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	<title>Savina Dolores Massa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 13:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[AzioneAtzeni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Gigliola Sulis]]></category>
		<category><![CDATA[Savina Dolores Massa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Savina Dolores Massa</b> <br />La vecchiaia, in fondo, o diciamo pure in un fondale, è così infinitamente simile al non esistere prima di ogni venuta al mondo. È il nulla dai significati imposti, la vita, una celebrazione delle azioni a termine, una luce iniziale e i chiodi delle conclusioni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/xOs3Vznsx0o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa</strong></p>
<p>  <img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-117956" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini.jpg" alt="" width="411" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini.jpg 411w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini-288x420.jpg 288w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini-150x219.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Atzeni_I-sogni-della-città-bianca_mini-300x438.jpg 300w" sizes="(max-width: 411px) 100vw, 411px" />  </p>
<p style="text-align: center;"><strong>AzioneAtzeni – Discanto Diciannovesimo: Savina Dolores Massa</strong></p>
<p style="text-align: left;">Cosa vorresti ora messié? Meglio: cosa aspetti che succeda, in questa storia? Forse immagini che io voglia narrarti, ora, una storia d&#8217;amore. Una storia d&#8217;amore. Anche a me, piacerebbe. Credi.</p>
<p style="text-align: left;">dal racconto ‘Da Nicola a Nicola, il giorno della sua morte’ di Sergio Atzeni, in<em> <a href="https://edizionimaestrale.it/prodotto/i-sogni-della-citta-bianca/">I sogni della città bianca</a></em>  </p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sale</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Savina Dolores Massa</strong></p>
<p><br />Quell&#8217;attimo.<br />Mentre l&#8217;errato calcolo di un dio porgeva già la schiena alla sorte mortale degli umani, degli animali, dei fiori e di tutte le cose, il vecchissimo Nino avvertì sulla lingua un sapore di sale conosciuto soltanto tra le cosce della moglie trascinatagli via in un tempo distante da lì, dentro una bara di legno messa su con gli avanzi di una barchetta affondata di intera poppa sulla sponda dello stagno. Sede di guerriglia tra ratti, anguille e tuoni intimoriti di sé, era colei dondolante da anni in attesa di un veliero che le dicesse, Bacerò ogni notte la tua coda da sirena. <br />E invece così non andò, come per qualsiasi sogno delle barchette senza dote. Una cassa da morto, fu.<br />I chiodi battuti a martello, batacchi mossi da campanari di una chiesa miscredente costruita nell&#8217;inferno in attesa dei mortali, giù, giù, dove la terra vermina.<br />Nino, la donna diretta alla sepoltura neppure la salutò, offeso per il furto dell&#8217;amore di cui ancora, allora, pativa il senso.<br />Dal giorno, senza capirlo, l&#8217;intero suo passato gli si era iniziato a confondere nella memoria della testa e del cuore: rancori scambiati per tenerezze; stupori pensati come indifferenze; vocaboli urlati creduti risate. Altri intuirono l&#8217;embrione di demenza nell&#8217;uomo e solo rari reietti al suo pari gli lanciavano saltuariamente sui piedi pane duro, croste di formaggio, avanzi di <em>abardente</em> in bottiglie scaraventate in mare da qualche marinaio rabbioso di solitudine. Bottiglie giunte a riva strette forte a un&#8217;onda astemia. E altre consolazioni alle quali Nino non voltava le spalle pur imprecando santi, luciferi e madonne, e sputi alla femmina inchiodata dentro la marcescenza, la peste del mare, di una barca e le alghe. <br />Lei, portata via nei seni e nel ventre, nella pelle da stella esplosa, nella voce di sposa vergognosa. Aperte le cosce, “per te soltanto Nino mio.” L&#8217;infame. In fame, lei, non l&#8217;aveva mai lasciata.<br /><br />Infine l&#8217;uomo, generazione dopo generazione, venne scordato, attraversato da passi svagati. <br />Nino si pietrificò in se stesso, lasciandosi ricoprire da patelle e granchi, confusi coi baci e i morsi sempre dispensati dalla sposa in giovinezza: distante farsa. Un passato sottratto a qualcun altro, con premeditazione, così pretese sua moglie conclusa la breve fascinazione dell&#8217;innamoramento e lui, mai che le avesse portato perle e coralli incastonati in monili, velluti e cappelli da signora.<br />L&#8217;amore ripudiato e nudo di nome e forma, divenne qualcosa da lanciare, pietra piatta rimbalzante, alle acque: le dolci, le salate. E al mare. E alle Saline, enormi cataratte bucate da scheletri d&#8217;uomini e di muli, certe notti di scirocco africano e Nino ebbro di <em>abardente</em> fino a quando gli durò la scorta. Ma la scorta non esisteva già più. Ubriacarsi immaginando, l&#8217;uomo.