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	<title>sanremo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sanremo, l’Olanda e la questione meridionale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/03/06/sanremo-lolanda-e-la-questione-meridionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Mar 2024 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dialetto]]></category>
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<p>di <strong>Elsa Rizzo</strong></p>
<p>Quest’anno Sanremo l’ho guardato da un piccolo paesino in Extremadura, una regione della Spagna al confine con il Portogallo, disseminata di campi e borghi in preda a un silenzioso ma instancabile spopolamento. Il nostro gruppo è disequilibrato: siamo cinque ragazze italiane, un ragazzo italiano e un’unica ragazza proveniente dall’Olanda.</p>
<p>Confesso di avere sempre evitato i grandi gruppi di italiani all’estero. Inevitabilmente, pur in presenza di una sola persona che non sapesse l’italiano, si continuava a parlarlo come se poi quella persona l’avrebbe, volente o nolente, appreso per osmosi. O, quantomeno, avrebbe carpito qualche parte del discorso che all’inizio non spaziava mai dagli intramontabili classici nostrani: la mancanza della pizza, il calore delle persone, le differenze tra la parte nord e sud del paese. Certo, la maggior parte delle volte il gruppo riusciva a fare dell’inglese la propria lingua comune, e anche quello rimaneva un lusso perché la conoscenza delle lingue straniere in Italia continua ad essere un privilegio di pochi, ma, a volte, il discorso prendeva una piega così intrinsecamente legata al nostro paese che anche a volerlo non avremmo mai potuto portarlo avanti in una lingua che non fosse la nostra.</p>
<p>Perché dico questo? Perché credo nella centralità che le lingue assumono nelle nostre esistenze.  Perché non smette di affascinarmi il risvolto sociale della lingua, che ci spinge a dibattere sui nostri significati, le nostre rivendicazioni, i nostri punti critici e intimi. Questo filone di pensieri mi è tornato prepotentemente a mente sabato 10 febbraio verso ora di pranzo quando, reduci da tre giorni in cui abbiamo sciroccato la sfortunata compagna olandese con l’evento televisivo italiano per eccellenza (grande Carolina per sopportare e interessarti (?) alla cronistoria delle vicende dei cantanti e alle nostre minuziose spiegazioni sul Fantasanremo), ci siamo ritrovati a discutere sulle reazioni social sui post di Geolier. Premetto: Geolier l’ascolto e mi piace. Mi piace pure assai. Nella serata di sabato mi hanno entusiasmato diverse cover e avrei difficoltà a scegliere la mia preferita. Mi sono addormentata a dieci minuti dalla fine ma qualcuna tra di noi aveva già sancito proverbialmente e con una malcelata insofferenza: a Geolier lo farà vincere il televoto.</p>
<p>Solo l’indomani, dopo aver visto alcuni spezzoni della conferenza stampa in cui rispondeva alle domande, alcune di dubbia etica professionale, ho anche scoperto che Geolier, come altri cantanti prima di lui in altre edizioni, era stato fischiato dal pubblico dopo l’annuncio della sua prima posizione nella classifica della serata. Ma, se questa non era la prima volta che episodi del genere avvengono, cosa cambiava rispetto a tutte le edizioni precedenti? Nella piena legittimità del dissenso circa la classifica vista l’elevata qualità di tutte le esibizioni, ad avere scatenato i commenti negativi su Geolier già nelle serate precedenti sarebbero state, soprattutto, due motivazioni: la fantasiosa teoria per cui Geolier, che in quest’ottica ascenderebbe al fantomatico napoletano medio per antonomasia, abbia truccato il voto comprando Sim ad ogni napoletano capace di intendere e volere, e la stizza per un cantante che continua a cantare in napoletano, una lingua che non viene mai percepita come tale, ma come espressione di una sub-umanità che continua ad essere profondamente rifiutata da una parte del nostro paese.</p>
<p>Ho cercato di darmi una risposta partendo dal secondo punto. Perché è soltanto Geolier, tra i diversi cantanti e gruppi napoletani (saranno mai tutti napoletani i campani?) a competere, a dovere rispondere di tali accuse? Certo, gli altri pezzi non erano, a differenza del suo, cantati in napoletano. Ma, se così fosse stato, ne staremmo parlando? Di più, se qualcun altro avesse deciso di cantare in sardo, in veneto, in toscano, di cosa parleremmo? Lo staremmo facendo? Il regolamento di Sanremo consente l’uso di parole dialettali nei testi, basta che non si snaturi il senso complessivo della canzone. Basta, cioè, che da Bolzano a Ragusa ci si possa capire. L’italiano è la nostra lingua ufficiale per una convenzione che stabilisce la presenza di lingue e dialetti e che ha avuto, come in altri paesi, delle ripercussioni sociali e storiche che si riflettono ancora oggi sulle nostre quotidianità. Così che chi è nato nel sud Italia lo sa bene che in alcuni luoghi pubblici non sta bene parlare in dialetto. Lo sanno benissimo anche le persone che vengono dal nord Italia. Quello che ci differenzia, credo, è cosa venga percepito quando si sente il nostro dialetto. A quali domande risponda il nostro modo di parlare oltre quelle riguardo la provenienza. Tocca allora a Geolier non rispondere solo di una lingua tutt’ora fortemente osteggiata, ma anche di tutto quello che riusciamo a vederci dietro: delinquenza, camorra, indolenza. Ci vediamo interi mostri che vivono come parassiti sulle spalle del nostro stato. E allora se sei napoletano e canti in napoletano non puoi essere il primo in classifica non perché, come giustamente si può sostenere, ci fosse chi meritasse di più, ma perché se sei un napoletano che canta in napoletano tu sei arrivato primo perché hai trovato un modo per fottere il sistema. E allora Geolier assorge all’unico napoletano che riusciamo a immaginare: lo scugnizzo di periferia, il truffatore, lo scansafatiche. E vive in una giungla che nientr’altro è che Napoli.</p>
