<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>scienza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/scienza/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 29 Nov 2023 14:48:30 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Materialismo (sillabario della terra # 19)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/15/materialismo-sillabario-della-terra-20/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/15/materialismo-sillabario-della-terra-20/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[materialismo]]></category>
		<category><![CDATA[pedologia]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[sillabario della terra]]></category>
		<category><![CDATA[soil science]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualita]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=105569</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> A un dato momento la mia esistenza è diventata troppo difficile, e questo andirivieni tra la letteratura e la terra non era più sufficiente a permettermi di andare avanti. Solo nell’assenza di pensiero, nell’eliminazione delle parole, ritrovavo la pace. Avevo bisogno di ritemprarmi ogni giorno nel silenzio. Ancora adesso non posso farne a meno. Dentro di me il silenzio si è affiancato alla terra e alle parole, mi ha permesso di riprendere l’annosa spola.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p style="padding-left: 520px;">a Frederika Randall</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-105672" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-300x225.jpg" alt="" width="400" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/20210503_114413_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Io vengo dal materialismo. Sono cresciuto in una regione ancora molto bigotta, ma in casa mia non esistevano santi o forze trascendenti, e men che meno divinità, c’era solo l’esistenza, che andava goduta fino in fondo, in particolare sfidando le montagne, bellissime e tanto varie, perché poi veniva la morte, che era la fine di tutto. Senza alcuna possibilità di sopravvivenza anche solo nel pensiero di altre persone, o sotto forma di lascito, di esempio. La morte era un nemico temibile e infausto del quale non si parlava. Restava quindi la ricerca delle sensazioni, fintantoché si era in vita, meglio se estreme. Fisiche, ma in seconda istanza anche artistiche, e in particolare letterarie. Quelle negative andavano invece relativizzate e tenute sotto controllo, senza mai lamentarsi. Erano i deboli e gli inetti, a lagnarsi sempre.</p>
<p>La mia scelta di studiare Agraria va letta in questo lignaggio ancorato nella materia, anche se qualcosa non quadrava più di tanto nelle coordinate familiari. Ancor meno allorché mi sono ritrovato a dedicarmi alla terra, sporcandomi le mani e i vestiti. Non era quello l’orizzonte di mio padre, alpinista che non aveva mai digerito la perdita dei motti altisonanti del fascismo e di mia madre strattonata tra i luccichii della mondanità, le gioie spartane della montagna e gli struggimenti dei romanzi. Era una materialità troppo priva di smalto e di afflati narcisistici, troppo terra terra. Troppo vicina a quella dei contadini piegati sulla zappa, con i quali avevo simpatizzato nell’infanzia, nel loro stupore, e della plebaglia senza ideali di grandezza, che ciascuno di loro a suo modo rifuggiva.</p>
<p>Nei primi anni di università mi sono tuffato nei mondi delle rocce e delle piante e dei meccanismi della vita, quella che chiamiamo natura. A ben vedere erano gli stessi esseri e elementi nei quali si erano imbattuti i miei sensi di bambino quando ci eravamo trasferiti in campagna, ma ricevano questa volta nomi meticolosi e mostravano i loro complessi meccanismi: questo nuovo incontro, che mi entusiasmava altrettanto di quello precedente, era cerebrale. Mi seducevano molto meno i metodi delle coltivazioni, che prendevano mano a mano il sopravvento nel corso universitario: li trovavo pedissequi e rigidi, quasi ogni complicazione fosse d’improvviso scomparsa. E anche uscito da lì lo studio della terra per me non è mai stato un lavoro, ma una passione nel contempo fisica e mentale, come tutti i grandi amori: una attrazione fatale. Se dicevo che lavoravo era solo per adeguarmi e farmi capire, senza creare sospetti o disagi. Occupandomi della terra dimenticavo la fatica di vivere, sfinendomi di dedizione mi riposavo.</p>
<p>La terra, che consideravo una sostanza nobile, restava però per me un oggetto materiale. Da frequentare, da studiare, da proteggere, appunto da amare, ma lontana dai miei questionamenti di fondo, dal mio essere più segreto. L’infinito lo cercavo nella letteratura. Leggevo romanzi e poesie per sete di rovelli abissali, legami nascosti e trascendenza. Su quella via sono andato poi più lontano, ho fatto dell’addomesticamento delle parole una pratica costante e necessaria. Ho scritto racconti e romanzi, pur estraneo alla piramide della cultura sono riuscito a farli adottare da rinomate case editrici. Avevo bisogno delle parole per ricostruire le macerie di me stesso, dando dignità alla mia esistenza, riscattando bassezze e sconfitte.</p>
<p>La poesia e i romanzi mi appagavano ma anche mi sfinivano. E non ho mai trovato pace nella sistematizzazione cerebrale. Nessuna teoria mi è mai sembrata assolutamente necessaria, e tanto meno le mie. Le parole mi servivano come esaltanti materiali di costruzione, come campi di battaglia, non come balsami lenitivi, o anche solo stampelle. E non mi sono mai sentito a casa, nemmeno per pochi istanti, nella narcisistica arena letteraria. La terra mi serviva a ritrovare un punto di appoggio e l’equilibrio, a risentirmi parte di qualcosa, pur nella marginalità più estrema delle mie collaborazioni precarie. Svolgeva il ruolo di contrappeso.</p>
<p>Annusando i suoi odori di muffe e di tempo e sistematizzando i suoi dati analitici ritrovavo la quiete. Dentro di me lo consideravo un modo come un altro per guadagnarmi da vivere, e mi rammaricavo del tempo enorme che mi prendeva, rubandolo alla scrittura: giornate di quattordici ore, settimane senza domeniche, mesi. Mi mentivo. Era lì che ritrovavo la grinta e il carburante che mi servivano per scrivere.</p>
<p>A un dato momento la mia esistenza è diventata troppo difficile, e questo andirivieni tra la letteratura e la terra non era più sufficiente a permettermi di andare avanti. Solo nell’assenza di pensiero, nell’eliminazione delle parole, ritrovavo la pace. Avevo bisogno di ritemprarmi ogni giorno nel silenzio. Ancora adesso non posso farne a meno. Dentro di me il silenzio si è affiancato alla terra e alle parole, mi ha permesso di riprendere l’annosa spola.</p>
<p>Le cose si sono chiarite solo di recente, dopo l’impazzimento collettivo della pandemia: le malattie a volte portano appianamenti e saggezza. La terra è uscita allo scoperto e ha invaso le mie pagine: non voleva più restare confinata. Non sopportavo più che la letteratura andasse avanti per la sua strada già tracciata, al meglio cogliendo le ansie di superficie, accompagnando di fatto la grande rimozione delle responsabilità nella catastrofe ambientale in atto. Mai come allora la maggior parte dei romanzi contemporanei mi apparivano anacronistici e inessenziali.</p>
<p>Mi pareva che la terra avesse bisogno di aiuto, che almeno per un po’ dovessi concentrare le mie forze lì, pazienza per il mio romanzo in fieri, al diavolo gli sforzi per essere presente sul claustrofobico palcoscenico delle lettere. Mi sembrava che dovessi impegnarmi a fare capire la sua importanza e a farla conoscere. Ho cominciato quindi a incontrarla con i bambini delle scuole, gli interlocutori che mi sembravano più promettenti, assieme l’abbiamo toccata, ascoltata e disegnata. Anche proprio grazie alla loro candida sagacia riflettevo meglio sulla sua essenza, scoprivo che non era solo quella che credevo, quella che per tanti anni avevo trasformato in cifre e carte colorate: non si limitava alla materialità, non aveva forse niente a che fare con questa.</p>
<p>A ben vedere con la sua anima al contempo minerale e organica e biologica la terra era la vita, con i suoi incessanti cambiamenti e i suoi segreti incomprensibili, le sue necessità che se ne fanno un baffo dei singoli individui e delle follie di grandezza nelle quali noi umani ci siamo barricati. Quella vita incommensurabile e ingovernabile, fluida e cangiante, percorsa da legami nascosti e corrispondenze sotterranee, che avevo per tanto tempo misconosciuto, con la zavorra della mia educazione, nella falsa credenza di abitare un altrove dove tutto aveva spiegazioni e conseguenze certe.</p>
<p>In realtà ero io che necessitavo il suo aiuto, non viceversa. Avevo bisogno di prendere atto della sua essenza enigmatica e dei suoi misteri per sbarazzarmi una volta per tutte del materialismo. Non era agli antipodi dell’assoluto e del silenzio che perseguivo, ne era anzi il paradigma, un ricettacolo privilegiato. Il prezioso vuoto che trovavo nella meditazione, era anche dentro di lei. In ogni caso non dovevo più tenerla lontana dai miei scritti, potevo finalmente mescolare le carte. Nei miei racconti s’è fatta avanti la puntigliosità della scienza, nei miei saggi s’è infiltrata la poesia.</p>
<p>Non c’è alcuna differenza tra scrivere una storia e andare in giro per i campi a fare rilievi con una trivella manuale, sono analoghe ricerche negli strati non visibili dell’esistenza, adesso posso prenderne atto. Non è quindi un caso che sia finito a occuparmi della terra. Non l’ho capito prima perché ero imbrigliato nella religione della materia che ho respirato fin dall’infanzia, e che opponeva la vita alla morte, l’uomo alla natura, gli esseri alle cose, e l’alto al basso, facendo dell’alto della superiorità umana, con il suo petulante raziocinio e i suoi principi, la guida da seguire. E invece nel basso della terra c’è l’alto, basta solo saperlo vedere, ci sono il silenzio e l’equivalenza di ogni tempo, che sono le verità ultime. Come nell’alto dei grandi testi letterari c’è prima di tutto il basso della materialità, questo lo sapevo già. Le polarità tra le quali ho fatto la spola per decenni erano solo apparentemente contrapposte, non c’è alcuna contraddizione, posso mettermi l’animo in pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/15/materialismo-sillabario-della-terra-20/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Buche (sillabario della terra # 17)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/25/materialismo-sillabario-della-terra-14/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/25/materialismo-sillabario-della-terra-14/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2023 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[pedologia]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[sillabario della terra]]></category>
		<category><![CDATA[suoli]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=104873</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Le buche che cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-624x420.jpg 624w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Fin dall’inizio del Novecento gli studiosi hanno constatato che nella terra possono riconoscersi livelli orizzontali diversi, che sono stati chiamati orizzonti. Questi si sono differenziati nel processo di gestazione del suolo, al contatto con l’atmosfera, e con il contributo di radici e organismi di vario tipo, partendo dal materiale minerale, roccioso o sciolto. I tempi delle complesse alterazioni e metamorfosi che conducono alla formazione della terra sono lenti, rapportati alla scala umana, ma pur sempre molto più brevi di quelli della geologia. Ogni orizzonte ha in genere uno spessore di trenta-settanta centimetri, per intenderci, anche se ne esistono di molto sottili e di molto spessi.</p>
<p>L’orizzonte superiore è più ricco di sostanza organica, e quindi più scuro, e di vita, mentre in quello soggiacente dominano in genere le colorazioni del ferro, da rosse a giallastre, a seconda dei climi e degli ambienti. Spesso è presente più in basso un orizzonte di transizione alla roccia, o insomma ai materiali minerali di partenza. A seconda della natura di questi, del clima, della vegetazione, i tipi e i loro caratteri sono però diversissimi. In ogni caso sono sempre presenti una frazione organica, anche se minima, radici e organismi viventi: qui sta differenza con il regno minerale.</p>
<p>In mancanza delle inappellabili particolarità anatomiche di ogni specie vegetale o animale, in mancanza insomma di meglio, tutte le classificazioni pedologiche utilizzano come criterio principale la tipologia e la successione di orizzonti. Ogni classe di suoli ha una data sequenza di orizzonti con date caratteristiche. Alcune di queste sono legate a impoverimenti, o al contrario in arricchimenti, a seguito anche di traslocazioni di sostanze e di elementi operati dall’acqua che drena nel suolo.</p>
<p>La prima cosa che facciamo noi pedologi, una volta aperta una buca che ci permette di avere davanti tutta la sezione verticale della terra, è vedere quanti orizzonti ci sono, e di che sorta. A parte i colori, le differenze riguardano caratteri visibili a occhio nudo, quali la porosità, l’organizzazione spaziale e la quantità di pietre, o anche rilevabili al tatto, quali la consistenza. Anche l’abbondanza e l’andamento delle radici fornisce utili informazioni. Poi naturalmente le analisi di laboratorio effettuate sui campioni prelevati permettono di andare molto più in profondità.</p>
<p>Certe volte gli orizzonti si riconoscono molto facilmente, in particolare quando hanno colori molto contrastati. In quel caso un’occhiata è sufficiente per definire il tipo di suolo, e non possono esserci dubbi. Altre volte invece le colorazioni nella sezione sono molto simili, e anche gli altri caratteri non mostrano a prima vista differenze. Bisogna osservare allora da vicino come stanno le cose, aguzzando la vista e punzecchiando la terra servendosi del coltello che ogni pedologo ha sempre con sé. Un po’ alla volta si constata insomma che quella che sembrava una superficie indistinta ha una stratificazione, con livelli diversi. La sezione che si ha davanti va comunque ripulita per bene, con una scopettina o un coltello: anche il miglior specialista non vede nulla, se rimane sporca.</p>
<p>Per definire i colori usiamo le tavole Munsell. Ogni pedologo ha con sé questo libretto plastificato con le pagine irte di tassellini di tinte diverse, ciascuno corrispondente a una data sigla. E lo custodisce gelosamente: i raggi del sole o peggio ancora qualche goccia possono rovinarlo per sempre. Prendiamo un pezzettino di terra, lo inumidiamo, cerchiamo il colore che più si avvicina, e annotiamo il relativo codice. Ma naturalmente la percezione dei colori varia da persona a persona, anche senza considerare i daltonici, quindi questa definizione non è al cento per cento oggettiva. In alcuni Paesi avanzati si usano dei colorimetri elettronici, ma pure quelli danno parecchi problemi.</p>
<p>Diversi altri caratteri vengono ponderati con metodi altrettanto empirici. Per quantificare la porosità e la percentuale di pietre, due elementi fondamentali, si usa una stima visuale, che vale quello che vale. Si potrebbero impiegare mezzi infinitamente più precisi, che esistono, ma sarebbero molto costosi, per il tempo e/o per le strumentazioni che richiedono. Nella pratica è impensabile un loro utilizzo corrente, ci si accontenta di un dato approssimativo.</p>
<p>La stessa identificazione degli orizzonti non è poi così certa, quando le differenze di colore e di aspetto sono minime, o anche i limiti che li separano invece di essere netti sono sfumati. Io ho posto il confine tra due orizzonti a tanti centimetri dalla superficie, ma un collega potrebbero metterlo più su o più giù, o addirittura considerare un solo orizzonte quelli che per me erano due orizzonti. In tanti casi si tratta di una graduale variazione, più che di una netta stratificazione, a dispetto della nostra griglia interpretativa, che ci obbliga a mettere da qualche parte dei limiti.</p>
<p>Certo, le analisi di laboratorio danno invece risultati molto precisi, e lì non è in gioco la soggettività umana. E anche l’attività biologica, e in particolare dei vari microrganismi, può adesso essere misurata con grande esattezza, avendo i fondi necessari. Il problema qui è la grandissima variabilità di ogni parametro, anche a distanza molto ravvicinata: a far bene bisognerebbe avere pletoriche misurazioni, in modo da ottenere affidabili valori medi. Nella pratica, visti i costi del campionamento e ancor più delle analisi, i dati disponibili sono sempre ridicolmente pochi.</p>
<p>La nostra conoscenza dei suoli, che sono una delle componenti principali dell’ambiente e dei sistemi ecologici, se non quella in assoluto più centrale, dipende quindi da procedure che hanno grossolane incertezze. O anche sono molto impegnative in termini di tempo e costi, e quindi sono utilizzate di rado. Siamo convinti che la nostra arma invincibile, la Scienza, possa sviscerare qualsiasi segreto, ma i suoli sono conosciuti molto male. Rimangono sostanzialmente un buco nero.</p>