<br /><br />E allora, per anni, Nino dormiva o vegliava arrotolato nelle proprie ossa sull&#8217;ultimo vagone lasciato sul binario morto &#8211; sempre in fiore di lacrimate fatiche &#8211; fermo, concluso, sulla sponda del mare.<br />Ma quell&#8217;inconfondibile sapore di sale sulla lingua giunse una mattina in principio di novembre, quando infiniti stormi bianchi di uccelli di ogni razza e dimensione si sollevarono dai monti, ciechi, di Saline improvvisamente rose da rose spinate nei petali volanti, così parve al vecchio, dentro una nebbia, così parve al vecchio, salita infida dalle acque, così parve al vecchio, per gelargli le unghie delle mani e dei piedi. Così parve al vecchio, <br />così parve, <br />così.<br />Udì, Nino, la tosse degli uccelli. <br />Tossì lui pure di riflesso, salivando sangue sul mento che condì di sale leccandolo. Buono gli sembrò il pasto: un vino arso, un cuore in principio di novembre, un migrante di sé. <br />Tossì fino a quando il sonno lo svegliò.<br />Forse fu un istante oppure anni, nei quali giovane si immergeva nelle acque dolci, in sale o da mare aperto privo di orizzonti risucchiati dal fondale. Vide l&#8217;intero firmamento nuotargli accanto, e ci credette. Lo disse mai a nessuno della luna spezzata a metà per ogni sua iride, mai alla moglie quando lo attendeva sulla riva in attesa di polpi e ricci da vendere al mercato: lei lo avrebbe malmenato a causa di simili visioni da poeta, perché risaputo che i poeti muoiono tutti assassinati di mano propria. E così taceva gli incanti perfino al mulo a lui destinato nelle giornate in cui lavorava alle Saline, timoroso di privare il mare della luce anche di una sola stella. Ma lui di sé non dubitò, si considerò un prescelto del Creato, riuscendo così a sopportare assieme alla sua bestia, ogni sacco di sale trasportato ai padroni, anche loro, quanto la moglie, in attesa sulle sponde. E lui la notte piangeva tra le cosce della donna, desolato per i sogni non detti, accontentandosi ma non intero di quell&#8217;odore salso di femmina, chissà se messo alla pesa anch&#8217;esso assieme all&#8217;oro bianco delle acque. Non glielo domandò neppure una volta: avrebbe disturbato i mogi canti dei muli illividiti dalla fatica, ma anche loro impegnati tra le cosce delle proprie compagne. Il consolo.<br />Non esisteva giorno in cui almeno tre muli cadessero spezzandosi le gambe e sapeva Nino del silenzio non paragonabile ad altro silenzio che seguiva lo sparo di una rivoltella su una fronte. Forse,<br />forse,<br />forse,<br />il firmamento in fondo al mare poteva somigliargli.<br />Poi un giorno cadde Nino rompendosi, la moglie si imbronciò scurendosi in volto e nulla disse, con l&#8217;indice gli indicò gli stagni e il mare. Da allora chiuse le sue cosce.<br />Forse,<br />forse,<br />forse<br />a lui soltanto.<br />Non si può smentire in propria lingua o d&#8217;altro luogo che da quel giorno Nino immerso in mare un po&#8217; triste lo divenne, ma non fu sorte tanto infausta divenire un uomo in salamoia in sella agli astri, e poeta o dir si voglia. Resta innegabile, o no? come l&#8217;intelligenza umana, mai seppe dimostrare la fronte di un astro saltata per aria a causa di una polvere da sparo. Almeno ai tempi della svicolata vita di Nino.<br /><br />Trascorse altro tempo e sempre, ancora e ancora, giunse un altro principio di novembre sull&#8217;ultimo vagone rugginoso, sul binario morto, sugli stagni, sui migrare degli uccelli nella superficie del cielo, sulla città bianca dipinta di foglie carminio, immobile guardiana delle proprie acque.<br />Su Nino secco, dissalato.<br />La vecchiaia, in fondo, o diciamo pure in un fondale, è così infinitamente simile al non esistere prima di ogni venuta al mondo. È il nulla dai significati imposti, la vita, una celebrazione delle azioni a termine, una luce iniziale e i chiodi delle conclusioni. <br />Nino proseguiva a esistere senza capacitarsene, perdute la fame e la sete, dilaniato in mille luci il dolore, scomposti il sonno e la veglia, i muli sfiancati, i calendari, le costellazioni, gli orologi, le campane bradicardiche destinate alla compassione verso gli altri. Quegli altri neppure intuiti, più. Il resto intero dentro la nebbia più nera concessa a un mortale.<br />Eppure qualcosa accadde nell&#8217;uomo a gennaio: l&#8217;oblio e la lucidità insieme gli sussurrarono Nino, all&#8217;orecchio, scavalcando l&#8217;acufene, sbaragliando il moto ondoso forza sei del mare, imbiancandosi di sale, ragliando ribellione, castrando l&#8217;uomo nel suo punto più ferito dove si era nascosta una moglie fedifraga, mentendo sull&#8217;attenzione di una città bianca nei suoi confronti: vanesie le mura, senza re e regine il suo castello.