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	<title>San Pietroburgo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A San Pietroburgo con Dostoevskij &#8211; Antonina Nocera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2024 06:10:40 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><strong><em>Pietroburgo a sfoglie</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>C’è un filo sottile tra il desiderio, l’ossessione, il sogno. Accade che questo filo spesso si assottigli fino a rendere labili le distanze tra queste tre dimensioni psichiche, come accade al protagonista del racconto di W. Jensen, <em>Gradiva</em>, cui Freud dedicò un saggio di approfondimento sul delirio e i sogni. Un giovane archeologo, Norbert Hanold, che scorge in un museo un bassorilievo raffigurante un’immagine di donna, da lui ribattezzata Gradiva, “colei che incede”, rimane a tal punto impressionato e sconvolto da continuare a ricercare in modo ossessivo questa figura nella realtà. Si reca da Roma a Pompei alla ricerca di Gradiva, finché, alla fine di un cammino tra sogno e realtà, ritrova le sue fattezze in Zoe, un’antica compagna di giochi infantili. Stesse le movenze, l’incedere, i particolari. L’attrazione che ne scaturisce lo porta a vivificare questa immagine, a costringerlo a intraprendere un viaggio, per ritrovare la sensazione di qualcosa che aveva vissuto, duemila anni prima, sicuro di avere fatto la prima colazione con una donna pompeiana, dalla caviglia sottile, dalla veste bianca e svolazzante che aveva acceso il suo desiderio. Trovo che questa storia sia, di là dalla interpretazione freudiana che la relega nell’ambito del rimosso, del sintomo sotto forma di figura nel sogno, una perfetta metafora di quell’innamoramento necessario che sostanzia ogni tipo di ricerca letteraria. Cercare Gradiva, per me, è stato cercare Pietroburgo nelle pagine dei romanzi, nelle parole degli scrittori russi che ne avevano delineato una precisa fisionomia, avevano acceso la mia immaginazione, risvegliando, come probabilmente fu per Hanold, un sentimento occulto, che lei, la città petrina, rinfocolava con la sua potenza iconica. Camminare per le strade pietroburghesi è un’esperienza che chiama a raccolta una stratificazione di memorie culturali, letterarie, che sono inseparabili, tanto sono “inscritte” nel panorama urbano. Tra tutti, ho eletto lo scrittore F. M. Dostoevskij a mentore ideale di questo cammino, nel crinale tra sogno, realtà e desiderio. Credo che tra tutti abbia creato una sintesi perfetta che prende spunto da Gogol’, Anciferov, Puškin, Turgenev, e crea la magia sincretica. La febbrile e convulsa Pietroburgo, la tremula parete che separa la Prospettiva Nevskij dal sogno, i personaggi che si muovono come fantasmi o sognatori, il perverso intrigo di vicoli dell’anima e della mente.</p>
<p>Quando ho conosciuto Piter, come i russi pietroburghesi amano definire la loro città, ho provato la netta sensazione di avere compreso non l’intera anima russa – forse nessuno la capirà mai integralmente – ma quella fetta di “russitudine” che aveva forgiato la mia personale anima russa, quella che ho costruito sui romanzi, sulle letture, sulle fantasticherie che formano la mitologia personale di un luogo.</p>
<p>Si ha la netta sensazione che nulla di quello che si vede è definitivo. “La città più premeditata del mondo” è una definizione dostoevskiana che esprime perfettamente il senso di Pietroburgo. Tutto sembra perfettamente <em>comme </em><em>il faut </em>all’apparenza, un’architettura all’europea che ti restituisce qualcosa di familiare, ma non integralmente. Un familiare che si avvicina maggiormente al senso di <em>Unheimlich</em>, perché lo riconosci, ma al contempo ne senti l’estraneità. Un luogo, insomma, che nella sua bellezza esteriore ti invita ad andare oltre, ad affrettare il passo per imboccare la strada che porta “oltre”, tra i vicoli, di là dalla facciata, dalla bella prospettiva che si staglia come una quinta teatrale, pronta ad aprirsi, a svelare connessioni con mondi inaspettati, poco rassicuranti.</p>