<p>Non credo che questa generalizzazione, che non affronta i problemi sistemici che affliggono le grandi metropoli del sud Italia, non descriva situazioni che sicuramente esistono. Certo che a Napoli ci sono anche questi problemi. Solo, la scelta di cantare in napoletano di Geolier, si inserisce in una questione che non è solo linguistica, ma sociale, in contesti dove fin da subito gli unici esisti possibili della tua vita prevedono soccombere al sistema o imparare a navigarci. Fin da subito sai che perdi ed è vero che col vittimismo non ci facciamo nulla, ma non si può non dire che chi nasce in un ambiente svantaggiato del sud parta dallo stesso punto degli altri. È a questo punto che riappropriarti della tua lingua, in questa corrente di rivendicazione degli ultimi anni, studiarla, può simboleggiare l’emancipazione tua e quella di chi rientra nella tua comunità. Il tuo riscatto.</p>
<p>Questa unione viscerale con le nostre geografie non è sempre sana. Tutte le unioni che non prevedono dei dubbi al loro interno sono problematiche. Però, credo che la storia in generale del sud Italia, esente da qualsiasi assoluzione per le nostre incontestabili colpe, non possa non considerare come siano state anche l’arte, la musica, il cinema, il calcio, a cercare di bilanciare le indiscutibili carenze statali, di impiego, di questi luoghi. E allora cerchiamo di rivendicare qualcos’altro. In questo caso, una redenzione attraverso una lingua.</p>
<p>Questi miei pensieri li ho espressi a questo fantomatico quanto improbabile gruppo. Ne è seguito un dibattito interessante, che non riuscirei a riportare qui. Sapete in che lingua abbiamo parlato? In inglese. Sì, parlando di queste dimensioni così strettamente legate al nostro paese, ci è venuto naturale pensare che a Carolina non dovessimo sempre e solo fare la testa tanta sulla sacralità della pasta al dente, ma che potesse anche sentire parlare delle nostre differenze territoriali, così intrinsecamente nostre.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Italo Calvino. Sanremo e dintorni (Il Palindromo, 2023)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-101431 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-237x300.jpg" alt="" width="337" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-809x1024.jpg 809w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-768x973.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-1213x1536.jpg 1213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-150x190.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-300x380.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-696x882.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-1068x1353.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo-332x420.jpg 332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/cover-Italo-Calvino-Sanremo-e-dintorni-il-Palindromo.jpg 1617w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /></p>
<p>Pur senza dargli i natali, la città di Sanremo è centrale nella biografia di Italo Calvino perché vi trascorse gli anni fondamentali della sua formazione. «San Remo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive» dichiarò lo scrittore in una celebre intervista. E proprio su questi scorci in cui si può riconoscere o intravedere Sanremo si articola l’itinerario proposto, poco più di quaranta tappe distribuite fra la città e l’entroterra. Mappa alla mano il lettore potrà seguire le tracce dell’opera calviniana, cercare il sentiero dei nidi di ragno e l’albero del barone rampante, ritrovare fra le strade di Sanremo le impalpabili città invisibili.<br />
Il progetto di itinerario letterario è stato promosso dal Comune di Sanremo per celebrare il centenario della nascita dello scrittore (1923- 2023) e si è realizzato attraverso la collaborazione tra l’Università degli Studi di Genova, le scuole del territorio e l’Accademia di Belle Arti di Sanremo.<br />
Questa guida è curata da Veronica Pesce e il progetto di itinerario è stato elaborato da Laura Guglielmi e Veronica Pesce. Il volume contiene in allegato la mappa letteraria della città con indicate le tappe della vita e dei riferimenti alle opere di Italo Calvino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Prefazione al libro di<strong> Laura Guglielmi</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>I luoghi, le parole. Italo Calvino, Sanremo e dintorni</em></p>
<p>Italo Calvino ci ha insegnato a leggere con uno sguardo inedito il paesaggio di Sanremo e della Riviera Ligure. Ha scavato in profondità nelle pieghe del territorio e ci ha restituito pagine di straordinaria intensità. Il lavoro portato avanti dagli studenti dell’Università di Genova sotto la guida di Veronica Pesce e mia ha cercato di portare alla luce la stretta relazione tra i luoghi sanremesi e le opere dello scrittore. Calvino stesso ci autorizza a compiere questa operazione, in quel racconto paradigmatico che è la <em>Strada di San Giovanni</em>:</p>
<p><em>Ci vivevo in mezzo e volevo essere altrove. Di fronte alla natura restavoindifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.</em></p>
<p>L’agronomo Mario Calvino, padre di Italo, d’estate obbligava i figli ad accompagnarlo nell’orto di proprietà a San Giovanni. Il giovane Italo avrebbe preferito fare tutt’altro. Era attratto dalla città «il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città uno spiraglio di tutte le città possibili».</p>
<p>Due strade che divergono, inconciliabili per il giovane Italo ma che, in seguito, si uniscono e trovano un’armonia narrativa. La campagna e la città sono due aspetti spesso presenti nella produzione dello scrittore e, ideando l’itinerario che troverete in questa guida letteraria, si è giocato a individuare, per me una volta di più, quali potessero essere le suggestioni visive depositate nel labirintico immaginario di Italo Calvino.</p>
<p>Azzarderei un’ipotesi: per Calvino non esiste una “terra madre”, ma una “terra padre”. Eva Mameli, la mamma dello scrittore, botanica di grande prestigio, era di origine sarda, mentre l’ambiente in cui si muove «lo scoiattolo della penna», come Cesare Pavese aveva soprannominato lo scrittore sanremese, è la Liguria di Ponente, che il padre conosceva a menadito e che avrebbe voluto i figli amassero quanto lui.</p>
<p>Passati gli anni adolescenziali, connotati da un forte contrasto con il papà Mario, che «del mondo vedeva solo le piante e ciò che aveva attinenza con le piante, e di ogni pianta diceva ad alta voce il nome, nel latino assurdo dei botanici», Calvino ormai adulto sente una intensa nostalgia per quello che non è più e mai potrà più essere. Il paesaggio di Sanremo, alla fine dell’Ottocento, uno dei più belli del nord del Mediterraneo, a partire dagli anni Cinquanta è stato devastato dalla <em>speculazione edilizia</em>, come racconta in uno dei suoi testi più <em>militanti</em>. E come scrive nel <em>Barone rampante</em>, gli umani «sono stati presi dalla furia della scure».</p>