<br />Nino con un coltello si amputò le ciglia cispose. <br />Abbandonò il vagone. Discese cadendo in ginocchio. Battendo la testa su una traversina. Insanguinandosi il volto. Sembrerebbe menzogna sparsa sugli indifferenti il perché e il come un grande vecchio quale era sentisse su di sé i suoi e suoi soltanto giovani anni tornati.<br />Fu allora che nel binario morto sulla riva di tanta acqua notturna e luna grande in alto bianca come il sale, <br />lo vide.<br />Un candido uccello alto quanto lui, le ali strette sul corpo per non patire la neve addosso. Non neve ma sale, pensò Nino con intelligenza rispolverata, È falso forse che sia l&#8217;una quanto l&#8217;altro si sciolgono con una pioggia?<br />Si narra sia evento raro la neve sul mare nel luogo scelto per questa incanutita storia. <br />Eppure.<br />Eppure Nino, seppure mai ne avesse incontrato uno, seppe riconoscere guardandolo a distanza, e annusandolo a distanza, un pavone figlio delle Saline, delle schiume delle acque, della bianca città. E il suo, generato da un corpo svenato ormai. <br />Eburneo era divenuto Nino.<br />Disse il pavone, Vieni a me.<br />Nino fece un passo, poi un altro fino a cinque.<br />In quell&#8217;attimo l&#8217;uccello spalancò la stupefacente coda. Nino ricordò le morbide cosce della moglie e subito le scordò. <br />Lasciato il binario entrò in mare conclusi i cinque passi, udendo il pavone mormoragli, Addio.<br /><br /></p>
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<p style="text-align: center;"><strong>* Azione Atzeni- mode d’emploi</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigliola Sulis e Francesco Forlani</strong></p>
<p>‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Sergio Atzeni, <em>Il figlio di Bakunìn</em></a> Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: <em>Texaco</em> di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come <em>Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri,</em> e di una cascata di racconti tra cui <em>Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca,</em> e <em>Bellas mariposas</em>. Come nel <em>Figlio di Bakunìn</em>, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno <a href="https://www.aladinpensiero.it/?p=47177">dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”</a>. Nasce così <em>il gioco del discanto*</em>, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. <strong>*</strong> Francesco Forlani ‘<a href="https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/"><em>Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni</em>,</a> “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, <a href="https://www.leparoleelecose.it/chi-era-sergio-atzeni/">‘<em>Chi era Sergio Atzeni?</em></a>’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012</p>
<p class="has-text-align-center"><strong>Si può seguire il PODCAST su</strong>:</p>
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<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PLxTP1iuPPeRn437CtY5Pv9fKry9jJFy2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Youtube</a></strong></p>
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<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://open.spotify.com/show/0UgUfvsNG220RzZnNEkq2V" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SPOTIFY</a></strong></p>
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<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://pca.st/vgzb9x8y" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PocketCasts</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Savina Dolores Massa, da &#8220;Undici&#8221; a &#8220;Cenere calda a mezzanotte&#8221;. Intervista di Max Ponte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/19/savina-dolores-massa-da-undici-a-cenere-calda-a-mezzanotte-intervista-di-max-ponte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jan 2014 10:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Max Ponte]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa sarda]]></category>
		<category><![CDATA[realismo fantastico]]></category>
		<category><![CDATA[Savina Dolores Massa]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[Il tuo romanzo d&#8217;esordio, Undici, è arrivato fra i finalisti del premio Calvino del 2007. Come sei arrivata alla scrittura e quando decidi di intraprendere questo mestiere (&#8220;a tempo pieno&#8221; dice una tua biografia)? Quando scrissi Undici fu per un’urgenza del cuore, per una “protezione” verso un fenomeno di aridità umana inconcepibile: le migrazioni. Avevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/massa.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-47375" alt="massa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/massa.jpg" width="310" height="240" /></a>Il tuo romanzo d&#8217;esordio, <i>Undici</i>, è arrivato fra i finalisti del premio Calvino del 2007. Come sei arrivata alla scrittura e quando decidi di intraprendere questo mestiere (&#8220;a tempo pieno&#8221; dice una tua biografia)?</b></p>
