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	<title>Sardegna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;autunno in Sardegna di Ernst Jünger</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/05/lautunno-in-sardegna-di-ernst-junger/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2020 05:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per i tipi di Le Lettere è uscito da poco Un autunno in Sardegna di Ernst Jünger, a cura di Mario Bosincu. Dei tre testi raccolti nel volume pubblico l&#8217;incipit del primo, intitolato San Pietro. [ot] di Ernst Jünger traduzione di Mario Bosincu Si possono raccontare molte cose sulle isole, ed è più facile iniziare che finire. Ricordo di [&#8230;]]]></description>
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<p>Per i tipi di Le Lettere è uscito da poco <em>Un autunno in Sardegna </em>di Ernst Jünger, a cura di Mario Bosincu. Dei tre testi raccolti nel volume pubblico l&#8217;incipit del primo, intitolato <em>San Pietro. </em>[ot]</p>
<figure id="attachment_86117" aria-describedby="caption-attachment-86117" style="width: 2686px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-86117" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011.jpg" alt="" width="2686" height="1335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011.jpg 2686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-300x149.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-768x382.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-1024x509.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-250x124.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-200x99.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/zona-dombra-2011-160x80.jpg 160w" sizes="(max-width: 2686px) 100vw, 2686px" /><figcaption id="caption-attachment-86117" class="wp-caption-text">Maria Chiara Pruna &#8211; &#8220;Zona d’ombra&#8221;, 2011 &#8211; 60×120 acrilico su tela</figcaption></figure>
<p>di <strong>Ernst Jünger</strong><br />
traduzione di Mario Bosincu</p>
<p>Si possono raccontare molte cose sulle isole, ed è più facile iniziare che finire. Ricordo di aver parlato una volta con un giovane amico che pensava di scrivere una monografia intitolata <em>L’isola</em>. Dovetti dissuaderlo dal farlo, poiché l’argomento è così vasto che può dare filo da torcere a intere società di eruditi. Non sono isole solo quelle che appaiono come sabbia sul mare, ma tutto è isola, anche i continenti, e la terra stessa è un’isoletta nel mare di etere.</p>
<p>Ecco, forse, perché l’isola ci dà da riflettere non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi; essa rientra nel novero delle grandi immagini oniriche. Il desiderio di Sancio Panza di divenire il governatore di un’isola è un desiderio comune tra gli uomini; ognuno l’ha avuto dopo aver conosciuto la storia di Robinson. «Ci si dovrebbe ritirare su di un’isola». <em>Insel, insula, isola, Eiland </em>– sono parole usate per indicare qualcosa di segreto e compiuto. Suscitano l’idea di ciò che è proprio e della proprietà.</p>
<p>Se da una nave vediamo profilarsi all’orizzonte un’isola – l’abbiamo scambiata, dapprima, per un ammasso di nuvole, poi sono emerse lentamente le cime, le scogliere e l’anello dei frangiflutti – ci afferra la speranza. Quando la rivediamo scomparire e confondersi con la foschia, cadiamo in preda alla tristezza e ad una nostalgia dal carattere indefinito.</p>
<p>Si dice che le isole abbiamo avuto un ruolo particolare nella vita di Napoleone, perché, nato su un’isola, fu vinto da un’isola e morì su un’isola. Ma forse è anche perché in questo caso il destino diviene un po’ più chiaro. Ma è difficile stabilire che cosa si debba intendere per isola. I geografi, infatti, hanno discusso a lungo se definire l’Australia un’isola o un continente. Una definizione può essere data solo grazie ad una decisione che coroni un percorso</p>
<div class="page" title="Page 34">
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<div class="column">
<p>intellettuale, quale fu presa da Robinson quando, salito sulla cima più alta della sua solitudine, si vide circondato dal mare. Questo atto di maturità spirituale diviene tanto più difficile quanto più si è circondati e recintati da pianure. La forza dell’inglese risiede perciò meno nel fatto che vive su un’isola quanto nel fatto che ne è divenuto consapevole. È soltanto questo ad aver reso la Manica invalicabile. Se un giorno potessimo concepire in questi termini il nostro pianeta, anche l’umanità conoscerebbe una nuova maturità spirituale.</p>
<p>È fonte di confusione anche l’ordine di grandezza all’interno degli arcipelaghi disseminati nei mari del mondo. Si è tentati di distinguere le isole e le isolette in base alle loro potenze – mi riferisco meno a quelle algebriche che a quelle omeopatiche, indicate con dosi sempre più piccole. In questo senso, l’isola di San Pietro, a cui sono dedicate queste pagine, sarebbe un’isola alla terza potenza, poiché essa è vicina all’isola più grande di Sant’Antioco, che a sua volta è vicina alla Sardegna. Tuttavia, la serie di isole non può dirsi conclusa, perché anche San Pietro è attorniata da isole come una chioccia dai suoi pulcini. Di fronte alla sua estremità settentrionale, la Punta, si trova l’Isola Piana, sulla quale in maggio ed in giugno fumano le ciminiere degli stabilimenti di lavorazione del tonno, e anche da questa isola si distacca un’isoletta disabitata, l’Isola dei Ratti. Infine, lo stretto braccio di mare tra la Punta e l’Isola Piana è reso pericoloso da scogli ora ben visibili, ora invisibili, che a loro volta tendono all’individuazione, all’essenza delle isole. Tra di esse figurano quelle le cui pallide sommità emergono quando si abbassano le onde. Hanno il capo verde per la zostera pettinata dai flutti. Sono i territori delle aragoste, di cui San Pietro rifornisce le città, come fa l’arcipelago di Helgoland nel caso degli astici. Questo braccio di mare è noto fin dall’antichità anche come una delle classiche rotte per la cattura del tonno.</p>
<p>Altre isolette, come l’Isola del Corno e l’Isola del Gallo, si trovano ad ovest, altre ancora a sud, e spesso, come l’Isolotto del Geniò, sono così piccole che non sono indicate su alcuna carta. Quando il cielo è terso, in lontananza si vedono levarsi dal mare due ripide scogliere, il Vitello ed il Toro.</p>
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<div class="column">
<p>Per abbracciare con lo sguardo il proprio regno, come un tempo fece Robinson, la cosa migliore è salire sul punto più alto dell’isola, la Guardia dei Mori. Fu costruita nel luogo più adatto, una scogliera che si erge nell’entroterra, come punto d’osservazione per difendersi dalle scorrerie dei pirati africani. Caduta in rovina nel XIX secolo, durante la Seconda guerra mondiale fu occupata dalla contraerea. Ora è di nuovo un rifugio per gheppi e civette. Simile alla rocca del Graal, poggia su un basamento di pietra così stretto che sembra rastremare la scogliera. Dall’alto si può godere del colpo d’occhio di un’aquila.</p>
<p>I mori, per avvistare i quali fu eretta la torre di guardia, hanno giocato un ruolo importante nella storia dell’isola. Per molti secoli i loro assalti hanno reso l’isola inabitabile. Sarà servita, come molte isole poco sicure del Mediterraneo, come luogo in cui far pascolare le capre. Al massimo fu la dimora di alcuni pastori semiselvaggi che si nascosero in grotte o capanne di giunchi. Già nell’<em>Odissea</em> è dato leggere che i naviganti si rifornivano di viveri e che avvenivano degli scambi in luoghi del genere.</p>
<p>Sono questi minuscoli dettagli a rivelarci quasi sempre lo spirito di epoche del passato; assomigliano a talismani sfiorati dallo sguardo. È quanto mi accadde anche qui, quando discesi da Capo Sandalo verso la costa occidentale disabitata di San Pietro. Là un pescatore custodiva la sua barca. La vidi solo dopo essermi avvicinato molto, poiché l’aveva nascosta ad arte con del muschio marino. Temeva, infatti, che i traghettatori, o, almeno, certi traghettatori si sarebbero levati il gusto di rubargliela. Quando il clima mondiale peggiora un po’, non solo la barca, ma ogni cosa va nascosta. Per secoli le cose erano andate così, e la spiaggia solitaria a ovest dell’isola ha conservato quest’aura di pericolo. La sentii diffondersi dentro di me come un sottile alito di fumo mentre guardavo il muschio grigio-verde. [&#8230;]</p>
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		<title>Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (2/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/27/okeanos-hades-sulcis-dario-coletti-22/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Dec 2017 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Coletti]]></category>
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					<description><![CDATA[ testo e foto di Dario Coletti   &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; La Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo per estensione con un paesaggio costiero importante per dimensione, varietà e bellezza. Malgrado questo, il rapporto tra sardi e mare non è stato sempre facile e il mare, che in alcune [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="meta"> testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></div>