<p>Quella vegetazione rigogliosa, quel bosco fitto di lecci, ulivi, aranceti, fichi, allori, dove Cosimo sceglie di trascorrere la sua vita, appollaiato sui rami, non esiste più. Ora è tutto «un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro» (<em>La speculazione edilizia</em>).</p>
<p>Se Mario Calvino non è riuscito a salvaguardare quel territorio che era stato la ragione della sua esistenza di scienziato, il figlio scrittore lo recupera e lo salva nel testo letterario. E la città, con il suo contesto geografico e naturale, diventa un variegato spazio linguistico non per questo meno vero. Tale trasposizione in parola e narrazione rivela uno dei compiti più importanti della scrittura per Italo Calvino: osservare, sondare e mappare la forma e la memoria di un territorio, riportando alla luce un mondo che non esiste più nella realtà, ma di cui si avverte ancora la presenza resistente nelle tracce disperse di una possibilità d’essere che è stata sistematicamente e brutalmente cancellata.</p>
<p>Nel 1999 ho portato alla New York University, in occasione delle celebrazioni che Giovanna Calvino aveva organizzato per ricordare il padre a New York, una mostra che metteva in risalto la Sanremo degli anni Trenta, attraverso foto d’epoca. Quelle immagini hanno attraversato l’Atlantico, solo perché accompagnate dai testi di Calvino. La mia ricerca iconografica non avrebbe destato alcun interesse senza la connessione con i luoghi dello scrittore.</p>
<p>Le descrizioni letterarie, quindi, sono ancora più necessarie delle immagini fotografiche perché rivelano la storia intima dei luoghi, lo scopo del loro esistere, e mettono in luce con chiarezza che la Storia avrebbe potuto seguire altri percorsi, che la Sanremo di oggi è solo una delle ipotesi possibili. La produzione dello scrittore, quindi, diventa anche un archivio che si stratifica e aiuta il lettore a decifrare lo spazio sociale, storico e geografico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tappa </strong><strong>28</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>via Roglio – </em>Il sentiero dei nidi di ragno</p>
<p>Prima della copertura, il torrente San Francesco scorreva a valle della Pigna, parallelamente a via Porte Candelieri. Questa zona è oggi quasi irriconoscibile per l’opera di tombinatura dell’alveo del torrente. Occorre dunque un certo sforzo d’immaginazione, per rileggere questo passo del <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>:</p>
<p><em>Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva. Ci sono strade che lui solo conosce e gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c’è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l’unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin… […] Lì, tra l’erba, i ragni fanno delle tane, dei tunnel tappezzati d’un cemento d’erba secca; ma la cosa meravigliosa è che le tane hanno una porticina, pure di quella poltiglia secca d’erba, una porticina tonda che si può aprire e chiudere. </em>(Il sentiero dei nidi di ragno)</p>
<p>Ma è vero che i ragni fanno il “nido”? Meglio parlare di “tane” o “cunicoli” che alcune specie di ragni fossori scavano nel terreno. Si tratta di ragni del genere <em>Nemesia</em>, che vivono all’interno di tane verticali scavate nel terreno e rivestite di tela, protette in superficie da una botola intessuta dal ragno stesso.</p>
<p><em>È notte: Pin ha scantonato fuori dal mucchio delle vecchie case, per le stradine che vanno tra orti e scoscendimenti ingombri di immondizie. Nel buio le retimetalliche che cintano i semenzai gettano una maglia d’ombre sulla terra grigiolunare […] È una scorciatoia sassosa che scende al torrente tra due pareti di terra ed erba. </em>(Il sentiero dei nidi di ragno)</p>
<p>In questo posto segreto che solo lui conosce, Pin ha nascosto la pistola sottratta al soldato tedesco. Appena fuori dalla Pigna, Pin si muove fra «orti e scoscendimenti ingombri di immondizie». La descrizione non è dissimile da quella che si legge nella <em>Strada di San Giovanni</em>:</p>
<p><em>Al di là </em>[del torrente San Francesco] <em>si levava, come una quinta, – il torrente era nascosto giù in fondo, con le canne, le lavandaie, il lerciume dei rifiuti sotto il ponte del Roglio, – la riva di Porta Candelieri, dov’era uno scosceso terreno ortivo allora di nostra proprietà. </em>(La strada di San Giovanni)</p>
<p>Difficile dire se Calvino abbia davvero visto qui i ragni che scavano queste tane, ma la descrizione offerta nel <em>Sentiero</em>, accanto a quella più riconoscibile nella <em>Strada di San Giovanni</em>, ci rinviano al torrente San Francesco che ancor oggi scorre, pur completamente coperto, sotto «la riva di Porta Candelieri», nell’attuale via San Francesco. Lo scenario calviniano è totalmente cancellato. Perduto alla vista il torrente, insieme con le scorciatoie scoscese, gli orti, il ponte del Roglio, fors’anche i ragni, con i loro “nidi”, ci resta soltanto (ma non pare poca cosa!) la straordinaria forza di una bellissima pagina della nostra letteratura.</p>
<p>→ <em>Proseguire su via Roglio, rondò Volta e via Volta, svoltando poi a sinistra in via Meridiana</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tappa </strong><strong>29</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>via Meridiana – Villa Meridiana</em></p>
<p><em>Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzitutto tenerconto di com’era situata casa nostra nella regione un tempo detta «punta di Francia», a mezza costa sotto la collina di San Pietro, come a frontiera tra due continenti. In giù, […] la città coi marciapiedi le vetrine i cartelloni dei cinema […] in su, bastava uscire dalla porta di cucina […] e subito si era in campagna, su per le mulattiere acciottolate, tra muri a secco e pali di vigne e il verde</em>. (La strada di San Giovanni)</p>
<p>Quasi irriconoscibile rispetto alla forma che Mario Calvino a partire dal 1925 le aveva dato, facendone la sede della Stazione sperimentale di floricoltura «Orazio Raimondo», oggi Villa Meridiana si presenta soffocata dai palazzi e priva di quel parco che la rendeva unica con i suoi circa 3000 mq. di estensione e la presenza di oltre quattrocento varietà di piante tropicali.</p>