<p>Quando scrissi Undici fu per un’urgenza del cuore, per una “protezione” verso un fenomeno di aridità umana inconcepibile: le migrazioni. Avevo già scritto un romanzo, tuttora inedito, ma soprattutto esisteva la prima stesura del mio ultimo Cenere calda a mezzanotte. Per poter raccontare come piace a me abbandonai un lavoro fisso e ben retribuito, scegliendo una libertà colma di sacrifici. Non me ne sono mai pentita. Fu la scomparsa di mio padre, il desiderio di raccogliere Memoria a farmi fare la scelta.</p>
<p><b>Quali autori e quali letture hanno nutrito il terreno che ha fatto germogliare le tue narrazioni?</b></p>
<p>Sono sempre stata avida di storie. Fin dai sei anni non sono mai andata a dormire senza un libro per compagno. Mai avuto l’orsacchiotto. Ho letto compulsivamente di tutto. Dal tutto poi si arriva a selezionare. Sartre e De Beauvoir assieme a Marquez e a Marx a sedici anni. Ma ancor prima Kerouac, Ginsberg, Hemingway, Durrell, insomma, un po’ tutti gli autori americani. Borges, Amado e sempre Marquez fin quando ha conservato lucidità. Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza, Morante, Pamuk, Woolf, Amelia Rosselli, Majakovskij, Giulio Angioni, Sexton, Gualtieri, Achmatova. Anche molti gialli e tanta fantascienza. Anche fumetti porno. Mi fermo così, leggo e amo le mille differenze tra un autore e l’altro. Da qui il definirmi di qualcuno, “Lettrice disordinata”. Forse l’aggettivo giunge dalla mia confessione, “Io non studio, semplicemente leggo”. E apparentemente dimentico, invece so come tutto si sia fatto universo nella mia memoria. Rosselli che litiga con Ortese, Woolf innamorata di Majakovskij, Sexton consolata da Sapienza, e via sognando.</p>
<p><b>La Sardegna, la tua terra, compare e scompare nei tuoi romanzi, da scenario fantastico in <i>Mia figlia follia</i> diventa dura realtà, terra dei vinti, in <i>Ogni madre</i>, per poi ritornare a un altrove nel tuo ultimo romanzo <i>Cenere calda a mezzanotte</i>.</b></p>
<p>Solo in Undici non compare la Sardegna se non in un minuscolo passo. Si scrive di ciò che si conosce meglio, ma questa non deve essere una regola. Altrimenti la fantasia potrebbe sciuparsi. I miei luoghi raccontati o i personaggi possono appartenere tranquillamente al mondo. Non pongo frontiere all’immaginazione. Il romanzo ancora inedito spazia dal Messico a Gibilterra, ad esempio. E quando scrivo poesia o teatro, non credo di poter essere individuata come sarda. Credo di essere il risultato di ogni mio pensiero chiassoso, capace agevolmente di saltare il mare di un’isola.</p>
<p><b>Il topos della madre, e il ruolo della donna, sono temi che caratterizzano fortemente i tuoi romanzi. In <i>Cenere calda a mezzanotte</i> scrivi: &#8220;<i>Perché questa sorte di essere donna?</i> E cosa volevi essere? <i>Nuvola.</i>&#8221; Bonaria, madre di sette figli, muore per un taglio e proprio qui inizia il romanzo.</b></p>
<p>Li caratterizzano molto, sì, mi è stato detto. Devo chiarire che non decido mai nulla a tavolino: le storie giungono, con uomini e donne. Con la vita. Non essendo nata “nuvola” ma donna, porto me stessa in tutte le mie sfaccettature, e non sono poche, ahimè. La madre indubbiamente compare spesso. Frugando nel mio inconscio credo di aver individuato la causa nell&#8217;assenza di maternità caduta in sorte alla sottoscritta. Ma gli inconsci sono artisti nell’arte dell’inganno.</p>
<p><b>I dialoghi dei tuoi personaggi hanno un&#8217;impronta teatrale. Penso a quello fra Maddalenina e Maria Carta in <i>Mia figlia follia</i>. Maddalenina, come si scoprirà, sta parlando con un fantasma. E di dialoghi con gli spettri ne abbiamo una lunga tradizione (amo ricordare spesso il dialogo fra Vittorio Alfieri e l&#8217;amico Gori Gandellini). Che rapporto c&#8217;è fra la tua scrittura e il teatro?</b></p>
<p>Considero l’esistenza la migliore fonte teatrale da cui attingere. Anche volendo impedire ai miei personaggi di agire come preferiscono, loro nascono attori. Io conto poco, sono ingovernabili, dormono quando vogliono, dialogano tra loro ignorandomi. Spesso sono consapevole di non essere regista di un bel niente. Raccontare è sempre teatro, e alla fine c’è un sipario che si chiude. A volte applausi, a volte no: questo mi piace molto. È giusto che i personaggi si assumano la propria responsabilità nel momento in cui mi negano il ruolo del burattinaio. Poi vengono a piangermi sulla spalla quando si accorgono del mio bisogno di dimenticarli. Pur amandoli tanto sono obbligata ad allontanarli. Maddalenina di <i>Mia figlia follia</i> mi ha costretta a balbettare per mesi: non se ne voleva andare. Anche Sayoro di <i>Undici</i> mi ha guastato molte notti, sempre accanto al mio letto dicendo: “Ho ancora troppo da dire”. Vanno cacciati in malo modo, altrimenti non potrei pensarne di nuovi.</p>
