:40 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><strong><em>Pietroburgo a sfoglie</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>C’è un filo sottile tra il desiderio, l’ossessione, il sogno. Accade che questo filo spesso si assottigli fino a rendere labili le distanze tra queste tre dimensioni psichiche, come accade al protagonista del racconto di W. Jensen, <em>Gradiva</em>, cui Freud dedicò un saggio di approfondimento sul delirio e i sogni. Un giovane archeologo, Norbert Hanold, che scorge in un museo un bassorilievo raffigurante un’immagine di donna, da lui ribattezzata Gradiva, “colei che incede”, rimane a tal punto impressionato e sconvolto da continuare a ricercare in modo ossessivo questa figura nella realtà. Si reca da Roma a Pompei alla ricerca di Gradiva, finché, alla fine di un cammino tra sogno e realtà, ritrova le sue fattezze in Zoe, un’antica compagna di giochi infantili. Stesse le movenze, l’incedere, i particolari. L’attrazione che ne scaturisce lo porta a vivificare questa immagine, a costringerlo a intraprendere un viaggio, per ritrovare la sensazione di qualcosa che aveva vissuto, duemila anni prima, sicuro di avere fatto la prima colazione con una donna pompeiana, dalla caviglia sottile, dalla veste bianca e svolazzante che aveva acceso il suo desiderio. Trovo che questa storia sia, di là dalla interpretazione freudiana che la relega nell’ambito del rimosso, del sintomo sotto forma di figura nel sogno, una perfetta metafora di quell’innamoramento necessario che sostanzia ogni tipo di ricerca letteraria. Cercare Gradiva, per me, è stato cercare Pietroburgo nelle pagine dei romanzi, nelle parole degli scrittori russi che ne avevano delineato una precisa fisionomia, avevano acceso la mia immaginazione, risvegliando, come probabilmente fu per Hanold, un sentimento occulto, che lei, la città petrina, rinfocolava con la sua potenza iconica. Camminare per le strade pietroburghesi è un’esperienza che chiama a raccolta una stratificazione di memorie culturali, letterarie, che sono inseparabili, tanto sono “inscritte” nel panorama urbano. Tra tutti, ho eletto lo scrittore F. M. Dostoevskij a mentore ideale di questo cammino, nel crinale tra sogno, realtà e desiderio. Credo che tra tutti abbia creato una sintesi perfetta che prende spunto da Gogol’, Anciferov, Puškin, Turgenev, e crea la magia sincretica. La febbrile e convulsa Pietroburgo, la tremula parete che separa la Prospettiva Nevskij dal sogno, i personaggi che si muovono come fantasmi o sognatori, il perverso intrigo di vicoli dell’anima e della mente.</p>
<p>Quando ho conosciuto Piter, come i russi pietroburghesi amano definire la loro città, ho provato la netta sensazione di avere compreso non l’intera anima russa – forse nessuno la capirà mai integralmente – ma quella fetta di “russitudine” che aveva forgiato la mia personale anima russa, quella che ho costruito sui romanzi, sulle letture, sulle fantasticherie che formano la mitologia personale di un luogo.</p>
<p>Si ha la netta sensazione che nulla di quello che si vede è definitivo. “La città più premeditata del mondo” è una definizione dostoevskiana che esprime perfettamente il senso di Pietroburgo. Tutto sembra perfettamente <em>comme </em><em>il faut </em>all’apparenza, un’architettura all’europea che ti restituisce qualcosa di familiare, ma non integralmente. Un familiare che si avvicina maggiormente al senso di <em>Unheimlich</em>, perché lo riconosci, ma al contempo ne senti l’estraneità. Un luogo, insomma, che nella sua bellezza esteriore ti invita ad andare oltre, ad affrettare il passo per imboccare la strada che porta “oltre”, tra i vicoli, di là dalla facciata, dalla bella prospettiva che si staglia come una quinta teatrale, pronta ad aprirsi, a svelare connessioni con mondi inaspettati, poco rassicuranti.</p>
<p>Pietroburgo, città eccentrica, estranea alla cultura del proprio paese, a eccezione di alcuni quartieri periferici in cui il “pittoresco” resistette per un certo tempo, il concetto fondamentale fu <em>udivlenie</em> <em>i</em> <em>vostorg</em> (stupore ed esaltazione/entusiasmo), fondato su una base sottilmente razionale e utilitaristica. Per questo gli spazi erano ampi, le vie e le prospettive di grande portata, le distanze dilatate. La prima volta che si imbocca la Prospettiva Nevskij si percepisce il senso di questa grandiosità che colpisce gli occhi e l’immaginazione. Ma chiunque abbia letto Gogol’ – anche Dostoevskij sa bene che usciamo tutti dal <em>Cappotto </em>– sa che questo apparato è come il cielo di carta di Mattia Pascal, pronto a sfarinarsi sotto le dita, come un sogno, una fantasia, in un viaggio mentale.</p>
<p>Non si può conoscere l’essenza pietroburghese senza avere letto <em>Il cavaliere di bronzo </em>di Puškin.</p>
<p><em>T’amo</em> <em>creatura di Pietro</em>, scrisse il poeta che cantò le origini di Pietroburgo in uno dei poemi più importanti della storia letteraria russa. Un’opera fondativa, della lingua, dell’immaginario, della struttura urbana. L’opera va letta come parte di una storia più ampia, che si riverbera nei meandri della memoria, della storia e nell’anima di Pietroburgo come la chiamò Anciferov (Duša Peterburga). Un’anima doppia, che partecipa del cielo e della terra, del sublime e del laido. Puškin ha detto tutto di questa origine, chiamando in causa il Prometeo al fine di dare linfa vitale a questa nuova costruzione: <em>La città di Pietro</em>.</p>
<p>La storia di Pietroburgo si fonda sulla capacità di trasformazione della natura a opera dell’uomo. Natura e spazio fisico vengono piegati alle esigenze della monumentale Pietroburgo nascente; la prima operazione consiste nella cancellazione dello spazio precedente, il terreno brullo e inospitale viene dissodato, bonificato, reso “piano” e plasmabile. Sembra che tutto abbia preso avvio da una fantasia, da una “visione” del giovane <em>zare</em><em>vi</em><em>č </em>Pietro mentre trascorre il suo tempo in occupazioni adolescenziali in un recinto dedito ai giochi; da una fan- tasia fanciullesca prende corpo quella “visione” della futura città, in cui tutto sarebbe stato recintato come un grande <em>hortus conclusus </em>modellato a propria immagine e somiglianza.</p>
<p>La costruzione del mito della città di Pietroburgo e la costruzione della città in senso stretto procedono a passi paralleli: il mito poggia sulle palafitte erette sui terreni paludosi, e sui versi di poeti che ne decantano l’aspetto tragico, torbido, pericolante. Le denominazioni della nascente città ne tradiscono tutte le velleità: “Palmira del Nord”, “Nuova Roma”, o di contro “opera dell’‘Anticristo’”, o del “costruttore taumaturgo”. La poesia encomiastica ne rivela il suo carattere miracolo- so: Sumarokov, Lomonosov e Deržavin, entrambi pro- motori della retorica di Pietroburgo come “novella Roma” con tutti gli orpelli del mito di fondazione. Di pari passo alla mitologia fastosa, una vena cupa e corrosiva stempera l’ottimismo progressista; leggende popolari prefigurano un’imminente rovina, i “fantasmi del passato”, forse le anime degli innumerevoli martiri morti durante la costruzione della città, e sepolti per sempre al di sotto delle sue fondamenta, incombono sul destino della città. È impossibile leggere i russi che hanno scritto di Pietroburgo senza percepire questi fantasmi, nei volti, nelle movenze, dei passeggiatori della Prospettiva Nevskij, nelle strade buie e tortuose che portano al cuore del- la città, nei personaggi che animano il racconto della città. Pietroburgo è un testo, come venne definito dalla critica semiotica, da Uspenskij e Toporov. Un testo che interseca fili di narrazioni stratificate, di segni e simboli che rimandano a una mitologia complessa e antitetica. Al mito della finestra sul mondo si abbina l’antimito escatologico della sua distruzione. Il fatto che Pietroburgo potesse per i suoi dati semantici fondamentali essere inserito in questa doppia situazione ha consentito di considerarlo nello stesso tempo sia un paradiso, l’utopia della città ideale del futuro, materializzazione della Ragione, sia la sinistra mascherata dell’anticristo.</p>
<p>Tutto parte da un elemento primordiale, l’acqua: nel 1824 il quartiere Kolomna fu sconvolto da un’alluvione. Come Puškin ricorda nell’introduzione al <em>Cavaliere di </em><em>bronzo</em>: “L’incidente descritto in questa storia è basato sulla verità. I dettagli dell’alluvione sono presi in prestito dalle riviste dell’epoca”. L’acqua della Neva invade minacciosa la città, portando morte e distruzione. Un elemento che ricompare in Dostoevskij tra le pagine del romanzo <em>Il sosia. </em>In un memorabile brano che pare attingere a Puškin per la drammaticità incalzante e a Gogol’ per quell’aura fantomatica, fumosa in cui la realtà sfuma nella visione e viceversa, Dostoevskij dipinge nel suo secondo romanzo una città minacciosa, che annuncia l’imminente sdoppiamento dell’impiegato Goljadkin, con le acque che gonfiano dalle rive della Fontanka, il lungofiume che costeggia la parte sud della città e taglia il centro pietroburghese, formando una curiosa perpen- dicolare con la piazza Sennaja. Sembra che tutti i personaggi dostoevskiani seguano delle traiettorie che alla fine si incrociano in strani crocevia. Goljadkin e Rodion Raskol’nikov sono tra gli eroi principali dello sdoppiamento dostoevskiano, lo stesso nome Raskol’nikov ne porta una traccia, <em>raskol’ </em>è lo scisma. Entrambi vivranno il dramma della scissione identitaria, Raskol’nikov perché pervaso dall’idea di diventare Napoleone e sovvertire l’ordine morale, Goljadkin rappresenta – ben prima di Freud – lo sdoppiamento della personalità, la schizofrenica propulsione verso un altro che è tanto vivido da diventare “persona”, maschera vivente della propria ossessione. Anche il quartiere Kolomna, che oggi non è certo desolato e solitario come lo descrive Gogol’, conserva quel pizzico di malinconia acquosa che lo distin- gue dagli altri quartieri pietroburghesi.</p>
<p>Ma torniamo alle acque, ripercorriamo Fontanka. Nel punto in cui il personaggio dostoevskiano si ferma, pres- so il ponte Izmajlovskij. Oggi questa è per me una delle passeggiate più affascinanti, specie durante le notti bian- che, un percorso da fare a piedi, col battello, fino al museo di Anna Achmatova. Nulla potrebbe turbare questo paesaggio, se non il ricordo terribile che si stagliava di fronte a Goljadkin, a mezzanotte, quando “tutte le torri e i campanili di Pietroburgo battono le ore in punto”:</p>
<p>il vento ululava per le vie deserte sollevando le acque nere della Fontanka fino all’altezza degli anelli di ormeggio e scuotendo impetuosamente gli sparuti lampioni del lungofiume, i quali, a loro volta, facevano eco ai suoi ululati con acuti, penetranti cigolii, dal che risultava quel continuo, stridulo e pigolante concerto così noto a ogni abitante di Pietroburgo. Pioveva e nevicava nello stesso tempo. Trascinati dal vento, veri ruscelli d’acqua piovana, volavano quasi orizzontalmente, come da una pompa di pompieri, pungendo e flagellando il viso dell’infelice signor Goljadkin, come migliaia di spilli e spilloni. Nel silenzio della notte, interrotto soltanto da lontani rumori di carrozze, dall’ululare del vento e dal cigolio dei fanali, si sentiva il malinconico stillicidio dell’acqua che gocciolava su tutti i tetti, i terrazzini, le grondaie, e i cornicioni sul sel- ciato di pietra sul marciapiede.</p>
<p>Ancora non esisteva Raskol’nikov, <em>Delitto e Castigo </em>sarebbe nato successivamente. Curiosamente, entrambi i personaggi cercano una sorta di luogo in cui si incrociano energie sinistre eppure vitali. Questo luogo è Fontanka, il lungofiume che appare nei taccuini preparatori del romanzo. Le acque torbide delle origini pietroburghesi esercitavano ancora il loro influsso magnetico. Ma Raskol’nikov, che allora si chiamava Vas’a, prese un’altra strada. Non esiste infatti una sola Pietroburgo, ma una Pietroburgo a “sfoglie” che contiene in ogni strato una narrazione esterna, una rappresentazione di se stessa, un commento che cresce e si riverbera nelle mille città della memoria, collettiva e personale. Sono qui per costruire la <em>mia </em>Pietroburgo.</p>
