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	<title>Salario al lavoro domestico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per soldi, non per amore. Contropiano dalle cucine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2015 22:47:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Lotta Femminista]]></category>
		<category><![CDATA[Salario al lavoro domestico]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Wages for Housework]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Jamila Mascat &#8220;Lo chiamano amore. Noi lo chiamiamo lavoro non pagato. La chiamano frigidità. Noi la chiamiamo assenteismo. Ogni volta che restiamo incinte contro la nostra volontà è un incidente sul lavoro. Omosessualità ed eterosessualità sono entrambe condizioni di lavoro. Ma l&#8217;omosessualità è il controllo degli operai sulla produzione, non la fine del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-55944 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png" alt="cover_counterplanning" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png 460w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-55947 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning-212x300.png" alt="Cover2_Counterplanning" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning.png 461w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a><img loading="lazy" class=" size-medium wp-image-55983 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7-227x300.png" alt="ck7" width="227" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7-227x300.png 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7.png 540w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Lo chiamano amore. Noi lo chiamiamo lavoro non pagato. La chiamano frigidità. Noi la chiamiamo assenteismo. Ogni volta che restiamo incinte contro la nostra volontà è un incidente sul lavoro. Omosessualità ed eterosessualità sono entrambe condizioni di lavoro. Ma l&#8217;omosessualità è il controllo degli operai sulla produzione, non la fine del lavoro. Più sorrisi? Più soldi. Niente sarà più efficace per distruggere le virtù di un sorriso. Nevrosi, suicidi, desessualizzazione: malattie professionali della casalinga&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="wp-image-55944 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png" alt="cover_counterplanning" width="279" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png 209w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /><img loading="lazy" class=" wp-image-55989 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808.jpg" alt="turch" width="279" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /></p>
<p style="text-align: left;">Nel 1975 il <strong>New York Wages for Housework Committee</strong> pubblica un opuscolo rosso intitolato <em>Counterplanning from the Kitchen*</em>, a cura di Silvia Federici e Nicole Cox.  Si tratta di due articoli  brevi (in tutto meno di trenta pagine):  il primo, che dà il titolo al fascicolo omonimo, e l&#8217;altro intitolato &#8220;Capital and the Left&#8221;. Il libretto viene tradotto in italiano tre anni dopo, nel 1978. Stesso titolo, ma copertina turchese, edito da Marsilio e curato dal Collettivo Internazionale Femminista, contiene in più il testo-manifesto di Federici &#8220;Salario contro il lavoro domestico&#8221;**.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55990" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg" alt="turchB" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Molto spesso le difficoltà e le ambiguità che le donne esprimono rispetto al <em>salario per il lavoro domestico</em> derivano dal fatto che lo riducono a una cosa, a un po&#8217; di denaro, invece di considerarlo come una <em>prospettiva politica</em>. La differenza tra questi due punti di vista è enorme. Vedere il salario al lavoro domestico come una cosa invece che come una prospettiva politica significa scindere il risultato della nostra lotta dalla lotta stessa e quindi non coglierne l&#8217;azione di demistificazione e sovversione del ruolo a cui le donne sono state relegate nella società capitalistica.&#8221;  Al contrario, la richiesta di un salario esprime <strong>il rifiuto del lavoro domestico</strong> e la volontà di disintegrare il &#8220;ruolo femminile&#8221; costruito ad hoc per incarnare le virtù della cura. &#8220;In realtà, quanto poco naturale sia essere una casalinga è dimostrato dal fatto che ci vogliono almeno venti anni di socializzazione, un tirocinio giornaliero diretto da una madre senza salario, per preparare una donna a questo ruolo, e per convincerla che figli e marito sono il meglio che può aspettarsi dalla vita.&#8221;<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55952" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png" alt="CK5" width="300" height="468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5-192x300.png 192w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png"><br />
</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/strike_CK.jpg"><br />