<p><strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71811" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-768x762.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-1024x1016.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/albero.jpg 1611w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
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<p>La Sardegna è la seconda isola del Mediterraneo per estensione con un paesaggio costiero<span id="more-71084"></span> importante per dimensione, varietà e bellezza. Malgrado questo, il rapporto tra sardi e mare non è stato sempre facile e il mare, che in alcune culture è sinonimo di ricchezza e comunicazione, per gli abitanti dell’isola ha significato nel tempo mitologici disastri, incursioni e invasioni, barriera da superare alla ricerca di migliori condizioni di vita e metafora della distanza dalle proprie origini e quindi da se stessi. La gente di mare è un&#8217;umanità a parte per provenienza e per l&#8217;attitudine a confrontarsi tutti i giorni con l’orizzonte, abituata allo spazio infinito. La gente di mare che siano pescatori, marinai, portuali, vive all’aria aperta anche il tempo del lavoro. Ha la pelle abbronzata, segnata dal sole e seccata dal sale, sa individuare i punti cardinali e dal vento sa dirti come cambierà il tempo e se è il caso o no di uscire in mare.</p>
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<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-1024x802.jpg" alt="" width="720" height="564" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-1024x802.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto-768x601.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/trasporto.jpg 2042w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></strong></p>
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<p>La presenza di questi uomini e la morfologia del territorio rendono la costa un universo parallelo all’interno dell&#8217;isola. Uomini e ambiente si plasmano a vicenda e così a pochi chilometri dalle gallerie scavate nella roccia e dagli stabilimenti minerari è possibile scoprire antichi villaggi marinareschi con esperienze peculiari: Carloforte, Portoscuso, Sant’Antioco, Calasetta, Buggerru, Teulada sono luoghi con storia propria e attività particolari, antichissime. Storie di contaminazioni. Marinai provenienti da terre lontane si sono insediati in questo ambiente con le loro attività dando origine a particolari miscugli culturali. L’isola di San Pietro ad esempio, ha una storia particolare e costituisce assieme a Carloforte, che è il centro dell’isola, un&#8217; enclave genovese in territorio sardo. Una storia di colonizzazione, dominio, emigrazione il cui culmine è rappresentato dal ripopolamento dell’isola da parte di una comunità ligure proveniente dall’isola tunisina di Tabarka. Insediatisi in Sardegna per secoli, hanno sfruttato le risorse marine di quel pezzo di mare, adattando le loro attività tradizionali come la raccolta del corallo, la raccolta di sale e la pesca del tonno al nuovo habitat. Carloforte e Portoscuso sono gli ultimi centri a detenere e utilizzare le quote tonno in Italia oltre ad essere gli unici luoghi dove si pratica questa pesca con l’antico metodo della <em>mattanza</em>. Altra contaminazione, evidente anche dall’etimologia della parola (dallo spagnolo “<em>matar</em>”, uccidere), questa particolare forma di pesca è stata introdotta dagli spagnoli all’interno di un quadro di relazioni e di scambi tra dominazione e cooperazione. Il tonno era il cibo dei “conquistadores”, pescato a basso costo e facilmente trasportabile, si prestava alla conservazione ed essendo salato favoriva l&#8217;uso di alcolici durante il pasto, e un soldato ebbro era più feroce e temerario. Oggi, questa pesca, può diventare un incentivo per la ormai dissestata economia del territorio provata dalla chiusura di aziende importanti, in quanto elemento di fascino e attrazione per turisti di tutto il mondo.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-1024x803.jpg" alt="" width="720" height="565" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca-768x602.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/barca.jpg 2040w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>La costa è Mediterranea nella sua essenza più intima. Lo è sotto tutti i punti di vista: nella composizione sociale, nella struttura del territorio, nell’ambiente, nelle usanze, nelle contaminazioni. Il couscous a Carloforte o a Buggerru o Calasetta è pasto abituale ed elemento di contaminazione. Sant’Antioco è l’antica Sulci (da cui ha origine il nome di tutto il territorio), un concentrato di storia del mondo antico, con un&#8217;impressionante quantità e varietà di testimonianze archeologiche sparse all’interno del perimetro di quest’isola. Il suo paesaggio è incantevole, la costa piena di calette e piccole spiagge. Il santo che dà il nome a tutta l’isola proviene dalla Mauritania ed arriva in Sardegna attraverso il mare. In questi tempi di biblici esodi di popoli in stato di necessità, e di paure generate dall&#8217;ignoranza, il santo patrono di un’isola del mondo occidentale diventa un precursore dei contemporanei immigrati.<br />
A Sant’Antioco nasce Paolo, perito chimico in pensione che può usare la sua imbarcazione per raggiungere Tunisi agevolmente, più facilmente di come raggiungerebbe Sassari con un autoveicolo. Navigare è una passione che lo ha accompagnato in forme diverse per tutta la vita. Suo figlio Francesco tutte le mattine si imbarca per raggiungere l’istituto nautico di Carloforte dove studia per coltivare la sua ambizione.<br />
Chiara cittadina dell’isola dal cognome ebraico è maestra di <em>bisso</em>. L’arte della lavorazione di questo filamento originato dalla “<em>pinna nobilis</em>” le è stato tramandato dalla nonna, maestra prima di lei. Seguendo un percorso originale Chiara ha costruito un rapporto mistico con l’ambiente marino che circonda l’isola di Sant’Antioco. Il paesaggio che preferisce è quello che alle sei di mattina si rivela ai suoi occhi quando guarda il mare da Torre Canai. Una delle cose che le piace di più è immergersi per raccogliere la materia prima per preparare il suo filo dorato, e intrecciarlo seguendo il ritmo di una meditazione profonda, scandita dal suono delle onde che dolcemente lambiscono la costa. Ricostruendo con la sua pazienza un credo impregnato di religione e mitologia dove coesistono e sopravvivono miti pagani e biblici misti al più profondo sentimento ambientalista.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71814" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-1024x803.jpg" alt="" width="720" height="565" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-1024x803.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-300x235.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza-768x602.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mattanza.jpg 2040w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>Poco più giù di Sant’Antioco c’è Calasetta dove vive e lavora Giacomo. Lui è un pescatore che non ha voluto accontentarsi di passare la vita in un piccolo villaggio. Si è aperto al confronto con il mondo, con il mare, alla ricerca di nuovi stimoli, portando con sé la sua esperienza ma arricchendosi ogni volta dell’esperienza altrui, sempre con naturalezza e meraviglia. A cavallo tra contemporaneità e tradizione, ha chiesto e ottenuto il diritto alla gestione di una quota tonno, riconoscimento senza il quale è impossibile praticare la mattanza.<br />
La Mattanza è metafora di coesistenza, di modalità di insediamento, di vita in un territorio. Può essere considerata attività economica per gli imprenditori, impegno stagionale per le ciurme, festa di sangue, l’attesa del “villaggio” che vuole consumare il pesce pescato nelle sue acque. È  cultura. È un lavoro duro perché si svolge con ogni clima, per la dedizione di cui ha bisogno la rete con la sua precisa ingegneria. E&#8217; come un labirinto, che indirizza il pescato nella camera della morte da dove i tonni saranno issati a bordo appesi a ganci. La rete va calata, ancorata e, in attesa della raccolta, curata quotidianamente per ripulirla di pesci ammagliati, per correggere eventuali spostamenti causati dalle correnti marine. La figura centrale è il rais che è il capo della pesca e del suo vice. Queste due figure devono avere competenze, devono avere carisma, senso di responsabilità, cultura del lavoro. Nella ciurma, oltre ai pescatori, manovali, falegnami e disoccupati vengono ingaggiati come mano d’opera per il pesante lavoro di sollevamento dei tonni e di preparazione e smontaggio della rete.<br />
