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	<title>saggistica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A San Pietroburgo con Dostoevskij &#8211; Antonina Nocera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/19/a-san-pietroburgo-con-dostoevskij-antonina-nocera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2024 06:10:40 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-110738 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-207x300.jpg" alt="" width="246" height="356" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-768x1113.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-1060x1536.jpg 1060w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-300x435.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-696x1009.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-1068x1548.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/12/copertina-A-san-pietroburgo.jpg 1104w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Pietroburgo a sfoglie</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>C’è un filo sottile tra il desiderio, l’ossessione, il sogno. Accade che questo filo spesso si assottigli fino a rendere labili le distanze tra queste tre dimensioni psichiche, come accade al protagonista del racconto di W. Jensen, <em>Gradiva</em>, cui Freud dedicò un saggio di approfondimento sul delirio e i sogni. Un giovane archeologo, Norbert Hanold, che scorge in un museo un bassorilievo raffigurante un’immagine di donna, da lui ribattezzata Gradiva, “colei che incede”, rimane a tal punto impressionato e sconvolto da continuare a ricercare in modo ossessivo questa figura nella realtà. Si reca da Roma a Pompei alla ricerca di Gradiva, finché, alla fine di un cammino tra sogno e realtà, ritrova le sue fattezze in Zoe, un’antica compagna di giochi infantili. Stesse le movenze, l’incedere, i particolari. L’attrazione che ne scaturisce lo porta a vivificare questa immagine, a costringerlo a intraprendere un viaggio, per ritrovare la sensazione di qualcosa che aveva vissuto, duemila anni prima, sicuro di avere fatto la prima colazione con una donna pompeiana, dalla caviglia sottile, dalla veste bianca e svolazzante che aveva acceso il suo desiderio. Trovo che questa storia sia, di là dalla interpretazione freudiana che la relega nell’ambito del rimosso, del sintomo sotto forma di figura nel sogno, una perfetta metafora di quell’innamoramento necessario che sostanzia ogni tipo di ricerca letteraria. Cercare Gradiva, per me, è stato cercare Pietroburgo nelle pagine dei romanzi, nelle parole degli scrittori russi che ne avevano delineato una precisa fisionomia, avevano acceso la mia immaginazione, risvegliando, come probabilmente fu per Hanold, un sentimento occulto, che lei, la città petrina, rinfocolava con la sua potenza iconica. Camminare per le strade pietroburghesi è un’esperienza che chiama a raccolta una stratificazione di memorie culturali, letterarie, che sono inseparabili, tanto sono “inscritte” nel panorama urbano. Tra tutti, ho eletto lo scrittore F. M. Dostoevskij a mentore ideale di questo cammino, nel crinale tra sogno, realtà e desiderio. Credo che tra tutti abbia creato una sintesi perfetta che prende spunto da Gogol’, Anciferov, Puškin, Turgenev, e crea la magia sincretica. La febbrile e convulsa Pietroburgo, la tremula parete che separa la Prospettiva Nevskij dal sogno, i personaggi che si muovono come fantasmi o sognatori, il perverso intrigo di vicoli dell’anima e della mente.</p>
<p>Quando ho conosciuto Piter, come i russi pietroburghesi amano definire la loro città, ho provato la netta sensazione di avere compreso non l’intera anima russa – forse nessuno la capirà mai integralmente – ma quella fetta di “russitudine” che aveva forgiato la mia personale anima russa, quella che ho costruito sui romanzi, sulle letture, sulle fantasticherie che formano la mitologia personale di un luogo.</p>
<p>Si ha la netta sensazione che nulla di quello che si vede è definitivo. “La città più premeditata del mondo” è una definizione dostoevskiana che esprime perfettamente il senso di Pietroburgo. Tutto sembra perfettamente <em>comme </em><em>il faut </em>all’apparenza, un’architettura all’europea che ti restituisce qualcosa di familiare, ma non integralmente. Un familiare che si avvicina maggiormente al senso di <em>Unheimlich</em>, perché lo riconosci, ma al contempo ne senti l’estraneità. Un luogo, insomma, che nella sua bellezza esteriore ti invita ad andare oltre, ad affrettare il passo per imboccare la strada che porta “oltre”, tra i vicoli, di là dalla facciata, dalla bella prospettiva che si staglia come una quinta teatrale, pronta ad aprirsi, a svelare connessioni con mondi inaspettati, poco rassicuranti.</p>
<p>Pietroburgo, città eccentrica, estranea alla cultura del proprio paese, a eccezione di alcuni quartieri periferici in cui il “pittoresco” resistette per un certo tempo, il concetto fondamentale fu <em>udivlenie</em> <em>i</em> <em>vostorg</em> (stupore ed esaltazione/entusiasmo), fondato su una base sottilmente razionale e utilitaristica. Per questo gli spazi erano ampi, le vie e le prospettive di grande portata, le distanze dilatate. La prima volta che si imbocca la Prospettiva Nevskij si percepisce il senso di questa grandiosità che colpisce gli occhi e l’immaginazione. Ma chiunque abbia letto Gogol’ – anche Dostoevskij sa bene che usciamo tutti dal <em>Cappotto </em>– sa che questo apparato è come il cielo di carta di Mattia Pascal, pronto a sfarinarsi sotto le dita, come un sogno, una fantasia, in un viaggio mentale.</p>
<p>Non si può conoscere l’essenza pietroburghese senza avere letto <em>Il cavaliere di bronzo </em>di Puškin.</p>
<p><em>T’amo</em> <em>creatura di Pietro</em>, scrisse il poeta che cantò le origini di Pietroburgo in uno dei poemi più importanti della storia letteraria russa. Un’opera fondativa, della lingua, dell’immaginario, della struttura urbana. L’opera va letta come parte di una storia più ampia, che si riverbera nei meandri della memoria, della storia e nell’anima di Pietroburgo come la chiamò Anciferov (Duša Peterburga). Un’anima doppia, che partecipa del cielo e della terra, del sublime e del laido. Puškin ha detto tutto di questa origine, chiamando in causa il Prometeo al fine di dare linfa vitale a questa nuova costruzione: <em>La città di Pietro</em>.</p>
<p>La storia di Pietroburgo si fonda sulla capacità di trasformazione della natura a opera dell’uomo. Natura e spazio fisico vengono piegati alle esigenze della monumentale Pietroburgo nascente; la prima operazione consiste nella cancellazione dello spazio precedente, il terreno brullo e inospitale viene dissodato, bonificato, reso “piano” e plasmabile. Sembra che tutto abbia preso avvio da una fantasia, da una “visione” del giovane <em>zare</em><em>vi</em><em>č </em>Pietro mentre trascorre il suo tempo in occupazioni adolescenziali in un recinto dedito ai giochi; da una fan- tasia fanciullesca prende corpo quella “visione” della futura città, in cui tutto sarebbe stato recintato come un grande <em>hortus conclusus </em>modellato a propria immagine e somiglianza.</p>
<p>La costruzione del mito della città di Pietroburgo e la costruzione della città in senso stretto procedono a passi paralleli: il mito poggia sulle palafitte erette sui terreni paludosi, e sui versi di poeti che ne decantano l’aspetto tragico, torbido, pericolante. Le denominazioni della nascente città ne tradiscono tutte le velleità: “Palmira del Nord”, “Nuova Roma”, o di contro “opera dell’‘Anticristo’”, o del “costruttore taumaturgo”. La poesia encomiastica ne rivela il suo carattere miracolo- so: Sumarokov, Lomonosov e Deržavin, entrambi pro- motori della retorica di Pietroburgo come “novella Roma” con tutti gli orpelli del mito di fondazione. Di pari passo alla mitologia fastosa, una vena cupa e corrosiva stempera l’ottimismo progressista; leggende popolari prefigurano un’imminente rovina, i “fantasmi del passato”, forse le anime degli innumerevoli martiri morti durante la costruzione della città, e sepolti per sempre al di sotto delle sue fondamenta, incombono sul destino della città. È impossibile leggere i russi che hanno scritto di Pietroburgo senza percepire questi fantasmi, nei volti, nelle movenze, dei passeggiatori della Prospettiva Nevskij, nelle strade buie e tortuose che portano al cuore del- la città, nei personaggi che animano il racconto della città. Pietroburgo è un testo, come venne definito dalla critica semiotica, da Uspenskij e Toporov. Un testo che interseca fili di narrazioni stratificate, di segni e simboli che rimandano a una mitologia complessa e antitetica. Al mito della finestra sul mondo si abbina l’antimito escatologico della sua distruzione. Il fatto che Pietroburgo potesse per i suoi dati semantici fondamentali essere inserito in questa doppia situazione ha consentito di considerarlo nello stesso tempo sia un paradiso, l’utopia della città ideale del futuro, materializzazione della Ragione, sia la sinistra mascherata dell’anticristo.</p>
<p>Tutto parte da un elemento primordiale, l’acqua: nel 1824 il quartiere Kolomna fu sconvolto da un’alluvione. Come Puškin ricorda nell’introduzione al <em>Cavaliere di </em><em>bronzo</em>: “L’incidente descritto in questa storia è basato sulla verità. I dettagli dell’alluvione sono presi in prestito dalle riviste dell’epoca”. L’acqua della Neva invade minacciosa la città, portando morte e distruzione. Un elemento che ricompare in Dostoevskij tra le pagine del romanzo <em>Il sosia. </em>In un memorabile brano che pare attingere a Puškin per la drammaticità incalzante e a Gogol’ per quell’aura fantomatica, fumosa in cui la realtà sfuma nella visione e viceversa, Dostoevskij dipinge nel suo secondo romanzo una città minacciosa, che annuncia l’imminente sdoppiamento dell’impiegato Goljadkin, con le acque che gonfiano dalle rive della Fontanka, il lungofiume che costeggia la parte sud della città e taglia il centro pietroburghese, formando una curiosa perpen- dicolare con la piazza Sennaja. Sembra che tutti i personaggi dostoevskiani seguano delle traiettorie che alla fine si incrociano in strani crocevia. Goljadkin e Rodion Raskol’nikov sono tra gli eroi principali dello sdoppiamento dostoevskiano, lo stesso nome Raskol’nikov ne porta una traccia, <em>raskol’ </em>è lo scisma. Entrambi vivranno il dramma della scissione identitaria, Raskol’nikov perché pervaso dall’idea di diventare Napoleone e sovvertire l’ordine morale, Goljadkin rappresenta – ben prima di Freud – lo sdoppiamento della personalità, la schizofrenica propulsione verso un altro che è tanto vivido da diventare “persona”, maschera vivente della propria ossessione. Anche il quartiere Kolomna, che oggi non è certo desolato e solitario come lo descrive Gogol’, conserva quel pizzico di malinconia acquosa che lo distin- gue dagli altri quartieri pietroburghesi.</p>
<p>Ma torniamo alle acque, ripercorriamo Fontanka. Nel punto in cui il personaggio dostoevskiano si ferma, pres- so il ponte Izmajlovskij. Oggi questa è per me una delle passeggiate più affascinanti, specie durante le notti bian- che, un percorso da fare a piedi, col battello, fino al museo di Anna Achmatova. Nulla potrebbe turbare questo paesaggio, se non il ricordo terribile che si stagliava di fronte a Goljadkin, a mezzanotte, quando “tutte le torri e i campanili di Pietroburgo battono le ore in punto”:</p>
<p>il vento ululava per le vie deserte sollevando le acque nere della Fontanka fino all’altezza degli anelli di ormeggio e scuotendo impetuosamente gli sparuti lampioni del lungofiume, i quali, a loro volta, facevano eco ai suoi ululati con acuti, penetranti cigolii, dal che risultava quel continuo, stridulo e pigolante concerto così noto a ogni abitante di Pietroburgo. Pioveva e nevicava nello stesso tempo. Trascinati dal vento, veri ruscelli d’acqua piovana, volavano quasi orizzontalmente, come da una pompa di pompieri, pungendo e flagellando il viso dell’infelice signor Goljadkin, come migliaia di spilli e spilloni. Nel silenzio della notte, interrotto soltanto da lontani rumori di carrozze, dall’ululare del vento e dal cigolio dei fanali, si sentiva il malinconico stillicidio dell’acqua che gocciolava su tutti i tetti, i terrazzini, le grondaie, e i cornicioni sul sel- ciato di pietra sul marciapiede.</p>
<p>Ancora non esisteva Raskol’nikov, <em>Delitto e Castigo </em>sarebbe nato successivamente. Curiosamente, entrambi i personaggi cercano una sorta di luogo in cui si incrociano energie sinistre eppure vitali. Questo luogo è Fontanka, il lungofiume che appare nei taccuini preparatori del romanzo. Le acque torbide delle origini pietroburghesi esercitavano ancora il loro influsso magnetico. Ma Raskol’nikov, che allora si chiamava Vas’a, prese un’altra strada. Non esiste infatti una sola Pietroburgo, ma una Pietroburgo a “sfoglie” che contiene in ogni strato una narrazione esterna, una rappresentazione di se stessa, un commento che cresce e si riverbera nelle mille città della memoria, collettiva e personale. Sono qui per costruire la <em>mia </em>Pietroburgo.</p>
<hr />
<p><strong>Antonina Nocera</strong> vive a Palermo, è insegnante di letteratura italiana e latino. Saggista nell’ambito della critica letteraria, ha pubblicato una monografia dal titolo. “<strong><em>Angeli sigillati. I Bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij</em>.</strong>(FrancoAngeli, 2010 Finalista al Premio Carver 2022), <strong>“<em>Metafisica del sottosuolo – Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij”</em></strong> (Divergenze, 2020 Finalista al premio Carver 2021 e Premio Etnabook 2021) “<strong><em>A San Pietroburgo con Dostoevskij</em></strong> &#8211;<strong><em>La città di carta e di sogni</em></strong>.”(Perrone 2024) e altri contributi critici in volumi collettanei.  Gestisce il blog letterario Bibliovorax ed è direttrice editoriale della rivista <strong><em>Augeo- quaderno di scienze umane</em></strong><em>&#8211;</em> (Divergenze).</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Opera animale. Appunti sul Teriantropismo e sulla metamorfosi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/17/opera-animale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Feb 2022 05:59:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cafarella]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni volatili]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[giuditta chiaraluce]]></category>
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		<category><![CDATA[teriantropismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Andrea Cafarella </strong>  <br />
Che cos’è il Teriantropismo e chi è il Teriantropo?