<p>Come lo rimane però gran parte della natura, a ben vedere. Avremmo tutto quello che occorre per studiarla nei dettagli meno accessibili, correndo dietro alle sue infinitissime e spesso stravaganti volubilità, ma dobbiamo limitarci a ciò che ci è più vicino o che per le ragioni più svariate riteniamo più importante. Schiere di biologi e naturalisti si danno da fare, ma ci vorrebbe ben altro. Occorrerebbero infiniti tecnici, infiniti mezzi, ottenuti anch’essi con enormi impatti ambientali, infiniti quattrini. E il vantaggio, anche senza limitarsi a un bilancio strettamente economico, sarebbe forse relativo. Con il nobile intento di limitare i nostri danni, distruggeremmo ancora di più.</p>
<p>Le goffe buche mediante le quali i pedologi cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora. Dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo, della inerente parzialità di ogni approfondimento, della sua beffarda casualità, della distruzione che accompagna ogni forma di conoscenza. Ci fatica ammetterlo, ma siamo limitati, come sono limitati gli strumenti, spesso a doppio taglio, spesso distruttivi, che ci costruiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/25/materialismo-sillabario-della-terra-14/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Riduzionismo (sillabario della terra # 13)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/13/riduzionismo-sillabario-della-terra-10/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2023 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Alfonso Draghetti]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[chimica agraria]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[meccanicismo]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[pedologia]]></category>
		<category><![CDATA[riduzionismo]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[soil science]]></category>
		<category><![CDATA[suoli]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=104265</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Fino a tempi molto recenti i suoli venivano rispettati senza conoscere la loro diabolica complessità. Per buon senso, visto che davano il cibo agli uomini e ai loro animali. Per intuito.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-104907" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-300x200.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Fino a tempi molto recenti i suoli venivano rispettati senza conoscere la loro diabolica complessità. Per buon senso, visto che davano il cibo agli uomini e ai loro animali. Per intuito. E certo fino alla prima metà del secolo scorso per gli strascichi della visione organicista, spazzata via da tempo dai modi di vedere delle società capitalistiche, ma che aveva nel mondo contadino più difficoltà a morire. Lì resisteva la consapevolezza che l’uomo fa parte di una rete di relazioni più grande di lui, non è isolato, non può fare qualsiasi cosa, non padroneggia tutto. E poi nella terra doveva pur risiedere un qualche mistero, se essa era capace di quel perenne miracolo, se si prendeva il compito di accogliere le nostre spoglie quando la nostra vita finiva.</p>
<p>Ci siamo in seguito messi a trattarla come fosse un semplice substrato, un supporto passivo sul quale applicare le tecniche più appropriate per generare nel corto termine i profitti maggiori: una materia morta e stupida, per dirla con le parole di Cartesio. La giovanissima chimica agraria aveva scoperto nella prima metà dell’Ottocento che la pianta ha bisogno soprattutto di azoto, fosforo e potassio, e che prende questi elementi minerali per mezzo delle radici: si è quindi cominciato a ritenere che si dovesse mirare a aumentarne la riserva del suolo, mediante l’apporto di concimi chimici. Senza prendersi la briga di considerare gli altri fattori in gioco, e ottenendone immediato vantaggio.</p>
<p>Per paradosso questo è successo proprio mentre si cominciava a capire, utilizzando la stessa arma delle sperimentazioni scientifiche, quanta e quanto varia vita albergasse la terra. L’attività microbiologica nel suolo è stata messa in luce infatti a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento, in contemporanea con i primi utilizzi e l’ascesa delle concimazioni chimiche. Pur rendendosi conto che tutto quello che succedeva nella terra era dovuto al lavoro dei batteri e dei funghi, fino all’apparire delle tecniche genomiche, in questi ultimi decenni, i biologi non avevano strumenti per arguire nei dettagli chi c’era e cosa faceva: la maggior parte dei microbi non si lasciavano isolare e coltivare, come si dice in gergo. Ma insomma si sapeva che tutti i processi che sfociano nella cessione degli elementi minerali alla pianta sono svolti da organismi viventi: sono biochimici, non chimici.</p>
<p>Ha prevalso però la credenza che si trattasse di restituire in forma inorganica il maltolto (questo sì in forma inorganica, perché le piante vogliono quella). Una interpretazione completamente fantasiosa, che si è rilevata profondamente dannosa per i poveri suoli. L’apporto di elementi minerali con i concimi chimici inibisce infatti la maggior parte dei suoi processi biologici, tra i quali proprio quelli della naturale cessione degli elementi stessi alla pianta. Il risultato immediato c’è, perché le colture ricevono pur sempre il nutrimento di cui hanno più bisogno, ma la terra soffre e smette di lavorare, diventa un peso morto, uno zombie sempre più dipendente, come tutti i drogati, dai suoi fornitori. E per quanto si faccia attenzione una gran parte degli elementi somministrati finisce nell’ambiente, creando enormi problemi.</p>
<p>L’aumento delle produzioni agrarie mondiali è stato però impressionante, facendo mettere in sordina i danni, e anzi apparendo come un passo fondamentale nel progresso dell’umanità. Ancora adesso la cosiddetta <em>Rivoluzione verde</em> della seconda metà del secolo scorso è considerata dai più una magnifica e intoccabile prova delle capacità umane, e della Scienza, un esempio da seguire. Senza considerare che i buoni risultati produttivi, lasciando stare i drammatici guasti ambientali, li ha dati solo nelle terre migliori. Ha fallito invece completamente in quelle con limitazioni, contribuendo anzi al loro degrado. E ha causato una drammatica perdita di sostanza organica, il capitale alla base della loro fertilità, nei suoli di gran parte del Pianeta.</p>
<p>Colpisce ragionando a posteriori la simultaneità dell’acquisizione delle conoscenze e del loro occultamento. Per la sua natura la scienza è divisa in domini che sono quasi compartimenti stagni, anche quando l’oggetto di studio è lo stesso, quindi la cosa non è poi così difficile: si tratta solo di marginalizzare le discipline indisciplinate. In tanti altri campi la chimica aveva grandi e assai decantati successi, certo questo contava molto. E soprattutto nell’industria, la quale diveniva sempre di più il modello a cui riferirsi, la via vincente che anche la natura doveva seguire, se voleva imboccare anche lei la via del progresso. Ma certo aiutava anche la semplicità della visuale, così vicina alla contabilità a partita doppia, con le due colonne delle entrate e delle uscite.</p>
<p>La miopia con la quale si rappresentava la terra, perdurata per più di un secolo, è stata pilotata dalla scienza stessa, e a dispetto che le prove sperimentali, quindi scientifiche, che quel modello fosse sbagliato diventassero sempre più numerose e schiaccianti. Si propagandava una terra di natura solo chimica, senza sostanza organica, senza vita, senza interrelazioni di organismi, che non ha corrispettivo nella realtà. Spesso si parla di riduzionismo, ma è forse una definizione troppo clemente, che non rispecchia la sua anima farlocca e fuorviante, di esasperato stampo meccanicistico, agli antipodi degli oggettivi funzionamenti. Agli strapotenti gruppi che dominano il mercato dei concimi chimici, e ora anche delle sementi e dei pesticidi, e che hanno la mano anche sulla ricerca scientifica e tecnologica, e sui governi, faceva però comodo restare aggrappati a quel modo di vedere le cose, e sono riusciti a far sì che esso non fosse detronizzato, o anche solo scalfito.</p>
<p>La scienza è partita una volta per tutte per la tangente nell’euforia del secondo dopoguerra, dopo qualche decennio di tentennamenti, durante i quali alcune voci anche molto prestigiose hanno cercato di mettere l’accento sulla complessità di ogni ambiente coltivato e di ogni terreno. In Italia quella in particolare dell’agronomo più prestigioso e più conosciuto nel suo tempo, Alfonso Draghetti, il quale rispolverando l’impostazione organicista del passato, aveva una visione della terra e delle coltivazioni molto ecologica e attuale.</p>
<p>Chi dà per scontato che la scienza abbia una esse maiuscola e sia sempre infallibile, o anche solo saggia, dovrebbe tenere presente questa sua sbandata tutt’altro che anodina nella storia recente dell’agricoltura, che è diventata così centrale nei rapporti tra uomini e ambiente. Il vero problema è che la scienza, con la costellazione di tecnologie innovative che le sciama attorno, ha molta difficoltà a rappresentare la complessità della terra, per il suo modo di funzionare e per le sue necessità epistemologiche ha bisogno di separare i vari comparti e le varie problematiche e di trattarli separatamente, anche laddove  tutto è interrelazione.</p>
<p>Pure le soluzioni tecnologiche che ci vengono proposte adesso, più accorte e seducenti ma pur sempre miopi e incuranti della variabilità delle terre e dei territori, e poco attente nei fatti ai processi ecologici e ai consumi energetici nascosti, vanno quindi prese per le pinze. Senza mai dimenticare che quasi sempre hanno tendenza a riflettere gli interessi di giganti globali, a andare dove le spinge l’economia che non contabilizza i danni ambientali e non sanno cosa vuol dire inventare modelli adatti alle varie situazioni. Bisogna invece riuscire, è uno dei caposaldi dell’agroecologia, a metterle al servizio delle varie realtà, sempre ancorate nella terra, con tutte le sue complicazioni e bizze, e degli espedienti poco impattanti adatti a ognuna di esse.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pedologi (sillabario della terra # 12)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/06/pedologi-sillabario-della-terra-11/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/06/pedologi-sillabario-della-terra-11/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 05:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[pedologia]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[soil science]]></category>
		<category><![CDATA[suoli]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=104358</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Per carpire meglio i segreti della terra si infilano armi e bagagli nelle buche che fanno o fanno fare, annegando fino alle spalle o anche più, e adempiono i loro seriosi rilievi senza timore di sporcarsi, come fanno anche i bambini che giocano. In genere sono affabili e alla mano, e forse anche un po’ ingenui, quindi il paragone non è del tutto casuale.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104761" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Immagine-016-300x214.jpg" alt="" width="400" height="285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Immagine-016-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Immagine-016-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Immagine-016-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/Immagine-016.jpg 583w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La terra viene studiata dai pedologi, adepti che scavano buche per vedere come è fatta in superficie e anche in profondità, cercando insomma di capirla nella sua oscura interezza. La loro disciplina non è molto conosciuta, e ancora meno gode di prestigio, ma per loro è quasi un elemento di distinzione. Per carpire meglio i segreti della terra si infilano armi e bagagli nelle buche che fanno o fanno fare, annegando fino alle spalle o anche più, e adempiono i loro seriosi rilievi senza timore di sporcarsi, come fanno anche i bambini che giocano. In genere sono affabili e alla mano, e forse anche un po’ ingenui, quindi il paragone non è del tutto casuale. Il loro modo di procedere è del resto prevalentemente descrittivo, cosa che rimanda ai primi vagiti della scienza.</p>
<p>Seppelliti nelle loro buche i pedologi scrutano con zoomate di filatelici questo e quello, trovano conferme delle teorie della loro disciplina, misurano e riempiono schede. Transustanziano il colore della terra e la sua consistenza e tanti altri attributi in codici numerici, visto che al giorno d’oggi tutto deve essere metamorfosato in cifre da dare in pasto alle voraci pance dei computer. Alcune di queste determinazioni nei fatti non servono a niente, anche travestite in segni matematici restano troppo soggettive, ma per vecchia abitudine, che forse è anche ostinata pignoleria, loro le eseguono lo stesso. Per ultimo prelevano i campioni destinati al laboratorio, quasi preparando un’offerta propiziatrice. Si intuisce che sotto la navigata distanziazione scientifica amano toccare e odorare la terra, che hanno una sedimentata dimestichezza con lei, che forse non ha nulla di scientifico. Si direbbe che provino piacere, a stare lì dentro a sporcarsi.</p>
<p>Io stesso, sono anch’io un pedologo, quando sono in una buca perdo la cognizione del tempo e di me stesso, e mi lascio cullare dagli odori di umido e di funghi. Mi sforzo di coglierne il meglio possibile i vari dettagli della sezione terrosa che ho davanti, e questa tensione mi assorbe completamente. Forse proprio perché so bene che molti aspetti mi sfuggono, e che non posso capire tutto. E anzi so che quello che comprendo è molto limitato. Ma certo non si tratta di una pura concentrazione cerebrale con qualche spruzzatina filosofica, le sensazioni fisiche restano sempre presenti. Spesso chi mi sorprende così dedito mi domanda quale è il mio vero impiego, non possono pensare che quello sia un lavoro retribuito.</p>
<p>Quando rientrano nei loro uffici, alle pareti dei quali ci sono sempre scolorite fotografie o anche polverose sezioni di terra, i pedologi tirano le somme dei rilievi, perdendosi nei meandri delle loro arzigogolate classificazioni. Sono lingue simili a quelle degli uccelli, chiunque le orecchi arguisce che alla base c’è dell’entusiasmo e una fiducia nella vita, ma senza penetrarne anche un solo suolo. La tassonomia più in uso in Italia manco a dirlo è statunitense, una colonia resta una colonia, e contorce la bocca in ardite ginnastiche: Vitrixerandic Haplocryepts, Acrudoxic Thaptic Hapludands, e via dicendo. Loro però non sorridono, perché considerano l’inquadramento tassonomico una essenziale investitura scientifica, quasi un sacramento. Del resto non è solo colpa del loro puntiglio eccessivo, è la terra che è ostica, e che ha mille tipi e sottotipi, ciascuno con infiniti intergradi con quelli più vicini.</p>
<p>La loro precipua attività è però elaborare le carte pedologiche, dove macchie colorate segnalano la presenza dei vari tipi di terra nelle varie porzioni dei paesaggi. Di solito le chiazze sono molto frastagliate, fanno pensare a fiordi norvegesi, perché i suoli cambiano passando da qui a lì, rifuggendo la regolarità geometrica. Ogni carta ha poi un’aureola di scritte con nomi astrusi e simbolismi che nemmeno gli egittologi capiscono bene. Ora queste mappe si fanno e si guardano sugli schermi, ma la decifrazione per i non addettissimi ai lavori resta egualmente preclusa.</p>
<p>Le montagne in genere le lasciano in pace, seppure a malincuore, visto che ai loro occhi le terre più selvagge e più belle, e anche più importanti, sono lì. A nessuno dei loro riluttanti committenti interessa però sapere com’è la terra delle asperità prive di campi e case, senza la più remota possibilità di cavarci dei guadagni. I loro rapporti con chi tiene i cordoni della borsa non sono mai facili, in effetti: nell’epoca della velocità e dell’automazione fanno fatica a spiegare che i loro rilievi sono certosini e macchinosi, e ancora più faticano a farseli pagare in maniera dignitosa.</p>
<p>Ogni pedologo/a sa bene che chi decide dei destini commerciali delle terre, o anche solo progetta gli impianti di irrigazione, non tiene conto delle sue mappe, perché non ci capisce niente, o più semplicemente non vuole perdere tempo. Del resto lui stesso/lei stessa pensa che esse non rappresentino tanto bene la realtà della terra, così complessa e inafferrabile, e vadano prese con le pinze. Lui stesso/lei stessa non ne è pienamente soddisfatto/a, questa è la più profonda verità, e ritiene quindi che chi le ignora o insomma le sottovaluta non ha poi tutti i torti. Alla base della loro carenza di autorevolezza c’è insomma qualcosa di torbido, assimilabile per certi aspetti a un complesso di colpa, alla consapevolezza di un peccato originale. È difficile riuscire a convincere, quando si hanno troppi dubbi.</p>