<p>Pietroburgo, città eccentrica, estranea alla cultura del proprio paese, a eccezione di alcuni quartieri periferici in cui il “pittoresco” resistette per un certo tempo, il concetto fondamentale fu <em>udivlenie</em> <em>i</em> <em>vostorg</em> (stupore ed esaltazione/entusiasmo), fondato su una base sottilmente razionale e utilitaristica. Per questo gli spazi erano ampi, le vie e le prospettive di grande portata, le distanze dilatate. La prima volta che si imbocca la Prospettiva Nevskij si percepisce il senso di questa grandiosità che colpisce gli occhi e l’immaginazione. Ma chiunque abbia letto Gogol’ – anche Dostoevskij sa bene che usciamo tutti dal <em>Cappotto </em>– sa che questo apparato è come il cielo di carta di Mattia Pascal, pronto a sfarinarsi sotto le dita, come un sogno, una fantasia, in un viaggio mentale.</p>
<p>Non si può conoscere l’essenza pietroburghese senza avere letto <em>Il cavaliere di bronzo </em>di Puškin.</p>
<p><em>T’amo</em> <em>creatura di Pietro</em>, scrisse il poeta che cantò le origini di Pietroburgo in uno dei poemi più importanti della storia letteraria russa. Un’opera fondativa, della lingua, dell’immaginario, della struttura urbana. L’opera va letta come parte di una storia più ampia, che si riverbera nei meandri della memoria, della storia e nell’anima di Pietroburgo come la chiamò Anciferov (Duša Peterburga). Un’anima doppia, che partecipa del cielo e della terra, del sublime e del laido. Puškin ha detto tutto di questa origine, chiamando in causa il Prometeo al fine di dare linfa vitale a questa nuova costruzione: <em>La città di Pietro</em>.</p>
<p>La storia di Pietroburgo si fonda sulla capacità di trasformazione della natura a opera dell’uomo. Natura e spazio fisico vengono piegati alle esigenze della monumentale Pietroburgo nascente; la prima operazione consiste nella cancellazione dello spazio precedente, il terreno brullo e inospitale viene dissodato, bonificato, reso “piano” e plasmabile. Sembra che tutto abbia preso avvio da una fantasia, da una “visione” del giovane <em>zare</em><em>vi</em><em>č </em>Pietro mentre trascorre il suo tempo in occupazioni adolescenziali in un recinto dedito ai giochi; da una fan- tasia fanciullesca prende corpo quella “visione” della futura città, in cui tutto sarebbe stato recintato come un grande <em>hortus conclusus </em>modellato a propria immagine e somiglianza.</p>
<p>La costruzione del mito della città di Pietroburgo e la costruzione della città in senso stretto procedono a passi paralleli: il mito poggia sulle palafitte erette sui terreni paludosi, e sui versi di poeti che ne decantano l’aspetto tragico, torbido, pericolante. Le denominazioni della nascente città ne tradiscono tutte le velleità: “Palmira del Nord”, “Nuova Roma”, o di contro “opera dell’‘Anticristo’”, o del “costruttore taumaturgo”. La poesia encomiastica ne rivela il suo carattere miracolo- so: Sumarokov, Lomonosov e Deržavin, entrambi pro- motori della retorica di Pietroburgo come “novella Roma” con tutti gli orpelli del mito di fondazione. Di pari passo alla mitologia fastosa, una vena cupa e corrosiva stempera l’ottimismo progressista; leggende popolari prefigurano un’imminente rovina, i “fantasmi del passato”, forse le anime degli innumerevoli martiri morti durante la costruzione della città, e sepolti per sempre al di sotto delle sue fondamenta, incombono sul destino della città. È impossibile leggere i russi che hanno scritto di Pietroburgo senza percepire questi fantasmi, nei volti, nelle movenze, dei passeggiatori della Prospettiva Nevskij, nelle strade buie e tortuose che portano al cuore del- la città, nei personaggi che animano il racconto della città. Pietroburgo è un testo, come venne definito dalla critica semiotica, da Uspenskij e Toporov. Un testo che interseca fili di narrazioni stratificate, di segni e simboli che rimandano a una mitologia complessa e antitetica. Al mito della finestra sul mondo si abbina l’antimito escatologico della sua distruzione. Il fatto che Pietroburgo potesse per i suoi dati semantici fondamentali essere inserito in questa doppia situazione ha consentito di considerarlo nello stesso tempo sia un paradiso, l’utopia della città ideale del futuro, materializzazione della Ragione, sia la sinistra mascherata dell’anticristo.</p>