Nel tentativo di rispondere a queste domande, bisognerà tornare indietro nel tempo, fino al principio, lì dove i nostri antenati hanno lasciato una traccia del loro pensiero.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di <a href="https://www.stanza251.com/riflessioni/2020/11/16/breve-cronaca-individuale-di-tempi-stranissimi">Andrea Cafarella</a></strong></p>
<p><strong>[Opera animale è un&#8217;Isola delle <a href="https://www.facebook.com/edizionivolatili/">Edizioni Volatili</a>]</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">L’Età della Asimmetria ricorda l’epoca dell’arte simbolica, perché i materiali hanno guadagnato una nuova «vita». Ma gli esseri umani non possono ignorare ciò che già sanno.<br />
Timothy Morton</p>
<p style="text-align: right;">Aprendo e chiudendo le porte naturali, puoi essere una gallina?</p>
<p style="text-align: right;">Comprendendo tutto ciò che ti circonda, puoi fare a meno delle conoscenze?<br />
Lao-tzu</p>
<p style="text-align: right;">Basta guardare. Guarda l’animale e vedrai il divino automanifestarsi.<br />
James Hillman</p>
</blockquote>
<p><strong>Il Teriantropo</strong></p>
<p><a href="https://www.indiscreto.org/che-cose-il-teriantropismo/">Che cos’è il Teriantropismo</a> e chi è il Teriantropo?<br />
Nel tentativo di rispondere a queste domande, bisognerà tornare indietro nel tempo, fino al principio, lì dove i nostri antenati hanno lasciato una traccia del loro pensiero.<br />
Entrare nelle rinomate grotte di Lascaux o di Chauvet significa porsi di fronte a ciò che Georges Bataille ha indicato come «la nascita dell’arte». Il momento in cui Homo ha iniziato a concepire la forma, il simbolo, il mito, l’immagine.</p>
<p>Parlando di arte figurativa in generale, vi sono dei contesti culturali, situati storicamente e geograficamente, analizzando i quali è particolarmente adeguato l’uso del termine «teriomorfismo» (più comune nella lingua italiana), ovvero la rappresentazione di una o più divinità in forma animale.<br />
Basti pensare alla cosmologia egizia, per fare un esempio celebre.</p>
<p>Quando però torniamo all’arte preistorica, tutto cambia.<br />
Guardando i dipinti rupestri più antichi, pur non avendo ancora gli strumenti per comprenderne esattamente il significato, possiamo sicuramente intuire qualcosa. <em>Sentire</em> qualcosa.<br />
Non sappiamo, e forse non sapremo mai se effettivamente sia stato proprio questo il primo atto creativo e artistico di un essere umano – o di un essere in assoluto. Io non credo, onestamente. Tuttavia, non è importante sapere se possiamo parlare della primissima traccia di questo cambiamento. Sappiamo che è una traccia.</p>
<p><a href="https://www.altrianimali.it/2020/05/25/leggere-negli-animi-introduzione-alla-teriantropica/">Il Teriantropo è un ibrido: uomo e bestia.</a><br />
Il termine proviene dal greco θηριον (da thēr/thērós) che significa «bestia», «belva», «bestia selvaggia» o «feroce»; e ανθρωπος (ánthrōpos) ovvero «uomo».<br />
Questa parola indicherebbe una compresenza, nella stessa figura, nella stessa immagine, <em>nello stesso corpo</em>, di un essere umano e un altro animale di una specie differente.<br />
Nei dipinti parietali che gli uomini preistorici disegnarono decine di migliaia di anni fa, nelle grotte di mezza Europa – le più studiate al momento – la figura dell’essere umano è praticamente assente, o quasi. Il centro di queste opere d’arte è la bestia: l’altro animale.<br />
In questo senso gli animali raffigurati possono anche essere definiti «teriomorfi», poiché le immagini – la loro forma e la loro posizione – suggeriscono una venerazione di qualche tipo per le figure rappresentate, da parte degli artisti e delle loro comunità. I soggetti centrali, di queste mastodontiche opere tracciate a più mani, non sono certo ibridi uomo|bestia; i protagonisti dei dipinti non hanno quasi mai sembianze umane, e dove queste emergono, i disegni diventano spesso malfatti, appena abbozzati, oppure marginali, o “nascosti” in profondità, come la «scena del pozzo» nella grotta di Lascaux, o «Lo stregone» di Trois-Frères.</p>
<p>Sempre Bataille, uno dei primi ad aver speculato generosamente sui dipinti preistorici di Lascaux, ha suggerito un’interpretazione che trovo molto interessante e sensata, benché priva di scientificità. Questi enormi disegni, lasciati nella profondità delle grotte, rappresenterebbero «il gioco complesso di sentimenti in cui l’umanità andava formandosi». Come se Homo, arrivato a quel punto, stesse esperendo la divisione interna di un rapporto che finisce o che sta per finire; una relazione che si basava sulle somiglianze, col tempo, porterà Homo e il resto dei viventi a una separazione, a causa delle differenze.<br />
Se questo fosse davvero il modo corretto di interpretare i segni e i simboli dell’arte parietale preistorica – le cosmogonie che rappresenta – a distanza di migliaia di anni, apparirebbe evidente che gli uomini preistorici avessero davvero ragione.</p>
<p>Tanti altri hanno azzardato ipotesi alquanto diverse sul significato dell’arte preistorica. Alcune davvero interessanti e “credibili”, scientificamente parlando, più accreditate. Altre molto meno.<br />
André Leroi-Gourhan e Annette Laming-Emperaire, nella seconda metà del Novecento, rivoluzionarono il modo di studiare e interpretare i dipinti rupestri del paleolitico, formulando l’ipotesi – basata sull’analisi di decine di grotte – che gli esseri umani stessero sviluppando, in quelle immagini, un sistema simbolico duale: maschile e femminile che entrano in relazione.</p>
<p>Non è forse questo un atto di separazione?<br />
L’animale – compreso l’umano – non sa di essere diverso dalla pianta o dal fungo, o da un altro animale. (E in effetti: è esattamente così. Siamo un tutt’uno. O meglio: tutto è uno. E non voglio dirlo in termini mistici o sapienziali: gli esseri viventi fanno parte di un complesso ecosistema, formato da tanti più piccoli ecosistemi che s’influenzano vicendevolmente. Se <a href="https://www.singola.net/pensiero/foreste-psichedeliche-teriantropismo-eduardo-kohn">la foresta amazzonica</a> venisse bruciata tutta in un giorno solo, moriremmo tutti. Pochissime specie si potrebbero salvare da un tale disastro. In questo senso, anche molto prosaico, e in ogni altro senso possibile: tutto è uno).</p>
<p>Ecco che nel momento in cui l’animale si rende conto di essere “diverso”, allora succede qualcosa di inaudito: diviene “umano”. Si <em>separa</em> dagli altri animali, la relazione finisce, ci si allontana.<br />
Dal nostro modo di vedere, questa frase andrebbe corretta: l’animale <em>crede </em>di essere diverso, quindi <em>crede </em>di divenire umano e di potersi separare dalla Natura. Per poi sentirsi solo, lontano da tutto.<br />
E invece: l’uomo è sempre e solo un animale.</p>
<p>Da un’altra prospettiva si potrebbe anche dire che il concetto di «animale» non esiste, poiché pensarla così significherebbe ammettere una separazione tra l’animale e il vegetale, per esempio, o tra gli animali, gli oggetti e l’ambiente.<br />
Il senso però è che l’animale non sa di essere animale. O meglio: non concepisce la differenza, la separazione tra sé e tutti gli altri sé, siano essi viventi, <em>animati</em> o <em>inanimati</em>.<br />
Troviamo in natura animali che imitano piante o pietre. E l’animale diviene sé stesso per imitazione. Lo dimostrano, in qualche modo, paradossalmente, anche gli esseri umani. Siamo divenuti umani guardando gli altri animali, somigliando a loro.</p>
<p>L’arte preistorica è forse l’ultimo omaggio alle bestie, dell’essere umano che comincia un percorso di separazione e rimozione?<br />
Si tratta del canto del cigno prima della rottura definitiva, durata migliaia di anni e ancora in corso? Una storia d’amore che termina, che viene spezzata.</p>
<p>Proviamo,  allora, a ipotizzare nel significato dell’arte rupestre la presenza di un messaggio (che evidentemente ha il sapore del rimorso) per i posteri: «guardate agli animali, guardate con le bestie, insieme ai vostri simili. Venerate l’animale che è in voi. Aspirate a divenire animali».</p>
<p><strong>Metamorfosi come prospettiva</strong></p>
<p>Sono diversi gli studiosi che, forse erroneamente, hanno provato ad afferrare il significato delle pitture rupestri del paleolitico attraverso l’analisi delle culture delle popolazioni “primitive”.<br />
Il concetto di ciò che è “primitivo” dovrebbe essere stato del tutto superato, grazie all’essenziale lezione del multiculturalismo e alla rivalutazione totale dell’idea di “progresso” intesa in senso novecentesco. Non ci sarebbe quindi alcun motivo per paragonare le espressioni culturali e artistiche di quei popoli che venivano considerati primitivi a quelle dell’uomo preistorico, non avrebbe senso, da un punto di vista scientifico. Sorprende tuttavia notare le somiglianze tra gli usi e i costumi delle popolazioni che sono rimaste isolate dal contesto delle società occidentali industrializzate e le ipotesi, le intuizioni degli archeologi rispetto al significato dei ritrovamenti preistorici.</p>
<p>Richiamo a questo punto un termine senza tempo che ha attraversato l’intera storia del pensiero: la metamorfosi.</p>
<p>Anche metamorfosi è una parola greca, μεταμόρϕωσις, che significa: mutazione di forma.<br />
Etimologicamente parlando, quindi, il termine in sé non sta a indicare esclusivamente una trasformazione fisica, biologica, estetica o semplicemente razionale. La forma, muta.<br />
Questa definizione apre a una serie di interpretazioni piene di senso. Cosa significa, allora, metamorfosi?</p>
<p>Voglio intendere qui la metamorfosi nel senso che è stato sviluppato, a partire dallo studio delle cosmologie amerindie, da alcuni degli antropologi e delle antropologhe che consideriamo parte del «prospettivismo cosmologico», ovvero: la metamorfosi come cambio di prospettiva o, più precisamente, come una condizione di costante intercambiabilità di tutte le prospettive.<br />
Il punto di vista, in questo ragionamento, non è però un luogo astratto, è situato<em> esattamente</em> nel corpo. La metamorfosi non è quindi un atto rappresentativo, e basta; ma diviene anche fisico, coinvolge ogni aspetto dell’essere. Poiché sono un tutt’uno, la prospettiva e|è il mondo. Soggetto e mondo coincidono nell’istante in cui l’essere è compreso <em>nel </em>mondo, e lo comprende a sua volta, in esso s’immerge e si discioglie.</p>
<p>Non solo questo slittamento di prospettiva ci consente di osservare gli altri animali per ciò che sono davvero: esseri animati, tutt’uno con l’ambiente; non solo ci permette di <em>vedere</em> anche la compresenza degli altri enti del cosmo: vegetali e inanimati; infine, e soprattutto, ci dà l’opportunità di compiere <em>praticamente</em> questa trasformazione, di guardare con gli occhi dell’animale, della bestia selvaggia.</p>
<p>Come è possibile che avvenga questa magia?<br />
Proviamo a esprimere il concetto in termini più semplici, tramite un esempio di Eduardo Viveiros de Castro che credo funzioni molto bene: compiere la metamorfosi sarebbe – in termini esemplificativi – come indossare una muta da sub, che non serve a travestirsi da pesce ma “semplicemente” a nuotare come un pesce. Questo non significa che basta indossare muta, maschera e pinne per divenire pesce, il cambiamento di cui stiamo parlando coinvolge la prospettiva ontologica dell’individuo.<br />
Ancora (bisogna essere precisi): non voglio nemmeno suggerire che l’individuo debba <em>pensare </em>di essere un pesce. Sono sicuro, però, che la maggior parte delle persone che usano fare immersioni o, più comunemente, andare nei boschi o in montagna, capiranno quando dico che compiere la metamorfosi significa sentire il mondo <em>come </em>dalla prospettiva di un animale.</p>
<p>Non basta e non è essenziale il travestimento.<br />
Eppure, una maschera non serve solo a nascondere.<br />
La maschera è la rappresentazione esteriore di una trasformazione che avviene all’interno; o che <em>può </em>avvenire, quantomeno.<br />
La maschera è uno stato dell’anima.</p>
<p>Questo testo non vuole dare una risposta alle molte domande che pone e che il lettore attento, spero, potrà far proliferare dentro e fuori di sé. Piuttosto vuole rimanere nel dubbio. Nella prospettiva del non sapere: come può avvenire questa metamorfosi? Non lo so. Possiamo però raccontare come già avviene ed è avvenuta.<br />
Bisogna fare a questo punto un atto di fede: comprendere le istanze dello sciamano che si trasforma in albero o che si perde nel vento; oppure quella del cacciatore che vede con gli occhi della preda; e ancora del meditante che lascia il corpo per muoversi nello spazio circostante. Può succedere a tutti, nel mondo onirico, di divenire l’Altro. E se provassimo a considerare i sogni come vissuto reale? Non influiscono, gli eventi del sogno, nelle nostre vite e nel nostro modo di attraversare e vedere il mondo?</p>
<p><strong>Sciamanismo trasversale</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«Ogni punto di vista è “totale”, e nessun punto di vista ne conosce di equivalente o di simile: lo sciamanesimo orizzontale non è dunque orizzontale, ma <em>trasversale</em>».</p>
<p style="text-align: right;">(Eduardo Viveiros de Castro)</p>
</blockquote>
<p>Compiere lo sforzo di comprendere profondamente la prospettiva dell’Altro significa divenire l’Altro. Lo si può osservare nelle sue più semplici conferme: quando ci «mettiamo nei panni» di chi abbiamo di fronte, del nostro <em>inter</em>locutore, oltre a capire la sua situazione, potrebbe accadere di comprendere delle cose di noi stessi, di cambiare quindi il nostro modo di vederci e di vedere il mondo. Per fare questo c’è bisogno di considerare la prospettiva dell’Altro nella sua perfetta completezza e totalità. Di crederci.</p>
