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	<title>schiavitù &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sulle chains di Django Unchained</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 23:01:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Django]]></category>
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					<description><![CDATA[di Renata Morresi Abbiamo visto Django. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44843" alt="django-unchained-poster-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg" width="560" height="784" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--68x96.jpg 68w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--27x38.jpg 27w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--153x215.jpg 153w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--91x128.jpg 91w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <b>Renata Morresi</b></p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo visto <i>Django</i>. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di Leone, il cultore di splatter-polizziottesco-gorno-peplum, la filologa di Black Vernacular English, l&#8217;istruttore di dressage, una piccola rappresentanza di ex-campioni olimpici di lotta greco-romana, l&#8217;esperto balistico, Demofilo Fidani, Spike Lee, gli immancabili tarantiniani doc che se ti sfugge un&#8217;allusione alla filmografia dell&#8217;ultimo secolo, come fai, dico, come, come puoi?? Io che in vita mia ho visto mezzo Spaghetti western e non so un beato nulla di Corbucci non avrei mai e poi mai – mi dicono – potuto godermi questo film con le sole mie forze.</p>
<p>Ah, c&#8217;era anche la mia amica Maria, che di tanto in tanto rilasciava un &#8220;aah&#8221;, di solito al manifestarsi di un muscolo ignudo del bell&#8217;attore protagonista. Mancava solo qualcuno che raccapezzasse qualcosa di un tema, macché, di un temino, di un riferimento del tutto marginale e secondario rispetto alla vera essenza del film: la storia dello schiavismo. O no?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44844" alt="django on his knees" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg" width="700" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-300x172.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-96x55.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-38x21.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-373x215.jpg 373w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-128x73.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg 1110w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44846" alt="seal +flagellation" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1-1024x742.jpg" width="737" height="504" /></a></p>
<p><em>[Nelle immagini un fotogramma dal film, lo stemma di una associazione abolizionista (1837), e una incisione di fine &#8216;700 dalla biografia di tal J. G. Stedman, soldato olandese che racconta di come la ragazzina qui rappresentata fu scuoiata da due negrieri.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Magari lo schiavismo non è un soggetto così irrilevante per <i>Django</i> come si direbbe a leggerne le recensioni. E forse Tarantino, che ovviamente non ha fatto un film storico sulla schiavitù, come già in <i>Inglourious Basterds</i> non ha fatto un film di guerra sulla resistenza al nazismo, come in <i>Kill Bill</i> non ha fatto un film femminista sulla ricerca di self-empowerment, auto-determinazione, bla-bla, forse Tarantino qualcosa di interessante su come funziona/va la schiavitù l&#8217;ha detto comunque.</p>
<p>Vi dico le 4 cose interessanti sullo schiavismo moderno che Tarantino riesce a far emergere dalla sua fantasmagoria di pasticciacci intertestuali e gorgoglianti flutti (più che schizzi) di sangue. <span style="text-decoration: line-through">Poi</span> Insieme vi dico, in breve, come questo sta nella Storia (uh!) e perché gli/ci interessa. <span style="text-decoration: line-through">Infine</span> Intanto vi dico dove avrebbe potuto fare &#8216;meglio&#8217;, ma forse non poteva proprio farlo di default, poiché Tarantino non ha né la formazione, né la vocazione di occuparsi di qualsiasi comunità identitaria, preferendo – per nostra fortuna – dedicarsi a un&#8217;altra questione (radicata nell&#8217;americanità, benché oramai trasversale): i limiti dell&#8217;individuo.</p>
<p>E per boicottare sin da subito questo procedere assai powerpointiano comincerò con una domanda, che molti càndidos si son senza dubbio chiesti nel corso della vita, e che Calvin Candie/Leonardo di Caprio pone in uno dei momenti cruciali del film: &#8220;Perché gli schiavi non ci ammazzano tutti?