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	<title>Saddām Husayn &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>POTERE DI MORTE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 11:51:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Mi vien sempre da dire non ho parole in queste occasioni, eppure bisogna farsi forza e stare attenti, le parole ci sono e vanno scelte con cura, malgrado l’onda dell’emozione degli avvenimenti. Mi riferisco alla cattura e all’uccisione di Mu’ammar al-Qadhdhāfī avvenuta ieri. Mi vengono in mente subito altri strazi che hanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/notte-buia.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-40433" title="notte buia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/notte-buia.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a><br />
Mi vien sempre da dire <em>non ho parole</em> in queste occasioni, eppure bisogna farsi forza e stare attenti, le parole ci sono e vanno scelte con cura, malgrado l’onda dell’emozione degli avvenimenti. Mi riferisco alla cattura e all’uccisione di <strong>Mu’ammar al-Qadhdhāfī</strong> avvenuta ieri. Mi vengono in mente subito altri strazi che hanno invaso le nostre vite e i nostri giornali altri episodi di quella ferina disumanità cui ci stiamo pericolosamente abituando. Ma poi perché dico <em>disumanità</em>? Questa è piena e conclamata umanità, cari e non cari esseri umani tutti consanguinei miei, quella che proviene dagli abissi delle antiche vicende, di cui non sappiamo che brandelli, quella che evoca Anita Seppilli quando scrive «e noi crediamo di vivere nell&#8217;oggi: ma l&#8217;oggi è nulla, o quasi nulla di fronte alla potenza di un remotissimo passato, che ci attanaglia e domina i nostri pensieri»  quella ancora intrisa della ferocia che proviene direttamente ‒ ed etimologicamente ‒ dal nostro lontano, ma non poi così tanto, passato di fiere.<br />
<span id="more-40432"></span><br />
Solo che la razionalità, o quelle parvenze ‒ in verità spesso più di superficie che di fondo ‒ di altro modo di procedere nella vita che chiamiamo talvolta orgogliosamente razionalità arricchisce la nostra ferocia, di speciali orpelli.<br />
Faccio fatica a ripassarmi un elenco di quegli strazi, analoghe indifendibili esecuzioni, da <strong>Nicolae Ceaușescu</strong> a <strong>Ernesto Guevara de la Serna</strong>, che accostamento inopportuno, direte voi, inopportuno sì per quel che riguarda l’ispirazione ideale delle vittime, non però per il livello di ferinità degli esecutori. Così come potremmo aggiungere il nome di <strong>Benito Mussolini</strong>, ucciso anch’egli a freddo dopo la cattura e dileggiato per giunta anche da cadavere.<br />
Forse il processo farsa a <strong>Saddām Husayn</strong> del 2006 fu pratica migliore? Non saprei davvero, semplicemente forse la ferocia fu trasportata in un tribunale e avvolta dal manto rassicurante della giustizia, nulla più. Per non parlare del recente ammazzamento di <strong>Osāma bin Lāden</strong>, o delle innumeri uccisioni “minori”, ovvero meno note, che in ogni istante sono probabilmente perpetrate dai “servizi” di questo o di quel paese, spesso additato come culla di libertà, in violazione flagrante e continua di qualsiasi supposta legalità.</p>
<p>Faccio anche fatica a immaginarmi, per quel che ne traspare dai racconti enfatizzati da giornali e da tutta la rete, gli ultimi momenti del dittatore libico, il ferimento, il suo chieder clemenza e gli spari, ma mi ferisce l’immagine che pur è difficile non vedere in questi giorni, ma che tendo istintivamente ad allontanare dai miei occhi, del ragazzetto che agita la pistola d’oro che si dice appartenesse all’ucciso, il ragazzetto che forse ha sparato, chissà, che spera magari solo di intascare in questo modo i venti milioni di dollari sonanti della taglia ‒ ai tempi della conquista del Far West le somme erano minori ma il meccanismo era lo stesso, “vivo o morto”‒ e che certo nulla sa delle ragioni di politica internazionale che hanno portato e favorito la caduta del regime, povero strumento nelle mani di chi esattamente non solo lui ma neppure noi sapremo forse mai.</p>
<p>Già comunque mi immagino tutti i commenti dei benpensanti e anche di tutte le brave persone che citano in queste occasioni gli “adagi della saggezza popolare” tipo “chi è causa del suo mal &#8230;”, o in alternativa “chi di spada ferisce &#8230;”, o quelli che diranno “meglio così anche per lui che non un lungo e faticoso processo all’Aia” insomma che cercheranno di vedere il buono e l’inesorabile procedere della storia, che, si sa, è maestra di vita, e dunque non c’è più da stupirsi di nulla, signora mia, se l’era voluta.</p>
<p>Mi immagino, da ultimo, anche quelli che diranno che siamo tutti corresponsabili di queste nefandezze, di questi crimini, di questa ferocia, ai quali vorrei invece ribadire con forza che non è così, che personalmente, io come tanti altri che ho la fortuna di conoscere, non siamo affatto responsabili di tutto ciò ma anzi da tutta la vita ci battiamo perché ciò non accada più, ci battiamo perché la violenza dell’uomo sull’uomo non sia più lo strumento principale di quella pratica cui vorremmo dare l’impegnativo nome di giustizia, ci battiamo soprattutto perché i nostri giovani non vengano costantemente educati ‒ come troppo spesso ancora accade ‒ alla legge del taglione e anzitutto perché l’uccisione legale non si possa più fregiare dell’aggettivo legale, perché cioè la pena di morte sia abolita da tutti gli stati.</p>
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