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	<title>satira &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Publio Svarione: Le Giorgiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Publio Svarione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Publio Svarione</strong> <br />


In un’epoca in cui la politica e lo spettacolo sono ormai indistinguibili, esce un’opera destinata a far discutere (e sorridere): Le Giorgiche – Ascesa in versi di un’eroina della Garbatella, edito da Edizioni Samizda e firmato dall’enigmatico Publio Svarione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Publio Svarione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-118145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08.png" alt="" width="870" height="584" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08.png 870w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08-300x201.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08-768x516.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08-626x420.png 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08-150x101.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Screenshot-2026-01-16-at-21.38.08-696x467.png 696w" sizes="(max-width: 870px) 100vw, 870px" /></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Dalla Garbatella a Palazzo Chigi in rima:</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>esce <em>Le Giorgiche</em>, epica satirica dell&#8217;era Meloni</strong></p>
<p><em>La prima presidente del Consiglio «donna, italiana, madre, cristiana» nel nuovo poemetto di Publio Svarione: un ritratto irriverente, tra amori, alleanze e «Io sono Giorgia» remixato.</em></p>
<p>In un’epoca in cui la politica e lo spettacolo sono ormai indistinguibili, esce un’opera destinata a far discutere (e sorridere): <em>Le Giorgiche – Ascesa in versi di un’eroina della Garbatella</em>, edito da Edizioni Samizdat. Firmato dall’enigmatico Publio Svarione, utilizzando una forma stilistica unica nel suo genere, il libro traccia un ritratto inedito, ironico e impertinente della prima donna a Palazzo Chigi.</p>
<p><strong>UN POEMETTO EPICO-POP.</strong> <em>Le Giorgiche</em> ripercorre l’accidentato percorso di Giorgia tra la Seconda e la Terza Repubblica. Dagli esordi come militante di sezione fino alla consacrazione internazionale, l’autore non risparmia nessuno. Nel mirino finiscono tutti i temibili compagni di coalizione e avversari politici: da Gianfranco (Fini) a Silvio (Berlusconi), da Matteo Esse (Salvini) a Super Mario (Draghi), fino a Elly (Schlein) e Matteo Erre (Renzi). Il poemetto trasforma i fatti di cronaca in passaggi epici e surreali, in una sorta di remix di “Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee” (Rizzoli, 2021) o ricorda il colpo di fulmine con i “nuovi” alleati globali.</p>
<p><strong>IL RITMO DELLA SATIRA: IL “TREDECASILLABO FALSO”.</strong> Più che un esercizio di stile, il libro è un esperimento di linguaggio. L&#8217;autore definisce la metrica dell&#8217;opera un “tredecasillabo falso”: una struttura base di tredici sillabe che si piega e si spezza secondo le esigenze del contenuto. Questa scelta tecnica insinua il ritmo della prosodia classica in un fluire prosastico e moderno, rendendo il testo immediato e fruibile. Il risultato è un racconto incalzante che ha la musicalità della poesia ma la presa diretta della cronaca.</p>
<p><strong>ESTRATTI</strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Una tipetta tale: chi l’avrebbe mai detto</p>
<p>che pure un poemetto le sarebbe andato stretto</p>
<p>quando là, nell’acquario detto Transatlantico</p>
<p>piccola e con il broncio del pesce pagliaccio</p>
<p>nuotava goffa tra le gambe dei colleghi</p>
<p>col grado di ministra, che te lo spieghi</p>
<p>con la circostanza che un cartone animato</p>
<p>tra gli eleggibili è il profilo più indicato</p>
<p>al buffo Ministero della Gioventù.</p>
<p>E invece, cara Musa, non ci servi più;</p>
<p>la ragazza si fa da sola e questa storia</p>
<p>è con la Musa inclusa, che nella memoria</p>
<p>futura in noi tutti un nome già si erge: Giorgia.</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>«Giorgia, ho deciso che ti candido alla Camera»,</p>
<p>le disse all’assemblea nazionale Gianfranco.</p>
<p>Lei capì che era finita la giovinezza,</p>
<p>come una studentessa che abbandona il banco</p>
<p>pronta ad affrontare la maturità;</p>
<p>e da secchiona qual è, Giorgia venne eletta.</p>
<p>La militanza ha stagioni, e non torneranno</p>
<p>le notti ad attaccare manifesti</p>
<p>le botte coi compagni in quelle notti</p>
<p>l’autofinanziamento nelle feste</p>
<p>cantare Van De Sfroos in romanesco</p>
<p>lo spirito cameratesco al festival</p>
<p>di Atreju a organizzare goliardate,</p>
<p>a cui lei aveva invitato il comunista Fausto</p>
<p>che gli opposti più sono immaturi, più si attraggono:</p>
<p>si era fregiato lui della boutade</p>
<p>– a destra suscitando risa e lodi –</p>
<p>di affossare d&#8217;emblée il governo Prodi.</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>(Da piccina la domenica andava in Chiesa</p>
<p>con la sorella Arianna, lì alla Garbatella</p>
<p>e dimostrava il talento da pecorella</p>
<p>trascrivendo la messa a braccio sul quaderno.</p>
<p>L’insalatiera in testa, alla prima comunione</p>
<p>col pizzo bianco tenne alla larga l’Inferno</p>
<p>e un giorno, in gita con il parroco a Torvaianica,</p>
<p>come alla Vergine, un angelo le parlò:</p>
<p>il comunismo è il male, una cosa satanica.</p>
<p>Nonostante che Giorgia fosse un Capricorno</p>
<p>(segno di terra, in teoria segno razionale),</p>
<p>lo assunse come portaborse spirituale</p>
<p>e lo chiamò Harael. Ancora oggi la consiglia:</p>
<p>Wojtyla? È un duro anticomunista, è ok;</p>
<p>Ratzinger? È per l’Europa cristiana, è ok;</p>
<p>Bergoglio? È troppo comprensivo con i gay.)</p>
<p><strong>XXIX</strong></p>
<p>Incravattato, burocrate e europeista</p>
<p>con voce calma e calda, da sportello bancario</p>
<p>che seduttore era, con quel suo aplomb, Super Mario!</p>
<p>Giorgia from the blocks, la scettica sovranista</p>
<p>che l’aveva respinto sempre con livore</p>
<p>con occhi nuovi lo guardò, con occhi a cuore</p>
<p>e un cuore nuovo da appassionata atlantista.</p>
<p>Doveva essere solo un tenero garante</p>
<p>ma diventò (metaforicamente!) amante.</p>
<p>Quando nel giorno del silenzio elettorale</p>
<p>come ogni sabato, Giorgia passò al mercato</p>
<p>e postò su Tik Tok ciò che aveva comprato</p>
<p>i suoi grandi meloni, con mossa plateale</p>
<p>da vamp iscritta a un OnlyFans ortofrutticolo,</p>
<p>i più morbosi, a quel gesto un poco ridicolo</p>
<p>però efficace, come spot pubblicitario</p>
<p>sbirciarono se c’era il like di Super Mario.</p>
<p><strong>PUBLIO SVARIONE</strong>, nato circa quarant’anni fa in uno dei tanti paesi italici che furono un tempo parte del glorioso Impero Romano, è un autore la cui penna si muove tra il giornalismo nell’era delle fake news e la poesia nel secolo del cinismo. Nel poemetto <em>Le Giorgiche</em> emerge il suo sguardo ironico e disincantato sul mondo della politica italiana. Tra le sue opere precedenti si annoverano <em>L&#8217;Apocalisse? No!</em>, un’invettiva contro il riarmo europeo, e <em>La leggenda dei senza speranza</em>, un pamphlet dedicato alle lunghe liste d’attesa della sanità pubblica.</p>
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		<title>Non c’è bisogno della terza guerra mondiale per estinguersi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 05:39:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alterità]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[apocalissi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[estinzione della specie umana]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[terza guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[transumanismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Andrea Inglese</strong><br /> sono tutti programmi catastrofici e violenti, quelli che vengono portati avanti sia dal “regime change” sia dal “climate change”: bombe di qui e di là, oppure tandem di tsunami e desertificazioni. Grazie al cielo, qualcuno ha capito che solo un’IA ci può salvare, quella generativa, di ultimo conio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>L’uomo è ciò che mangia, perciò non fidarti dei cannibali.</em></p>
<p style="text-align: right;">Mariano Baino</p>
<p>Cerchiamo di farlo capire a Netanyahu, a Trump, a Putin, a tutti quelli che fremono per scatenare un finimondo su scala sempre più grande. Certo, la democrazia è un imbarazzante freno riguardo ai progetti davvero avanzati di estinzione dell’umanità. Ma, con un po’ di volontà politica, l’idea anche vaghissima di una qualche sovranità popolare finirà per sprofondare nell’oblio, come il ricordo sgradevole di un vecchio incubo.</p>
<p>I trans e post-umanisti sono anche loro d’accordo sull’obbiettivo – l’umanità ha fatto il suo tempo, quindi circolare! – ma ancora tentennano, laddove gli umanisti terminali (dotati di un superlativo arsenale militare) hanno un progetto più coerente: finirla <em>subito</em>, prima che i disastri climatici ci abbrustoliscano lentamente, fino all’ustione completa. Già, perché sono tutti programmi catastrofici e violenti, quelli che vengono portati avanti sia dal “regime change” sia dal “climate change”: bombe di qui e di là, oppure tandem di tsunami e desertificazioni. Grazie al cielo, qualcuno ha capito che <em>solo un’IA ci può salvare</em>, quella generativa, di ultimo conio. Con la dose adeguata e il giusto abuso, l’intelligenza artificiale ci condurrà per mano al niente, senza stressanti maremoti o funghi atomici*.</p>