<p><b>Il forte lirismo della tua scrittura e le mie sottolineature a matita sono andati di pari passo. Ho notato che persino gli escrementi, elemento che pochi scrittori affrontano, assumono qualche grado di nobiltà. Tale lirismo è alimentato da una tua produzione poetica oppure è l&#8217;écume, la spuma (per dirla alla Vian) della tua narrazione?</b></p>
<p>Vengo definita spesso scrittrice di prosa poetica. E credo d’essere d’accordo. Amo la poesia considerandola la migliore espressione di scrittura, di rappresentazione dell’umanità sincera. Ne scrivo tantissima, mai pubblicata. È difficile trovare editori che rischiano. Lei arriva come nebbia sopra ogni mia parola: è inevitabile. Pur cruda sa possedere una sua dolcezza. Non saprei mai scrivere senza la sua compagnia. Certe volte ci provo, snaturandomi, ma torno all’istante dalla mia anima.</p>
<p><b>I tuoi libri alternano e integrano impegno civile e trasfigurazione della realtà. <i>Undici</i> parte da un fatto di cronaca, la morte di 11 clandestini africani su una barca e <i>Ogni madre</i> è una raccolta di racconti di &#8220;denuncia sociale&#8221; ispirati ai fatti di cronaca avvenuti in Sardegna fra il 1870 e gli anni &#8217;60 del Novecento. Questi due libri, e soprattutto il secondo, sono segnati dalla cifra dell&#8217;impegno civile mentre <i>Mia figlia follia</i> e <i>Cenere calda a mezzanotte</i> sembrano appartenere più che altro a quello che molti definirebbero &#8220;realismo magico&#8221;.</b></p>
<p>Chiunque abbia tentato di etichettare la mia scrittura si è ricreduto, soprattutto ascoltandomi parlare corpore presente. Non sono inquadrabile io, non lo è niente della mia produzione. Ho delle contraddizioni incomprensibili perfino a me stessa. Quanto i primi due lavori, anche Mia figlia follia e Cenere calda a mezzanotte dimostrano impegno civile o come si preferisce chiamarlo. Nel primo c’è il rifiuto per la “diversamente” viva, considerata matta; per il vecchio omosessuale deriso da un’intera comunità; per il maschio privo di genitali; per un bambino che ha compreso precocemente il disincanto della vita. Nell’ultimo romanzo pubblicato, così come in tutti gli altri, c’è un comune denominatore: il canto degli umili, degli invisibili alla Storia, della fatica nella sopravvivenza. Se raccontare di ciò è da considerarsi impegno civile, ebbene, è così. Non desidero medaglie quando scelgo di raccontare la realtà, spesso crudele per molte fasce di esistenze. Il “magico” è solo la memoria dei racconti di mia nonna, che neppure sotto tortura mi avrebbe mentito. Il “magico” è verità assoluta, in Sardegna. Ah, dimenticavo di dire, “secondo me”.</p>
<p><b>Quando si parla di &#8220;realismo magico&#8221; si applica una categoria che appartiene agli scrittori sudamericani. E a dire il vero nella tua scrittura si trovano atmosfere che ricordano l&#8217;America Latina. (In<i> Mia figlia follia</i> anche la copertina sembra strizzare l&#8217;occhio alla Allende). Ti ritrovi nell&#8217;etichetta &#8220;realismo magico&#8221;?</b></p>
<p>Se nella mia scrittura alcuni notano atmosfere sudamericane, è perché non hanno mai conosciuto Maria Carta, o Petronilla, o Rebecca, o Tommaso. E Peppina, l’hanno mai incontrata? Ebbene, io ho avuto questa fortuna, e giuro sul mio cane che non eravamo a Macondo, ma in Sardegna. Molti popoli hanno le medesime radici, a volte spiegabili, altre no. Ciò che io racconto è il mio patrimonio genetico, nudo, crudo e sincero. In sa ruga ‘e Peppi Enna citata in <i>Cenere calda a mezzanotte</i>, hanno abitato davvero le anime narrate. Ancora ci vivono. Grazietta è qui in questa casa da spettro, adesso sta suonando il pianoforte. Altro che Sud America! Poi, che io scelga di raccontare ciò, anziché altro certo esistente nell’isola, è una mia predisposizione naturale. Sono identica alle mie creature “magiche”, non posso farci niente. Mi sforzo spesso di essere composta e ragionevole, ma inciampo sui miei stessi piedi.</p>
<p><b>Ritorniamo alla Sardegna, culla di ottimi scrittori e di una narrativa, di cui spesso anche Radio 3 parla, chiamata narrativa sarda. Potremmo citare alcune scrittrici di successo come la Murgia e la Agus. Dopo l&#8217;etichetta &#8220;realismo magico&#8221;, magari applicata allo scaffale di una libreria, potresti ritrovarti con un&#8217;altra etichetta, narrativa sarda. Ti spaventa?</b></p>