&#8221; La risposta di Tarantino è assai circostanziata [qui cominciano gli spoiler]: sì, in effetti tra poco Django li ammazzerà tutti. La risposta della Storia (uh!) la danno nel cinema accanto: come mostra il film di Spielberg, sì, in effetti Lincoln vinse la guerra civile aprendo l&#8217;esercito ai neri, che in massa si arruolarono dal Nord e in massa disertarono l&#8217;esercito sudista e gli Stati di confine per unirsi all&#8217;Unione ed ammazzarli tutti. La risposta dei neri presenti sulla scena è nella non-reazione, nel silenzio: Django prima dovrà assicurarsi di poter salvare la moglie e poi potrà ammazzarli tutti. Se gli schiavi non si sono ribellati per ammazzarli tutti è perché il sistema schiavistico era abbastanza <i>intelligente</i> da proibire loro legalmente, con gli <i>Slave Codes</i>, la possibilità di riunirsi, portare armi, imparare a leggere e scrivere, e così via, persino di guardare i bianchi negli occhi (un simpatico reato conosciuto col nome di &#8220;reckless eyeballing&#8221;, &#8220;sguardo impudente&#8221;). E così <i>raffinato</i> da sfruttare le famiglie divise e le comunità affettive, la concorrenza tra disgraziati, nonché il senso di inferiorità instillato sin dalla nascita nei sottoposti, per tenerne in pugno, con il ricatto e la minaccia, a volte le blandizie, le sorti. E poi, certo, c&#8217;erano i cani.</p>
<p>Ecco la ricetta del dominio, dunque: una abile miscela di regolamenti e burocrazie (quanti attestati, carte e certificati vediamo in <i>Django</i>? in mezzo al carnaio c&#8217;è sempre qualcuno che cerca il documento giusto) e di continua intimidazione emotiva (oltre, evidentemente, al vecchio vizietto delle sevizie).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44847" alt="runaway family" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg" width="700" height="602" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-96x82.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-38x32.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-249x215.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-128x110.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg 1046w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><em>[Un volantino del 1847 mostra quale fosse la preda preferita dei cacciatori di taglie.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le 4 cose dello schiavismo che ho promesso. Una l&#8217;ho pensata nella piantagione di Spencer &#8216;Big Daddy&#8217; Bennett/Don Johnson, il disgustoso di-bianco-vestito piantatore e datore di lavoro dei sadici Brittle Brothers, che sta lì lì per guidare la scorreria del proto-Ku-Klux-Klan (quello ufficiale fu fondato solo dopo la Guerra civile). Se ne sta in cima alla scalinata bianca della sua bianca magione, immerso nel suo harem di giovani schiave, servitori neri, domestici mulatti, lacché, dipendenti, staffieri di varie gradazioni, ineffabili ragazzine di chissà quale discendenza. Nel momento in cui scopre che Schultz e Django sono in realtà cacciatori di taglie che hanno legalmente ammazzato i tre sorveglianti lo vediamo circondato dalla sua corte variopinta. Il quadretto mi ricorda l&#8217;affanno con cui gli pseudo-scienziati illuministi computavano le razze, le loro inafferrabili classificazioni: da mulatto a meticcio a octoroon a sangue-misto e così via, un nome per il figlio di ogni stupro. Eccoli lì tutti assieme. Il confine tra bianco e nero continuamente smentito dall&#8217;abuso sessuale delle schiave, i cui figli, non importa il colore della pelle, sarebbero a loro volta divenuti proprietà. Il confine tra bianco e nero continuamente ribadito dal diritto e dalla &#8216;scienza&#8217;, che stabilivano (=INVENTAVANO) la diversità (e i metodi per ammansirla). Il meccanismo innescato da questo dispositivo sessual-scientifico-legislativo ne garantiva la &#8216;naturalezza&#8217;, l&#8217;invisibilità. [È poi così lontano da certe invocazioni odierne a &#8220;l&#8217;ordine naturale&#8221;?]</p>
<p>Due: il razzismo e lo schiavismo non sono esattamente la stessa cosa. Insomma, se si trattasse solo di mostrare che la schiavitù era brutta e cattiva a un pubblico che intuisce che la schiavitù è brutta e cattiva e vuole rallegrarsi di saperla giusta vedendo tutte quelle bruttezze e cattiverie, non ci sarebbe molto da dire. Se fosse solo lo schiavismo sarebbe (quasi) anacronistico. Il razzismo è altro, e già allora era lungi dal riguardare solamente alcuni bianchi cattivi perseguitanti alcuni neri buoni. Il maggiordomo Stephen/Samuel L.Jackson è forse il più &#8216;razzista&#8217; della storia: per quanto Candie lo immagini inferiore e sottomesso, è lui ad intuire il gioco dei due compari, è lui che decifra la scena al padrone, è lui che suggerisce che il &#8220;campo&#8221; sia la punizione peggiore. Perché lo fa? Perché no? Ognuno si salva come può e il razzismo è una forza che va ben oltre l&#8217;idea di &#8220;razza&#8221;.</p>
<p>(Certo, Tarantino è molto interessato a questa affermazione individuale, assai meno alle qualità di resilienza di una comunità. È molto interessato allo &#8220;stato di eccezione&#8221; nelle sue manifestazioni singolari, a cosa fa Uno/a VS Rest of the World nell&#8217;omonimo videogioco, piuttosto che alla resistenza dei paria. Di solito, negli altri film, si intuisce che si comincia da capo: i nemici si rigenerano, Hans Landa diventa un bravo americano, e si passa allo schema successivo. Per questo <i>Django</i> risulta un po&#8217; piatto: non c&#8217;è trucco non c&#8217;è inganno, alla fine l&#8217;eroe vince, i cattivi sono sconfitti. E tutti vissero&#8230; o non è andata così?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44849" style="width: 702px;height: 705px" alt="iron mask" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg" width="702" height="745" /></a></p>