</a> Per le femministe protagoniste della campagna <em>Wages for Housework</em>, la battaglia per il salario è rivoluzionaria, nella misura in cui rivela<strong> i costi occultati della riproduzione sociale</strong> e rifiuta la divisione sessuale del lavoro (l&#8217;uomo in officina/la donna in cucina). &#8220;È importante riconoscere che quando parliamo di lavoro domestico non parliamo di un lavoro come gli altri, ma <em>della più grossa manipolazione, della più sottile e mistificata violenza che il capitale abbia mai perpetrato contro un settore della classe operaia</em>. Certo, nel capitalismo ogni lavoratore e ogni lavoratrice è manipolato e sfruttato e il suo rapporto con il capitale è completamente mistificato. Il salario crea l&#8217;impressione di un scambio equo: tu lavori e vieni pagato. Quindi tu e il tuo padrone siete uguali, mentre in realtà il salario piuttosto che pagare il lavoro che fai, nasconde tutto il lavoro non pagato che si traduce in profitto. Ma almeno, il salario riconosce che sei un lavoratore e puoi contrattare le condizioni del lavoro e l&#8217;ammontare del tuo salario, e puoi lottare contro le condizioni e la durata di questo lavoro. Avere un salario significa essere parte di un contratto sociale e non ci sono dubbi circa il suo significato: tu lavori non perché ti piace o ti viene naturale, ma perché è l&#8217;unica condizione a cui ti è permesso di vivere. Ma per quanto tu possa essere sfruttato, tu non sei quel lavoro. Oggi sei un postino, domani un camionista. L&#8217;unica cosa che conta è quanto lavoro devi fare e quanti soldi riesci a prendere.&#8221;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png" alt="ck6" width="470" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png 559w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61-300x268.png 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]</p>
<p>Le &#8220;operaie della casa&#8221; osservano che &#8220;nel caso del lavoro domestico, la situazione è qualitativamente diversa. La differenza consiste nel fatto che il lavoro domestico non solo è stato imposto alle donne, ma anche trasformato in un attributo naturale del nostro corpo e della nostra personalità femminile, un&#8217;esigenza interiore, un&#8217;aspirazione, che si suppone derivi dal profondo della nostra natura. Il lavoro domestico è stato trasformato in un attributo naturale e non riconosciuto come contratto sociale, perché era destinato a non essere retribuito. Il capitale ha dovuto convincerci che si tratta di un&#8217;attività naturale, inevitabile e persino gratificante per farci accettare di lavorare senza salario. A sua volta, il fatto che il lavoro domestico non fosse retribuito, è stato il mezzo più potente per rafforzare l&#8217;opinione comune secondo la quale esso non è lavoro, impedendo alle donne di lottare contro di esso, se non durante le liti familiari che l&#8217;intera società è concorde nel ridicolizzare, svilendo così ancora di più le protagoniste di queste lotte. Siamo viste come bisbetiche, non come lavoratrici in lotta&#8221;. Esigere un salario dallo Stato è la maniera più efficace di <em>denaturalizzare e desessualizzare il lavoro domestico</em> e ricondurlo alle sue origini: <strong>non un gesto d&#8217;amore</strong>, bensì un mestiere imposto e ingiustamente non retribuito. Rivendicare il salario al lavoro domestico significa perciò &#8220;riconoscere che la forza-lavoro non è una cosa naturale, ma deve esser prodotta&#8230; e che <em>ogni famiglia e relazione tra i sessi diventa un rapporto di produzione</em>. In altre parole – conclude Federici in <a href="https://viewpointmag.com/2015/04/15/witchtales-an-interview-with-silvia-federici/" target="_blank">un&#8217;intervista </a>recente su <em>Viewpoint</em> <em>Magazine –</em> il capitalismo non si sviluppa solo in fabbrica ma piuttosto nella società&#8221;***.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png" alt="CK4" width="353" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png 545w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4-212x300.png 212w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]</p>
<p style="text-align: left;">Al 1975 risale anche l&#8217;uscita di un opuscolo cartaceo tratto dall&#8217;audiovisivo <em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>, realizzato da Chiara Gamba, Franca Geri, Adriana Monti, Grazia Zerman del Gruppo femminista milanese per il Salario al lavoro domestico***. Il documento viene pubblicato dal Collettivo Editoriale Femminista, che nasce a Padova nel 1974. L&#8217;<strong>audiovisivo</strong>, composto da varie diapositive che vengono proiettate e sincronizzate con un nastro su cui sono incisi il parlato e le musiche, viene pensato come uno strumento di intervento più efficace dei volantini e dei giornali cartacei per discutere tra donne della propria condizione di sfruttamento (domestico e non). Viene ideato dal gruppo milanese di Lotta Femminista. Quando LF si scioglie nell&#8217;ottobre del 1974, la campagna per il Salario al lavoro domestico viene portata avanti dai Comitati di Padova, Venezia, Trieste e Trento, e dai Gruppi femministi di Ferrara, Milano, Modena, Firenze e Napoli.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png" alt="CK3" width="574" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png 604w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, siamo ancora nel 1975, viene pubblicato a cura del Collettivo Internazionale Femminista di Padova, <i>Le operaie della casa</i> (Marsilio, 78 pagine). La copertina questa volta è rosa. Il salario è sempre al centro delle rivendicazioni. Si tratta di farne “una leva di potere per cui le donne riescano in una posizione di forza a contrattare le condizioni del lavoro domestico stesso, le condizioni del lavoro esterno, le condizioni dei servizi, le condizioni della procreazione e della sessualità.” Come spiega Mariarosa Dalla Costa in un <a href="http://medea.noblogs.org/files/2011/07/Mariarosa-Dalla-Costa-autonomia-della-donna-e-retribuzione.pdf" target="_blank">intervento</a> del 2006 (&#8220;Autonomia della donna e retribuzione del lavoro di cura nelle nuove emergenze&#8221;), &#8220;la <strong>maternità</strong> divenne un punto