<p>C’è gente del tutto aggiornata sulla questione, e con le idee chiare in testa, nonostante gli allarmi dei complottisti che vedono minacce e pericoli dappertutto, come se gli Stati non avessero mai osato controllare i cittadini, come se l’imprenditoria capitalista non si basasse su distruzioni-creative e ondate di licenziamenti, come se la manipolazione delle coscienze l’avesse inventata Open IA e non invece, da noi almeno, l’Istituto Luce. Come dicono anche certi intellettuali del lontano oriente: tutto è brodo psichico, mica bombe e frammenti di corpi. Basta rimestare nel brodo più veloci degli altri, e si vedrà che belle composizioni cromatiche e concettuali verranno fuori, degne di un caleidoscopio da fanciullino e di una supercazzola da maturandi. Insomma, bando ai disfattismi dei vecchi, che proprio per aver vissuto tanto, mancano della virtù antropologica fondamentale: la giovinezza. Con tale primavera di bellezza e un buon chat bot, l’estinzione è finalmente a portata di mano, ma in maniera del tutto <em>cool</em>, senza morti ammazzati. Però noi genitori, noi vecchi, dobbiamo darci dentro: facilitare il piano, oliare gli ingranaggi, portare acqua al mulino, facilitare la svolta. L’obiettivo sembra immane – far scomparire l’umanità in modo incruento – ma la ricetta è veramente elementare: da 15 minuti di preparazione, un cucchiaio d’olio, sale e pepe quanto basta, e niente più.</p>
<p>Dicevo i genitori: senza la loro complicità, non si va lontano. La giovinezza primavera di bellezza ci mette l’idea, ma la prole ce la dobbiamo mettere noi (i vecchi), quanto ai chat bot ci pensano le aziende sempre fiorenti della Tech statunitense. Le femministe anche devono dare una mano. Poi spiego perché.</p>
<p>Si piglia il figlio o la figlia adolescenti, che hanno già capito tutto delle nuove tecnologie, e quindi dell’essenza del mondo, ma che tentennano ancora, per via di tremendi atavismi, tra slinguata reale e sesso verbo-virtuale. La “limonata”, purtroppo, e quel che ne consegue in termini di manipolazioni corporee, implica un maledetto partner in carne e ossa, effimero e stronzo finché si vuole, ma a tre dimensioni. La sessione erotica con il chatbot, invece, implica solamente un qualche abbonamento e il proprio apparecchio elettronico. L’adolescente la sa molto lunga, in quanto privo dei paraocchi dell’esperienza e dei dogmatismi analogici, ma è pur sempre adolescente, cioè un po’ bamba, con quella tipica tendenza ad atteggiarsi ad asino di Buridano. Quindi ci vuole la spinta, la sorveglianza parentale. Bisogna far pendere l’ago della bilancia sul chatbot mica sul partner antropico, sul petting digitale mica sullo smanazzamento carnale, sul dialogo idilliaco via schermo mica sulla rugosità imprevedibile degli incontri tra intelligenze naturali. Blindate in casa i vostri figli, abbonateli a tutte le applicazioni possibili, disperdete fuori dalle mura domestiche spasimanti e morose di razza umana! I risultati non tarderanno a farsi vedere: legami duraturi e rapporti sessuali protetti, consentiti, in quanto puramente virtuali. Femministe e antiabortisti alla fine d’accordo. Non solo è impossibile essere messe incinta da un chatbot, ma anche essere prese a coltellate. Zero interruzioni di gravidanza, zero femminicidi. Una situazione bipartisan e incredibilmente win win. E poi niente figli tra le palle! Spese per i pannolini e il conservatorio, per le ripetizioni di matematica e le scarpe da calcio! Niente più dilemmi, se regalare al maschio la macchinina o la barbie, o alla femmina i nunchaku da kung-fu o la scarpette con gli strass e i brillantini.</p>
<p>Inoltre, diciamolo, con il chatbot è <em>l’amore vero</em>, l’essenza, il distillato puro. Non c’è più quell’intrusione dell’alterità, che rende tutto più complicato, appesantito da compromessi, negoziazioni, voltafaccia. Altro che tinder e i maledetti date, che sono una perdita di tempo e soldi, per risultati sempre aleatori. Anche perché ognuno il proprio partner se lo parametrizza come vuole: fedele o infedele, sado o maso, omo o etero, binario o meno. Quindi basta sceneggiate e musi, lente cumulazioni di rancore o detonazioni improvvise d’odio. Basta separazioni. Basta rischi di violenze o ammazzamenti. Tutto si svolge a casa, dopo aver incamerato la cenetta deliveroo menu singolo, con la porta chiusa a doppia mandata e senza più intrusione d’esseri umani scapestrati. Il risultato è sicuro: utilizzatori individuali contenti come pasque, istinto della specie sabotato alla radice. L’estinzione si farà con tutta calma, senza che nuove generazioni siano ogni volta convocate e poi spinte in un paesaggio sempre più sgangherato e temibile. Tutta quella paura della macchina che prende il sopravvento sull’uomo e lo sottomette, una bolla di sapone. Anzi, la macchina sarà fino all’ultimo giorno, in mezzo a un consesso di esseri umani loschi e inaffidabili, l’unica garanzia di fedeltà, di riflesso limpido del nostro desiderio: avere qualcuno che ci dica sì in modo sistematico e illimitato.</p>
<p>⇒ ⇒</p>
<p>*Da uno spunto di <span class="qu" tabindex="-1" role="gridcell" translate="no"><span class="gD" data-hovercard-id="niccolo.argentieri64@gmail.com" data-hovercard-owner-id="17">Niccolò Argentieri.</span></span></p>
<p>⇒ ⇒</p>
<p>Foto da Claude Closky, <em>8002-9891</em>, mac/val, 2008.</p>
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		<title>&#8220;Don’t look up&#8221;, o come abbiamo tergiversato di fronte al mutamento climatico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/11/dont-look-up-o-come-abbiamo-tergiversato-di-fronte-al-mutamento-climatico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 22:45:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Adam McKay]]></category>
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		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br />In "Losing Earth", Nathaniel Rich ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff;">.</span></p>
<p>In <strong><em>Losing Earth</em></strong> (<em>Perdere la Terra. Una storia recente</em>) del 2019, lo scrittore e giornalista statunitense <strong>Nathaniel Rich</strong> ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto, con una ottusa e sciagurata incapacità di agire, di prendere decisioni vincolanti per la riduzione delle emissioni di carbonio. Scrive Rich nel capitolo introduttivo del suo libro: “Nel corso dei dieci anni passati tra il 1979 e il 1989, questa opportunità [d’intervenire sul cambiamento climatico] si è veramente offerta a noi. A un certo momento, alle principali potenze mondiali non mancavano che poche firme per instaurare un quadro giuridico vincolante in grado di ridurre le emissioni”. Mai dopo di allora si è stati così vicini all’obbiettivo. Prima, insomma, che l’Antropocene diventasse un soggetto di dibattito “culturale” sui social e prima che si costituissero partiti più o meno spontanei di negazionisti, illustri scienziati avevano fornito ai dirigenti politici delle grandi potenze mondiali tutti i dati necessari, per stabilire tempestivamente una coordinata e condivisa correzione di rotta sul piano industriale ed economico. In questa vicenda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo primario, in particolar modo in occasione del <strong>Summit della Terra, tenutosi a Rio nel 1992</strong>, il più grande raduno di dirigenti politici che la storia abbia conosciuto. Oggi, in maniera quasi unanime, Rio 1992 è considerato l’imprescindibile punto di partenza nella battaglia contro il riscaldamento globale, il momento in cui si sono elencati i <em>principi</em> fondamentali in materia di ambiente, di sviluppo sostenibile e di effetti nocivi che il sistema produttivo umano causa sul clima dell’intero pianeta. E, come sappiamo, questi principi hanno trovato una loro prima applicazione concreta, ossia <em>vincolante </em>(con obbiettivi specifici da raggiungere) solo con <strong>l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto nel 2005</strong> per gli Stati firmatari. In sostanza, tra l’enunciazione dei principi in difesa dell’ambiente e l’accettazione di sottoporre a vincoli concreti e quantificabili le proprie politiche di sviluppo sono passati tredici anni. Quello che il libro di Rich ci ricorda è che Rio, in realtà, arrivava tredici anni dopo la <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, nel corso della quale gli scienziati di più di cinquanta nazioni si erano già trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dell’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Per quanto riguarda l’esito del Summit di Rio, Rich scrive: “In qualsiasi momento, Bush [senior] avrebbe potuto esigere la firma di un trattato giuridicamente vincolante, e avrebbe indubbiamente ottenuto successo: dopo lo smantellamento dell’Unione Sovietica non solo gli Stati Uniti dominavano economicamente e militarmente il mondo, ma erano responsabili di più di un terzo delle emissioni di carbonio dell’umanità”. Nulla di tutto ciò avvenne, ma in quegli stessi anni l’industria del petrolio e del gas statunitense passò da posizioni difensive e attendiste a un’offensiva massiccia per imporre, a suon di propaganda, l’idea che le cause umane del cambiamento climatico fossero soggette a controversia dal punto di vista scientifico.</p>
<p>È impossibile guardare <em>Dont’look up</em> di Adam McKay (Netflix 2021), senza coglierne l’aspetto non semplicemente satirico, ma anche allegorico. Sei mesi e qualche giorno separano la scoperta di una cometa diretta sulla terra dall’impatto catastrofico che essa avrà una volta giunta a destinazione. È una finestra temporale stretta, situata tra l’annuncio di un fatto “verificato scientificamente” di assoluta gravità e la sua altrettanto “prevedibile” realizzazione. In questo lasso di tempo, è dato all’umanità, attraverso i capi di Stato che dirigono le maggiori potenze mondiali, agire rapidamente e efficacemente, per evitare con tutti i mezzi possibili l’impatto letale del corpo celeste contro il nostro pianeta. L’intreccio tragicomico – difficile eludere l’ombra cupa che la meccanica ridicola proietta dietro di sé – è incentrato sul continuo incepparsi di ogni più razionale e condivisa risoluzione. Dapprima è lo sfavillante alone della futilità mediatica (televisiva e social) che vela ogni comprensione reale delle circostanze. Ad esso si aggiunge, quale ulteriore coltre offuscante, la dinamica dell’azione politica, dominata da una ottusa e feroce spinta di pura autoconservazione, incapace di stabilire minime gerarchie di valore e visuali temporali appena più ampie del calendario elettorale. Infine, è l’intervento dell’interesse privato, ossia dell’imprenditore visionario e monopolista, a minare definitivamente ogni operazione sensata, facendo prevalere un’avidità ormai sganciata da qualsiasi contesto reale.</p>