<p><em>[In </em>Django<em> si vedono i collari, ma, se non ricordo male, non le maschere di ferro, all&#8217;interno delle quali era sistemata una piastra che andava a incastrarsi nella bocca per impedire di parlare. Questa è una incisione del 1807.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre: Simone Weil scrive che vi è qualcosa in comune tra ignorare un grido di dolore e provare voluttà quando viene lanciato. Questo secondo stato d&#8217;animo è una forma attenuata del primo. Per questo si persevera con compiacenza nell&#8217;ignoranza: ignorare che un altro esista significa espandere i limiti dei propri desideri. &#8220;Ogni espansione immaginaria di quei limiti è voluttuosa&#8221;, scrive Weil, &#8220;[p]er questo la schiavitù è così piacevole per i padroni&#8221;. Che vuol dire? E perché penso che c&#8217;entri con la famigerata scena di lotta tra i Mandingo? Ce n&#8217;erano di torture e orrori da mostrare dritti dritti dall&#8217;ante-bellum Sud: perché inventarsi la storia delle battaglie all&#8217;ultimo sangue? Eh, Tarantino, geniaccio, quant&#8217;è vero il tuo gusto per il meta-spettacolo&#8230; quanto ti piace mostrarci una stanza chiusa, dentro cui va in scena uno spettacolo immondo, si intrecciano tante forze dichiarate e sottese, tanti livelli di lucidità e libidine, i sadici che urlano, l&#8217;amante che ammicca, il barista che lucida il bicchiere / quanto ti piace pensare a noi in una sala chiusa, che sgranocchiamo patatine, urliamo, ridiamo, tratteniamo il fiato, inorridiamo e, in sostanza, ci divertiamo un sacco alla scena del sopra detto immondo spettacolo. Non siamo complici, lo so, però lo capiamo. lo capiamo.</p>
<p>Quattro: forse l&#8217;ho già detto. Lo schiavismo fu una ingegnosa mescolanza di diritto e sopraffazione, di colore della pelle e status giuridico: non tutti i neri erano schiavi, per esempio, ma tutti gli schiavi erano &#8216;neri&#8217;, anche quelli che le unioni interrazziali avevano reso bianchissimi. È questo <i>contratto</i> <i>civile</i> ad aver reso lo schiavismo tale roccaforte nel bel mezzo della modernità. Mentre costruivano i metrò e scoprivano i pianeti, mentre Freud sgambettava bimbetto e Pasteur si dava da fare coi microbi, alcuni si prodigavano a dimostrare l&#8217;inferiorità di coloro che andavano martoriando. Non è una contraddizione tra progresso e barbarie, ma una delle versioni più diffuse del loro vicendevole radicamento nella ricerca dell&#8217;utile. I Big Daddy e i Candie sono comunque sempre mossi dai dollari favoleggiati dagli Schultz. Ai denti dei loro cani quello oppone il grande dente pubblicitario in cima alla sua carrozza. E tutti sparano allegramente, chi per &#8220;<i>retribution</i>&#8221; (=vendetta), chi per <i>retribuzione.</i></p>
<p>Non è neanche una gran novità per noi venuti dopo Auschwitz. (Ormai per sempre, fino alla fine dei tempi, <i>dopo</i>.) Come Tarantino ci ricorda per bocca di Stephen, il peggio verrà nel &#8220;campo&#8221;. Ma perché questo ci piaccia tanto, perché questo ci faccia sentire vivi, è interessante. E non so bene se è perché la cosa ormai non &#8216;ci&#8217; riguarda, o se è perché la troviamo stranamente famigliare, il lampo di un ammonimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagini tratte da:</em></p>
<p>The Atlantic Slave Trade and Slave Life in the Americas: A Visual Record.<br />
http://hitchcock.itc.virginia.edu/Slavery/index.php</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>House Divided: The Civil War Research Engine at Dickinson College. http://housedivided.dickinson.edu&#8221;&gt;http://housedivided.dickinson.edu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>YouTube, Google Images</p>
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		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 07:39:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini, foto Veronica Badolin A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio. Zaher, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Qudrat, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-36488" title="afgani-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg" alt="" width="450" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450-300x204.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.<span id="more-36487"></span></p>
<p>E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p>Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search" target="_blank">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p>E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre<strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p>Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/" target="_blank">questo stesso blog</a>.</p>
