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	<title>Salvatore Toma &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I poeti appartati: Salvatore Toma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 06:01:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Toma]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di lettura di Claretta Caroppo A Otranto, tra i ragazzi che hanno fatto amicizia con me, riconobbi subito, per la sua aria faziosa di futuro avvocato, uno studente di Maglie. Tra il bacio della vecchia e la scuola media di Maglie, è contenuta tutta la disperazione meridionale, l&#8217;errore, l&#8217;impotenza, ma anche l&#8217;energia. Pasolini racconta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/canzonieredellamorte.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45748" alt="canzonieredellamorte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/canzonieredellamorte.jpg" width="200" height="345" /></a><br />
<strong>Nota di lettura</strong><br />
di<br />
<strong>Claretta Caroppo</strong></p>
<p><em>A Otranto, tra i ragazzi che hanno fatto amicizia con me, riconobbi subito, per la sua aria faziosa di futuro avvocato, uno studente di Maglie. Tra il bacio della vecchia e la scuola media di Maglie, è contenuta tutta la disperazione meridionale, l&#8217;errore, l&#8217;impotenza, ma anche l&#8217;energia</em>. Pasolini racconta di un viaggio che lo ha condotto da Aversa ai confini sud orientali italiani, in un Meridione profondissimo. <em>Nel leggere quel foglio</em> [il giornale ‘Il Gargano&#8217; ndr] <em>ci si deve così doppiamente commuovere sulla miseria di questo paese che è almeno pari alla sua bellezza.</em> E&#8217; il 1951. Nello stesso anno nacque a Maglie, cittadina situata in provincia di Lecce, Salvatore Toma, poeta decadente, di famiglia di fioristi di antica tradizione, morto suicida a 37 anni. La redazione della prima, raffinata, lungimirante antologia delle sue liriche, pubblicata per Einaudi nel 1999, è stata curata da Maria Corti. La Corti divide le produzioni di Toma, o Totò Franz, come amava farsi chiamare, in tre sezioni, riprendendo la suddivisione già proposta da Donato Valli: la vita e la morte, l&#8217;uomo e la bestia, il sogno e la realtà.</p>
<p>La sezione che la Corti intitola <em>&#8216;Bestiario salentino del XX secolo</em>&#8216; è la seconda della raccolta. Mi piace partire da qui, scompigliandone l&#8217;ordine, dalla bestie, dalla vita, prima del sogno e della morte. Si ritrovano soprattutto delfini, squali, capodogli, balene o animali del cielo, molti falchi, un nibbio, una farfalla. Si racconta che Toma trascorresse i suoi meriggi in cima o all&#8217;ombra di una grande quercia e l&#8217;aneddoto è certificato da una targhetta che si trova appesa ad un albero nella campagna magliese, in località &#8216;Ciàncole&#8217;. Immaginate i compaesani. Da quel luogo Franz guardava i voli degli uccelli, seguiva le direttive del vento, fantasticava:<br />
<em><br />
Se si potesse imbottigliare/ l&#8217;odore dei nidi,/ se si potesse imbottigliare/ l&#8217;aria tenue e rapida/ di primavera/ se si potesse imbottigliare/ l&#8217;odore selvaggio delle piume/ di una cincia catturata/ e la sua contentezza,/ una volta liberata. Fedele compagna una civetta, che spesso fu cara ai poeti: Il mare ardesia della notte/ scoperto da un faro/ desolato sulla scogliera/ non spaventa/ la nostra civiltà lunare,/ la tua vecchia civetta/ dal volo impacciato.[…] Non la volevo/ senza i suoi occhi gialli/ la volevo integrale selvaggia/ regina della notte fino in fondo.</em></p>