<p>Luogo essenziale nella biografia dell’autore, che l’abitò fino all’età di 22 anni, è l’origine prima del suo sguardo sul mondo «sempre come su un balcone, affacciato a una balaustra […] teatro il cui proscenio s’apre sul vuoto». La villa appare e riappare, senza soluzione di continuità, in tutta l’opera di Calvino, soprattutto la prima, più legata alle origini sanremesi.</p>
<p>È il caso del racconto <em>Un pomeriggio,Adamo, </em>che apre la raccolta <em>Ultimo viene il corvo</em>. La villa non è mai nominata, ma la riconoscibilità della figura di Libereso (cfr. tappa 36) e l’ambientazione nel giardino non lasciano dubbi: «Libereso si mise a girare tra le calle. Erano tutte sbocciate, le bianche trombe al cielo. Libereso guardava dentro ogni calla, ci frugava dentro con due dita e si nascondeva qualcosa nella mano stretta a pugno. […] Libereso schiuse le sue mani […] piene di cetonie, cetonie di tutti i colori. Le più belle erano le verdi, poi ce n’erano di rossicce e di nere, e una anche turchina» (<em>Un pomeriggio Adamo</em>)<em>.</em></p>
<p>Ha indubbie parentele con Villa Meridiana, pur nello slittamento diacronico, anche la villa</p>
<p>di Ombrosa, proprietà dei Baroni Piovasco di Rondò:</p>
<p><em>Fu il 15 di giugno del 1767 […] Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. […] Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: </em>‒ <em>Hodetto che non voglio e non voglio! </em>‒ <em>e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave. </em>(Il barone rampante)</p>
<p>E forse ancor più della proprietà dei Piovasco di Rondò, guarda a Villa Meridiana il giardino della confinante proprietà dei Marchesi  d’Ondariva. Lo sfoggio di presenze esotiche non può che richiamare l’attività di Mario Calvino presso la stazione di floricultura da lui diretta:</p>
<p><em>Infatti, digià il padre degli attuali Marchesi, discepolo di Linneo, avevamosso tutte le vaste parentele che la famiglia contava alle Corti di Francia e d’Inghilterra, per farsi mandare le più preziose rarità botaniche delle colonie, e per anni i bastimenti avevano sbarcato a Ombrosa sacchi di semi, fasci di talee,arbusti in vaso e perfino alberi interi. </em>(Il barone rampante)</p>
<p>L’epilogo è tristemente noto: prima di essere venduta dopo la morte di Eva Mameli (1979) e totalmente trasfigurata, privata di quasi tutto il giardino, la villa aveva già subito una prima decurtazione alla morte del padre (1951) con l’edificazione di un condominio nella parte più bassa del giardino. <em>La speculazione edilizia </em>(pur senza mai nominare Sanremo né tantomeno Villa Meridiana) racconta proprio questo primo intervento, restituendo insieme con esso il clima generale di un’epoca con tutte le sue contraddizioni (cfr. tappa 17):</p>
<p><em>La frase: – Se tutti costruiscono perché non costruiamo anche noi? – che egli aveva buttato lì un giorno conversando con Ampelio in presenza della madre, e l’esclamazione di lei, a mani alzate verso le tempie: – Per carità! Povero il nostro giardino! – erano state il seme di una ormai lunga serie di discussioni, progetti, calcoli, ricerche, trattative. Ed ora, appunto, Quinto faceva ritorno alla sua città natale per intraprendervi una speculazione edilizia. </em>(La speculazione edilizia)</p>
<p>→ <em>Ritornare in via Volta e proseguire ancora in direzione levante</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tra scatti di ignoranza e caviale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/03/01/tra-scatti-di-ignoranza-e-caviale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 10:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Michele Monina, ogni settimana, parla dei cazzi suoi e di musica su PopOn. Questa volta se la prende con Roberto Vecchioni. Come dargli torto? G.B.] di Michele Monina L&#8217;altro giorno parlavo con uno degli editori che pubblicano i miei libri, e quando mi si faceva notare che a volte le citazioni di cui infarcisco le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/robertovecchioni4_200.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/robertovecchioni4_200.jpg" alt="" title="robertovecchioni4_200" width="200" height="200" class="alignleft size-full wp-image-38289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/robertovecchioni4_200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/robertovecchioni4_200-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a> [<em>Michele Monina, ogni settimana, parla dei cazzi suoi e di musica su <a href="http://www.popon.it">PopOn</a>. Questa volta se la prende con Roberto Vecchioni. Come dargli torto? G.B.</em>]<br />
di <strong>Michele Monina</strong>    </p>
<p>L&#8217;altro giorno parlavo con uno degli editori che pubblicano i miei libri, e quando mi si faceva notare che a volte le citazioni di cui infarcisco le pagine dei suddetti libri risultano incomprensibili non solo ai più, ma addirittura a chiunque altro non sia io, ho risposto qualcosa che deve esser suonato davvero sgradevole. Una roba tipo, “io scrivo, dopo se la gente non capisce io non ci posso far niente”. Come a voler dire, se la gente è ignorante e io no che ci posso fare? Non volevo ovviamente dire questo, ma così è uscito dalla mia bocca, e quel che è più tragico, il mio editore, immagino proprio per una questione di ruoli, non mi ha seraficamente mandato a fare in culo, ma mi ha vezzeggiato, come se il mio ego di per sé spropositato (parlo nello specifico del mio presunto superego che avrebbe partorito una simile cazzata, per la cronaca) avesse bisogno di ulteriori coccole. Un po&#8217; come Vecchioni che, prima di cantare la sua <em>Chiamami ancora amore </em>nella finalissima di Sanremo, nel dedicare il brano a sua moglie, con parole ricercate e toccanti, non si è fatto sfuggire l&#8217;occasione per prendere le distanze dal popolo-bue, il popolo-bue che di lì a pochi minuti gli avrebbe regalato la tardiva vittoria al Festival, dicendo che se anche nessuno a casa lo avesse capito a lui non sarebbe fregato nulla, perché gli bastava lo capisse sua moglie, appunto. <span id="more-38288"></span></p>