. . .<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-1024x683.jpg" alt="" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tonni-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>le fotografie di Dario Coletti, e i testi dello stesso fotografo che le accompagnano,  sono tratti dal volume bilingue (italiano e inglese) OKEANOS&amp;HADES, edito da PostCart (2011), 40 €; la prima parte di questi estratti si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/02/okeanos-hades-sulcis-dario-coletti-12/">qui </a></em></p>
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		<title>Appunti per la costruzione di una mappa di superficie e di profondità del Sulcis Iglesiente (1/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/02/okeanos-hades-sulcis-dario-coletti-12/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 12:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Più di altri il territorio del Sulcis Iglesiente può essere visto come punto di incontro tra più universi, perché aggiunge ad una dimensione quotidiana, esplicita e ordinaria, che si sviluppa in superficie, una seconda dimensione: sotterranea, misteriosa, insondabile, conosciuta solo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71273" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-768x593.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/soffitto-1024x791.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Più di altri il territorio del Sulcis Iglesiente può essere visto come punto di incontro tra più<span id="more-71082"></span> universi, perché aggiunge ad una dimensione quotidiana, esplicita e ordinaria, che si sviluppa in superficie, una seconda dimensione: sotterranea, misteriosa, insondabile, conosciuta solo in parte e da pochi. Tale dimensione interna, che si sviluppa nelle profondità della terra e del mare genera due mestieri antichi e complessi come il lavoro di miniera e la mattanza. Questa dualità ammantata di fascino, fra mistero e leggenda, è difficile da narrare. Per compiere responsabilmente questo compito oltre a vivere il territorio è necessario separare i fatti dalle idee, riportare le vicende con semplicità, guardare agli eventi senza pregiudizi. Bisogna avere presente la coscienza del proprio ruolo, conoscere la natura delle proprie ambizioni, mettere a disposizione le proprie osservazioni a chi è curioso dei fatti del mondo e non può essere presente, avere voglia di confrontarsi con il mondo reale e infine desiderare di concorrere alla crescita della società.</p>
<p>Il primo elemento affascinante che si nota all&#8217;inizio dell&#8217;esplorazione di questo territorio compreso tra Teulada e Montevecchio, è la sua capacità di mantenere saldo il rapporto con il mondo arcaico nel mentre che progredisce e di mantenere il suo ruolo di custode di una cultura originaria mentre si lascia contaminare da stimoli esterni. Il Sulcis Iglesiente è un sistema complesso governato da equilibri delicati che si stabiliscono tra sotto-organismi di diverso genere. Sono questi ultimi che con le loro azioni  determinano il benessere o il disordine di questa terra. Attraverso le ferite e le cicatrici visibili nel paesaggio si percepisce come vivo il potere distruttivo dell’uomo, ma anche le sue potenzialità lenitive e di guarigione. Tra queste montagne e il mare è possibile ritrovare gli elementi che caratterizzano il rapporto tra uomo e ambiente, ma per farlo è necessario lasciare spazio alle voci dei protagonisti, allenarsi ad ascoltare con la coscienza, ad osservare con l’istinto e avere il coraggio di riportare tanto più i silenzi che ciò che è esplicitamente dichiarato. È necessario seguire le suggestioni che il paesaggio  suggerisce per registrarne la profondità.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-1024x850.jpg" alt="" width="720" height="598" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-1024x850.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-300x249.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi-768x637.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/archi.jpg 1134w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>È impossibile non ripensare a <em>Moby Dick</em> o a <em>i</em> <em>Malavoglia</em> quando si sale su un&#8217;imbarcazione per preparare pazientemente una pesca e poi praticarla, o a <em>Germinal</em> e a <em>il figlio di Bakunin</em> attraversando un villaggio minerario o percorrendo le lunghe gallerie del sottosuolo. Le ancore disposte in attesa di essere calate per le tonnare sembrano enormi carcasse di cetaceo, rapporti e proporzioni che l’uomo ha conosciuto all’inizio del suo cammino; l’attenzione e il silenzio del Rais riporta alle riflessioni del capitano Kurtz di conradiana memoria, e la precarietà del vivere da pescatore in balia di un elemento imprevedibile e bizzoso, alle vicende di Santiago il pescatore de <em>Il vecchio e il mare</em>. E così nella miniera ti sembra di essere catapultato in un girone dantesco quando il rumore delle macchine rompe il silenzio del sottosuolo e scatena caldo e polvere, che il sudore degli uomini trasforma in inquietanti maschere nere.</p>
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<p><strong>il sottosuolo</strong></p>
<p>La vita della miniera è dura. Basta solo bardarsi per scendere nei  pozzi per accorgersene. Lampade, elmetti, cinturoni e respiratori costituiscono allo stesso tempo peso, ingombro e fonte di salvezza. E lo scavo del minerale o del carbone, e gli sbalzi di temperatura, la durezza della fronte, il buio continuo rotto dai neon o dalle lampade dei minatori. E’ duro entrare con il buio, alla mattina presto, ed uscire dalla miniera dopo un turno di straordinario, che è ancora buio, entrando in una dimensione fatta di oscurità; è duro il ricordo di un incidente sul lavoro nel quale hai perso un compagno. E’ duro anche il paesaggio, e aspro. Da qualsiasi parte del territorio è possibile vedere una miniera. E così anche gli uomini e le donne diventano duri, le mascelle, gli zigomi, gli occhi sono duri. Anche se leggermente lucidi come in uno stato di febbrile dominazione dei sentimenti. Un sorriso di un minatore vale come un sentimento o un giuramento. Assume valore assoluto.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71276" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-1024x791.jpg" alt="" width="720" height="556" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-1024x791.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/lampade-768x593.jpg 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>Nella miniera metallifera, Il lavoro consiste nel praticare dei lunghi fori all’interno della montagna che poi vengono caricati con dell’esplosivo da far brillare. Nelle miniere di carbone  per scavare il fronte si utilizzano grandi macchinari che tagliano la parete friabile e trasportano il materiale su dei giganteschi nastri. Anche con tale scarna descrizione non è difficile immaginare a quali rischi è esposto chi lavora nel sottosuolo, e quali sentimenti di solidarietà e profonda amicizia possano instaurarsi tra i minatori durante un turno di lavoro, in un’atmosfera contraddittoria caratterizzata come è da luoghi polverosi e umidi, caldi e freddi, silenziosi e assordanti. La domenica i vecchi minatori affollano le piazze dei centri minerari, con indosso il vestito della festa e la dignità di chi si è sempre conquistato la vita con fatica. Sono dinamici monumenti alla memoria, che si spostano per piazze e vie della città. Testimoni pulsanti di una storia quotidiana che in più di un caso si è intrecciata con la grande Storia.</p>
<p>A Buggerru è usuale sentire i racconti dell’eccidio del 4 settembre del 1904, quando, durante uno sciopero dei minatori l’esercito aveva aperto il fuoco sui dimostranti. Quell’eccidio aveva dato origine al primo sciopero generale nazionale della storia del nostro paese. Questi anziani,  raccontano di vita e di morte, che basta ascoltarli per diventare più uomini e per misurare il peso di responsabilità ataviche. Le storie che narrano sono le storie della vita: le nascite, i grandi banchetti, i matrimoni, le feste, la morte, l’ultimo saluto tributato ad un amico scomparso, l’impegno. Tra loro puoi incontrare un poeta-minatore col suo volto antico, le orecchie grandi dei saggi, gli occhi profondi di chi può guardare con cognizione al passato e con fiducia al futuro, le sopracciglia folte e inarcate da guerriero. Le sue poesie parlano di buio e di mattine di primavera radiose, di individui che tendono la mano ad altri individui con lo scopo di portare dignità all’umanità intera.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-71820" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cid_ii_1602c76e33354504-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Tra le rovine di Ingurtosu ascoltando con gli occhi i racconti di un minatore di Bau puoi essere introdotto a storie di infanzia, di famiglia, di rispetto del padre. Anche quando i suoi occhi si posano sugli oggetti sparsi tra le rovine di questo recente passato, sembrano guardare oltre la linea dell’orizzonte, ad una società fatta di lavoro, di uomini giusti, di rispetto e di libertà. Allontanandoti dopo aver ascoltato i suoi racconti ti trovi a  camminare piano, in punta di piedi, per non disturbare il concerto di cuori, respiri, canti e maledizioni; avrai voglia di voltarti allora, e facendolo non vedrai niente se non fondamenta, muri diroccati, infissi marciti.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-71274" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-1024x1016.jpg" alt="" width="720" height="714" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-1024x1016.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-768x762.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/minatore.jpg 1611w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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<p>A Bindua invece c’è un altro minatore, la sua figlioletta di un tempo è ormai una donna, gli occhi sorridono al ricordo di quando, durante l’occupazione dei pozzi del ’93, la minuscola bimba era riuscita a passare tra le sbarre che la dividevano dal babbo in rivolta. La commozione di un padre può costituire un elemento formativo importante, che riemerge dal profondo della coscienza davanti a un torto subito, rivelandosi come  potente strumento di riscossa.</p>