<p>Il mio desiderio sarebbe di non sentire più pronunciare “scrittore sardo”. Non lo si dice per un calabrese, per un toscano  e via dicendo. È vero che l’isola sforna continuamente scrittori di spessore ma ciò non dovrebbe essere considerato motivo di etichetta, anche perché potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Cioè relegarci alla Sardegna senza considerarci concreti scrittori italiani o del mondo.</p>
<p><b>Tu vivi a Oristano, dove hai un ruolo nelle iniziative culturali della tua città. Hai mai pensato di lasciare la tua terra? Di vivere nel continente o all&#8217;estero?</b></p>
<p>Se fossi ricca adorerei viaggiare. Ad oggi, in tutta la mia vita, la sola città visitata all’estero è stata Barcellona. Mi arrabbio molto per questo, ma non sempre gli scrittori campano nel lusso. Qualche volta sono perfino privi del necessario, soprattutto se ostinati quanto me, così innamorata del mio mestiere. Viaggerei, per tornare, dopo, sempre a casa. Non è solo una questione di radici: amo gli alberi che volano. Ho semplicemente la fortuna di vivere in un paradiso, ho delle amicizie alle quali voglio spesso vedere il volto. Lavoro come una matta in mille iniziative culturali, affinché questa piccola città riesca ad essere bella. Qui ho i silenzi giusti per far nascere le mie storie. Credo d’aver avuto fortuna quando caddi dal becco della cicogna.</p>
<p><b>Il tuo ultimo libro <i>Cenere calda a mezzanotte</i> segna un passaggio decisivo nella tua scrittura, a partire dal titolo e la lunghezza del testo (400 pagine circa, quasi il doppio rispetto ai precedenti). Una domanda sul titolo: è stato immediato o ha richiesto molto tempo?</b></p>
<p>Il mio ultimo libro è stato il primo scritto, ma ho avuto bisogno di tesserlo a lungo, proprio perché rivelava spudoratamente il colore del mio sangue. Ero schiva a dare a tutti una storia così lunga e complessa. L’ho rivista in continuazione, limando, aggiungendo. Soprattutto aggiungendo, e le pagine non mi sarebbero bastate mai se non avessi deciso che tutto va concluso. Come capita a ogni vita. Il titolo giunge da un passo del romanzo, quando muore un maiale. In origine aveva un titolo che rischiava di condurre al Sud America, e quindi eliminato senza rimpianto alcuno.</p>
<p><b><i>Cenere calda a mezzanotte</i></b><b> è uscito alla fine del 2013 per i tipi del Maestrale, casa editrice con la quale hai pubblicato tutti i tuoi libri. Com&#8217;è nata quest&#8217;opera e come si relaziona alle precedenti?</b></p>
<p>Come è nata. Babbo morì tra le mie braccia un 13 gennaio. Crollai come un vento concluso. Con ossessione e masochismo, nei giorni successivi al lutto, ascoltavo continuamente “Casta Diva” della Callas. Provavo una ingiusta collera nei confronti di mio padre, per l’abbandono. Per la sua ingombrante assenza. Sulle note di “Casta Diva” mi venne naturale scrivere una storia che mi impedisse di dimenticare chi mi aveva tanto amata. Col trascorrere dei mesi cambiai colonna sonora, e nel romanzo giunse la commedia e uccelli ricamati. Anche occhi azzurri. Nessuno osi adesso farsi venire in mente <i>Occhi di cane azzurro</i> di Marquez. Sbaglierebbe, Petronilla aveva davvero gli occhi così. Il romanzo si relaziona ai precedenti solo nella mia assurda maniera di affrontare la scrittura, libera da regole o noiose sintassi. Mai io ho preparato in anticipo uno schema di trama. La gente giunge in visita, così come un amico può suonarmi il campanello all’improvviso.</p>
<p><b>Infine nei tuoi libri compare anche qualche animale, cani e gatti. Il cane indica spesso il volto della sofferenza, in<i> Undici</i> ad esempio. Nel tuo ultimo romanzo ritroviamo anche un gatto bianco che ha la &#8220;capacità di insinuarsi nella mente&#8221; di chi lo osserva. Hai animali domestici?</b></p>
<p>È vero, non ci avevo pensato. Anche in Cenere calda a mezzanotte c’è un “cane negro” che azzanna i ricordi. Oppure i cani innamorati di Rebecca. Spesso sono i lettori a spiegarmi ciò che scrivo. Mi pongono delle domande assai imbarazzanti. Comprendono tutto meglio di me, scema di una narrastorie. Attualmente convivo con tre cani bianchi, sette gatti, una tartaruga d’acqua di 16 anni (ancora un poco e dovrò sistemarla nella vasca da bagno). Ho molti ragni: sono restia alle pulizie in grosso e anche in magro. Preferisco scrivere, sono felice solo svolgendo questo atto. Non cerco l’immortalità per me, ma per le mie creature sì, perché hanno patito molto e meritano un ricordo. Tornando agli animali, ho anche molte conchiglie, e anche se non domandano cibo io ne sento la voce e la vita. Poi ho un cranio di pecora e un cucciolo defunto di manta marina. Nel grande cortile di questa casa ho sepolto tanti piccoli compagni dei miei giorni. Perfino un pesce rosso battezzato Tovagliolo. Certi giorni di delirio vorrei disseppellirli e posarli accanto alla mia collezione di cavalli di legno. Meno male che l’intervista è conclusa: stavo già partendo tra le nuvole.</p>