<p>Vediamo quindi come questo meccanismo possa applicarsi anche a dinamiche più complesse. Osservando il comportamento degli elefanti è stato possibile comprenderne i bisogni, e capire, per esempio, il valore sociale complesso che l’elefante dà alla morte dei suoi simili, l’effetto che ha sulla comunità e sulle famiglie; come la morte di un elefante può – attraverso un complicato e invisibile sistema di relazioni e di rapporti di causa ed effetto – generare decine di altre morti. Questo ci ha permesso – eccetto dove la cecità umana non ha consentito comunque di intervenire – di istituire aree protette, di vietare il commercio di avorio e così via.</p>
<p>È senz’altro vero che la metamorfosi coinvolge l’intimità del singolo individuo, ma può avere effetti politici e sociali di enorme portata. Basti pensare all’impatto che stanno avendo certi movimenti basati sull’ascoltare finalmente le voci delle minoranze indigene. Ovvero sul prendere seriamente in considerazione l’opinione e le idee dell’Altro, la diversità come una somiglianza.</p>
<p>In questo senso potremmo intendere lo sciamanesimo trasversale. Lo sciamano è chiunque ma non chiunque è uno sciamano. Per diventarlo, il primo passo potrebbe essere esercitare la propria propensione all’ascolto, in ogni senso possibile: dal <a href="https://www.indiscreto.org/tutta-limportanza-del-silenzio/">meditare nel silenzio</a> qualche minuto al giorno, al prendersi carico della lotta yanomami, come scelta di vita. Oppure vivere nella foresta per anni, o in una piccola casetta, davanti a un lago, alla ricerca dell’essenziale. È un percorso, e come tale va rispettato in ogni sua parte, poiché è sacro, è la vita stessa, la ricerca di Sé, e il sé è nel mondo, è in ogni cosa esistente e inesistente. In ogni momento del percorso è racchiuso l’intero cammino.</p>
<p><strong>Compartecipazione mistica</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">Guardare gli animali, quegli esseri che restituiscono il nostro sguardo, che guardano con noi e che in sostanza sono anche parte di noi, può dirci qualcosa. Può raccontarci come ciò che giace “oltre” l’umano ci sostenga e ci renda gli esseri che siamo e quelli che potremmo diventare. (Eduardo Kohn)</p>
<p style="text-align: right;"><strong> </strong></p>
</blockquote>
<p>«Ogni animale è uno psicopompo», questa frase di James Hillman è perfetta per il discorso che stiamo portando avanti.<br />
Abbiamo ampliato l’idea di animale, o quantomeno l’idea di cosa sia un animale dal punto di vista dell’animale stesso.<br />
Non c’è separazione tra l’animale – noi – e il resto del mondo.<br />
E allora, per logica: il mondo è uno psicopompo.</p>
<p>Coltivando una propensione alla compartecipazione nell’essere del mondo, è possibile accedere alla propria <em>presenza animale</em>. Perdersi nella compartecipazione ci permette di attuare la metamorfosi. Il cacciatore deve divenire preda per osservare con gli occhi della bestia e così seguirne le tracce. Per farlo deve perdere un po’ di sé, dimenticare di essere il cacciatore.<br />
Così come nel mondo dei sogni, il sognatore che crede, il sognatore consapevole della <em>verità</em> delle sue visioni, può trovare delle suggestioni, nuove prospettive, scoprire qualcosa che prima non sapeva, crescere, divenire animale, scoprire il suo autentico Sé.</p>
<p>Compiere l’opera animale coincide allora, forse, con la costruzione del proprio sé, che avviene per imitazione dell’Altro. La metamorfosi non è niente di più che l’ascolto, il movimento che chiunque potrebbe compiere: nasce da fuori di noi ma agisce all’interno. È una perdizione che porta al cuore delle cose. L’animale non è ‘privo di mondo’ ma ‘perso nel mondo’.<br />
E allora compiere l’opera animale significa <em>perdersi</em>.<br />
Perdere la propria umanità e|è divenire animali.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-96285 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-1024x651.jpeg" alt="" width="696" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-1024x651.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-300x191.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-768x488.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-150x95.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-696x443.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-1068x679.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1-660x420.jpeg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/opera-animale-1.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><strong>Immagini di Giuditta Chiaraluce.</strong></p>
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		<title>L&#8217;assurda evidenza. Un diario filosofico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/14/lassurda-evidenza-un-diario-filosofico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Feb 2022 05:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diario filosofico]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco D'Isa</strong> <br /> Quando avevo diciassette anni, una grave malattia mi costrinse a una prolungata degenza e al prematuro confronto con la domanda: «Perché si soffre?». Da allora, nonostante la mia completa guarigione, quell’interrogativo ha avuto modo di ripresentarsi spesso. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si pubblica di seguito l&#8217;introduzione a: </em>L&#8217;assurda evidenza. Un diario filosofico<em>, in uscita il 16 febbraio per <a href="https://shop.tlon.it/catalogo/casa-editrice/">Tlon</a>.</em></p>
<p><strong>di Francesco D&#8217;Isa</strong></p>
<p>Quando avevo diciassette anni, una grave malattia mi costrinse a una prolungata degenza e al prematuro confronto con la domanda: «Perché si soffre?». Da allora, nonostante la mia completa guarigione, quell’interrogativo ha avuto modo di ripresentarsi spesso. Durante il mio ricovero in ospedale, nella mia stessa stanza c’era una signora sulla settantina, che purtroppo morì in poco più di un mese. Era una donna intelligente, che non aveva potuto permettersi un percorso di studi, ma che per via della sua indole curiosa si perdeva di frequente in letture disordinate e in lunghe conversazioni con chi, a differenza sua, aveva avuto l’opportunità di formarsi sui libri. Quando scoprì che studiavo filosofia iniziò a tempestarmi di domande, a cui rispondevo per lo più con altri interrogativi. Nonostante la differenza d’età stringemmo subito amicizia e a distanza di anni mi rendo conto che fu proprio questo strano sodalizio a declinare la mia domanda al plurale: «Perché soffriamo?».</p>
<p>La donna mi propose una risposta brillante o, per meglio dire, avanzò una nuova e più profonda questione, che posso sintetizzare così: ogni credenza sottintende un giudizio sul mondo. «Non puoi separare una tua convinzione da quel che pensi del resto del mondo» disse, «se credi di avere delle zucchine nel frigo, ad esempio, pensi anche che la tua memoria dica il vero, che le zucchine non possano spostarsi, trasformarsi, scomparire e molto altro ancora» – la più semplice delle opinioni, insomma, porta con sé profonde convinzioni metafisiche. Questo non vale solo per le mie idee ma, in forma estesa, anche per ogni sensazione, percezione, piacere o dolore, perché anch’essi si danno nella forma di un giudizio sul mondo. È facile notare – soprattutto dal letto di un ospedale – come talvolta, per esempio nel caso del dolore, questo giudizio si imponga in automatico. In ogni istante preferisco la mia forma vivente e in salute rispetto a quella come cadavere in putrefazione – ma perché? Questo giudizio mi sembra così ovvio che non è stato facile capire che non era figlio di una mia decisione, ma di una qualche forza che trascende la mia volontà.</p>
<p>Se chiudo gli occhi e osservo i miei stati mentali con animo equanime, come insegnano alcune tecniche meditative che ho imparato anni dopo il ricovero, ogni sensazione allenta la presa, perde un po’ del suo significato e con esso la sua valenza, positiva o negativa che sia – poi mi distraggo e la mente torna ad annodare l’istante a una visione, plasmando un mondo dall’indifferenziato. Poco prima che prenda forma però si intravede un antico limite ereditario, quello di un mondo abitabile, in cui posso sopravvivere e riprodurmi. Non solo la mia forma, ma anche tutto ciò che penso si struttura all’interno di questo vincolo che, più che col “vero”, coincide col “vivo”. In un passo di un libro che trova una felice sintesi nel suo titolo, <em>Al di là del bene e del male</em>,<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Nietzsche aveva anticipato questa riflessione quando scrisse che</p>
<p>la falsità di un giudizio non è ancora, per noi, un’obiezione contro di esso; è qui che il nostro linguaggio ha forse un suono quanto mai inusitato. La questione è fino a che punto questo giudizio promuova e conservi la vita, conservi la specie e forse addirittura concorra al suo sviluppo; e noi siamo fondamentalmente propensi ad affermare che i giudizi più falsi (ai quali appartengono i giudizi sintetici a priori) sono per noi i più indispensabili, e che senza mantenere in vigore le finzioni logiche, senza una misurazione della realtà alla stregua del mondo, puramente inventato, dell’assoluto, dell’eguale-a-se-stesso, senza una costante falsificazione del mondo mediante il numero, l’uomo non potrebbe vivere – che rinunciare ai giudizi falsi sarebbe un rinunciare alla vita, una negazione della vita.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a></p>
<p>Immobile all’interno di confini cognitivi che mi definiscono, mi chiedo se posso fidarmi di quel che credo. In un articolo del 1952 Bertrand Russell usò una teiera per mettere in guardia dal pensiero teista. Il filosofo britannico affermava che è possibile immaginare l’esistenza di una teiera di porcellana in orbita tra Marte e la Terra che, proprio in questo momento, si trovi in moto di rivoluzione attorno al Sole. Se si postula che la teiera sia troppo piccola per essere osservata da un qualunque telescopio, l’affermazione di cui sopra risulta impossibile da contraddire. Per Russell il concetto di “Dio” funziona un po’ allo stesso modo. Sebbene però non possa essere certo che la teiera di Russell non gironzoli davvero nello spazio profondo, non ho neanche alcun motivo di ipotizzarne l’esistenza. La presenza di questo libro davanti a noi, in fondo, è altrettanto discutibile (e se in questo momento stessimo sognando?), ma alcuni indizi come il tatto e la vista ci portano a supporre che sia proprio qui. Alcune credenze sono delle necessità psicologiche ed è difficile metterle in dubbio, come ad esempio che tu stia leggendo queste parole o che una martellata su un piede faccia male.</p>
<p>Nel corso dei millenni l’umanità ha creduto a tante cose, alcune delle quali suonano ora poco plausibili (come la Terra piatta o il geocentrismo). Inoltre, per quanto ci siano cose estremamente convincenti, il loro livello di persuasività non mi dice nulla sulla loro effettiva realtà, soprattutto se riscontro in me la presenza di filtri cognitivi. Lo spettro della luce visibile all’essere umano, ad esempio, è un piccolo sottoinsieme delle radiazioni elettromagnetiche, ma ci sono animali e insetti che percepiscono colori che noi non possiamo vedere, come gli ultravioletti o gli infrarossi. Lo stesso vale per quasi tutti i sensi: ci sono colori che non vediamo, suoni che non udiamo, odori che non percepiamo. Grazie allo sviluppo tecnologico e culturale, nei secoli siamo riusciti a individuare l’esistenza di moltissime cose oltre la nostra portata sensoriale: con telescopi e microscopi abbiamo percepito lontane galassie e minuscoli microbi. La contemporaneità ci ha educato alla modestia per quel che riguarda la vastità del micro e macrocosmo, ma nel farlo ci ha portato a credere che quel che sfugge all’occhio non scappa al cervello. Così come l’ultravioletto risplende sui nostri volti inconsapevoli, è possibile che ci siano cose ben più inafferrabili e che la realtà trascenda di molto – anzi infinitamente – quel che la nostra mente reputa possibile. Il celebre rimbrotto shakespeariano di Amleto a Orazio si conferma alla lettera: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». Sognare, non capire.</p>
<p>Sentivo le mie credenze sempre più come una forza imposta, ingiustificata, estranea. Ero pressato verso una meta non mia, come se a guidare ogni gesto fosse una forza che non ho scelto e su cui non ho potere. Dal bere un caffè al chiacchierare con amici, dallo spazzolare una giacca a uscire per una passeggiata, ho sempre avuto l’impressione di non avere un reale controllo su gesti e pensieri. Può sembrare folle, e per molto tempo ho pensato che lo fosse, finché non ho riconosciuto come, di fatto, ogni mia sensazione o pensiero sia qualcosa che accade, non che scelgo. Accade che io pensi a questo e quello, accade che io interpreti uno stimolo come doloroso o piacevole, accade che io voglia fare qualcosa, accade che fugga da altro… ma le leggi che generano questo susseguirsi di eventi mentali, la loro interpretazione e il conseguente giudizio di valore non sono una scelta. Perché una martellata sul piede è un dolore? Quale che sia il motivo non dipende da me, è così e basta. D’altra parte, anche se potessi controllare la mia volontà, secondo quali criteri potrei stabilire che cosa desiderare? Come decido cosa volere, se non ho desideri e avversioni? Ciò che è assolutamente privo di vincoli è libero, ma di conseguenza è anche privo di identità, dunque di volontà.</p>