<p>I ricordi che ho raccolto formano questa gente straordinaria dall’apparente vita ordinaria. Muti, custodi del mistero.</p>
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<p><em>le fotografie di Dario Coletti, e i testi dello stesso fotografo che le accompagnano,  sono tratti dal volume bilingue (italiano e inglese) OKEANOS&amp;HADES, edito da PostCart (2011), 40 € </em></p>
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		<title>Parole sotto la torre &#8211; X edizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2016 05:00:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-63652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/Parole-2016.jpg" alt="Parole-2016" width="658" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/Parole-2016.jpg 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/Parole-2016-300x112.jpg 300w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></p>
<h1>Nόστοι, i ritorni</h1>
<p>Da un approfondito esame delle sceneggiature delle pellicole di produzione hollywoodiana sembra che la battuta più ricorrente della storia del cinema di tutti i tempi sia “Back home”. “Tornare a casa”.</p>
<p>Tutta la narrazione occidentale è fatta, in buona sostanza, di due storie: una guerra fratricida durata dieci anni, e un ritorno a casa durato altrettanto. Da tremila anni a questa parte non facciamo altro che combinare questi due elementi primari per raccontare la nostra storia, la nostra identità culturale.</p>
<p>Il ritorno, in letteratura, significa molte cose. Per tornare bisogna innanzitutto essere partiti. Aver lasciato la terra natia, o le proprie idee, i pregiudizi, il mondo conosciuto, sempre identico a se stesso, per poi scoprire l’altro mondo, nella sua molteplicità e nelle sue differenze. Farsi straniero, conoscere la solitudine, intrecciare amori, amicizie, gioie e dolori. Tornare, poi, vuol dire scoprirsi diversi. La patria tanto amata non ci somiglia più, noi siamo cambiati e forse il nostro sguardo e la nostra esperienza saprà cambiare, in parte, la terra dei nostri padri.</p>
<p>“I ritorni”, in letteratura, non implicano necessariamente un viaggio fisico. Può avvenire anche nell’animo. Ogni romanzo in fondo è il percorso di un essere umano attraverso la scoperta del suo vero io. Le identità non sono mai fisse. I protagonisti che abbiamo conosciuto nelle prime pagine del libro, saranno differenti nelle ultime. Leggere resta il modo più semplice e più avventuroso di conoscere se stessi, conoscendo al contempo il mondo intero. Leggere. Tornare a leggere.</p>
<h1>Programma</h1>
<article id="post-2" class="clearfix post-2 page type-page status-publish hentry">
<div class="page-body clearfix">
<div>
<p><strong>MERCOLEDÌ 20 LUGLIO</strong></p>
<p>Ore 21<br />
Proiezione del cortometraggio: L’amore… tutta un’altra cosa<br />
Di e con Ignazio Vacca e Petula Farina<br />
Conduce Andrea Contu</p>
<p><strong>GIOVEDÌ 21</strong></p>
<p>Ore 21<br />
Tornare al territorio<br />
Giacomo Sartori, Sebastiano Venneri<br />
Conduce Lello Caravano<br />
In collaborazione con Legambiente Sardegna</p>
<p>Ore 22.30<br />
Il ritorno a scuola<br />
Edoardo Albinati<br />
Conduce Gianni Biondillo</p>
<p><strong>VENERDÌ 22</strong></p>
<p>Ore 19.30<br />
Partire è tornare<br />
Ilario Carta, Anna Maria Falchi<br />
Conduce Stefania De Michele</p>
<p>Ore 21<br />
Non si fugge dalla storia<br />
Alessandro Mongili, Giorgio Todde<br />
Conduce Nicolò Migheli</p>
<p>Ore 22.30<br />
Il Vento – Storia di Gavino e di altri dispersi<br />
Spettacolo teatrale di e con il Theatre en vol</p>
<p><strong>SABATO 23</strong></p>
<p>Ore 21<br />
Il ventre molle della nazione<br />
Roberto Costantini, Francesco Recami<br />
Conduce Gianni Biondillo</p>
<p>Ore 22.30<br />
La fine della storia<br />
Marco Balzano, Gigi Riva<br />
Conduce Marco Zurru</p>
<p><strong>DOMENICA 24</strong></p>
<p>Ore 21<br />
L’isola dei sogni ricorsivi<br />
Cristian Mannu, Gesuino Nemus<br />
Conduce Marco Zurru</p>
<p>Ore 22.30<br />
Il ritorno delle stagioni<br />
Samuel Bjork<br />
Conduce Anna Rita Briganti<br />
Interprete Virginia Dessì</p>
</div>
</div>
</article>
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			</item>
		<item>
		<title>Parole sotto la torre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/18/parole-sotto-la-torre-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Arpaia]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sanzone]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Remmert]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio De Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[Portoscuso]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[saverio gaeta]]></category>
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					<description><![CDATA[Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. Le verità dell&#8217;inganno Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di aletheia (αλήϑεια): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Parole sotto la torre, Portoscuso &#8211; IX edizione. 23-26 luglio 2015. <em>Le verità dell&#8217;inganno</em></strong></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa rende affascinante e misteriosa l&#8217;idea che abbiamo dell&#8217;arte? Il rapporto ambiguo col concetto di verità. La filosofia classica non aveva dubbi in merito. Gli antichi greci parlavano di <i>aletheia (</i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: sans-serif, Arial;"><span style="font-size: small;">αλήϑεια</span></span></span>): “disvelamento”. Tolto il velo del pregiudizio la verità di dimostrava nella sua interezza. Il filosofo cercava la coerenza fra il dato di fatto, la realtà oggettiva e la sua rappresentazione. È il principio di non contraddizione, su cui si basa la logica classica.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure, quasi a contraltare, da sempre l&#8217;arte è il luogo dell&#8217;inganno. La vita che viene rappresentata, che sia con una scultura, un dipinto, un poema, proprio perché rappresentata e non vissuta è intrinsecamente falsa. Contraddittoria.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo schermo che il filosofo ha tolto per il disvelamento, l&#8217;artista lo ripristina. Su quello schermo, su quell&#8217;inganno, costruisce la <i>sua</i> verità. Un mondo coerente solo dentro l&#8217;opera: che sia un romanzo, un film, una <i>piece</i> teatrale.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché solo attraverso l&#8217;inganno, solo attraverso la verosimiglianza, l&#8217;artista può dire la verità. Una verità che va oltre al dato oggettivo e diventa universale. Non possiamo credere a nulla di quello che ci viene raccontato e proprio per questo possiamo fidarci senza remore. Mettiamo fra parentesi l&#8217;incredulità e aderiamo al mondo dipinto sullo schermo. Che così si fa lente d&#8217;ingrandimento, per quanto deformante, del mondo.<br />
Rappresentandocelo ce lo racconta più vero del vero. Le verità dell&#8217;inganno, le uniche ammesse dalla letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-55494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg" alt="veritahome1-940x345" width="829" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345.jpg 940w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/veritahome1-940x345-900x330.jpg 900w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /></a></p>
<article id="post-2" class="clearfix post-2 page type-page status-publish hentry">
<div class="page-body clearfix">
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p>21.30 <em>Il traduttore malinconico</em></p>
<p><strong>Bruno Arpaia </strong>Conduce <strong>Vito Biolchini</strong></p>
<p>23 <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Despina Economopoulou</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>La memoria presente </em></p>
<p><strong>Giulia Clarkson</strong> e <strong>Giulio Angioni </strong>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>22 <em>Notizie dal profondo Nord</em></p>