<p>Sanno di essere una specie in via di estinzione, il che non è incoraggiante per nessuno. Constatano che ormai sono ascoltati solo gli specialisti di certe branche più alla moda, che vedono un’unica faccia della terra, e non sanno nulla delle innumerevoli altre. Osservano questi azzimati esperti che sfoggiano i loro corredi di strumenti e gerghi, e sono un po’ gelosi che siano considerati molto più scientifici dei loro, molto più al passo dei tempi. Reputano, e non hanno tutti i torti, che solo loro hanno una visione d’insieme, e possono fondere assieme quello che scoprono i vari tecnoscienziati con i paraocchi. Si dicono che la terra è un ostico puzzle che nessuno sa assemblare, anche perché a differenza di un vero puzzle i pezzi si incastrano molto male, o non si incastrano affatto.</p>
<p>Tendono allora a essere un po’ lamentosi, sconfinando troppo spesso nei complessi di persecuzione, il che non li aiuta a trovare dei fondi. Accusano i tempi, senza rendersi conto che sono loro i primi a essere anacronistici. Nell’era dell’euforia per i sensori e per le macchine intelligenti loro continuano a cercare di capire come si capiva duecento anni fa, osservando e ragionando, annotando con la matita, stilando cataloghi e classificando. Certo, usano come tutti GPS e immagini satellitari e banche dati elettroniche, ma sono convinti che nessun marchingegno ci capisca meglio di loro, reputano che la loro esperienza lo provi in modo inconfutabile. Non sono cose facili da spiegare in questi tempi, se ne rendono conto essi stessi.</p>
<p>Chi maneggia le sorti dell’agricoltura e dei territori non ama però i distinguo e le spiegazioni arzigogolate. È avvezzo a ubbidire ai dettami perentori dell’economia, non apprezza le incertezze e le titubanze, le considera sofismi inutili. Ascolta di preferenza chi stando dietro a ampi schermi sforna cristalline mappe con pretese di precisione nanometrica. In quelle stanze con il brusio delle ventole dei computer la terra tutta sporca e disordinata non è mai entrata, e anche i pedologi vestiti in genere in maniera trasandata, o insomma con capi comodi da esploratori, non sono invitati. Lì si dà retta piuttosto alle equazioni e alle promesse magniloquenti di una branca che va di moda in quel momento, come l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Versando lacrime di rabbia sulla parabola commerciale del mondo, i pedologi  si chiudono ancora di più nei loro borborigmi tassonomici. Proclamano che ormai si punta alla loro sparizione fisica, visto il poco lavoro che ricevono: nessun giovane sensato può seguire le loro tracce. E allora un giorno non ci sarà più nessuno in grado di capire la terra: i suoi nemici potranno ingaggiare contro di lei una battaglia finale. Si considerano martiri che stanno morendo nelle trincee per difendere palmo a palmo la terra. Il bello è che hanno perfettamente ragione, anche se naturalmente non sono eroi, ma semplici brontoloni che amano la terra.</p>
<p>Poi però è sufficiente che spunti la possibilità di andare a studiare le terre di una regione che non conoscono, e si ringalluzziscono. Subito tornano di buon umore, perché adorano calarsi nelle loro buche fresche e odorose di ife fungine, utilizzando i loro metodi descrittivi tanto deprecati. Spesso i veri moventi dei loro committenti non sono tanto limpidi, a volte è in gioco solo l’immagine pubblicitaria, ma loro sono solo ansiosi di sporcarsi di una terra esotica, spesso addirittura eccitati. Partono alla scoperta di vergini contrade ai loro occhi ammantate di fascino tellurico, e non pensano più alla loro estinzione ormai prossima. Come tutti gli ingenui si dicono che forse poi le cose miglioreranno.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/06/pedologi-sillabario-della-terra-11/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Democrazia e riscaldamento climatico: oltre la politica dei piccoli gesti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/22/democrazia-e-riscaldamento-climatico-oltre-la-politica-dei-piccoli-gesti/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/22/democrazia-e-riscaldamento-climatico-oltre-la-politica-dei-piccoli-gesti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 00:39:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Accordi di Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Carbon Border Adjustment Mechanism]]></category>
		<category><![CDATA[Carbone 4]]></category>
		<category><![CDATA[Conferenza sul clima di Ginevra]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Thunberg]]></category>
		<category><![CDATA[impronta carbonica]]></category>
		<category><![CDATA[Mickaël Correia]]></category>
		<category><![CDATA[Paul K. Feyerabend]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[protocollo di Kyoto]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Timothy Mitchell]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100241</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Si potrebbe pensare che i Ginks – Green Inclination, No Kids – siano l’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento climatico. Certo, la scelta di non riprodursi per non moltiplicare il consumo di energia, l’inquinamento, la distruzione della biodiversità è radicale e ammirevole.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-100682 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1024x723.png" alt="" width="696" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1024x723.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-300x212.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-768x542.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-150x106.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-696x491.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-1068x754.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-595x420.png 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1-100x70.png 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/global-fossil-fuel-consumption-1.png 1400w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Suicidio come soluzione ecologica</em></p>
<p>Si potrebbe pensare che i Ginks – <em>Green Inclination, No Kids</em> – siano l’avanguardia nella lotta contro il riscaldamento climatico. Certo, la scelta di non riprodursi per non moltiplicare il consumo di energia, l’inquinamento, la distruzione della biodiversità è radicale e ammirevole. Dando però un’occhiata alle cifre, non dal lato tanto dei volonterosi cittadini dalla propensione verde, ma dal lato multinazionali delle energie fossili, questi sforzi pur eroici rischiano di apparire lillipuziani. Forse si potrebbe fare di più: piuttosto che differire la riduzione dell’impronta carbonica individuale nel futuro (impedendo nuove nascite), si potrebbe procedere a un più efficace <em>Green Suicide</em>, ovvero ci si toglie di mezzo <em>ora</em>, azzerando la nostra triste contribuzione all’emissione di gas serra, ed inoltre si tronca la domanda energetica, che giustifica tutte le turpitudini delle multinazionali. Anche questo ragionevole piano, però comporta un rischio. Chi ci assicura che gli <strong>Elon Musk</strong> rimasti in vita, la cui contribuzione al riscaldamento climatico è proporzionale alla loro ricchezza, non ne approfittino per estendere ulteriormente la loro impronta carbonica? E decidano – nelle autostrade che il nostro sacrificio estremo ha lascito sgombre – di far circolare SUV a motore diesel senza conducente ma con l’algoritmo della guida automatizzata? Sarebbe una bella fregatura. Essersi ammazzati, per permettere ai i più ricchi “senza propensione verde” di godersi da soli il pianeta prima della catastrofe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La scienza (da sola) non ci salverà</em></p>
<p>La questione climatica è la questione politica del secolo XXI, ma non ci riguarda, perché non vogliamo, non sappiamo più, <em>fare politica</em>, e siamo d’accordo, con i nostri nemici, che la soluzione migliore è trasformarla in una questione <em>morale</em>. Questa scappatoia ha i suoi vantaggi e svantaggi. Innanzitutto, dà ai più benestanti e acculturati di noi la possibilità di essere virtuosi, di elevarsi moralmente rispetto alla plebe inconsapevole e inquinante, per limitarci ai vantaggi. Inoltre, abbiamo l’idea di riappropriarci del nostro destino, così come sui social ci riappropriamo quotidianamente della nostra immagine pubblica. Gli svantaggi, però, ci sono, soprattutto per i più giovani. Anche se virtuosi, gli piglia spesso una certa fifa, una certa ansia, che gli psicologi hanno già catalogato: è l’angoscia climatica. Come tutte le angosce, dovrebbe anch’essa essere curabile, previo numero più o meno grande di sedute terapeutiche.</p>
<p>Una cosa è certa: <em>non è la scienza </em>che sarà in grado di limitare il degradarsi del clima. Gli scienziati hanno già fatto il loro lavoro. <strong>Nel 1979</strong>, alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra, </strong>han detto all’umanità grosso modo quel che era importante sapere: l’attività umana è responsabile di cambiamenti climatici, che avranno impatti negativi per gli esseri viventi sull’intero pianeta. <em>La verità </em>è stata formulata nelle sedi istituzionali apposite, ma nonostante ciò essa non ha avuto forza vincolante, non ha prodotto necessarie conseguenze sul piano pratico. Dire <em>come le</em> <em>cose stanno </em>(verità scientifica) non permette di dedurre <em>quali decisioni bisogna prendere</em>, ossia quali azioni compiere. <em>La verità</em>, dunque, è stata dapprima cercata, poi trovata e formulata, e infine è stata perfettamente compresa, restando – come spesso accade – <em>lettera morta</em>. (Questo fatto ha persino permesso la produzione di discorsi <em>negazionisti</em>, che quella stessa verità smentiscono, senza ingombrarsi con criteri di scientificità, ecc.). Quei dati di fatto hanno atteso almeno 26 anni per tradursi in qualche vincolo legale, in qualche obiettivo specifico da realizzare, in occasione del <strong>protocollo di Kyoto</strong> <strong>nel 2005</strong>. L’aggiornamento di quegli obiettivi e vincoli si è avuto <strong>nel 2015</strong> con <strong>l’Accordo di Parigi sul clima</strong>, entrato in vigore l’anno successivo. Si tratta di un contratto di diritto internazionale che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra, di mettere in opera programmi di adattamento rispetto ai peggioramenti climatici, di indirizzare risorse statali e private verso uno sviluppo a emissioni ridotte. Approssimativamente, potremmo dire che, rispetto ai primi allarmi lanciati dalla comunità scientifica, gli Stati e il diritto internazionale hanno lasciato passare un mezzo secolo prima di reagire in modo conseguente. (Si pensi alle difficoltà enormi, anche solo a livello europeo, per introdurre una qualche forma efficace di Carbon Tax. E la tassa sulle emissioni inquinanti per gli importatori stranieri approvata questo dicembre dalla UE – Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) – è salutata come la decisione politica più avanzata a livello mondiale nella lotta contro il mutamento climatico. Peccato che tutto ciò avvenga diciassette anni dopo il protocollo di Kyoto, che doveva segnare l’era delle “misure concrete”.)</p>
<p>Una tale inerzia in ambito decisionale dovrebbe ricordarci che, come la verità scientifica non è bastata a contrastare di per sé il mutamento climatico, così accadrà con il progresso tecnologico o la disponibilità finanziaria. L’organo che solo può indicare dove la ricerca scientifica vada indirizzata, quali priorità dare alle sue applicazioni tecnologiche e quali programmi energetici finanziare, è la <em>politica</em>, intesa non come sede decisionale – i governi dei vari Stati del mondo – ma come processo di confronto pubblico e di scelta collettiva. Si capisce ora che la concezione del rapporto tra comunità scientifica e cittadinanza democratica, come quella sviluppata da un <strong>Paul K. Feyerabend</strong>, è più che mai attuale. In <em>La scienza in una società libera</em> del 1978, il filosofo austriaco scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”.</p>
<p>In realtà, quello a cui Feyerabend – e altri pensatori come Cornelius Castoriadis o Bruno Latour – fa riferimento è un processo che implica varie tappe e vari soggetti. Oltre ai lobbysti buoni e cattivi, oltre alle ONG, oltre ai dirigenti politici, oltre agli scienziati, ossia a coloro che già oggi partecipano a questi incontri mondiali sul clima, finalizzati ad accordi più o meno vincolanti sul piano delle politiche industriali, sociali e territoriali, è necessario che sia mobilitato il numero più ampio di cittadini, e questo non può avvenire che in seguito a pubbliche discussioni, inchieste, capillari opere di divulgazione realizzate dagli organi d’informazione, dalla letteratura e dalle arti. Non sto evocando un mondo utopico dove la cittadinanza costantemente ben informata possa intervenire in tutta chiarezza e trasparenza sui processi decisionali che riguardino indirizzi scientifici o sviluppi tecnologici. Sto solo affermando che, nell’attuale contesto di minaccia climatica su scala planetaria, è auspicabile che i cittadini in un modo o nell’altro riescano a costituire un<em> contropotere</em> nei confronti dei potentati economici, in particolar modo i giganti delle energie fossili (carbone, petrolio, gas). Ora, anche ammesso che esista, almeno potenzialmente, un contropotere, esso deve porsi degli obiettivi pratici, e può farlo con una certa efficacia solo <em>in cognizione di causa</em>.</p>
<p>Il termine “contropotere” non è neppure forse il più adatto, perché suggerisce l’esistenza di un potere illegittimo (le multinazionali dell’energia? i dirigenti politici? gli esperti?) a cui si oppone un potere più legittimo. L’uno e l’altro, in realtà, sono definitivamente legati, e non potranno funzionare come realtà indipendenti e autonome. Nella capitolo conclusivo del suo <a href="https://antipodeonline.org/2013/03/19/book-review-mazen-labban-on-timothy-mitchells-carbon-democracy/">libro fondamentale</a>, <em>Carbon Democracy. Political Power in the Age of Oil</em> (Verso, London, New York, 2011), <strong>Timothy Mitchell</strong> scrive riguardo alla duplice minaccia che inquieta il XXI secolo: il limite “fisico” delle energie fossili – ne vorremmo all’infinito, ma esse sono risorse finite – da un lato, e il limite “climatico” dall’altro – se continuiamo a sfruttarne quante ne vorremmo, andiamo incontro alla catastrofe. L’appello ai “limiti” naturali dei “maltusiani” è contraddetto inevitabilmente dall’appello all’innovazione tecnica dei “tecnologi”, che contro qualsiasi affermazione di un limite “naturale” predicano l’imprevedibilità delle soluzioni “tecnologiche”. Di fronte a queste due prospettive, scrive Mitchell:</p>
<p>“Si può preferire una posizione alternativa, che consiste a riconoscere, non che gli esseri politici sono determinati dalle forze naturali, o, all’opposto, che il progresso continuo della scienza e della tecnologia li libererà dai vincoli naturali, ma che noi ci troviamo nel bel mezzo di un numero crescente di controversie sociotecniche. Contrariamente a quello che sostiene l’idea convenzionale della scienza, il cambiamento tecnico non sopprime le incertezze: le fa proliferare. (…) Queste controversie tecniche sono sempre delle controversie sociotecniche, ovvero dei conflitti sui tipi di tecnologie con le quali noi desideriamo vivere, ma anche sulle forme di vita sociale, e sociotecnica, che noi siamo pronti a fare nostre.”</p>
<p>La controversia energetica <em>e </em>climatica non si affronterà semplicemente come un conflitto di cittadini contro le multinazionali dell’energia o contro lo strapotere della tecnologia, ma come una riorganizzazione dei processi democratici, che permettano ai cittadini di parteciparvi efficacemente.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-100677 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="1090" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1024x436.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-768x327.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1536x654.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-2048x872.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-150x64.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-696x296.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1068x455.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-1920x817.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06005-3-987x420.jpg 987w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p><em>Limiti della politica dei “piccoli gesti” quotidiani</em></p>
