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	<title>Sans Soleil &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dentro una frase di Chris Marker</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Marker]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Sans Soleil]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong> <br /> Ricevo da Serena questa frase, tratta da "Sans soleil" di Chris Marker, che non avevo mai visto e che ho guardato subito dopo. La trovo magnetica, nei giorni successivi continuo a rileggerla, ad attraversarla, quasi che nello spazio di poche righe possa prendere corpo una verità fondamentale, il senso stesso di un’esistenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-101621 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi.jpg" alt="" width="1200" height="560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-300x140.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-1024x478.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-768x358.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-150x70.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-696x325.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-1068x498.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-900x420.jpg 900w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong><br />
<em>con la partecipazione di Serena Cacchioli</em></p>
<p>Ricevo da Serena questa frase, tratta da <em>Sans soleil</em> di Chris Marker, che non avevo mai visto e che ho guardato subito dopo. La trovo magnetica, nei giorni successivi continuo a rileggerla, ad attraversarla, quasi che nello spazio di poche righe possa prendere corpo (è sempre e solo questione di corpi) una verità fondamentale, il senso stesso di un’esistenza; ma, quando arrivo al punto finale, mi sembra di averla persa, come se intanto si fosse bruciata.</p>
<blockquote><p>Qui a dit que le temps vient à bout de toutes les blessures ? Il vaudrait mieux dire que le temps vient à bout de tout, sauf des blessures. Avec le temps, la plaie de la séparation perd ses bords réels. Avec le temps, le corps désiré ne sera bientôt plus, et si le corps désirant a déjà cessé d’être pour l’autre, ce qui demeure, c’est une plaie sans corps.</p></blockquote>
<p>Sento il bisogno di appropriarmene, di penetrare il significato in qualche modo, quindi faccio l’unica cosa che mi viene in mente: la traduco.</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo guarisce ogni ferita? Sarebbe meglio dire che il tempo guarisce tutto, tranne le ferite. Col tempo la piaga della separazione perde i margini reali. Col tempo il corpo desiderato scompare in fretta, e se il corpo che desidera (— — —), resta solo una piaga senza corpo.</p></blockquote>
<p>È una stesura di getto, ci avrò messo mezzo minuto — e si vede: è tutto un po&#8217; traballante, non mi convince fino in fondo aver eliminato una ripetizione, quel “venir à bout” iniziale pare uno scoglio insormontabile, così visivo e al contempo astratto, così infinito e insieme perfettamente banale. Per giunta, io che di solito traduco sempre tutto sin dal primo momento, lascio uno spazio bianco: lascio in bianco il corpo desiderante che “a déjà cessé d’être pour l’autre”, forse perché è un pezzo di frase in cui sprofondo.<br />
Mentre cerco on line il nome giapponese che nel film porta il presunto autore di questa frase, mi imbatto in una traduzione italiana, può darsi che sia quella del doppiaggio o della sottotitolazione ufficiale:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo cura tutte le ferite? Sarebbe meglio dire che il tempo cura tutto tranne le ferite. Con il tempo, la sofferenza della separazione perde i propri reali limiti. Con il tempo, il corpo desiderato scompare in fretta, e se il corpo desiderante ha già smesso di esistere per l’altro, quello che rimane è una ferita&#8230; disincarnata.</p></blockquote>
<p>La traduzione mi colpisce: mi colpisce che la “plaie” sia intesa in senso figurato, che i “bords” siano diventati “confini” (sono i “bords de la plaie”, i due lembi — i due corpi che si separano). Non è una brutta frase: “col tempo, la sofferenza della separazione perde i propri reali limiti”; forse sono persino d’accordo, ma mi sembra che stia dicendo qualcosa di piuttosto diverso da quello che recita il testo francese.<br />
Leggo: “il corpo desiderante ha già smesso di esistere per l’altro”. È detto semplicemente, ed è esatto, riconosco il baratro: l’inaccettabilità di un corpo desiderante che non esiste più per chi è desiderato.<br />