<p><strong>Giorgio Fontana e Enrico Remmert </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Nicola Piovesan</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p>19.30: <em>Resistere a vent’anni</em></p>
<p><strong>Marco Rovelli </strong>Conduce <strong>Camilla Barone</strong></p>
<p>22 <em>Nero metropolitano</em></p>
<p><strong>Gianni Biondillo</strong> e <strong>Maurizio De Giovanni</strong></p>
<p>Conduce <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>23.30: <em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità</em></p>
<p>A cura di <strong>Skepto International Film Festival </strong>Con <strong>Matt – Willis Jones</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Domenica 26 luglio</strong></p>
<p>21.00: <em>Cantarle fuori dai denti</em></p>
<p><strong>Daniele Sanzone</strong> e <strong>Luciana Parisi </strong>Conduce <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>22.30: <em>Verità rubate e bellezze dal profumo di passione e riscatto</em></p>
<p>Concerto dei: <strong>Lello Analfino &amp; Tinturia in acustico</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il canto dell’inganno. Dodici corti sulla meraviglia, lo stupore e la verità<br />
A cura di Skepto International Film Festival<br />
</em></p>
<p><em> </em><strong> </strong></p>
<p><strong>Giovedì 23 luglio</strong></p>
<p><strong><em>Inganni a tempo determinato</em></strong></p>
<p>I frutti sperati – 15′ – Italia</p>
<p>Debtfools – 9′ – Grecia/Spagna<br />
L’homme qui en connaissait un rayon – 20′- Francia<br />
Tuesday – 6′ – Svizzera</p>
<p><strong>Venerdì 24 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 1)</em></p>
<p>Deus in machina – 20′ – Italia<br />
8 ay – 20′ – Turchia<br />
Ehi muso giallo – 15′ – Italia</p>
<p><strong>Sabato 25 luglio</strong></p>
<p><em>La verità nell’inganno: tra il surreale e l’imprevedibile (parte 2)</em></p>
<p>Dos caras – 14′ – Argentina<br />
A Short Film on Conformity – 10′ – Norvegia<br />
Not funny – 15′ – Spagna<br />
Hotel – 11′ – Spagna<br />
A cura di Skepto International Film Festival</p>
</div>
</article>
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		<title>cinéDIMANCHE #23 FIORENZO SERRA Il pane dei pastori [1962]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/12/cinedimanche-23-fiorenzo-serra-il-pane-dei-pastori-1962/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2015 12:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[cinéDIMANCHE]]></category>
		<category><![CDATA[Fiorenzo Serra]]></category>
		<category><![CDATA[Il pane dei pastori]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><br /><i>"Fare il pane è nella società dei pastori è un'attività quasi rituale, consacrata in una fissità di abitudini e di modi in cui si rispecchia l'importanza che essa ha sempre avuto nelle comunità più antiche."</i>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center></p>
<div style="width:500px;"><iframe loading="lazy" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/abfVGptM0EE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:500px;">
<p align="justify"><strong>IL PANE DEI PASTORI </strong> documentario del regista sardo ⇨ <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorenzo_Serra" target="_blank"><strong>Fiorenzo Serra</strong></a> [1921-2005]. Le riprese sono state effettuate nell&#8217;autunno del 1962 in varie località della Barbagia, in Sardegna, ma soprattutto ad Oliena, dove si è girato l&#8217;intero ciclo della lavorazione del pane carasau.</p>
</div>
<p></center><br />
<center><br />
<strong>Alberto La Marmora</strong><br />
<em>Itinéraire de l&#8217;île de Sardaigne<br />
pour faire suite au voyage en cette contrée</em><br />
Torino [1860]<br />
&nbsp;<br />
<img src="http://www.suave-est-nus.org/carasau.png"/><br />
</center><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Parole sotto la torre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/15/parole-sotto-la-torre-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2014 10:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Piedimonte]]></category>
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					<description><![CDATA[Parole sotto la Torre VIII edizione Portoscuso, 17-27 luglio Le vite degli altri Sul finire del secolo scorso un gruppo di scienziati italiani scoprì i “neuroni specchio”. Neuroni capaci di attivarsi anche solo guardando l’attività compiuta da altri. È la prova scientifica dell’empatia umana. La letteratura, a modo suo, ha sempre saputo della loro esistenza. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/logo.jpeg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48501" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/logo.jpeg" alt="logo" width="650" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/logo.jpeg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/logo-300x73.jpeg 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Parole sotto la Torre VIII edizione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Portoscuso, 17-27 luglio</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Le vite degli altri</strong></p>
<p>Sul finire del secolo scorso un gruppo di scienziati italiani scoprì i “neuroni specchio”. Neuroni capaci di attivarsi anche solo guardando l’attività compiuta da altri. È la prova scientifica dell’empatia umana. La letteratura, a modo suo, ha sempre saputo della loro esistenza. Tutto quello che fa la letteratura, da millenni, è raccontarci “le vite degli altri”. Non con la morbosità che oggi molto giornalismo televisivo ha. Senza ergersi a giudice che assolve o condanna. Chi scrive, chi racconta, vuole farci vivere tutti i mondi possibili: presenti, passati, futuri. Vuole farci conoscere culture, esistenze, abitudini, pregiudizi. Vuole farci calare nei tormenti, nelle gioie, farci conoscere la tristezza, l’allegria, farci piangere e ridere. Leggere non è solo un bel modo di intrattenere il tempo. È il più elaborato e allo stesso tempo semplice sistema di attivazione dell’empatia umana. Vivere le vite degli altri significa farle proprie. Accrescere la nostra consapevolezza che da vicino, dentro la loro storia, ogni uomo, ogni donna, ci assomiglia. Scrivere e leggere sembrano attività solitarie. Non è vero. Ogni scrittore non scrive mai da solo il suo libro. Ogni romanzo è completato dal lettore, che lo ravviva, lo “attiva” e lo condivide &#8211; nel chiuso di una stanza, su un vagone ferroviario, sotto una pianta o un ombrellone – con l’universo degli sconosciuti fratelli presenti in tutto il mondo. Ognuno con la sua vita, tutta da raccontare.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/parole4.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48502" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/parole4.jpg" alt="parole4" width="736" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/parole4.jpg 736w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/parole4-300x114.jpg 300w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></a></p>
<p><strong>Programma:</strong></p>
<p>Giovedì 17, ore 22,00. <em>Chiacchiere a bocca chiusa</em></p>
<p><strong>Raquel Martos</strong></p>
<p>conduce: <strong>Paolo Lusci</strong>, interprete: Veruska Chelo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Venerdì 18, ore 22,00</p>
<p><em>So Much Younger Than Today &#8211; Viaggio nell&#8217;Italia di Gigi Meroni</em></p>
<p>di &#8220;Le Voci del tempo&#8221;, con: <strong>Marco Peroni, Mario Congiu, Mao Gurlino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 19, ore 22,00. <em>Ridere del male</em></p>
<p><strong>Stefano Piedimonte</strong> incontra <strong>Alessandro Robecchi</strong></p>
<p>conduce: <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Domenica 20, ore 22,00. <em>Fisica della malinconia</em></p>
<p><strong>Georgi Gospodinov</strong></p>
<p>conduce: <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p>interprete: Boris Katsamunski</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovedì 24, ore 22,00. <em>Vite oltre i limiti</em></p>
<p><strong>Lorenzo Iervolino</strong> incontra <strong>Giorgio Terruzzi</strong></p>
<p>conduce: <strong>Alberto Urgu</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Venerdì 25, ore 22,00. <em>Tutti i colori del buio</em></p>
<p><strong>Nicola Fantini, Davide Longo, Laura Pariani</strong></p>
<p>conduce: <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 26, ore 21,00. <em>Figurelle</em></p>
<p>di e con<strong> LabPerm</strong> di Domenico Castaldo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Domenica 27, ore 22,00. <em>Il tempo della vita</em></p>
<p><strong>Marcos Giralt Torrente</strong></p>
<p>conduce: <strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>interprete: Veruska Chelo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Aperitivo con l&#8217;autore:</em></p>
<p>Venerdì 25, ore 19,30. <em>Sulcis: antiche arti, giovani innovatori</em></p>
<p><strong>Olga Bachschmidt, Annalisa Cocco, Mario Figus</strong></p>
<p>conduce: <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 26, ore 19,30. <em>La felicità proibita</em></p>
<p><strong>Anna Rita Briganti</strong></p>