<p>Radical chic allo stato puro, lui, e radical chic pure io, a questo punto, anche nel mio prendere le distanze da Vecchioni che vince a Sanremo, incontro inaspettato tra il popolo-bue, quello del televoto, e la cultura (un popolo senza cultura non ha futuro, ha ripetuto fino allo sfinimento il professore dopo la vittoria, andando magari ospite di Gad Lerner, tanto per specificare di che pasta è fatta lui, accampando, in automatico, un posto nell&#8217;empireo della cultura, evidentemente). Con me, del resto, si sono schierati in pochi, fatto altrettanto radical chic, e quei pochi erano tutti radical chic comprovati, da Luca Sofri a Filippo Facci. Di più, il Giornale, nella figura di Vittorio Macioce, ha cantato le lodi del professore, mettendoci in un angolo, noi, a cantarcela e suonarcela, anche se nei suoi intenti c&#8217;era di specificare come appariva buffo, in un mondo di doppiopesismi tipico del quotidiano della famiglia Berlusconi, che di colpo anche il televoto che ha portato alla vittoria il professore a Sanremo, lo stesso che ha piazzato secondi i Modà e terzo Al Bano, tanto per non lasciarci andare a romanticismi fuori luogo, fosse diventato per tutti il termometro di un malcontento nei confronti del premier, capace davvero come nessun altro di far propri tutti, ma proprio tutti i frammenti di questa società morente (questo non l&#8217;ha detta Macioce, ovviamente, ben felice di vivere in questa società, ma io, che onestamente in questa società mi ci trovo come il protagonista di Tapparella a una festa delle medie). </p>
<p>Ora, potrebbe anche essere vero che se uno non capisce le citazioni che faccio nei miei libri e anche nei miei articoli, io, personalmente, me ne frego, perché non è certo per quell&#8217;uno incapace di coglierle che le ho messe lì, o meglio perché non le ho messe lì necessariamente per essere colte, ma anche solo per non rompermi troppo le palle mentre scrivo, che non sono Quentin Tarantino e posso vivere anche senza che mi si riconosca l&#8217;enciclopedica cultura pop che ho o che penso di avere, però se uno mi dà del radical chic, io, personalmente, io che sono cresciuto idolatrando Tom Wolfe che proprio ai radical chic ha dedicato uno dei suoi scritti più ficcanti, lì nel suo completo bianco come la panna, scatto in avanti, a torso nudo, la fascia da capitano sul braccio sinistro, non il mio capitano ma pur sempre un capitano, la mascella impanata di barba tirata in avanti come un bimbomikia col ciuccio in bocca e la pasticca in bocca e scatto con la testa, dove colpisco colpisco. Per dirla come il titolare di questa immagine, mi scatta l&#8217;ignoranza, e davanti agli occhi posso anche avere uno che, in qualche modo ha rappresentato una fetta della mia stessa storia, non ce n&#8217;è, cerco di assestargli una craniata sui denti, anche se i denti, a ben vedere, manco ce li ha. Mi scatta l&#8217;ignoranza perché quella del dare del radical chic a chi non la pensa come te e pretende, sì pretende, di dare una lettura della società un po&#8217; meno superficiale e schematica, è come dare dell&#8217;invidioso a chi critica certi modi di vivere che al momento vanno per la maggiore. </p>
<p>Di fronte a certe critiche, in effetti, si reagisce spesso, troppo spesso, con un contrattacco. Ti piace qualcosa che non incontra il plauso della maggioranza? Sei radical chic, gauche caviar, o quel che è. Critichi un modus vivendi al limite del codice penale (al limite, ma oltre il confine)? Sei invidioso di chi è più ricco e ha più successo di te. No, cari miei, non ci sto. Tanto per fare una citazione: ho detto no. Ho avuto la percezione che la canzone di Vecchioni, ribadisco, a mio avviso piuttosto bruttina, basata su una poetica piuttosto scontata, volesse cavalcare il malcontento generale per innalzarsi al ruolo di inno, fatto che avrebbe fatto passare in secondo piano la scarsa qualità del brano, e le dichiarazioni di Vecchioni, prima e dopo la vittoria, mi hanno confermato questa tesi. Sentirlo dire a Domenica In che la dedica alla moglie, con quelle parole alte e al tempo stesso romantiche, quindi popolari, era stato un discorso “elettorale”, fatto appositamente prima della finalissima per procacciarsi voti e quindi la vittoria finale non fa che consolarmi. Leggere le sue dichiarazioni, qui su PopOn, in cui dice che è stato il primo cantautore nella storia del Festival (in soldoni) ad aver mischiato alto e basso, aprendo una strada ma al tempo stesso arrivando per primo (chiunque lo farà, d&#8217;ora, in poi, sarà sempre il secondo, dice, sempre in soldoni), consolida la mia tesi. E mi dimostra che il professore, evidentemente, troppo preso a cantarsela e suonarsela, tutti questi Festival non deve esserseli visti, perché altri cantautori o in tutti i casi autori alti prima di lui hanno calcato la scena di Sanremo, e in alcuni casi hanno pure vinto. </p>
<p>Per rimanere agli anni zero, non voglio citare Cristicchi, che non reputo né particolarmente alto come autore né particolarmente interessante come cantautore, ma basti il caso degli Avion Travel per fugare dubbi in proposito. Vecchioni, qui lo dico e qui lo confermo, non mi sembra un radical chic in cachemire, ma un furbetto che ha voluto davvero sfruttare il malcontento per dare una defibrillata non tanto a una sinistra sonnacchiosa e morente, ma a una carriera che da anni, io direi anche da decenni (vogliamo parlare di <em>Voglio una donna</em>, vivaddio!!!) non dice niente di buono. Uno che dice di aver intuito superata la soglia della terza età, che si può mischiare alto e basso, seguendo la strada di Modugno e Tenco, peccato abbia in passato tirato fuori canzoni che al basso guardavano con una certa attenzione, scordandosi magari di mirare anche all&#8217;alto (vogliamo parlare di <em>Voglio una donna</em>, vivaddio!!!). E non lo dico perché lo invidio, non faccio il cantautore, non faccio il professore, libri ne pubblico anche io e, a ben vedere, ho anche qualche anno meno di lui (vogliano parlare di <em>Voglio una donna</em>, vivaddio!!!). Vecchioni ci ha un po&#8217; presi per il culo, ammettiamolo, perchè saremo anche il popolo migliore al mondo, ma quando si tratta di abboccare all&#8217;amo, siamo davvero creduloni come dei bambini la notte di Natale. E non venite a darmi del radical chic, che sennò mi scatta l&#8217;ignoranza e parto di scatto con la testa a cercare di colpire il viso. Non avete capito la citazione? Affari vostri, io che ci posso fare&#8230; </p>