<p>E poi bisonti, maiali, cani. Più che un sognante ritorno ad una civiltà edenica e bucolica, si legge un acuirsi di quel &#8216;naturalismo fiabesco&#8217; che l&#8217;ispanista Oreste Macrì ritrova nella produzione di Toma. Non stupisca che un poeta a cui la morte fu tanto avvezza abbia prodotto versi vitalissimi sull&#8217;esistenza animale, non dimenticando quanto la brutalità umana sia insuperabile:<br />
<em><br />
[&#8230;]Il cielo inabissò/ nel vuoto più completo/ solo una luce strana violenta/ riservata ai grandi eventi/ serpeggiò nell&#8217;aria/ per un attimo illuminò l&#8217;oceano/ e gli uomini si tinsero/ dei loro veri volti/ crudeli spaventosi/ ineguagliabili belve/ senza forma e senza speranza ;  Arriverà la vita, /arriverà, / palazzi città auto ferrovie/ saranno dilaniati come antilopi./ Il leone che è in noi/ ruggirà in maniera mai sentita/ sbranando uomini e donne/ bambini invecchiati/ e vecchi arroganti/ malati di dominio anche a costo di morire. </em></p>
<p>La terza sezione del Canzoniere, dal titolo <em>&#8216;I sogni della sera</em>&#8216;, rivela un&#8217;oscillazione perenne fra sogno e realtà, in una dimensione visionaria fatta di deliri, impressioni alcooliche, fantasie erotiche. Talvolta Franz mette persino in dubbio se stesso e il suo modo naturale di vivere la vita in quanto <em>E&#8217; il passato/ non è la morte/ che mi fa paura/ è il passato/ che è il più funebre e il più funesto/ del buio di una bara/ è il passato che mi dilania/ questo essere stati/ senza possibilità di ripetersi/ di dirgli una parola</em>.</p>
<p>In questa rarefazione, come ci dice la Corti nell&#8217;Introduzione al volume, troneggia la donna favolosa del poeta, questa volta una figura concreta, altera, che appartiene al mondo reale, con la quale un Franz visionario prova a rapportarsi, per la quale, ci confessa, sarebbe disposto a rinunciare ai propri versi. Il &#8216;Canzoniere&#8217; di Toma si apre con una dedica al maestro Leopardi, <em>che ha liberato/ l&#8217;Italia/ più di Garibaldi.</em> La familiarità del poeta con la morte è docile, inevitabile, connaturata alla sua condizione di maledetto e nasce dalla considerazione che solo chi si nega la vita/ sa cosa significa vivere. Al poeta risulta impossibile diffidare di chi lo accompagna perennemente, annunciandosi con sonagli d&#8217;oro, come un&#8217;ombra, un chiodo fisso, senza segreti.</p>
<p>Il vero dissidio si trova nella vita, meglio ancora, nei vivi: <em>Io sono morto/ per la vostra presenza ; Presso mezzogiorno/ mi sono scavata la fossa/ nel mio bosco di querce,/ ci ho messo una croce/ e ci ho scritto sopra/ oltre al mio nome/ una buona dose di vita vissuta./ Poi sono uscito per strada/ a guardare la gente/ con occhi diversi</em>.</p>
<p>Da una parte quindi la natura, irriverente, viva, animalesca, selvatica, ventosa, come la si vedrebbe dall&#8217;ombra di una quercia, come la si sognerebbe da ubriachi e dall&#8217;altra una morte inevitabile, compagna, amante. E il poeta, in quanto tale, sa di non poter essere immortale. Si congeda alla luce, alle stagioni, all&#8217;alba, senza melodrammi. Pare talvolta di sentire Baudelaire, che parla alle &#8216;Due buone sorelle&#8217;. Più che fisica, la dissolutezza di Toma è alcolica, onirica, è appunto un sogno della sera. E al risveglio restano queste impressioni: <em>Io ho l&#8217;incubo/ della mia vita/ fatta di grandi/ sconcertanti conoscenze / e di sogni paurosi. / Per questo credo / di vivere ancora per poco/ e non rischiare/ di sfiorare l&#8217;eternità./ Se passa una nube/ fra incerte piogge/ quella è la nube/ in cerca di serenità.</em></p>
<p>Io, dal mio, ho la fortuna di riconoscere gli alberi e le cicale e rivedo le rocce e i rosmarini di Badisco. Mi conforta ricordare che un poeta, nato nel paese dove sono cresciuta, abbia scritto in varie stesure: <em>A me Dio piace indovinarlo /in una pietra qualunque, /in un&#8217;infanzia serena, /in un frutto maturo,/ nell&#8217;onda del mare, / che come la morte cancella il mio nome.</em></p>