<p>conduce: <strong>Saverio Gaeta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutti gli incontri si terranno alla <strong>Tonnara Su Pranu, Portoscuso.</strong></p>
<p><a href="http://parolesottolatorre.it/">Sito di parole sotto la torre </a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/ParoleSottoLaTorre">pagina FB</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Moby Dick, storie di mare e resistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 08:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[balena]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Coletti]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni Postcart]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[Moby Dick]]></category>
		<category><![CDATA[ospedale]]></category>
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		<category><![CDATA[tonnare]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-005/" rel="attachment wp-att-47284"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47284" alt="mare 005" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005.jpg 472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di fare quello che mi piace, sono io che ho voluto e progettato questo momento. L’ho desiderato tutte le volte che ho attraversato il mare per raggiungere quest’isola o per tornare a casa, ogni volta accompagnato da un’emozione diversa, o spinto da obiettivi e speranze sempre nuovi. Il bello del navigare è che da quando ci si lascia alle spalle la costa, anche di pochi decine di metri, si comincia immediatamente a rievocare storie universali che anche se fantastiche diventano plausibili e ti riconciliano con le motivazioni dei viaggiatori leggendari: Ulisse, Achab, Santiago, il vecchio uomo di mare o il cambusiere Ransome. La distesa dell’azzurro e il ritmo delle onde mi guidano in un altro viaggio, più profondo, in un luogo dell’anima dove tutto si annulla e dov’è possibile riscoprire l’andamento del moto universale. Inizio il mio viaggio nel tempo. Se sono qui nel blu e se respiro avidamente è perché il mio corpo ha bisogno di ossigeno quanto la mia mente di pace.</p>
<p>Tempo: due anni prima. Luogo: una stanza di ospedale con circa quattordici letti. Il protagonista sono io in un doppio ruolo: un primo io è in sospensione magica, intento a osservare un secondo io seduto su una poltrona accanto a un letto disfatto. Delle due presenze, la prima si manifesta come un flusso di energia trasparente, antropomorfa, la seconda ha una consistenza materiale, non sembrano dialogare tra di loro; c’è molta luce ed è tutto bianco in questa camerata. Gli altri abitanti di questo luogo si muovono dentro ai loro letti, lo fanno lentamente, sembrano immersi in un tempo che si chiama attesa. L’io seduto, quello ferito, legge un libro. Sembra che la lettura riesca a placare il dolore, quanto quel liquido trasparente che attraversando un congegno idraulico scorre nel suo sangue. Effettivamente sembra che le avventure dei balenieri riescano a portare la mente dell’io seduto fuori del corpo, a sospingerlo su ignote rotte alla ricerca di verità. A un tratto l’io seduto guarda verso il luogo dell’io sospeso ancora intento a osservare. Quando i due sguardi s’incontrano, una forza prepotente sembra attrarre l’ombra verso il corpo, l’aria verso la terra, fino a farli corrispondere, fino alla fusione. C’è una smorfia sul viso dell’io unificato, mentre nella coscienza affiora la promessa d’intraprendere, se salvo e appena possibile, la vita del mare, sia pur per breve tempo, sia pur solo per fotografare. È questo il pensiero che balugina nella mente dell’io unificato; luccica come il dorso argenteo di questi pesci stesi sul ponte del vascello al sole.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-13/" rel="attachment wp-att-47285"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47285" alt="mare 13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Riemergo dal passato e mi trovo in un’agitazione fatta di movimenti sincronizzati, urla e comandi, un caos che confluisce in un clamore unico, un boato che mi risveglia e ritorno di nuovo pienamente cosciente. In mare. Sapientemente, rispondendo agli ordini di un capo giovane dagli antichi saperi, uomini di mare ritmano il destino di un centinaio di tonni incanalati nelle reti. I tonnarotti a ritmo tirano le funi e chiudono definitivamente ogni via d’uscita a questo banco di tonni, escludendo qualsiasi spazio alla speranza. Urla ritmate e movimenti sincronizzati che caratterizzano l’azione sulla superficie del mare si contrappongono sotto il pelo dell’acqua a disperazione e disordine. Le pinne cominciano ad affiorare, il quadrato di mare che si stringe nella schiuma, emergono dorsi argentati; annaspando pesci di cento, duecento chili tentano di sfondare il perimetro di questa gabbia mortale. Cerco con gli occhi il vecchio rais siciliano dagli occhi chiari di normanno. È sul ponte della barca, lo colgo mentre scruta quel quadrato di mare agitato. L’aspetto è fermo ed eccitato, deciso e compassionevole. Sembra un giovane di 70 anni, consapevole del suo ruolo. Mi appare come un antico cerimoniere. Quando la camera della morte è chiusa, per un attimo tutto si ferma, i tonnarotti stanno immobili ai bordi delle imbarcazioni con rampini e ganci pronti alla raccolta. È un momento solenne che sa di preghiera, di richiesta di perdono per l’eccidio previsto e immanente. Un grido rompe quest’atmosfera, seguito da un clamore di voci. Comincia la mattanza. Le reti affiorano e i primi tonni vengono issati sul ponte. Si dimenano in un ultimo desiderio di vita. A breve tutto è sangue, il mare si colora di rosso, il ponte della barca e tutti noi siamo imbrattati di sostanza vitale.</p>
<p>Gli uomini scattano a un ritmo che ricorda la catena di montaggio: affondano ganci e funi nella vasca e tirano su enormi pesci. C’è eccitazione, esaltata dal clamore delle code che sbattono sulla superficie dell’acqua e sulle murate delle imbarcazioni e dal rosso del sangue che dilaga. Emergendo dal caos infernale che domina la scena, mi appare, come in un sogno, un tonnarotto: è saldamente ancorato sulla murata della nave e aggancia pesci medi e li trascina sulla barca. È la storia di un passaggio, un distacco dal proprio ambiente vitale, inteso come smarrimento, stupore per tutti, per il carnefice e la vittima. È qui che tutti comprendiamo il dolore.</p>
<p>A ogni arrivo, per suggellare la fine della storia, il vice rais affonda il coltello sotto la pinna del tonno a cercarne il cuore. Qualcuno s’immerge nel mare e nel sangue per far durare il meno possibile questa mattanza. L’eccitazione del sangue pervade i sensi, l’istinto è quello di gettarsi in acque limpide per purificarsi, e poi tornare verso la terraferma, pulito dal sangue degli animali sacrificati. Il pensiero è una via d’uscita per allontanarsi dal rumore della morte, per tornare alla normalità del calore del proprio focolare al buon vino bevuto al bar con gli amici di sempre. L’imperativo è allontanare il pensiero della morte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-76/" rel="attachment wp-att-47286"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47286" alt="mare 76" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Non è ancora il rosso e non è più il blu che comanda il pensiero dell’uomo seduto con il libro sulle gambe e gli occhi chiusi. Ora è il bianco della schiuma marina, dei ventri di questi pesci ammassa- ti nelle stive del vascello. È ancora il bianco della balena, simbolo dell’irrefrenabile istinto di libertà, indomito, che diventa vendicati- vo e terribile al solo pensiero di subire limitazioni. È il bianco del mistero che, quando diventa assoluto, quando ci circonda in ogni parte del nostro essere, quand’è fuori e dentro di noi, ci riporta all’immagine del mare bianco, immerso in un’immota nebbia che inghiotte Gordon Pym nel suo ultimo misterioso viaggio.</p>
<p>Ora nello stanzone è sera, l’uomo unificato è nel letto, poggiato su cuscini che lo tengono eretto, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, e nella mente oscurata da questo buio cercato si affaccia una frase che sa d’incoscienza: io sono la balena bianca, indomita, se vuoi prendermi morte, fallo, ma non chiedermi il permesso.</p>
<p>Dopo la battaglia, durante il rientro, l’orizzonte blu ci accompa- gna discreto, ipnotico, catartico, conclusivo. Lo osservo, senza mai abbassare lo sguardo, per tutto il tragitto.</p>
<p>Al largo di Portoscuso, 10 giugno 2007</p>
<p><em>[Dario Coletti è fotografo professionista e coordinatore del Dipartimento di Fotogiornalismo dell’ISFCI a Roma. Il testo e le foto sono tratte da: “Il fotografo e lo sciamano, dialoghi da un metro all&#8217;infinito”, Edizioni Postcart, Roma, 2013]</em></p>