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		<title>La lezione di storia di Benigni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:58:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Ripubblico questo articolo di Banti, uno dei migliori storici italici (e che, detto per inciso, ha scritto un eccellentissimo manuale per le scuole), per restituire la giusta dimensione all&#8217;intervento del non-più-comico toscano a Sanremo che ha ahimé suscitato plausi bipartisan, plausi che &#8211; quantomeno quelli non di destra, laddove quelli di destra sono naturaliter interessati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Ripubblico questo articolo di Banti, uno dei migliori storici italici (e che, detto per inciso, ha scritto un eccellentissimo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842110345/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842110345&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">manuale</a> per le scuole), per restituire la giusta dimensione all&#8217;intervento del non-più-comico toscano a Sanremo che ha ahimé suscitato plausi bipartisan, plausi che &#8211; quantomeno quelli <em>non di destra</em>, laddove quelli di destra sono <em>naturaliter </em>interessati a restituire una dimensione mitologica all&#8217;idea di Nazione &#8211; evidentemente non hanno saputo valutare la sua superficialità, la sua ignoranza di alcuni dati ormai acquisiti del dibattito storiografico, e dunque la sua nocività. Sui temi in questione Banti ha scritto, di recente, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842095346/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842095346&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Sublime madre nostra</a></em>. mr]</p>
<p>di <strong>Alberto Mario Banti</strong></p>
<div id="_mcePaste">Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che &#8211; con gentile soavità &#8211; insieme a Troisi scherzava su Fratelli d&#8217;Italia &#8230; Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell&#8217;Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l&#8217;esegesi dell&#8217;Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un&#8217;apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall&#8217;Inno. E &#8211; come ha detto qualcuno &#8211; ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.</div>
<div id="_mcePaste">Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia?<span id="more-38251"></span> Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt&#8217;altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell&#8217;Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l&#8217;infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po&#8217; che si va a scoprire in una sola serata televisiva.</div>
<div id="_mcePaste">Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori &#8211; stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all&#8217;Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l&#8217;azione politica degli ultimi quarant&#8217;anni.</div>
<div id="_mcePaste">Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?</div>
<div id="_mcePaste">E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull&#8217;altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l&#8217;idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l&#8217;idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l&#8217;idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l&#8217;integrità della nostra comunità.</div>
<div id="_mcePaste">Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com&#8217;è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l&#8217;identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che &#8211; in quanto diversi &#8211; sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l&#8217;esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c&#8217;è da restare veramente stupefatti.</div>
<div id="_mcePaste">Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell&#8217;internazionalismo, del pacifismo, dell&#8217;europeismo, dell&#8217;apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni &#8211; pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo &#8211; sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l&#8217;area geopolitica di riferimento.</div>
<div id="_mcePaste">Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell&#8217;Italia dal Risorgimento al fascismo.</div>
<div><em>(pubblicato sul manifesto, 20/2/2011)</em></div>
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		<title>Cartolina da Sanremo indirizzata a sinistra</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 20:48:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente. Gianni Morandi con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sanremo è Sanremo è Sanremo: come la rosa cui Gertrude Stein ha dedicato i suoi versi più celebri. Quest’anno è rifiorito. Non grazie ai giovani, ma a tre signori cui l’età non ha lasciato addosso i segni di un declino osceno che un altro volto ci ha stampato in mente.<span id="more-38240"></span> Gianni Morandi con il sorriso sempre uguale, sottolineato dalle poche rughe intorno agli occhi. Roberto Vecchioni che canta e vince con il vestito del prof di lettere. E Roberto Benigni, lui stesso e la sua arte che sembrano sottratti al tempo, capaci di volarci sopra, compiere il miracolo di far risorgere il Risorgimento. Abbiamo riconosciuto un nostro desiderio nell’onda di emozione condivisa con venti milioni di spettatori diventati concittadini. Abbiamo pensato che finalmente il festival era anche per noi e che per questa volta abbiamo vinto. Ma il tricolore e l’inno di Mameli non sono stati che la metafora del desiderio profondo che Benigni ha toccato. Vorremmo non sbattere più contro il muro dell’impossibilità di comunicare quando parliamo con colleghi, clienti, conoscenti, familiari. Siamo stanchi di essere così bloccati da divisioni che fanno male, stanchi di sentirci dire che non abbiamo nient’altro che la spocchia dei perdenti che si credono la parte migliore, stanchi noi stessi di vestire questo abito difensivo. Vorremmo un paese unito. E’ questo il miraggio che abbiamo sognato sintonizzati sul rito nazional-popolare del festival di Sanremo. Persino Luca e Paolo, il giorno dopo aver obbedito alla par condicio, hanno letto Gramsci, fondatore di un giornale che si chiama “L’Unità”. Cosa si può chiedere di più al palco del Teatro Ariston e a una trasmissione di Rai Uno?</p>