<p>Eppure è proprio nell’abbandonare la direzione delle mie azioni che ho trovato le mie più strane e profonde gioie. Mi accadeva per caso, in concomitanza a eventi importanti o banali: un bacio alla persona amata come lo spazzar via delle briciole di pane dalla camicia. Lo ha descritto bene Pavese:</p>
<p>Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice, felice come un dio? Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte è l’occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero piú.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p>Quel che sento in comune tra questi atti è la consapevolezza che non abbiano scopo – una scoperta sorprendente, considerato che all’assurdità della vita viene spesso attribuita una valenza negativa. Soffrire perché la vita manca di senso, però, è ancora conferirgli un senso, mentre la felice assurdità che vivevo abita un mondo che va al di là delle regole che ci sono imposte, privo di desideri, ambizioni e paure. Com’è questo nulla che trapela dal vivere quotidiano, oltre ogni possibile punto di vista? Ovviamente in nessun modo, o non sarebbe un nulla. E che effetto fa? A tutta prima atterrisce, disgusta, adira o intristisce. Ma lo spettatore insoddisfatto è servo dei desideri, per i quali non c’è nulla di peggio che essere vanificati; se questa lente si frantuma, invece, il paesaggio cambia drasticamente.</p>
<p>Valuto un lutto un male, una malattia un danno, la povertà una disgrazia. È un giudizio quasi automatico, ma ciononostante è basato su determinati criteri – sui quali, in gran parte, non ho alcun potere decisionale. Ma è possibile riscrivere la nostra convinzione più profonda? Posso, come dire, cambiare idea sul dolore? Parlando di Nietzsche, Klossowski scrive che il giorno in cui l’essere umano sarebbe riuscito a comportarsi come i fenomeni privi di intenzione questa nuova creatura manifesterebbe l’integrità dell’esistenza.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> In un certo senso questa nuova umanità è sempre stata qui, basta saperla cogliere. Tra i <em>koan</em> Zen raccolti da Mumon,<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> ce n’è uno di rara chiarezza (per ammissione dello stesso autore) che recita: «Quando non pensi il bene e quando non pensi il non-bene, che cos’è il tuo vero io?». La realtà al di là di ogni filtro è un’inafferrabile assurdità che terrorizza chiunque non voglia abbandonare il proprio sistema di valori, ma una volta riconosciuto in esso non una libera scelta, ma un’imposizione genealogica, la perdita dell’Io coincide con la liberazione da una schiavitù.</p>
<p>È alla ricerca di tale luminosa follia che ho incontrato gli enigmi e i paradossi di questo libro, che mi hanno portato lentamente verso un’inusuale via di uscita: l’accettazione dell’assurdo. A differenza di quanto suggeriva Camus, infatti, e in linea appunto coi maestri Zen, credo che vivere all’interno dell’assurdo non sia una condanna, ma una liberazione.</p>
<p>In estrema sintesi, quel che penso è questo: che qualcosa esiste è l’unica certezza. La natura di questo qualcosa potrebbe essere al di là di ogni conoscenza corretta – ma anche l’ipotesi precedente potrebbe esserlo, dunque non resta che accantonare il dubbio (§1). Qualunque cosa esista però, è tale solo in relazione a qualcos’altro, che ne stabilisce i limiti e le caratteristiche – in caso contrario sarebbe priva di identità e non sarebbe più “qualcosa” (§2). Ogni relazione implica necessariamente una differenza; quale che sia la relazione tra due elementi, infatti, tra loro vi dev’essere una divergenza, oppure coinciderebbero. La condizione necessaria e sufficiente per essere qualcosa è dunque non essere qualunque altra cosa: <em>necessaria</em>, perché altrimenti una cosa coinciderebbe con un’altra, <em>sufficiente</em>, perché esaurisce tutte le relazioni possibili; se una cosa non è tutte le altre, non può che essere se stessa. Se qualcosa non esiste, però, non può essere diversa da tutto il resto o esisterebbe per via di quanto detto sopra. Di conseguenza è uguale a qualcosa: dunque esiste. È quindi impossibile che qualcosa non esista (§3).</p>
<p>Ancor più in breve, essere esattamente qualcosa equivale a non essere tutte le altre cose, ma questa definizione rende impossibile non esistere, dunque se qualcosa esiste, esiste tutto. Questa idea, soprattutto in forma condensata, è poco più di un gioco di parole – ma quando viene vissuta assume un altro significato, che spero di trasmettere in queste pagine. La fine del mio ricovero fu l’inizio di un percorso che mi ha portato sempre più lontano, spinto dalla feroce gratuità del dolore, della gioia e dell’inesorabile bellezza che si cela al di là di essi. Simone Weil disse che «noi sappiamo per mezzo dell’intelligenza che ciò che l’intelligenza non afferra è più reale di ciò che essa afferra».<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a> Raggiungere questo confine è spossante, ma solo da lì ho potuto contemplare il dolore come un paesaggio, per riconoscervi, finalmente, qualcosa di nuovo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> F.W. Nietzsche, Al di là del bene e del male, tr. di F. Masini, Adelphi, Milano 1977.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Ibidem.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 2020.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> P. Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso, tr. di E. Turolla, Adelphi, Milano 1983.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> Mumon, La porta senza porta, tr. di A. Motti, Adelphi, Milano 1987.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> S. Weil, Quaderni, vol. 2, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1985, p. 172.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Avrei voluto essere Candy Candy</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/12/24/avrei-voluto-essere-candy-candy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Dec 2021 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Candy Candy]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-François Lyotard]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Rossi]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Labranca]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Tommaso Labranca</strong><br />
È da poco uscito il secondo volume che raccoglie gli "articoli alimentari" di Tommaso Labranca, raccolti con pazienza da Luca Rossi, editore e amico, che qui ce ne regala uno come assaggio. Il resto lo trovate se acquistate il volume. Merita.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-94685" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2.jpg" alt="" width="364" height="546" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Labranca_Neve-in-agosto_vol.2-280x420.jpg 280w" sizes="(max-width: 364px) 100vw, 364px" />(<em>È da poco uscito il secondo volume che raccoglie gli &#8220;articoli alimentari&#8221; di Tommaso Labranca, raccolti con pazienza da Luca Rossi, editore e amico, che qui ce ne regala uno del 2014 come assaggio. Il resto lo trovate <a href="https://www.20090.eu/prodotto/tommaso-labranca-neve-in-agosto-vol-2/">se acquistate il volume</a>. Merita.</em> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Tommaso Labranca</strong></p>
<p>Chissà come passavano il tempo i ragazzi nati prima degli anni Cinquanta. Avranno anche loro avuto abiti da copiare, movenze da ripetere, chitarre su cui contorcersi per imitare un musicista maledetto? Tutte cose che insieme agli omogeneizzati hanno nutrito le generazioni dal secondo dopoguerra in poi, quando la <em>subculture pop</em> ha preso il sopravvento su quella accademica. Si è proceduto a piccoli passi. Nel 1955 la strada era una sola: o imitavi Elvis, col rischio di tramutarti in Celentano, o nulla. Dieci anni dopo, la scelta raddoppiò: Mods o Rockers. Beatles o Rolling Stones. E fortunato chi ha scelto questi ultimi, visto che ancora oggi i Maroon 5 celebrano chi si <em>M</em><em>oves like Jagger</em>, mentre McCartney all’inaugurazione di Londra 2012 era imbalsamato in più strati di Gibaud. Gli anni Settanta aggiunsero nei nostri armadi una terza possibilità: l’eskimo pataccato di Mario Capanna, l’abito bianco di John Travolta oppure i maglioncini Standa dei bravi ragazzi apolitici e non danzanti. Oggi Capanna pare un pensionato americano, Travolta un pensionato delle Poste e il bravo ragazzo ha avuto un guizzo, sostituendo la Standa con Abercrombie.</p>
<p>All’improvviso, quella che pareva una tranquilla crescita graduale è impazzita, tanto che oggi non siamo in grado di ricordare quanti e quali sono stati i modelli che ci hanno ispirato negli anni Ottanta.</p>
<p>Preciso per chi non c’era. Non cascate nella trappola di certi attempati soloni del giornalismo che raccontano di un decennio squallido e volgare. Si tratta di persone che quando i Puffi presero il posto degli Inti Illimani e Candy Candy conquistò più seguaci di Dolores Ibárruri si accorsero di aver fatto il proprio tempo e restarono a innaffiare, mugugnando, le loro ideologie appassite. Non dovete nemmeno credere a certi ragazzetti che, pur essendo nati nel 1990, credono di sapere tutto sul Magico Decennio solo perché indossano una maglietta destrutturata (che nessuno portava) e si sono inventati il termine <em>Elettroclash</em> per indicare la vecchia elettronica fatta con gli Yamaha da Yazoo o Human League.</p>
<p>Gli anni Ottanta sono stati qualcosa di molto più complesso di ciò che vi raccontano gli improvvisati sociologi delle decadi che se la cavano con qualche spallina, due video dei Duran Duran e un hamburger. Per capire davvero quell’epoca il punto di partenza obbligato è <em>La condizione postmoderna</em>, un esile libretto pubblicato nel 1979 da un filosofo francese, Jean-François Lyotard.</p>
<p>Lyotard prevedeva l’esaurimento delle grandi narrazioni metafisiche e rivoluzionarie, compreso il marxismo degli innaffiatori di piantine secche e tutte quelle teorie totalizzanti e impositive che miravano a unire la società mondiale. Al loro posto stavano sorgendo visioni frammentarie, locali e ibride per origine e valore.</p>
<p>Roba difficile? Diciamo allora che Lyotard stava prevedendo il mutamento epocale che subì una giovane ragazza di Castelfranco Veneto, tale Donatella Rettore. Proprio negli anni in cui uscì quel libro fondamentale, la ragazza stava abbandonando nome di battesimo e cantautorato d’impegno, figlio di una grande narrazione, per lanciarsi in una fantasmagorica antologia di racconti frammentari, dai kamikaze alle Barbie rifatte, dai Pierrot tristi a Calamity Jane.</p>
<p>Ecco la vera rivoluzione: travestirsi e decidere ciò che si sarebbe voluto essere. Nessuno meglio di Rettore ha saputo incarnare il pensiero postmoderno in Italia, nemmeno architetti come Paolo Portoghesi o Filippo Panseca, nemmeno i Matia Bazar che, grazie al genio del produttore Roberto Colombo, si reinventarono nei suoni e nei vestiti (a quel tempo, però, si chiamavano look), mescolando Bauhaus, Fellini e Italia umbertina in un gioco un po’ più intellettualizzato di quello della collega veneta. Gli anni Ottanta furono un momento di liberazione, sebbene imperfetta. Si potevano fare cose impensabili fino al giorno prima quando a comandare erano ancora i cupi e consunti sessantottini. Si rompevano tutti gli schemi, come fece Heather Parisi che con l’indimenticato Enzo “Truciolo” Avallone iniziò a ballare in maniera scomposta, infischiandosene delle grandi narrazioni coreografiche che Don Lurio imponeva alle sincroniche gemelle Kessler.</p>
<p>Libertà imperfetta perché l’imposizione non era scomparsa, ma si era frammentata anch&#8217;essa. Non era facile essere ciò che si voleva essere negli anni Ottanta. Una volta scelta una strada, non potevi sgarrare: le calze Burlington dovevano essere originali, mai s’era visto un Paninaro con calzini di spugna bianca. Se ti vestivi come Morticia Addams per entrare nella spiritata compagnia di dark che stazionava davanti al cimitero non potevi ascoltare Vasco Rossi, pena la morte civile.</p>
<p>Soprattutto non potevi mescolare elementi né avere rapporti con qualcuno dallo stile diverso dal tuo: ci si disprezzava a vicenda. Era una finzione che non ammetteva finzioni, ci si credeva a tal punto che diventavamo noi stessi vittime della nostra menzogna. Venirne fuori fu la vera libertà.</p>
<p>Mi inoltro nel personale. Il mio idolo di riferimento era David Sylvian, musicista introspettivo e sconosciuto ai più, ma portabandiera con Morrissey e Marc Almond di un sentire tra il malinconico, il frustrato e l’emarginato. Giusto per smentire chi dice che gli anni Ottanta sono stati solo milkshake, Spandau Ballet e grosse tette. Come Sylvian anche io portavo la camicia chiusa fino all’ultimo bottone, cercavo abiti vecchi e dismessi, avevo sempre l’espressione pensierosa e scrivevo tremende copiature di Cocteau. Quando nel 1989 mi liberai da quella autoflagellazione, indossai magliette gialle e presi ad ascoltare la peggiore dance prodotta in Romagna fu l’inizio della vera libertà.</p>
<p>Altro che caduta del Muro di Berlino.</p>
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		<title>Appropriazione indebita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/17/appropriazione-indebita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2021 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Elia Rosati]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fahrenheit 451]]></category>
		<category><![CDATA[fascisti del terzo millennio]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Sommariva]]></category>
		<category><![CDATA[ray bradbury]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