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<p><strong>Antonina Nocera</strong> vive a Palermo, è insegnante di letteratura italiana e latino. Saggista nell’ambito della critica letteraria, ha pubblicato una monografia dal titolo. “<strong><em>Angeli sigillati. I Bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij</em>.</strong>(FrancoAngeli, 2010 Finalista al Premio Carver 2022), <strong>“<em>Metafisica del sottosuolo – Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij”</em></strong> (Divergenze, 2020 Finalista al premio Carver 2021 e Premio Etnabook 2021) “<strong><em>A San Pietroburgo con Dostoevskij</em></strong> &#8211;<strong><em>La città di carta e di sogni</em></strong>.”(Perrone 2024) e altri contributi critici in volumi collettanei.  Gestisce il blog letterario Bibliovorax ed è direttrice editoriale della rivista <strong><em>Augeo- quaderno di scienze umane</em></strong><em>&#8211;</em> (Divergenze).</p>
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		<title>Le nostre notti bianche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/23/le-nostre-notti-bianche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 06:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Piero Dal Bon </strong>  <br /> «Se sperate di leggere un libro sul paradiso sovietico, lasciate perdere, non proseguite. Se cercate le riflessioni di un’intellettuale disincantata sui tradimenti dell’URSS, anche."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Mari</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-105615 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/unnamed-2-3.png" alt="" width="200" height="243" data-wp-editing="1" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/unnamed-2-3.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/unnamed-2-3-150x182.png 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />Mentre leggevo <a href="http://www.arkadiaeditore.it/la-guglia-doro/"><em>La guglia d’oro</em></a> di Montserrat Roig, non ho potuto fare a meno di ricordare alcune scene de <em>Il nemico alle porte</em>, film del 2001 di Jean-Jacques Annaud dotato di quello che all’epoca era un fastoso cast hollywoodiano. La ricostruzione dell’assedio di Leningrado tentata dall’autrice catalana si è andata così sovrapponendo ai fotogrammi della battaglia di Stalingrado secondo la prospettiva registica di Annaud, e questo non soltanto per l’assonanza tra i nomi delle due città oppure per il lavoro di ricostruzione storica che è comune alle due opere (anche se con esiti radicalmente diversi: pseudo-kolossal per Annaud, indagine storica, culturale e soprattutto introspettiva per Roig).<br />
A stabilire questa connessione è stato, più che altro, il ricordo di un’ondata di interesse piuttosto intensa, negli ultimi decenni e nel cosiddetto “blocco occidentale”, per i fatti avvenuti sul fronte sovietico durante la seconda guerra mondiale – ondata che è forse montata, per paradosso, soltanto <em>dopo</em> la fine dell’Unione Sovietica (e la conseguente liberazione da alcune paure di contaminazione ideologico-politica), ma che è presto scemata e oggi appare certamente improbabile veder tornare. Gli ostacoli ingombranti e tragici che si sono frapposti negli ultimi anni sono purtroppo assai noti, fino alle loro implicazioni più minute, e spesso anche più grottesche: dall’<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/03/25/paolo-nori-dostoevskij-e-la-guerra-in-ucraina-la-delicatezza-di-un-intellettuale-che-ci-ricorda-ogni-giorno-che-non-dobbiamo-avere-paura-dei-russi/6537433/"><em>affaire-Nori</em></a> (come un esempio, fra i tanti, di ciò che è potuto succedere quando ha iniziato ad aleggiare lo spettro dell’embargo culturale nei confronti della Russia di oggi) all’<a href="https://www.bbc.com/news/world-us-canada-66914756">inciampo del parlamento canadese</a> sul caso dei veterani della cosiddetta “Divisione SS-Galizia” operante in Polonia e Ucraina.<br />
Questi ultimi esempi, nonché il contesto che li determina, sono ricordati non tanto allo scopo di prendere posizione – non è questo il luogo, né certamente l’intenzione, in un contesto di dibattito pubblico, e di conseguenza anche culturale, già estremamente polarizzato – bensì per mettere a fuoco la distanza, forse persino <em>epistemologica</em>, che ci separa dalla realizzazione del reportage pietroburghese di Montserrat Roig nel 1980 (anno, peraltro, delle Olimpiadi di Mosca).<br />
Beninteso, non è difficile entrare nel testo di Roig – reso, in traduzione italiana, con grande freschezza stilistica e senza mai intoppi dal catalanista Piero Del Bon – ma capirne i motivi profondi richiede una certa “sospensione di credulità” rispetto al nostro presente e l’esigenza di provare a tornare al contesto della guerra fredda, nella sua fase terminale. Verso un periodo, dunque, in cui è possibile per Roig esordire con alcune righe di autentica forza morale e politica, non per caso espresse da un’<em>autrice</em> (e per di più di un’autrice formatasi nelle file di un partito socialcomunista catalano, e con una forte vocazione giornalistica): «Se sperate di leggere un libro sul paradiso sovietico, lasciate perdere, non proseguite. Se cercate le riflessioni di un’intellettuale disincantata sui tradimenti dell’URSS, anche. Non parlerò di economia, né di progressi speciali, ma nemmeno di gulag e di ospedali psichiatrici. Di questo si fanno carico ogni giorno i giornali occidentali».<br />
A Roig interessa altro, e il suo tentativo di ricostruzione storica dell’assedio di Leningrado si mescola alla sua passione per la storia e la cultura russa: «questo libro è la storia di una passione», scrive a chiare lettere l’autrice in chiusura della nota introduttiva intitolata “A modo di avviso”, dopo aver ricordato l’incoraggiamento a proseguire nel proprio lavoro ricevuto da un grande intellettuale e scrittore latinoamericano, altrettanto libero nella propria scrittura e nei propri posizionamenti, come Eduardo Galeano. È da questa angolatura che, quasi inevitabilmente, deriva l’attenzione che viene posta in tutto il libro sulle figure dei traduttori che vengono incaricati dagli apparati di accompagnare la scrittrice catalana nel suo viaggio: prepotentemente presente, e caratterizzato da una insicurezza maschile che lo rende aggressivo, fino al punto di essere definito “un secondo Rasputin”, il primo; timido, sempre accomodante e quasi inconsistente il secondo.<br />
D’altra parte, avvicinarsi a Leningrado, alla sua storia e alla sua cultura, è un fatto di traduzione, dinamica della quale Roig a un certo punto decide di prendere le redini, come si nota chiaramente nella seconda parte del volume, dove “Pietroburgo” si sostituisce a “Leningrado”. Al di là di alcuni incontri con esuli provenienti dalla Spagna – a riconferma del fatto che, per quanto ideologicamente, politicamente e culturalmente distanti e diverse, le storie della Russia e dell’Europa occidentale sono sempre state intrecciate – Roig cerca di indagare il destino dei poeti e degli scrittori che hanno vissuto nella città, con una particolare predilezione per Puškin, ma certamente senza dimenticare <em>Le notti bianche</em> pietroburghesi di Dostoevskij. Zona dell’immaginario letterario, quest’ultima, ma anche un fatto quotidiano, in quell’area di mondo, con tutte le fantasie e le allucinazioni cui questo particolare fenomeno dà vita – allucinazioni che arrivano a inglobare quella “grande anima russa” che Roig, come i suoi lettori, sanno essere al contempo grande costruzione culturale, consolidatasi nei secoli, e, specie se vista da Occidente, pallido stereotipo.<br />
Roig vuole e riesce a condurre il lettore verso altri lidi, costruendo un percorso di consapevolezza, che in parallelo è anche il proprio, come mostra il suo continuo andirivieni tra reportage letterario e scrittura diaristico-autobiografica. Chi legge si ritrova costantemente al suo fianco e, tanto su una Prospettiva Nevskij sulla quale la luce dirada pianissimo e si ripresenta poi alle prime ore del mattino, quanto nella ricerca di un percorso più solidamente fondato nelle <em>notti bianche</em>, per nulla affascinanti, che costituiscono le nostre angosce geopolitiche contemporanee.<br />
<em>La guglia d&#8217;oro</em> è in definitiva il racconto del progressivo avvicinamento verso l&#8217;<em>altro</em>, un altro percepito dapprima come distante  “La città delle pietre”, e poi via via sempre più umano e vicino, “La città delle persone”. Il finale, in cui Montserrat Roig torna nella sua Barcellona, dove tutto sembra riprendere come prima, indifferente alla scoperta, contiene la consapevolezza che Pietroburgo &#8211; ma il discorso è felicemente estrapolabile – toccata e finalmente percepita, non potrà che continuare a far parte di chi è partito.</p>
<p><em>NdR &#8220;La Guglia d&#8217;oro&#8221;, della scrittrice catalana Monserrat Roig, è stato pubblicato recentemente (settembre 2023) da Arkadia editore, nella traduzione di Piero Dal Bon, e con la cura da Alessandro Gianetti</em></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>L’Occidente da smontare. Note a margine di un articolo politico di Carlo Rovelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2022 11:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> Una riflessione sul testo di Carlo Rovelli, dedicato all'ipocrisia dell'Occidente. Ma qual è il fantomatico "Occidente" che viene di volta in volta esaltato o vituperato?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Mi è stato segnalato dall’amico indiano Antonio Sparzani <a href="https://www.sinistrainrete.info/politica/23381-carlo-rovelli-ipocrisia.html">questo testo</a> di Carlo Rovelli che pare abbia circolato molto in rete. Ad una prima lettura è un testo condivisibile, almeno nella sua affermazione centrale: l’Occidente quando denuncia il non rispetto del diritto internazionale, la violenza indiscriminata della Russia, e l’imperialismo dei suoi dirigenti è ipocrita, in quanto non riconosce che quelli che condanna sono crimini che <em>lui </em>stesso ha commesso in passato più e più volte. Ma forse non è nemmeno la condanna dei crimini in quanto crimini, che espone l’Occidente all’accusa di ipocrisia. Che sia Madre Teresa o Al Capone a condannare un crimine a cui hanno assistito per strada, non cambia la natura dell’atto criminoso di cui sono testimoni. Non è quindi un caso che uno dei più infaticabili critici dell’ipocrisia occidentale – leggi: dei governi statunitensi –, Noam Chomsky non abbia certo esitato a condannare l’invasione russa in Ucraina, senza fornire ad essa attenuanti che ne avrebbero sminuito il carattere criminale. Cito da un’intervista all’autore apparsa il 1 marzo sul sito <a href="https://truthout.org/">Truthout</a> e poi circolata in rete anche in versione italiana (<a href="https://naufraghi.ch/noam-chomsky-siamo-a-un-punto-di-svolta-nella-storia-dellumanita/">qui</a>): “Prima di rispondere alla domanda, dobbiamo stabilire alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra paragonabile all’invasione statunitense dell’Iraq e all’invasione Hitler-Stalin della Polonia nel settembre 1939, per fare solo due esempi rilevanti. È ragionevole cercare spiegazioni, ma non ci sono giustificazioni o attenuanti.”</p>