<p>Avanzava il capodoglio<br />
nella notte nera<br />
a gran velocità<br />
enorme<br />
aveva lasciato<br />
l&#8217;immensità dell&#8217;oceano<br />
per venire a morire sulla sabbia.<br />
Sfrecciava tra i bagnanti<br />
senza toccarli<br />
senza nemmeno sfiorarli<br />
non vedeva che la morte<br />
davanti a sé il sonno eterno<br />
il plagio irreversibile<br />
lì fra le scogliere.<br />
Ma una volta arenato<br />
i pescatori gli tagliarono<br />
il ventre con lame acuminate<br />
lo rimorchiarono al largo<br />
giocavano con l&#8217;idea<br />
di veder l&#8217;acqua tingersi di rosso<br />
divertendosi a corrompere usurpare<br />
la purezza invincibile del mare.<br />
Allora dalla vicina scogliera<br />
un dio superbo un po’ demone<br />
sottoforma di mantello<br />
volò nell&#8217;aria<br />
catturò i vigliacchi<br />
li frustò allo svenimento<br />
li rese mendicanti<br />
spogli di tutto<br />
venditori per le vie del mondo<br />
di collane ciondoli souvenirs<br />
quadretti raffiguranti<br />
corpi marini balenotteri<br />
squali scene segrete<br />
del profondo mare.<br />
Il cielo inabissò<br />
nel vuoto più completo<br />
solo una luce strana violenta<br />
riservata ai grandi eventi<br />
serpeggiò nell&#8217;aria<br />
per un attimo illuminò l&#8217;oceano<br />
e gli uomini si tinsero<br />
dei loro veri volti<br />
crudeli spaventosi<br />
ineguagliabili belve<br />
senza forma e senza speranza.</p>
<p>Io spero che un giorno<br />
tu faccia la fine dei falchi,<br />
belli alteri dominanti<br />
l&#8217;azzurrità più vasta,<br />
ma soli come mendicanti.<br />
<strong>Quad. XIX, 11</strong></p>
<p><strong>Un amore</strong></p>
<p>Non si può soffocare a lungo<br />
un amore.<br />
Lo si può ritardare questo sì<br />
per vari comodi<br />
o per estreme deludenti sensazioni<br />
ma alla fine trionfa.<br />
Lo si può nascondere<br />
con violenza per anni<br />
o con indifferenza<br />
lo si può pietosamente subire<br />
e soffrire in silenzio<br />
ma alla fine trionfa.<br />
E&#8217; un plagio istintuale<br />
rapace che ci assale<br />
serenamente ci opprime.<br />
Così accadde a noi<br />
tanti anni fa.<br />
Dopo il fulmine<br />
cercammo storditi<br />
umanamente il sereno<br />
il refrigerio del distacco<br />
sperammo a lungo con passione<br />
nella morte dell&#8217;altro<br />
adducendo l&#8217;imprevedibile<br />
trincerandoci ostili a combatterlo<br />
armati di nuove prove<br />
e insormontabili difficoltà.<br />
Ma l&#8217;ultimo appuntamento<br />
sarà inesorabile<br />
più delle nostre vili paure.<br />
Come tanti anni fa<br />
riaccadrà.</p>
<p>Quando sarò morto<br />
e dopo un mese appena<br />
come denso muco<br />
color calce e cemento<br />
mi colerà il cervello dagli occhi<br />
se mi si prende per la testa<br />
(l&#8217;ho visto fare a un mio cane<br />
disseppellito per amore<br />
o per strapparlo ai vermi)<br />
per favore non dite niente<br />
ma che solo si immagini<br />
la mia vita<br />
come io l&#8217;ho goduta<br />
in compagnia dell&#8217;odio e del vino.<br />
Per un verme una lumaca<br />
avrei dato la vita:<br />
tante ne ho salvate<br />
quando ero presente<br />
sciorinando senza vergogna<br />
l&#8217;etichetta della pazzia<br />
con l&#8217;ansia favolosa di donare.<br />
Per favore non dite niente.</p>
<p>Non ti credo<br />
ma c’è chi giura che esisti,<br />
forse non ti so cercare<br />
o rassegnarmi a cadere<br />
e tu giochi a nasconderti<br />
non ti fai trovare,<br />
sembriamo<br />
due strani innamorati<br />
ma io ti sento<br />
qui alle mie spalle,<br />
a volte mi sento toccare.<br />
<strong>Quad. XIX, 12</strong></p>
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