E poi la “ferita… disincarnata”: chi ha tradotto ha usato una bella soluzione per ovviare al problema di non aver scelto “plaie” per “piaga” poco prima. Seduce, la ferita disincarnata, ma dista anni luce dalla “plaie sans corps”: la “plaie sans corps” è il correlativo oggettivo dell’assenza, che non è mai assenza di sofferenza. La “ferita disincarnata” è letteraria, trasfigurata; i puntini sospensivi, che producono enfasi, creano una tonalità emotiva lontanissima dalla concretezza tragica che la frase di Marker esprime.<br />
Scrivo a Serena e, senza anticipare granché di quanto detto finora, le chiedo una sua traduzione. Eccola:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo cura tutte le ferite? Sarebbe meglio dire che il tempo cura tutto tranne le ferite. Con il tempo la ferita del distacco perde i contorni reali. Con il tempo, il corpo desiderato presto smetterà d’esistere e se anche il corpo desiderante smette di esserci per l’altro, quel che resta è una ferita senza corpo.</p></blockquote>
<p>Poi commenta:</p>
<blockquote><p>Ho tradotto sia <em>blessure</em>, sia <em>plaie</em> con <em>ferita</em>&#8230; non trovavo sinonimi migliori. All’inizio avevo messo «il segno» del distacco, ma la ferita è una ferita, non un segno&#8230; e nemmeno una piaga.</p></blockquote>
<p>Serena ha inoltre tradotto “séparation” con “distacco”, che è una soluzione cui riflettere. Non sono invece d’accordo sul non scegliere il termine “piaga”: la piaga è visiva, è l’apertura infinita, la voragine. Quando mettiamo il dito nella piaga tocchiamo il punto focale della sofferenza, l’assenza da cui originano dolori e desideri.<br />
Prima di farmi leggere il suo testo mi aveva mandato un vocale in cui stava per commentare la traduzione di “venir à bout” nei sottotitoli portoghesi al film, rivisto quella sera in un centro culturale di Lisbona: è un vocale che, per evitare di farmi influenzare, avevo interrotto. Lo ascolto ora:</p>
<blockquote><p>Inizialmente avevo visto il film con i sottotitoli in italiano, quindi sono influenzata da quella traduzione; proverò a dimenticarmela. Quando poi l’ho visto con i sottotitoli in portoghese, c’era quel <em>venir à bout</em> che in portoghese era tradotto… insomma, mi ricordo che in italiano era tradotto con “cura”. E infatti il tempo cura le ferite.</p></blockquote>
<p>Così, la traduzione portoghese si perde nel non detto. Il tempo forse <em>cura</em> le ferite, è vero: ma non le <em>guarisce</em>, è proprio questo che la frase francese indica. La cura implica un lavoro costante, potenzialmente ininterrotto; non è un <em>venir à bout</em>, non c’è necessariamente una riuscita, una risoluzione. Marker forse concorderebbe sul fatto che il tempo cura le ferite, ma qui gli preme sottolineare che non le guarisce.<br />
Mi viene voglia di guardare una delle traduzioni spagnole del testo:</p>
<blockquote><p>¿Quién ha dicho que el tiempo vence a todas las heridas? Mejor sería decir que el tiempo vence a todas las cosas, excepto a las heridas. Con el tiempo, la herida de la separación pierde sus contornos reales. Con el tiempo, el cuerpo deseado ya no lo será más, y si el cuerpo deseado ha dejado de ser para el otro, lo que queda es una herida sin cuerpo.</p></blockquote>
<p>Un nuovo scarto dalla norma: se di solito in spagnolo «el tiempo cura las heridas», qui addirittura il tempo <em>vince</em> le ferite, forse sul modello di «el amor todo lo vence».<br />
L’idea del <em>superamento</em> del dolore, che non implichi un vero attraversamento, è una delle più errate e nocive narrazioni del contemporaneo: superare il dolore come se si trattasse di un ostacolo, di un intralcio, e non di uno stato fondamentale dell’essere; il corollario evidente è che il mancato superamento del dolore costituisce un fallimento senza appello.<br />
Su questa scia, l’immagine della «vittoria» contro la ferita rimanda a un modello esistenziale in cui regna il mito del successo a tutti i costi: il successo come una colata di cemento sopra ogni caduta o strappo, sulle asperità inevitabili di cui è costellato il quotidiano.<br />
Almeno, la ferita è rimasta «sin cuerpo», senza corpo, mentre nella traduzione inglese ritorna ciò che trovavamo nella versione italiana:</p>
<blockquote><p>Who said that time heals all wounds? It would be better to say that time heals everything except wounds. With time, the hurt of separation loses its real limits. With time, the desired body will soon disappear, and if the desiring body has already ceased to exist for the other, then what remains is a wound&#8230; disembodied.</p></blockquote>