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					<description><![CDATA[(La mia microcasa editrice del cuore ha appena pubblicato un librino densodenso che merita d&#8217;essere letto. A detta dell&#8217;autore quanto scritto e detto da Ray Bradbury non ha nulla a che vedere con coloro che si definiscono “fascisti del terzo millennio”. E poi aggiunge: &#8220;Secondo me è menzognero citare Ray Bradbury fra gli ottantotto numi tutelari di un’organizzazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="letter-spacing: 0.8px;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87817" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Sommariva_Appropriazione-indebita_copertinaHD.jpg" alt="" width="566" height="383" /></p>
<p>(<em>La mia</em> <a href="https://www.20090.eu/">microcasa editrice del cuore</a> <em>ha appena pubblicato un librino densodenso che merita d&#8217;essere letto. A detta dell&#8217;autore quanto scritto e detto da Ray </em><em>Bradbury non ha nulla a che vedere con coloro che si definiscono “fascisti del terzo millennio”.</em></p>
<p><em style="letter-spacing: 0.05em;">E poi aggiunge: &#8220;Secondo me è menzognero citare Ray Bradbury fra gli ottantotto numi tutelari </em><em>di un’organizzazione i cui membri si sono autodefiniti “fascisti del terzo millennio”. Secondo me il fascismo lo fa chiunque parli male e faccia parlare male; e, parlando male e facendo parlare male, pensi male e faccia pensare male.&#8221;</em></p>
<p><em>L&#8217;editore ci regala un breve estratto del libro che qui volentieri pubblico, ringraziandolo.</em> G.B.)</p>
<p><span style="letter-spacing: 0.8px;">di </span><strong style="letter-spacing: 0.8px;">Marco Sommariva</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In un’intervista del 1964, </span><span lang="it-IT"><i>A portrait of genius: Ray Bradbury</i></span><span lang="it-IT">, Bradbury racconta che “Durante il regime del terrore di McCarthy ho scritto un romanzo intitolato </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">, un attacco diretto contro il tipo di forza distruttiva del pensiero che rappresentava nel mondo. Eppure pochissime persone mi hanno accusato di aver ideato un romanzo contro McCarthy. Sono riuscito a far propaganda senza essere lapidato o preso a pugni. Più avanti, in Russia hanno diffuso una versione pirata del libro, che pare abbia riscosso un certo successo. Naturalmente, trattandosi di fantascienza, nessuno ha capito che mi riferivo a tutti i tipi di tirannie presenti nel mondo, di destra, sinistra o centro. Perciò sono stato una forza sovversiva […] tanto nell’URSS quanto, contemporaneamente, qui”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Arnold R. Kunert nel 1972, </span><span lang="it-IT"><i>Ray Bradbury: on Hitchcock and other magic of the screen</i></span><span lang="it-IT">, lo scrittore americano trova che “François Truffaut abbia fatto un buon lavoro con </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit</i></span><span lang="it-IT">” che è un “film bellissimo. Incalzante” e che “la cosa magnifica è che, ogni volta che brucia un libro, Montag ci intrappola nei nostri pregiudizi. Ciascuno ha sicuramente un libro che, se arso, lo porterebbe a dire: «Va bene. Brucialo pure». Ma poi, ripensandoci, esclamerebbe: «Un momento! Fermati!»”. All’intervistatore che gli fa notare che la scena in cui Truffaut mostra dei titoli specifici divorati dalle fiamme, aveva scatenato reazioni piuttosto forti da parte dei suoi studenti perché, anche se è soltanto funzionale al film, molti di loro si sono sentiti offesi dal fatto che quei libri siano stati bruciati davvero, lo scrittore risponde: “Ci credo! Ma era esattamente questo l’effetto che Truffaut sperava di ottenere! E quel che è peggio è che, nella nostra società, esistono individui i quali brucerebbero molto volentieri i libri, se ne avessero la possibilità”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dieci anni dopo, nell’intervista </span><span lang="it-IT"><i>Shooting haiku in a barrel</i></span><span lang="it-IT">, facendo riferimento a </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">, alla domanda “Potresti farci un altro film?” Bradbury risponde “Non credo sia necessario: amo il film di Truffaut […]”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Rob Couteau nel 1990 a Parigi, </span><span lang="it-IT"><i>The romance of places</i></span><span lang="it-IT">, Bradbury fa notare che il suo libro </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> parla “dei totalitarismi di tutto il mondo: siano essi di destra o di sinistra, ovunque si trovino, sono tutti dei bruciatori di libri. È per questo che </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit</i></span><span lang="it-IT"> continuerà a essere letto in tutto il mondo. Perché esistono ancora regimi totalitari. E incendiari di libri. Verrà letto finché queste realtà, fossero anche solamente delle minacce, continueranno a esistere”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Ken Kelley nel 1996, </span><span lang="it-IT"><i>Playboy interview: Ray Bradbury</i></span><span lang="it-IT">, lo scrittore americano dichiara “sconfortante” il fatto d’aver previsto in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> l’avvento del </span><span lang="it-IT"><i>politicamente corretto</i></span><span lang="it-IT"> con quarantatré anni di anticipo e ricorda questo passaggio del suo romanzo: “A un certo punto, il capo dei pompieri descrive come le minoranze, una per una, tappino le bocche e le menti della gente, rievocando dei precedenti – bruciateli entrambi o, almeno, non menzionateli mai; ai neri non piaceva che il negro Jim stesse sulla zattera con Huck – bruciatelo, quantomeno nascondetelo; le femministe odiavano Jane Austen e la consideravano incredibilmente sconveniente, in un’epoca tremendamente all’antica – tagliatele la testa; i gruppi conservatori, difensori del valore della famiglia, detestavano Oscar Wilde – tornatene nell’armadio, Oscar; i comunisti odiavano la borghesia – fucilatela! E potrei andare avanti… Se allora scrivevo della tirannia della maggioranza, oggi parlerei di tirannia delle minoranze. Oggigiorno, in realtà, bisogna stare attenti a entrambe. Ambedue cercano, infatti, di controllarci. La prima, facendoci ripetere la stessa cosa all’infinito. Il secondo tipo di tirannia, invece, è ben descritto dalle lettere che ho ricevuto dalle ragazze di Vassar, le quali mi chiedevano d’inserire più femminismo nelle </span><span lang="it-IT"><i>Cronache marziane</i></span><span lang="it-IT">, o da quei neri che volevano più personaggi di colore in </span><span lang="it-IT"><i>Dandelion wine</i></span><span lang="it-IT">. […] Avrei voluto dire a entrambe le categorie: «Che siate maggioranza o minoranza, piantatela!». Che tutti quelli che vogliono dirmi cosa devo scrivere vadano al diavolo! La loro società si frammenta in sottosezioni di minoranze che, in effetti, bruciano i libri, proibendone la lettura”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nell’intervista realizzata da Sam Weller nel 2010, apparsa su </span><span lang="it-IT"><i>The Paris Review</i></span><span lang="it-IT">, alla domanda se la fantascienza è un genere che offre allo scrittore un modo più facile per esplorare un concetto, Bradbury risponde: “Prenda </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">. Parla di libri che bruciano, un argomento molto serio. Per non correre il rischio di cadere nel paternalismo, ambienti la tua storia in un futuro non troppo lontano, inventi un pompiere che brucia libri invece di spegnere incendi – che è già una grande idea – e lo lanci all’avventurosa scoperta del fatto che forse i libri non devono essere arsi. Legge il suo primo libro. Se ne innamora. Lo immetti sulla strada che gli cambierà la vita. È una storia di grande suspense, che racchiude la verità che si vuole raccontare senza bisogno di fare prediche”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dato che Bradbury ha chiaramente espresso che il suo libro </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> parla dei totalitarismi di tutto il mondo, vediamo se quello vissuto in Italia può essere ricondotto al suo romanzo.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Dal saggio </span><span lang="it-IT"><i>La villeggiatura di Mussolini</i></span><span lang="it-IT">: “In </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> i ribelli al divieto di possedere e leggere libri trasmettono gli uni agli altri i testi imparati a memoria, passeggiando in un bosco. I confinati comunisti a Ponza e nelle altre isole ogni dieci giorni si dividevano in gruppetti di tre o quattro e si mettevano a camminare su e giù per il corso principale: «Anche il più stupido dei poliziotti», ha scritto Pietro Secchia, «capiva che era il giorno del rapporto politico». La trasmissione del rapporto durava alcuni giorni e quindi la scena, per certi versi simile a quella del bel film di François Truffaut, si ripeteva con una certa regolarità. E proprio come in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> quel momento della comunicazione tra esseri umani perseguitati ma decisi a resistere, assumeva significati che coinvolgevano valori fondamentali e proiettavano un raggio di luce verso il futuro”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Letto quanto sopra, parrebbe che il totalitarismo vissuto in Italia sia riconducibile alla distopia immaginata in </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT">.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica Neue, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In </span><span lang="it-IT"><i>Fahrenheit 451</i></span><span lang="it-IT"> Bradbury cita, fra gli altri, il Mahatma Gandhi, Jonathan Swift, ed Henry David Thoreau; li comprende tutti e tre fra gli autori di opere meritevoli d’essere ricordate, trasmesse ai posteri. Accennerò a questi tre autori nei prossimi capitoli.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">(<em>il libro è ordinabile da ogni piattaforma dell&#8217;Impero oppure anche direttamente da</em> <a href="https://www.20090.eu/kumquat/">qui</a>)</p>
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		<title>Storia dell&#8217;italiano scritto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/06/09/storia-dellitaliano-scritto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2014 10:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[carocci]]></category>
		<category><![CDATA[grandi opere]]></category>
		<category><![CDATA[italiano dell'uso]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica]]></category>
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		<category><![CDATA[storia dell'italiano scritto]]></category>
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					<description><![CDATA[È da poco in libreria “Storia dell’italiano scritto”, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin (Carocci, 2014), un prezioso strumento di lettura e di interpretazione attraverso il quale si prova a ricostruire quella parte di storia linguistica che è legata agli usi scritti dell’italiano, un’opera in tre tomi a cui hanno contribuito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/poesia.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-48238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/poesia.jpg" alt="poesia" width="190" height="273" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/poesia.jpg 385w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/poesia-208x300.jpg 208w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/prosa-letteraria.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-48239" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/prosa-letteraria.jpg" alt="prosa letteraria" width="190" height="272" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/italiano-delluso.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-48240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/italiano-delluso.jpg" alt="italiano dell'uso" width="187" height="273" /></a></p>
<h6 style="text-align: justify"><i>È da poco in libreria “Storia dell’italiano scritto”, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin (Carocci, 2014), un prezioso strumento di lettura e di interpretazione attraverso il quale si prova a ricostruire quella parte di storia linguistica che è legata agli usi scritti dell’italiano, un’opera in tre tomi a cui hanno contribuito – da diverse angolazioni – alcuni dei nostri maggiori linguisti. Riprendiamo qui, in forma abbreviata, l’indice di ciascun volume. </i></h6>
<h5><strong>I. Poesia<br />
</strong>Piano dell’opera<br />
Introduzione<br />
Premessa al primo volume<br />
1. Lirica di <em>Luca Serianni<br />
</em>2. Poesia narrativa di <em>Carlo Enrico Roggia<br />
</em>3. Poesia comico-realistica di <em>Michelangelo Zaccarello<br />
</em>4. Poesia didattico-morale e religiosa di <em>Rosa Casapullo<br />
</em>5. Poesia didascalica di <em>Matteo Motolese<br />
</em>6. Poesia popolare di <em>Giuseppe Polimeni<br />
</em>7. Poesia per musica di <em>Fabio Rossi<br />
</em>8. Teatro in versi: commedia e tragedia di <em>Tobia Zanon<br />
</em>9. La crisi della lingua poetica tradizionale di <em>Sergio Bozzola<br />
</em>10. Dopo la lirica di <em>Paolo Zublena<br />
</em>Bibliografia<br />
Indice dei nomi e delle opere anonime a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Indice delle cose notevoli a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Gli autori e i curatori</h5>
<h5><strong>II. Prosa letteraria<br />
</strong>Piano dell’opera<br />
Premessa al secondo volume<br />
1. Volgarizzamenti di <em>Giovanna Frosini<br />