<p>Qualcuno dirà che da tempo i cittadini “comuni” sono entrati nella controversia climatica. È ormai diffuso un discorso sulla <em>responsabilità</em> di ogni individuo nei confronti dei <em>suoi</em> consumi di energie fossili (diretti e indiretti) e dell’emissione conseguente di gas serra nell’atmosfera; in quest’ottica, d’altra parte, è nato il concetto di <strong>“impronta carbonica individuale”</strong>, elaborato all’inizio del secolo dall’agenzia di comunicazione statunitense Ogilvy &amp; Mather, su richiesta della British Petroleum (BP). I giganti delle energie fossili hanno un chiaro interesse nello spostare la responsabilità sull’individuo consumatore piuttosto che sull’azienda estrattrice. E l’operazione ha avuto un notevole successo. Ma il tipo di responsabilità a cui fa riferimento Mitchell va ben al di là del tentativo individuale di ridurre i consumi d’energia &#8211; tentativo, sia chiaro, non solo lodevole, ma necessario. Non è sufficiente l’emersione di nuove emozioni collettive, come la “vergogna di prendere l’aereo”, perché sia possibile esercitare una significativa responsabilità politica. (Faccio questo esempio, in quanto <strong>Greta Thunberg</strong>, in un suo recente intervento citava la nascita in Svezia del neologismo “flygskam”, che si riferisce appunto alla vergogna di viaggiare in aereo.) Ora, un calcolo sull’impatto che avrebbero comportamenti individuali “eroici” e “realisti” sulla riduzione dei gas serra, secondo gli obiettivi dell’accordo di Parigi – riduzione dell’80% entro il 2050 dell’impronta carbonica media di un cittadino francese – è stato fatto da <a href="https://www.carbone4.com/publication-faire-sa-part"><strong>Carbone 4</strong></a>, un’agenzia di consulenza indipendente e specializzata in strategie a basse emissioni di gas serra, che ha sede in Francia.</p>
<p>Secondo questo studio, nel migliore dei casi, ossia applicando un controllo virtuoso dei gesti quotidiani (rinuncia alla carne e all’aereo, prevalenza dello spostamento in bici, ecc.) si otterrebbe una riduzione del 25% sulla percentuale globale dell’80%. Se tutti questi cittadini virtuosi avessero, inoltre, anche notevoli capacità d’<em>investimento</em>, essi potrebbero attraverso ristrutturazioni, sostituzioni di caldaie, acquisto di auto elettriche, ecc., ridurre di un altro 20% la loro impronta carbonica. La <em>virtù</em> e <em>i soldi</em> di questi cittadini eco-responsabili non li sottrarrebbero però alla necessità di inventarsi qualcosa per fare in modo, stavolta al di fuori della politica dei “piccoli gesti” individuali, che qualcosa si ottenga collettivamente, ossia a livello istituzionale e giuridico affinché sia ridotto quel restante 35% di emissioni che non dipende da loro. In soldoni: anche se fossimo tutti delle irreprensibili Greta Thunberg, noi cittadini europei non potremmo evitare di passare dalla sfera delle scelte individuali e autonome a quella delle azioni pubbliche e politiche, affinché siano realizzati da tutti gli attori in gioco (Stati e imprese incluse) gli obiettivi di contenimento del riscaldamento climatico (accordo di Parigi). Più realisticamente, Carbone 4 ricorda che l’impegno individuale potrebbe in media ridurre le emissioni del 20%, lasciando fuori un corposo 60% che dipende dal nostro ambiente sociale, tecnico e politico. In questa fetta da ridurre, rientrano le emissioni dell’industria, del sistema agricolo, dei servizi pubblici, del settore trasporti, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Politiche contro i criminali climatici o contro le vittime del riscaldamento globale</em></p>
<p>L’insistere sull’efficacia dei “piccoli gesti” quotidiani e sulle nostre abitudini di consumo ha probabilmente qualcosa di rassicurante, ma di certo ci allontana da realtà spiacevoli che riguardano gesti di ben altra efficacia e che vanno in direzione del tutto contraria alla nostra buona volontà. Penso a quelle multinazionali dell’energia che il giornalista francese <strong>Mickaël Correia</strong> chiama <em>criminali climatici</em> e che hanno fornito il titolo del suo ultimo libro d’inchiesta (<em>Criminels climatiques. </em><em>Enquête sur les multinationales qui brûlent notre planète</em>, La découverte, Paris, 2022).</p>
<p>Correia ha realizzato un ritratto in effetti agghiacciante delle tre multinazionali che sono in testa alle classifiche delle emissioni di CO₂ sul nostro pianeta: si tratta di <a href="https://www.theguardian.com/environment/2019/oct/09/revealed-20-firms-third-carbon-emissions"><strong>Saudi Aramco</strong></a>, gigante saudita del petrolio, <a href="https://www.lifegate.it/carbone-cina-investimenti"><strong>China Energy</strong></a>, conglomerato nazionale di aziende che producono elettricità dal carbone e dell’oggi ben noto <a href="https://www.linkiesta.it/2021/03/russia-green-inquinamento-putin/"><strong>Gazprom</strong></a>, leader internazionale del gas sotto controllo del governo russo. “La sinistra trinità delle energie fossili. Se oggi questo trio climaticida fosse un paese, incarnerebbe la terza nazione per emissione di gas serra dietro la Cina e gli Stati Uniti”. Uno dei punti più interessanti dell’inchiesta riguarda non solo le malefatte di questi attori delle energie fossili non occidentali. I criminali climatici (di Stato) godono, infatti, di una vasta complicità nel settore privato dell’energia, della finanza mondiale e della stessa politica in Occidente, e particolarmente in Europa. (Sul fenomeno generale in Europa delle <em>revolving</em> <em>doors, </em>ossia di personale politico che continua la sua carriera nelle lobby delle energie fossili, si può leggere questo <a href="https://issuu.com/europeecologie/docs/report_of_revolving_doors_digital">studio degli ecologisti europei</a> ; sulle infuenze di Gazprom in amibito francese, <a href="https://www.mediapart.fr/journal/economie/140322/gazprom-un-criminel-climatique-russe-tres-implante-en-france">questo articolo</a> di Correia.) Il capitalismo estrattivista, insomma, non ha frontiere né geografiche né culturali né religiose.</p>
<p>L’intervento su tali realtà implica non solo un lineare passaggio dal privato al pubblico, dal personale al politico, ma implica &#8211; come suggerisce Mitchell &#8211; l’invenzione di nuove forme di azione politica assieme a nuove forme di diffusione delle conoscenze, di discussione e confronto pubblico, di auto-educazione collettiva, dentro <em>e </em>fuori i contesti istituzionali. Purtroppo la crisi ecologica, di per sé, non garantisce nessun tipo di necessaria “presa di coscienza rivoluzionaria”. E questo neppure ora, dove si passa dalla previsione scientifica all’esperienza empirica diretta. A partire dall’<a href="https://greenreport.it/news/copernicus-lestate-2021-e-stata-la-piu-calda-mai-registrata-in-europa/">estate del 2021</a>, anche i San Tommasi della climatologia hanno potuto <em>toccare con mano</em> il cambiamento climatico. Non solo esso esisteva per davvero, ma <em>era già lì</em>, a portata delle loro orecchie e dei loro occhi. Tutti, d’altra parte, ci siamo ritrovati come in un film distopico, a fissare imbambolati all’ora di cena immagini televisive di città sventrate dalle inondazioni e massicci incendi di foreste nelle più svariate parti del mondo.</p>
<p>Questa nuova paura climatica potrebbe avere su quegli stessi europei che si ritengono l’avanguardia ecologica del pianeta (anche con qualche legittima ragione), effetti devastanti, innanzitutto sul funzionamento delle nostre democrazie. La volontà individuale e collettiva di cambiamento si scontrerà sempre di più con l’idea che il nostro mondo, ossia le nostre istituzioni politiche e sociali vadano preservate così come sono (con il dispendio energetico che le tiene in piedi) e che queste istituzioni non siano compatibili con i flussi migratori attuali e futuri. Le diverse forze politiche saranno in disaccordo sull’età pensionistica, sulla legislazione relativa all’aborto o ai matrimoni gay – cose certo fondamentali – ma condivideranno un’attitudine bellica e autoritaria nei confronti dei migranti poveri alle loro frontiere. Insomma, come già da tempo si dice, la questione ecologica <em>è </em>indissolubile dalla questione sociale (di classe, all’interno di un paese, e di rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri, sul piano internazionale), ma essa determinerà anche il destino politico dei nostri paesi, ossia la capacità di quest’ultimi di sottrarsi o meno a soluzioni sempre più barbare nei confronti della popolazioni di non-cittadini che cercano di giungere sul nostro territorio.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-100678 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1024x987.jpg" alt="" width="696" height="671" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1024x987.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-300x289.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-768x740.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1536x1481.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-2048x1974.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-696x671.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1068x1030.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-1920x1851.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/DSC06002-2-436x420.jpg 436w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>[Le immagini sono tratte dal fumetto di Jancovici &#8211; Blain, &#8220;Le monde sans fin&#8221;, Dargaud, 2021.]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/22/democrazia-e-riscaldamento-climatico-oltre-la-politica-dei-piccoli-gesti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;arte segreta di diventare umani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/14/larte-segreta-di-diventare-umani/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/14/larte-segreta-di-diventare-umani/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 05:34:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[David Slater]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Lewis Mumford]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Valéry]]></category>
		<category><![CDATA[robotica]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=95014</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Massimo Rizzante</strong><br />E se avessimo puntato tutto sul cavallo sbagliato? Voglio dire sull’uomo plasmato dalla scienza e dalla tecnica? Non abbiamo dato per scontate troppe cose?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo testo introduce l&#8217;edizione italiana di <em>Le trasformazioni dell&#8217;uomo</em> di Lewis Mumford, in uscita per Mimesis e pubblicate originariamente nel 1956 e 1972.]</p>
<p>di <strong>Massimo Rizzante </strong><em>                                                                           </em><em> </em></p>
<p><em>La corsa è truccata</em></p>
<p>E se avessimo puntato tutto sul cavallo sbagliato?</p>
<p>Voglio dire sull’uomo plasmato dalla scienza e dalla tecnica? Non abbiamo dato per scontate troppe cose?</p>
<p>E se ci fossimo sbagliati anche quando, non riconoscendo più nell’uomo che ci passa accanto nessun tratto distintivo, abbiamo cominciato per amore verso i cavalli e l’erba che calpestano a puntare gran parte della posta sul fatto che in fondo siamo tutti esseri viventi? Uomini, cavalli, ciuffi d’erba calpestati, insetti e perfino quegli scommettitori tanto incalliti quanto entusiasti che se ne stanno tutto il giorno nei laboratori della Silicon Valley a programmare l’erba, il cavallo o l’uomo del futuro?</p>
<p>Certo, secoli e secoli di falso umanesimo e di filosofico accanimento nel tentativo di conoscere ogni mistero, ci hanno condotto ad avere più fiducia nel fiuto del nostro cane, nella sensibilità di un ficus, o nella ricerca del gene della felicità che in noi stessi. Chi, dopo una separazione, o la morte di un figlio, ha mai pensato davvero che Leibniz, Hegel o Goethe potessero essergli di aiuto? “Le antenne della specie”, come una volta Pound definì pensatori e artisti, oggi sono quelle dei ripetitori di telefonia mobile in 4H. C’è chi ha anche messo in dubbio con buoni argomenti che l’educazione, a parte ciclici fallimenti delle riforme scolastiche e universitarie, sia in generale un valido sostegno. E la risposta è no, è sempre stata no, nel XVI come nel XIX secolo, se si desidera a tutti i costi applicare le grandi lezioni della cultura alla vita di ogni giorno. Ed è no, anche quando, a partire dalla seconda metà del XX secolo, la scienza e la tecnica hanno preso sempre più il posto della letteratura, dell’arte e della filosofia. Di fronte allo squallore di una città degradata non mi è di conforto sapere che la Cina, battendo sul tempo Google, ha recentemente creato Jiuzhang, un computer quantistico che usa particelle di luce per eseguire in duecento secondi un calcolo che richiederebbe seicento milioni di anni. Jiuzhang riuscirà forse a battere sul tempo i nostri battiti di ciglia e a ricreare una splendida città rispetto a quella che siamo soliti vedere. Ma si tratta di una macchina. Si tratta di cifre, il cui scopo è letteralmente quello di confonderci: confondere la realtà numerica con quella organica dei corpi affinché i corpi smettano di reclamare affetto, cura, condivisione, smettano di essere organi senzienti e si trasformino in pure funzioni tracciabili, o in pazienti da medicalizzare. Si tratta di comprendere che il fascino per il  numero e per la macchina è tanto antico quanto l’uomo ed è frutto della sua immaginazione e della sua realtà. Di quello stesso uomo che, assistendo all’agonia del suo cane, non si consola con la lettura né di Cartesio né di Montaigne. E neppure si mette a sfogliare un trattato di etologia o si balocca con la speranza che il suo cane possa ritornare a scodinzolargli tra le gambe grazie all’intervento provvidenziale di una stampante 3D.</p>
<p>O, forse, non è così. Forse mi sto illudendo.</p>
<p>Forse la mia innocenza non è più quella dell’odierno padrone nei confronti del suo cane moribondo. Forse non esistono più padroni e cani, ma solo esseri viventi e macchine. E padroni e cani che, in quanto esseri viventi che sognano di diventare macchine, per quanto storicamente transeunti nelle prime decadi del XXI secolo, sono tutti affetti dalla stessa malattia romantica che ha corrotto l’innocenza esaltandola in modo esagerato e rendendola una forma di fuga dalla realtà, mentre essa, per quanto mi riguarda, non esprime che la mia ammirazione per quello che è stato creato. La mia è l’innocente ammirazione di un realista per quello che c’è, mentre forse uomini, cani e scienziati che desiderano diventare macchine, oggi, preferiscono la copia di quel che c’è, o c’è stato, meglio se in 3D, meglio ancora se prodotta da un computer quantistico cinese. Meglio se una “bella copia”, migliorata, aumentata, imperitura. Non è un caso se gli animali-robot stiano diventando in molti paesi civilizzati un ottimo metodo di formazione negli asili nido e nelle scuole materne. Al loro contatto, leggo in un recente articolo di una zoologa di Auckland (Australia), i bambini sono costretti a giocare responsabilmente: “hanno la gioia di entrare a contatto con una macchina, che per quanto elettronica, è zoomorfa e possiede un’intelligenza artificiale”. Se la rompono, vengono ripresi. Sanno che la prossima volta dovranno stare più attenti. “Imparano che non si distruggono le cose, tantomeno le persone e sperimentano la socialità con il diverso da sé. E tutto questo, naturalmente <strong>senza fare davvero del male a nessun essere vivente”</strong>. La stessa équipe di Auckland ha testato anche diverse case di riposo per anziani. Bene, i cuccioli-robot si sono dimostrati molto più validi del bingo e delle gite in città per alleviare solitudine e depressioni.</p>
<p>Per Cartesio l’uomo era poco più di una macchina. Per Montaigne le bestie erano in grado di provare sentimenti. Molti animali, è noto, sembrano a volte manifestare una certa sensibilità e perfino una coscienza elementare: i lupi ululano alla luna; elefanti, scimpanzé ed orche si riconoscono guardandosi allo specchio; i delfini giocano per ore, mentre le cornacchie dispongono sulla strada file di noci, di cui vanno ghiotte, affinché le auto, schiacciandole, le aprano al posto loro. Gli animali, sebbene con un paio di secoli di ritardo rispetto agli uomini, sono riusciti ad ottenere una carta universale dei loro diritti. Non importa che né l’una né l’altra siano granché rispettate. Ciò che importa è che l’uomo stia a fianco degli animali e che lotti per i diritti di ogni essere vivente. In una vera democrazia, ovvero in una bio-democrazia planetaria, tutti gli esseri viventi hanno diritto di esprimersi, di votare, di essere liberi, di associarsi. Per i doveri c’è sempre tempo. Ed anche per la vera innocenza nei confronti della natura e il senso dell’umorismo.</p>