<p>Tutto parte da un elemento primordiale, l’acqua: nel 1824 il quartiere Kolomna fu sconvolto da un’alluvione. Come Puškin ricorda nell’introduzione al <em>Cavaliere di </em><em>bronzo</em>: “L’incidente descritto in questa storia è basato sulla verità. I dettagli dell’alluvione sono presi in prestito dalle riviste dell’epoca”. L’acqua della Neva invade minacciosa la città, portando morte e distruzione. Un elemento che ricompare in Dostoevskij tra le pagine del romanzo <em>Il sosia. </em>In un memorabile brano che pare attingere a Puškin per la drammaticità incalzante e a Gogol’ per quell’aura fantomatica, fumosa in cui la realtà sfuma nella visione e viceversa, Dostoevskij dipinge nel suo secondo romanzo una città minacciosa, che annuncia l’imminente sdoppiamento dell’impiegato Goljadkin, con le acque che gonfiano dalle rive della Fontanka, il lungofiume che costeggia la parte sud della città e taglia il centro pietroburghese, formando una curiosa perpen- dicolare con la piazza Sennaja. Sembra che tutti i personaggi dostoevskiani seguano delle traiettorie che alla fine si incrociano in strani crocevia. Goljadkin e Rodion Raskol’nikov sono tra gli eroi principali dello sdoppiamento dostoevskiano, lo stesso nome Raskol’nikov ne porta una traccia, <em>raskol’ </em>è lo scisma. Entrambi vivranno il dramma della scissione identitaria, Raskol’nikov perché pervaso dall’idea di diventare Napoleone e sovvertire l’ordine morale, Goljadkin rappresenta – ben prima di Freud – lo sdoppiamento della personalità, la schizofrenica propulsione verso un altro che è tanto vivido da diventare “persona”, maschera vivente della propria ossessione. Anche il quartiere Kolomna, che oggi non è certo desolato e solitario come lo descrive Gogol’, conserva quel pizzico di malinconia acquosa che lo distin- gue dagli altri quartieri pietroburghesi.</p>
<p>Ma torniamo alle acque, ripercorriamo Fontanka. Nel punto in cui il personaggio dostoevskiano si ferma, pres- so il ponte Izmajlovskij. Oggi questa è per me una delle passeggiate più affascinanti, specie durante le notti bian- che, un percorso da fare a piedi, col battello, fino al museo di Anna Achmatova. Nulla potrebbe turbare questo paesaggio, se non il ricordo terribile che si stagliava di fronte a Goljadkin, a mezzanotte, quando “tutte le torri e i campanili di Pietroburgo battono le ore in punto”:</p>
<p>il vento ululava per le vie deserte sollevando le acque nere della Fontanka fino all’altezza degli anelli di ormeggio e scuotendo impetuosamente gli sparuti lampioni del lungofiume, i quali, a loro volta, facevano eco ai suoi ululati con acuti, penetranti cigolii, dal che risultava quel continuo, stridulo e pigolante concerto così noto a ogni abitante di Pietroburgo. Pioveva e nevicava nello stesso tempo. Trascinati dal vento, veri ruscelli d’acqua piovana, volavano quasi orizzontalmente, come da una pompa di pompieri, pungendo e flagellando il viso dell’infelice signor Goljadkin, come migliaia di spilli e spilloni. Nel silenzio della notte, interrotto soltanto da lontani rumori di carrozze, dall’ululare del vento e dal cigolio dei fanali, si sentiva il malinconico stillicidio dell’acqua che gocciolava su tutti i tetti, i terrazzini, le grondaie, e i cornicioni sul sel- ciato di pietra sul marciapiede.</p>
<p>Ancora non esisteva Raskol’nikov, <em>Delitto e Castigo </em>sarebbe nato successivamente. Curiosamente, entrambi i personaggi cercano una sorta di luogo in cui si incrociano energie sinistre eppure vitali. Questo luogo è Fontanka, il lungofiume che appare nei taccuini preparatori del romanzo. Le acque torbide delle origini pietroburghesi esercitavano ancora il loro influsso magnetico. Ma Raskol’nikov, che allora si chiamava Vas’a, prese un’altra strada. Non esiste infatti una sola Pietroburgo, ma una Pietroburgo a “sfoglie” che contiene in ogni strato una narrazione esterna, una rappresentazione di se stessa, un commento che cresce e si riverbera nelle mille città della memoria, collettiva e personale. Sono qui per costruire la <em>mia </em>Pietroburgo.</p>
<hr />