<p>Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p>Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong>dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i<strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p>[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/" target="_blank">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli &#8211; IF]</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info">Cineresie</a>: <a href="http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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		<title>Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 14:02:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Simonetta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Biagio Simonetta Sono disposti a tutto. Lavorano anche sedici ore al giorno, perdendosi nelle ombre degli agrumeti, dove gli alberi sembrano non finire mai. Nella Piana di Rosarno (Rc), la terra delle famiglie Pesce-Bellocco, gli africani non si contano più. Sono oltre mille quelli regolari. Ma nei capannoni in disuso alle porte di San [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno.jpg" alt="rosarno" title="rosarno" width="454" height="244" class="alignnone size-full wp-image-28455" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/rosarno-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></p>
<p>di <strong>Biagio Simonetta</strong></p>
<p>Sono disposti a tutto. Lavorano anche sedici ore al giorno, perdendosi nelle ombre degli agrumeti, dove gli alberi sembrano non finire mai. Nella Piana di Rosarno (Rc), la terra delle famiglie Pesce-Bellocco, gli africani non si contano più. Sono oltre mille quelli regolari. Ma nei capannoni in disuso alle porte di San Ferdinando (Rc) ne alloggiano almeno tre volte tanto, in condizioni che di umano non hanno niente.<br />
<span id="more-28454"></span><br />
Marocchini, ivoriani, ghanesi, sudanesi, maliani. Operai agricoli da 20-25 euro al giorno. E’ ancora buio quando affollano le piazze, in attesa che passi il furgone buono che li porta nelle campagne.  Raccolgono agrumi. Dall’alba fino a sera. Poi tornano nelle baracche. Mangiano arance per giorni, finché i succhi gastrici lo consentono. Non chiedono altro che la loro paga dannata. Schiavi anonimi. Dall’aspetto simile, per noi.</p>
<p>Oggi che i neri della Piana stanno assediando Rosarno, l’Italia s’è accorta di loro. Perché è necessaria una guerriglia urbana per diventare visibili, in una regione dove tutto sparisce. Erano già scesi in piazza a metà dello scorso dicembre, marciando verso il centro di Rosarno dopo che due di loro erano stati feriti a colpi di pistola. Adesso, per un episodio molto simile, stanno mettendo in strada tutta la loro rabbia.</p>
<p>Gli immigrati hanno dimostrato di saper tollerare orari di lavoro impensabili, alloggi fetidi, paghe misere. Ma non la ’ndrangheta. A muso duro, col coraggio dei leoni d’Africa, stanno dando prova  di non temere le organizzazioni criminali che quotidianamente divorano la Calabria; pure a Rosarno, comune sciolto per infiltrazione mafiosa. Perché la loro vita è sacra, intoccabile. Perché l’omertà non gli appartiene. Perché, a differenza di qualsiasi altro calabrese, non hanno paura di schierarsi, di scegliere da che parte stare in un posto dove appartenere ai clan è più semplice che trovare un lavoro.</p>
<p>Per questo sono convinto che dagli africani i calabresi debbano imparare qualcosa. Quello che sta succedendo in questi giorni è un fatto storico, violenza a parte. Una rivolta popolare per la tutela del diritto di vivere non s’era mai vista in Calabria, terra con oltre cento omicidi l’anno. L’hanno fatta gli africani, come a Castel Volturno (Ce), posto dei casalesi: nel settembre 2008 un gruppo armato di camorristi ha sparato e ucciso sei immigrati. Erano i giorni di Setola e dei suoi uomini: sedici vittime in poche ore. A 48 ore di distanza “i neri” sono scesi in piazza, con un solo slogan: «Vogliamo giustizia». Non era mai successo in Campania, dopo un massacro di italiani innocenti. E a Rosarno il copione si ripete. Alle telecamere del Tg3 alcuni ivoriani non si danno pace: «Qua sanno solo ammazzare gli uomini».</p>
<p>Se i proiettili di quella carabina ad aria compressa che hanno ferito due africani fossero finiti nelle carni di un rosarnese qualsiasi, la notizia sarebbe passata veloce sui media locali. Perché il fuoco è normalità, a queste latitudini. Perché morire ammazzati in Calabria è un’opzione da mettere in conto. Anche se hai 18 anni, come Francesco Inzitari, finito  a pochi chilometri da Rosarno con dieci colpi di pistola. Il suo sangue ancora macchia l’asfalto ruvido, davanti a quella pizzeria di Taurianova (Rc) dove era andato a festeggiare un amico. E’ l’unica traccia che rimane, che neanche l’omertà può cancellare. Un omicidio dimenticato in fretta: Francesco era figlio di Pasquale Inzitari, imprenditore e politico arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Rapidamente al delitto è stato trovato un motivo. Quell’agguanto non è stato più inquadrato nell’ottica del barbaro assassinio di un ragazzino innocente, ma è diventato semplicemente la morte quasi scontata del figlio di un uomo legato ai clan. Perché trovare una giustificazione serve a pulirsi le coscienze, in una terra sporcata.</p>
<p>Adesso mi piace pensare che i migranti della Piana stiano sfogando la loro rabbia anche per Francesco. Che gli occhi adirati di quei leoni neri siano colmi di indignazione anche per il delitto di Taurianova. Mentre la società civile calabrese ha risposto ancora una volta: &#8220;Assente&#8221;.</p>