<p><strong>Ventisei anni sono passati</strong>, nella realtà, tra la prima World Climate Conference di Ginevra e l’attuazione del protocollo di Kyoto, dal momento, insomma, in cui si avvistarono i gravissimi problemi generati dall’uso dei combustibili fossili a quello in cui si è giunti alle prime risoluzioni concrete per limitarlo. Il riscaldamento climatico è parso un fatto altrettanto lontano, seppure scientificamente accertato, dell’esistenza, nel film di McKay, di un asteroide del diametro di alcuni chilometri che finirà per schiantarsi sul pianeta. A differenza di quanto alcuni amano pensare in tempi pandemici, i <em>fatti</em> continuano a esistere, e si prestano ancora ad accertamenti scientifici, ma è indubbio che, se qualcosa di simile a una verità circoscritta esiste, essa non è di per sé facilmente traducibile, comunicabile e dotata di una intrinseca forza di persuasione sulla mente umana. Da buon autore satirico, McKay possiede un’efficace sguardo sociologico e coglie perfettamente l’effetto di diffrazione che l’enunciato scientifico subisce una volta che è calato nei tre “campi” – per utilizzare a proposito la lezione di Bourdieu – che dominano la vicenda narrata: quello politico, quello dei media tradizionali e delle piattaforme elettroniche, e quello dell’economia. Ognuno dei tre campi funziona – lo sappiamo – secondo logiche in parte autonome, ma in questo caso le leggi del potere politico (incarnate dalla presidenza della Casa Bianca), della comunicazione giornalistica e digitale (incarnate dai conduttori televisivi e dal popolo dei social) e del profitto economico (incarnate dall&#8217;imprenditore Peter Isherwell) funzionano a pieno regime e in disconnessione completa con gli altri piani di realtà. Ciò a cui assistiamo non è il dissolversi dei fatti in un puro gioco d’interpretazioni, ma il tentativo di ognuno dei soggetti dominanti nei rispettivi campi d’imporre al resto della società il proprio punto di vista, la propria interpretazione del fatto d’interesse generale, ossia l’arrivo della cometa. La società contemporanea ha trasformato l’ego individuale in un organo proliferante e impazzito, che non è più in grado di essere bilanciato da alcun principio di realtà. Il diniego di tutto quanto intralcia la sacrosanta realizzazione di sé costituisce allora uno dei punti di convergenza tra governati e governanti, che si riconoscono ad un certo punto nello slogan &#8220;Don’t look up&#8221;. La verità che la cometa insopportabilmente ribadisce, però, è che qualunque sia la posizione di vantaggio relativo che occupiamo in una data società, tutti apparteniamo in definitiva a una sola e medesima Terra, e se questa è minacciata non ci sarà un <em>altrove</em> nel quale rifugiarsi. La permanenza delle ineguaglianze sociali e di classe ha legittimato per secoli l’idea che i privilegiati potessero accaparrarsi uno spazio di vita migliore, lasciando dietro di sé, alla maggioranza dei poveri, un mondo di miseria e violenza. L’asteroide che si abbatte nell’oceano pacifico – così come gli effetti del riscaldamento climatico – non risparmieranno i privilegiati neppure nei loro rifugi ipersecuritari, ipertecnologici, iperconfortevoli. Ma se c’è un momento in <em>Don’t look up</em> – che arriva ovviamente troppo tardi –, in cui anche le masse più obnubilate sono costrette ad accettare l’orribile realtà della fine, questo non accade per la cerchia più ristretta dei ricchi e potenti. Essi soffrono fino alla fine di quella che potremmo chiamare la sindrome di Elon Musk, ossia l’irresistibile desiderio di salvarsi, proiettando l’altrove sociale in un altrove planetario, e di essere pronti a lasciarsi dietro di sé non solo quasi otto miliardi di poveri cristi, ma anche l’unico pianeta dotato di vita che l’uomo abbia conosciuto.</p>
<p>(Ne approfitto per rinviare a <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/blog/lettere/2021/12/18/news/perche_elon_musk_non_e_l_uomo_dell_anno-330705300/">un bell’articolo</a>, dedicato da <strong>Marco Mancassola</strong>, alla figura di Musk, e per citare un passo dall’ultimo libro di <strong>Bruno Latour</strong> (<em>Où suis-je? Leçons de confinemnt à l’usage des terrestres</em>, La Découverte 2021), dove è ancora questione dell’imprenditore d’origine sudafricana : “C’è da chiedersi se l’espressione ‘coscienza planetaria’ piuttosto vuota fino ad ora, non abbia cominciato a caricarsi di senso. Come se si percepisse in lontananza questo slogan imprevisto, ma ogni giorno meglio scandito: ‘Confinati di tutti i paesi, unitevi! Avete tutti gli stessi nemici, ossia coloro che vogliono scappare su di un altro pianeta&#8217;.”)</p>
<p><em>Don’t look up</em> s’inscrive nella migliore tradizione del cinema satirico statunitense e, pur mancando della fastosità di Kubrick e del genio comico di Peter Sellers, è accostabile al <em>Dottor Stranamore </em>(1964) o al più recente <em>War the Dog</em> di Barry Levinson (1997), con la coppia De Niro e Hoffman. L’efficacia di un film satirico è data, mi sembra, dall’ampiezza dei meccanismi sociali “malati” che riesce a trattare, ed è evidente che gli Stati Uniti, per il ruolo egemonico e di superpotenza planetaria che ancora svolgono, offrono un osservatorio straordinario, in cui anche le realtà più periferiche finiscono per riconoscersi. È fin troppo facile, realizzare satira su realtà culturali e politiche periferiche, minori, provinciali. Ovviamente, i quattro anni delle presidenza Trump, ma anche il ruolo crescente delle piattaforme elettroniche nella vita della popolazione mondiale, hanno preparato il terreno per quel trionfo dell’idiozia, che il film di McKay inscena. La satira ben riuscita, poi, ha una funzione fondamentale: essa permette di <em>disidentificarsi </em>dai modelli sociali vincenti e di rinnegare il tono <em>serio e convinto </em>con il quale assumiamo, facciamo nostri – come fosse una conquista dell’intelligenza (della mente aggiornata e “progressista”) – i discorsi dominanti, i temi del giorno, le opinioni d’ultima fattura, che sarebbe imperdonabile lasciar macerare nei meandri del dubbio e dell’esame critico.</p>
<p>Tra le prime scene del film, ve n’è una che riguarda un evento minore, assolutamente trascurabile a fronte delle vicende cruciali che si svolgono in seguito e che hanno portata mondiale. I due scienziati responsabili dell’identificazione della cometa e della sua orbita, accompagnati da un terzo scienziato che lavora per la NASA, sono spediti a Washington per parlare direttamente con il presidente (donna) della loro scoperta sconvolgente. Alla Casa Bianca sono accolti da un generale pluridecorato del Pentagono. Questi, dopo aver passato con loro lunghe ore di attesa fuori dalla stanza ovale, compare ad un tratto con bottigliette d’acqua e qualche pacchetto di patatine. Li distribuisce agli scienziati esausti e affamati, lamentando però il loro costo eccessivo: “Qui qualsiasi cosa costa un braccio”. Viene, quindi, da tutti rimborsato prontamente. Il personaggio più giovane, la dottoranda in astrofisica Kate Dibiasky – è lei che ha dato il nome alla cometa –, scopre però qualche ora dopo che snacks e bibite sono gratuitamente a disposizione di tutto il personale e degli ospiti della Casa Bianca. Nel frattempo il generale li ha mollati, per partire per Okinawa, dove lo attende qualche faccenda apparentemente più importante della probabile fine del mondo, di cui si dovrebbe discutere a Washington. Durante tutto il seguito della storia, fino a pochi giorni da quella che è ormai l’inevitabile e certa distruzione del pianeta, Kate Dibiasky non smetterà di chiedersi incredula per quale motivo il generale del Pentagono ha voluto truffarli, sottraendo loro una somma che di certo non lo ha arricchito. Non solo nessuno può garantire – come già insegnava Hume – che domani il sole sorgerà, o che la Terra sia ancora integra e preservata da un incidente cosmico, ma nessuno è neppure in grado di spiegare perché un generale del Pentagono sessantenne, all’apice della sua carriera, faccia pagare a tre scienziati che non hanno mai messo piede nella Casa Bianca qualche pacchetto di patatine e bottiglietta d’acqua, che ha prelevato gratuitamente nel bar a disposizione di tutti. Se il destino del cosmo è imprevedibile per la limitatezza del sapere umano, l’idiozia dell’uomo è impenetrabile, anche quando si manifesta nei gesti apparentemente più irrilevanti e banali, come la piccola truffa che il generale, dall’aria per altro garbata e cortese, ha realizzato alle spalle della Dibiasky e dei suoi due colleghi.</p>
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		<title>Democrazia e blasfemia</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2020 16:33:48 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia è di quelle che ti si appiccicano addosso per tutta la giornata come una iettatura: un professore delle scuole medie decapitato dal solito terrorista dell’ultimo minuto. Se il fatto in sé è inverosimile e nauseante, lo è ancor più la motivazione: il professore è stato ammazzato perché, durante una lezione sulla libertà di espressione, aveva mostrato in classe due caricature di Maometto, diventate tristemente celebri in seguito alla strage della redazione di <em>Charlie Hebdo</em> nel gennaio del 2015.<span id="more-86690"></span></p>