<p><strong>Antonina Nocera</strong> vive a Palermo, è insegnante di letteratura italiana e latino. Saggista nell’ambito della critica letteraria, ha pubblicato una monografia dal titolo. “<strong><em>Angeli sigillati. I Bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij</em>.</strong>(FrancoAngeli, 2010 Finalista al Premio Carver 2022), <strong>“<em>Metafisica del sottosuolo – Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij”</em></strong> (Divergenze, 2020 Finalista al premio Carver 2021 e Premio Etnabook 2021) “<strong><em>A San Pietroburgo con Dostoevskij</em></strong> &#8211;<strong><em>La città di carta e di sogni</em></strong>.”(Perrone 2024) e altri contributi critici in volumi collettanei.  Gestisce il blog letterario Bibliovorax ed è direttrice editoriale della rivista <strong><em>Augeo- quaderno di scienze umane</em></strong><em>&#8211;</em> (Divergenze).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le Croci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Luca Vidotto</b><br />
Cosa conta chi sono, io? Cosa conta la mia fama? Cosa conta chiamarsi Anna Achmatova, qui? Ovunque siamo sempre le stesse. Un unico corpo sofferente: il volto infossato si stringe attorno al nostro lutto; le labbra docili vedono il sorriso appassire...]]></description>
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<center><div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="638" height="430" style="border:6px solid #b8860b;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/Le-Croci.gif" alt="" class="wp-image-94291"/><figcaption>Le Croci, Kresty Centro di isolamento giudiziario n. 1 della città di San Pietroburgo</figcaption></figure></div></div></center>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Luca Vidotto</strong></p>



<center><div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:5px; width:350px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">[ <em>Ancora una volta ho mescolato realtà e finzione: ho scavato e ruminato il terreno della storia, per poi ricrearla nella mia immaginazione. Complicando le cose, però. Ai fatti storici e alla finzione narrativa, infatti, ho aggiunto le inesauribili lenti della narrazione biblica e del mito antico. Entrambe mi sono servite per cavar fuori dal sottosuolo della vicenda che coinvolge Anna Achmatova tra il 1935 e il 1940 &#8211; quando il terrore staliniano raggiungeva il suo culmine e lei scriveva il poema Requiem, vera spina dorsale del racconto &#8211; delle immagini nuove, capaci di ridonare forza a una storia dai più dimenticata.</em> ]</div></center>



<p>Anche quest’autunno un<em>’</em>umidità placida e spessa&nbsp;serra San Pietroburgo sotto a una cupola soffocante. Concentrica alla cupola grigia del cielo si erge quella mostruosa del carcere, che noi chiamiamo, semplicemente, le <em>Croci</em>. Sì, al plurale, perché in essa si affastellano le piccole croci che ognuno dei nostri mariti, dei nostri figli e dei nostri uomini sono costretti a portare.</p>



<center><div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" style="border:6px solid #b8860b;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola.jpeg" alt="" class="wp-image-94262" width="675" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola.jpeg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola-300x199.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola-768x509.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola-696x462.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2cupola-633x420.jpeg 633w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure></div></center>



<p>Il carcere è immenso e tutto ricoperto di mattoni rossi slavati dal tempo, che, placido, continua il suo corso come la Neva, il nostro fiume, pesante e largo, incapace di riflettere sulle sue acque alcunché. È un’armonia perversa il gioco di simmetrie e di calcoli che hanno dato vita a questo luogo. Di metallo è la sua anima. Precise architetture disegnate da pilastri e reticolati di travi di ghisa e scale che scendono e salgono, si biforcano, si allungano, si aprono su vuoti e sbattono su muri d’acciaio, compongono un dedalo di linee rette che si moltiplicano in ogni direzione, fino a creare un labirintico deserto di forme . </p>



<center><div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" style="border:8px solid #b8860b;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee-.jpeg" alt="" class="wp-image-94263" width="675" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee-.jpeg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee--300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee--768x512.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee--150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee--696x464.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/2linee--630x420.jpeg 630w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure></div></center>