</em>2. Trattatistica di <em>Marcello Aprile<br />
</em>3. Cronaca e storia di <em>Davide Colussi<br />
</em>4. Drammaturgia di <em>Luca D’Onghia<br />
</em>5. Forme brevi della prosa letteraria di <em>Fabio Romanini<br />
</em>6. Epistolografia letteraria di <em>Luigi Matt<br />
</em>7. Paraletteratura di <em>Laura Ricci<br />
</em>8. Autobiografia di <em>Lorenzo Tomasin<br />
</em>9. Romanzo di <em>Maurizio Dardano<br />
</em>Bibliografia<br />
Indice dei nomi e delle opere anonime a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Indice delle cose notevoli  a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Gli autori e i curatori</h5>
<h5><strong>III. Italiano dell’uso<br />
</strong>Piano dell’opera<br />
Premessa al terzo volume<br />
1. Il parlato trascritto di <em>Stefano Telve<br />
</em>2. Scritture esposte di <em>Francesca Geymonat<br />
</em>3. Lettere familiari di <em>Fabio Magro<br />
</em>4. Libri di famiglia e diari di <em>Alessio Ricci<br />
</em>5. Scritture dei semicolti di <em>Rita Fresu<br />
</em>6. Cancelleria e burocrazia di <em>Sergio Lubello<br />
</em>7. Predicazione e oratoria politica di <em>Michele Colombo<br />
</em>8. Giornalismo di <em>Francesca Gatta<br />
</em>9. Scritture digitali di <em>Elena Pistolesi<br />
</em>Bibliografia<br />
Indice dei nomi e delle opere anonime a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Indice delle cose notevoli a cura di <em>Marcello Ravesi<br />
</em>Gli autori e i curatori</h5>
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		<title>Aspettando Superman</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/23/aspettando-superman/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2013 07:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comics]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Supereroi]]></category>
		<category><![CDATA[Superman]]></category>
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					<description><![CDATA[(ancora indecisi sul libro da regalare a Natale? Senza ombra di dubbio Aspettando Superman di Flavio Santi, pubblicato da Gaffi.  Una &#8211; come scritto nel sottotitolo &#8211; &#8220;storia non convenzionale dei supereroi&#8221;. Saggio colto e pop, divertente e profondo. Di seguito l&#8217;autore ci regala un capitolo e noi qui lo ringraziamo di cuore. G.B.) I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47218" alt="Copertina F.Santi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg" width="338" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_.jpg 338w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Copertina-F.Santi_-206x300.jpg 206w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></a>(<em>ancora indecisi sul libro da regalare a Natale? Senza ombra di dubbio</em> Aspettando Superman <em>di Flavio Santi, pubblicato da Gaffi.  Una &#8211; come scritto nel sottotitolo &#8211; &#8220;storia non convenzionale dei supereroi&#8221;. Saggio colto e pop, divertente e profondo. Di seguito l&#8217;autore ci regala un capitolo e noi qui lo ringraziamo di cuore.</em> G.B.)</p>
<p style="text-align: left;"><strong>I soliti noti: il supereroe italiano</strong></p>
<p>di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p align="right"><em>Forse il supereroismo era una specie di tossina, come uno steroide, che obbligava il corpo a pagare un prezzo punitivo</em>.</p>
<p align="right">Jonathan Lethem</p>
<p>Il fatto che una recente indagine riferisca che si preferiscono i personaggi del pacioso Carosello a quelli di Hollywood la dice lunga sul bisogno di eroi nell’immaginario italico. Figuriamoci di supereroi.</p>
<p>Lo canta molto bene Zucchero Sugar Fornaciari: «Non credo ai supermen».</p>
<p>È tipico dei popoli a sangue caldo, dei paesi mediterranei in cui prevalgono canicola e accidia avere degli eroi spesso a regime minimo, in furbesco stand-by, pigramente cialtroni e astutamente imbonitori.</p>
<p>Prendete uno dei nostri eroi per eccellenza, il prode Giuseppe Garibaldi: è l’esempio perfetto. Lui che aveva la «divina stupidità dell’eroe» secondo il poeta inglese Alfred Tennyson. Lui che fu un abile promotore (e manipolatore) della propria immagine, arrivando a paragonarsi a Gesù Cristo. Lui che incarnava al meglio un certo spirito esibizionistico e cialtronesco (un ministro francese disse che sembrava «un vecchio comico», e Karl Marx – non un monarchico quindi – vide nel personaggio una certa dose di «deplorevole imbecillità»). Lui che fu forte con i deboli e debole con i forti (quell’Obbedisco del dispaccio da Bezzecca, di cui tanto si va fieri, è un atto di grande conformismo, ammettiamolo). Ma sopratutto lui che alla fine abbracciò il compromesso: voleva l’Italia repubblicana e la servì monarchica su un piatto d’argento (che è come dire voglio bianco ma ottengo nero). Dire che da quel gesto al fascismo il passo è breve forse è fare ardita fantapolitica, eppure qualche elemento di protofascismo si nasconde: nel 1849 Garibaldi venne eletto all’Assemblea romana con dei brogli, aiutato illegalmente dai suoi garibaldini; nel 1862 Garibaldi organizzò bande armate di cittadini sul modello degli antichi <i>fasci</i> romani; arrivò a dire che «A volte bisogna forzare la libertà del popolo per il bene futuro»; un ex commilitone gli scrisse: «Non sei l’uomo che credevo, ti sei posto sopra il Parlamento, oltraggiando i deputati che non la pensano come te; sopra il Paese, guidandolo secondo i tuoi desideri»; i seguaci lo chiamavano «Il Duce». Non è poi un mistero che Mussolini si sentisse una specie di secondo Garibaldi. Se fin da subito l’Italia fosse nata – come doveva del resto – repubblicana e mazziniana, chissà&#8230; Che i Savoia fossero dei re travicelli lo si sapeva, e gli italiani lo scopriranno amaramente all’indomani della Marcia su Roma. Ma nei frangenti decisivi Garibaldi fu più travicello di loro. Insomma, l’intuizione di Piero Gobetti di un «Risorgimento senza eroi» è plasticamente vera.</p>
<p>E andando ancora più indietro nel tempo che dire di Pietro Micca? In sostanza un incapace assurto ai più inaspettati onori civili, insignito di fulgide statue bronzee. Nel pieno rispetto della famigerata legge di Peter che vuole che in una gerarchia ogni membro raggiunge il proprio livello di incompetenza. Nella gerarchia degli eroi italiani essere un non-eroe è il culmine della carriera&#8230; (questo spiega molte cose dell’attuale decadenza del nostro Paese). Per chi non si ricordasse la sua storia esemplare, nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706 Torino è sotto assedio da parte dei francesi, le forze nemiche riescono a entrare in una galleria sotterranea della Cittadella, uccidono le sentinelle e cercano di sfondare una delle porte che conduce all’interno. Pietro Micca è di guardia a una delle porte insieme a un commilitone. I due soldati sentono dei colpi di arma da fuoco e capiscono di non poter resistere a lungo, così decidono di far scoppiare un barilotto da 20 chili, posto in un anfratto della galleria, per provocare il crollo della stessa e bloccare il passaggio alle truppe nemiche. Non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere la polvere da sparo, Micca decide di usare una miccia corta, conscio del rischio che correva. Allontana quindi il compagno con una frase che sarebbe passata alla storia: «Alzati, che sei più lungo d’una giornata senza pane», e senza esitare dà fuoco alla miccia, cercando poi di mettersi in salvo correndo lungo la scala che porta al cunicolo sottostante. Viene travolto dall&#8217;esplosione e il suo corpo scaraventato a una decina di metri di distanza. Muore da eroe. Sicuri? A quanto pare no: semplicemente Passepartout, questo il suo nome di battaglia, aveva calcolato male la lunghezza della miccia. (E ci pensate com’è beffardo il destino? Nel suo stesso cognome portava la causa della propria morte: Micca è una “miccia” più breve, senza la “i”!) A essere asini in matematica si rimediano onori eterni… Oppure, secondo la spassosissima versione di Umberto Eco nell’<i>Intervista</i> <i>con Pietro Micca</i>, qualcuno ai piani alti aveva risparmiato sulla qualità della polvere da sparo e della miccia: «tanto chi ci rimétte le pénne è il Micca Piètro […] Perché léi crède che l’erôe sia una profesione col diplôma? Guardi che con lo stato in cui erano le polveri e la lunghéssa delle micie chiunque sarébbe môrto da erôe lo stésso, sa?».</p>
<p>E il brigante calabrese Giuseppe Musolino, il re dell’Aspromonte?<b> </b>Attivo alla fine dell’Ottocento, commette una serie di omicidi, si dà alla latitanza, viene infine catturato nelle Marche in modo rocambolesco: fuggendo inciampa nel filo di ferro di un filare di viti. «Quello che non poté un esercito, poté un filo» commenta in stretto dialetto calabrese. Il processo, celebrato nel 1902, è un evento mediatico, seguito dalla stampa italiana e internazionale. Musolino pronuncia una celebre autodifesa: «Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio». Viene condannato all’ergastolo, per poi essere trasferito gli ultimi anni di vita nel manicomio di Reggio Calabria. Ma chi è stato davvero? Un ribelle vendicatore dei poveri del sud alla Ernani, il portabandiera anarchico delle lotte presocialiste, oppure uno spaccone di paese, un paranoide sbandato e irresponsabile? Achille Beltrame lo dipinse in una delle sue famose tavole della <i>Domenica del Corriere</i>. Giovanni Pascoli, ammirato, gli dedicò una poesia incompiuta:</p>
<blockquote><p>O fragor d’acqua che scorre</p>
<p>buia, e che gemea ai piedi di un errante</p>
<p>piccolo e solo, mentre per forre</p>
<p>silenziose, sotto rupi infrante,</p>
<p>lungo gli abissi</p>
<p>saliva ai monti, a dare pace, oppure</p>
<p>l’oblio della notte eterna!</p></blockquote>
<p>E che dire del film del 1950 con il grande Amedeo Nazzari nei panni del brigante e Silvana Mangano in quelli della bella fidanzata Mara? Ne esce fuori il ritratto romantico di un eroe contadino, puro e semplice.</p>
<p>Ancora oggi in Calabria non hanno dubbi: «lu briganti Giuseppi Musulinu» è un eroe, un autentico mito. Peppinu non si discute, <i>’ndi capimmu</i>?</p>
<p>Siamo nei paraggi del cosiddetto «eroismo delinquente» alla Corrado Brando, il protagonista della tragedia di D’Annunzio <i>Più che l’amore</i>. La pièce messa in scena nel 1906 con il celebre Ermete Zacconi fu un autentico fiasco: racconta di Corrado Brando, un «Ulisside», una specie di superuomo esploratore che desidera tornare in Africa, e pur di farlo arriva a uccidere. Questo sembra il destino incancellabile dei nostri eroi: macchiarsi, prima o poi, di qualche colpa che ne oscura il profilo.</p>
<p>Per trovare degli eroi senza macchia non resta che rivolgersi alle pagine del nostro «padre degli eroi» per citare la famosa biografia di Giovanni Arpino e Roberto Antonetto, Emilio Salgari: Sandokan, Yanez de Gomera, il Corsaro nero, Capitan Tempesta, Testa di pietra ecc.</p>
<p>Certo, ogni tanto qualcuno in carne e ossa appare: prendete il mitico asso dell’aria, l’«asso degli assi» Francesco Baracca (famoso perché la sua insegna sulla carlinga dell’aereo, il cavallino rampante, diventerà il simbolo della Ferrari). Un intrepido pilota, morto a soli trent’anni, un autentico cavaliere, con una precisa etica: «è all&#8217;apparecchio che io miro» era solito dire «non all’uomo». Dopo aver abbattuto un aereo, poteva capitare che atterrasse per sincerarsi che il nemico fosse sano e salvo e congratularsi con lui per il bel combattimento. La sua specialità era la caccia: la tattica preferita l’attacco dall&#8217;alto, sfruttando la propria eccezionale abilità nella manovra dell’aereo e delle armi di bordo. Nella sua folgorante carriera abbatte trentaquattro aerei nemici, l’ultimo della serie il 15 giugno 1918. Il 19 giugno esce al tramonto con altri due aerei della squadriglia per un’azione di mitragliamento a volo radente sul Montello, ma a un certo punto il suo Spad precipita in fiamme. L’equipaggio di un biposto austriaco sostenne di averlo abbattuto, mentre gli italiani dissero che era caduto vittima di un colpo sparato da terra da un ignoto fante. A quasi cento anni dalla sua morte, le circostanze della fine del più grande pilota da caccia italiano della Prima guerra mondiale sono ancora avvolte nel mistero.</p>
<p>A ognuno il suo: da Musolino a Mussolini.</p>
<p>Benito Mussolini si pone come gaglioffo supereroe, mima espressioni da Arsène Lupin, non perde occasione per celebrare la propria prestanza fisica, mascella e petto all’infuori. Postura che già nell’antichità caratterizzava l’uomo superiore («incedeva maestosamente col capo indietro e il petto in fuori» dice il greco Luciano di un tiranno) e che, in epoche più recenti, ricorda Superman.</p>
<p>Vedere per credere.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47214" alt="Superdux" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png" width="461" height="235" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux.png 461w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Superdux-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 461px) 100vw, 461px" /></a></p>
<p><b> </b>Del resto Mussolini era un assiduo consumatore di romanzi popolari, come testimonia l’amante e biografa Margherita Sarfatti all’inizio del suo <i>Dux</i>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Una copia dei <i>Miserabili</i> in pessima edizione italiana, stampata fitta su due colonne, unta e slabbrata, portò Jean Valjean, Cosetta e Monsignor Vescovo a vivere nella cascina di Doria, tra le figure familiari di quest’infanzia. Occhi grandi sbarrati, il bambino ascoltava i loro casi letti ad alta voce nella stalla.</p>
</blockquote>