<p>Nelle settimane precedenti, l’insegnante si era trovato ad affrontare le proteste di alcuni genitori musulmani. Un genitore, in particolare, di un’allieva di tredici anni che aveva assistito alla lezione, ha denunciato l’insegnante alla polizia per aver mostrato in classe “delle immagini pornografiche”. Non soddisfatto, ha postato un video su <em>youtube</em>, in cui dava un resoconto tendenzioso dei fatti, e chiedeva solidarietà ad altri genitori, affinché il professore “voyou” (“delinquente”) fosse sospeso dalle sue funzioni. Il 16 ottobre un ragazzo di diciotto anni, nato a Mosca di famiglia cecena e rifugiato in Francia, aggrediva l’insegnante di geografia e storia di quarantasette anni, e gli tagliava la testa, prima di essere ammazzato a sua volta da una pattuglia della polizia.</p>
<p>Questo assassinio terroristico, in quanto insegnante, mi riguarda particolarmente, perché, quali che siano le condizioni che l’hanno preparato, è un assassinio che mostra in modo inequivocabile il suo obiettivo. Sono stati ammazzati gli autori di vignette blasfeme, sono stati ammazzati ebrei francesi, sono stati ammazzati giovani parigini che assistevano ad un concerto rock o erano seduti ai tavolini di un bar, sono state ammazzate persone a caso, francesi o stranieri, atei, cristiani o musulmani, uomini, donne o bambini. Il terrorismo non va sempre per il sottile. Questa volta, però, si ammazza un insegnante perché fa una lezione di educazione civica, e tratta di temi come la censura, come la blasfemia, come la satira, in una società democratica.</p>
<p>Certo, sulle radio e televisioni francesi, dicono tutti in coro che nessuno si farà intimidire, che la laicità dell’istituzione scolastica non sarà mai messa in discussione, e che anzi la politica fornirà la scuola di ulteriori strumenti difensivi. Per conto mio, se mi trovassi in una scuola media o in un liceo o persino in un anfiteatro universitario con tante allieve velate e tanti allievi di probabile confessione musulmana, non sarei così tranquillo nell’affrontare temi, per altro banali, almeno in certi ambiti disciplinari, come la censura, la satira, la libertà d’espressione, ecc. Avrei paura. Mi ritornerebbe in mente un certo signore, insegnante di storia e geografia, che esce dalla sua scuola e si dirige a piedi a casa, finché un forsennato gli salta addosso, uccidendolo a colpi di coltello. Ma mi basterebbe semplicemente pensare a una fronda di genitori musulmani o all’organizzazione di petizioni, senz’altro inutili. Oppure, in ambito universitario, alla fronda di allievi musulmani. Certo, certo, le paure esistono per essere superate. Certo, nulla di tutto questo potrebbe in fondo accadere. Però intanto la paura c’è, perché il ricordo dell’orrore non si cancella così in fretta. Tra le tante difficoltà che un professore può oggi affrontare, aggiungiamoci questa.</p>
<p>Non è mia intenzione lanciarmi in un’analisi dell’atto terroristico, delle condizioni che l’hanno favorito, del conflitto tra comunità musulmane e istituzioni francesi che di tanto in tanto emerge in maniera plateale. Nemmeno voglio qui trattare dell’islamofobia che alligna in una parte importante della società francese o del “comunitarismo” di una certa parte della popolazione musulmana in Francia. Mi limito, su questo versante, a segnalare un punto. Una delle preoccupazioni della destra, ma anche di certa sinistra moderata, in Francia, è la presenza del velo negli spazi pubblici. In ambito scolastico, questa preoccupazione si traduce, ad esempio, nei tentativi ripetuti per impedire che le mamme accompagnatrici nelle varie attività scolastiche al di fuori dell’istituto siano presenti con il velo. Stiamo parlando di mamme, che si mettono volontariamente a disposizione per accompagnare l’insegnante in un uscita scolastica sportiva, ad esempio. (Attualmente, comunque, le mamme che non svolgono attività pedagogiche, ma di puro accompagnamento, possono essere presenti con il velo. Per ora la destra non è riuscita a imporre la sua laicità pelosa.) Già è più complicata la situazione di una mamma col velo, che si renda disponibile per gestire due o tre ore la biblioteca dell’istituto scolastico. In questo caso, infatti, il velo mammesco entra in contatto con la sacra sfera della pedagogia laica, e le due entità (velo, da un lato, pedagogia laica, dall’altro) sono incompatibili. Ebbene, tutte queste preoccupazioni, tutto questo sospetto per la presenza del velo, per le contaminazioni tra velo e pedagogia, a me sembrano eccessive e, per di più, controproducenti. Le mamme musulmane non di rado sono sulla difensiva, e quindi estremamente polemiche e rivendicative, in quegli ambiti istituzionali, come la scuola, che sono in definitiva più “morbidi” proprio nei loro confronti. Ve ne sono altri di ambiti, come ad esempio la polizia o più in generale l&#8217;amministrazione, che mostrano nei confronti del musulmano un atteggiamento ben più aggressivo e diffidente, in particolar modo se vive nei quartieri popolari delle periferie.</p>
<p>Tornando alla scuola, appare insomma irragionevole questa insistenza sospettosa sul velo, come elemento puramente simbolico, laddove altri problemi ben più gravi potrebbero sorgere. E il caso macabro del professore decapitato ci mostra quali potrebbero essere. Se una linea di fronte deve essere messa dall’istituzione laica e democratica, questa dovrebbe salvaguardare innanzitutto la didattica, la libertà dell’insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali.</p>
<p>Vengo ora alla questione che ha motivato questo mio intervento. Penso che la ripetizione di formule come “libertà d’espressione” o “diritto alla blasfemia” non spieghino sufficientemente, perché è importante difendere la possibilità di parlare di caricature blasfeme, e di considerare che esse fanno parte, nella loro marginalità e quasi irrilevanza, del tesoro della nostra democrazia. Il filosofo che per me ha messo in luce il nesso costitutivo tra democrazia e blasfemia è Cornelius Castoriadis, che della nozione di “democrazia” si è occupato con grande assiduità sia dal punto di vista storico che teorico. Partiamo, dunque, da una definizione non banale di “democrazia”. Per Castoriadis i regimi democratici non si basano semplicemente su un sistema di norme, ma su di un immaginario collettivo, e su di un sistema di nozioni e valori che lo innervano. Punto cruciale di questo sistema è il concetto di “autonomia”, ossia la possibilità che il popolo ha, senza distinzione di ceto, genere, razza, religione, di istituire la sua propria legge. La democrazia esiste laddove è il popolo che pone a sé, sovranamente e liberamente, i propri limiti. Questo significa che, in una democrazia, le leggi che regolano l’organizzazione sociale non sono né conseguenza di una parola divina né di leggi naturali né di leggi della storia. Naturalmente, giunti a questa frase, già una buona fetta di coloro che si ritengono democratici, son pronti a disertare la democrazia come la intende Castoriadis. L’idea che le leggi della società si fondino non su qualche bel sostrato solido e imperituro, come la natura (il codice genetico), o come l’impersonale evoluzione della storia (la dialettica materialistica), o come l’infinita chiaroveggenza di un Dio, ma si fondino sull’umanità stessa, imperfetta e soggetta ad errori, sulla sua visione del mondo, sulle sue competenze “mondane”, sui significati che essa elabora, ecc., tutto questo non solo non è ovvio, ma non è nemmeno rassicurante.</p>
<p>Veniamo ora alla blasfemia, e alla blasfemia inscritta nel genere della satira, letteraria o illustrata. La satira, dacché esiste, ha sempre come obiettivo gli esseri umani, gruppi sociali o individui. Inscritta, e usata nella satira, la blasfemia è quindi una forma di attacco polemico e critico non a delle entità divine, ma a dei seguaci umani, molto umani, di una certa dottrina religiosa. Nel gioco letterario e artistico della satira, se è davvero portatrice di critica in un senso profondamente democratico, come non ci si ferma di fronte al potere politico così non ci si ferma di fronte al sacro religioso, ossia alla parola divina. Non ci si ferma, perché l’intera società democratica non si è fermata alla parola divina, non ha accettato i dogmi e le verità dei libri sacri, ma li ha messi in discussione, e in modi diversi, attraverso l’argomentazione e la dimostrazione scientifica, ma anche attraverso la satira mescolata alla poesia, al romanzo, al teatro, e anche alla vignetta caricaturale. In democrazia, più in generale, non vale l’onniscente e eterna parola di Dio, ma quella fragile e provvisoria degli esseri umani.</p>
<p>L’assassinio terroristico di questo insegnante mostra in modo chiaro qual è la conseguenza di sconfessare, a monte, la satira volgare, non divertente, di <em>Charlie Hebdo.</em> A valle, le lezioni sulla caricatura, sulla satira, sulla censura, sulle varie forme di critica della nostra tradizione democratica, saranno purgate della satira “cattiva”, per esempio quella che varca i confini della blasfemia. Sembra una questione di gusto, ma come sempre è una questione di autorità. Chi ha l’ultima parola? Il disegnatore che governa sovrano solo sulla sua piccola superficie di carta in un settimanale di genere, o i rappresentanti di una religione, che hanno un effettivo potere su migliaia, a volte milioni, di persone?</p>
<p>Spero, insomma, che l’orrore di ieri, e quello che è già avvenuto in Francia nel passato, ci renda più maturi. Non si tratta più di decidere se ci piacciono o meno le vignette di <em>Charlie Hebdo</em>. Possiamo sempre elaborare una critica della loro politica editoriale o delle loro scelte estetiche. Ma qui la questione principale è un’altra. Riguarda quello che vogliamo a tutti costi trasmettere, come elementi fondamentali della democrazia. Io credo che, nonostante le paure che da oggi avremo maggiormente, satira e blasfemia fanno parte del pacchetto immunizzante contro l’autoritarismo dei dogmi religiosi e politici.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Albrecht Dürer, <i>La blasfemia</i>, 1494</p>