<p>Quindi non è forse la condanna dell’invasione russa a costituire un’ipocrisia in sé, ma il fatto di porsi come i campioni mondiali della legalità e della libertà dei popoli. Rovelli scrive: “D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia”. Il problema è che, secondo Rovelli, non ci si limita a condannare la politica della Russia, in quanto chi formula la condanna si attribuisce <em>simultaneamente</em> delle virtù, delle qualità, delle prerogative etiche e politiche. Se chi denuncia il crimine, in effetti, è il governo degli Stati Uniti, esso non può darsi <em>anche </em>il ruolo di <em>poliziotto</em> e <em>giudice</em>, ossia porsi al di sopra dei soggetti collettivi che possono sbagliare e quindi incorrere in condanna. Non ha nessuna storia politica né fisionomia morale per porsi al di sopra degli altri popoli, o semplicemente per attirare l’attenzione su di sé e sulle sue presunte virtù in fatto di politica internazionale. Lo sappiamo tutti molto bene. Almeno, quella componente non piccola delle popolazioni statunitensi e europee che hanno manifestato contro le due guerre in Iraq lo sa bene, perché lo ha tempestivamente detto, scritto e gridato nelle piazze. E qui però, rispetto al testo di Rovelli, incontriamo una prima difficoltà. Chi è l’ipocrita in questa faccenda occidentale? Il problema è che il termine usato nel suo testo di denuncia non ci aiuta granché da questo punto di vista. Rovelli scrive: “l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori…” Ci sarebbe quindi una sorta di unanimità (“tutti insieme”) che tale soggetto esibirebbe nell’autolodarsi. Immagino che quel termine con la maiuscola stia per un soggetto collettivo, come quando gli scolari scrivono: l’Uomo, per intendere la specie umana, che nella sua dispersione spaziale e temporale mantiene comunque le stesse caratteristiche. Bisognerebbe subito capire quali sono però i confini almeno geografici e storici di questo fantomatico soggetto collettivo, che oggi sembra d’un tratto unanime. Ed è poi così unanime? Chi sono insomma quelli che Rovelli indica come i “tutti insieme”. Ci son dentro canadesi, finlandesi, svizzeri, australiani? E da quando esiste questa entità che include una pluralità di popoli? Si tratta dei canadesi, finlandesi, ecc., di questa generazione? Insomma da quando inizia la storia di questo Occidente? E consideriamo pure che nel “coro” occidentale ci siano almeno gli statunitensi, ma quali? Quelli che hanno votato per il presidente che oggi “parla”, e ovviamente fa sentire la sua voce nel coro, o anche quelli che hanno votato per l’uscente Trump? Tutti i cittadini americani all’unisono rivendicano l’immagine della propria nazione, come l’esempio stesso dell’immacolata e democratica politica estera (e interna)? Questo credo non possiamo dirlo neppure degli elettori di Biden. E che dire dei non elettori, di tutti quelli che non hanno votato né l’uno né l’altro candidato. Come si situano gli astensionisti delle odierne democrazie nel “coro”? Penso poi a tutti i lettori statunitensi di Noam Chomsky, che probabilmente condannano oggi la Russia, senza assolvere i crimini commessi dal loro paese nel corso delle guerre contro l’Iraq. Non sono essi stessi occidentali, come tutti quegli europei che hanno, dal secolo scorso, condannato e contestato l’imperialismo statunitense, e spesso gli imperialismi in quanto tali, anche quelli che non venivano esercitati per forza dal paese in cui vivevano? Credo che, per paradossale che sia, i dipartimenti delle università nordamericane ed europee (ammesso che l’Occidente si fermi qui) hanno prodotto una ricca letteratura che analizza, documenta e denuncia non solo le malefatte dell’imperialismo statunitense e dei suoi sodali, ma anche l’ipocrisia che lo accompagna come discorso legittimante. Forse allora la categoria di “Occidente” non è davvero utile per parlare di questa guerra, e delle posizioni che certi governi prendono, e che sono <em>diffuse e difese</em> da una cerchia abbastanza ristretta di persone. Rovelli, in effetti, arriva a nominarle tali persone: sono esse a costituire il coro, e a renderlo unanime. Sono semplicemente i <em>giornalisti</em> (Rovelli: il coro ripetuto da “ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale”.) Innanzitutto, leggendo la stampa e guardando la televisione, si scopre che il coro non è così unanime, a tal punto che (in Italia) si è creata, su certi media, una sorta di caccia ai commentatori non allineati, subito definiti come “filo-putiniani”. E poi se il contenitore è ancora l’Occidente, dobbiamo includervi, di ogni paese, la stampa più filogovernativa, ma anche tutta quella indipendente, che in Europa e negli Stati Uniti esiste ed è viva, per non parlare poi del giornalismo più o meno militante in rete, ecc.</p>
<p>Sorge, allora, il dubbio che la categoria di “Occidente” sia in realtà una delle prelibatezze concettuali proprie della stampa più allineata, che ama le semplificazioni scolastiche e pedagogiche, tipiche dei sostantivi maiuscolati. Forse un modo per criticare e denunciare questa propaganda può cominciare proprio col decostruire tali fantasmagorie vaghe, in cui ognuno può mettervi (o togliervi) quel che gli aggrada. Una delle poche cose che i miei studi umanistici mi hanno permesso di capire, è che non esistono entità storico-politiche, né culturali, in forma di monoblocco, di sostanza unanime e omogenea, se non nelle forme più grossolane di mistificazione ideologica.</p>
<p>Siamo ancora freschi di terrorismo islamista, attivo e letale sul territorio europeo, e abbiamo dovuto constatare che gli islamisti armati sul suolo francese erano in buona parte di nazionalità francese o belga, così come quelli che sono andati a infoltire in Siria o Iraq le truppe dello Stato Islamico “anti-occidentale”. La verità è che ogni singolo Stato nazionale è attraversato da molteplici conflitti, e che un conflitto fondamentale è quello che oppone governati e governanti, ma anche opinionisti di mass-media e studiosi universitari, anche se una minoranza di questi possono svolgere anche ruoli sulla stampa o in televisione. Non ha molto senso, quindi, prendere a bersaglio quelle rappresentazioni caricaturali, che una certa stampa o tv, e certi esperti da palco, hanno eretto per scopi autocelebrativi. Sicuramente possiamo parlare di “Occidente”, ma a patto di aver sufficientemente definito in modo preventivo a quale realtà ci riferiamo, tentando di evidenziarne i tratti principali su un piano storico-politico o storico-antropologico. Se il soggetto a cui Rovelli si riferisce è rappresentato dalla ristretta popolazione dei giornalisti filogovernativi dei paesi del G7, inclusi gli altri Stati della UE, allora tanto vale che si parli di “stampa occidentale filogovernativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il discorso che faccio non ha come scopo di fare le pulci al testo di Carlo Rovelli, che nel suo intento polemico, e nei suoi presupposti morali, è ben condivisibile. Il problema riguarda il modo in cui ognuno di noi si posizionerà in questa fase storica, sia rispetto al futuro che auspica ma anche rispetto all’eredità che accetterà di salvaguardare e di potenziare. Il declino dell’unilateralismo a guida statunitense apre una fase incerta che, prima di sfociare in un possibile multilateralismo pacifico, rischia di essere risucchiata in un incontrollabile ciclo di caos e guerre. Questa faccenda non può essere percepita solo come un problema d’ordine geo-politico, in cui tutto si fa o disfa con dosi più o meno ragionevoli di diplomazia o forza bruta. Questa fase annuncia o, sarebbe meglio dire, manifesta già un disorientamento sul piano culturale delle identità collettive e individuali delle persone. Di fronte a tale “disordine fuori di sé” (nell’economia, nella produzione, nella società, nel rapporto tra le nazioni, ecc.), la peggior cosa che si può fare è quella di affidarsi a uno “pseudo-ordine dentro di sé”, ossia all’edificazione di identità semplici, mistificanti, nel loro apparente e facile splendore. Questo è purtroppo ciò verso cui indirizza la cultura di destra (Furio Jesi insegna). Ma, a sinistra, il semplice rovesciamento degli emblemi non è sufficiente, e soprattutto non fornisce strumenti per il futuro. Esiste un mito dell’Occidente, ma lo si può combattere solo decostruendolo, mostrando che esso nasconde realtà plurali e contraddittorie, ed è dal confronto con questa complessità che si opera la scelta di accogliere e rigettare. Ognuno di noi è sollecitato a fare chiarezza sulla propria identità, e il tirarsi fuori dalla propria storia dicendo semplicemente “non sono occidentale” o sono “anti-occidentale” non ha granché senso. Ne ha invece precisare quello, ad esempio, che io voglio conservare e potenziare dell’eredità che mi è stata trasmessa, come cittadino italiano, che vive in Europa, e che ha assorbito, nel bene e nel male, l’egemonia culturale statunitense. E, similmente, è importante rigettare quegli aspetti della mia cultura e storia italiana, europea e nordamericana che mi hanno condizionato, ma da cui mi voglio emancipare, in quanto non <em>voglio</em> riconoscermi (più) in essi. E questo fenomeno si accompagna con la curiosità anche per ciò che viene da altri paesi, popoli e culture, sapendo che tutto ciò passa, però, attraverso una pluralità di mediazioni (traduttori, giornalisti e studiosi, scrittori e artisti, censura politica, ecc.).</p>
<p>Questo discorso ovviamente non riguarda solo “noi” (cittadini del G7 o della UE), ma anche i cittadini russi, quelli cinesi, quelli del continente africano, molti dei quali – con scandalo dei nostri opinionisti – vedono in Putin un baluardo contro l’arroganza dei vecchi e nuovi colonialisti “occidentali”. E parlando dei cittadini russi, che cosa vogliono conservare essi della loro storia? La potenza dell’antico impero zarista, nel colonizzare le popolazioni interne o prossime ai suoi confini? La macchina burocratica poliziesca e repressiva, che il partito bolscevico cominciò a mettere in piedi negli anni Venti e che Stalin portò a un grado estremo di efficacia? Oppure si rivolgeranno alla straordinaria e brevissima esperienza della democrazia consiliare (“tutto il potere ai Soviet”)? O ancora a quella forma d’internazionalismo, che malgrado tutto l’Unione Sovietica manteneva in piedi, per contrastare nel mondo l’egemonia militare ed economica statunitense?</p>
<p>Infine, una notazione puntuale. Carlo Rovelli, ad un tratto, scrive: “Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!” Ora non voglio toccare qui la questione cinese, sia per limiti di conoscenza sia per la sua complessità. Ma qualcosa si può dire sull’imperialismo russo. Innanzitutto, prima che gli Stati Uniti sognassero di divenire l’incontrastata potenza del mondo (sogno che dura soltanto da un trentennio, ed è vieppiù tormentato), essi dovettero dividersi il podio con l’altra superpotenza del pianeta, ossia l’ex Unione Sovietica. Quest’ultima, poi, presa come entità transpolitica, ossia al di là delle specifiche caratteristiche dei suoi regimi politici, ha una storia d’imperialismo ben più antica di quella statunitense, storia che alcuni studiosi fanno risalire al XIII secolo. Ovviamente vi sono imperialismi e imperialismi, quello del Granducato di Mosca non è del tutto simile a quello che Trockij denunciava nella politica staliniana fin dagli anni Venti. E non sorprende il fatto che sia proprio uno dei più importanti e dei primi storici marxisti, Mikhail Pokrovski, ad occuparsi del passato imperialista della propria nazione, nel momento stesso in cui essa sembrava rigettare questo passato. Ironia amara della storia, Pokrovski morì precocemente all’inizio degli anni Trenta, dopo essere però caduto in disgrazia presso Stalin, che considerò il suo lavoro come “anti-marxista”. Quanto all’imperialismo specifico dell’Unione Sovietica, esso fu denunciato molto presto dagli stessi rivoluzionari (e non solo da Trockij), che ovviamente furono marginalizzati o perseguitati dal potere staliniano. Una piccola rassegna di fonti sugli studi dell’imperialismo russo, della sua specificità (un imperialismo “interno”) e delle sue metamorfosi storiche la si può trovare in un articolo apparso per <em>Le monde diplomatique</em>, nell’edizione polacca, e oggi disponibile in rete sul blog del sito <em>Mediapart: </em><a href="https://blogs.mediapart.fr/stefan-bekier/blog/171214/imperialisme-russe">Impérialisme russe | Le Club (mediapart.fr)</a>.</p>
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		<title>Vasyl’ Stus e Marina Cvetaeva</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/25/vasyl-stus-e-marina-cvetaeva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 05:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong> <br /> Nella collana DieciXuno di Mucchi dedicata alla traduzione poetica [...] è uscito stavolta un volumetto dedicato non a uno ma a due poeti: l'ucraino Vasyl' Stus insieme a Marina Cvetaeva]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_98188" aria-describedby="caption-attachment-98188" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-98188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino.jpg" alt="" width="800" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-768x427.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-150x83.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-696x387.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Vasyl-Stus-poeta-e-dissidente-ucraino-755x420.jpg 755w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-98188" class="wp-caption-text">Vasyl’ Stus</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<div class="page" title="Page 68">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;"><em>Nessuna lingua è madrelingua.<br />
</em>M.C.</p>
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<p>Nella collana DieciXuno di Mucchi dedicata alla traduzione poetica, di cui ho già parlato in questa sede, è uscito stavolta un volumetto dedicato non a uno ma a due poeti: l&#8217;ucraino Vasyl&#8217; Stus insieme a Marina Cvetaeva. Due poesie, prima tradotte da Annelisa Alleva, poi variamente riscritte da Fabrizio Bajec, Massimo Bocchiola, Paolo Febbraro, Roberto Deidier, Rosaria Lo Russo, Paola Loreto, Valerio Magrelli, Annalisa Manstretta ed Edoardo Zuccato.<br />
Come scrive Alessandro Achilli nell&#8217;introduzione,</p>