<p>Le sue linee agghiaccianti disegnano il profilo di una tigre di divampante fulgore , che digrigna i denti affilati verso la città &#8211; sempre affamata. Questa enorme ragnatela, tessuta dalla bava della tarantola del potere, tiene intrappolati non uomini, ma insetti miserabili, senz’anima e senza speranza, sradicati come sono dalle carezze e dal tiepido abbraccio della donna amata, dagli sguardi e dai volti dei propri cari, e dalle piccole insensatezze della quotidianità. Racchiude fra i suoi muri una babele di voci senza voce. Un’umanità mostruosa. Tutto è impastato di lugubre silenzio, lì dentro. Tutto. Solo lo stridore dei chiavistelli, il rumore dei passi e i tonfi sordi dei portoni incrinano la sua quiete sepolcrale . Novecentonovantanove le celle . Il numero perfetto, il tre, moltiplicato tre volte, e ripetuto tre volte. Novecentonovantanove. La quintessenza della perfezione geometrica. Già! E non è il carcere un’impeccabile simmetria di ghiaccio e di morte ? Ma tra le pieghe di quest’ordine geometrico si annida il cuore del caos : l’asimmetria dei corpi offesi; la deformità delle anime in decomposizione; la cacofonia delle angosce inascoltate; e le troppe, troppe rabbie mal digerite… Quando ti ritrovi legato al soffitto per i piedi, e la frusta inizia a battere il suo ritmo cadenzato sul tuo corpo, quando lo strazio ti toglie il fiato, e le gocce di rosso rubino imperlano la schiena e il ventre, in quell’istante comprendi la natura di quel numero perfetto. A testa in giù, capovolto, è il numero della Bestia. Non deve essere un caso che la planimetria del carcere sia una grossa croce ribaltata a terra, calpestata dal pesante grigiore di quest’umido cielo d’autunno.<br />Un ventre enorme gravido di future vedove solitarie e di madri afflitte è il piazzale che avvolge, come una cisti, il carcere. Ogni giorno questo feto malato si spinge fino alla soglia delle <em>Croci</em>, ritualmente, come a una messa . Ogni mattina attraversa la navata gelida del cielo, la cui volta è affrescata dal rosso doloroso e sanguigno di un’aurora che lo strazia per poi lasciarlo soffocare nel grigiore spesso dell’umidità, che sale fumante dalla Neva, ignara di tutto. Cosa conta chi sono, <em>io</em>? Cosa conta la mia fama? Cosa conta chiamarsi Anna Achmatova, qui ? Ovunque siamo sempre le stesse . Un unico corpo sofferente: il volto infossato si stringe attorno al nostro lutto; le labbra docili vedono il sorriso appassire, divorato da un ghigno arido tremante di terrore; le nostre membra si sfibrano disperate alla sola idea di rientrare a casa con il nostro misero pacco di cartone in mano, piangendo perché più nessun corpo potremo piangere ancora .</p>



<center><div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img style="border:6px solid #b8860b;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/anna-lev.gif" alt="" class="wp-image-94268"/><figcaption>Anna Achmatova con il figlio Lev Nikolaevič Gumilëv</figcaption></figure></div></center>



<p>Cosa succede al di là del nostro coro muto, impossibile conoscerlo: il silenzio delle <em>Croci</em> è serrato in un’abside invisibile. Perduto tra gli altri dannati, ci sei anche tu, Lev , figlio mio e mio incubo. Non le hai potute sentire le mie grida. O forse non hai voluto. Ti ho chiamato. Ti ho pianto. Ti ho desiderato. Ho rotto le dure simmetrie del mio volto spigoloso nella smorfia dei singhiozzi. Ho ammorbato la mia levità aristocratica gettando i piedi nudi nel fango e nel ghiaccio, vestita di stracci. Ho venduto la mia anima inginocchiandomi ai piedi del boia, per implorarlo. Sono arrivata a idolatrarlo, con la mia spada sporca d’inchiostro, l’odioso potere .<br />A cosa è servito? Mi è tornato tra le braccia un mostro. Non si fissa l’abisso impunemente &#8211; avrei dovuto capirlo subito. Avrei dovuto avere la forza di uccidere la memoria, e lasciare che la mia anima si pietrificasse, e di nuovo imparare a vivere . Avrei dovuto lasciarti al tuo destino, mio dolce carnefice. Così, almeno, non mi sarei resa conto che il giorno radioso della tua scarcerazione non avrebbe scalfito la solitudine della mia casa vuota. E che la tua felicità avrebbe moltiplicato il mio dolore . Mia la colpa. Ti ho tradito, mi hai detto. Ti ho incarcerato, con le mie poesie. Ti ho messo in croce, col mio canto. Non sono che il dolce frutto del tuo seno avvelenato, mi hai ripetuto. Ma il mio silenzio è rimasto inascoltato. Sei rimasto cieco di fronte alla mia vergogna. E al mio dolore .