<p>Durante questi andirivieni linguistici ho ripensato la mia traduzione, pur non avendola ancora appuntata. Il finale che avevo scelto all’inizio («resta solo una piaga senza corpo») non funziona, non chiude magnificamente il cerchio come in francese: è troppo repentino, è piatto. Provo così: “ciò che/quello che resta è una piaga senza corpo”. Ma manca sempre qualcosa, manca la pausa data dalla virgola, che prepara al colpo di grazia: ed è una virgola possibile solo in francese, per via della struttura col presentativo; in italiano mai inserirei una virgola tra soggetto e verbo, o tra proposizione soggettiva e proposizione principale, come in questo caso.<br />
Mi chiedo come mai ho un’immagine grafica dell’ultima frase: di colpo mi ricordo che, nel copia e incolla fatto da Serena, qualcosa era stato inavvertitamente messo a capo. E allora:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo guarisce le ferite? Bisognerebbe dire che il tempo guarisce tutto, tranne le ferite. Col tempo la piaga della separazione perde i margini reali. Col tempo il corpo desiderato scompare, e, se il corpo che desidera ha già smesso d’esistere per l’altro, ciò che resta è una piaga<br />
senza corpo.</p></blockquote>
<p>Non è una fine, ma un inizio. La traduzione come avvicinamento, continuo attraversamento: <em>on n’en vient jamais à bout</em>. In fondo, anche la traduzione è una piaga senza corpo.</p>
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		<title>Su alcuni fotogrammi di Chris Marker. A partire da Lo sguardo e l’evento di Marco Dinoi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2012 09:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Marker]]></category>
		<category><![CDATA[Level 5]]></category>
		<category><![CDATA[Lo sguardo e l’evento]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Dinoi]]></category>
		<category><![CDATA[Sans Soleil]]></category>
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					<description><![CDATA[pubblicato il 31 luglio 2012 in ⇨ www.lavoroculturale.org Come riprendere le donne di Bissau? Apparentemente, la funzione magica dell’occhio laggiù era contro di me. […]Nei mercati di Bissau e Capo Verde ritrovai l’uguaglianza dello sguardo… e un susseguirsi di visi così prossimi al rituale della seduzione. La guardo. Lei mi ha visto. Lei sa che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><small>pubblicato il <em>31 luglio 2012</em> in ⇨ </small><a href="http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article1" target="_blank"><small><strong>www.lavoroculturale.org</strong></small></a></p>
<p><center><iframe loading="lazy" width="640" height="480" src="//www.youtube.com/embed/JTKbIGwW9XA?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<blockquote><p><em>Come riprendere le donne di Bissau? Apparentemente, la funzione magica dell’occhio laggiù era contro di me.</em><span id="more-43177"></span><br />
[…]<em>Nei mercati di Bissau e Capo Verde ritrovai l’uguaglianza dello sguardo… e un susseguirsi di visi così prossimi al rituale della seduzione. </em><br />
<em>La guardo.<br />
Lei mi ha visto.<br />
Lei sa che la guardo.<br />
Lei mi offre il suo sguardo come se non fosse rivolto a me.<br />
E alla fine il vero sguardo, diretto… che dura un 25esimo di secondo, il tempo di un’immagine.</em><br />
[Chris Marker, Sans Soleil 1983]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Ieri, 30 luglio 2012, è scomparso ⇨ <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chris_Marker" target="_blank"><strong>Chris Marker</strong></a>: regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, produttore, fotografo. Per ricordarlo e approfondire il suo lavoro sulle e tra le immagini, vi proponiamo alcune pagine che ⇨ <a href="http://associazionelevel5.com/biografia/" target="_blank"><strong>Marco Dinoi</strong></a> ha dedicato all’analisi dei suoi film nel libro ⇨ <a href="http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article214" target="_blank"><strong><em>Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema</em></strong></a> (Le Lettere, 2008) .<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left:25px"><strong><em>Sans Soleil</em></strong> <strong>&#8211; La rarefazione dell’evento</strong></p>
<blockquote><p>[…] Chris Marker tenta con “l’immagine della felicità” in <em>Sans soleil</em>, una sequenza che mostra tre bambini islandesi fare un girotondo, e che la voce narrante dice di aver tentato di montare con altre sequenze senza mai riuscire a trovare quella che potesse accordarsi con la prima: «allora ho pensato di metterle una lunga coda nera, se non si vedrà la felicità, almeno si vedrà il nero».<br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/8km7vHDIdug?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