<p>Tuttavia, oggi dobbiamo cominciare a fare i conti, oltre che con i diritti degli animali e in generale di tutti gli esseri viventi, anche con quelli dei robot. In Giappone da alcuni anni insigni giuristi stanno preparando un nuovo codice civile e penale che comprenda crimini o abusi di o a danno delle intelligenze artificiali. L’Europa, dal canto suo, non è affatto in ritardo. Di recente ho letto alcune raccomandazioni della Commissione europea in materia di <em>copyright </em>nel caso di “opere di ingegno create da intelligenze artificiali alle soglie della quarta rivoluzione industriale”. In altre parole, la Commissione si pone il problema se un robot possa essere considerato autore di un’opera, divenendone titolare dei relativi diritti di utilizzazione economica. La Commissione sta cercando, insomma, di elaborare dei criteri per definire una “creazione intellettuale propria” da parte della macchina, suggerendo la creazione di un nuovo “<em>genus</em> giuridico” titolare di proprietà intellettuale: il soggetto digitale. Ma le cose non sono semplici. Il soggetto digitale può essere ritenuto direttamente responsabile nel caso in cui le sue opere risultino plagio di opere create da terzi, cioè da esseri umani o animali? E di conseguenza: che cosa ne è delle nozioni di <em>copyright </em>e di plagio, nate con la carta dei diritti dell’uomo e del cittadino più di due secoli fa?</p>
<p>A questo proposito c’è una storia, o storiella, che ho letto un paio di anni fa durante un mio soggiorno a Montréal, in Canada. Nemmeno i canadesi scherzano quando c’è da spendere il denaro pubblico per “la ricerca e l’innovazione”. Dopo il Giappone e gli Stati Uniti, il Canada è il “terzo ecosistema di intelligenza artificiale per numero di esperti in robotica e apprendimento automatico”. La storiella, comunque, data 2014 e ha come protagonista David Slater, un fotografo naturalista inglese, e un macaco indonesiano. Il buon David, mentre sta realizzando un servizio fotografico su un gruppo di scimmie, lascia per alcuni minuti incustodita la sua macchina fotografica. Un macaco, come fanno tutti i macachi in presenza di qualsiasi oggetto, la prende, se la mette a tracolla e inizia a scattare una serie di fotografie, tra cui diversi <em>selfie</em>. Il caso fa sì che due <em>selfie</em> riescano perfettamente. A quel punto il fotografo naturalista si pone pubblicamente una domanda che lascerà il segno nella storia della specie umana: di chi sono i diritti di utilizzazione economica di quei due <em>selfie</em>? Il fotografo, che aveva predisposto la macchina fotografica in modo che potesse accadere quel che poi è accaduto, oppure il macaco? Ma un macaco può considerarsi “un soggetto animale proprietario di diritti d’autore”? La vicenda arriva nelle aule giudiziarie. In primo grado i giudici decretano che “degna di tutela è solo una creazione frutto di lavoro intellettuale”. Perciò attribuire a un soggetto diverso dall’essere umano la qualità di autore di un’opera dell’ingegno (<em>mind</em>) è impossibile. La <em>querelle </em>non finisce e alla fine il fotografo, spinto  dall’opinione pubblica, dai partiti ambientalisti e forse da un certo senso di colpa, decide di donare  una percentuale dei proventi dei due <em>selfie</em> scattati dal macaco a un’associazione animalista. Così vanno le cose con i macachi. Tutt’altra faccenda quando entra in gioco l’intelligenza artificiale con i suoi “soggetti digitali”. L’evoluzione tecnologica sta portando alla creazione di macchine intelligenti pronte a prendere decisioni in modo autonomo dagli umani e a superare presto le nostre capacità intellettive. Come si può negare a un robot le cui prestazioni intellettuali saranno ben presto molto superiori alle nostre il <em>copyright</em> sulle sue opere con relativi diritti d’autore? È notizia dell’anno scorso che un robot ha creato una serie di opere musicali che formeranno parte di un album destinato a essere commercializzato, mentre un altro robot ha appena terminato una sceneggiatura e un altro ancora una vera e propria opera letteraria.</p>
<p>L’intelligenza artificiale corre, corre, corre molto più di un uomo e anche di un cavallo lanciato al galoppo. Del resto, si tratta di un cavallo-macchina e per giunta la corsa è truccata. Il cavallo-macchina, infatti, corre senza veri avversari. I <em>bookmakers</em> “della ricerca e dell’innovazione” di tutto il mondo danno la sua vittoria 100.000 a 1. Per batterlo ci vorrebbe solo un miracolo!</p>
<p><em>Un cavo teso al di sopra di un abisso</em></p>
<p>Vi ricordate il buon vecchio Nietzsche? Prima del suo ultimo periodo e del collasso mentale avvenuto a Torino il 3 gennaio del 1889 davanti allo sguardo lucido di un cavallo – non un cavallo da corsa, ma un vecchio cavallo preso a calci e a frustate da un cocchiere – aveva scritto <em>Così parlò Zarathustra</em> (1885), che lui stesso definì il libro “più profondo che sia mai stato scritto”. Con quel tono biblico da Discorso della Montagna che gli è proprio, già nel celebre prologo Zarathustra annuncia uno dei suoi grandi temi. Rileggendo il brano, ho sostituito mentalmente a metà della prima frase la parola “superuomo”, con la parola “macchina”. Così:</p>
<p>&#8220;L’uomo è un cavo teso tra la bestia e <em>la macchina</em>, — un cavo teso al di sopra di un abisso.</p>
<p>Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi.</p>
<p>La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una<em> transizione</em> e un <em>tramonto</em>.&#8221;</p>
<p>E subito le parole di Zarathustra hanno assunto i tratti di una vera profezia. Tutto mi è parso più chiaro. Forse Nietzsche valuta la “grandezza dell’uomo” nell’essere solo un ponte e di non avere nessuno scopo se non quello di tramontare in quanto essere umano in modo da compiere finalmente quel passaggio “periglioso”, ma decisivo, verso la sua ultima trasformazione in una macchina. Solo così, mi sembra di capire, l’uomo smetterà di essere un “cavo teso” sopra l’abisso del nichilismo, terrorizzato dal suo passato animale e incerto sulle gambe a causa di un presente il cui annuncio “rabbrividente” della morte di Dio, cioè della morte di ogni “realtà dietro la realtà”, risulterebbe privo di ogni prospettiva.</p>
<p>Questo vorrebbe dire allora che l’uomo, se davvero desidera superare l’abisso che egli stesso ha scavato dentro e fuori di sé, non ha altra scelta che scomparire? Non ha altra chance che abbandonare la sua specie, la sua storia, i suoi tratti distintivi, il suo corpo?</p>
<p>Beh, calma. Conosco un po’ le sirene del post-umanesimo e quelle, ancora più cacofoniche del trans-umanesimo, ma in giro, mi chiedo, non c’è più nessun Ulisse, o almeno qualche Telemaco privo di complesso di Edipo, in grado di tapparsi le orecchie? Il terrore di fare scalo nell’isola di Circe e vedersi trasformati in un branco di porci non è poi così lontano da quello di ritrovarsi un giorno in una casa di riposo del Vermont o della bassa padana con un cucciolo-robot come unica compagnia.</p>
<p>O non è così? Forse, come spesso mi capita, sopravvaluto i miei contemporanei. Come si fa a non vedere che tribalismo e high-tech vanno a braccetto in ogni angolo di strada? Del resto, dovremmo saperlo che il culto della macchina, se spinto agli estremi, fa sorgere dalle profondità dell’inconscio i nostri istinti più primitivi e violenti. E qui, mi sa, crolla l’idea che un superuomo-macchina possa farci fare un balzo al di là dell’abisso del nichilismo. Per il semplice fatto che il superuomo-macchina è quell’abisso. E l’uomo che aspira a quell’ideale, anche se non fosse armato di ogni sorta di bomba nucleare e di arma biologica, sarebbe già in grado di determinare la fine della specie grazie solo al suo rapido galoppare sulla strada maestra, inaugurata nel XVII secolo, e che in realtà è un vicolo cieco. Tuttavia, la situazione in cui viviamo ormai da diverse decadi non ha nulla a che vedere con quella del XVII secolo, e neppure con le rivoluzioni economiche, politiche e sociali del XVIII e del XIX secolo. Il vero abisso nichilistico inizia con la prima guerra mondiale. E, se stiamo alle profezie di Nietzsche, durerà almeno due secoli. Ciò significa che siamo in mezzo al guado. Siamo al centro di un cavo teso tra la bestia e la macchina, con in più una sola consapevolezza – una consapevolezza che è la più grande eredità del XX secolo: che la frontiera tra l’una e l’altra non è soltanto labile. <strong>L’umano non è qualcosa che si può definire una volta per sempre. Sta all’uomo di ogni epoca storica decidere che cos’è umano e che cosa no, che cosa lo differenzia dall’animale e, oggi, dalla macchina.</strong> L’uomo non è l’animale più nobile del creato per il semplice fatto che si è emancipato dalla sua animalità. Divenire umani è un’arte segreta, è una conquista faticosa, un compito infinito. L’uomo può trasformarsi in un macaco che si fotografa in qualsiasi momento. E, oggi, anche in un “soggetto digitale”. Quel che dovremmo fare è non dimenticare che siamo corpi e menti naturali e che viviamo all’ombra dei nostri sensi, lottando con i fantasmi delle cose e perciò dobbiamo essere consapevoli della nostra instabilità, della nostra cecità, della nostra ignoranza. Del resto, che cos’è la cultura, ci direbbe Lewis Mumford, “se non una potente messinscena attraverso cui l’uomo cerca di rafforzarsi nella sua illusione originaria di non essere, in fondo, un semplice animale?”. Ma, se l’esistenza dell’uomo sarà sempre più interamente consacrata all’incessante trasformazione della natura attraverso il perfezionamento della macchina, le tendenze animali dell’uomo, così come le sue molteplici manifestazioni storiche dall’epoca primitiva fino alle grandi civiltà, o saranno eliminate come impensabili o faranno esplodere l’intera struttura. Non si tratta di scagliarsi contro la scienza o la tecnica, ma di non soccombere a un’idea di ragione che denigra come irrazionale, visionario, o semplicemente inutile, l’immenso spettro delle potenzialità umane. Quando la razionalità riduce tale spettro, si trasforma in quella sorta di delirio raziocinante secondo il quale solo ciò che è impersonale ed empirico, oggettivo e quantificabile è degno di essere conosciuto. Così la neuroscienza (dopo il comportamentismo, dopo il cognitivismo) ha preso il posto dello studio dell’inconscio, la neuro-estetica (dopo lo strutturalismo, dopo la semiotica) quello dell’arte. Gli dei della scienza e del “realismo filosofico” banchettano in tutte le università e negli istituti di ricerca, accompagnati da code di esperti il cui unico standard di comprensione è basato sui fatti. I fatti! Perfino gli scrittori hanno capitolato di fronte alla forza dei fatti e non si sentono più in dovere di abbracciare il mondo con l’immaginazione! Intanto le nostre esistenze si riducono al conteggio delle vittime, al superamento di test elaborati da un algoritmo, o ad accumulare ogni giorno una valanga di informazioni nel tentativo di non provare vergogna – la terribile e ridicola vergogna di fronte alla macchina di cui parlava Günther Anders –  davanti alle capacità superumane del nostro computer. La grande differenza tra la nostra epoca e quella in cui Nietzsche si lamentava dei danni che un eccesso di Storia poteva produrre alla vita è che oggi non è il passato che minaccia di seppellirci vivi, ma piuttosto un presente continuamente sollecitato dal cambiamento. Un cambiamento che, sebbene tutti – politici, giornalisti, professori, ecologisti, top-model e stelle di Hollywood – facciano a gara nel dirci quanto sia insostenibile, non riesce a darsi un limite. Il fatto è che il nostro presente, non essendo più in grado di compararsi e perciò di pensarsi (<em>penser est comparer</em>, dicono i francesi) in relazione con altri presenti storici, ha perduto la stessa nozione di limite. Il pericolo non deriva da un eccesso di forme tradizionali, per altro moriture o vissute senza alcuna ritualità. La Storia non è solo un incubo – lo può essere, lo è stata –, ma anche una consolazione: una terra da riscoprire e in cui trovare possibilità di vie di uscita dal nostro presente già sperimentate con successo.</p>
<p>A proposito di profezie, sentite che cosa diceva Paul Valéry, un poeta che non amo molto, ma anche, soprattutto nei <em>Cahiers</em>, un grande fenomenologo che non mi stanco di leggere, più o meno all’epoca dello scoppio della prima guerra mondiale:</p>
<p>&#8220;La nuova era produrrà ben presto uomini che non saranno più attaccati al passato per mera abitudine. Per questi uomini la Storia non sarà altro che un insieme di strani, incomprensibili racconti; non vi sarà nulla nel loro tempo che si sia mai visto prima – e nulla del passato sopravvivrà al loro presente. Tutto ciò che nell’uomo non è puramente fisiologico sarà alterato, poiché la nostre ambizioni, le nostre idee politiche, le nostre guerre, i nostri costumi, le nostre arti attraversano una fase di rapido cambiamento; dipendono sempre più dalle scienze positive e di conseguenza sempre meno da ciò che in passato determinava l’esistenza. I <em>fatti nuovi</em> tendono ad assumere l’importanza che un tempo apparteneva alla tradizione e ai <em>fatti storici</em>.&#8221;</p>
<p>Il pericolo non è nell’adorazione del passato, ma nel rifiuto del passato, e nell’aver dimenticato che nessuna generazione è in grado, nella sua limitata esperienza, di misurare la dimensione delle potenzialità umane. Noi non siamo gli ultimi, e neppure i primi. Sebbene ogni nuovo nato ricominci daccapo il cammino dell’uomo, ogni nuovo nato non è mai solo se stesso, ma parte di un discorso, parte di un patrimonio antropologico, storico e spirituale. Il fatto di essere un italiano che vive nel XXI secolo cancella forse il mio essere anche un greco, un romano, un cristiano, un europeo? Cancella tutti i miei ego storici vissuti e scomparsi dal neolitico alla civiltà cosiddetta dell’informazione? Il passato, il presente e il futuro non devono essere concepite come fasi temporali successive, ma come un <em>continuum </em>organico in cui il passato è ancora presente in un futuro che è già all’opera in modi imprevedibili nelle menti degli uomini sotto forma di sogni, fantasie, idee.</p>
<p>Ma c’è un effetto ancora più devastante provocato dalla nostra fede nella sacra alleanza tra novità e sapere tecno-scientifico, per cui ci sentiamo più infantilmente adulti e più liberi di tutte le generazioni che ci hanno preceduti. Si sente ancora dire da qualcuno, probabilmente non del tutto colonizzato dal <em>verbum </em>dell’informazione, che il tempo farà il suo corso, che con il tempo i valori verranno ristabiliti e che, al limite, dopo la morte ciascuno troverà il suo posto, sarà riconosciuto. Ebbene, credo che anche qui si sia superato un limite. Al dolore della morte di qualcuno, si aggiunge un dolore tanto più intenso quanto più il cambiamento di costumi, di idee, di significato delle parole si fa vorticoso, permanente, senza sosta, <em>establishement</em>. Morire fisicamente non basta. Bisogna diventare incomprensibili a coloro che restano. Animali estinti, fossili, esseri spiritualmente obsoleti, essendo la rapida obsolescenza delle macchine – e loro relativa intercambiabilità – l’unico criterio rimasto.</p>
<p>Sto esagerando? Sono un pessimista quando osservo come il sistema tecnologico del XX secolo ha distrutto l’autonomia individuale, le basi della democrazia e la stessa civiltà? Se l’arte segreta di coltivare l’umanità è sul punto di perdersi? Se il disastro, allo stesso tempo ecologico, sociale e soggettivo, non mi fa presagire che una sola alternativa: o l’inizio di una post-umanità in cui saremo asserviti completamente alle macchine o una nuova epoca che avrà come scopo l’unità tanto dell’uomo in quanto specie quanto dell’uomo come individuo?</p>
<p>Non so. In ogni caso l’idea di trovarmi a vivere nel punto più basso e degenerato della storia umana è qualcosa che rigetto, come rigetto il mio infantilismo e il mio desiderio “umano, troppo umano” di fuggire la realtà. E allora? Allora, dato che accrescere le conoscenze senza al tempo stesso imparare che uso farne avvelena l’esistenza, meglio ingoiare qualche antidoto contro la religione del progresso che, dopo la “morte di Dio”, sembra essere il nostro pane quotidiano che spezziamo per non morire di fame, ma che speriamo non diventi il nostro unico alimento.</p>
<p>Per questo mi sono messo a tradurre, che è sempre il miglior modo di leggere, <em>Le trasformazioni dell’uomo</em>. Leggete questo libro del 1956. Vi sembrerà più nuovo dell’ultima versione di Apple. E non dimenticate: “<em>Non abbiamo imparato nulla dall’esperienza storica finché non abbiamo imparato che l’uomo non vive facendo ricorso alla sola intelligenza</em>”. Parola di Lewis Mumford. E, per qual che vale, anche mia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/14/larte-segreta-di-diventare-umani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>AGRICOLTURA E SCIENZA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/12/larmadio-di-berenice-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/12/larmadio-di-berenice-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura biodinamica]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura biologica]]></category>