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		<title>Trans Missions</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 10:53:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Questo testo è tratto da una lettera, scritta nel 2000, alla giornalista americana di fede ebraica ortodossa Laura Schlesinger, per ironizzare sulla sua posizione in fatto di omosessualita’ presentata in diverse trasmissioni radiofoniche e televisive. La Canadian Broadcast Standards Council (CBSC) dichiarò che la definizione da parte della Schlesinger del comportamento sessuale dei gay come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/novat.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-26542" title="novat" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/novat-233x300.jpg" alt="novat" width="233" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/novat-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/novat.jpg 254w" sizes="(max-width: 233px) 100vw, 233px" /></a></p>
<p>(<em>Questo testo è tratto da una lettera, scritta nel 2000, alla giornalista americana di fede ebraica ortodossa Laura Schlesinger, per ironizzare sulla sua posizione in fatto di omosessualita’ presentata in diverse trasmissioni radiofoniche e televisive. La Canadian Broadcast Standards Council (CBSC) dichiarò che la definizione da parte della Schlesinger del comportamento sessuale dei gay come “abnorme, aberrante, disfunzionale e erroneo” costituisce una discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, e come tale in violazione delle condizioni in merito di diritti umani del suo codice etico, costringendo la giornalista alle pubbliche scuse. Qualcuno, in rete, ha adattato questo testo alla situazione italiana, sostituendo alla Schlesinger un immaginario sacerdote di Radio Maria &#8211; anche se poi immaginario mica tanto, il tono a Radio Maria è quello. Lo pubblichiamo dunque per restituire la verità filologica del testo, e mantenerne la verità critica</em>)</p>
<p>Dalle frequenze di Radio Maria, un noto religioso dispensa alle persone che telefonano indicazioni e consigli spirituali tratti direttamente dalle scritture. Qualche tempo fa, in una delle risposte agli ascoltatori, ha affermato che l&#8217;omosessualità &#8211; come si legge nella Bibbia (Levitico, 18, 22) &#8211; è un abominio e non può essere tollerata in alcun caso. Un ascoltatore gli ha scritto per chiedere lumi su alcuni altri problemi di vita vissuta.<br />
&#8220;Caro sacerdote, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18,22 si afferma che ciò è un abominio. Fine della discussione. Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.<br />
&#8211;	Vorrei vendere mia figlia come schiava, come prevede Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita? <span id="more-26533"></span><br />
&#8211;	Quando do fuoco ad un toro sull&#8217;altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Levitico 1.9). Il problema è con i miei vicini. Quei blasfemi sostengono che l&#8217;odore non è piacevole per loro. Devo forse percuoterli?<br />
&#8211;	 So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Levitico 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiederle se ce le ha oppure no? Molte donne s&#8217;offendono.<br />
&#8211;	 Levitico 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?<br />
&#8211;	Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?<br />
&#8211;	Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Levitico 11:10), lo è meno dell&#8217;omosessualità. Non sono d&#8217;accordo. Può illuminarci sulla questione?<br />
&#8211;	Levitico 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all&#8217;altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere. La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c&#8217;è qualche scappatoia alla questione?<br />
&#8211;	Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Levitico 19:27). In che modo devono esser messi a morte?<br />
&#8211;	In Levitico 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?<br />
&#8211;	Mio zio possiede una fattoria. E&#8217; andato contro Levitico 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarlo come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Levitico 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?<br />
So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondere a queste semplici domande.  Nell&#8217;occasione, la ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che i comandamenti sono eterni e immutabili. Sempre suo ammiratore devoto.&#8221;</p>
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		<title>Il tempo è scaduto!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2009 05:16:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro de filippo]]></category>
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		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[castelvolturno]]></category>
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		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[schiavitù]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo. Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-17391" title="iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>di  <strong>Andrea Bottalico</strong>. Fotografie di <strong>Alessandro De Filippo</strong>.</p>