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		<title>Savina Dolores Massa, Ogni madre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 09:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[Savina Dolores Massa]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left">di Silvia Contarini</p>
<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/15/savina-dolores-massa-ogni-madre/thumb_ogni_madre_cop_240x360-2/" rel="attachment wp-att-44105"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-44105" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/thumb_ogni_madre_cop_240x3601.jpg" alt="" width="120" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: left">Dopo i romanzi <em>Undici</em>, finalista al Premio Calvino 2007, e <em>Mia figlia follia</em> (2010), Savina Dolores Massa ha pubblicato qualche mese fa presso Il Maestrale il libro <em>Ogni madre</em>, che si presenta come una raccolta di racconti, ispirati a fatti storici avvenuti in Sardegna dall’Unità fino agli anni Sessanta. In realtà, i tredici pezzi – ciascuno dei quali è introdotto da un esergo di contestualizzazione storico-sociale (gli scioperi in miniera, l’occupazione dei latifondi, la lotta contro i Baroni degli stagni, la minaccia di bombardamenti alla diga sul Tirso, la repressione del banditismo, etc.) – vanno a ricomporre un passato che alcuni non esiterebbero a definire coloniale, tra sfruttamento del territorio e vessazioni, lotte di classe e tentativi di Rinascita politica. Ma il libro non si propone solo come un frammentato racconto/romanzo storico: la storia ricomposta è quella degli umili, “vite minuscole”, anzi vite sacrificate, uomini, donne, ragazzi, i cui pur modesti desideri si scontrano con la miseria, la violenza sociale, sopraffazioni anche sessuali. Grazie a una scrittura efficace, fatta di scarti di registro e di tono, prendono vita personaggi come Liccu il pastore, Anna servetta bambina, Giustino e Maria che di mestiere fanno i minatori, e altri. Nel loro vivere dolente non manifestano rassegnazione, ma una forma intima di resistenza, e suscitano profondo rispetto e partecipazione.</p>
<p>Riporto l’inizio dell’ultimo racconto, “Ogni madre”.</p>
<p>Ogni madre</p>
<p><em>1967. Sono centinaia i sardi emigrati negli ultimi dieci anni. Il fallimento della rinascita economica dell’isola produce una catena di sequestri, estorsioni, omicidi. Balentìa, lettere minatorie, omertà sovrana. È il periodo nel quale l’attaccamento alla propria identità diventa la sola arma contro un incompreso mutamento sociale.</em></p>
<p>Mabadìttus, brontolò Arrafiella Satta svolgendosi una bocca di sei denti ancora saldi più qualche pezzo incerto, sveglia di colpo al rumore di due scoppi di mortaretto, oltre l’uscio di casa.<br />
Doveva essere molto presto, se il suo galletto non aveva ancora cantato; forse le cinque del mattino, se nessuna luce filtrava dalle imposte.<br />
Chi è che sparava mortaretti nel buio?<br />
E poi, per quale festa, se quella di sant’Antonio era già passata e a quella di san Giovanni mancavano ancora una decina di giorni?<br />
I pensieri, lucidi, scesero sulla federa. Le labbra le si chiusero come un pugno e quel po’ di sorriso con il quale si era destata sarebbe stato l’ultimo della sua vita.<br />
Un intero monte granitico le si sedette sul cuore impedendole di alzarsi. Per alcuni minuti restò immobile, cercando di rivedersi bambina leggera, le mani sporche di farina il primo giorno in cui imparò a fare il pane. Frugò ancora alacremente nella memoria dei giochi, dei sapori nuovi appena scoperti, dei dolori che spaventavano per poco: perché si sapeva che avrebbero avuto una fine. Cercò di proteggersi la vita, un istante, dandole colori e profumi di fieno. La mente iniziò, e smise, una canzone che sua madre amava insegnarle.<br />
Poi il gallo cantò.<br />
Abbracciò il monte, lo baciò in bocca e alla lingua prese terra con schegge di pietra da ingoiare. Gli disse, Stai con me per sempre, e si alzò.<br />
Il passo le strisciò sul pavimento di vecchio cotto, e senza scarpe, e senza fretta, varcò la porta spalancata di casa.<br />
Suo figlio sembrava un ramo stroncato da un albero, un rifiuto gettato per terra, non diverso dal cespuglio di rosmarino in cui affondava la faccia, se non era perché quest’ultimo era vivo.<br />
Fatta ce l’hanno ad ammazzarti.<br />
Si chinò a voltarlo. Non volle, non cercò, ricordi di lui ridente.<br />
Arraffiella e il monte rientrarono nella casa; nessun vicino, nessun bambino sonnambulo, nessun cane della strada, nessuna anima del paese si avvicinò. L’intero mondo sembrava essersi ammalato di febbri che avrebbero lasciato tutti ciechi, muti e sordi.<br />
[…]</p>