<br />Ti ho visto cadere dentro all’inferno della perfetta simmetria di quelle precise architetture, stritolato da pilastri e reticolati di travi di ghisa e d’acciaio, nel labirinto osceno delle <em>Croci</em>. E tu mi hai gettato il tuo inferno in faccia. La prima volta che mi è stato concesso rivedere il tuo volto, ho tremato. Ho tremato mentre ti stringevo la mano, sperando di poterti guidare nella risalita da quell’abisso. Ho tremato per la paura che non ci fossi tu stretto a quella mia mano. E quando ti ho guardato, tu non c’eri.<br />Ho lasciato la presa e ti ho lasciato cadere. Sappi, Lev, che non fu una disattenzione: incarnavi una morta stagione della vita, lo sbocciare di una primavera che non sarebbe mai più potuta tornare . Il mio bimbo giocoso e gaio era perduto per sempre. Al suo posto un’ombra impastata d’inferno. La mia colpa è l’averti visto così: sfigurato, con gli occhi iniettati di odio, e la lingua colma di bave avvelenate. La mia condanna fu di impietrirmi in una statua più dura del sale , in questo piazzale gravido di dolore di fronte alle <em>Croci</em>, perseguitata dal ricordo, dal rombo dei neri chiavistelli, dall’odioso sbattere degli enormi portoni, dall’ululare feroce delle vecchie che su queste pietre consumano le loro vite, dal lamento affilato del vento.<br />Sotto alla cupola grigia del cielo, nel cuore di una notte che non conosce aurora  so che a ogni inverno seguirà un’altro inverno. E mentre il gelo lascia che sulle mie guance la neve si confonda con le mie lacrime </p>



<p></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:50%">
<p class="has-text-align-center"><em>bevo a una casa distrutta,<br />alla mia vita sciagurata,<br />a solitudini vissute in due<br />e bevo anche a te:<br />all’inganno di labbra che tradirono,<br />al morto gelo dei tuoi occhi,<br />ad un mondo crudele e rozzo,<br />ad un Dio che non ci ha salvato</em> .</p>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>
</div>



<center><div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img style="border:6px solid #b8860b;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/11/2-Anna-Ahmatova.jpeg" alt="" class="wp-image-94256"/><figcaption>Anna Achmatova ritratta da Nathan Altman [1914]</figcaption></figure></div></center>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p></p>
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		<title>Tè, acque e città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 05:30:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del ponte de san Sebastian. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-26980" title="Camellia_sinensis" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis-275x300.jpg" alt="Camellia_sinensis" width="275" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis-275x300.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg 540w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
<p>Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del <em>ponte de san Sebastian</em>. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo sguardo. Un’occasione unica per i pensieri che si possono accavallare a piacimento, non c’è computer a portata di mano, non c’è l’ansia delle mail urgenti – l’urgenza sfuma senza fatica – non c’è il sito da curare – ore senza tempo per camminare piano e perdersi un po’.</p>
<p>Perdersi è facile a Venezia: non perdere la strada, è facile mantenere l’orientamento almeno per raggiungere una delle mete più note, <em>el vaga drio a la zente</em> m’ha detto un passante una volta e non ho mai dimenticato l’insegnamento, no, è facile invece perdersi sulle strade nelle quali ti trascina il pensiero quando non lo sorvegli, e a Venezia passa facilmente la voglia di sorvegliarlo.</p>