<p>Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza di fiducia verso chiunque, qualsiasi essere vivente materiale o immateriale che sia. Secondo: il luogo in cui le puttane vanno a battere. E non certo perché sognavamo di andarci, sulla Domiziana. Nel nostro immaginario erano tutte laggiù, accumulate in quel luogo indefinito e apparentemente lontano dalle nostre strade sicure, perché sin da piccoli, quando si trattava di offendere qualcuno, nei campetti di calcio del Buon Pastore o nei cortili di scuola, usciva sempre, e dico sempre, la solita ingiuria, quella che  scaldava gli animi prima delle colluttazioni, il preludio di una qualsiasi rissa, l’apice della provocazione:</p>
<p>«Che hai da guardare!? Uomo di merda! Vieni qua, vieni! Vieni che ti piscio in testa! La sai tua madre?! Tua madre fa la puttana sulla Domiziana!!..»<br />
<span id="more-17379"></span> Alla luce del mattino, sotto il sole o la pioggia, nelle notti tra i mazzoni. La faccia graffiata dal vento che leviga pelle che vende pelle minacciata. Sono ombre vive, le detenute del litorale. Le guardi ma non le vedi. Respirano! Non si tratta delle mignotte cantate dai cantori di un tempo andato. Nessuna “Bocca di rosa” o “Marinella” dagli occhi grandi quaggiù. Non ce ne sta una che lo faccia per noia o per passione. Un sentimento così umano non può avere luogo in questa arteria stradale, e laddove ci sia passione, questa non si trova di certo sotto forma di donna schiavizzata, ridotta a merce, bestia da soma, ingranaggio. Ha perfettamente ragione chi afferma che la Domiziana sia una sorta di laboratorio del futuro. Ed eccole qua, “le zoccole”: eccole qua le cavie di questo laboratorio. Ogni perimetro di quel corpo, ogni grammo di quella carne, ogni miserabile fascino la dice molto più lunga di quanto non possa sussurrarci. Quando è cominciato tutto questo? E’ una forma di schiavitù che non pone assolutamente le sue radici in un passato arcaico. Non stiamo parlando del lavoro più antico del mondo, tanto per intenderci. Le radici sono piantate qui. Inestirpabili. In questo eterno presente che scorre inesorabile lungo la Strada Statale 7 Quater (SS7/QTR), via Domitiana, a neanche trenta chilometri da Napoli. In un mondo arcaico non esistevano ancora certe forme di schiavitù razionalizzata e sistematica, organizzata nei minimi dettagli, oliata nei passaggi, disciplinata e scrupolosa, dettata da una violenza psicofisica, tecnica e gerarchizzata. Esistevano altre forme di schiavitù, beninteso. Ed allora mi ritrovo costretto anche io, lungo questa strada come sopra un filo del rasoio, in questa bella serata, a cercare qualcuno o qualcosa che possa rispondere alle mie inutili domande o forse al mio insano rancore.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-17392" title="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>A puttane! Dopo aver percorso questa strada durante tutto l’inverno mi ero abituato ad avvertire il freddo che usciva dalla terra, pensando si trattasse di una condizione permanente, una caratteristica climatica del litorale. Invece no, la primavera non ha risparmiato nessuno. In questa serata oltre il tramonto mi accompagna un sapore che tutto avvolge, facendomi sentire meno solo per un istante. Poi mi accorgo di guidare la macchina sulla stessa strada teatro di una strage di immigrati ignari persino del significato della parola camorra. Sembra sia passata un’eternità da quella notte del 18 settembre, ma in verità non è passato neanche un giorno, perché qui il tempo è completamente fermo. Immobile. Qui il tempo è scaduto. E il futuro è già passato davanti a tutti noi e noi non ce ne siamo neppure accorti. Come potevamo, del resto? Non ne abbiamo avuto il tempo. Con gli occhi rincorro gli occhi delle puttane che in certi tratti di marciapiede non si riescono a contare. Anche loro puntano direttamente alle mie pupille dilatate, perché anche loro hanno degli occhi, a differenza di quegli schiavi dell’antichità raccontati da Erodoto, quelli a cui gli Sciiti strappavano gli occhi al fine di assoggettarli meglio alla loro funzione servile. Le puttane del litorale Domitio, almeno in questo, possono ritenersi fortunate. Hai la netta impressione che ti stiano sussurrando qualcosa, con quegli sguardi: qualcosa di incomprensibile, di veramente incomprensibile. Senti il loro alito ammalato, e le labbra carnose schioccano al tuo passaggio: lanciano baci. Hanno quasi tutte il viso brillante, imbrattato dalla cera, mentre il riflesso di questa luce si staglia sui loro volti facendole sembrare beate, iridescenti. Sono gli automobilisti il loro barlume di speranza, ma ciò che per me vuol dire speranza per le puttane vuol dire dittatura. Sarebbe stato meglio non esserci mai venuti, da queste parti. Ci sono moltissime donne che vengono iniziate proprio qui, fanno apprendistato, per così dire, “imparano l’arte”. Molte infatti non conoscono per niente l’italiano, a parte le classiche parole del mestiere che gli aguzzini le hanno insegnato. E poi non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo. Capita