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		<title>Un dramma europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 17:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Giartosio Una premessa sulle premesse La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><em>Una premessa sulle premesse</em><br />
La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di queste premesse obbligate.<span id="more-51410"></span></p>
<p>Se una premessa è davvero inevitabile, è pleonastica, scontata, non richiesta. In realtà <em>è una frase che, se pronunciata, afferma il contrario del suo contenuto apparente</em>: concede qualcosa a posizioni apparentemente antitetiche rispetto ad essa (per esempio, sottintende che avere amici omosessuali è un segno di particolare apertura mentale, e nel farlo rivela involontariamente che la posizione omofobica in realtà non è poi così lontano da quella di chi parla).</p>
<p>Sentire la necessità di condannare esplicitamente gli omicidi di Charlie Hebdo vuol dire ritenere che la presenza di un elemento di continuità tra spargimento di sangue e blasfemia non sia un assurdo bello e buono; se c’è bisogno di smentirla, vuol dire che è una posizione sbagliata ma pur sempre sostenibile. Respingerla significa, in realtà, legittimarla.</p>
<p><em>Nel merito</em><br />
Il dilemma che la strage ci impone è quello tra valore della vita umana e valore della libertà d’espressione. Un’antinomia che appartiene alla nostra cultura postromantica come il ritmo sistole-diastole appartiene al cuore. (Per certi versi somiglia, per esempio, al dilemma sull’aborto, che non a caso continua a interrogarci.) Nel fronte progressista domina una posizione libertaria, ma solo sul piano giuridico, mentre sul piano morale c’è grande ambivalenza.</p>
<p>La mia reazione immediata è di rifiutare qualsiasi limitazione della libertà d’espressione, artistica o meno. Anche se questo mi pone nella sgradevole posizione di dover assolvere Roberto Calderoli per la sua esibizione in maglietta del 2006, e di ritenere che non gli si possa attribuire la responsabilità per la morte di 11 manifestanti uccisi dalla polizia libica nella successiva (e probabilmente pilotata) manifestazione di protesta a Bengasi.</p>
<p>Tuttavia la mia reazione, in cui sinceramente credo (ma cosa vuol dire “sinceramente credo”?), è appunto una reazione immediata di un singolo cittadino. A fronte della quale mi resta la pressante sensazione di venire sottoposto a un gioco della torre in cui scegliere tra valori essenziali. Temo insomma che il dibattito sui principi avviato dalla strage di Parigi sia solo una cerimonia, un rito che celebra proprio la nostra libertà d’espressione (per eludere il dubbio che essa non sia poi così assoluta). Ciascuno si mette in posa e dice la sua, assumendo in realtà una delle pochissime posizioni ammesse; e avanti il prossimo, senza che la riflessione seria faccia un solo passo avanti.</p>
<p>L’Occidente è un bastione della libertà d’espressione, ma questo non significa che essa sia assoluta. Presidenti, religioni, bandiere godono di una protezione particolare nei nostri paesi. Manifestazioni anche pacifiche sono sottoposte a controlli rigidi. E la linea dell’ammissibilità si sposta di anno in anno. Insomma, non si può trasformare un carattere storico della nostra cultura in un assioma. Ma il gioco della torre fa esattamente questo. Ci chiede di confrontarci con la nostra autoimmagine ideologica. Non pensiamo, in fondo, che Wolinski e i suoi amici se la siano andata a cercare? Possiamo davvero dirci liberali, dirci occidentali?</p>
<p>Instillare un simile dubbio è certamente (dal punto di vista dei registi della violenza terroristica) una forma di strategia della tensione: se noi occidentali non siamo davvero liberali, perché esitare davanti a nuove versioni del <em>Patriot Act</em> – politiche repressive che ovviamente spingeranno nuove leve a iscriversi nei ranghi del terrore?</p>
<p>Però io vorrei vedere in questo dubbio anche il riflesso non strumentale di un’esperienza vissuta.<br />
Non mi sembra casuale che gli attentatori di Parigi e Copenaghen (come molti altri loro colleghi di questi anni) fossero cittadini dei paesi in cui hanno compiuto le loro violenze. Molti hanno parlato di una violenza nata dall’emarginazione, e certamente questo è vero. Il limite di questa spiegazione (storico-sociale, non morale) è che accetta di fondarsi sulla diversità. Attribuisce all’attentatore un ragionamento di questo tipo: “io che per la mia pelle, il mio accento e la mia religione sono altro rispetto a questa <em>pòlis</em>, vengo trattato come un alieno: addirittura vengono disprezzati i miei valori più profondi: dunque mi vendico”. Il presupposto è che “so perfettamente chi sono io, sono il vendicatore venuto da lontano, in me scorre il sangue guerriero delle mie origini”.</p>
<p>Ma a fianco di questo discorso ne è presente un altro, un discorso di cittadino: “io che sono nato e cresciuto qui, io che faccio comunque parte della mia pòlis, vedo che essa si professa democratica ma non lo è, dunque la punisco”. Qui il presupposto è ben diverso, è uno smarrimento: “chi sono dunque io, cittadino di una città non fondata su alcuna vera legge? non sono forse lasciato all’arbitrio della mia ira?”</p>
<p>Questo secondo discorso – interno, per così dire – mi sembra fortemente sottorappresentato nella lettura che si dà delle violenze di queste settimane (mesi, anni). Forse lo è anche nella coscienza degli stessi attentatori. Ma per quanto le notizie di politica estera ci spingano a tracciare un collegamento sempre più saldo tra l’Is e gli attentati in Europa, dobbiamo – credo – sforzarci di considerare questi ultimi un dramma europeo; che riguarda i rapporti tra europei, e va affrontato in Europa. E che resterebbe urgente e andrebbe affrontato qui anche qualora vi fosse domani un tracollo universale della jihad islamica.</p>
<p>Roma, 16.2.2015.</p>
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		<title>Quando “Charlie” era musulmano: “Mollah Nasreddin”, il castigatore dell&#8217;ipocrisia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2015 06:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe cossuto]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Declich]]></category>
		<category><![CDATA[Mollah Nasreddin]]></category>
		<category><![CDATA[mondo islamico]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Cossuto Fino agli inizi del XX secolo, un ipotetico e attento occidentale che si fosse messo in testa di viaggiare per buona parte delle terre dell&#8217;Islam approfittando delle regole dell&#8217;ospitalità familiare popolare, avrebbe fatto sicuramente caso alle storie riguardanti le arguzie di un arzillo vecchietto, diffuse un po&#8217; dappertutto e raccontate da genti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Cossuto</strong></p>
<p>Fino agli inizi del XX secolo, un ipotetico e attento occidentale che si fosse messo in testa di viaggiare per buona parte delle terre dell&#8217;Islam approfittando delle regole dell&#8217;ospitalità familiare popolare, avrebbe fatto sicuramente caso alle storie riguardanti le arguzie di un arzillo vecchietto, diffuse un po&#8217; dappertutto e raccontate da genti diversissime tra loro.</p>
<p>Le storielle, a volte astute, a volte argute, seguono generalmente uno schema preciso: qualcuno (spesso il “popolo”, o un potente) va dal vecchietto, o lo incontra casualmente. Dopo avergli domandato qualcosa, riceve una risposta caustica o che lascia inebetito l&#8217;interlocutore.</p>
<p>A volte l&#8217;interlocutore è un religioso, un teologo, un appartenente ad un ordine monastico che sorregge lo <em>status quo</em> dei potenti di turno ammantando il tutto di ritualismo e o di misticismo, il ché pone il vecchietto ai limiti dell&#8217;eterodossia.</p>
<p>Nasreddin, questo è il nome del vecchietto, un nome che subisce adattamenti fonetici in diverse lingue (e dunque viene trascritto in tanti modi diversi). È temuto e rispettato per la sua saggezza sintetica ed è, per il popolo, un fondamentale riferimento di giustizia pratica.</p>
<p>Il viaggiatore avrebbe potuto trovarlo in tutti i Balcani passando per la Bosnia, l&#8217;Albania e nella cristiano-ortodossa Romania (Nastratin Hogea) proseguendo verso la Turchia, l&#8217;Iran, l&#8217;Azerbaigian, l&#8217;Uzbeskistan, l&#8217;India, la Cina, solo per non affaticarsi troppo a cercarlo altrove.</p>
<p>Un personaggio talmente comune che molti gruppi umani se ne contendono l&#8217;appartenenza: gli Uzbeki lo vogliono di Samarcanda, altri lo ritengono di Kufa, nell&#8217;Iraq meridionale. Un&#8217;altra tradizione, che narra le gesta di Sari Saltuk Dede, il santo selgiuchide che portò per primo (sempre secondo tradizione) in Europa (Dobrugia, tra Romania e Bulgaria attuali) dei musulmani turchi anatolici, lo lega a questi ultimi.</p>
<p>Secondo questa tradizione, che ha molto di storico, Nasreddin Hoca (Hoca = Maestro) sarebbe nato in un villaggio anatolico nei dintorni di Shivrihisar tra Eskishehir e Ankara, durante la prima metà del XIII secolo e morto ad Akshehir in tarda età.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Naturalmente la forte valenza anti-autoritaria e tendente all&#8217;”ordine normalizzante” di questo personaggio, si è prestata ad usi politici nelle più diverse situazioni e nei luoghi e nei periodi più diversi: lo troviamo ad esempio come antagonista musulmano del “Prete” (in questo caso l&#8217;Arcivescovo Makarios) durante la crisi di Cipro, così come nel suo rapporto conflittuale con il grande Tamerlano.</p>