<div class="page" title="Page 31">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>la possibilità di invitare i lettori ad accostarsi, in un unico volume, alla poesia di Vasyl’ Stus e Marina Cvetaeva ci consente non solo di cominciare a trattare la civiltà letteraria ucraina alla pari delle altre civiltà letterarie europee, ma anche di accompagnare una riflessione di carattere culturale e politico al piacere della poesia e, naturalmente, alla riflessione sulla traduzione poetica e alle sue straordinarie risorse.</p></blockquote>
<p>La nota finale di Antonio Lavieri, direttore della collana, fornisce a chi legge le specifiche di queste operazioni linguistiche e testuali:</p>
<div class="page" title="Page 68">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>La tensione esegetica che scaturisce da questi versi di confine – che Gianfranco Folena avrebbe probabilmente chiamato, come fece per I<em>l ladro di ciliegie</em> di Fortini, «paesaggi di transpoesia» – ci suggerisce che l’incontro/scontro fra due poetiche diverse non può escludere la scoperta e la sperimentazione, che poesia e traduzione non possono eludere il nesso poietico fra imitazione e invenzione, o tralasciare la congiunzione simbolica che lega linguaggio, storia e soggettività. Fra queste pagine, lettore, ti ritroverai in mezzo a ri-scritture in bilico, anamorfiche, eccentriche, oblique, dove scrivere vuol dire già tradurre, dove tradurre vuol dire già scrivere.</p></blockquote>
</div>
</div>
</div>
<p>Pubblico in anteprima <em>Dentro di me sta già nascendo Dio</em> di Vasyl&#8217; Stus nella traduzione interlinguistica di Alleva e nella riscrittura di Paolo Febbraro, e <em>Inimitabile mente la vita</em> di Cvetaeva nelle riscritture di Rosaria Lo Russo e Valerio Magrelli (Magrelli definisce la sua versione una &#8220;estroflessione&#8221;, spiegando il termine in nota:</p>
<div class="page" title="Page 55">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<blockquote><p>Alla fine ho deciso di chiamarle “estroflessioni”: infatti in biologia, cito, estroflettersi, nell’intransitivo pronominale, sta per «svilupparsi, espandersi verso l’esterno, evaginarsi, di un organo anatomico da un primitivo stato di invaginazione, o di un tessuto da una superficie uniforme». E allora perché non immaginare il testo originale come il primo stato di un processo del genere, destinato a persistere in una sua latenza illimitata, attendendo il compiersi di sempre nuove, possibili “estroflessioni”?)</p></blockquote>
<p>___</p>
<div class="page" title="Page 40">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Vasyl’ Stus / Annelisa Alleva</p>
<p>Dentro di me nasce già Dio,<br />
memorabile e trascurabile,<br />
né fuori né dentro di me, ma al limite della morte,<br />
dove un vivo — nipote mio o antenato —<br />
sopravvivrà finché io morirò.<br />
Noi viviamo in due. In due esisto<br />
se non c&#8217;è nessuno. Tuona la sciagura,<br />
come una cannonata. È lui la salvezza,<br />
io con labbra bianche lo invoco: salvami,<br />
mio Signore. Salvami per un istante,<br />
che poi mi salverò da solo. Me — da me.<br />
Vuole uscire fuori da me.<br />
Per salvarmi cerca di annientarmi,<br />
affinché nella corrente, nelle tempeste di vento,<br />
io esca fuori da me stesso, come la sciabola<br />
esce dal fodero. Vuole andarsene affinché<br />
si spenga la candela del dolore. Affinché<br />
la tenebra della sottomissione salvi me<br />
con un’altra vita. Un’altra vita. Con un nome<br />
ormai improprio: eccola, quella massa,<br />
la governa quel dio impazzito<br />
che ama nascere dentro di me<br />
(e io accenderò quella candela,<br />
perché non si offuschi anzitempo,<br />
candela nera di strada chiarissima,<br />
come una vittoria ottenuta in segreto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 46">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Vasyl’ Stus / Paolo Febbraro</p>
<p>Eccolo, Dio nasce, mezzo presente<br />
mezzo passato, non proprio dentro me,<br />
ma in limine mortis, luogo infrequentato<br />
dai parenti, giovani e vecchi, mi attende<br />
finché sarò spirato. In due con lui son vivo,<br />
e quindi esisto quando sono assente.<br />
E suona la sventura, e vengo bombardato.<br />
Però è salvezza, e con la bocca pura<br />
dico sei il signore, salva un solo istante<br />
e poi placato salverò me stesso,<br />
l’identico me stesso ormai trovato.<br />
Ma lui è l’uscente, salva andando<br />
poiché distrugge, vuole che io cada;<br />
che nella tempesta, nel correre dell’aria,<br />
come dal fodero fuoriesce la spada,<br />
io da me stesso fugga. E lui fuggire vuole<br />
perché si estingua la candela del dolore.<br />
E il nero sottomettermi mi salvi<br />
con un esistere altro, con un nome<br />
scaltro, non più mio. Ecco l’ingombro,<br />
il corpo maneggiato da quel dio<br />
che dentro me rinasce come matto<br />
(e io dichiaro santa la candela<br />
così che il buio accada ma non presto.<br />
Nera candela di splendente strada —<br />
per me vittoria tenue, di soppiatto).</p>
<p>*</p>
<div class="page" title="Page 51">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Marina Cvetaeva / Rosaria Lo Russo</p>
<p>Come nessuno la vita sa ingannare<br />
Oltre ogni illusione, oltre ogni speranza,<br />
Ma dal fremito nelle vene la riconosci,<br />
È proprio lei, la tua vita.</p>
<p>Siamo sdraiati sull’erba di grano.<br />
Calore, colori, cielo, terra, suoni<br />
(Finzione? E allora?) Nel caprifoglio<br />
Vibra l’estro di cento pungiglioni.<br />
Felicità! E il tuo richiamo!</p>
<p>Non mi rimproverare, amore, se i nostri<br />
Corpi ottundono l’anima a tal punto<br />
Che mi casca la fronte dal sonno.<br />
È perché sei tu a cantare!</p>
<p>Nel libro bianco dei tuoi silenzi<br />
Nella creta selvaggia dei tuoi sì<br />
Lenta abbasso alta la fronte<br />
Sulla tua mano viva.</p>
<div class="page" title="Page 55">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>&nbsp;</p>
<p>Marina Cvetaeva / Valerio Magrelli</p>
<p>La vita è palmo, menzogna,<br />
tremore di tutte le vene,<br />
e l’anima crolla nel sogno.<br />
I tuoi sì sono argilla selvaggia.<br />
Grano, erba, azzurro, afa:<br />
sei stato tu a cantare,<br />
sei stato tu a chiamare!</p>
<figure id="attachment_98189" aria-describedby="caption-attachment-98189" style="width: 659px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-98189" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva.jpg" alt="" width="659" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cvetaeva-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 659px) 100vw, 659px" /><figcaption id="caption-attachment-98189" class="wp-caption-text">Maria Cvetaeva</figcaption></figure>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Orrore, vergogna, odio.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/02/orrore-vergogna-odio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 11:50:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Baglioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sergej Gandlevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Sergej Gandlevskij</strong><br />Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sergej Gandlevskij</strong> (traduzione di <strong>Elisa Baglioni</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.</p>
<p><em>Orrore</em> perché l’essere umano è destinato dalla nascita a un orrore — la propria morte, mentre il resto è determinato dalle circostanze. Più di una volta ho affermato che la nostra generazione era caduta in piedi, perché era riuscita a evitare una grande guerra e il terrore di stato. Invece ero nel torto, anche se avevo in mente la Grande guerra patriottica con il suo eroismo e la sua “nobile furia” e non questa sporca guerra scatenata dalla Russia all’alba del 24 febbraio!</p>
<p><em>Vergogna</em> perché sento la responsabilità personale per quanto accaduto. Noi in massa siamo stati cattivi cittadini e per quattro soldi abbiamo consegnato il voucher della nostra libertà, che ci è caduta come una tegola in testa, nelle mani di furfanti e criminali. E poi, mi vergogno di fronte agli ucraini per bene con cui ho legami stretti o che conosco alla lontana, agli ucraini vivi e ai morti…</p>
<p>E, naturalmente, <em>odio</em> verso l’uomo che con modi da attendente ha combinato questo guaio sanguinario sfogando i propri difetti e rancori sul mondo intero.</p>
<p>Oltre mezzo secolo fa, alla fine del primo anno di scuola superiore ho trascorso due mesi di vacanze estive a Selišče, in Ucraina, sulle rive del Bug meridionale vicino Vinnica. Ogni giorno facevo il bagno nelle acque impetuose del fiume, mi ingozzavo di ciliegie nel giardino del Kolchoz e al tramonto me ne stavo seduto sulla panchina con le ragazze del luogo, mangiando semi di girasole e facendole ridere perché non capivo una parola delle loro chiacchiere. Mi era piaciuta in modo particolare Nina P., che con mio spavento e sorpresa si era presentata all’appuntamento. Era come in un libro: notte di luna, le rovine della cappella (che lì chiamavano con una parola polacca) e una ragazza di quindici anni che fino all’alba aveva evitato, ridacchiando, le avances di un molesto sbarbatello di Mosca.</p>
<p>La vita è quasi del tutto trascorsa. E ora Nina, se è ancora viva, ha forse paura che suo nipote morirà difendendo il proprio paese dalla Russia. Perché una tale disgrazia deve ricadere su una donna non più giovane? E perché un giovane che potrebbe essere mio nipote diventerà l’assassino di suo nipote o al contrario morirà per mano dell’altro?</p>
<p>Orrore, vergogna, odio.</p>
<p>(24 febbraio 2002)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sergej Gandlevskij</strong> è poeta e prosatore. Esponente della dissidenza underground negli anni di Brežnev, sotto il regime sovietico ha diffuso i suoi versi attraverso il canale clandestino del <em>samizdat</em>. Ha vinto numerosi premi letterari in Russia e all’estero ed è stato ospite del Festival delle letterature di Mantova (2011) e  della Fondazione Brodskij (2013). Tradotto in numerose lingue, in italiano si possono leggere le raccolte poetiche <em>La ruggine e il giallo</em> (Gattomerlino, 2014), <em>Festa e altre poesie </em>(Passigli, 2017) e il romanzo NRZB (Elliot, 2020).</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>La Roma di Ljubov&#8217; Dostoevskaja</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/27/la-roma-di-ljubov-f-dostoevskaja/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Dec 2021 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Culturale Rus']]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Marabini Zoeggeler]]></category>
		<category><![CDATA[bolzano]]></category>
		<category><![CDATA[dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[L'emigrante]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Gasperi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Ljubov' Dostoevskaja]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Mascher]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa russa]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ljubov’ Dostoevskaja</strong> <br /> L’autentico romano disprezza profondamente il Cristianesimo, e ai suoi occhi esso è innanzitutto la fede dei vili schiavi, e non di un essere umano bennato. Il romano è pagano e ne è orgoglioso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-94910" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina.jpg" alt="" width="350" height="526" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina.jpg 439w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-copertina-279x420.jpg 279w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a><em>di <strong>Ljubov&#8217; Dostoevskaja</strong></em></p>
<p>Ma poco alla volta Irina rimase coinvolta nell’allegra vita italiana. La società italiana è una delle più affascinanti e interessanti al mondo. Non si può non amare questa gente dolce, allegra, simpatica, spiritosa. Che differenza tra le loro serate piene di vita e le tediose riunioni pietroburghesi! In nessun luogo Irina aveva incontrato quelle tetre figure taciturne, che si aggiravano per i salotti pietroburghesi in attesa della cena. A Roma non ce ne sono, come non esiste la cena stessa. Nei ricevimenti più brillanti viene organizzato solamente un buffet per il tè con gelati, vino e bevande rinfrescanti. Ma molti non vi si accostano, preferiscono invece ritornarsene a casa, bere un bicchiere d’acqua fresca, di cui i romani sono forse più orgogliosi che del Colosseo e del Foro. Si recano alle serate non per bere e mangiare, bensì per la conversazione, brillante e spiritosa, per flirtare e ridere.<br />