<p>Ho azzardato un “noi” per qualcosa che credo di condividere e capire. Capisco che ridiamo quando due col colbacco in testa prendono in giro i politici che dovrebbero rappresentarci, suggerendo che il solo che possa unire l’opposizione sia “Berlusconi comunista”. Capisco che appena ne sentiamo il nome in bocca ai due comici ci appaia come un atto liberatorio. E un po’ di par condicio, per quanto grottesca applicata alla satira, ci sembra nulla di eccezionale. Il numero su Saviano e Santoro è stato meno divertente dello sputtanamento di Gianfranco e Silvio. Fine, amen. Nessuno pare essersi accorto che quella gag batteva sugli stessi tasti dei giornali governativi, a partire dai bersagli scelti sino agli argomenti per colpirli. Saviano è il buono per definizione di cui sparlare è tabù. Ma gratta gratta, cosa dice? Che in Campania…. c’è la camorra! Banalità, cose che sapevamo. Santoro poi: quello manda il povero Ruotolo nei peggio posti d’Italia, mentre si tiene vicino la bella Giulia Innocenzi cui proprio pochi giorni fa Belpietro aveva comunicato di essere approdata a “Annozero” per meriti identici a quelli delle veline. In più, Santoro è da quindici anni che protesta che lo vogliono far fuori, mentre in realtà sta sempre lì. E mentre sghignazzi alla battuta, ti sei già scordato l’editto bulgaro, ossia i circa quattro anni in cui il conduttore era stato allontanato dalla Rai per volere esplicito di Berlusconi. Ma il punto più dolente è Gianfranco Fini, il capobranco sempre più azzoppato, messo alla berlina due volte consecutive. L’acclamato “ti sputtanerò” è stato più pesante della postilla successiva. Gianfranco e Silvio rappresentati come in un regolamento di conti in famiglia, che si tirano addosso fango a secchiate, fango che si equivale. Di nuovo, il benedetto appartamento monegasco che nella peggiore delle ipotesi sarà stato venduto da Alleanza Nazionale al genero, viene messo sullo stesso piano di uno scandalo culminato con l’imputazione di Berlusconi per due reati penali, dove in più ci sono favorite promosse a ruoli politici, nonché l’intera maggioranza parlamentare che ha avallato la palla della nipote di Mubarak. Inoltre Gianfranco Fini, nel momento in cui figura come colui che spara fango sul ex-alleato somiglia tanto a quel burattinaio di un piano eversivo quale è stato additato da Berlusconi. Non importa se qualcuno abbia mai visto sul “Secolo d’Italia” qualcosa che possa sembrare l’opposto e speculare alla campagna del “Giornale” sulla casa di Montecarlo. E’ la licenza degli artisti, la libertà dei comici.</p>
<p>Ma è una strana libertà, quella per cui puoi sfottere il premier solo se contemporaneamente colpisci un avversario. Se fai confusione, confusione sistematica, veicolando il messaggio che tutti hanno qualcosa di cui vergognarsi. Ridendo e scherzando, ti trovi perfettamente allineato con la linea di attacco dei fedelissimi. E infatti il successivo numero su Berlusconi, dove Luca e Paolo sono seduti a un tavolo con un fiasco di vino, a rappresentanza di un’ipotetica <em>vox populi</em>, non fa altro che smontare una per una le ragioni per cui il presidente del consiglio sarebbe condannabile. Le belle ragazze piacciono a tutti, avrei fatto anch’io così. Il problema non è l’abuso di una carica pubblica perché in Italia tutto funziona con il <em>do ut des</em>. Non ha mentito sino in fondo perché non ha mai nascosto che gli piace la vita allegra. Non ha mercificato le donne perché quelle lì erano consenzienti…Conclusione: stavolta gli è soltanto andata di sfiga. Una difesa a forma di presa in giro che nemmeno Ghedini e Ferrara insieme avrebbero saputo fare in maniera più credibile.</p>
<p>Voglio immaginare che Luca e Paolo non sanno ciò che fanno. Voglio credere che pensano di fare satira di costume, come hanno detto loro stessi, quando, pur affaticati dalle formalità bipartisan, hanno fatto satira politica a vantaggio di una parte precisa. Però tranquilli, non se n&#8217;è accorto nessuno: né noi, né loro, né il consigliere Rai di maggioranza Verro che li ha criticati o il consigliere di opposizione Rizzo Nervo che li ha difesi. Ernst Jandl, poeta sperimentale austriaco, ha scritto una poesia meno famosa di quella di Gertrude Stein che comincia così: “Alcuni credono/ che sestra e dinistra non si possano<span id="_marker"> confondere./ Che errore!”                   </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: 150%; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial; font-size: 12pt; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"> </span></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.5</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 09:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello C’era una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su La Stampa. Una donna che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali… Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg" alt="" title="nillapizzi1" width="312" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-30743" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1-234x300.jpg 234w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’era <em>una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro</em> giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su <em>La Stampa</em>. Una donna <em>che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali…</em> Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in grado di rivelare la verità, appena sfiorata dal reticente articolo del quotidiano torinese. La storia della donna che <em>ha cavalcato il ‘900</em> è ben più affascinante di quanto reso pubblico fino ad oggi.<br />
<span id="more-30671"></span><br />
Adionilla Negrini, questo il suo vero nome, nacque a Pechino durante la rivolta dei Boxer, a cui suo padre aveva partecipato dalla parte giusta, con i combattenti schiacciati dalla violenza delle potenze coloniali (chi volesse vedere un film di propaganda che rovescia la verità, guardi <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=5381">55 giorni a Pechino </a>con Ava Gardner).</p>