spesso di incontrarne alcune che non parlano per niente, conoscono soltanto i prezzi delle prestazioni, e per il resto del tempo manifestano il loro dissenso attraverso il lutto del silenzio. Eppure, in questo scenario, la loro presenza rimanda ad una possibile divagazione su ciò che io intendo per bellezza. Una divagazione che fallisce sul nascere, naturalmente. Perché qui la bellezza è una condanna, anzi la peggiore delle condanne. Come un castigo. E la bellezza degli oppressi ferisce, mutila. Al di fuori del loro sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello, come disse il poeta. E mentre scruto questa condizione, senza volere mi vengono in mente tutti i paesini desolati dell’alto casertano, quelli che mio fratello mi ha iniettato attraverso le sue entusiaste descrizioni; arrampicati sulle montagne del Matese e del Taburno, imbevuti di vigneti, accanto alle sorgenti. Nascondigli di storie che la memoria non potrà mai tradire, villaggi in cui briganti leggendari trovarono rifugio, laddove gli anarchici Cafiero e Malatesta cominciarono ad appiccare il fuoco di una disperata rivolta. Luoghi ormai abbandonati, di un fascino che ammutolisce. Quei paesi in cui “si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto”. Cosa c’entra con le puttane non saprei dirlo, ma Il nodo che lega il litorale Domitio a questi luoghi opposti è proprio il loro fascino sinistro, la loro tragica e quanto mai repressa bellezza, il loro triste destino, con una differenza: lungo la Domiziana si sente la presenza di chi c’è sempre stato e l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. E mai come in nessun luogo si vede ciò che la mano umana è stata capace di combinare. Il risultato è il peso morto della solitudine. La stessa solitudine che probabilmente intravedo negli occhi impauriti di queste puttane, lungo il litorale. Non esiste bellezza più straziante.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-17393" title="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
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<p>C’è poco da fare. Ogni volta che vengo a sentire l’aria che si respira da queste parti io ricordo l’amore. Non si tratta di quel senso del piacere effimero che provi quando sei spensierato tra le braccia di una donna. E’ qualcosa di più indispensabile. E se una divagazione azzardata sulla bellezza fallisce sul nascere, una riflessione sull’amore in questo tremendo contesto sarebbe un sacrilegio. Eppure è più forte di me. Penso all’amore, e scavo nelle immagini di un passato lontano, quando avevo dei sogni che adesso non sono più. Nulla di sdolcinato, sia chiaro. L’amore di cui sto parlando racchiude in sé qualcosa di estremamente essenziale e misero, uno strumento per sopravvivere senza soccombere a questa umiliazione quotidiana. L’amore di cui sto parlando è l’unico che vale la pena di assecondare!</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-17395" title="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Sessanta miliardi di euro l’anno: sono queste le cifre approssimative quando si parla dei profitti della tratta di esseri umani. Un affare colossale, impossibile da circoscrivere nella sua totalità. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di sette miliardi di euro: un mercato secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti. Una puttana “rende” al suo sfruttatore diecimila euro al mese, e in Italia le donne sfruttate e vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono circa centomila. Ma questi sono soltanto numeri. Sfuggono alla reale condizione delle donne costrette a prostituirsi lungo il litorale e altrove. Sopra la pelle delle ragazze nigeriane c’è il profumo dell’invisibile mondo dei trafficanti di esseri umani e di stupefacenti. Un mondo che non si riesce totalmente ad afferrare, perché troppo vasto. Di queste pratiche economiche sviluppate lungo il litorale si arriva a vedere soltanto il frutto marcio, il triste risultato, lo schiavo reso ormai schiavo da molto tempo. Ogni anno mezzo milione di nuove donne è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il litorale Domitio è diventato uno snodo fondamentale, e chi ha consentito tutto questo era sin dal principio consapevole dei profitti ricavati senza alzare un dito. Ormai è chiaro che senza il business della prostituzione non esisterebbe alcun traffico internazionale di stupefacenti, e di conseguenza nessun tipo di spaccio al minuto lungo la Domiziana: gli investimenti del primo vanno ad irrorare il mercato del secondo. I particolari dell’operazione “Viola”, portata avanti dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, forse rendono l’idea: il 20 aprile scorso i carabinieri del Ros hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 62 indagati responsabili di associazione finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e traffico internazionale di stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati arrestati in flagranza 49 corrieri, con il complessivo sequestro di 60 chili di eroina e 120 chili di cocaina. I provvedimenti hanno interessato Castelvolturno, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna, l’Umbria, La