		<category><![CDATA[Freom farm to fork]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca agronomica]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=92908</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori</strong> <br />Nell’ambito del dibattito attorno all’approvazione della legge sul biologico, e delle polemiche che lo accompagnano, Internazionale ha pubblicato un interessante reportage di Stefano Liberti sull’agricoltura biodinamica.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori<br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-93342" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid.jpg" alt="" width="450" height="338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211005_165519_rid-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a>Nell’ambito del dibattito attorno all’approvazione della legge sul biologico, e delle polemiche che lo accompagnano, <em>Internazionale</em> ha pubblicato un interessante <a href="https://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2021/09/20/agricoltura-biodinamica-parlamento">reportage di Stefano Liberti</a> sull’agricoltura biodinamica. Esso ha il pregio di mettere il naso in alcune aziende, dopo tante rappresentazioni caricaturali, o per meglio dire aprioristiche scomuniche, che hanno costellato gli interventi e di far parlare alcuni agricoltori del settore. Mostrando che certo, ci sono alcune pratiche che la scienza non può provare, ma anche e soprattutto degli ottimi e innegabili risultati in termini produttivi, economici e ambientali.<br />
L’indagine di Liberti aiuta a vedere da vicino il piccolo mondo dei coltivatori biodinamici. Le persone intervistate per dare voce anche a chi critica questi metodi, tirano però fuori i soliti luoghi comuni che riflettono una condanna senza appello, facendo leva su un supposto minaccioso pericolo di un correlato oscurantismo, risultato della negazione della razionalità e della scienza. E l’autore stesso conclude che sono attualmente compresenti “due diversi e poco conciliabili modelli agricoli: il primo, quello convenzionale, basato sulla chimica e sul cosiddetto ciclo azoto-fosforo-potassio; il secondo basato maggiormente su un approccio rigenerativo e un’attenzione alla fertilità del suolo”. Quasi si trattasse di affinità personale per l’una o per l’altra visione, e insomma di opinioni, e come se la scienza, che è appunto al centro della polemica che riguarda l’agricoltura biodinamica, e dell’articolo, non entrasse in gioco.<br />
Quando invece sono proprio le varie discipline scientifiche che ci dicono, gridano, che l’agricoltura attuale ci ha portati a danneggiamenti irreversibili del suolo (che riducono le superfici coltivabili, e le rese), a insostenibili consumi di materie fossili (la sintesi dei principali concimi chimici, quelli azotati, richiede molta energia fossile) e di risorse naturali (i concimi fosforici si trovano in natura, ma le riserve si stanno esaurendo), a insostenibili emissioni di gas a effetto serra (il problema è che l’agricoltura emette principalmente i più nocivi, e in particolare metano e ossidi di azoto), a una tragica diminuzione della biodiversità delle piante coltivate, a apocalittici effetti sugli insetti, compresi i pronubi, necessari per l’impollinazione (e quindi per la vita delle piante, e per la nostra alimentazione). La scienza di dice che a questi danni letali si aggiungono i malanni riparabili, ma in genere non facilmente, e spesso con costi molto alti, alla fertilità del suolo (in particolare la molto problematica diminuzione di sostanza organica), alle falde, ai corsi d’acqua, ai laghi.<br />
La scienza ci dice che il modello di agricoltura prevalente nei paesi ricchi, e che si è voluto esportare con maggiore o minore fortuna in quelli poveri, ci sta portando alla catastrofe, e non potrà produrre a lungo le derrate alimentari che ha fornito per un breve periodo che va da qualche decennio a un secolo. Lo dicono in modo sempre più documentato le pubblicazioni scientifiche, ma anche gli organismi internazionali che si occupano di agricoltura e di ambiente, nonché il gruppo <em>Gruppo intergovernativo</em> sul cambiamento climatico. E lo dicono in modo sempre più accorato sempre più numerosi appelli singoli o collettivi di scienziati. Questa valanga di incontrovertibili voci e prove ha influenzato l’ambiziosissimo cambio di rotta (il Green Deal) dell’Unione Europea, e ha modellato le due annesse strategie specifiche <em>From farm to fork</em> e <em>Biodiversità</em>. E anche la maggior parte dei singoli Stati sono stati obbligati a cominciare a correre ai ripari, con una riluttanza minore o maggiore. Perfino gli Stati Uniti, patria dell’agricoltura industriale più impattante e degli organismi modificati, negli ultimi anni hanno condizionato gli aiuti pubblici all’adozione di norme di lavorazione dei suoli e di protezione delle zone vulnerabili (Farm Bill).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-93340" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid.jpg" alt="" width="450" height="338" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/20211008_084646_rid-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a><br />
Porre il problema in termini di contrapposizione tra chi crede nella scienza, e appoggia una agricoltura convenzionale, e chi non ci crede, e si ripiega verso tecniche biologiche (e biodinamiche), come fa Liberti, e con lui ben più intransigenti e faziosi scienziati (che di solito non conoscono l’agricoltura), è una rappresentazione che non rispecchia in alcun modo la realtà dei fatti. Si tratta purtroppo di una crisi generale dell’agricoltura, analizzata in modo sempre più chiaro dalla scienza, per la quale vanno trovate in tutta fretta delle soluzioni che non possono prescindere dalla scienza. Mettendo a punto delle tecniche non impattanti, a basso o alto contenuto tecnologico (la discriminante è piuttosto questa), atte a produrre abbastanza cibo per nutrire tutta l’umanità anche in futuro (per ora ne produciamo in sovrabbondanza, la fame non è legata a una penuria).<br />
L’agricoltura biologica, che per molti versi si ispira alle pratiche agricole tradizionali, avendo sempre fatto attenzione a venire a patti con la natura, rappresenta una validissima risposta, un campo di esperienze dove può attingere, anche se per molte colture (non tutte) ha rese minori (soprattutto in termini di una maggiore richiesta di manodopera). Per nutrire in particolare l’Africa, dove la rivoluzione verde non ha funzionato, e i suoi futuri due miliardi di abitanti, questa è senz’altro l’unica via praticabile, sono ormai d’accordo i massimi esperti e gli organismi pubblici e privati (si veda il <a href="https://www.editions-harmattan.fr/livre-souverainetes_agricole_et_alimentaire_en_afrique_la_reconquete_pierre_jacquemot-9782343223988-68444.html">recente libro di Pierre Jacquemot, l’Harmattan, 2021</a>).<br />
Per essere efficiente e ecologicamente valida anche l’agricoltura biologica, così come la permacultura e l’agricoltura biodinamica (tutte volte a una maggiore connessione con i meccanismi della natura), hanno però bisogno di migliorie, confronto di esperienze, sperimentazioni scientifiche, investimenti, esattamente come l’agricoltura convenzionale. Si trovi un valido agricoltore biologico italiano che non è d’accordo con questa affermazione. Quando, ricordiamolo, l’Italia è l’ultimo paese in Europa, con la Grecia, per gli investimenti nella ricerca agronomica (ma anche nei Paesi dove si spende di più gli approcci non convenzionali sono marginalizzati). La contrapposizione frontale tra due modelli,  come se i problemi non fossero gli stessi, come se non ci fossero di fatto soluzioni intermedie (una agricoltura industriale meno impattante, una agricoltura biologica industriale …), e passerelle (tecniche che migrano in un senso o nell’altro), fa comodo solo a chi vuole mantenere lo status quo. Vale a dire principalmente alle lobby dell’agrochimica, che come Liberti sa meglio di chiunque altro, avendo analizzato a fondo i destini a esse legati delle derrate alimentari, sono potentissime, controllano una grossa fetta della ricerca (anche pubblica),  e sono influentissime sulle scelte politiche (in Europa come negli Stati Uniti) e sul modo stesso di come le problematiche sono rappresentate e affrontate, dagli addetti al lavoro come nelle università.<br />
Tasto molto dolente, chi si ritrova ora a difendere l’indifendibile “agricoltura chimica”, quella che vede la produzione agricola nei riduttivi termini di apporti di concimi chimici e di pesticidi, ignorando le complesse dinamiche ecologiche coinvolte, sono i principali interessati, gli agricoltori. Non tutti, perché molti sono sempre più coscienti dei problemi in gioco, ma i meno preparati, i meno informati, i meno aperti. Che sono pur sempre tanti, la maggioranza. Per decenni i coltivatori sono stati ammaestrati con rigide ricette imposte dall’alto, sono stati abituati a vedere le loro pratiche nei riduttivi termini che facevano comodo a chi vendeva i prodotti chimici, ignorando che in un cucchiaino di terra ci sono miliardi di microrganismi, alcuni dei quali essenziali, e che ogni intervento ha i suoi complicati effetti, le sue ripercussioni sull’ambiente. In una soggiacente visione semplificata della natura, ricevevano ben precise soluzioni: centocinquanta unità di azoto, cinquanta di potassio e quaranta di fosforo, duecento grammi di formulato per ettolitro. Perdendo così la loro millenaria attitudine all’osservazione, all’attenzione, al ragionamento, la loro propensione alla prevenzione, alla prudenza, all’innovazione, allo scambio di esperienze. Perdendo, aggiungo per inciso, la passione per la terra, per il loro lavoro.<br />
Si noti che queste attitudini, comparse parallelamente alle prime colture già nell’antica Mesopotamia, come documentano le tavolette di argilla che si riferiscono all’agricoltura, sono alla base della scienza, che appunto nomina, classifica, mette ordine e sperimenta a partire dall’osservazione. I mesopotamici, grandi coltivatori, erano acuti osservatori, argutissimi redattori di (prescientifici) elenchi e liste. Doti analitiche che l’agricoltura biologica e biodinamica si sforzano ora faticosamente di recuperare, e senza le quali esse non possono essere praticate. È molto più difficile fare agricoltura biologica che convenzionale, ci vogliono più capacità di osservazione, più informazioni, più intelligenza, più curiosità, più volontà. Insomma più scienza. Per chi conosce un minimo le aziende biologiche (e biodinamiche), opporre il loro approccio a quello scientifico, non ha fondamento. Uno degli intervistati nel reportage invoca a chiare lettere l’aiuto della scienza per spiegare interventi che nei fatti si mostrano validi. A meno che per scienza si intendano solo le sperimentazioni svolte in chissà quale ambiente &#8211; le caratteristiche del sito sono sempre fondamentali in agricoltura – e dando per scontato un modello di comodo della natura, sotto l’ala dei colossi dell’agrochimica: chi le conosce, e non ignora la molteplicità di fattori in gioco, ne conosce anche i limiti intrinseci. E a meno di intendere per scienza solo la genetica molecolare e la microelettronica. Resta il fatto che se l’approccio di un agricoltore biologico non è attento e razionale (scientifico), la sua attività, viste le poche armi a sua disposizione, è destinata a fallire.<br />
Molti agricoltori, e le loro associazioni professionali, preoccupati (legittimamente) per i loro redditi e per i loro futuro, sono ora gli acerrimi nemici, e forse il principale ostacolo, per una svolta ecologica del settore agricolo. Nelle recenti asprissime negoziazioni per la nuova Politica agraria europea (PAC 2023-2027), si è visto bene come molti Stati, a cominciare dalla Francia, hanno dovuto ridimensionare le loro ambizioni in campo ambientale per non indisporre eccessivamente gli animi degli agricoltori, che sono anche dei temuti elettori, e delle loro potenti organizzazioni. Del resto vanno capiti anche loro. È facile proibire, standosene seduti in un ufficio a Bruxelles, l’utilizzo di questo o di quel formulato chimico, o decretare che la quantità di pesticidi deve essere ridotta del 50% di qui al 2030. Molto più arduo è poi ritrovarsi abbandonati a sé stessi in una fattoria, con l’incertezza dei guadagni, a combattere per avere dei buoni raccolti senza le armi alle quali si è abituati (purtroppo impattanti), senza che siano proposte delle valide alternative.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-93341" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid.jpg" alt="" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/DSC_0189_rid-628x420.jpg 628w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a><br />
Stupisce come in un Paese dove il biologico ha un così grande peso, anche economico, con migliaia di persone e associazione e strutture coinvolte (compresi i sempre più numerosi biodistretti), e una presenza crescente anche nelle istituzioni (al voto della legge in Senato c&#8217;è stato un solo voto contrario), trovino tanto spazio mediatico visioni dell’agricoltura biologica (e biodinamica, che funge da capro espiatorio) tanto scontate e lontane dalla realtà. E come anche le argomentazioni più superficiali e retrive, che ricordano da vicino quelle in Francia negli anni Settanta, stando a quello che racconta uno dei pionieri di quella fase, Claude Aubert, provochino reazioni appena udibili dal grande pubblico. Altrove, anche dove prevale l’agricoltura industriale, e il biologico ha un peso molto minore, analoghi attacchi, con argomenti così inconsistenti e così arroganti, provocherebbero una violenta levata di scudi sui media di associazioni, singoli agricoltori, ricercatori, esperti, ecologi, filosofi che si occupano del concetto di natura e dei rapporti tra uomo e natura, addetti alla filiera bio, che riporterebbe il dibattito su binari meno “ideologici”, e più utili. Certo, Petrini interviene su Repubblica, ma la sua voce isolata fa un po’ l’effetto di un vecchio saggio costretto a rimettere, dalla sua trincea, i puntini sugli i. E la stessa Repubblica da peraltro enorme spazio a irrealistiche tecnologie innovative basate sugli assunti più miopi dell’agricoltura industriale. L’impressione che resta è che l’ambiente, e i problemi ambientali dell’agricoltura, che non a caso nel piano di rilancio è considerata come un comparto da riammodernare, senza cambiare nulla, senza alcun miglioramento delle conoscenze, non siano considerati strategici, e siano snobbati dal mondo intellettuale. Anche dopo l’emergenza sanitaria, che è un risultato degli stravolgimenti ambientali, anche dopo le dure prove dei cambiamenti climatici che hanno colpito quest’anno l’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: chi fosse interessato può vedere anche un mio pezzo precedente (3 agosto) su Micromega: <a href="https://www.micromega.net/agricoltura-biologica-biodinamica-ambiente/">Agroecologia, agricoltura biologica, ricerca</a><br />
</em><em>Sull&#8217;agricoltura biodinamica segnalo questa <a href="https://terraevita.edagricole.it/biologico/legge-nazionale-sul-biologico-ancora-in-stand-by/">intervista a Carlo Triarico</a>, </em><em>presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, vicepresidente di FederBio e </em><em>membro permanente del Tavolo ministeriale sul biologico e il biodinamico</em></p>
<p><em>Le prime due immagini: agricoltura industriale nel Santerre (Dipartimento della Somme, Piccardia); l&#8217;ultima: vigneto biodinamico sulla collina di Trento</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/12/larmadio-di-berenice-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;anima</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/18/lanima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2017 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[sanità pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69388</guid>

					<description><![CDATA[di Davide Orecchio C’è un&#8217;anima inossidabile, inespugnabile di certo capitalismo &#8211; ed è il suo motore cardiaco, la sua ragione propellente -, e purtroppo quest’anima è allergica all&#8217;etica, non ha rispetto del mondo e delle specie che l’abitano, inclusi noi che siamo il suo mercato di pascolo. È un’anima contaminatrice. Noi ne siamo le vittime insieme [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>C’è un&#8217;<strong><del>anima</del></strong> inossidabile, inespugnabile di certo capitalismo &#8211; ed è il suo motore cardiaco, la sua ragione propellente -, e purtroppo quest’anima è allergica all&#8217;etica, non ha rispetto del mondo e delle specie che l’abitano, inclusi noi che siamo il suo mercato di pascolo.</p>
<p>È un’<strong><del>anima</del></strong> contaminatrice.<span id="more-69388"></span></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-69393" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-768x1024.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/mondo1.jpg 1536w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Noi ne siamo le vittime insieme agli alberi, agli animali, al permafrost scongelato del mondo, ma ne siamo responsabili pure, visto che abbiamo accettato il sistema di vivere antropocenico ritenendolo comodo, e lo perpetuiamo, e lo perpetriamo.</p>