Quasi a ogni serata ci sono musica e recitazione. Tutti recitano: sia i poeti, sia le poetesse, sia i comuni mortali. La lingua italiana con la pronuncia romana è pura musica e la recitazione dà piacere perfino a chi non ne capisce il contenuto.<br />
La recitazione è di vario tipo. Ecco che si alza un vecchio poeta, chiede di spegnere in parte l’elettricità, si mette in una posa efficace e comincia ad abbassare e alzare teatralmente la voce, in breve canta più che parlare. Lo ascoltano con attenzione, ma la gioventù sorride sprezzante. “Vecchia maniera!” dicono.<br />
Dopo di lui si esibisce una rappresentante della “nuova” maniera, una giovane poetessa dell’Italia settentrionale, che soggiorna a Roma. Vestita con un costume verde decadente, che le sta molto bene, con spigolosi gesti decadenti, comincia a recitare i suoi versi, con semplicità, senza cantare. Questa semplicità è studiata, e in certi punti passa al manierismo. Ma la gioventù è contenta, specie gli uomini, che guardano la bella poetessa con evidente entusiasmo.<br />
Ma ecco, al centro del salotto arriva un’appassionata, una ragazza giovane, la figlia del prefetto, e recita dei versi di d’Annunzio<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Questa non è né la vecchia né la nuova maniera, bensì l’ardente anima italiana, semplice e cordiale, che richiama una tempesta di applausi.<br />
Gli italiani ascoltano ancora più attentamente il canto e il suono del pianoforte. Nessuno parla, tutti vanno in estasi e tacciono, gustandoseli con tutto il proprio essere. I cantanti, le cantanti, i pianisti sono una moltitudine. Nessuno fa il prezioso, non si fa pregare; al contrario ciascuno arde dal desiderio di mostrare il suo talento. Essi stessi godono della propria arte ed elettrizzati dall’attenzione quasi religiosa dei propri ascoltatori, cantano superbamente, come non potrebbero cantare nel freddo nord.<br />
L’arte, l’inchino davanti alla bellezza è l’unica religione dei romani. “L’arte per l’arte”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> dicono, e ridono della letteratura “impegnata”.<br />
— Ogni volta che vogliamo esprimere la lotta spirituale dell’essere umano, le sofferenze religiose, l’amore per il prossimo, la critica ci mette in ridicolo e dice che imitiamo gli scrittori russi, — si lamentò con Irina una nota romanziera italiana<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.<br />
Dire a uno scrittore romano che la sua opera è pervasa di spirito cristiano significa offenderlo profondamente. Aspira a un’unica cosa: che i suoi versi o la sua prosa ricordino l’arte antica. L’autentico romano disprezza profondamente il Cristianesimo, e ai suoi occhi esso è innanzitutto la fede dei vili schiavi, e non di un essere umano bennato. Il romano è pagano e ne è orgoglioso. Per lui diciannove secoli sono passati inosservati. Roma con le sue antiche rovine e le sue antiche sante memorie lo tiene fortemente con le sue catene. Nel Nord Italia sono possibili altre fedi, altre idee, ma Roma era e rimarrà eternamente pagana.<br />
Con questо si spiega in parte anche quella forte impressione che essa produce su alcuni stranieri. Al mondo ancora adesso non sono pochi i pagani, e per loro la vita nei Paesi cristiani è difficile. Prendendo parte alle conversazioni sull’amore verso l’umanità, sul lavoro a beneficio del prossimo ecc., involontariamente si ritengono bugiardi e, da persone per bene, sono imbarazzati per l’inganno. Recandosi a Roma, che si dichiara apertamente pagana e non se ne vergogna, si sentono nel proprio elemento e spesso vi si stabiliscono per sempre.<br />
La cosa più comica è il fatto che tutto questo mondo pagano vive e prospera all’ombra del soglio papale. Ma il Papa non è mai stato agli occhi dei romani il primo sacerdote cristiano. Per loro egli resta come prima il Sommo Sacerdote, il Pontifex Maximus, e desiderano che tutti lo guardino con i loro occhi. I romani si spicciano a deludere qualsiasi straniero di indole religiosa, e deridono tutto quello a cui si inchina. Se uno straniero ritorna commosso dopo la preghiera sulla tomba di San Pietro, si affrettano a comunicargli che, conformemente ai dati storici, l’Apostolo Pietro non è mai stato a Roma e non si sa dove riposi. Quanto all’Apostolo Paolo e agli altri martiri cristiani, i loro resti mortali erano stati riesumati e sparpagliati già al tempo delle invasioni barbariche, e a Roma non è rimasto nulla di loro.<br />
I romani fanno dello spirito per quanto riguarda le proprie immagini miracolose, ridendo dei miracoli, raccontando aneddoti scabrosi su cardinali, sacerdoti, monaci e raffigurandoli in modo buffo sulla scena. Non a caso molti devoti pellegrini hanno perso la loro fede a Roma.<br />
Una delle credenze più profondamente pagane che si conserva nella società romana consiste nel timore degli iettatori, come lo pronunciano i romani, gli “ietatori”. Vivendo in Russia, Irina pensava che gli iettatori fossero temuti solo dall’incolto popolo napoletano. Quale fu il suo stupore, quando le capitò di imbattersi in questa paura nell’istruita società romana!<br />
Ogni volta che una persona dimentica di inchinarsi a qualcuno quando lo incontra o non lo invita alla sua serata oppure in generale lo offende in qualche modo, l’offeso si vendica, dandogli dello “ietatore” e la società immediatamente si allontana da lui con terrore. Alle serate (se trova una persona coraggiosa che lo invita da lui) il povero iettatore rimane da solo. Tutti lo evitano, tutti hanno paura di guardarlo e, cosa principale, Dio ci scampi, di sedersi accanto a lui. Nessuno va da lui, nessuno parla di lui, poiché perfino nominare il nome di uno iettatore può portare disgrazia.<br />
Solo una grandissima ricchezza e nobiltà può salvare dall’accusa di iettatura.<br />
La cosa dolorosa è che lo iettatore contagia con la sua influenza nefasta la moglie e i figli, e tutti li evitano spaventati. A Irina capitò di presenziare a una colazione a cui era stata per caso invitata la moglie di un simile iettatore. Due donne, che sedevano non lontano da lei, si ammalarono quel giorno stesso, una di un disturbo al fegato per lei usuale, l’altra di raffreddore, essendo uscita troppo presto dopo una grave influenza.<br />
Entrambe le malattie si potevano spiegare facilmente e nondimeno furono immediatamente attribuite alla povera donna, che da quel momento smisero di ricevere.<br />
Irina era meravigliata dal fatto che questa insensata superstizione la condividessero non solamente i romani, ma la maggioranza degli stranieri. Arrivati a Roma, subito ne erano contagiati e ne guarivano non appena uscivano dalla Città Eterna. Spiegare tale stranezza era possibile solamente con quella forte impressione, per molti irresistibile, che produce Roma. Vivendo nelle grandi città, la gente rimane per tutto il tempo nel XX secolo. Giungendo a Roma era costretta a vivere, al tempo stesso, in un mondo antico chiaramente e fortemente caratterizzato, con le sue stupende opere d’arte; nel non meno definito mondo medievale del Vaticano, delle chiese, dei monasteri e degli antichi palazzi; e infine nel mondo contemporaneo, ultra alla moda. Tutti questi mondi confluiscono insieme e nel corso di uno stesso giorno bisogna passare dall’uno all’altro. La mente umana non è in grado di combinare tutte questa epoche così differenti. L’essere umano perde temporaneamente il buonsenso ed è pronto a credere alle più incredibili sciocchezze.<br />
Un altro tratto pagano dei romani consiste nell’amore appassionato per la propria città. Allo straniero arrivatovi per la prima volta tutti fanno una sola domanda, sempre la stessa: gli piace Roma? Guai all’ingenuo forestiero che risponde negativamente! Con quale ira scintillano i neri occhi dell’offeso romano! Con quale disprezzo guardano il sempliciotto! Inutilmente egli si affretta a correggere il proprio errore, comunicando ingenuamente che in cambio gli piacciono molto Firenze oppure Venezia. Che cosa ha a che spartire il romano con quelle città? Nonostante le apparenze esteriori, l’Italia è costituita come un tempo da una moltitudine di Stati. L’amore per Venezia o per Napoli può solamente offendere un romano. E lo straniero cerca invano di spiegargli che non si può amare una città che non possiede la cosa principale, l’armonia. Dove su un’enorme superficie sono disseminati monumenti delle più diverse epoche e architetture; dove i nuovi edifici eretti dal governo sono in grado di portare una persona alle convulsioni, a tal punto essi feriscono spietatamente l’occhio con il loro candore e la loro novità sullo sfondo della vecchia città gialla. Invano lo straniero dice che, avendo nel suo Paese viali ampi e luminosi, gli ripugnano questi stretti corridoi tortuosi, tetri e umidi, dove si può a malapena scorgere, dopo aver sollevato la testa, una striscia di cielo azzurro. Che alla gente, abituata alle strade pulite, innaffiate con cura, dà fastidio quella polvere gialla, spessa e attaccaticcia, che si solleva a Roma quando c’è il minimo alito di vento.<br />
Il romano ascolta cupamente tutto questo, ma si rifiuta tenacemente di vedere le mancanze del suo idolo. Non lo consola la convinzione degli stranieri che Roma sia la città più originale del mondo e che ogni persona istruita sia tenuta a visitarla. Il romano esige amore verso la Cara Roma<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, questa ammirevole bellezza per cui è pronto a morire. E, ascoltando i romani, Irina invidiava questo amore appassionato che costringeva il popolo a bere, prima di partire, l’acqua della celebre Fontana di Trevi e a gettarvi del denaro per ritornare a Roma. Una sola nazione al mondo aveva creato una così poetica credenza!<br />
Grazie al proprio paganesimo, il romano è un padre tenero e un figlio rispettoso. Non comprendendo l’amore cristiano verso l’umanità, deridendolo come si fa con un’assurdità, dona alla famiglia tutto l’amore del suo cuore ardente. Per le feste si incontrano ovunque padri che tengono per mano i propri minuscoli figli agghindati, offrendo loro cioccolata e dolcetti nei caffè e conversando teneramente con loro. Oppure i giovani coniugi che passeggiano accompagnati dalla balia che tiene sul cuscino con aria d’importanza un bimbo di tre settimane, imbacuccato nel pizzo. Non lo nascondono lontano dagli occhi, nel retro della stanza, come si fa in altri Paesi. Dal momento della nascita il bimbo acquisisce i propri diritti e nei giorni di festa riceve gli ospiti in braccio alla nutrice.<br />
Ma se i romani amano e rispettano i propri bambini, non si abbassano però davanti a loro, non si trasformano giammai nei loro schiavi. I romani si inchinano ai propri genitori, vedendo in loro i principali rappresentanti della propria stirpe. A Roma non pochi vecchi padri e madri vivono in un palazzo, viaggiano con i propri equipaggi o automobili, mentre i loro figli abitano in piccoli appartamenti e vanno a piedi.<br />
A nessuno passa per la testa di privare di qualcosa i vecchi genitori a vantaggio proprio o dei propri figli, cosa che ahimè non di rado avviene in Russia. In questo amore per la stirpe, per la famiglia, è cresciuta e si è rafforzata tutta la Civiltà latina. Nei paesi nordici, che hanno ricevuto la propria civiltà attraverso il Cristianesimo, questo amore non è così forte. Il Cristianesimo non incoraggia stretti interessi familiari, al contrario esige che l’essere umano veda in tutte le persone i propri fratelli e sorelle. I romani rimangono sordi a queste richieste. Hanno conservato il loro antico carattere latino. A chiunque sia stato nei musei romani appare chiaro fino a qual punto gli antichi busti e statue siano simili ai loro discendenti contemporanei.<br />
Il romano è rimasto fedele alla passione pagana per lo splendore, il lusso, lo sfarzo. In nessun luogo si possono incontrare così tanti equipaggi privati come a Roma. Il romano che si rispetti non può andare a piedi. Ha bisogno di un equipaggio per passare sul Corso, per mostrarsi sul Pincio all’ora della passeggiata alla moda. Non ostentano l’eleganza della posa, bensì le ruote rosse e gialle, i tamburi e i valletti vestiti di chiaro. Entro profonde carrozze, le romane si muovono con enormi cappelli con le piume, coperte, anziché dal tradizionale plaid, da un’intera tigre o da un orso, le cui zampe ricadono sulle ruote.<br />
I prezzi al teatro Costanzi sono rovinosi. Una loggia costa 200 lire e ciò nonostante l’opera è sempre piena. A teatro si presentano in frac, in lussuosi abiti da ballo e brillanti.<br />