Lombardia, la Nigeria, La Turchia, la Bulgaria, l’Olanda, la Colombia e il Perù. Per la prima volta sono stati accertati i collegamenti tra i network nigeriani ed i narcotrafficanti colombiani. Si tratta di indagini avviate dai carabinieri nel febbraio 2007 in stretta cooperazione con la polizia olandese, nei confronti di un network transnazionale di matrice nigeriana, responsabile della tratta di centinaia e centinaia di donne provenienti dal paese di origine ed introdotte illegalmente negli stati dell’area Schengen per essere sfruttate sessualmente. La base operativa era Castelvolturno. Le indagini hanno anche accertato come il finanziamento della tratta avvenisse attraverso il traffico internazionale di cocaina ed eroina. La distribuzione del narcotico veniva affidata a gruppi di connazionali attivi in particolare a Torino, Brescia, Padova, Verona, Roma e Napoli. Ecco perché non bisogna guardare più soltanto il litorale, ma dentro le sue viscere, al di là della realtà visibile, oltre quei corpi seminudi, in quei dieci chilometri di pineta abbandonata e distrutta, attraverso quella strada tagliata di netto tra le campagne ed il mare, quella feccia di mare. Bisogna guardare altrove. Intanto Il 18 aprile, due giorni prima dell’operazione dei Ros, oltre diecimila persone, tra migranti e rifugiati, studenti e associazioni antirazziste, sindacati e movimenti, hanno manifestato dalla Domiziana a Castelvolturno, nell’anniversario della strage degli immigrati africani del 18 settembre scorso.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-17396" title="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450-300x200.png 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Cambia la luce, cambiano le forme, cambia la geometria abusiva di questa strada statale. Il buio s’infittisce e gli spiragli si affievoliscono. E più mi inoltro verso Mondragone, più mi sento sprofondare. Una catabasi infinita: Lago Patria Ischitella Lido Castel Volturno Pescopagano Le Morelle Pineta Nuova Baia Azzurra Baia Domitia. Iniziano ad apparire puttane dalla pelle chiara. Sono dell’est. Se lo sono spartiti bene il marciapiede. Bande di albanesi violenti e “benefattrici” nigeriane dal cuore redento per grazia di pastori pentecostali con un briciolo di carisma, il giorno prima schiave, il giorno dopo carnefici unte da chissà quale mistura; hanno fatto carriera, loro. Le Madame gestiscono il ciclo della prostituzione nigeriana dal principio alla fine. Hanno il permesso di soggiorno, molto denaro per investire, corrompere, comprare e vendere ragazze, pagare estorsioni, e sono organizzate in associazioni di facciata registrate legalmente, dai nomi autorevoli: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Se una Madame tiene in pugno un’impresa composta da una ventina di donne, non è difficile calcolare i profitti settimanali. In fondo le Madame “non fanno nulla di male”, non hanno problemi con la coscienza, anzi. Questi trafficanti di marionette si sentono innocenti. Ma perché di puttane ce ne sono soltanto in questa lingua di terra e non nelle sue viscere? Le nigeriane, ad esempio, oltre al litorale Domitio sono costrette a battere pure le strade nei dintorni di Capua, Marcianise, Teverola, per poi spostarsi nelle strade periferiche dell’Italia intera. Perché non a Villa Literno, Casapesenna? Perché non a San Cipriano d’Aversa, a Villa di Briano? Frode allo stato, controllo degli apparati pubblici, gestione del ciclo del cemento, appalti, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, traffico di rifiuti tossici: c’è chi sostiene che la camorra nostrana in passato favorì lo sviluppo dello spaccio al dettaglio e della prostituzione gestita da nigeriani ed albanesi lungo il litorale Domitio per “distrarre” le forze dell’ordine, impegnate in tal modo a reprimere queste attività illecite visibili alla luce del giorno piuttosto che indagare sui traffici miliardari delle retrovie. Come se un’attività illecita di facciata riuscisse a nascondere i veri affari dei clan che comandano il territorio. Una sorta di diversivo? Non può essere così semplice. Sta di fatto che né la polizia né i militari della Folgore hanno assolutamente represso queste attività, avallando la tesi del “male necessario”. Come se fosse cosa da poco. In fondo che cosa c’è di male? Cosa vuoi che siano delle mignotte costrette a battere lungo una strada di periferia? “Sai quanti stupri e quante violenze sessuali alle donne in più ci sarebbero se non ci fossero loro a far sfogare il branco?”</p>
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<p>Scende la sera lungo la Domiziana. L’ennesima sera. Le ragazze a tratti formano dei gruppetti numerosissimi. Si sentiranno meno sole se lavorano in gruppo. Le osservo per l’ultima volta prima di andare via. Osservo per l’ultima volta quegli occhi truccati sotto i capelli neri, quelle cosce nude ed impacciate negli stivali ed i tacchi a spillo. Le luci dei lampioni in fuga creano un’atmosfera arancione che s’infrange nel vuoto della pineta selvaggia. Ma ormai è troppo tardi, dannazione! Sarà meglio tornarsene verso casa.<br />
Castel Volturno. 23 Aprile 2009</p>
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