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		<title>Parole sotto la torre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/31/parole-sotto-la-torre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2013 06:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ PAROLE SOTTO LA TORRE VII edizione Arcipelaghi Portoscuso (CI), 2 – 11 agosto 2013 &#160; “Parole sotto la torre” prenderà il via nella cittadina sulcitana venerdì 2 agosto, fino a domenica 11. Arcipelaghi è il filo conduttore dell’edizione 2013 del festival. Le “isole” nell’Isola. Gli scrittori sono un arcipelago di lingue, idiomi, gergalità, abitudini, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/parole_sotto_la_torre_2013.gif"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-46105" alt="parole_sotto_la_torre_2013" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/parole_sotto_la_torre_2013.gif" width="752" height="152" /></a></p>
<p align="center"> <b>PAROLE SOTTO LA TORRE </b></p>
<p align="center"><b>VII edizione </b></p>
<p align="center"><em><b>Arcipelaghi </b></em></p>
<p><b>Portoscuso (CI), 2 – 11 agosto 2013 </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Parole sotto la torre” prenderà il via nella cittadina sulcitana <b>venerdì 2 agosto</b>, fino a <b>domenica 11</b>.</p>
<p><b>Arcipelaghi</b> è il filo conduttore dell’edizione 2013 del festival. Le “isole” nell’Isola. Gli scrittori sono un arcipelago di lingue, idiomi, gergalità, abitudini, sono un popolo di naviganti. Ogni esperienza narrativa è un viaggio verso l’ignoto, sia per chi scrive che per chi legge.</p>
<p>Ci piace la similitudine dell’isola, qui, in Sardegna. Perché ci aiuta a capire che ogni territorio ha una narrazione, una particolarità, che se espressa con gli strumenti dell’arte sa sempre essere universale. Un libro è un porto, da dove partire e dove attraccare… Ed ogni lettore cerca, come un esploratore, il suo romanziere.</p>
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<p><b>IL PROGRAMMA. </b>Gli incontri con gli autori di <b>Parole sotto la torre </b>saranno ospitati dalla <b>Tonnara Su Pranu </b>e avranno inizio <b>alle 22</b>.</p>
<p>Si inizia il <b>2 agosto </b>con <b>Bjorn Larsson</b>, uno degli autori svedesi più noti in Italia, dopo il successo de <i>La vera storia del pirata Long John Silver</i>, <i>Il Cerchio celtico</i>, <i>Il porto dei sogni incrociati</i> (pubblicati da Iperborea, casa editrice specializzata in letteratura del nord Europa). <i>I Pirati e la saggezza del mare</i>, il titolo dell’incontro, condotto da <b>Luca Molinari</b>, docente universitario di Storia Contemporanea dell’Architettura alla “Luigi Vanvitelli” di Napoli, e responsabile editoriale per il settore Architettura e Design della casa editrice Skira.</p>
<p><b>Sabato 3 agosto</b>, <i>Il tradimento di Topolino</i>. <b>Giulio Giorello</b>, ordinario di Filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano e collaboratore del Corriere della Sera, presenterà il suo ultimo libro, <i>Il tradimento di Topolino</i>, appunto, edito da Guanda.</p>
<p><i>In mezzo c’è sempre il mare</i>: <b>domenica 4 </b>sarà protagonista <b>Andrea Molesini</b>, l’autore di <i>Non tutti i bastardi sono di Vienna</i> (Sellerio), che nel 2011 ha vinto il Premio Campiello e il Premio Comisso. Quest’anno ha pubblicato <i>La primavera del lupo</i>. A dialogare con lui il direttore artistico di “Parole sotto la torre”, <b>Gianni Biondillo</b>.</p>
<p>Letteratura, ma non solo. Appuntamento da non perdere <b>mercoledì 7 agosto</b>: <i>Acqua</i>, <b>il concerto </b>di <b>Saba Anglana (alle 22, </b>Lungomare<b> </b>di Portoscuso). La poliedrica cantante, e attrice, nata a Mogadiscio da mamma etiope e padre italiano, utilizzerà il carisma della sua voce per sposarlo all’energia della musica africana. La “sua” Somalia è solo il punto di partenza per un abbraccio simbolico capace di parlare un linguaggio musicale universale. Anglana sarà accompagnata da Bienvenu Zenon Nsongan (chitarra e percussioni), Cheick Sadibou Fall (cora) e Fabio Barovero (fisarmonica).</p>
<p>Gli incontri letterari riprenderanno <b>giovedì 8</b>: <i>Sa Reina e l’Isola delle lepri</i>, con <b>Simone Caltabellota </b>e <b>Anna Maria Falchi</b>, introdotti dal giornalista <b>Vito Biolchini</b>. Caltabellota parlerà del suo ultimo romanzo, <i>Sa Reina</i>. Un’avventura in Sardegna, che parte proprio dal Sulcis e da un ulivo millenario, forse il più antico del Mediterraneo: comincia così il viaggio del protagonista. Lo scrittore romano, classe ’69, ha scoperto come editor alcuni dei maggiori casi letterari degli ultimi dieci anni e ha curato le opere, tra gli altri, di John Fante e Manlio Cancogni. Ha esordito come narratore con <i>Il giardino elettrico</i> (Bompiani), diventato un libro di culto. <b>Anna Maria Falchi </b>è nata a Firenze nel 1967 e ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Sardegna, in un piccolo paese del Campidano. Ha lasciato l’isola nel 1988 per trasferirsi di nuovo a Firenze, dove vive e lavora. <i>L’isola delle lepri</i> è il suo primo romanzo.</p>
<p><b>Venerdì 9</b>, <b>Licia Troisi </b>sarà protagonista dell’incontro <i>Mondi emersi</i>. Nata a Roma nel 1980, astrofisica, è l&#8217;autrice fantasy italiana più venduta al mondo, grazie al successo delle saghe del <i>Mondo Emerso</i> e della <i>Ragazza Drago</i>. Parleranno di e con lei <b>Massimo Spiga</b>, traduttore, scrittore e sceneggiatore di fumetti, ed <b>Elisabetta Randaccio</b>, critico cinematografico.</p>
<p><b>Efraim Medina Reyes </b>sarà alla Tonnara Su Pranu <b>sabato 10</b>. <i>La longevità dei pesci</i>, il titolo dell’appuntamento con lo scrittore colombiano. Autore di film, di testi teatrali, con Feltrinelli ha pubblicato <i>C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo</i>, <i>La sessualità della Pantera rosa</i> e <i>Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio</i> (2013). A presentarlo <b>Michele De Mieri</b>, giornalista, critico letterario, autore radiotelevisivo (è coautore del programma radiofonico Fahrenheit di Radio3).</p>
<p>Il sipario su “Parole sotto la torre” calerà <b>domenica 11 agosto</b>. Alle <b>22.30 </b><i>Le Storie e le Isole</i>, con la scrittrice irlandese <b>Catherine Dunne</b>. Guanda ha pubblicato i suoi romanzi: <i>La metà di niente</i>, <i>La moglie che dorme</i>, <i>Il viaggio verso casa</i>, <i>Una vita diversa</i>, <i>L’amore o quasi</i>, <i>Se stasera siamo qui</i>, <i>Donna alla finestra</i>, <i>Tutto per amore</i> e <i>Quel che ora sappiamo</i>. L&#8217;ultimo suo libro è il romanzo breve <i>La grande amica</i>. E’ la vincitrice dell’ultima edizione del premio internazionale Boccaccio. A dialogare con lei <b>Anna Rita Briganti</b>, che collabora con le pagine culturali di Repubblica.</p>
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<p><b>LO SPETTACOLO PER BAMBINI E FAMIGLIE. Venerdì 9 agosto </b>(alle 20.30 nella Piazza del Comune) andrà in scena Il fil’Armonico, spettacolo di marionette a filo di <b>Agostino Cacciabue </b>(Teatro Tages).</p>
<p><b>IL LABORATORIO. dal 2 al 4 agosto </b>si svolgerà il laboratorio Visioni, parole e ricordi, per costruire un “Atlante sentimentale per Portoscuso”, a cura di Luca Molinari (rivolto a bambini e adulti). Per informazioni e iscrizioni consultare il sito <span style="text-decoration: underline;">www.noteapiedipagina.it</span>.</p>
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<p>La direzione artistica è affidata a <b>Gianni Biondillo</b>, il coordinamento a <b>Saverio Gaeta</b>.</p>
<p><b>Tutte le informazioni sul festival sul sito <a href="http://www.noteapiedipagina.it">www.noteapiedipagina.it</a></b></p>
<p><b>UFFICIO STAMPA </b></p>
<p>Massimiliano Messina</p>
<p>333 9062288</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">max.messina1@gmail.com </span>&#8211; <span style="text-decoration: underline;">www.noteapiedipagina.it</span></p>
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		<title>Bonaria Manca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jul 2013 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[arte outsider]]></category>
		<category><![CDATA[bonaria manca]]></category>
		<category><![CDATA[daniela rosi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniela Rosi Bonaria Manca è nata a Orune il 10 luglio 1925, penultima di 13 figli. Negli anni ’50, seguendo i famigliari in precedenza emigrati per gravi motivi, si trasferisce nell’antica Tuscia, in Alto Lazio, luogo carico di storia, immerso nella natura,  un sito archeologico pregno di memorie etrusche che la colpiscono profondamente e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Rosi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/03/bonaria-manca/tre-cavalli_images/" rel="attachment wp-att-45949"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-45949" alt="tre cavalli_images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/tre-cavalli_images.jpg" width="262" height="192" /></a>Bonaria Manca è nata a Orune il 10 luglio 1925, penultima di 13 figli. Negli anni ’50, seguendo i famigliari in precedenza emigrati per gravi motivi, si trasferisce nell’antica Tuscia, in Alto Lazio, luogo carico di storia, immerso nella natura,  un sito archeologico pregno di memorie etrusche che la colpiscono profondamente e le danno la sensazione di una continuità con la sua terra natale.</p>
<p>Nel 1965 va ad abitare in un grande casale acquistato dalla famiglia a Tuscania.</p>