<pre>Ma non è comodo.</pre>
<p>Due terzi, se non più, delle malattie che ci colgono, dalle più lievi alle più cattive, vengono da quest’<strong><del>anima</del></strong> delle megalopoli, delle conurbazioni, dello sprawl capitalistico, dei fiumi e dei mari inquinati. Ora noi siamo spesso indifesi. Già questo dimostra che il sistema non è poi così comodo.</p>
<p>Quello che mangiamo, quello che beviamo, quello che respiriamo.</p>
<p>Quello che offriamo in pasto, quello che eiettiamo nell’aria del mondo.</p>
<p>Non abbiamo il controllo, né la fiducia. Ormai sappiamo che l&#8217;<strong><del>anima</del></strong> è pericolosa. Proviamo a difenderci. Cerchiamo gli alimenti sani. Ci consigliano grano integrale che venga dalle zone temperate, meridionali. Lo andiamo a cercare. Poi scopriamo che quel grano non basta per tutti, quindi l’<strong><del>anima</del></strong> lo “taglia” segretamente col grano del nord che ci fa ammalare. Poi scopriamo che l’<strong><del>anima</del></strong> falsifica pure le emissioni dei motori diesel del mondo dove noi respiriamo. Poi scopriamo che le miliardi di plastiche che tengono le nostre acque minerali potabili sono assemblate dall&#8217;<strong><del>anima</del></strong> in modo che giusto un po&#8217; di calore, appena un goccio di sole sciolga da loro le sostanze che ci fanno ammalare. Per una che ne scopriamo, altre mille restano segrete.</p>
<pre>Ora siamo indifesi.</pre>
<p>Ci restano due soli alleati: la medicina e la scienza.</p>
<p>La prima, nel nostro paese e per nostra fortuna, opera in un sistema pubblico. Spesso lo detestiamo e critichiamo, a volte ci cura male, ma se l’<strong><del>anima</del></strong> ucciderà il sistema pubblico &#8211; perché sappiamo che vuole ucciderlo, l&#8217;ha già fatto altrove &#8211; moriremo lentamente anche noi, privati del diritto pubblico e individuale alla cura.</p>
<p>Poi c&#8217;è la scienza che ci apre gli occhi, ci informa, ci migliora le vite. Noi dovremmo essere tutti dalla parte della scienza, quando è buona e non serve l’<strong><del>anima</del></strong>, e fidarci. La scienza buona ancora non lo sa fino in fondo, ma è l&#8217;unica che possa tenere testa all&#8217;<strong><del>anima</del></strong> di certo capitalismo. La scienza però ha i suoi nemici. Dicevamo fino a poco tempo fa: “Siamo il 99%”, non ricchi di soldi ma di informazione, cultura, consapevolezza.</p>
<pre>Invece non siamo il 99%.</pre>
<p>Emerge un nuovo ceto lumpen non economico ma mentale, psicologico, ovviamente sociale, che odia la scienza. Oggi odia i vaccini e la chemio, e vede scie chimiche; domani odierà altre forme di scienza, e avrà epifanie nuove. Questo ceto odia con la pancia, con tutto se stesso, la cultura e la scienza, ed è probabilmente anche colpa di loro, le odiate, troppo superiori, non disponibili a farsi capire abbastanza; del resto l’<strong><del>anima</del></strong> non etica di certo capitalismo è pure alleata dell’ignoranza, perché ne ha bisogno per operare, e le fa gioco avere un popolo lumpen mentale che odia la scienza, perché l’<strong><del>anima</del></strong> sa che la scienza buona è il suo più pericoloso rivale.</p>
<pre>Dunque non siamo il 99%.</pre>
<p>Alle nostre spalle avanza un popolo lumpen mentale e forte, arrabbiato, che non sa nulla e dice tutto quel che non sa ad alta voce su internet, e ci zittisce su internet (era mai accaduto nella storia che nuovi strumenti di comunicazione e cultura propagassero oscurantismo?). Più partiti politici fanno la fila per il voto del popolo lumpen mentale, per dare un programma al suo odio e alla sua paura. Nessun partito politico fa la fila per noi, per dare un programma al nostro desiderio di vivere meglio, per dare risposte alle nostre paure.</p>
<p>Questo succede alle spalle.</p>
<p>Mentre davanti resta l&#8217;<strong><del>anima</del></strong> (inossidabile, inespugnabile, nemica dell’etica) di certo capitalismo; e noi siamo il suo mercato di pascolo.</p>
<p>È la situazione, mi pare.</p>
<p>Ma poi, quando dico “noi”, chi sto dicendo?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’utile, la tecnica, e il capitalismo: alcune note su quello che scrive Severino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/05/lutile-la-tecnica-capitalismo-alcune-note-quello-scrive-severino/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/05/lutile-la-tecnica-capitalismo-alcune-note-quello-scrive-severino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 06:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Severino]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=62186</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Talia In questo tempo esiste una sorta di ossessione verso l’«utile». Un’attenzione quasi molesta verso questo concetto che si è allontanato sempre più dal significato originale legato alle effettive necessità che le persone hanno per le cose utili. La definizione di ciò che è utile spesso non è sufficientemente ragionata. È guidata dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/vitruvian-machine-300x265.jpg" alt="vitruvian-machine" width="300" height="265" class="alignleft size-medium wp-image-62187" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/vitruvian-machine-300x265.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/vitruvian-machine.jpg 590w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>In questo tempo esiste una sorta di ossessione verso l’«utile». Un’attenzione quasi molesta verso questo concetto che si è allontanato sempre più dal significato originale legato alle effettive necessità che le persone hanno per le cose utili. La definizione di ciò che è utile spesso non è sufficientemente ragionata. È guidata dal mondo della produzione e non dalle concrete esigenze della natura umana e questi due estremi sembra si allontanino sempre di più col passare del tempo e con l’affermarsi di logiche economiche sempre più globali e inafferrabili.<span id="more-62186"></span></p>
<p> In buona sostanza, oggi si ritiene utile quello che è capitalisticamente vantaggioso, economicamente profittevole. Come ha scritto di recente Emanuele Severino su <em>La Lettura</em> (<em>Sfida tra islam e occidente, il vincitore è la tecnica </em>del 10 aprile 2016), «<em>l’economia è oggi la forza vincente; le leggi sono fatte dai vincitori; inverosimile, dunque, che la dimensione economica indebolisca se stessa finanziando la cultura inutile</em>». Nulla di strano quindi che il mercato sostenga i saperi che sono, in qualche modo, funzionali alla produzione e al profitto, mentre trascura ed emargina le culture che non hanno un qualche ruolo abilitante nei confronti del sistema economico dominante. Questa tendenza del capitalismo verso i saperi «utili» appare essere dunque autoconservativa e, per questa semplice ragione, quasi inevitabile.</p>
<p>Sul filo di questo ragionamento che negli ultimi anni ha coinvolto molta parte della cultura umanistica, Severino innesta, tuttavia, il suo ben noto punto di vista, molto critico nei confronti del dominio della tecnica, che oggi è alla base del sapere «utile», prediletto dall’apparato produttivo. L’autore del <em>Capitalismo senza futuro</em>, nel suo articolo si chiede se «<em>questa maniera di servirsi della cultura, da parte del capitalismo, non è un suo più grave indebolimento o addirittura un suo andare verso l’estinzione» proprio per questo suo affidarsi alla cultura scientifica, come l’unica «utile</em>» e capace di guidare la tecnica. Qui Severino, che ha spesso criticato sia il capitalismo sia il comunismo, in quanto espressioni del «dominio della tecnica», riprende uno dei suoi temi cardine e, dalla necessità di ridefinire il concetto di «utile» si muove verso una critica della cultura scientifica come generatrice del dominio della tecnica. Dunque Emanuele Severino alza il livello della critica e passa da quella al regime economico che definisce cosa è utile (e quindi anche cosa è inutile) per l’uomo, a quella verso la scienza moderna (la «tecno-scienza») vista come una potenza superiore colpevole, a suo dire, di distruggere il capitalismo e di determinare da sola i futuri ordinamenti del nostro mondo. In sostanza, il capitale sta cavalcando la tigre della tecnica, ma nei fatti è la tecnica a cavalcare il capitale usandolo come mezzo per affermare la sua implementazione del mondo.</p>
<p>A questo scenario duale, Severino aggiunge il ruolo della filosofia, che da sapere massimamente «inutile» diviene lo strumento principe per l’interpretazione del mondo, capace di mostrare come la tecno-scienza potrà sovvertire il capitalismo e liberare completamente la sua potenza se si renderà consapevole dell’impossibilità di ogni limite e lo vorrà superare per seguire la sua natura irredimibile (almeno agli occhi del filosofo). In una prospettiva storica, Severino comunque ritiene che ancora viviamo un tempo intermedio in cui la scienza non ha ben compreso la lezione filosofica e quindi non riesce a liberare totalmente le sue energie rimanendo a servizio dell’economia capitalistica.</p>
<p>Non ci si può sorprendere che Severino teorizzi la superiorità ontologica della filosofia sulla tecno-scienza e sulle forme economiche capitalistiche, anche se queste ultime oggi la giudicano un sapere inutile. Quello che invece appare un elemento di potenziale fragilità delle tesi di Severino è la necessità di affermare l’utilità della filosofia come elemento che potrebbe, se valorizzato, evitare l’indebolimento del capitalismo che, a sua volta, oggi indebolisce la tecnica ritenendola l’unico sapere utile e così la assoggetta ai suoi interessi.</p>
<p>La prospettiva dialettica di Severino è certamente interessante ma, in alcuni suoi aspetti, sembra orientata a spiegare al capitalismo che per avere un futuro non dovrebbe affidarsi totalmente alla tecno-scienza, mentre avrebbe bisogno della filosofia per non indebolirsi e conservarsi. Il filosofo del neoparmenidismo si concentra sui limiti dell’«utile» tecno-scienza e del suo vettore principale che è oggi il capitalismo, visto quasi come un prodotto della tecnica moderna e non viceversa. Il rischio insito in questa tesi è quello di propugnare l’utilità della filosofia in quanto strumento dell’economia e dunque del capitalismo e non in quanto strumento primo per una sua critica. La categoria dell’utile sembra quasi dover appartenere alla cultura umanistica e alla sua regina (la filosofia) e il capitalismo farebbe bene e considerare questi saperi, oggi trascurati dal mondo della produzione. Di questo passo, seguendo il filo logico del filosofo, si arriverebbe ad determinare una sorta di gara tra saperi per ingraziarsi l’economia mostrandosi «utili» ad essa. L’effetto paradossale potrebbe essere il rovesciamento dei valori della scienza e della filosofia, misurabili sulla loro capacità di impedire l’indebolimento e l’estinzione del capitalismo.</p>
<p>Così Severino rinuncia ad una possibile sintesi tra i saperi utili e quelli inutili. Sintesi invece preziosa per svolgere un’efficace azione di coagulo della critica delle forme di produzione capitalistiche che hanno consolidato questa loro separazione e, ogni giorno di più, ampliano la forbice tra pensiero scientifico e umanesimo. Sarebbe, infatti, di estremo interesse sviluppare una critica più radicale al capitalismo, sottolineando il ruolo scardinante della filosofia e delle discipline umanistiche «inutili». Insomma, una rivolta culturale dei saperi «inutili» contro lo stato delle cose presenti che possa servire come critica fondante nei confronti di un sistema economico che per salvarsi apre solchi culturali e sociali, aumentando le disuguaglianze. Un’analisi critica nella quale la filosofia, insieme agli altri saperi «inutili», possa agire come utile speranza per mondi migliori.</p>
<p>Purtroppo il ragionamento di Severino rimane nel solco della separazione delle due culture che tanto ha nociuto alla cultura e alla società occidentale e che ancora sembra sia difficile scardinare. Mentre, al contrario, sarebbe molto più interessante e «utile» liberare le energie della scienza e della filosofia sanando la frattura che tra loro storicamente si è determinata per unirle nel disvelamento delle contraddizioni tra il sistema economico dominante e la natura umana, oggi piegata alle logiche del mercato e della finanza. In sintesi, non si tratta di fare a gara tra discipline e visioni del mondo culturalmente eterogenee, bensì è necessario agire per il dialogo e l’integrazione di discipline differenti, allo scopo di costruire ipotesi e prassi che partano delle necessità degli individui per condizionare l’economia e non viceversa.<br />
La più grande necessità che ci troviamo di fronte è quella di unire in forma dialettica le culture e fare in modo che siano esse a definire l’«utile» e non a subirlo come categoria imposta dalle leggi economiche. Per questa sfida varrebbe impegnare le culture nel nostro tempo, non per decidere quale cultura debba prevalere sull’altra.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/05/lutile-la-tecnica-capitalismo-alcune-note-quello-scrive-severino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scienza e letteratura. Intervista a Martin Bojowald</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/18/scienza-e-letteratura-intervista-a-martin-bojowald/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/18/scienza-e-letteratura-intervista-a-martin-bojowald/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alfredo Zucchi]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Giap]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Bojowald]]></category>
		<category><![CDATA[moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=56438</guid>

					<description><![CDATA[di Alfredo Zucchi  Negli ultimi giorni è venuta fuori una discussione accesa e feconda sul ruolo della scienza, sulla sua vera o presunta neutralità, sulla sua relazione con le discipline umanistiche – in particolare, quel delicato passaggio dalla verifica dei fatti alla loro narrazione. La discussione nasce con un articolo di Mariano Tomatis su Giap, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alfredo Zucchi </strong></p>
<figure id="attachment_56439" aria-describedby="caption-attachment-56439" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-56439" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Scienza-e-letteratura_pic_Veronica_Castiglioni-300x200.jpg" alt="Veronica Castiglioni" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Scienza-e-letteratura_pic_Veronica_Castiglioni-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Scienza-e-letteratura_pic_Veronica_Castiglioni-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/Scienza-e-letteratura_pic_Veronica_Castiglioni.jpg 850w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-56439" class="wp-caption-text">Veronica Castiglioni</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni è venuta fuori una discussione accesa e feconda sul ruolo della scienza, sulla sua vera o presunta neutralità, sulla sua relazione con le discipline umanistiche – in particolare, quel delicato passaggio dalla verifica dei fatti alla loro <i>narrazione</i>. La discussione nasce con un articolo di Mariano Tomatis su <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=22200">Giap</a>, a cui risponde <a href="http://blog.devicerandom.org/2015/09/09/problemi-indivisibili/?lang=it">Massimo Sandal</a>. In mezzo, due interventi del direttore della rivista Le Scienze, Marco Cattaneo, su facebook.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro, mi pare che l’intervista che ho fatto a Martin Bojowald, fisico e autore di <i>Prima del Big Bang. Storia completa dell’universo </i>(Bompiani, Milano, 2011), possa contribuire a arricchire la discussione, specialmente riguardo alle relazione tra scienze e lettere. La mia posizione – se neutrali, com’è giusto, non si può essere – è che non ci sia una frattura così netta tra le due discipline. <span id="more-56438"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alfredo Zucchi</strong>: Il suo ambito di lavoro è la meccanica quantistica (<i>gravità quantistica a loop</i> per essere precisi), il mio è la letteratura. Cominciamo allora con quello che abbiamo in comune. Nel suo libro <i>Prima del Big Bang. Storia completa dell’universo</i> lei cita spesso Nietzsche: si dà il caso che nel CrapulaClub lo scrittore e filosofo tedesco sia uno degli autori più commentati e letti. C’è un aforisma che Nietzsche ripete spesso nei suoi libri più tardi: “Solo ciò che non ha storia si può definire” (o ancora: solo gli oggetti “ideali” possono essere misurati con precisione).Quest’aforisma non le sembra tremendamente vicino al principio d’indeterminazione, uno dei principi fondamentali della meccanica quantistica?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Martin Bojowald</strong>: È così. In fisica si usa pensare gli oggetti fondamentali, come ad esempio l’elettrone, come “ideali” o elementari. Eppure, il principio di indeterminazione rende chiaro che questo punto di vista non è giustificato. Quando si prova a misurare determinate proprietà di un elettrone– come di qualunque altro oggetto, d’altra parte – si nota che non c’è alcun oggetto isolato con caratteristiche assolute. Bisogna considerare l’apparato di misurazione insieme all’elettrone; successivamente, il risultato della nostra misurazione dipende da come abbiamo preparato l’apparecchio, o dalla “storia” dell’esperimento. Ne <i>La genealogia della morale</i>, nello stesso paragrafo in cui è pronunciato l’aforisma che lei ha citato, Nietzsche scrive che non c’è “un solo significato, ma un’intera sintesi di significati” (riferendosi, in questo caso, al concetto di pena). Questa frase mostra un legame ancora più diretto con il principio d’indeterminazione: i risultati dei processi di misurazione non ci forniscono un preciso insieme di proprietà – neppure per un singolo oggetto – quanto piuttosto una “sintesi” di caratteristiche che dipende dal punto di vista. L’idea classica di valori di misurazione esatti o precisi darebbe risultati reciprocamente incompatibili per determinate quantità misurate, come ad esempio la posizione e il momento di un elettrone. Se si utilizza la lezione fornitaci dal principio di indeterminazione, l’esattezza o precisione proprie della fisica classica sono sostituite da ciò che nella meccanica quantistica si chiama “complementarità”, un concetto molto vicino a quello della “sintesi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AZ:</strong> Lei usa spesso riferimenti letterari nel suo libro <i>Prima del Big Bang</i>: per aprire un capitolo e dargli una cornice concettuale, o per spiegare, per analogia, problemi complessi di matematica o fisica. Ad esempio, quando spiega la sovrapposizione propria della funzione d’onda (legata al famoso esperimento di pensiero del gatto di Schrödinger) attraverso un racconto dove solo alla fine si scopre chi è il soggetto dell’azione (così, per analogia, in un esperimento scopriamo solo alla fine <i>dove</i> si trovi <i>effettivamente</i> la particella che cerchiamo). Letteratura e scienza sembrano aver seguito un percorso analogo quando, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, le avanguardie di entrambe le discipline hanno cominciato a parlare una lingua così distante dal senso comune da creare, con quest’ultimo, una frattura epocale (per senso comune qui intendo il modo in cui gli uomini costruiscono la propria immagine del “mondo là fuori” sulla base degli organi sensoriali).</p>