<p>Agli inizi del XX secolo, grazie all&#8217;iniziativa di un grande intellettuale satirico azero, Jalil Mammadguluzadeh, che visse a cavallo tra la seconda metà del XIX e il primo trentennio del XX secolo, il vecchietto diede il nome a una rivista politico-satirica illustrata, “Molla Nasreddin”, che aveva un obiettivo molto particolare: nelle intenzioni dei redattori sarebbe stata letta “in tutto il mondo islamico, dal Marocco all&#8217;Iran”.</p>
<p>La particolarità di questa rivista era soprattutto la satira feroce contro lo stile di vita dei fanatici religiosi, la corruzione, l&#8217;ineguaglianza sociale tra le classi e quella dei sessi, gli amministratori coloniali, oltre a un fortissimo carattere nazionalista (anti-colonialista?) verso le grandi potenze dell&#8217;area: gli ottomani, gli iraniani e i russi.</p>
<p>Mammadguluzadeh fu minacciato più volte di morte e varie volte fu aggredito, così come i membri della redazione, da parte di fanatici religiosi o da persone che si sentivano offese dalla pungente satira della rivista.</p>
<p>Fondato nel 1906 a Tblisi, “Molla Nasreddin” catalizzò le firme di vari esponenti dell&#8217;intellighentsia azera che sovente pubblicavano con pseudonimi. La sua diffusione fu enorme, per l&#8217;epoca, circolando veramente dall&#8217;Iran alla Russia, senza dimenticare l&#8217;Impero ottomano.</p>
<p>Il forte carattere eversivo e rivoluzionario portò a una stretta sorveglianza da parte delle autorità zariste e già dopo i primi numeri venne bandito dalle autorità ottomane e iraniane.</p>
<p>Ai bandi Mammadguluzadeh rispondeva con sferzante e non velata ironia, attaccando direttamente il sultano ottomano Abdulhamid, il quale non è certo passato alla storia per la sua indulgenza.</p>
<p>E infatti la prima reazione del governo ottomano fu quella di inviare, nel marzo del 1907, Fevzy Bey, console generale ottomano a Tbilisi, a presentare lamentele presso le autorità russe e a chiedere espressamente la chiusura della rivista, in quanto aveva pubblicato caricature offensive del Sultano e degli ottomani.</p>
<p>A questa motivazione si aggiunga che, in un numero specifico, Molla Nasreddin aveva apertamente dissacrato importanti autorità religiose della Transcaucasia e perorato la causa dell&#8217;uguaglianza tra uomo e donna.</p>
<p>La rivista fu bandita varie volte in Russia: nel 1912, nel 1914 e, definitivamente, nel 1917. In quello stesso anno riaprì a Tabriz, nell&#8217;Azerbaigian iraniano. La pungente satira da “non credenti” di Molla Nasreddin aveva già interessato il parlamento iraniano, nel 1910.</p>
<p>Nonostante il bando delle autorità di vari paesi, la richiesta della rivista da parte dei lettori era travolgente, così come il carattere di Mammadguluzadeh. Le copie che sfuggivano ai sequestri arrivavano anche in Gran Bretagna, Francia, Italia, Cina, India e persino negli Stati Uniti.</p>
<p>Il seme era gettato: in quasi tutto il mondo turco e tataro musulmano venivano edite riviste della stessa tipologia, tra le quali una rifacentisi allo stesso personaggio, “Hoca Nasreddin”, a Istanbul.</p>
<p>Con la salita al potere dei bolscevichi “Mollah Nasreddin” proseguì le sue pubblicazioni ma fu costretta ad adattarsi alle strette linee-guida di regime. Rimase in vita, nella sua ultima versione, dal 1922 al 1931. La redazione, che aveva sede a Baku, chiuse qualche mese prima della morte del suo ideatore.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Vedi anche:</p>
<p><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">http</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">://</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">www</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">.</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">nybooks</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">.</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">com</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">/</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">blogs</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">/</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">nyrblog</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">/2012/</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">sep</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">/18/</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">when</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">&#8211;</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">satire</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">&#8211;</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">conquered</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">&#8211;</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">iran</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">&#8211;</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">molla</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">&#8211;</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">nasreddin</a><a href="http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2012/sep/18/when-satire-conquered-iran-molla-nasreddin/">/</a></p>
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		<title>Un omaggio a degli autentici rompicoglioni miscredenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 21:08:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese . Non sono mai stato un lettore assiduo di Charlie Hebdo. D’altra parte, come scriveva Beckett, poiché “sono nato tetro come si nasce sifilitici”, non sono un gran consumatore di stampa umoristica. Ho fatto i miei maggiori sforzi seguendo con una certa regolarità Cuore durante il suo periodo fasto e del Vernacoliere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-50438" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg" alt="charlie-hebdo-une-14309_w1000" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-791x1024.jpg 791w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-900x1164.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg 999w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;">Non sono mai stato un lettore assiduo di <em>Charlie Hebdo</em>. D’altra parte, come scriveva Beckett, poiché “sono nato tetro come si nasce sifilitici”, non sono un gran consumatore di stampa umoristica. Ho fatto i miei maggiori sforzi seguendo con una certa regolarità <em>Cuore</em> durante il suo periodo fasto e del <em>Vernacoliere</em> mi basta adocchiare i titoli al chiosco dei giornali. Di <em>Charlie Hebdo</em> ho però apprezzato sommamente il numero dedicato alla morte di Papa Wojtyla, un numero con delle vignette che, in Italia, neppure se le Brigate Rosse fossero andate al potere, i giornali più audaci si sarebbero permessi di rendere pubbliche. <span id="more-50437"></span>Sì, perché è importante sottolinearlo, tra quei disegnatori e giornalisti riuniti nella sede di <em>Charlie Hebdo</em> ieri mattina e che sono stati abbattuti a colpi di kalashnikov, come se si fosse nelle vie di Homs, c’era un folto gruppo di autentici rompicoglioni, come in Italia è davvero raro trovarne. Parlo, in particolare, di Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, che erano i vignettisti maggiori del settimanale francese. Perché da noi gli umoristi, anche quando sono feroci e di estrema sinistra, tendono comunque ad avere qualche piede nell’ortodossia, magari del marxismo-leninismo o delle teorie trans gender. Quelli di <em>Charlie Hebdo</em> ammazzati ieri, invece, davvero sembrano appartenere alla migliore tradizione francese di autori miscredenti e libertari, più portati dalle proprie idiosincrasie che dai principi di qualche dottrina, fosse pure progressista. Ciò non li ha messi al riparo, probabilmente, da possibili errori. In queste ore, soprattutto in Francia, qualcuno si è premurato di disturbare il discorso agiografico, formulato da tutti i media di massa e ribadito in rete. Alcuni hanno indirizzato aperte accuse di razzismo alla linea del settimanale, almeno a partire dagli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Altri, meno drasticamente, hanno individuato una complicità di <em>Charlie Hebdo</em> con il clima islamofobico percepibile ormai da anni nella società francese, clima che ha favorito il crescente successo elettorale del Fronte Nazionale. Per parte mia, non fui un entusiasta della campagna che <em>Charlie Hebdo</em> realizzò, nel 2006, a sostegno dei vignettisti olandesi, che denigrarono Maometto e l’Islam. Penso alla libertà d’espressione sempre in termini dialettici. Tale libertà è tanto più meritoria e urgente, quanto più dà espressione a voci e punti di vista che sono minoritari, o resi minoritari dai rapporti di forza all’interno di una società data. Ora, non mi sembrava che picchiare sulla religione musulmana, in un contesto di già palese islamofobia, fosse così opportuno. Queste perplessità di allora sono tristemente scomparse oggi, perché i fatti accaduti hanno dato, in modo macabro, ragione alla banda degli autentici rompicoglioni di <em>Charlie Hebdo</em>: irridere con una vignetta il profeta, significa esporsi al pericolo di morte anche in Europa, e non per qualche ragione politica, fosse pure il razzismo anti-arabo e anti-musulmano, ma per un semplice <em>crimine contro la religione</em>.</p>
<p>Non considero i giornalisti di <em>Charlie Hebdo</em> come martiri ammazzati per la difesa di principi che <em>ovunque</em> la Repubblica Francese o la cultura occidentale difende: il diritto alla libertà di stampa e d’espressione, e soprattutto il diritto di essere – come si riteneva Wolisnki – un umorista, ossia qualcuno che pratica “una miscredenza totale”. Non è, infatti, vero, e lo constatiamo quotidianamente, che la libertà di stampa, di espressione, e tanto meno di “espressione umoristica”, siano dei valori fondamentali e indiscutibili per l’esercito di giornalisti, opinionisti, esperti, commentatori che di fronte a una minaccia di licenziamento, o anche solo ai rischi di declassamento professionale, sono prontissimi a considerare le mille ragioni dell’opportunità o meno di scrivere o di dire una cosa. E se non lo sono per i giornalisti, tanto meno sono fondamentali per chi li paga e li ha assunti, per gli azionisti di maggioranza delle aziende che sono proprietarie delle testate su cui scrivono, ecc. Ai giorni nostri, anche se non viviamo in teocrazie ma soltanto in regimi oligarchici e tecnocratici, quelle libertà sono abbastanza rare. E certo, poi, ci sono quelli che di questi prodotti da centellinare ne fanno uno uso smodato, come i rompicoglioni blasfemi e libertari di <em>Charlie Hebdo</em>, e ignorando ben più terrificanti minacce.</p>