[&#8230;] per la voce narrante – immagine sonora che in questo caso agisce quasi come una didascalia – quella era l’immagine della felicità, ma in relazione ad altre immagini non funziona come tale, allora, a partire dalla stessa voce, lo spettatore è invitato a compiere, per proprio conto, la medesima operazione di connessione in coincidenza dello schermo nero che si fa seguire a quella sequenza, perché l’oscurità al cinema, e non solo al cinema, è sempre molto affollata. Lo sguardo a cui l’immagine della felicità si propone è invitato a innescare quell’immagine, oppure a non farlo, a proiettare i suoi desideri, i suoi fantasmi&#8230; a partire da essa, dalla sua materialità («ho incontrato tre bambini in Islanda»), e dopo di essa, nel nero che la segue. […] Si può partire dall’immagine di tre bambini che giocano in Islanda, e si può provare ad agganciare l’inquadratura ad altre per verificarne la produttività o la referenzialità («per me era l’immagine della felicità»); se la concatenazione non funziona, allora si proverà a far seguire l’immagine da una coda di nero che darà inizio al film, “senza sole” non vorrà dire “senza immagine”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left:25px"> ⇨ <a href="http://vimeo.com/19193986" target="_blank"><strong><em>Level 5</em></strong></a> &#8211; <strong>Nelle pieghe dell’evento</strong></p>
<blockquote><p>Il passaggio al limite che connette e separa cinema e memoria è anche quello che nutre la filmografia di Chris Marker. Ed è un passaggio che si fa più concretamente visibile quando il cinema si confronta direttamente con la morte. Il suicidio di una delle donne di Okinawa, sul terreno dell’ultima battaglia del secondo conflitto mondiale, mostrato in <em>Level 5 </em>(1997): prima il ralenti con una cornice circolare nera a circoscrivere il corpo di lei, dopo il fermo immagine con lo sguardo in macchina della donna rivolto al cineoperatore americano che sta seguendo il suo movimento verso il vuoto; come se fosse necessario estrarre quel gesto dal film, fermarlo per capire il livello di abominio che l’occhio meccanico porta inscritto almeno potenzialmente nelle modalità stesse della “ripresa”.<br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/DKyO8eemL5U?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
Fermare quell’immagine è l’unico modo per farne qualcosa, per attenuare la pornografia di quello sguardo o per rilevare quella stessa pornografia che è implicata nella presenza della macchina da presa; bloccare l’immagine sullo sguardo in macchina (Marker lo aveva già fatto in <em>Sans soleil</em>) serve a dare presenza alla vittima, guardarla in faccia, cosa che l’operatore non può fare preso com’è dal seguire quel movimento – è la sua non partecipazione alla scena che gira che lo rende corresponsabile di quella morte, la sua impassibilità che duplica quella della macchina da presa, il suo certificare, da “operatore di guerra”, il movimento come puro e semplice documento; in altre parole: il suo pensare il meccanismo da un punto di vista semplicemente economico. Ancora una volta è ciò che faceva il cinema di propaganda per arginare ed eventualmente azzerare la polisemia dell’immagine: farla sottostare alla performance dell’oggetto rappresentato e a quella dell’occhio per cui era prodotta; è quello che oggi fa il cliché. In <em>Level 5</em> bloccare l’immagine significa sottometterla a un’esigenza più importante, sottomettere il meccanismo alla relazione con la vittima, anche in funzione dell’intelligenza, da parte dello spettatore, di come il meccano-cinema può funzionare. Arrestare l’immagine permette inoltre la sua stratificazione, il suo collegamento con un’altra immagine o con un’altra situazione – in dissolvenza appare la sequenza di un uomo che prova le sue ali posticce gettandosi dal primo livello della torre Eiffel durante l’esposizione universale di Parigi – in cui la sola presenza della macchina da presa soggiogata da principi economici di funzionamento non permette l’esitazione, la sospensione del movimento. È come se negandola, sottraendole il movimento e quindi ciò che gli è più proprio, Marker voglia indicare quanto l’immagine del cineoperatore di guerra mancasse della potenza del cinema, e in questo modo facesse paradossalmente raggiungere alla stessa immagine la massima produttività di quest’ultimo. In questo caso tale potenza può coincidere anche con il processo mentale della vittima, ricostruito in via ipotetica dalla protagonista del film; e poi: l’esitazione possibile