Lo stesso amore del sud per lo splendore si nota nelle toilette femminili. Le romane non si abbigliano, si mettono in costume con luminosi abiti scarlatti, gialli, verdi, cappellini dorati, boa dorati. Quasi su tutte si possono vedere collane, pettini, braccialetti a imitazione della lavorazione antica di cui si gloriano i gioiellieri romani. Una simile maniera di vestirsi sarebbe ridicola nel nord, ma si confà straordinariamente alle bellezze romane.<br />
Ma nonostante il paganesimo, la società romana appartiene comunque alla compatta e amichevole famiglia europea, da cui la Russia è divisa non da una sola linea di confine, ma da interi secoli di cultura. Irina osservò come una scrittrice straniera arrivata a Roma allo scopo di scrivere un racconto sulla vita romana, incontrasse appoggio e attenzione in tutti i circoli romani. Tutti la vollero aiutare, aprirono le porte chiuse, organizzarono incontri con persone interessanti per lei. Nessuno chiese se avesse talento e se il suo libro sarebbe stato tradotto in italiano. Aveva espresso il desiderio di lavorare e questo era sufficiente perché i romani le offrissero aiuto.<br />
Allo stesso modo aiutarono un americano, noto in Europa con il nome di “Re del libro” a fondare una biblioteca. Questo americano rappresenta il tipo più curioso del Nuovo Mondo. Nessuno sa dove vivesse e di cosa si occupasse in gioventù. Nacque, per così dire, a quarant’anni quando, creatosi una sostanza, attraversò l’oceano e dopo essere stato a Parigi, si rese conto di voler avere una biblioteca con le opere degli scrittori contemporanei, con la clausola che su ciascun libro non ci fosse solamente la firma dell’autore, ma anche la sua spiegazione di quello che voleva dire esattamente nella sua opera.<br />
La cosa più interessante di tutto era il fatto che l’intraprendente yankee era profondamente ignorante, non leggeva mai nulla e non conosceva nomi noti in tutto il mondo. In aggiunta: era estremamente privo di tatto, come la maggioranza dei suoi conterranei. Ma con la testardaggine americana, si rivolse a tutti, seccò tutti, e riuscì davvero a raccogliere una biblioteca molto interessante. Questa doveva rimanere per sempre in America e ciò nonostante, quando egli fece la sua apparizione a Roma, tutti cominciarono a mettere insieme elenchi di scrittori italiani e organizzargli degli incontri letterari.<br />
Osservando questo aiuto amichevole, Irina si ricordò senza volere della sua patria. Ahimè! Là le cose andavano diversamente. A esclusione di una piccola cerchia di persone educate all’europea, gli altri si presentavano come degli orsi pigri e incolti, che per tutta la vita se ne stavano sdraiati nelle proprie tane, leccandosi la zampa, sputando di rado verso il governo, e guai a chi avesse voluto uscire dall’amato far niente nazionale, osando avere la propria idea e esprimendo il desiderio di lavorare su di essa. Quale ululato si leva da tutte le tane! “Come!” — bruiscono gli orsi — “rinunciare all’ozio, alla noia, al sempiterno piagnucolio russo! Оh, tradimento! Оh, inganno! Che sia coperto d’ignominia! Che sia fatto fallire!&#8221;<br />
L’intelligente Europa aveva compreso da tempo che qualsiasi lavoro, anche microscopico, unito ad altri lavori simili, dà come risultato un’opera enorme, utile a tutto il mondo. Ahimè! Passerà ancora molto tempo prima che gli stupidi orsi russi comprendano questo pensiero tanto semplice.<br />
A Irina le italiane piacquero particolarmente. Queste dolci donne non conoscono né capricci né nervi. Sono gentili e affabili, fanno facilmente amicizia e sono pronte ad aiutare qualsiasi straniero. Nelle serate romane Irina non incontrò mai quei visi allarmati che le capitava si vedere tra le fanciulle pietroburghesi.<br />
— Troverò l’uomo amato, avrò una famiglia, mi toccherà la mia parte di felicità? — domandano i loro visi pallidi e dolenti.<br />
La ragazza italiana è allegra e buona. Gioisce per il sole, i fiori, la propria primavera. Non ha nulla da temere per il suo futuro: per ogni italiano l’amore è indispensabile come l’aria e non può vivere senza di esso. Non è l’infelice pietroburghese, che cerca di spremere con zelo almeno una goccia d’amore dal suo cuore di ghiaccio e così muore pure, senza sapere che cos’è.<br />
Irina si stupiva del proprio innamoramento per la società italiana. Slava, con un’altra lingua, altre credenze, qui si sentiva a casa. Irina ricordava come la irritassero le serate pietroburghesi e con quale amara sensazione di insoddisfazione rientrasse da esse. Qui, in queste sensuali riunioni, in mezzo a musica appassionata, canto, recitazione, Irina si deliziava con tutto il suo essere. Respirava felicemente, uscendo nella tiepida aria notturna e sperimentava quella contentezza e quel languore, che sperimenta il viaggiatore stanco dopo un bagno tiepido e odoroso. “Questo come si spiega?” chiedeva con stupore a se stessa Irina. Ahimè! Come la maggioranza della gente, Irina non comprendeva se stessa. Non sospettava nemmeno che da molto tempo, dalla sua stessa infanzia, era semplicemente pagana. Ma se il paganesimo dei romani si spiegava con l’ereditarietà, la perseverante pluriennale venerazione nei confronti del mondo antico, come davanti a una cultura superiore, invece in Irina, cresciuta in condizioni diverse, il paganesimo era un fenomeno morboso. Come le persone malate di paralisi progressiva ritornano gradualmente alla belva primitiva, così ogni persona psichicamente malata non solo non può fare progressi, ma non è nemmeno in grado di mantenersi allo stesso livello dei propri contemporanei: inevitabilmente tornerà indietro alla civiltà precedente.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>     La Dostoevskaja scrisse, qualche anno più tardi, una lettera a d’Annunzio chiedendo il suo aiuto per pubblicare in Italia la biografia del padre. [N.d.T.]</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>     Ovvero il motto latino ars gratia artis. [N.d.T.]</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>     Si tratta certo di Grazia Deledda, che la Dostoevskaja conobbe in occasione del suo soggiorno romano. [N.d.T.]</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>     In italiano nel testo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-94911" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi.jpg" alt="" width="350" height="497" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi.jpg 439w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi-150x213.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi-300x426.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/EMIGRANTE-foto-Ljubov-Parigi-295x420.jpg 295w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a></p>
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<p><em>NdR: questo è il tredicesimo capitolo del romanzo &#8220;L&#8217;emigrante &#8211; Tipi moderni&#8221; della Ljubov&#8217; F. Dostoevskaja, tradotto da Marina Mascher, e pubblicato con testo russo a fronte (2019) dalla <a href="https://www.rus-bz.it/it/">Associazione Culturale Rus&#8217;</a>, in occasione del 150° della nascita della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ljubov%27_Dostoevskaja">scrittrice</a>. Il volume può essere richiesto tramite la sezione &#8220;contatti&#8221; del sito dell&#8217;associazione, che gentilmente autorizza la pubblicazione dell&#8217;estratto. La fotografia della Dostoevskaja, che fa parte dell&#8217;iconografia del libro, è di van Bosch (Parigi).</em><br />
<em>Qui di seguito l&#8217;introduzione di Natal&#8217;ja A</em>šimbae<em>va, direttrice del <a href="http://eng.md.spb.ru/">Museo F.M, Dostoevkij di San Pietroburgo</a>.</em></p>
<p>Il 26 settembre 2019 ricorrono i 150 anni dalla nascita di Ljubov’ Fëdorovna Dostoevskaja (1869-1926), scrittrice russa, figlia del grande Fëdor Dostoevskij. Per questa data l’Associazione Rus’  ha curato l’edizione del romanzo <em>L’emigrante</em> (<em>Èmigrantka</em>, 1912), che, al pari delle altre opere in prosa di Ljubov’ Dostoevskaja, è praticamente sconosciuta ai lettori. Tra i contemporanei esse suscitarono interesse esclusivamente perché furono scritte dalla figlia di Dostoevskij. Il suo nome raggiunse la notorietà solamente dopo la pubblicazione del libro di memorie <em>Dostoevskij nei ricordi di sua figlia</em> (prima pubblicazione, in lingua tedesca, nel 1920).<br />
La vita di Ljubov’ Dostoevskaja si è in gran parte svolta sotto l’influenza del padre, accanto a cui ella trascorse gli anni della sua felice infanzia e che rimase per sempre un’enorme autorità per lei. Nelle sue novelle e nei suoi racconti Ljubov’, come seguendo le opere di Dostoevskij, tratta costantemente di problemi etici e religiosi, di discussioni sulla Russia e l’Europa. Tuttavia questi temi assumono il carattere di opinioni puramente personali delle sue eroine autobiografiche, vale a dire della stessa Ljubov’ Dostoevskaja, ma si rivelano essere addirittura l’opposto dei pensieri e delle convinzioni di Fëdor Dostoevskij.<br />
L’eroina di <em>Èmigrantka</em>, Irina, ammira il modo di vivere europeo, esprimendosi costantemente in modo negativo sulla Russia, come su di un paese barbaro. Si accinge a passare dall’ortodossia al cattolicesimo, e solamente l’incontro con il possidente russo Gžatskij, che l’avvince con il sogno di una felice vita familiare, manda a monte il progetto di farsi suora in uno dei conventi cattolici. Attraverso i ragionamenti di Irina sembra trapelare una polemica interiore con Dostoevskij, un dialogo occulto. Ljubov’ Dostoevskaja non diventò una seguace, un’adepta delle convinzioni del proprio padre, ma la sua immagine, il suo ricordo furono costantemente presenti nella sua vita e nella sua opera. L’eroina di <em>Èmigrantka</em> si ricorda dell’infanzia, della messa in una piccola cittadina russa, e in questi ricordi si riconoscono dei particolari della vita di Ljubov’ stessa a Staraja Russa. I romanzi e i racconti di Ljubov’ Dostoevskaja, benché non possano essere paragonati alle opere di suo padre, custodiscono una propria quieta rilevanza letteraria.<br />
Il romanzo <em>Èmigrantka</em> è disseminato di descrizioni della vita italiana, dei quartieri poveri di Roma e dei suoi monumenti antichi, di cattedrali e monasteri. Queste pagine sono scritte in maniera vivace e interessante. Ljubov’ Dostoevskaja era dotata di un indubbio, seppur non grande, talento letterario, di spirito d’osservazione, di amore per l’arte. Quasi 13 anni della sua vita sono stati legati all’Italia. La tormentata vita di Ljubov’ Dostoevskaja terminò nella piccola località alpina di Gries, un sobborgo di Bolzano. Nel cimitero comunale si conserva la sua tomba. Sul monumento funerario si può leggere questa scritta: “Aimée Dostoevskaja — scrittrice russa”.<br />
Un grazie all’Associazione Rus’, che perpetua la memoria dei russi in Alto Adige. Tra di essi uno dei nomi più importanti è quello di Ljubov’ Dostoevskaja.</p>
<p>Natal’ja Ašimbaeva</p>
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		<title>Cosa sta succedendo nel Caucaso: Azeri, Armeni, ma anche altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 10:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Di Maggio (Volentieri pubblico questa mia intervista – condotta in collaborazione con Kika Bohr – a Franz Di Maggio a proposito del recente conflitto nella regione caucasica. a.s.). Di una guerra parliamo. Ma “Non esistono guerre giuste” proclama perfino Papa Francesco nella sua ultima enciclica “Tutti Fratelli”. Vogliamo in questo caso dargli torto? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Di Maggio</strong></p>
<p>(Volentieri pubblico questa mia intervista – condotta in collaborazione con Kika Bohr – a Franz Di Maggio  a proposito del recente conflitto nella regione caucasica. a.s.).</p>
<p><em>Di una guerra parliamo. Ma “Non esistono guerre giuste” proclama perfino Papa Francesco nella sua ultima enciclica “Tutti Fratelli”. Vogliamo in questo caso dargli torto?</em><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno.jpg" alt="" width="873" height="566" class="aligncenter size-full wp-image-86641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno.jpg 873w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-250x162.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-200x130.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-160x104.jpg 160w" sizes="(max-width: 873px) 100vw, 873px" /><br />
«Certo che no. A maggior ragione, se ce ne fosse bisogno, se si analizza con onestà intellettuale l’assurda contesa della regione del Nagorno Karabakh, nel Caucaso, detta Artsakh degli autoctoni di etnia armena. Leggiamo in questi giorni fantascientifiche ricostruzioni copiate e incollate da comunicati ufficiali del regime azero, regime che, notoriamente, attua un controllo capillare sulla totalità dell’informazione e dei media azeri. Come riportato da prestigiosi e indipendenti indici internazionali, il regime azero è tra i più liberticidi e autoritari al mondo e il presidente azero Ilham Aliyev, dopo aver ereditato il potere dal padre, è giunto al terzo mandato presidenziale consecutivo con l’85% dei voti.»</p>