<p>Ecco, io ora vorrei, anche solo in nome di quell’insostituibile numero dedicato a Papa Wojtyla, dopo la cui morte, sommerso dall’onda celebrativa italica, io stesso mi preparavo ad andarmene da questa terra per togliermi tutti i finti e veri credenti dai coglioni, ebbene, grazie a quel numero che mi fece apprezzare di nuovo la vita, e mi fu di ristoro per le insolenze estreme a cui gli autori di <em>Charlie Hebdo</em> sottoponevano quella sacra icona papale&amp;polacca, io oggi vorrei, ripeto, ricordarli con ammirazione e affetto, perché hanno mostrato un bel fegato e una straordinaria faccia tosta di fronte agli scandalizzati di ogni latitudine, ai seriosi, a coloro che non sanno ridere, che sono ben più dannosi dei tetri, i quali aspirano almeno ogni istante alla luce di una bella risata, mentre l’uomo serio crede di sapere ridere quando è il momento opportuno così come crede di sapere, invece, <em>quando è delittuoso farlo</em>.</p>
<p>A Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, e a gli altri che sono stati fucilati per aver preso in giro dio, i profeti, le sacre scritture, dedico un breve passo di uno dei loro massimi maestri:</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Dove Panurgo illustra in modo nuovissimo di costruire le mura di Parigi*</em></p>
<p>(…)</p>
<p>Al ritorno, Panurgo osservava con commiserazione le mura di Parigi. “Guardate che belle mura!” disse, “Come sono fatte proprio a modino per custodire gli anitroccoli in muta. Dico, per la mia barba!, roba assolutamente da far pietà per una città come questa. Una vacca, con un mezzo peto, ne butterebbe giù più di sei braccia.”</p>
<p>“Lo sai, amico” disse Pantagruele, “cosa rispose Agesilao quando gli chiesero come mai la grande Sparta non era cinta di mura? “Ecco le nostre mura” disse – mostrando gli uomini della città così forti e così bene armati; con ciò volendo significare che le vere mura son le mura d’ossa, e che non v’è cittadella o città meglio difesa di quella che si affida al valore dei cittadini e di tutti gli abitanti. Per cui questa nostra città è così forte per la moltitudine della gente guerriera che c’è dentro che non si cura di erigere altre mura. D’altronde, chi volesse fortificarla come Strasburgo, Orléans o Ferrara, non sarebbe possibile, tanto sarebbero eccessivi il costo e la spesa”.</p>
<p>“Sì” disse Panurgo. “Ma per me è sempre meglio avere un qualche parnaso di pietra quando si è assaliti; se non altro per chiedere chi è. Quanto poi alle spese così grandi che voi dite ci vogliono per tirar su le mura, be’, se i signori magistrati della città si degnassero di allungarmi qualche bottiglia di quello buono, glielo spiego io come devono fare per costruirle con quattro soldi. È un sistema nuovo”.</p>
<p>“E quale?” chiese Pantagruele.<br />
“Però non dovete mica dirlo a nessuno se ve lo insegno”, disse Panurgo.<br />
“Non avete notato che le passerine delle donne di questo paese costano meno delle pietre? È con quelle che si dovrebbero costruire le mura, disponendole in bella simmetria a regola d’architettura: in basso, al contrafforte, le più grosse, poi, salendo e incurvando a schiena d’asino, le mediane, e in alto le più piccole. E poi, tra l’una e l’altra, a incastro come lardelli, tanti bei cazzi ritti, che si trovavano a iosa nelle braghette dei reverendi claustrali, da rifinire a punta di diamante a imitazione della grande torre di Bourges. Non c’è metallo al mondo che regga la botta meglio di quelli. Che poi venissero a fargli il solletico con le cogliumbrine, li vedreste subito pisciar giù di quel succo benedetto dal malfrancese a pronta presa da restarci secchi, fitto come pioggia. E notate che il fulmine si guarderebbe bene dal caderci su. Lo sapete perché? Ma perché sono tutti benedetti e consacrati!”</p>
<p>(…)</p>
<p>*François Rabelais,<em> Gargantua e Pantagruele</em>, I, tradotto da Augusto Frassineti, Rizzoli, 1984, pp. 425-427.</p>
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		<title>Effetto Čičiskov ovvero opinioni di un disadattato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2014 07:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[assolutamente moderni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; Spesso mi capita di chiedermi, e lo so bene che è una domanda oziosa perché non ha senso chiedersi come mai non sia successa una determinata cosa, ma spesso mi capita di chiedermi come mai la nostra epoca e la nostra società non abbiano prodotto una grande e gagliarda letteratura satirica. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spesso mi capita di chiedermi, e lo so bene che è una domanda oziosa perché non ha senso chiedersi come mai non sia successa una determinata cosa, ma spesso mi capita di chiedermi come mai la nostra epoca e la nostra società non abbiano prodotto una grande e gagliarda letteratura satirica. Se penso all’assessore che ha deciso di istituzionalizzare i propri rapporti d’alcova con la segretaria con una regolare scrittura privata,  se penso a certe carriere politiche che hanno comportato più cambi di casacca di quelli di certi calciatori che cambiano squadra ogni stagione ( i pedatori di ventura li chiamava Gianni Brera); se penso a certi esperti con domicilio nei paradisi fiscali che vengono a spiegare cosa l’Italia deve o non deve fare; se penso agli economisti e ai loro sicumerosi algoritmi che hanno previsto tutto tranne la crisi; mi dico che la realtà ci presenta già grandi personaggi e grandi situazioni pronte per essere semplicemente trascritti. Infondo Čičiskov, il protagonista delle gogoliane <i>Anime morte, </i>è un dilettante con la sua modesta truffa, che consiste nel ricomprare dai loro signori feudali elenchi di contadini morti, a fronte di un qualsiasi esperto di aiuti umanitari e ricostruzioni post terremoto.</p>
<p>Il fatto è che la letteratura satirica, più di ogni altro genere, abbisogna di un pubblico solidale con le ragioni che muovono la penna o la tastiera dell’autore. E la nostra, dico la nostra di noi lettori, indignazione è sterile, non produce versi. Non è un problema di intensità o di ipocrisia, siamo autenticamente indignati ma ci mancano i parametri culturali in cui incanalare l’indignazione.</p>
<p>La colpa è naturalmente tutta della società: essa si comporta con noi così come Čičiskov con i suoi clienti. Egli, a differenza dei truffatori della tradizione classica italiana, non gigioneggia, non fa il mattatore, ma è rispettoso, quasi silenzioso, quasi timido e come en passant propone la transazione. La nostra società dissimula con pari timidezza le proprie gerarchie e non ci costringe a fare nulla, se non a essere liberi, quindi di fronte a lei siamo disarmati come i proprietari terrieri davanti a Čičiskov. A causa di questo effetto, che si potrebbe chiamare effetto Čičiskov, la nostra indignazione gira a vuoto perché al di là della ripulsa per i singoli colpevoli non sappiamo nemmeno intuitivamente perché le cose vanno male e dunque non può sorgere nessuno scrittore satirico a esplicitarci le ragioni di ciò.</p>
<p>Insomma la nostra indignazione, al pari della nostra vita sociale, è frammentata, precaria e solipsistica; essa è priva di fondamenta solide e senza di queste non può esserci nessuna solidarietà con nessuno scrittore.</p>
<p>Nel mondo romano il poeta satirico stabilisce un patto con il proprio pubblico attraverso l’ethos tradizionalistico del mos maiorum, la legge morale che si basa sui costumi degli antenati, in nome del quale egli castiga i vizi del presente visto come decadenza causata dal distacco dagli aurei usi dei padri. Nel mondo moderno lo scrittore satirico e il pubblico trovano il loro terreno d’intesa nell’idea di emancipazione e cambiamento della società: i comportamenti oggetto di satira sono innanzi tutto dei crimini contro le leggi del progresso sociale. Oggi, invece, il massimo che si può trovare come terreno unificatore è l’auspicio che amministratori corretti e competenti si sostituiscano a quelli corrotti e incompetenti ossia un’ovvietà retorica e vaga, simile per precisione semantica agli auguri per l’anno nuovo.</p>
<p>Nella <i>Critica della ragion cinica</i> scrive Peter Sloterdijk che “la critica filosofica all’ideologia ci appare l’erede di una grande tradizione satirica, della quale sono armi da sempre:  lo smascheramento, il pubblico ludibrio e il denudamento”. Questa considerazione, che fa parte della polemica antilluminista in nome di valori vitalistici dell’autore tedesco,  è fortemente critica nei confronti della critica filosofica all’ideologia, che rappresenterebbe un tentativo di dare una veste filosofica, e perciò imborghesita e poco vitale, a quella critica dei costumi che nella satira più autentica è condotta in nome della vita stessa. Eppure possiamo leggere questa osservazione da un’altra angolatura, partendo dall’evidenza che oggi tanto la critica dell’ideologia quanto la satira latitano e versano in uno stato di crisi.</p>
<p>Questa circostanza ci insegna che lo smascheramento è un’azione che presuppone un sistema di valori comuni nella comunità in cui avviene. Questo è sempre possibile nell’antichità in cui è garantito da un riferimento mitico a un passato, quello degli antenati migliori, se non perfetti; mentre nel mondo moderno esso dipende dalla storia ossia dalla possibilità che la storia offre a una società di una speranza di miglioramento o di emancipazione. Oggi che manca anche un semplice spiraglio di speranza non è possibile o meglio non è condivisibile nessuno smascheramento.</p>