<p>Nel podere attorno alla casa, lei pascola le sue pecore, mentre fra le mura domestiche cucina, cuce e ricama, in continuità con la cultura sarda.</p>
<p>Non era cosa consueta per il popolo sardo avere pastori donna, ma Bonaria sfiderà le convenzioni e non solo farà la pastora, ma si cucirà anche abiti diversi dai soliti, che ne sottolineeranno fin da subito la grande originalità creativa.</p>
<p>Oltretutto si sposta a cavallo, tenendosi lontana dal paese. Gli abitanti di Tuscania ricordano ancora le sue prime apparizioni. Conservano il ricordo di una giovane donna  misteriosa e carica di fascino. Rimarrà per loro, però, sempre una “forestiera”, una figura esotica. E così si sentirà anche Bonaria Manca: una donna sarda, una pastora, una emigrata in terra etrusca.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/01/bonaria-manca/bonaria-manca-ritorno-del-fratel-detail-brother-on-horseback-470x625/" rel="attachment wp-att-45941"><img loading="lazy" alt="Bonaria-Manca-Ritorno-del-fratel-detail-brother-on-horseback-470x625" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Bonaria-Manca-Ritorno-del-fratel-detail-brother-on-horseback-470x625-225x300.jpg" width="225" height="300" /></a></p>
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<p>Nel 1968 si sposa con un tuscanese, ha già 40 anni, ma il matrimonio è destinato a non durare.  Dopo la morte della madre nel 1975 e quella dell’amato fratello nel 1978, cade in una profonda crisi, accentuata anche dalla successiva separazione dal consorte avvenuta nel 1980.</p>
<p>Sarà proprio questa “dolorosa libertà”, una libertà fino ad allora sconosciuta, la chiave di volta della sua vita:</p>
<p>“mi sono sentita libera, che non c’era né mamma, né fratello”.</p>
<p>La sua compagnia migliore diventa a questo punto l’arte, nelle sue diverse forme, che lei usa come un potente strumento autobiografico.</p>
<p>“Ho iniziato a cantare quando ho cominciato ad esser sola” dice, ma ha anche cominciato a dipingere quando si è trovata sola.</p>
<p>E’ passata alla pittura convinta che, se sapeva ricamare, usare i colori attraverso il filo, probabilmente sarebbe stata in grado pure di dipingere. E, infatti, la sua supposizione si è rivelata corretta.</p>
<p>Dapprima ha iniziato dipingendo sulla tela, o su qualche tavola e, quando le tele mancavano, le si sono naturalmente offerte le pareti della sua casa.</p>
<p>E’ nel 1981 che inizia la sua attività pittorica e lo fa raccontando la sua storia, una storia che nasce sarda, prima di tutto, poi diviene dialogo con il luogo in cui si trova, con la natura che la circonda, con la memoria sua e delle pietre che lì si trovano.</p>
<p>Bonaria inizia così il suo lungo racconto autobiografico, dapprima, come nella miglior tradizione auto-narrativa, elaborando i ricordi dolorosi, i lutti, le separazioni; denunciando i soprusi, i torti subiti, le ingiustizie vissute, per passare poi alla narrazione devozionale, una sorta di preghiera diffusa,  di dialogo con la natura e con gli antichi che lì, nella Tuscia, come in Sardegna, da sempre fanno sentire la loro presenza.</p>
<p>La sua casa, a poco a poco, si copre di colori e immagini. Tutte le pareti sono dipinte, oppure ospitano quadri che raccontano ricordi, tradizioni, presenze, natura e nuovi incontri mitici.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/01/bonaria-manca/wp5af3fafa_05/" rel="attachment wp-att-45945"><img loading="lazy" alt="wp5af3fafa_05" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/wp5af3fafa_05-300x212.jpg" width="300" height="212" /></a></p>
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<p>I colori sono tenui e brillanti a un tempo.</p>
<p>In camera da letto campeggia una maternità con Madonna emancipata che lontana dall’uomo non ne è soggiogata e, come fa notare Bonaria, non tiene il capo chino, ma alza la testa altera e fiera.</p>
<p>Sulla parete della camera da letto anche un arazzo dove racconta la sua vita bambina, quando si recava alla fonte a prendere l’acqua.</p>
<p>Un’autobiografia scritta, quindi, anche con il ricamo, il lavoro della lana, il confezionamento degli abiti, pratiche imparate fin da bambina, ma reinterpretate in assoluta libertà.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/03/bonaria-manca/bonaria_manca450x280/" rel="attachment wp-att-45958"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45958" alt="bonaria_manca450x280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bonaria_manca450x280-300x186.jpg" width="300" height="186" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bonaria_manca450x280-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bonaria_manca450x280-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bonaria_manca450x280.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Raccontare la sua storia su tutte le pareti interne della casa, cucendo arazzi, realizzando tele e disegni, è stata la vera ancora di salvezza di Bonaria, perché queste pratiche le hanno consentito di non cadere nel baratro della solitudine, dell’anonimato e di stabilire una continuità culturale con i luoghi che si è trovata ad abitare, dopo aver dovuto lasciare quelli che le hanno dato i natali e dai quali ha attinto la sua cultura.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/01/bonaria-manca/camera-770145472/" rel="attachment wp-att-45944"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45944" alt="camera 770145472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/camera-770145472-225x300.jpg" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/camera-770145472-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/camera-770145472.jpg 375w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
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<p>Una narrazione per immagini che ha del sacro: la memoria dell’antico popolo sardo e la scoperta di un luogo altrettanto carico di memoria come la Tuscia degli etruschi, due realtà sulle quali scorre la vita di Bonaria Manca, un’ artista che si è trovata a esserlo, suo malgrado, per via di una ispirazione superiore a lei stessa ignota.</p>
<p>“Io che ne sapevo” ripete Bonaria quando diviene, come ognuno di noi, spettatrice del suo immenso poema visivo e, assieme a noi, si meraviglia di averlo potuto realizzare lei da sola.</p>
<p>Bonaria ha lasciato traccia della sua storia scrivendo pure su taccuini preziosi che conserva gelosamente. Ha anche pubblicato un libro negli anni Ottanta, dall’evocativo titolo <i>Comente perdichese spardinadassa</i> (<i>Come pernici sparpagliate</i>), nel quale racconta della sua vita sarda , dei cibi, delle usanze e della sua formazione. Sul libro, in bianco e nero, sono pubblicati molti suoi lavori pittorici che illustrano la vita da lei descritta a parole.</p>
<p>Come tanti artisti outsider o babelici, anche lei inizia tardi, ma è un tardi che le permette di riportare nel suo lavoro tutta la sua esperienza di diversità rispetto agli abitanti della terra che, non per scelta, ha dovuto adottare come terra in cui vivere.</p>
<p>Nel lavoro artistico di Bonaria, troviamo tutta la generatività di una donna eccezionale, libera, anticonformista, ribelle e custode dei valori della Natura. Una donna che salva la memoria mitica del popolo dal quale proviene e che, allo stesso tempo, fonda un nuovo universo personale, il quale nasce da e in una terra che in passato ha conosciuto i grandi fasti della civiltà etrusca.</p>
<p>Consapevole del proprio talento, ma umile, Bonaria non cessa di stupirsi di questa sua capacità.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/01/bonaria-manca/foto-bonaria-p1000264/" rel="attachment wp-att-45943"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45943" alt="foto bonaria P1000264" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/foto-bonaria-P1000264-225x300.jpg" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/foto-bonaria-P1000264-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/foto-bonaria-P1000264.jpg 480w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
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<p>Donna fiera, di antica civiltà, che attraversa la fatica a testa alta.</p>
<p>Questa è Bonaria Manca, l’abitatrice di un mondo a parte, fatto di memorie e nuova creazione, un mondo, alla fine, da lei stessa ri-fondato e nel quale possiamo cogliere il mistero panico dell’esistenza in tutta la sua infinita poesia.</p>
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<p><em>(Daniela Rosi ha scritto questo testo in occasione della mostra da lei curata &#8220;Bonaria Manca, Io che non sapevo&#8221;, dal 5 al 13 luglio, a &#8220;<a href="http://www.perginefestival.it/">Pergine Spettacolo Aperto</a>&#8221; (Pergine Valsugana, Trentino), si veda l&#8217;invito qui sotto per i dettagli)</em></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/07/03/bonaria-manca/bonaria-invito-on-line-2/" rel="attachment wp-att-45950"><img loading="lazy" alt="Bonaria--invito-on-line" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/Bonaria-invito-on-line-300x212.jpg" width="300" height="212" /></a></p>
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