<p>Pochi anni dopo, sotto il nome di Anna Kuliscioff, fu espulsa dalla Francia, arrivò in Italia e divenne l’amante di Filippo Turati, che convertì al marxismo. Un episodio inedito della sua vita è la partecipazione all’insurrezione spartachista di Berlino, nel 1919, dove sotto il nome di Rosa Luxemburg fu fucilata e gettata nel fiume dalle truppe controrivoluzionarie. Data per morta, Adionilla invece sopravvisse e tornò in Italia, dove visse per lunghi anni in incognito, lavorando sotterraneamente per allargare il consenso dei partiti antifascisti. La sua bottega di Sant&#8217;Agata Bolognese, dove produceva le migliori crescentine della regione, era un luogo di incontro e rifugio per i partigiani. Fu lì che Adionilla sposò un organizzatore di apprendisti fornai, Comunardo Pizzi, e prese il nome di battaglia “Nilla”.</p>
<p>Ma la sua storia era ben lungi dall’essere finita: Nilla, sempre in viaggio tra emigranti solidali, si trasferisce negli Stati Uniti, dove crea una cellula di resistenza contro il nascente maccartismo, nel tentativo di salvare la pace mondiale. Attivissima, recluta nell’ambiente artistico i giovani Pierino Como, Anthony Benedetto, Francis Sinatra e Francesco Paolo LoVecchio. Per giustificare il loro segreto lavoro di organizzazione della resistenza antimperialista in tutto il paese, i quattro giovani, diretti da Nilla, diventano famosi come cantanti con i nomi d’arte di Perry Como, Tony Bennett, Frank Sinatra e Frankie Laine.</p>
<p>Nilla, sospettata dall’FBI, lascia in tempo l’America e rientra in Italia, dove nel 1951 vince il festival di San Remo con la canzone <em>Grazie dei fiori</em>. Nessuno si accorge che il testo della canzone fa riferimento a <em>rose rosse</em> (che anni dopo saranno scelte da Mitterrand come simbolo per il governo di <em>Union de la gauche</em> in Francia).</p>
<p>Ma il capolavoro del suo lavoro clandestino avviene nel 1952, quando torna a San Remo nel pieno dell’aggressione alla Corea e, di fronte a una platea di ministri democristiani asserviti all’imperialismo, canta a gola spiegata <em>Vola colomba bianca, vola</em>, riferendosi alla Colomba della Pace disegnata da Pablo Picasso e simbolo del movimento contro la guerra, come si può vedere da questo filmato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=f6paze9eeVA&amp;feature=related">recuperato dagli archivi sovietici</a>. L’Italia intera si commuove, scende in piazza e decreta la sua vittoria.</p>
<p>Dopo questo trionfo, i momenti dell’oscurità e dell’amarezza: la sua rete clandestina negli Stati Uniti viene smantellata, i coniugi Rosenberg mandati sulla sedia elettrica e Perry Como, Frank Sinatra e Frankie Laine devono abbandonare la politica e dedicarsi unicamente alla canzone. Nilla lascia l’Italia e per molti anni si esibisce soltanto tra le comunità di esuli italiani in Argentina e in Brasile. Finalmente, giovedì sera, il trionfale ritorno a San Remo, a fianco di Antonella Clerici, drappeggiata in un vistoso <em>abito rosso</em>. </p>
<p>Non ci sono dubbi: la storia di Nilla Pizzi è la storia del Novecento.</p>
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		<title>Confronti a distanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2009 07:11:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[cattofascismo]]></category>
		<category><![CDATA[enrico airone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Qualche giorno fa mi è capitato di riordinare i primi numeri dello storico FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano). Proprio nel primo numero colpisce in modo particolare il bel reportage di Enrico Airone sul franchismo in Spagna. Correva l’anno 1972, ero in Inghilterra per il dottorato (pure Mario Mieli era spesso in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Qualche giorno fa mi è capitato di riordinare i primi numeri dello storico FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano). Proprio nel primo numero colpisce in modo particolare il bel reportage di Enrico Airone sul franchismo in Spagna.<br />
Correva l’anno 1972, ero in Inghilterra per il dottorato (pure Mario Mieli era spesso in Inghilterra in quei mesi) e ricordo benissimo alcuni studenti spagnoli che non nutrivano alcuna speranza circa un possibile cambiamento della “situazione” nel loro paese. Troppo sigillato era il patto tra chiesa cattolica e franchismo. Dicevano: se Francisco Franco dovesse morire andrà al potere Carrero Blanco, non cambierà nulla. Io, italiano, mi sentivo al confronto fresco e giovane, lottavo per il divorzio, per la legge Basaglia, per quella sul cambiamento di sesso: potevo manifestare, scendere in piazza. Vivevo in una democrazia. <span id="more-14635"></span><br />
È istruttiva la lettura dell’articolo di Airone, costa un po’ di fatica per via dello scanner, ma ne vale la pena, soprattutto per chi a quell’epoca non era ancora nato. Ne vale la pena per farsi un’idea di come un italiano potesse leggere la situazione spagnola di quei primi anni settanta.<br />
Che cosa è accaduto, poi? Perché oggi la situazione è capovolta e siamo noi che dobbiamo correre a Barcellona per sposarci, per morire decentemente o per procreare assistiti?<br />
L’obiettivo di questo mio confronto a distanza non vuole essere distruttivamente pessimistico, bensì costruttivo: il catto-fascismo può e deve essere sconfitto. Basta un leader giovane LAICO e RADICALE, veramente SOCIALISTA, con le idee chiare su i sì e i no da pronunciare. Non lo vedo in Italia attualmente né nelle scissioni dell’arcaica sinistra, né nel PD. Ma so che c’è e spero che presto si faccia coraggio e esca allo scoperto.<br />
Tra i titoli dei servizi che vedete in copertina, vorrei che notaste anche “Sanremo. Come si vince contro chi ci opprime”: il riferimento qui è a quelli che Mieli definiva gli psiconazisti, cioè gli psichiatri e gli psicologi di ispirazione cattolica che nell’aprile di quell’anno tentarono di tenere a Sanremo un convegno avente come principio ispiratore la medicalizzazione dell’omosessualità.<br />
Oggi da Sanremo giunge a milioni di sprovveduti il messaggio che dall’omosessualità si possa “guarire”, che ci si possa “curare”. Siamo a un tentativo di rimedicalizzazione rozzamente orchestrato da cattolici e fascisti. VOGLIAMO RIBELLARCI?</p>
<p><em><strong> <a href="http://www.sendspace.com/file/ba707z">Qui</a> e <a href="http://www.sendspace.com/file/h0t0ja">qui </a>per copertina e primo numero di Fuori</strong></em></p>
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