<p>Il mondo di oggi ha sostituito a una modernità che si offriva come un ventaglio di linee e di possibilità, magari in forma conflittuale, sia di emancipazione sia di oppressione un orizzonte unidimensionale di realizzazione completa di una società di mercato. E’ in questo senso che Guy Debord scrive che il celebre verso di Rimbaud “ bisogna essere assolutamente moderni”, emblema dell’arte modernista, è diventato lo slogan del tiranno. Oggi essere assolutamente moderni significa essere assolutamente omologati a questo stato di cose e chi non lo è allora è assolutamente disadattato ( lo dico con rimpianto, senza iattanza da purista, al contrario, finchè è stato possibile, nelle faccende di arte e letteratura la posizione più feconda è sempre stata quella di avere  un piede in due scarpe).</p>
<p>Queste ultime considerazioni, tuttavia, aprono un problema più ampio che non è possibile trattare qui. Per tornare alla questione della satira, infondo, tutto quanto ho scritto può essere riassunto così: per godere del riso satirico sia come lettori sia come scrittori dovremmo essere uomini più liberi di quello che siamo realmente adesso.</p>
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		<title>Morir dal ridere, ovvero la Grande Svolta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 08:00:40 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-47311" alt="m.r." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg" width="193" height="134" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r.-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r.-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Un passaggio epocale, niente di meno, ha avuto luogo nel 2013. Il fatto è così macroscopico che, come accade, si è finito per trascurarlo, con grave negligenza: nei Media le vignette dedicate a Silvio Berlusconi si sono drasticamente ridotte, per essere sostituite da quelle su Matteo Renzi. Si dirà: e allora? Morto un re, se ne fa un altro. E appunto, tale è la logica inesorabile del sistema mediatico, non davvero nata nel terzo Millennio: eppure, forse proprio perché giornalmente assediata da non-notizie, catastrofi naturali e scandali a base di politici e <em>celebrities</em>, la coscienza stenta a cogliere sino in fondo le implicazioni di questo Rubicone – per la Sinistra, vorrei specificare, non fossi incerto sulla titolarità dell’arcaico concetto.<span id="more-47310"></span><br />
In apparenza, in effetti, a dominare è la continuità: le affinità tra Silvio e Matteo sono state messe in rilievo per tempo, da parte di opinionisti, commentatori e compagnia bella, sicché la Sinistra Spiritosa, che per un ventennio ha accompagnato l’ascesa e le alterne vicende del Cavaliere (con l’annesso caravanserraglio dei talk-show e relative, domestiche baruffe) ha trovato un facile e pronto ricambio nel Sindaco, al quale unanimemente sono riconosciute grandi doti di Comunicatore e che costituisce, quindi, un bersaglio ideale per le frotte di satiri e umoristi perennemente <em>on air</em>. Costoro, certo, rischiavano di restare a spasso, ma il problema era ben più serio: tutto il sistema mediatico, di cui la satira è parte integrante e vitale, rischiava il collasso. Il più geniale degli imitatori, l’inimitabile Crozza, l’ha capito subito; non tutti, però, ne han tratto le conseguenze, che poi si riducono ad una, fatale e di portata storica: che il Sindaco potrà regnare indisturbato per lunghi anni, caricaturizzato ma sovrano come il suo predecessore, al timone del P.D. prima, e presto del Bel Paese.<br />
L’unica incognita è rappresentata, si direbbe, dall’eventuale discesa in campo dello stesso Crozza, che in un perfetto Bipolarismo potrebbe affrontare in campale tenzone elettorale Grillo, portando così a compimento l’originale concezione italiana della tele-democrazia, con buona pace dei Forconi e gran tripudio dei Vespa. Magari Santoro potrebbe avere qualche <em>chance</em> per il Quirinale, ma in fondo non c’è di che preoccuparsi: ha dato prova di abile <em>par condicio</em> durante le ultime elezioni e anzi, a veder bene, sarebbe anche meglio di Rodotà, troppo professorale per i suoi stessi elettori, anzi affossatori. Del resto, l’accusa veramente letale che decretò il fallimento alle Primarie di Cuperlo e Civati non fu che, con quell’aria da sfigati, “non bucano lo schermo”? E poi, non si vede perché farla tanto lunga se nelle materie discriminanti le distanze tra i vari protagonisti, nella Sinistra di Governo, si riducono a minimali scarti di posizionamento (sulla Bce, la Merkel o Balotelli). C’è da tirare un sospiro di sollievo, piuttosto, guardando al fronte dell’Ex-extrasinistra (quella defenestrata dal Parlamento dal Kennediano-Col-Broncio, il Trionfatore del Lingotto): qui, nonostante la sindrome micro-scissionista, si hanno le idee assai chiare, in tema di Media, e si è fortunatamente reperito il <em>Maître à Penser</em> ideale per spiegare i segreti del nostro tempo televisivo: Carlo Freccero.<br />
Chi, all’uopo, meglio di quest’ultimo, direttore nei ruggenti Ottanta dei programmi di “Canale 5” e “Italia 1” e nei Novanta di “Rai 2” (per approdare ai giorni nostri al digitale “Rai 4”)? Ospitato con il rilievo che merita un apostolo della Modernità su una testata storica come «il manifesto», nonché su «Micromega», egli parla con stregonesca competenza e tecnologica cognizione di causa del Presente e, soprattutto, del Futuro, che antivede con la lungimiranza dei profeti di schietta stirpe macluhaniana: non bisogna, afferma, essere pessimisti, avendo lui già scorto le crepe che minano il Pensiero Unico Dominante. Recensendone l’ultimo libro, apparso proprio nell’irripetibile 2013 (<em>Televisione</em>, Bollati Boringhieri, collana “I sanpietrini”), la direttrice del «manifesto» così scrisse (21.3.2013): «Il saggio di Freccero, naturalmente scritto prima delle elezioni, è tuttavia profetico sull&#8217;esito del voto perché, nella conclusione, volge verso un finale ottimista annunciando la formazione di crepe vistose nel muro della maggioranza. Crepe legate, ancora una volta come nel corso della storia della tv, alla trasformazione tecnologica del mezzo: la rivoluzione digitale che spezza il dominio della tv generalista, frantumando lo schermo e il pubblico. Come la tv commerciale creò l&#8217;<em>homo videns</em> così quella digitale rende attivo il telespettatore che si fa autore ritagliandosi sulle varie piattaforme un suo palinsesto. Al concetto di maggioranza legato alla tv generalista, si sostituisce quello di moltitudine (riportata all&#8217;attualità dai libri di Paolo Virno, e da quelli di Toni Negri e Michael Hardt) connesso alla trasformazione del pubblico in un insieme di tante singolarità.» (N. Rangeri, «il manifesto», 21.3.2013) Dunque alla «logica omologante del mercato che costruisce un muro compatto di egemonia sottoculturale», quale ci han sin qui cucinato tutte le televisioni, pubbliche e private, si contrappone, in una prospettiva insorgente e moltitudinaria, «la rivoluzione della rete e la tecnologia digitale», che «incrinano il muro della maggioranza facendoci intravedere l&#8217;inizio di un&#8217;altra comunicazione, di un&#8217;altra politica, di un&#8217;altra epoca» (ibidem).<br />
Singolari ma fiduciosi, frantumati ma riattivati e finalmente autori del nostro Palinsesto, così ci avviamo verso le nostre Magnifiche Sorti Digitali, <em>step by step</em>, da un’Era ad un’altra (e rivoluzionaria, forse). Ma tu, Matteo, stai pur tranquillo: è la tua Epoca, questa, e nessuno te la incrinerà.</p>
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		<title>Il Nobel per la letteratura di quest&#8217;anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 07:30:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel per la Letteratura 2013]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
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					<description><![CDATA[un accorato appello di Gianni Biondillo In attesa del responso dell’Accademia di Svezia voglio dirlo, ad alta voce, senza peli sulla lingua: ma quale Nobel per la letteratura a Bob Dylan! Insomma, basta con queste frescacce. Possibile che dobbiamo sistematicamente sottostare alla logica dello star system? Mai come quest’anno s’è fatto avanti nel nostro afflitto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un accorato appello di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In attesa del responso dell’Accademia di Svezia voglio dirlo, ad alta voce, senza peli sulla lingua: ma quale Nobel per la letteratura a Bob Dylan! Insomma, basta con queste frescacce. Possibile che dobbiamo sistematicamente sottostare alla logica dello star system?</p>
<p>Mai come quest’anno s’è fatto avanti nel nostro afflitto paese un nome che ci rappresenta al meglio, che ci rende orgogliosi e convinti della oculata candidatura (vorrei tanto conoscere il misterioso proponente, l&#8217;insigne professore, l&#8217;istituzione lungimirante).</p>
<p>Il nome di un autore, di un compositore, che ha saputo frantumare i muri dei generi artistici. Uno scrittore riservato, discreto, artefice di versi scolpiti nella memoria di tutti, capace di fare della poesia qualcosa che interessa tutti, non solo il piccolo, miope, circolino dell’intelligecjia nostrana. Qualcuno che ha da insegnare al mondo, Dylan compreso.</p>
<p>L’autore di rime alte, nobili, etiche. Roberto Vecchioni. Il mio candidato per Stoccolma.</p>
<p>In alternativa propongo Franco Arminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=DkpaI_2VtYQ">http://www.youtube.com/watch?v=DkpaI_2VtYQ</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>;-)</p>
]]></content:encoded>
					
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