<p>Il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">corso sul tè</a> – io sono qui per quello – si svolge a palazzo Foscarini – <em>sestièr Dorsoduro</em> – in una accogliente stanzetta<span id="more-26979"></span> col lavello chiuso in un armadio e un meraviglioso bollitore sempre in funzione al centro di un lungo tavolo rettangolare.</p>
<p>Che bella che è la pianta del tè, sì, anche quella di Fossati, ma io voglio dire quella non metaforica, con le foglie lucide e piccole, la <em>camelia sinensis</em> raffigurata qui sopra, che non è neanche quella della Signora delle camelie (ben sette film sono stati tratti dall’omonimo romanzo di Dumas) che è invece la <em>camelia japonica</em>, che vedete qui sotto,</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-26981" title="Camellia-Japonica" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica-225x300.jpg" alt="Camellia-Japonica" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica.jpg 360w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a> che dà fiori abbaglianti, ma non deliziosi infusi. Ma certo non starò qui ad annoiarvi con la storia del tè e dei tè del lontano oriente.</p>
<p>Invece vorrei raccontarvi che meraviglia svegliarsi la domenica mattina col sole che bagna senza risparmio le fondamenta, camminare guardando i palazzi della riva opposta illuminati di fresco, come appena venuti su dall’acqua e percorrere ancora tutte le viuzze, no, certo non le viuzze, le <em>calli</em> si dice, o le <em>callette</em>, i <em>sotoporteghi</em>, i <em>rio terà</em>, i <em>campi</em>, i <em>fondachi</em>, le <em>corti sconte</em> (un pensiero reverente a Corto Maltese …) e quanti altri nomi l’immaginazione concreta dei veneziani è riuscita a trovare, per esempio quelle che portano da campo santa Margherita a Rialto, illuminate la sera e sempre brulicanti appunto della <em>zente</em>.</p>
<p>Dal sabato alla domenica la scena cambia completamente, la domenica la maggior parte delle botteghe è chiusa, i veneziani non hanno l’ansia di tenere sempre aperto per vendere di più, evidentemente la domenica preferiscono godersi la meraviglia di città che abitano. Poco prima di arrivare a Rialto c’è un campo che si chiama <em>Campo Cesare Battisti già della Bella Vienna</em>, che fa un po’ malinconia, i nomi cambiano a seconda delle vicende storiche e si perdono così gli echi di un’epoca. Poi penso veramente a tutte le <em>avenida generalissimo Franco</em> che hanno cambiato nome in Spagna e son certo che mi darebbe fastidio vedere ancora il nome dell’odioso dittatore sui muri di una città o di un paese – che peraltro ancora vidi nei tardi anni ottanta nella provincia castigliana profonda – e chissà in Cile quante strade intitolate all’altrettanto odioso dittatore locale degli ultimi decenni del secolo scorso; in fondo questo di Venezia è un buon compromesso, rinnovare il nome, ma ricordando il vecchio che poi non si richiamava a una persona ma a una città della cui bellezza è difficile dubitare.</p>
<p>Questa cosa dei <em>campi</em> è molto piacevole a Venezia, improvvisamente da calli anguste e tortuose sbuchi in piazze grandi di forma irregolare, trapezi storti o strani esagoni, dove tutto è in luce, aperto e chiaro, chiunque possieda un accesso sulla piazza ha aperto un bar e messo fuori i tavolini. È il colore delle tovaglie che distingue i diversi bar, i turisti sono rari ancora e all’ora di cena fuori dai piccoli ristoranti ci sono dei butta-dentro che ti invitano, con quella ferma e non viscida cortesia, <em>buonasera sir</em>, mi fa uno di questi e io voglio dirgli che sarebbe stato assai meglio dirmi <em>buonasera siòr</em>, ma non dico nulla e passo oltre con un sorriso imbarazzato.</p>
<p>Mangio polenta con le seppie, che ai tempi del Lombardo-Veneto austriaco era cibo altamente sconsigliato ai veri patrioti italiani, che dovevano invece – <em>couleur oblige</em> – cibarsi di <em>risi bisi e pomidori</em>, il sacro tricolore, non l’austriacante giallo e nero, per carità.</p>