<p>La passione è così forte che ne scrive anche uno: <i>L’amante del cardinale. Claudia Particella</i>, pubblicato a puntate sul giornale socialista <i>Il Popolo</i> nel 1910. È la torbida storia d’amore tra il principe-vescovo Emanuele Madruzzo e la cortigiana Claudia Particella, nella Trento controriformista del Seicento. Ecco, immaginate se lui avesse continuato a scrivere romanzi d’appendice e Hitler a dipingere acquarelli… Magari l’uno avrebbe potuto anche illustrare i libri dell’altro…</p>
<p>Mussolini è a tal punto imbevuto di cultura popolare che queste sue parole sembrano anticipare la comparsa dei moderni supereroi: «Solo il mito dà a un popolo la forza e l’energia di forgiare il proprio destino». Una frase del genere sarebbe perfetta per commentare Superman. Oppure una formula come «Molti nemici molto onore» è il perfetto presupposto per il <i>supervillain</i> che contrasta il supereroe. Proprio così si pone Mussolini: un supereroe mitico, esito ultimo dell’immaginario popolare, che combatte acerrimi nemici per il bene degli italiani.</p>
<p>Nella raccolta <i>Man and cartoons</i> lo scrittore americano Jonathan Lethem ci dà il ritratto impietoso di un supereroe fallito, Super Goat Man (vale a dire Super Uomo Capra):</p>
<blockquote><p>Non solo era invecchiato, ma si era anche rimpicciolito: forse non arrivava nemmeno al metro e cinquanta. Era come al solito a piedi scalzi, e portava un pigiama di mussolina bianca, con i bordini viola. Sulle ginocchia i pantaloni del pigiama erano macchiati di fango. Mentre entrava nella stanza, sgusciando in mezzo a noi che stavamo lì coi cocktail in mano, capii rapidamente il motivo delle macchie: il suo passo esitante cedette, e per un attimo cadde a quattro zampe. Lì, a terra, si scrollò quasi come un cane bagnato. Poi si rialzò sulle gambe da paralitico.</p></blockquote>
<p>Super Goat Man come i nostri supereroi rigorosamente made in Italy: nel 1968 esce <i>Vip. Mio fratello superuomo</i> di Bruno Bozzetto, film d’animazione che racconta della stirpe supereroica dei Vip. A un certo punto Baffovip, ingannato dalla scritta “Supermarket”, sposa una commessa, per niente super; dall’unione nascono Supervip, supereroe muscoloso e invulnerabile, e Minivip. Minivip però ha un corpicino fragile, vulnerabilissimo, occhiali da nerd e due piccole ali insignificanti che lo sollevano al massimo a mezzo metro da terra. Ma Minivip, per quanto fantozziano (Fantozzi nasce lo stesso anno, non a caso), riesce a sventare il folle piano di Happy Betty, proprietaria della catena di supermercati HB, che vorrebbe trasformare i clienti in automi, e conquista anche l’amore di Nervustrella. Interessante notare come il personaggio di Supervip – di cui in effetti sfugge l’utilità nella logica complessiva del film – sia stato voluto dai produttori americani: in origine l’unico personaggio doveva essere Minivip. Ma per gli americani un supereroe <i>loser</i> è inaccettabile.</p>
<p>Nel 1969 è la volta di Paperinik: forse non tutti sanno che si tratta di un personaggio italiano, e diversamente non poteva essere, vista la nostra idea di un eroe sempre un po’ indolente e incapace. La figura di Paperino è ideale.</p>
<p>E che dire di Superciuk di Alan Ford? In un paese di evasori fiscali un panzone che come arma segreta ha l’alito di un pessimo barbera, ruba ai poveri per dare ai ricchi è perfetto. Siamo nel 1971.</p>
<p>E Rat-Man? Solo noi italiani potevamo pensare a un ratto come supereroe. Non solo: Rat-Man risulta tra i personaggi più amati dal pubblico dei fumetti. Nato nel 1989, è la negazione totale del supereroe, brutto, sgorbio e senza poteri. Ma tanto simpatico.</p>
<p>E per venire ai nostri oggi, fateci caso: Silvio Berlusconi sembra Clark Kent. Berlusconi è il Clark Kent della Brianza. Vedere per credere.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47215" alt="superberlu" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png" width="333" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu.png 333w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/superberlu-300x163.png 300w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a></p>
<p>Berlusconi è l’uomo di titanio che sfida i mostri del comunismo. Si pone come una sentinella. Come un supereroe. (Ricordate i Fantastici Quattro che nel primo episodio devono battere i russi nella conquista dello spazio? O Iron Man che opera in piena guerra del Vietnam? Berlusconi fa lo stesso, soltanto con qualche decennio di ritardo…) Il «ghe pensi mi» è la versione brianzola della fuga nella cabina di Clark Kent.</p>
<p>Anche Berlusconi è un supereroe. È il «superleader» per usare la formula di Federico Boni. Eugenio Scalfari precisa: «quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, muscolatura mentale, umori, buona fortuna, sicurezza».</p>
<p>Del supereroe possiede alcune caratteristiche. Intanto il costume: spesso sfoggia una mantella, che gli era valso il titolo di «Cavaliere mascarato» da parte di “Striscia la notizia”. Altro elemento imprescindibile sono i vari copricapi, dalla bandana al colbacco, a seconda degli scenari operativi; la villa di Arcore è il suo quartier generale; il biscione di Mediaset il suo iconogramma inconfondibile; Letta il suo fido <i>sidekick</i>; stuoli di donne lo adorano; possiede superpoteri – di tipo economico e mediatico, dici niente. Inoltre, fedele alla linea supereroica classica, propone «soluzioni impossibili per problemi insolubili»: si va dall’abolizione dell’Imu e di balzelli vari alla creazione di milioni di posti di lavoro, passando per ponti di Messina e mirabolanti interventi mai visti (all’Aquila ne sanno qualcosa).</p>
<p>Con i precedenti supereroici che abbiamo visto (Minivip, Paperinik, Superciuk, Rat-Man), non stupiamoci del successo di Berlusconi.</p>
<p>Ma Berlusconi non è il solo. Tra le fila dei nostri supereroi ruspanti come non annoverare Roberto Calderoli? Che del gesto del supereroe per eccellenza si è appropriato. Il momento è solenne: il 15 febbraio 2006 durante un’intervista televisiva al Tg1 il politico mostra una maglietta raffigurante una caricatura di Maometto. Il gesto, da supereroe nell’ottica dell’allora ministro delle Riforme, suscita aspre reazioni, soprattutto in Libia, con la protesta davanti al Consolato di Bengasi. Calderoli si deve dimettere – la sua carriera da supereroe dura proprio poco.</p>
<p>Anche qua, la migliore dimostrazione è visiva.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47216" alt="supercalde" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png" width="374" height="178" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde.png 374w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/supercalde-300x142.png 300w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /></a></p>
<p>Ed ecco cosa dice Maurizio Crozza di Mario Monti in uno dei suoi seguitissimi sketch a <i>Ballarò</i>: «Un anno fa sembrava un supereroe, adesso quando passa c’è gente che finge di parlare al telefono».</p>
<p>Come ricorda George Bernard Shaw «il bisogno del Superuomo è [&#8230;] un bisogno politico». Il vero politico dovrebbe essere davvero una sorta di supereroe – della moralità, della giustizia, della sobrietà. Purtroppo a noi italiani, visti i precedenti, toccano più che altro dei Super Uomini Capra.</p>
<p>E non va certo meglio se ci spostiamo nella vicina Spagna. Anche i cugini iberici rimangono decisamente ai nostri livelli quanto a gestione cialtronesca degli eroi. L’esempio più clamoroso è quello di Rodrigo Díaz de Vivar, il celeberrimo Cid Campeador (1043-1099), l’eroe nazionale dell’identità castigliana e della <i>Reconquista</i>: ebbene il Campione (questo significa Campeador) altri non era che un sanguinario masnadiere. Nella battaglia di Golpejera vince con il sotterfugio, violando gli accordi. Ad Alcocer massacra la popolazione inerme. Entrando a Valencia il 15 giugno 1094 si appropria di tutti i beni gestendoli a suo uso e consumo. Uccide gli uomini più giovani, per evitare che si riorganizzino. Non rispetta gli accordi presi per la resa della città, così tortura il <i>qadi</i> Ibn Jahhaf – a cui aveva promesso, fra l’altro, di lasciare il governo della città – per farsi dire dove si trova il tesoro di re al-Qadir. Poi lo uccide in un modo che sconvolge anche i suoi più stretti collaboratori: Ibn Jahhaf viene sepolto fino alle ascelle in un fossato e bruciato vivo. Il celebre teologo Alvaro Pelagio lo accusa di essere senza scrupoli e di pensare solo ai propri interessi.</p>
<p>Simbolo ambiguo, fu ammirato anche dal Generalissimo Franco, che sostenne il film del 1961 di Anthony Mann con Charlton Heston nei panni dell’eroe.</p>
<p>«Non è un crociato, né un valoroso cavaliere. È un bandito», così la studiosa Lucy Hughes-Hallett.</p>
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg 363w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2-300x259.jpg 300w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Murene, la collana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 May 2010 22:02:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Raos “Murene” è la collana cartacea di Nazione Indiana. La quarta di copertina dei primi tre numeri recita: “Murene è una collana nata da nazioneindiana.com e distribuita per sottoscrizione a lettori consapevoli e inquieti. Indifferente alle mode, propone testi di autori italiani e stranieri per sondare quelle esperienze letterarie che spesso l’industria culturale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/M-logo-head-black-only-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-34904" title="M-logo-head-black-only-200" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/M-logo-head-black-only-2001.jpg" alt="" width="200" height="191" /></a> di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>“<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/14/29866/">Murene</a>” è la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/15/murene/">collana cartacea</a> di Nazione Indiana.</p>
<p>La quarta di copertina dei primi tre numeri recita:</p>
<p><strong>“Murene è una collana nata da nazioneindiana.com e distribuita per sottoscrizione a lettori consapevoli e inquieti. Indifferente alle mode, propone testi di autori italiani e stranieri per sondare quelle esperienze letterarie che spesso l’industria culturale non ha il coraggio di sostenere. Scatto artistico e al tempo stesso etico, strumento leggero di esplorazione a tutto campo – narrativa, saggistica, poesia –, Murene respira nelle profondità, attraversandole.”</strong></p>
<p>Progetto collettivo di tutta Nazione Indiana, ha un comitato di redazione costituito da Andrea Inglese, Domenico Pinto, Andrea Raos e Massimo Rizzante. Il progetto grafico è di Mattia Paganelli.</p>
<p>Interamente autofinanziata, viene venduta su abbonamento (3 numeri all’anno) e distribuita per posta.</p>
<p>I titoli del 2010 sono:<br />
<span id="more-34899"></span><br />
<strong>1. <a href="http://rodefer.ms11.net/">Stephen Rodefer</a>, <em>Dormendo con la luce accesa</em>, a cura di Andrea Raos, prima pubblicazione italiana<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Un poeta coi controcazzi.&#8221;</small><br />
2. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Miguel_Torga">Miguel Torga</a>, <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, a cura di Massimo Rizzante<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Torga, nel testo che qui si presenta, mentre esprime tutto il suo amore per il Portogallo e la regione da cui proviene (il suo sentire tellurico), non rinuncia né al suo Iberismo né alla sua concezione polifonica e universale della cultura. Nessun folklorismo, perciò, ma senso delle tradizioni materiali di ogni singolo popolo e di ogni singola terra, anche la più povera.&#8221;</small><br />
3. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/29/murene-il-secondo-volume-ingo-schulze-langelo-le-arance-e-il-polipo/">Ingo Schulze</a>, <em>L’angelo, le arance e il polipo</em>, a cura di Stefano Zangrando, in contemporanea con l&#8217;uscita in Germania dell&#8217;originale<br />
<small>Dalla <em>Nota</em> del Curatore: &#8220;Il narratore è sempre l’alter ego dell’autore, soggiorna a Villa Massimo con moglie e figlie, e l’argomento del racconto è una gita a Napoli all’inizio di dicembre in compagnia di Ralf, un tipico personaggio schulziano, parente estetico di tutte quelle figure sottilmente perturbanti che danno la stura a molte altre sue storie. Ma è l’ambientazione partenopea, qui, a dettare il passo. Lo stupore del narratore di fronte alla «densità» e alla «vastità», il suo calarsi nell’amalgama inscindibile di vitalità e decadenza che è il cronotopo napoletano, il contrappunto calibrato di sublime artistico e hegeliana prosa del mondo – tutto ciò trova espressione in uno stile più elevato che in precedenza. È come se la lingua, sospinta dalla meraviglia, abbia trovato in una sintassi più elaborata e in un lessico più ricercato la misura della propria funzione, il proprio agio nel trattare la materia. E tutto questo culmina nell’indimenticabile scena finale con il polipo, una delle pagine più belle che Schulze abbia mai scritto.&#8221;</small></strong></p>
<p>Una prima occasione per abbonarsi sarà la festa di NI a Fosdinovo. Dopo ci si potrà abbonare e pagare on-line, tramite PayPal.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><strong>L’idea di fondo di “Murene” è di saltare tutti i passaggi intermedi tra autore e lettore</strong> (in particolare la distribuzione, notoriamente costosissima) così da offrire a un pubblico attento testi di qualità, sempre in prima traduzione, spesso di autori del tutto sconosciuti in Italia, a un prezzo molto ridotto (e, se questo può interessare i collezionisti, in tiratura limitata).</p>