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		<title>Madri figlie follia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 May 2012 07:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa femminile]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[ornela vorpsi]]></category>
		<category><![CDATA[Savina Dolores Massa]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Di Grado]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Sto finendo di leggere l’ultimo romanzo di Ornela Vorpsi, Fuorimondo. Mi sconcerta un po’. Non che non mi piaccia, anzi. È che mi aspettavo altro: quando si sono letti diversi libri di un autore, ci si aspetta – scioccamente, certo – di ritrovare le stesse sostanze, quelle che ai nostri occhi fanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Contarini</strong></p>
<p>Sto finendo di leggere l’ultimo romanzo di Ornela Vorpsi, <em>Fuorimondo</em>. Mi sconcerta un po’. Non che non mi piaccia, anzi. È che mi aspettavo altro: quando si sono letti diversi libri di un autore, ci si aspetta – scioccamente, certo – di ritrovare le stesse sostanze, quelle che ai nostri occhi fanno il suo mondo. Ma appunto qui siamo “fuorimondo”: non nell’Albania comunista (Il paese dove non si muore mai), non nella Sarajevo del difficile ritorno (La mano che non mordi), Vorpsi non scrive di migrazioni, né di Balcani e Occidente. Qui siamo “fuori”: nel mondo della follia, al femminile. È forse questo che mi ha sorpreso e inquietato, questa storia di madri e figlie e donne folli, folli d’amore, donne che inesorabilmente si innamorano perdutamente, e dunque si perdono, fuori dalla realtà. Il caso vuole che di recente abbia letto altri due romanzi, belli e forti, che raccontano di donne folli. Lo stranissimo <em>Mia figlia follia</em>, di Savina Dolores Massa (Il Maestrale), una sorta di affabulazione, con toni da realismo magico, percorso da una vena pulsante di sofferenza, ha per protagonista una ragazzina, poi donna, ritardata mentale, marginale, che nel suo delirio, vergine isterica puttana, vuole avere un figlio da tre uomini e osserva la pancia gonfiarsi… E il più noto <em>Settanta acrilico trenta lana</em> di Viola Di Grado; molte le recensioni, poche hanno messo il dito in quella che a mio parere è la piaga dolorosa del romanzo: la relazione tra madre e figlia, la felicità femminile impossibile (perché dipende dalla felicità in amore), l’infelicità che sfocia in follia, la perdita di riferimenti nel mondo reale. Senza un uomo che vi ami, non è dato vivere felici. La madre di Camelia chiusa nel suo mutismo fotografa buchi (ovvio l’aspetto simbolico e metaforico del buco); ma l’attrazione per i buchi mi ha ricordato i “pozzi” di Natalia Ginzburg: “le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo […]” Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero”, scriveva nel <em>Discorso sulle donne</em>, 1950. Nulla è cambiato? Pensavo che la follia (depressione, isteria) per pene d’amore, trasmessa secondo genealogie femminili, di madre in figlia, fosse un tema desueto, un topos socio-culturale e letterario di altri tempi. Di quei tempi in cui le donne non esistevano senza un uomo. Ora riappare, dopo decenni di una letteratura femminile (femminista e postfemminista, per intenderci) che ci aveva abituati a mogli e madri ribelli o “cattive”, a ragazze e donne emancipate o seduttrici; anche quando il malessere le investiva, anche quando l’amore le pervadeva, la follia non era in agguato, non cadevano nel pozzo o ne uscivano rinforzate; madri e figlie non erano incatenate l’una all’altra, non si avvinghiavano a uomini e amori improbabili, non si chiudevano fuori di sé. Benché non appartengano alla stessa generazione, né alla stessa area geografica, benché le loro opzioni linguistiche e narrative siano diverse e distanti pure i loro universi letterari, Vorpsi, Massa e Di Grado manifestano una prossimità che non mi sembra accidentale. Le loro donne matte (per mancanza) d’amore, sono madri e figlie segregate nella dimensione del privato, con un medesimo destino di esclusione sociale, prototipiche di un’umanità ai margini, che parlano da luoghi decentrati (un paesino della Sardegna, un paesino dei Balcani, una grigia città industriale dismessa del nord Inghilterra). Consumano le loro vite nelle periferie del mondo, fuorimondo, anche in questo senso. Penso sia questo ad avermi inquietato, che tre scrittrici di oggi sentano la necessità di scrivere storie di donne rinchiuse in se stesse e nelle proprie follie, un mondo di dentro fuori dal mondo, come se tra loro e il resto non ci fossero ponti. Il mondo di oggi non è fatto per le donne?<br />
PS Mi riprometto di leggere presto <em>Ogni madre</em>, il nuovo libro di Savina Dolores Massa, appena uscito.</p>
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