<p>Venezia è diventata nell’immaginario dei popoli l’archetipo della città sull’acqua, tanto che varie città del mondo sono soprannominate “la Venezia del…” prima tra tutte Amsterdam, quasi ovvio, forse la più simile, anche se con meno presenza di ponti e canali e soprattutto più regolare (con i suoi <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Amsterdam&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=22.590903,39.506836&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Amsterdam,+Olanda+Settentrionale,+Paesi+Bassi&amp;ll=52.371774,4.898701&amp;spn=0.036001,0.077162&amp;z=14">tre canali concentrici</a>: il canale dei Principi, quello dell’Imperatore e quello dei Signori) della sregolatezza della disposizione veneziana, e poi l’atmosfera di Amsterdam non è quella veneziana, di più austera e nobile tradizione quest’ultima, più aperta e ammiccante la prima. Ma sullo stesso tema si possono poi elencare almeno Stoccolma e San Pietroburgo e Bruges e chissà quante altre.</p>
<p>Perfino in Cina c’è la “Venezia cinese”, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hangzhou">Hangzhou</a>, provincia dello Zhejiang, vicino a Shanghai, all’estremità meridionale di un grande canale, è una delle antiche sette capitali del paese; afferma Marco Polo (1254 – 1324) – veneziano doc – che arrivando a Hangzhou seppe che si trattava della più bella ed elegante città del mondo.</p>
<p>Un’altra città che viene in mente a me è l’odierna Kaliningrad, Königsberg ai tempi di Kant, di cui ho già parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/07/06/etere-5-kant-di-konigsberg/">qui</a> per gli enigmi connessi ai suoi sette ponti sulla Pregolja, il Pregel dei tempi di Kant.</p>
<p>Quello che da ultimo vorrei aggiungere è che il <em>topos</em> abbastanza comune, che le prime città sorsero sui fiumi per tutti i vantaggi che ciò comportava non è poi così accertato. L’antropologo e biologo statunitense Jared Diamond, nel suo molto interessante libro tradotto in italiano col titolo <em>Armi, acciaio e malattie</em> (Einaudi 2006) si propone di rispondere alla “domanda di Yali”, la domanda cioè postagli, durante uno dei suoi numerosi viaggi di ricerca sul campo, dal saggio della Nuova Guinea Yali: «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [parola generica per indicare tutte le merci e le attrezzature] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?», cioè la domanda cruciale sulle ragioni dello sviluppo diseguale. Nel capitolo introduttivo, cercando di esaminare sommariamente varie classi di ragioni che sono tradizionalmente portate in proposito, scrive (pp. 10–11):</p>
<p style="padding-left: 30px;">«C&#8217;è un&#8217; altra spiegazione che tira in ballo fattori geografici e climatici: le civiltà, cosi sembra, si sono evolute solo sulle rive di grandi fiumi, in zone dal clima secco, dove 1&#8217;agricoltura intensiva può prosperare grazie a sistemi di irrigazione su larga scala, che a loro volta favoriscono la nascita di organizzazioni sociali e burocratiche. Questa idea è sostenuta da un&#8217;indubbia verità: i primi stati complessi, i primi imperi e le prime forme di scrittura sono apparsi sulle rive del Tigri, dell&#8217;Eufrate e del Nilo. Il controllo delle acque sembra aver giocato un ruolo importante in molte aree di antica civilizzazione, come le valli dell&#8217;lndo, del Fiume Giallo e dello Yangtze in Asia, le pianure dell&#8217;America centrale e le zone aride costiere del Perù.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ma gli studi archeologici più accurati mostrano che i sistemi di irrigazione non furono <em>contemporanei</em> alla nascita delle strutture statali, e che anzi fecero la loro comparsa molto dopo: l&#8217;organizzazione sociale sembra essere nata per un qualche altro motivo, ed essere stata la <em>causa</em> dell&#8217;inizio dei lavori di irrigazione su larga scala. Né sembra che altri segni di civiltà precedenti la strutturazione politica siano in qualche modo legati alle acque dei fiumi: nella Mezzaluna Fertile, ad esempio, i primi villaggi agricoli sorsero nelle zone collinose, non vicino ai fiumi; e passarono 3000 anni prima che qualcosa di simile comparisse nella valle del Nilo. Nel Sudovest degli Stati Uniti i fiumi hanno permesso la nascita di società agricole complesse solo di recente, dopo che molte delle tecniche principali furono importate dal Messico. E infine, sulle rive dei fiumi dell&#8217; Australia sudorientale sono vissute per millenni solo tribù di cacciatori-raccoglitori.»</p>
<p>Vuoi vedere che le donne e gli uomini di quei tempi costruirono le prime città sull&#8217;acqua perché ciò pareva loro più <em>bello</em>?</p>
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