<p><em>Ma cosa ha portato al conflitto armato?</em></p>
<p>«In realtà si tratta dello strascico di una mai risolta contesa, culminata all’inizio degli anni ‘90 del ventesimo secolo nella lotta per l’autodeterminazione del popolo karabaghzi dalla dominazione azera<br />
Questa contesa alla base del conflitto è stata, durante tutta la dominazione sovietica, il negato esercizio del diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno-Karabakh dall’Azerbaijan, a quei tempi Repubblica Socialista Sovietica. Si trattava, allora come oggi, di ribellione a un sopruso che nel 1921, su iniziativa di Iosif Stalin, all’epoca Commissario per le Nazionalità, annetteva la regione, storicamente armena (lo testimonia Erodoto, Storie, libro VII, cap. 73, nel V secolo a.C.) e a maggioranza armena, come enclave dell’Azerbaijan con tutte le conseguenti discriminazioni di Baku nei confronti degli armeni nel Nagorno-Karabakh. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, incoraggiati dalla relativa libertà di espressione introdotta da <em>glasnost </em>e <em>perestrojka </em>in Unione Sovietica, gli armeni del Nagorno-Karabakh ribadirono il loro diritto all’autodeterminazione (si veda la Carta delle Nazioni Unite) con un referendum per l’indipendenza svoltosi regolarmente il 10 dicembre del 1991, secondo le modalità sancite dalle leggi vigenti e dalla costituzione dell’Urss. Al referendum seguì una vera e propria invasione militare da parte dell’Azerbaijan contro il Nagorno-Karabakh. Per più di un anno la popolazione civile di Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, fu sotto il fuoco diretto di missili Grad e sottoposta a bombardamenti con bombe a grappolo dall’aviazione azera. Il ruolo dell’Armenia nella fase armata del conflitto, in mancanza di forze internazionali di interposizione, era quello di protezione dei civili nonché di assistenza umanitaria, economica e diplomatica; invece, nelle operazioni militari erano coinvolte le forze armene di autodifesa del Nagorno-Karabakh. Il 5 maggio del 1994 fu firmato l’accordo di Bishkek, da tre parti: l’Armenia, l’Azerbaijan e la Repubblica del Nagorno Karabakh.<br />
Il regime Aliyev ha poi confezionato una «verità» armenofoba e finora i dissidenti azeri che hanno contestato tale «verità» sono stati arrestati o uccisi. Tutto questo, in aggiunta all’uso dei civili come scudo, rende le responsabilità criminali azere ancora più evidenti.»</p>
<p><em>Perché si è arrivati alla ripresa degli scontri armati?</em></p>
<p>«L’Azerbaijan si è più volte rifiutato di negoziare direttamente con il governo democraticamente eletto del Nagorno-Karabakh e ha rimandato al mittente le proposte OSCE sul ritiro dei cecchini dalla linea di contatto e sulla messa a punto di un meccanismo congiunto per indagini sulle violazioni del regime di tregua. L’Armenia invece era determinata ad arrivare a una soluzione negoziata del conflitto, soluzione che escludeva alla base l’utilizzo dello strumento militare per la composizione finale. Posizione questa condivisa dalla comunità internazionale e richiesta alle parti in conflitto.<br />
Stiamo parlando – voglio ricordarlo – del confronto tra un regime dittatoriale che si perpetua (la famiglia Aliyev) da una parte, e dall’altra il diritto di autodeterminazione di un popolo che ha meritato la propria indipendenza non con le armi, ma attraverso processi politici pluralistici e istituzioni democratiche. Questa è la migliore prova di esistenza dello Stato che è la Repubblica del Nagorno-Karabakh e la risposta a coloro che lo giudicano uno “Stato che non c’è”.»</p>
<p><em>La distruzione di questo “Stato” sarebbe in linea con la visione nazionalista e autoritaria portata avanti dall’attuale regime turco? </em></p>
<p>«Certamente. La realizzazione di quel grande stato “panturchico” dal Caspio al Mediterraneo, sulla strada del quale si trova, lo scomodo, innocente e già sottoposto a genocidio popolo armeno. Come nel 1915 ci chiediamo se la comunità internazionale possa restare cieca e sorda a quanto accade in Artsakh e anche se gli attori di questo conflitto, non voluto dagli armeni e tantomeno dal popolo karabaghzi, debbano rimanere quelli regionali con l’entrata in campo delle due forze che nel medio Oriente e nel nord Africa decidono ogni conflitto: Turchia da una parte e Russia dall’altra.»</p>
<p><em>La Russia sembra voler giocare di anticipo. I ministri degli esteri azeri e armeni sono stati convocati a Mosca. Cosa si vuole ottenere?</em></p>
<p>«Sono comprensibili le preoccupazioni russe. Da una parte ci sono le basi militari russe in Armenia. Dall’altra il petrolio azero. E i turchi che continuano il loro progetto espansionistico verso oriente. Ma non dimentichiamoci gli altri attori del territorio. Se Israele ha fornito irresponsabilmente armi agli azeri, diventa complice di questa nuova ferita. Assurdo che un governo nato da un genocidio come quello ebraico, appoggi i fautori di un nuovo genocidio. Israele deve chiarire immediatamente la sua posizione e interrompere i flussi di armi verso l’Azerbaijan. Anche il governo italiano deve smarcarsi. Di Maio deve sapere che quando stringe la mano del ministro degli esteri turco, stringe una mano sporca di sangue. Il governo turco sta usando contro i suoi stessi cittadini di etnia curda e yezidi i jihadisti mercenari. E ora li sta indirizzando contro gli armeni, ma in un territorio non turco, ma “amico”.  Anche l’Iran dopo aver rispettato per oltre un millennio accordi tra gli antichi dominatori persiani e i principi armeni delle montagne del Artsakh deve chiarire la sua posizione. Ovvio che il petrolio azero e la posizione geo-politica della Turchia spostano interessi pesanti. Infine attenzione alla Cina, che guarda a queste tensioni con interesse, dato che il progetto panturchico dovrà prima o poi confrontarsi con le mire cinesi nei territori sulla via della seta come Uzbekistan e Kirghisistan. Insomma, un panorama molto preoccupante, col rischio di una balcanizzazione del conflitto evidente.»</p>
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		<title>LO SGOMBRO E&#8217; IL PESCE DEL FUTURO Cronache da altrove</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Sep 2018 05:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Anna Tellini</b><br /><br />Non ci potrei giurare, ma l'ho capito quel giorno, direi, di essere davvero tornata a casa. Che poi sarebbe il giorno di due soste a modo loro memorabili, in due località che per l'occasione ho diligentemente annotato, intanto perchè non capita sempre – di tornare a casa, intendo; e poi perchè a nessuno, scommetto, verrebbe in mente altro che scordarle al più presto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><figure id="attachment_75817" aria-describedby="caption-attachment-75817" style="width: 736px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/lo-sgombro-è-il-pesce-del-futuro.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/lo-sgombro-è-il-pesce-del-futuro.jpg" alt="" width="736" height="398" /></a><figcaption id="caption-attachment-75817" class="wp-caption-text">09.09.2018<br />&#8220;Lo sgombro è il pesce del futuro!&#8221; <br />Comunisti di Russia</figcaption></figure></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center">di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Ti risvegli e ancora dinanzi a te si stendono i campi e la steppa:<br />
non c&#8217;è nulla in alcun luogo, solo una vasta, desolata solitudine.</em><br />
Nikolaj Vasil&#8217;evič Gogol&#8217;, <em><strong>Anime morte</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>In viaggio tutto può venir utile. […] Tutto può venir buono.<br />
Cosa c&#8217;è là? Della corda? Dammi anche la corda;<br />
anche la corda può servire in viaggio.</em><br />
Nikolaj Vasil&#8217;evič Gogol&#8217;, <em><strong>Il revisore</strong></em></p>
<p>&nbsp;<br />
Non ci potrei giurare, ma l&#8217;ho capito quel giorno, direi, di essere davvero tornata a casa. Che poi sarebbe il giorno di due soste a modo loro memorabili, in due località che per l&#8217;occasione ho diligentemente annotato, intanto perchè non capita sempre – di tornare a casa, intendo; e poi perchè a nessuno, scommetto, verrebbe in mente altro che scordarle al più presto.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75836" aria-describedby="caption-attachment-75836" style="width: 710px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg" alt="" width="710" height="947" class="size-full wp-image-75836" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/1-stazione-servizio-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75836" class="wp-caption-text">Stazione di servizio, attraversando la steppa</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Invece io con precisione chirurgica sono in grado ora di testimoniare che a Perevoloki, villaggio dell&#8217;<em>oblast&#8217; </em>di Samara, come dai più paventato una gomma del nostro autobus ha infine ceduto proiettando noi, turisti di belle speranze, sull&#8217;asfalto inospite e polveroso di un&#8217;autofficina da cui salvarci affollando la contigua tavola calda, dove festanti infrangemmo l&#8217;austera disciplina alimentare che da giorni ci sosteneva, ma non la quotidiana conferenza dell&#8217;accompagnatore culturale di cui molto e legittimamente menavamo vanto e che, indifferente alle avverse circostanze, in quella location fuori dalla norma una volta dispostici noi in cerchio ha continuato a illuminarci sulla ricchezza storica e umana, per non dire sulla imprevedibilità, di quell&#8217;angolo di Russia che da Kazan&#8217; a Rostov stavamo attraversando e che nella mia mente vivevo come la sua parte androgina in cui l&#8217;Asia ha fatto irruzione nell&#8217;Europa con i relativi rovelli sulla reale appartenenza all&#8217;uno o all&#8217;altro universo e col corollario di eurasisti e compagni e con l&#8217;immagine ejzenštejniana – per me decisiva – di Ivan il Terribile che stringe d&#8217;assedio le bianche mura della capitale dei tatari&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<center><img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/4-ivan.gif"/>&nbsp;&nbsp;<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/3-ivan.gif"/><br />
<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/2-ivan.gif"/>&nbsp;&nbsp;<img class="alignnone" style="border:3px solid #000000;" src="http://www.suave-est-nus.org/1-ivan.gif"/><br />
<small>&nbsp;<br />
da <em><strong>Ivan il Terribile</strong></em> di <strong>Sergej Michajlovič Ėjzenštejn</strong> [1944]<br />
&nbsp;</small></center><br />