<p>Il costo dell’abbonamento è di 20 euro annui. Abbiamo calcolato che 200 abbonamenti dovrebbero permetterci di andare in pari con le spese vive della produzione (le uniche che abbiamo deciso di tenere in conto): impaginazione, stampa, spedizione e spese di gestione del sistema PayPal. E con questi soldi finanziare i tre volumi del 2011.</p>
<p><strong>È uno dei tentativi possibili per uscire dalla palude dell&#8217;eterno lamento e sostenere in modo attivo la diffusione militante di testi che oggi, in Italia, sarebbe difficile leggere altrove.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In questo senso, “Murene” è una sfida aperta all&#8217;intera comunità intellettuale italiana; anche a ricordarle che esiste, o potrebbe.</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/">Abbonati</a> a Murene direttamente su Nazione Indiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Classifiche Pordenonelegge-Stephen Dedalus, giugno 2009</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/15/18529/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 04:22:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[altre scritture]]></category>
		<category><![CDATA[classifiche giugno 2009]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[premio dedalus]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
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					<description><![CDATA[[Si pubblicano le classifiche estese del Pordenonelegge-Stephen Dedalus] NARRATIVA 1. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere p. 78 2. Gabriele Pedullà, Lo spagnolo senza sforzo, Einaudi p. 32 3. Vitaliano Trevisan, Grotteschi e arabeschi, Einaudi p. 27 4. Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, Einaudi, p. 20 Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori p. 20 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Si pubblicano le classifiche estese del Pordenonelegge-Stephen Dedalus]</p>
<p><strong>NARRATIVA</strong></p>
<p>1. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere 					        p. 78<br />
2. Gabriele Pedullà, Lo spagnolo senza sforzo, Einaudi 				        p. 32<br />
3. Vitaliano Trevisan, Grotteschi e arabeschi, Einaudi 				        p. 27<br />
4. Giorgio Falco, L&#8217;ubicazione del bene, Einaudi, 					        p. 20<br />
Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori 				                p. 20<br />
6. Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile, Einaudi 				        p. 16<br />
7. Peppe Fiore La futura classe dirigente, minimum fax 				p. 14<br />
<span id="more-18529"></span><br />
8. Andrea Carraro,  Il gioco della verità, Hacca 					        p. 12<br />
Gabriele Frasca, Dai cancelli d’acciaio, luca sossella editore 		        p. 12<br />
Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo, Bom.	        p. 12<br />
11. Antonella Cilento, Isole senza mare, Guanda					        p. 7<br />
Jadelin M. Gangbo, Due volte, E/O						p. 7<br />
13. Antonia Arslan, La strada di Smirne, Rizzoli					        p. 6<br />
Davide Barilli, Le cene di Baracoa, Mursia					p. 6<br />
Paolo Bianchi, Per sempre vostro, Salani					p. 6<br />
Andrea Camilleri, Il sonaglio, Sellerio					        p. 6<br />
Mario Fortunato, Certi pomeriggi non passano mai, Nottetempo	p. 6<br />
Ferruccio Parazzoli, Il tribunale dei bambini, Mondadori		        p. 6<br />
Vauro Senesi, Kualid che non riusciva a sognare, Piemme		p. 6<br />
Mattia Signorini, La sinfonia del tempo breve, Salani			p. 6<br />
Franco Stelzer, Matematici nel sole, Il Maestrale			p. 6<br />
Hans Tuzzi, La morte segue i magi, Bollati Boringhieri			p. 6<br />
David Vargas, Racconti di qui, Tullio Pironti				p. 6<br />
24. Filippo Bologna, Come ho perso la guerra, Fandango				p. 5<br />
Davide Brullo, Il lupo, Marietti						        p. 5<br />
26. Nicolas Bendini, Solo per una notte, Playground			                p. 4<br />
Gianfranco Franchi, Monteverde, Castelvecchi				p. 4<br />
Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Fazi		p. 4<br />
Letizia Muratori, Il giorno dell’indipendenza, Adelphi			p. 4<br />
Enrico Pandiani, Les Italiens, Instar Libri					p. 4<br />
Valeria Viganò, La scomparsa dell’alfabeto, Nottetempo		p. 4<br />
32. Ugo Barbara, In terra consacrata, Piemme					        p. 3<br />
Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Marietti				p. 3<br />
Roberto Cazzola, La delazione, Casagrande				p. 3<br />
Sandro Lombardi, Le mani sull’amore, Feltrinelli				p. 3<br />
Gaia Manzini, Nudo di famiglia, Fandango					p. 3<br />
37. Marco Archetti, Gli asini volano alto, Feltrinelli				        p. 2<br />
Andrea Camilleri, Il cielo rubato, Skira					p. 2<br />
Raffaele La Capria, America. 1957, Nottetempo				p. 2<br />
Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza, Transeuropa		p. 2<br />
Mauro Pagani, Foto di gruppo con chitarrista, Rizzoli			p. 2<br />
Gianluca Polastri, In viaggio con Martha, Ananke edizioni		p. 2<br />
Maurizio Torchio, Piccoli animali, Einaudi					p. 2</p>
<p>*</p>
<p><strong>POESIA</strong></p>
<p>1. Umberto Fiori, Voi, Mondadori 							p. 57<br />
2. Fabio Pusterla, Le terre emerse, Einaudi 					p. 54<br />
3. Giampiero Neri, Paesaggi inospiti, Mondadori 					p. 37<br />
4. Luigi Trucillo, Darwin, Quodlibet 						        p. 26<br />
5. Ottavio Fatica, Le omissioni, Einaudi 						p. 23<br />
6. Franca Grisoni, Poesie, Morcelliana 						p. 19<br />
7. Vincenzo Frungillo, Ogni cinque bracciate, Le Lettere			p. 18<br />
8. Jolanda Insana, Satura di cartuscelle, Perrone 			        p. 16<br />
9. Roberto Amato, Il disegnatore di alberi, Elliot				        p. 14<br />
10. Cesare Viviani, Credere all’invisibile, Einaudi					p. 11<br />
11. Massimo Sannelli, L’aria, Puntoacapo						p. 10<br />
12. Jolanda Insana, Frammenti di un oratorio, viennepierre			p. 9<br />
13. Riccardo Held, La Paura, Scheiwiller						p. 7<br />
14. Pietro Berra, Notizie sulla famiglia, Stampa					p. 6<br />
d’Avec-Sommeils, Oblò, Lietocolle						p. 6<br />
Bruno Galluccio, Verticali, Einaudi						p. 6<br />
Marco Giovenale, Soluzione della materia, La Camera Verde		p. 6<br />
Umberto Piersanti, Tra alberi e vicende, Archinto			p. 6<br />
Michele Zaffarano, Bianca come neve, La Camera Verde	        p. 6<br />
20. Emilio Coco, Il dono della notte, Passigli					p. 5<br />
Fabio Franzin, Fabrica, Atelier						        p. 5<br />
Stefano Massari, Serie del ritorno, La Vita Felice			p. 5<br />
23. Giorgio Manacorda, Scrivo per te, mia amata, Scheiwiller		p. 4<br />
24. Guido Ceronetti, Le ballate dell’angelo ferito, Il Notes magico		p. 3<br />
Francesca Genti, Poesie d’amore per ragazze kamikaze, Purple P.	p. 3<br />
Gilda Policastro, Stagioni, La Luna						p. 3<br />
Giancarlo Pontiggia (a c. di), Il miele del silenzio, Interlinea		p. 3<br />
Sergio Zavoli, La parte in ombra, Mondadori				p. 3<br />
29. Mia  Lecomte, Terra di risulta, La Vita Felice				p. 2<br />
Giulio Marzaioli, Suburra, Perrone						p. 2<br />
Marco Munaro, Nel corpo vivo dell’aria , il 	Ponte del Sale		p. 2<br />
Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, Moretti e Vitali			p. 2<br />
33. Renato Pennisi, La cumeta, L’Obliquo						p. 1</p>
<p>*</p>
<p><strong>SAGGI</strong></p>
<p>1. Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Guanda 					p. 57<br />
2. Corrado Stajano, La città degli untori, Garzanti 				p. 22<br />
3. Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo 						p. 20<br />
Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore				        p. 20<br />
5. Massimo Fusillo, Estetica della letteratura, Il Mulino 		        p. 16<br />
6. Edoardo Sanguineti, Ritratto del Novecento, Manni 				p. 15<br />
7. Michela M. Sassi, Gli inizi della filosofia: in Grecia, Bollati Bor. 	       p. 13<br />
8. Federico Francucci, La carne degli spettri, OMP				p. 12<br />
9. Wu Ming, New Italian Epic, Einaudi						p. 11<br />
10. Stefano Jossa, Ariosto, Il Mulino						p. 9<br />
Alberto Sebastiani, Le parole in pugno, Manni				p. 9<br />
Enrico Testa, Eroi e figuranti, Einaudi					p. 9<br />
13.  Lorenzo Barani, Derrida e il dono del tutto, Anterem			p. 6<br />
Stefano Bartezzaghi, L’elmo di Don Chiosciotte, Laterza			p. 6<br />
Oliviero Beha, I nuovi mostri, Chiare Lettere				p. 6<br />
Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza					p. 6<br />
Claudio Fava, I disarmati, Sperling &amp; Kupfer				p. 6<br />
Giulia Galeotti, In cerca del padre, Laterza				p. 6<br />
Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi				p. 6<br />
Rino Genovese, Trattato dei vincoli, Cronopio				p. 6<br />
Andrea  Giardina, Le parole del cane, Le Lettere				p. 6<br />
Mapelli-Margiotta, Dal blog al social network, Diabasis			p. 6<br />
Anna Masecchia, Al cinema con Proust, Marsilio				p. 6<br />
Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia, Donzelli		p. 6<br />
Giovanni Ragone, Classici dietro le quinte, Laterza			p. 6<br />
Alberto Salza, Niente, Sperling &amp; Kupfer					p. 6<br />
Antonio Spadaro, L’altro fuoco, Jaca Book					p. 6<br />
27. Felice Cimatti, Il possibile e il reale, Codice					p. 5<br />
Rita Levi-Montalcini, Cronologia di una scoperta, BCDe			p. 5<br />
Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa, Bollati Boringhieri		p. 5<br />
30. Luca Canali, Fermare Attila, Bompiani						p. 4<br />
Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Boringhieri				p. 4<br />
Daniela Marcheschi, Pier Luigi Bacchini, Zona Franca			p. 4<br />
Pietro Millefiorini, Provando e riprovando, Jaca Book		        p. 4<br />
Michele Smargiassi, Un’autentica bugia, Contrasto			p. 4<br />
35. Linnio Accorroni, 69 posizioni, Cattedrale					p. 3<br />
Annamaria Bernardini De Pace, Diritti diversi, Bompiani		        p. 3<br />
Andrea De Benedetti, Val più la pratica, Laterza				p. 3<br />
Demichelis-Leghissa (a c. di), Biopolitiche del lavoro, Mimesis	p. 3<br />
Di Vito-Gialdroni, Lipari 1929, Laterza					p. 3<br />
Elio Gioanola, Svevo’s Story, Jaca Book					p. 3<br />
Elisa Guzzo Vaccarino, Danze plurali, ephemeria				p. 3<br />
Paolo Lagazzi, La casa del poeta, Garzanti			        p. 3<br />
Luigi Moccia, Il diritto in Cina, Bollati Boringhieri			        p. 3<br />
Emanuele Narducci, Cicerone, Laterza					p. 3<br />
Mario Pezzella, La memoria del possibile, Jaca Book			p. 3<br />
Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy, Donzelli				p. 3<br />
Aldo Schiavone, L’Italia contesa, Laterza					p. 3<br />
Trevi-La Capria, Letteratura e libertà, Fandango				p. 3<br />
Gianfranco Viesti, Mezzogiorno a tradimento, Laterza			p. 3<br />
50. Domenico Dante, Il tempo interrotto, Palomar				p. 2<br />
Giulio Ferroni, Prima lezione di letteratura, Laterza			p. 2<br />
Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, Mondadori	p. 2<br />
Paolo Giulisano, Il ritratto di Oscar Wilde, Ancora			p. 2<br />
Loretta Napoleoni, La morsa, Chiare Lettere				p. 2<br />
Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi	p. 2<br />
Stefano Rodotà, Perché laico, Laterza					p. 2<br />
Marco Senaldi, Arte e televisione, Postmedia books			p. 2<br />
Luigi Zoja, La morte del prossimo, Einaudi					p. 2</p>
<p>*</p>
<p><strong>ALTRE SCRITTURE</strong></p>
<p>1. Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli 						p. 43<br />
2. Franco Buffoni, Zamel, Marcos y Marcos 					p. 29<br />
Andrea Zanzotto-M. Breda, In questo progresso scorsoio, Garz. 	        p. 29<br />
4. Eraldo Affinati, Berlin, Rizzoli 							p. 23<br />
5. Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri 			p. 18<br />
6. Gianfranco Bettin, Gorgo. In fondo alla paura, Feltrinelli 			p. 17<br />
7. Valerio Magrelli, La vicevita, Laterza						p. 16<br />
8. Francesco Permunian, Dalla stiva di una nava blasfema, Diabasis	        p. 15<br />
9. Angelo Ferracuti, Viaggi da Fermo, Laterza 					p. 12<br />
10. Nicola Gardini, I baroni, Feltrinelli  						p. 10<br />
11. Paolo Di Paolo, Questa lontananza così vicina, Perrone			p. 9<br />
12. Gianluigi Ricuperati, La tua vita in trenta comode rate, Laterza		p. 7<br />
13. Capossela-Costantino, In clandestinità, Feltrinelli				p. 6<br />
Ascanio Celestini, Lotta di classe, Einaudi					p. 6<br />
Nando Dalla Chiesa, Album di famiglia, Einaudi				p. 6<br />
Luca Delli Carri, Solo in battaglia, Fucina					p. 6<br />
Lo Bianco-Rizza, Profondo nero, Chiare Lettere				p. 6<br />
Salvatore Mannuzzu, Cenere e ghiacchio, Edizioni dell’Asino		p. 6<br />
Montanari-Fabbri, 2^ D, Longo						p. 6<br />
Antonio Pascale, Ritorno alla città distratta, Einaudi			p. 6<br />
Darwin Pastorin, I portieri del sogno, Einaudi 				p. 6<br />
Michele Perriera, I nostri tempi, Sellerio					p. 6<br />
Debora Pietrobono (a cura di), Senza corpo, minimum fax		p. 6<br />
Susani-Stancanelli, Mamma o non mamma, Feltrinelli			p. 6<br />
25. Vittorio Arrigoni, Gaza. Restiamo umano, ilmanifesto libri			p. 4<br />
Franco Marcoaldi, Viaggio al centro della provincia, Einaudi		p. 4<br />
27. Blueangy, Come fare del bene agli uomini, Einaudi				p. 3<br />
Martini-Sporschill, Colloqui notturni a Gerusalemme, Mondadori	p. 3<br />
Giovanni Nadiani, Spiccioli, Moby Dick					p. 3<br />
S.onyaOrfalian, La cucina d’Armenia, Ponte alle Grazie			p. 3<br />
Massimo Rizzante, Non siamo gli ultimi, Effigie				p. 3<br />
32. Mara Cerri, Via Curiel 8, Ed. Orecchio Acerbo				p. 2<br />
Mario Desiati, Foto di classe, Laterza					p. 2<br />
Carlo Lucarelli, G8, Einaudi							p. 2<br />
Davide Reviati, Morti di sonno, Cocorino Press				p. 2<br />
36. Marco Innocenti, C’è un libro su Marcel Duchamp, Iepòmene		p. 1</p>
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