che la presenza della macchina da presa ha assassinato, facendo di quel movimento che si produceva dinanzi ad essa qualcosa di definibile una volta per tutte: un suicidio. «La donna di Saipan ha visto la cinepresa e ha capito che questi demoni stranieri non solo la stavano braccando, ma potevano mostrare a tutti che non aveva avuto il coraggio di saltare e quindi è saltata, e colui che teneva la macchina da presa la puntava come un cacciatore attraverso un mirino, l’ha abbattuta, come un cacciatore»; quando ascoltiamo queste parole la sequenza è già terminata: è l’attrice di Marker a farsi carico di tale interpretazione guardando in macchina, non per concedere la parola a chi è stato privato di tale facoltà da una guerra condotta, da entrambe le parti, in prima istanza attraverso l’immagine (la propaganda giapponese che spinge questi corpi al suicidio come gesto più “onorevole”, invece di consegnarsi al nemico, non costruisce un’immagine di quest’ultimo?), non concedendole pietisticamente un tempo che le è stato sottratto per sempre, ma popolando l’assenza di quella parola, immettendo il suo discorso in quel flusso bloccato costituito a partire dall’immagine sottratta al flusso stesso. La singolarità di quel fotogramma strappato alla sequenza è il modo per combattere l’apparente <em>unità</em> di quest’ultima. E nello stesso tempo è anche un modo per pluralizzare l’immagine, per il fatto stesso che vi è un incrocio di sguardi possibile tra un soggetto (la donna) e un altro soggetto (lo spettatore), e perché l’attrice di Marker mette in relazione quel fotogramma con il tempo anteriore e con quello posteriore, lo connette con una <em>possibilità di tempo</em>; ciò che la sequenza “intera” non faceva appunto perché chiudeva il gesto della donna in una definizione e quindi in un tempo bloccato. È in questo modo che il cineasta riesce a restituire presenza alla vittima. Marker restituisce all’immagine quell’ambiguità che gli veniva tolta dalla ripresa economica e informativa, non, come potrebbe sembrare, sottraendo l’istante pregnante a un flusso che non presentava che istanti qualsiasi, almeno nelle intenzioni dell’osservatore dietro la macchina da presa, ma mostrando forse nell’unico modo possibile quello che c’era da vedere (<em>malgrado tutto</em> direbbe Georges Didi-Huberman) all’interno dell’immagine, quello sguardo individuale per definizione, lo sguardo della donna un attimo prima che questa diventi vittima di un meccano senza pietà, l’occhio della macchina da presa e quello del cameraman. Quel fermo immagine è precisamente l’immagine che balena «nell’attimo del pericolo», individuata da Benjamin come uno degli obiettivi dell’indagine storica: «articolare storicamente il passato non significa conoscerlo “proprio come è stato davvero”. Vuol dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Per il materialismo storico l’importante è trattenere un’immagine del passato nel modo in cui si impone imprevista nell’attimo del pericolo» . È, tra le altre cose, un modo per non essere complici di quel voyeurismo osceno che sta lì a guardare senza muovere un dito. Ma non è anche e soprattutto un modo per mettere in chiaro che l’immagine ha bisogno di un corpo che la guardi (in questo caso quello dell’attrice che fa mostra di sé in quanto tale e poi quello dello spettatore), di un corpo il cui sguardo viene da essa interpellato e che si prenda la responsabilità di tale interpellazione e della risposta che essa sollecita? Non si tratta qui di innescare il gioco dell’identificazione, come illusoria equivalenza tra spettatore e spettacolo, ma più propriamente quello dell’immedesimazione: mettersi al posto dell’altro, pur rimanendo al proprio posto. Nell’oscillazione posizionale tra questi due luoghi si costruisce una modalità dell’immagine cinematografica altra rispetto a quella hollywoodiana , quella che vede nella dinamiche di sospensione e di articolazione dello sguardo e del senso i movimenti stessi del cinema; sono dinamiche che producono l’apertura al senso molteplice dell’immagine, contro il “senso unico” che le si vorrebbe conferire. L’arresto della sequenza (che coincide in questo caso con una sosta sull’immagine), la sospensione del racconto su cui si innesta un’altra ipotetica narrazione, è qui anche un modo per bloccare la consunzione delle <em>immagini-evento</em> che nel corso del film sarà direttamente messa in questione.
</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">[ a cura di Massimiliano Coviello ]</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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