Per prendere la quale lo zar volle nei pressi una città fortezza che fosse d&#8217;appoggio per l&#8217;esercito, e la volle nella vicina isola di Svjažsk, e dopo un anno Kazan&#8217; fu presa, e l&#8217;isola si fece luogo ideale di vita monastica, poi travolta dal Gulag col suo corollario di monasteri distrutti e poi in parte ricostruiti, che però la guida locale, Aleksandr per la cronaca, fu riottosa a mostrarci, attenta piuttosto a convogliarci alle bancarelle di souvenir&#8230;<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75859" aria-describedby="caption-attachment-75859" style="width: 539px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg" alt="" width="539" height="718" class="size-full wp-image-75859" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-200x266.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Isola-di-Svjazsk-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 539px) 100vw, 539px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75859" class="wp-caption-text">Isola di Svjazsk</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Ma della nostra lotta di turisti acculturati in difesa delle nostre legittime aspettative, e anche un po&#8217; stravolti dalle troppe case-vacanza dei nuovi ricchi post-sovietici che assediano quest&#8217;area così ricca di storia, un&#8217;altra volta casomai, perchè presto fummo presi dallo spettacolo di due altre mirabilia dei dintorni, entrambe incompatibili se vogliamo tra di loro, e anche con l&#8217;ambiente, ossia il  “tempio di tutte le religioni” e ⇨ <a href="http://www.innopolis.com/en/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Innopolis</strong></a>, di cui ero, confesso, completamente all&#8217;oscuro. E se il primo, incompiuto, mi rende ancora insofferente con quell&#8217;aria new age un po&#8217; così, sulla seconda – non c&#8217;è altra città nella storia moderna russa ad essere stata costruita completamente da zero – mi consento parallelismi arditi: Innopolis come Sankt Piter Bourkh! Create entrambe con un atto di imperio su uno spazio incredibilmente piatto, orizzontale, entrambe denominate con suoni stranieri e pensate come il centro della ragione, delle scienze, della cultura, sotto il segno di una modernizzazione concepita e imposta rigidamente dall&#8217;alto &#8230;<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75838" aria-describedby="caption-attachment-75838" style="width: 710px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg" alt="" width="710" height="533" class="size-full wp-image-75838" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Kazan-tempio-di-tutte-le-religioni-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75838" class="wp-caption-text">Kazan&#8217;, tempio di tutte le religioni</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Ma tornando coi piedi per terra, e per la precisione alle due soste a modo loro memorabili, è stato nella seconda che qualche ora dopo, in località Oktjabr&#8217;sk, sulla strada che da Syzran&#8217; conduce a Balakovo, quella sensazione antica e familiare di un incongruo pronto a farsi metafisico  mi ha definitivamente inondata al cospetto di un “Audaces Fortuna Juvat” in primo piano sul basamento di un leone di gesso (cemento bianco?) con la zampa sulla canonica sfera e, sullo sfondo, l&#8217;indicazione “toilette”, che poi è quella che cercavamo, ignari ancora di quell&#8217;iperbolico cortocircuito di senso e anche dell&#8217;orgoglio patrio che quella citazione latina ci avrebbe comunque indotto, a dispetto della sua evidente sconnessione da tutto e da ogni cosa.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75839" aria-describedby="caption-attachment-75839" style="width: 691px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg" alt="" width="691" height="518" class="size-full wp-image-75839" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-250x187.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/2-stazione-di-servizio-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75839" class="wp-caption-text">Stazione di servizio chissà dove, in primo piano iscrizione latina, in secondo piano, sulla destra, toilette.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
Alla luce di tutto questo, e considerata la mia non disprezzabile sintonia con l&#8217;assurdo quotidiano di lì, ora, ripensandoci, non mi capacito di come la mia coda dell&#8217;occhio abbia potuto trasmettermi una sorta di trasalimento nel veder asserito – per l&#8217;esattezza sulla rotabile per Mosca, accanto alla fermata “Avtovokzal”, lasciando Ul&#8217;janovsk per Samara – su un cartellone, a firma dei Comunisti di Russia, un apodittico “Lo sgombro è il pesce del futuro”.<br />
&nbsp;<br />
<center><figure id="attachment_46129" aria-describedby="caption-attachment-46129" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.suave-est-nus.org/sgombri.gif"><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/sgombri.gif" alt="" width="640" height="359" /></a><figcaption id="caption-attachment-46129" class="wp-caption-text">Scomber Scombrus (скумбрия)</figcaption></figure></center><br />
&nbsp;<br />
<center>Florilegio sommario della mia istantanea e trafelata ricerca internettiana:<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Perchè proprio lo sgombro, e non il tonno o il delfino, su questo attualmente si stanno spaccando la testa i russi</em></strong><br />
(24tv.ua)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Lo sgombro dei miei sogni. Come lo sgombro di Ul&#8217;janovsk si è “candidato” alle elezioni</em></strong><br />
(360tv.ru)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Dove sta andando lo sgombro dei comunisti russi?</em></strong><br />
(ulpravda.ru)<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>L&#8217;ingrandimento del pene, lo sgombro e la sexy-candidata. Come a un mese dalle elezioni a Ul&#8217;janovsk la campagna si è trasformata in un calembour</em></strong> <br />
(dailystorm.ru)</center><br />
&nbsp;<br />
e via elencando, e variamente argomentando. Ricordati alcuni legittimi interrogativi<br />
&nbsp;<br />
<strong><em>Perchè proprio lo sgombro? Non la trota, non lo storione attualmente raro, non la popolare aringa?,</em></strong><br />
&nbsp;<br />
seguiti da considerazioni assennate:<br />
&nbsp;<br />
<center><strong><em>oggi con convinzione si può dichiarare che “il soffione è la pianta del futuro”, “il criceto siberiano è la bestia del futuro”, “l&#8217;albanella delle paludi è l&#8217;uccello del futuro”</em></strong><br />
(ulpravda.ru)</center><br />
&nbsp;<br />
io però mi voglio concentrare su un&#8217;intervista del 13 agosto scorso ad Il&#8217;ja Michajlovič Ul&#8217;janov, uno dei leader dei “<strong>Comunisti di Russia</strong>”:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Il&#8217;ja Michajlovič, perchè lo sgombro è il pesce del futuro?” / “Lo sgombro è un pesce antico. Lo sgombro c&#8217;era prima di noi, lo sgombro ci sarà anche dopo di noi. L&#8217;umanità è destinata a perire, ma lo sgombro ci sarà. E&#8217; il pesce del futuro”</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
col che in questa fantasmagorica creatura il passato si sporge in un presente corroso dal dubbio, ed è Gogol&#8217; che dilaga, è la sua iperbole che l&#8217;ha vinta – lo sgombro come il chlestakoviano cocomero da settecento rubli  -, in un vortice di sbandamenti nervosi in cui il grottesco distrugge la norma e le proporzioni, e si riaffaccia puntuale il tema puškiniano della tristezza sulla Russia, in un va e vieni di riso e di amarezza:<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>“vogliamo che lo slogan diventi una sciarada intellettuale: dove siamo, dove andiamo e cosa vedremo nel futuro?” </p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center>////////////////////////////</center><br />
&nbsp;<br />
E infine, e per tirare un po&#8217; il fiato:<br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>INTIMITA&#8217;</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Lasciato il gruppo a Širjaevoselo, sto scivolando sulla Volga verso Samara, e sento che la mia fusione col mondo si fa così totale che ho paura che gli altri, sul battello, mi accusino di oscenità<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75840" aria-describedby="caption-attachment-75840" style="width: 783px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg" alt="" width="783" height="588" class="size-full wp-image-75840" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga.jpg 783w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/volga-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 783px) 100vw, 783px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75840" class="wp-caption-text">In battello sulla Volga.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>GRATITUDINE</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Stalingrado, il Memoriale<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75844" aria-describedby="caption-attachment-75844" style="width: 449px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg" alt="" width="449" height="599" class="size-full wp-image-75844" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado.jpg 449w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Palazzo-distrutto-Stalingrado-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75844" class="wp-caption-text">Palazzo distrutto durante la battaglia di Stalingrado.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 1</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Chissà quanti anni ho mentre, ipnotizzata, fotografo – così vicina da poterlo toccare – un sontuoso fior di loto del delta della Volga<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75845" aria-describedby="caption-attachment-75845" style="width: 718px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg" alt="" width="718" height="539" class="size-full wp-image-75845" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Fiori-di-loto-nel-delta-della-Volga-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75845" class="wp-caption-text">Fiori di loto nel delta della Volga.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 2</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
A Elista, la gentilissima commessa calmucca di un negozio che vende abiti italiani stenta a credere che noi, davvero, siam voluti andare fin là<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75846" aria-describedby="caption-attachment-75846" style="width: 718px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg" alt="" width="718" height="539" class="size-full wp-image-75846" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista.jpg 718w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Elista-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75846" class="wp-caption-text">Elista</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 3</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
A Ul&#8217;janovsk, il direttore dell&#8217;agenzia turistica locale insiste che dobbiamo per forza essere tutti comunisti, visto che vogliamo visitare il museo Lenin, e per giunta nel giorno di chiusura<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75847" aria-describedby="caption-attachment-75847" style="width: 737px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg" alt="" width="737" height="553" class="size-full wp-image-75847" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin.jpg 737w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Il-letto-dove-è-nato-Lenin-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 737px) 100vw, 737px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75847" class="wp-caption-text">Il letto dove è nato Lenin.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>ESOTISMO 4</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Nel rettilineo senza sbavature che da Astrachan&#8217; ci sta portando ad Elista, a risvegliarci dal torpore è la crosta di sale a perdita d&#8217;occhio lasciata da un lago evaporato<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75849" aria-describedby="caption-attachment-75849" style="width: 416px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg" alt="" width="416" height="555" class="size-full wp-image-75849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale.jpg 416w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Distesa-di-sale-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75849" class="wp-caption-text">Distesa di sale (lago evaporato. Attraversando la steppa)<br />e ombra di Anna.</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>GROTTESCO</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
Al mio occhio addestrato in epoca sovietica provoca una stupefatta esultanza, all&#8217;interno dell&#8217;antico mercato coperto di Saratov, quell&#8217;inarrestabile profluvio di carni pesci scatolame e frutta e alimentari di ogni tipo che dice che sì, è vero, certe memorie forse andrebbero accantonate<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_75850" aria-describedby="caption-attachment-75850" style="width: 725px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg" alt="" width="725" height="504" class="size-full wp-image-75850" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto-.jpg 725w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--250x174.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--200x139.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Saratov-mercato-coperto--160x111.jpg 160w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a><figcaption id="caption-attachment-75850" class="wp-caption-text">Saratov, mercato coperto (1914 e 1915 sulla facciata)</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong><em><u>L&#8217;INESPRIMIBILE</u></em></strong><br />
&nbsp;<br />
All&#8217;uscita da una chiesa di Vecchi Credenti, a Rostov, una custode vestita come ai tempi che furono ci invita a tornare, l&#8217;indomani, “così, per stare un po&#8217; insieme”:<br />
&nbsp;<br />
<center><strong><em>Venite, mi raccomando, ci sarà anche da mangiare&#8230;!</em></strong></center><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
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<p><img loading="lazy" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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