cardine del nostro discorso: se la produttività della famiglia capitalistica e del corpo femminile passava per la produzione di figli, la liberazione della donna passava anche attraverso il rompere con questa imposizione, con questa unicità di funzione ascritta, con la fissità di questo ruolo. Da cui lo slogan <em>Donne, partoriamo idee non solo figli</em>!, un grido di liberazione dal comandamento biologico, un invito a una creazione diversa, partorire idee che riuscissero a generare un altro mondo dove il ruolo di moglie-madre non costituisse l’unica identità possibile né fosse pagata a tale prezzo di fatica, isolamento, subordinazione, mancanza di autonomia economica&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/operaie-casa_pink.jpg"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png" alt="bbbb" width="287" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb-192x300.png 192w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Sul retro del libro si legge:<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/operaie-casa-back.jpg"><br />
</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55980" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png" alt="pppp" width="286" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp-190x300.png 190w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Commenta Adriana Perrotta qui sotto: &#8220;Suonano datati lo stile sloganistico, siamo nel pieno degli anni Settanta (così si parlava e si scriveva per smuovere le coscienze e invitare alla lotta), il rubricare tutto a lavoro domestico (mentre il concetto di cura è ben più ampio e complesso, come hanno messo in luce le ricerche e gli studi degli ultimi 40 anni); sbrigativo non considerare l’interiorizzazione di un modello di codificazione dei ruoli sessuali (derivato dalla divisione dalla del lavoro operata dal patriarcato) con tutte le conseguenze psichiche indotte, sia per gli uomini che le donne (le interiorizzazioni di fantasie, attese paure, immagini di genere…., la naturalizzazione di un ruolo che costituisce comunque uno straccio di identità al quale aggrapparsi, per spremerne ogni goccia di contropotere). Non a caso l’iniziativa dello “sciopero” del lavoro domestico lanciata allora fallì, perché molte dicevano che non volevano andare contro le esigenze di figli,…e quanti/e dipendevano dalle loro cure quotidiane. Sembrava che il “nemico” diventassero i “familiari” e non il sistema. Infatti allora si era in pieno “separatismo” di analisi, teorie e pratiche; il non aver coinvolto gli uomini, ugualmente dimidiati nella loro potenzialità dalla divisione patriarcale del lavoro, e l’aver completamente sottovalutato il terreno delle relazioni tra donne e uomini, tra donne e donne, tra uomini e uomini, l’ambito dell’affettività della sessualità, della creatività, cioè la dimensione dell&#8217;”autocoscienza”, fieramente avversata da alcune come terreno “borghese( su questo si era separato in due spezzoni il collettivo di Lotta Femminista di Milano), ha determinato il fallimento di questo filone del femminismo che sarebbe stato allora molto importante e “rivoluzionario”.<br />
Ma la prospettiva politica: il discorso della cura come effettivo e efficace motore di cambiamento radicale del modo di produzione e consumo capitalistico-patriarcale, è quello sempre più urgente oggi.&#8221;*****</p>
<p>La <em>cura</em> introduce una variante nel discorso inaugurato negli anni Settanta dalla campagna per il Salario al Lavoro Domestico. Per molti versi, le compagne d&#8217;allora contestavano un sistema patriarcale che imponesse loro la propensione alla cura, quintessenza del femminile naturalizzato. Ripensare la cura contro quello stesso sistema e pensarla addirittura come un&#8217;arma per scalfirlo è una scommessa non scontata, a fronte degli esercizi di valorizzazione della cura e dell&#8217;affettività in cui il capitalismo contemporaneo si dimostra  estremamente abile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* <a href="https://caringlabor.files.wordpress.com/2010/10/counter-planning_from_the_kitchen.pdf" target="_blank">Qui</a> il pdf del fascicolo in inglese.</p>
<p>** Questi scritti (e altri più recenti di Federici) sono stati pubblicati da <a href="http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=383&amp;tipo=novita" target="_blank">Ombre Corte</a> in:  S. Federici, <em>Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista</em> (trad. it. e cura di Anna Curcio, Verona, Ombre corte, 2014, pp. 150).</p>
<p>*** Sempre su <em>Viewpoint</em> segnalo un approfondimento/dibattito sul rapporto tra patriarcato e capitalismo: <em><a href="https://viewpointmag.com/2015/05/04/gender-and-capitalism-debating-cinzia-arruzzas-remarks-on-gender/" target="_blank">Gender and Capitalism: Debating Cinzia Arruzza&#8217;s &#8220;Remarks on Gender&#8221;.</a></em></p>
<p>**** <a href="http://www.femminismoruggente.it/femminismo/pdf/libri/siamo_stufe.pdf" target="_blank">Qui</a> il pdf dell&#8217;audiovisivo.</p>
<p>***** Se ne è discusso e scritto nel numero 9 della rivista in rete Overleft. Rivista di culture a sinistra, tutto dedicato a questo argomento, <a href="http://www.overleft.it/" rel="nofollow">http://www.overleft.it</a></p>
<p>Molti dei documenti relativi alle lotte femministe per il Salario al lavoro domestico &#8211; opuscoli, libri, volantini, manifesti stampati tra il 1971 e il 1978, insieme a foto di quello stesso periodo– si trovano <a href="http://www.femminismoruggente.it/femminismo/salario_ld.html" target="_blank">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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