<p style="text-align: justify;">In letteratura questa tendenza potrebbe essere definita come lo sforzo (o lo sfizio) di superare la “verosimiglianza” – dove verosimiglianza è strettamente legata al principio di causalità: <i>“post hoc ergo propter hoc”</i> (tutti i migliori romanzi dell’inizio del ventesimo secolo furono esempi eccellenti di tale rottura: la <i>Ricerca del tempo perduto</i> di Proust, l’<i>Ulisse</i> di Joyce, <i>L’uomo senza qualità</i> di Musil). In questo senso, che tipo d’impatto ha avuto la letteratura sul suo lavoro? Quali sono – se ce ne sono – i libri e gli autori che l’hanno spinta a diventare scienziato?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MB:</strong> Non è un caso che la prima parte del ventesimo secolo sia il mio periodo letterario preferito. Allo stesso tempo, la mia carriera scientifica è iniziata in un modo piuttosto banale. Oggi, mi vergogno quasi ad ammettere che, alle scuole superiori, fui molto vicino a odiare la letteratura non-scientifica. All’inizio, il mio interesse per la scienza derivava dalla possibilità di maneggiare oggetti come il microscopio. Quando m’immersi più in profondità nella letteratura scientifica che mi era disponibile, arrivai alla fisica tramite la biologia e la chimica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che mi affascinava di più nella fisica era la sua componente matematica e la possibilità di operare predizioni precise basate su calcoli astratti. Finite le scuole superiori, decisi che avrei studiato la fisica. L’unico tipo di letteratura non-scientifica che leggevo all’epoca era la filosofia: all’inizio principalmente i positivisti, i quali fornivano i fondamenti della scienza. Il primo autore a stuzzicare il mio crescente interesse per la letteratura fu Nietzsche.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, posso dire che la letteratura ha un impatto forte sul mio lavoro. Di sicuro mi ha aiutato a sviluppare uno stile più chiaro per i miei saggi scientifici. A volte, inoltre, accade che un libro m’ispiri un argomento di ricerca o mi aiuti a pensare un determinato problema. Non ho ancora trovato una relazione diretta che mi porti dalla letteratura alla scienza, ma è anche vero che molti dei problemi che cerchiamo di risolvere nella cosmologia quantistica sono stati già pensati e approcciati in vari modi. Di recente, ad esempio, è venuto fuori da un esperimento che, secondo determinati modelli, il tempo scompare nei primi istanti dell’universo e non, come nel caso big bang, nel quadro di una singolarità, per un periodo brevissimo, bensì per un periodo esteso. In questo senso, ho trovato molto interessante leggere degli stati di assenza di tempo in <i>Il pianeta dei nascituri</i> di Werfel.</p>
<p style="text-align: justify;">(Una “singolarità”, nelle parole dello stesso Bojowald, si verifica quando le teorie a disposizione degli scienziati non gli permettono di descrivere determinati stati, i quali sono appunto definiti “singolarità”. Nel caso del big bang, secondo la descrizione della relatività generale, lo spazio (il volume) scompare, mentre la densità tende all&#8217;infinito; ma la materia non può esistere a densità infinita. )</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AZ:</strong> In effetti, gli autori dei romanzi che le ho citato prima sembrano ossessionati dall’idea del <i>tempo</i>. La relatività ristretta e la relatività generale di Einstein vennero fuori quasi in contemporanea, modificando del tutto il modo in cui ci figuriamo il tempo e lo spazio, rispetto al modo in cui questi erano rappresentati da Newton e da Kant. Vorrei evitare di cadere in generalizzazioni e semplificazioni estreme, tuttavia mi pare ci sia una forte convergenza intellettuale in questo caso. Come descriverebbe, in generale, il modo in cui scienza e letteratura s’influenzano reciprocamente?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MB:</strong> Credo che la scienza possa trarre beneficio dalla letteratura molto più di quanto non faccia ora. La via opposta, dalla scienza alla letteratura, mi sembra invece piuttosto cementata. Le grandi scoperte scientifiche spesso trovano spazio in letteratura velocemente. Riguardo alla relatività, ad esempio, ci sono passaggi precisi e ammirabili in diversi libri di Thomas Mann.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo, un beneficio procedurale che la scienza potrebbe trarre dalla letteratura è la grande tradizione della critica letteraria. Nella scienza, gran parte della critica avviene tramite recensioni anonime o a porte chiuse. Molti ricercatori considerano la parte critica come un dovere e un obbligo piuttosto che come un contributo essenziale <i>tout court</i>. La critica non è soltanto un’arte, può anche essere più utile e istruttiva rispetto alla maniera auto-apologetica con cui spesso vengono presentati i risultati di ricerche scientifiche (e le falsificazioni non sono una rarità). Un processo di recensione e critica scientifica più vicino alla critica letteraria potrebbe rendere la scienza ancora più rigorosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AZ:</strong> In <i>Prima del Big Bang</i> c’è un passaggio molto interessante dove lei discute i limiti della relatività generale (la sua singolarità). Cito: “La materia curva lo spazio, e il suo stesso movimento è influenzato dalla curvatura. Il ruolo dello spazio-tempo, ora inteso come un oggetto fisico, è spesso comparato a un romanzo in cui uno dei personaggi è il libro stesso.”</p>
<p style="text-align: justify;">In un passaggio successivo, nuovamente sulla singolarità e il suo impatto sulla teoria della relatività generale: “Rispetto a un romanzo, questo vorrebbe dire che il libro stesso non solo è un personaggio ma che, in corso d’opera, cesserà di esistere.”</p>
<p style="text-align: justify;">In <i>I canti del caos</i>, romanzo di Antonio Moresco inedito in inglese, l’autore riesce, attraverso una serie di stratagemmi narrativi, a costituire la “singolarità” che lei descrive: il libro stesso è un personaggio del romanzo; a un certo punto, il più importante fra tutti i personaggi. Il risultato di questo procedimento è devastante.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia domanda è la seguente: mentre nella scienza, l’esistenza di simili singolarità (limiti) produce l’effetto di spingere la ricerca in avanti come una necessità vitale per superare tali limiti, tramite correzioni alla teoria esistente o attraverso la formulazione di una nuova teoria; diversamente, la teoria che comporta simili singolarità diventa inutile, dannosa e inutilizzabile. In letteratura, al contrario, tendiamo a indulgere in simili “singolarità”, a nutrirle poiché il suo effetto devastante sul lettore diventa oggetto d’adorazione e feticcio (così, le “singolarità” possono trasformarsi, ad esempio, nella <i>letteratura speculativa</i>, secondo la definizione di Jorge Luis Borges).</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, alla letteratura manca il rigore della scienza. Secondo molti, la cosa più importante per uno scrittore è la sua valigetta di trucchi e stratagemmi; la letteratura, così, è destinata alla finzione. La scienza invece?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MB:</strong> Non sono del tutto d’accordo con l’affermazione che alla letteratura manchi il rigore della scienza. In fisica, il problema della singolarità consiste nel fatto che le teorie che usiamo, e il loro correlato matematico, non ci permettono di descrivere determinati stati, i quali sono identificati come singolarità. Per questo cerchiamo di trovare nuove formulazioni matematiche che ci permettano di analizzare questi stati. Quello che Antonio Moresco riesce a compiere, mi sembra, è trovare una formulazione letteraria adeguata per trattare la singolarità di cui ho parlato, in maniera piuttosto cruda, nel passaggio che lei cita.</p>
<p style="text-align: justify;">Risolvere una “singolarità” non significa sempre attraversarla e superarla; per questo, anche se, ne <i>I canti del caos</i> di Moresco – che sfortunatamente non ho letto – il libro scomparisse, lo farebbe in una maniera, o all’interno di una teoria, che il lettore riesce a cogliere. La sparizione del tempo di cui ho parlato sopra potrebbe rappresentare un meccanismo simile in cosmologia. Senza il tempo, non saremmo capaci di attraversare il big bang, eppure la descrizione matematica sarebbe corretta e priva di “singolarità”. Direi, in definitiva, che i migliori esempi di scienza e letteratura arrivano a realizzare delle tipologie di rigore differenti, senza che l’una sia migliore dell’altra. Inoltre, mi viene da aggiungere che anche nella ricerca scientifica, in particolare quando si tratta di big bang, si usano spesso trucchi e stratagemmi, fino a sconfinare nella <i>science-fiction</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AZ:</strong> C’è un elemento in particolare– tanto eccitante quanto tremendo – della meccanica quantistica che vorrei sottolineare: il mondo che descrive, le leggi della natura che è riuscita a rinvenire, sono estremamente distanti da ciò che l’uomo arriva a percepire del mondo. In qualche modo, la meccanica quantistica è <i>inumana</i> a un grado che nessun’altra teoria fisica ha mai raggiunto, e allo stesso tempo, è legata più di tutte al punto di vista dell’osservatore, l’occhio umano. Per uno scrittore, questa dualità rappresenta un’immensa fonte d’ispirazione, nella misura in cui dischiude tutto un mondo di possibilità – o meglio di probabilità – e moltiplica i mezzi dello scrittore per ribaltare il senso comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa caratteristica inumana apre allo stesso tempo la questione dell’etica: il ruolo e la moralità di entrambe le discipline. In letteratura, in particolare dopo la rottura operata dal modernismo, uno potrebbe dire che quanto meno “moralizzata” l’opera, tanto meglio; che meno l’autore si chiede quale sia l’utilità della sua opera, tanto più il risultato sarà significativo, lungimirante e originale. Cosa accade invece nella scienza? A parte le evidenti questioni che riguardano la logistica e i finanziamenti della ricerca – questioni che hanno un impatto anche sulla letteratura, per quanto forse a un grado minore, o quantomeno in modo diverso – in che misura la ricerca scientifica è “condannata” all’utilità e alla moralità?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MB:</strong> Gran parte delle scoperte, nella scienza così come nella tecnologia, derivano dalla ricerca di base, una ricerca che spesso non ha uno scopo preciso. Per quanto la ricerca di base non porti sempre a risultati concreti, sul lungo termine il suo valore, il valore delle sue conseguenze, è immisurabile. In questo quadro, va anche detto che a volte un determinato lavoro, una direzione di ricerca è utile più ai secondi fini del ricercatore, che cerca con questo di portare avanti la propria carriera, che non alla ricerca in sé. Purtroppo ci sono tanti esempi di questo “uso politico” della ricerca scientifica, soprattutto in alcune aree della scienza moderna che sono tanto affascinanti quanto speculative. Anche qui, però, si può solo sperare che in futuro l’importanza di un lavoro e di una determinata direzione di ricerca possano svincolarsi dai secondi fini dei ricercatori stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>AZ:</strong> In <i>Prima del big bang </i>lei cita una serie di aneddoti sullo sviluppo della <i>gravità quantistica a loop, </i>e in generale sul ruolo della matematica nella meccanica quantistica: in un’epoca in cui non c’erano evidenze sperimentali – gli strumenti tecnologici non lo permettevano ancora – scienziati come Heisenberg, Schrödinger e Dirac riuscirono a creare, sviluppare ed estendere la meccanica quantistica usando unicamente, o principalmente, la matematica – sarebbe a dire attraverso procedimenti altamente speculativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco: i numeri (la matematica) e la poesia, un tempo, furono strettamente correlati, penso in particolare alla poesia-filosofia presocratica. In questo senso, ciò che gli scienziati coinvolti nella <i>gravità quantistica a loop </i>fanno non è nient’altro che questo, un’operazione poetica nel suo senso più antico e fondamentale, cioè la trasformazione dell’ignoto in forme simmetriche. E quindi, alla fine, ad unire nel modo più essenziale scienza e letteratura non sarebbero altro che i numeri?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MB:</strong> Matematica e poesia sono in effetti due forme di linguaggio altamente strutturato. In entrambe, l’obiettivo è di stabilire regole che ci permettano di scoprire ed esprimere verità fondamentali. Ciò che ci guida, tanto nella matematica quanto nella poesia, nella selezione dei percorsi da intraprendere per stabilire tali regole, è la nozione di bellezza, la quale, in entrambi i casi, risulta difficile da scorgere per i non-iniziati, ed è difficile da definire per chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Galilei ha detto che il libro della natura è scritto nel linguaggio della matematica. Il suo pensiero era geometrico: le lettere come triangoli, cerchi <i>et cetera</i>, ma potremmo sostituire gli elementi geometrici con quelli numerici in una rappresentazione algebrica. La fisica sperimentale cerca di leggere il libro della natura. La fisica teorica, al suo meglio, fornisce elementi essenziali nella traduzione. C’è da dire che a volte, mossa forse da troppo entusiasmo, ha finito per riscrivere capitoli interi di questo libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo ancora se la<i> gravità quantistica a loop</i> sia una traduzione fedele e rigorosa, o invece un’opera di finzione; come che sia, da un punto di vista formale, i suoi numeri rappresentano un tipo di letteratura che si esprime con il linguaggio della matematica.</p>
<p style="text-align: justify;">[Bibliografia<br />
M. Bojowald, <i>Prima del Big Bang. Storia completa dell’universo</i>, Milano, Bompiani, 2011<br />
F.W. Nietzsche, <i>Genealogia della morale</i>, Milano, Adelphi, 2002<br />
A. Moresco, <i>I canti del caos</i>, Milano, Mondadori, 2009]</p>
<p style="text-align: justify;">*L&#8217;intervista è già apparsa su <a href="http://www.crapula.it">http://www.crapula.it</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/18/scienza-e-letteratura-intervista-a-martin-bojowald/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-10 11:39:33 by W3 Total Cache
-->